sabato 28 luglio 2012

In mostra il tesoro del Conte di Montecristo

Corriere della sera

498 monete d'oro esposte per la prima volta dopo 1.500 anni


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A volte bisogna crederci davvero: le favole possono diventare realtà. Volete un esempio? E allora fate un salto a Sovana, il borgo-vetrina delle città del tufo, nove chilometri da Sorano, nove chilometri da Pitigliano, scrigno di bellezze archeologiche straordinarie (le vie Cave, i canyon degli Etruschi, oppure le tombe del Demone alato o di Ildebranda) ed entrate nel museo appena inaugurato di San Mamiliano. Qui, tra reperti etruschi e altre bellezze, vedrete dal vivo un tesoro vero: 498 monete d'oro trovate nel 2004 a da sabato 28 luglio esposte per la prima volta, dopo 1.500 anni di oblio, a un pubblico entusiasta.

IL SEGRETO - E non è un tesoro come tanti, quello di Sovana, ma come anticipato dal Corriere, potrebbe nascondere un segreto letterario: quello del Conte di Montecristo. Già, perché i «solidi» romani ritrovati nel 2004, potrebbero essere il tesoro di San Mamiliano, una favola raccontata da generazioni e dalla quale Alessandro Dumas attinse ispirazione per il suo romanzo. «Si pensava che fosse sepolto nell'isola di Montecristo dove il santo sbarcò - raccontano gli esperti - ma invece era nascosto nelle rovine della chiesa di Sovana». Da sabato quella parte di chiesa («ridotta a un pollaio», ricorda il sindaco di Sorano Pierandrea Vanni) è un museo. «Probabilmente unico ad essere inaugurato in questi tempi di recessione», continua il primo cittadino di Sorano che, insieme all'assessore alla cultura della Regione Toscana, Cristiana Scaletti, ha appena tagliato il nastro.



IL MUSEO - Il museo è piccolo, eppure racchiude come uno scrigno il fascino di 1500 anni di storia e segreti. Le monete di San Mamiliano (una parte di esse per ora, altre ne arriveranno tra poco come ha promesso il sovrintendente) sono rappresentate in modo reale e virtuale. Sono vere quelle custodite nelle bacheche, sono virtuali quelle racchiuse in un piccolo vaso di coccio. «Le abbiamo messe lì - spiegano i curatori del piccolo museo - per far capire come era il tesoro quando fu ritrovato, casualmente, nel 2004 durate lo scavo di un impianto termale». Le monete d'oro, che risalgono all'inizio del V secolo d. A. (regni di Onorio e Zenone), sono state ritrovate a una profondità di due metri, sotto l'attuale pavimento. «Probabilmente fu sepolto in un'invasione - dicono gli archeologi -. Il ripostiglio di Sovana è una straordinaria scoperta sia per la quantità dei pezzi rinvenuto che per il numero di imperatori rappresentati. E' l'unica testimonianza di questi luoghi riferibile all'età tardo antica».

LA LEGGENDA DI MONTECRISTO - Un tesoro unico, dunque, anche se è soprattutto la leggenda di Montecristo a far volare la fantasia. Ma oggi è un’altra la storia intrigante che appassiona. Ed è quella che racconta, appunto, la strana similitudine tra il tesoro di Montecristo e le monete rinvenute a Sovana. «Alexandre Dumas conosceva leggende e storie e probabilmente anche quella che da secoli raccontava di un tesoro nascosto a Montecristo – racconta Piergiorgio Zotti, coordinatore dell’Archivio delle tradizioni popolari della Maremma grossetana e sono molte le probabilità che monete e tesoro siano la stessa cosa. Ci sono tre antichi documenti preziosi per ricostruire gli elementi mitici di questa storia.


Sia il principe di Piombino, nella seconda metà del Cinquecento, sia il Granduca della Toscana mettono in guardia i loro sudditi a cercare il tesoro in quell’isola perché il suo mare è infestato da pirati. In altri documenti si racconta poi di una spedizione di alcuni giovani che lasciano la Corsica e vanno a Montecristo a scavare nella chiesa di San Mamiliano (che a Montecristo era morto nel 460 d.C. e le sue reliquie oggi si trovano Sovana, paese di cui è santo protettore) ma non trovanos altro che ossa bruciate e piccoli vasi neri». Da sabato il tesoro del Conte è lì, sotto gli occhi di tutti. A raccontarci una favola diventata realtà.

Marco Gasperetti
28 luglio 2012 | 16:09

Il bricolage domestico degli ausili per disabili

La Stampa
Gianluca Nicoletti

Un ausilio per l' auto costa 10.000 euro. In Thailandia si trova per pochi spiccioli.


C'è chi la crisi la sente più, chi meno. Chi deve tagliare il superfluo soffre, ma sopravvive. Chi deve rinunciare a un ausilio per vivere, piuttosto si arrangia e se lo costruisce da solo. Il problema dei costi proibitivi degli apparecchi che consentono a molti disabili una vita appena decente è sempre più diffuso, questo ha acceso una straordinaria attitudine al fai-da-te da parte dei genitori e parenti. Chi ha un figlio disabile dovrebbe ritagliare dal suo budget familiare cifre notevoli, non sempre per tutti è possibile.

Occorrono 4.400 euro per un passeggino, 1.900 per la cappotta abbinata, 300 euro per un pezzo di ferro su cui scorre un sedile, 1.000 euro per una seggiolino in gommapiuma e velcro, 870 euro per un paio di scarpe taglia 32, 34.000 euro per una sedia a ruote: non oggetti di lusso, ma ausili indispensabili per rendere meno faticosa la vita di bambini e adulti con gravi disabilità. Sono naturalmente prezzi che costringono molte famiglie a ingegnarsi ad adattare o addirittura inventare di sana pianta, ausili per i loro figli o nipoti. Il fenomeno è noto già da qualche tempo in Francia, dove addirittura esiste un concorso, promosso da Handicap International e Leroy Merlin, che da 15 offre un sostegno materiale alle migliori invenzioni proposte da parenti e amici di disabili.

Un'inchiesta fatta da “Redattore Sociale” ha permesso di individuare anche nel nostro paese esempi eccelsi di questo particolare bricolage. Aldo Dall'Ara, nonno Aldo, per portare la nipote Elena a spasso per il centro di Cesena ha inventato la “tricicletta”. Si tratta di una mountain bike a cui ha adattato anteriormente un carrello dove può far salire la carrozzina della ragazza e portarla in giro per vari chilometri, piuttosto che il solito giretto al caldo spinta a mano per la città.

Il problema dell'ausilio auto costruito nasce anche da una perversa normativa che permette alle ditte costruttrici l' assoluto monopolio degli apparecchi per disabili. Chiara Bonanno è un'assistente sociale e mamma di un ragazzo con grave disabilità, dal suo blog lancia una provocazione: “Per abbassare i costi degli ausili, ci vorrebbero i cinesi!” Per la Bonanno ci sarebbe una grande speculazione nel mercato nazionale degli ausili. “La particolare carrozzina di mio figlio, costa 34.000 euro, come un'automobile di lusso. Un mio amico disabile passa sei mesi l'anno in Thailandia: ha comprato lì un ausilio per l'automobile, molto semplice, che serve a comandare un pedale con le mani: l'ha pagato pochi euro, mentre qui costa più di 10.000 euro, perché in Italia c'è una sola ditta che lo produce.” Così le famiglie si arrangiano e fanno di necessità virtù.

E' mortificante scoprire dall' inchiesta di Redattore Sociale che un ausilio per la seduta, fatto di velcro e gommapiuma, chiamato Squiggles, viene venduto a circa 1.000 euro, ma con 100 euro di materiale e l' aiuto di un terapista molti hanno imparato a farselo in casa. Ancor più paradossale è scoprire che i prodotti più riusciti dell' ingegno che nasce dalla disperazione dei genitori, possono a loro volta “ispirare” il mercato. E' il caso del “guscio”, una seduta in gommapiuma che si modella sulla persona disabile, nasce dall'idea di un genitore che l' aveva costruita in casa, nopn potendosi permettere soluzioni molto più costose. Un'azienda di Reggio Emilia ha ripreso l'idea, l'ha modificata e ora si rivende il guscio a più di 1.500 euro.

Se il governatore rosso è nei guai "Repubblica" non gli fa domande

Massimo Malpica - Sab, 28/07/2012 - 08:37

Il quotidiano che mette alla gogna Formigoni si inginocchia davanti a Errani a processo per falso ideologico. Nessun quesito, ma solo un articolo elogiativo


Roma - Forse ha ragione Vasco Errani quando dice a Repubblica che «ciascuno ha i suoi percorsi». Di vita, certo, ma anche mediatici. Perché anche sui giornali non tutti i governatori sono uguali. Prendiamo appunto il presidente della Regione Emilia Romagna, esponente di spicco del Pd «che governa», per il quale due giorni fa i pm bolognesi hanno chiesto il processo, con l'accusa di falso ideologico.



Sul Corriere della Sera, dove i guai giudiziari del suo omologo lombardo Formigoni anche ieri trovavano ampio spazio, la vicenda Errani per esempio è già sparita. Su Repubblica, invece, occupa una pagina intera, proprio di fronte a quella «dedicata» al governatore lombardo. Ma rispetto a Formigoni - non c'è da stupirsene - Errani pare godere di un trattamento diverso. Non c'è traccia delle celebri «domande» del quotidiano di Ezio Mauro, a cui invece Formigoni, chiamato a dar conto dei Capodanni con Daccò, non scampa. E il clima del pezzo appare in generale più conciliante, più all'insegna del «volemose bene».

A cominciare dai sommari, che riportano le versioni del difensore («La procura ha commesso un grave errore») e dello stesso governatore («Non ho mai favorito nessuno»), passando per le didascalie («Indagato», recita quella di Formigoni, mentre quella sotto la foto di Errani riporta un più celebrativo «Leader») per proseguire appunto con l'Errani-pensiero, un lungo colloquio - senza domande botta e risposta - nel quale il presidente della giunta spiega di pensare solo «a lavorare serenamente» perché «qui c'è stato il terremoto».

Ed è proprio lui a rifiutare paragoni con i suoi colleghi indagati, Formigoni ma anche Vendola, spiegando appunto che «sono cose diverse, che ciascuno ha i suoi percorsi», e aggiungendo che «io non mi ci metto in un frullatore mediatico», dimenticando che di solito ti ci mettono gli altri. Di dimissioni, chieste dalla Lega e dai grillini (in caso di accoglimento della richiesta di rinvio a giudizio) manco a parlarne, e infatti il suo «non mi dimetto» è già nero su bianco nel titolo.

La versione difensiva del governatore, in fondo, tende a scaricare le responsabilità sul dirigente, indagato, che avrebbe redatto la memoria difensiva «sbagliata» spedita da Errani in Procura, in risposta a un articolo del Giornale sui presunti favoritismi per un finanziamento a una coop del fratello, Giovanni. «Mi limitai a trasmetterla alla Procura», spiega ora il presidente a Repubblica.

Ma l'argomento non convince Gioenzo Renzi, ex consigliere regionale del Pdl, che sulla vicenda nel 2009 chiese, invano, la revoca del finanziamento al fratello di Errani e l'istituzione di una commissione d'inchiesta, e fu autore del primo esposto in Procura. La Regione, invece, i soldi alla coop Terremerse li ha chiesti indietro solo adesso che l'inchiesta è finita.

E Renzi, in una nota, non manca di ricordarlo al governatore: «Sul caso Terremerse, vuoi perché era coinvolto tuo fratello, vuoi perché era coinvolta una cooperativa, la tua scelta è stata quella di far “passare la tempesta” per poi sperare che tutto finisse nel dimenticatoio. Così non è avvenuto, ecco perché le tue dimissioni sono inevitabili, soprattutto ora che ricopri anche il ruolo di commissario per la ricostruzione delle zone emiliane terremotate».

Terme, barche, alghe e club: la Casta si regala 206 milioni

Libero

La Corte dei Conti spulcia la Leggie Mancia dal 2009 ad oggi: deputati e senatori hanno dato fondi anche ai privati. Ci sono sprechi, duplicazioni e aiuti improbabili


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di Paolo Emilio Russo

Fosse solo per gli ottocentomila euro della scuola Bosina, quella della consorte di Umberto Bossi, quasi non ci sarebbe da scandalizzarsi. Il problema è che con la legge mancia 2.0, ora pomposamente chiamato Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio, i parlamentari italiani sono riusciti addirittura a finanziare l’aeroclub della Costa Smeralda, lo Yachting Club di Como, un parco termale in provincia di Siena. Questi nuovi dettagli emergono da un corposo studio effettuato dalla Corte dei conti sul nuovo look della legge utilizzata dai parlamentari per finanziare piccoli e grandi opere nel loro collegio, che è stata riformata nel 2008 da Giulio Tremonti. Cambiato il nome, la sostanza resta quella: i singoli parlamentari indicano i loro desiderata, le commissioni Bilancio di Camera e Senato stilano un elenco, il ministero dell’Economia a mettere a disposizione le cifre. Cifre che sono tutt’altro che trascurabili: 105,5 milioni di euro nel 2009, 130 milioni nel 2010, 30 milioni per il 2011: totale 265,05 in totale. Altri 50 sono già a disposizione per le esigenze di deputati e senatori per il prossimo anno.

Soldi anche a privati
I magistrati contabili hanno analizzato la gestione del “Fondo” e, nella loro relazione, rilevano una serie di «criticità», in parole povere massacrano lo strumento e l’uso che ne hanno fatto i politici. Innanzitutto, scrive la Corte dei conti, il «criterio di indirizzo parlamentare» è, in realtà, «una concreta individuazione di beneficiari, importi e finalità, con destinazione anche a soggetti privati». Non c’è stata indicazione di priorità, un generico interesse per questo o quel territorio, bensì una lista della spesa nei collegi elettorali, con finanziamenti che finiscono addirittura a «privati». Il riferimento è a qualche decina di società private che hanno ricevuto danari pubblici passando per un parlamentare. L’Università Telematica Pegaso di Napoli, per esempio, ha ricevuto 150mila euro finalizzate genericamente a «supporto per ricerca».

L’Istituto Luigi Sturzo ne ha presi 20mila per la stessa ragione, l’Istituto Mediterraneo Ricerca e comunicazione di Termini Imerese ne ha ricevuti centomila per “piani di prevenzione contro l’utilizzo delle sostanze psicotrope”. Ma il documento è una summa delle mance degli ultimi tre anni. C’è addirittura l’Aeroclub della Costa Smeralda, che ha incassato  100mila euro per “Adeguamento scuola volo corsi di pilotaggio”. Un deputato ha voluto devolvere 200mila euro dal bilancio 2009 all’associazione Gre per “Valutazione dell’impatto della proliferazione delle alghe sull’ecosistema marino siciliano”. E ancora: l’Anuu di Napoli ha preso 30mila euro per il “recupero e la riqualificazione dei sentieri monti Lattari”; l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia ha incassato decine di migliaia di euro per un “Progetto di salvaguardia della via Appia” a Roma. E così via.

Fondi duplicati
I soldi destinati dai parlamentari ai loro collegi, rileva ancora la Corte, hanno «scarsa aderenza alle finalità prefisse», rischiano di finire sempre ai soliti soggetti perché è possibile la «duplicità di contributi pubblici sullo stesso intervento, non vagliata dall’amministrazione in fase preventiva o di rendicontazione». Basta leggersi il corposo documento, le oltre cinquanta pagine di elenchi, per rendersi conto i magistrati hanno proprio ragione.

Comuni mangiatutto
Ci sono moltissimi Comuni, da nord a sud, che hanno ricevuto risorse pubbliche senza che ve ne fosse realmente bisogno, considerato che le amministrazioni hanno già loro bilanci. Invece il Comune di Como, per esempio, ha ricevuto 100mila euro, grazie alla mediazione di un senatore, per la  “manutenzione dello Yachting club”. Una “mancia” corposa, di 250 mila euro, è andata al Comune di Gubbio per il  “Recupero ambientale dell’area in località Cipolletto per la creazione di un “polo integrato per la tutela e la valorizzazione della cultura contadina”.

E ancora: il Comune di Isola delle Femmine, a Palermo, ha preso soldi per la ricostruzione delle dune di retrospiaggia del litolare, mentre il Comune di Offida, Ascoli Piceno, ne ha incassati 80 mila per realizzare un impianto di valorizzazione e smaltimento delle vinacce. Infine a Castelnuovo in Val di Cecina, a Pisa, sono arrivati 60 mila euro per la “Trasformazione in parco turistico termale geotermico area dissestata ubicata in prossimità centro storico”. Vince il premio dell’originalità il Comune di Feltre, in provincia di Biella, che ha avuto 60 mila euro, attraverso un deputato, per il “Sostegno allo sviluppo economico del Centro internazionale del libro parlato”. Chissà di che si tratta.

L’elenco completo è su www.liberoquotidiano.it: leggilo.

Tra tanti sprechi e generose concessioni, però, c'è anche chi prova a dare l'esempio. Si tratta della deputata dell'Idv, Silvana Mura, che lo scorso 11 luglio è riuscita a far accogliere, integralmente, un suo Ordine del giorno che impegna il governo a destinare i 250 milioni della legge mancia alla ricostruzione del terremoto che ha devastato l'Emilia e le province di Mantova e Rovigo. "La Corte dei Conti legittima le critiche che da sempre rivolgiamo alla legge mancia, ammettendo che si tratta di uno strumento clientelare. Alla luce di queste pesanti critiche della magistratura contabile, ritengo ancora più necessario che il governo dia attuazione ad un mio ordine del giorno che ha accolto nel corso dell'esame sul terremoto, nel quale si impegnava a destinare i fondi alla ricostruzione per il terremoto in Emilia. Non farlo significa voler continuare le pratiche che la Corte ha già bocciato senza appello", ha sottolineato la Mura.

Seppellivano cuccioli vivi

Corriere della sera

Condannati i responsabili di un orrore consumato nel giardino di una casa dello Staffordshire


Filmato choc diffuso dagli animalisti britannici della Rspca, organizzazione per la protezione animali. Risale a agosto 2011 quando nel giardino di una casa dello Staffordshire hanno trovato due cuccioli di cane sepolti vivi. Respiravano ancora quando gli animalisti li hanno tirati fuori, ma non ce l'hanno fatta a sopravvivere. Ora i responsabili di quell'orrore sono stati condannati a 25 settimane di carcere, e il filmato è stato per la prima volta diffuso sul sito degli animalisti

A settembre Garibaldi sarà riesumato» Ma tra gli eredi la battaglia continua

Corriere della sera

La pronipote Anita: «Faremo le analisi per accertare se è proprio lui». Ma la cugina Annita accusa: «È solo pubblicità»

Il patriota Giuseppe Garibaldi
«Riesumare la salma di Garibaldi? Una cosa senza senso, solo pubblicità. Non si gioca con una tomba»: è categorica Annita Garibaldi Jallet, pronipote dell'Eroe dei due Mondi. Si oppone con forza alla riesumazione annunciata da un'altra (e quasi omonima) pronipote, Anita Garibaldi. «A settembre apriremo la tomba scopriremo se davvero lì, a Caprera, riposa ancora il suo corpo imbalsamato» ha detto la ancor più battagliera Anita (presidente dell'associazione a intitolata al generale). L'operazione scientifica - che anche il sito dell'inglese Bbcha ripreso - sarà condotta da Silvano Vinceti che già si è occupato del giallo sui resti di Caravaggio e ora della Monna Lisa ritratta da Leonardo. L

CHI C'E' NELLA TOMBA - La querelle sui resti del generale parte sin da quando si spense a Caprera, il 2 giugno 1882. Il dubbio è che «Garibaldi lì sotto non ci sia». Spetterà all'equipe di Vinceti composta da antropologi e imbalsamatori, accertare l'identità della salma e, se necessario, confrontare il dna dei resti con quello di Claudio Garibaldi, diretto discendente del generale. «Non so cosa troveremo. Presumo le spoglie di Garibaldi, ma se così non sarà dobbiamo coinvolgere la Procura» ha detto Vinceti. Che la tomba sia stata manomessa negli anni, per Anita non v'è dubbio. «Ma tutto il mondo ha diritto di sapere se lì c'è Garibaldi o un pastorello sardo - commenta -. Se poi non vi fosse proprio nulla vorrebbe dire che qualcuno ha esaudito le sue volontà».

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LA CREMAZIONE - La lunga diatriba scuote una delle dinastie (repubblicane, si intende) più conosciute e celebrate dell'Italia Unita. Già subito dopo la morte, gli eredi si divisero sull'idea di rispettare o meno le ultime volontà di Garibadi. «Ho visto io stessa il testamento - spiega Anita - Voleva essere cremato in un terrazzino poco sotto, dove aveva raccolto legni profumati. Sognava che ogni italiano prendesse un po' delle sue ceneri per seminarle nelle varie parti del Paese e dar vita così alla nuova Italia».

RAGION DI STATO - Ma più di tutto potè la ragion di Stato: l'allora presidente del Consiglio, Francesco Crispi, chiese l'imbalsamazione, forse per traslare la salma a Roma, al Pantheon o al Campidoglio, come si conveniva ai grandi eroi del Paese. Centotrent'anni dopo la tomba è ancora lì. Ma a settembre la salma sarà riesumata.

Anita GaribaldiAnita Garibaldi

D'ALEMA E LA CRAXI - La decisione arriva dopo «due anni di attesa»« e con il consenso di gran parte degli eredi, oltre che una raccolta di firme da Massimo D'Alema a Stefania Craxi, nonostante il patrocinio dell'allora ministro dei Beni culturali Sandro Bondi fosse arrivato già nel 2010. «Non abbiamo proceduto per non essere accusati di speculazione in pieno festeggiamento per i 150 anni dell'unità d'Italia» spiega Vinceti.

MINACCE - Nonostante la decisione sia già sostanzialmente presa, in molti si oppongono alla riesumazione. «Mi sono arrivate telefonate di minaccia. Ma io non ho paura. Tutti hanno diritto a prendersi cura delle salme dei proprio antenati - incalza -. È stato fatto anche per Padre Pio, Carducci e Mazzini. Perchè noi no?».
Il ritratto del generale
SOLO PUBBLICTA' - Le accuse continuano ad arrivare. «Non vi è alcuna ragionevole ipotesi- per sostenere che il Generale non sia sepolto lì a Caprera» dice Annita Garibaldi Jallet, presidente dell'Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini. Annita è la figlia unica di Sante e Beatrice Garibaldi. Sante era figlio di Ricciotti, quarto ed ultimo figlio di Giuseppe. «Parlo anche a nome dei miei cugini Giuseppe e Vittoria, figli di Ezio Garibaldi e fratelli di Anita: ci opporremo a questa ipotesi e resisteremo a ogni tentativo di aprire quella tomba, finchè non ci saranno ragioni valide per farlo. Non siamo in cerca di questo tipo di pubblicità»

Carlotta De Leo
27 luglio 2012 | 12:17

Tutti in coda per i beagle, in 3000 per l'affidamento

Corriere della sera

Arrivato a Brescia il primo nucleo di persone che hanno richiesto la custodia dei cani dell'allevamento sequestrato
Dal nostro inviato CLAUDIO DEL FRATE


Gli animalisti mentre liberano un beagle dell'allevamento Green HillBRESCIA - Circa 150 persone sono in attesa da questa mattina davanti al cancello del Corpo Forestale di Brescia: è il primo gruppo di affidatari che prenderanno in consegna i beagle dell’allevamento Green Hill, messo sotto sequestro una settimana fa dalla magistratura. Il gruppo arrivato questa mattina a Brescia rappresenta solo una piccola parte delle circa 3mila famiglie che hanno chiesto di avere in custodia uno dei cani che altrimenti avrebbe preso la strada dei laboratori di vivisezione.

CLIMA DI FESTA - Le operazioni di consegna sono gestite da Legambiente e Lav, le due associazioni che hanno ottenuto prima lo stop all’attività di Green Hill e poi l’affidamento dei cani. L’atmosfera all’esterno del Corpo Forestale è festosa: per gli animalisti infatti questo è il vero giorno della vittoria, poiché coincide con la liberazione fisica dei beagle. Va sottolineato, tuttavia, che i cani vengono concessi solo in affido: se infatti in seguito a un ricorso – che si annuncia imminente – Green Hill ottenesse l’annullamento del sequestro, gli esemplari dovrebbero essere riconsegnati al contestato allevamento. Anche per questa ragione i primi 150 cani verranno affidati a persone residenti nel Nord Italia.

SEI BEAGLE A ROMA - A titolo simbolico solo 6 esemplari saranno portati nel pomeriggio a Roma, per testimoniare il fatto che le richieste di “adozione” sono piovute da tutta Italia. I sei beagle verranno presi in consegna da Paola Cirinnà, rappresentante del Pd di Roma e portati nella capitale su un treno “Italo”. Circa 200 animali sono stati chiesti invece dall’ex ministro del turismo Michela Vittoria Brambilla, presente questa mattina a Brescia. Le operazioni di consegna proseguiranno anche domani e domenica. In prima fila per ricevere i cuccioli “liberati” ci sono sostenitori della Lav e di Legambiente.

DA BELLUNO - Tra i primi in fila da questa mattina (sarà anche tra i primissimi a prendere in consegna il cane) c’è Maria Lovat, arrivata da Belluno con la figlia: “Siamo da sempre animalisti – dice la donna- e abbiamo partecipato ai presidi di protesta contro Green Hill. Appena saputo della possibilità di adottare uno degli esemplari abbiamo inviato la richiesta via internet e in mezz’ora abbiamo ricevuto l’ok. Abbiamo una casa con un giardino, il beagle andrà a unirsi a un altro cane, tre oche e due tartarughe”.

27 luglio 2012 | 11:05


Problemi e delizie dei beagle

Ecco come accudire i cani ottenuti in affidamento

L’immagine del cucciolo di Beagle passato di mano in mano verso la libertà, oltre la recinzione dell’allevamento di Green Hill e scampato all’atroce destino della vivisezione, mostrata da tutti i media lo scorso aprile, è una di quelle foto che rimarranno impresse nella memoria collettiva. Il musino spaesato del piccolo, le mani tese degli attivisti che erano lì pronti a prendere in braccio lui e i suoi compagni, allontanandoli in tutta fretta da un destino di tortura per metterli al sicuro, sono immagini fortemente emotive, simbolo della conquista della libertà e di riscatto dell’innocenza .

Difficile non aver versato una lacrima di gioia di fronte a uno scatto del genere. Ora, però, l’allevamento di Montichiaridi proprietà della statunitense Marshallm in provincia di Brescia è stato sequestrato dalla Procura del capoluogo lombardo e i 2.400 cani che teneva prigionieri invece che essere lasciati in custodia ai loro stessi aguzzini (come troppo spesso accade, invece, nel sequestro dei canili lager) sono stati affidati in custodia giudiziaria a Lav e Legambiente. Si è passati, così, dalla poesia alla prosa, dal sogno della libertà alla realtà della libertà.

Un cucciolo di beagle
CARATTERISTICHE UNICHE E NON FACILI - I Beagle di Montichiari, per una metà cuccioli, per l’altra adulti di non più di tre anni e femmine gravide, hanno caratteristiche uniche con cui non è facile avere a che fare: sono creature nate e cresciute dentro le gabbie di un bunker illuminato artificialmente, che non hanno mai visto la luce naturale del sole, che non hanno mai potuto camminare o correre, con un olfatto abituato a percepire solo l'odore del disinfettante e un udito che ha ascoltato esclusivamente l’assordante rumore delle pompe per il riciclo dell’aria e qualche voce umana, possiamo immaginarci non esattamente affettuosa. Nessuna carezza, nessuna socializzazione o esperienza del mondo. In queste condizioni drammatiche i cani di Green Hill rompono le sbarre degli stabulari per andare incontro al mondo tramite l’affido temporaneo (fino a che la Magistratura non avrà preso una decisione definitiva su Green Hill). Saranno ospitati dalle famiglie che ne hanno fatto richiesta alla Lav e a Legambiente.

UNA DOLCE E DIFFICILE RESPONSABILITA' - L’ondata di emozione provocata dal sequestro probatorio di Green Hill e dall’aspetto fisico dei Beagle che sembrano anche da adulti teneri cuccioli dagli occhi languidi tutti da proteggere, ha fatto sì che le richieste di affido abbiano già superato “l’offerta” . Sarà dura per Lav e Legambiente selezionare i cittadini più idonei tra tutti quelli che si sono iscritti compilando il modulo di adozione sui siti delle due associazioni e di altre, come il Coordinamento "Fermare Green Hill" o l’Associazione Professionale Nazionale Educatori Cinofili, che hanno aderito all’operazione “Sos Green Hill”. Sarà un’operazione difficile perché i Beagle di Green Hill non sono cani “normali” e, spesso, i primi tempi, anche
Una difficile responsabilità
l’adozione di un cane “normale”, sia esso un cucciolo o un cane adulto, non è tutta rose e fiori e, troppe volte. la famiglia riporta il malcapitato animale al mittente. Ma chi prende in affido temporaneo un cane di Green Hill non può permettersi di cedere alla prima difficoltà infierendo su di lui con un altro trauma. «I cani di Montichiari sono nati in angusti stabulari e non in un contesto domestico o naturale. Alcuni di loro soffrono di dermatiti perché gli è mancata l’esposizione alla luce naturale e non si può nemmeno pensare che questa privazione non abbia avuto effetti anche sulla loro psiche» afferma Maria Pia Franco, volontaria di Legambiente deputata a dare consigli alle famiglie che si assumono questa dolce e difficile responsabilità. Continua la Franco:

«Nulla di ufficiale, ma addirittura girano voci che questi Beagle siano geneticamente manipolati e, se ciò risultasse vero, potremmo trovarci di fronte a situazioni risolvibili ma imprevedibili. Quello che chiediamo agli adottanti è soprattutto di avere pazienza, pazienza e ancora pazienza». Per capire questi cani occorre immaginare di essere nati dentro a una gabbia e di non conoscere altro. Come gli uomini incatenati in fondo alla caverna nel mito di Platone, i Beagle di Green Hill saranno a giorni portati alla luce reale e simbolica del sole e della conoscenza della realtà. È ovvio che per quanto ciò sia giusto e positivo, questo “passaggio” sarà comunque un trauma. «Le prime due giornate di affido saranno venerdì 27 luglio e sabato 28 presso il Comando Provinciale di Brescia del Corpo Forestale dello Stato" continua Maria Pia Franco di Legambiente.

CONSIGLI PRATICI - «Chiediamo agli adottanti di non ritirare i cani portando guinzaglio e pettorina, oggetti ai Beagle completamente sconosciuti, ma un trasportino dove possano sentirsi sicuri e protetti. Cerchiamo, se possibile, di selezionare famiglie che non vivano troppo lontano da Brescia per evitare ai cani lo stress di un lungo viaggio». E una volta arrivati a casa con il cucciolo o con l’adulto come ci si deve comportare? «Consigliamo di non stargli troppo addosso ma nemmeno di lasciarli soli, di lasciargli scegliere l’angolino della casa in cui si sentano più protetti e di avvicinarsi a loro con movimenti lenti e carezze delicate.

Gli affidatari devono mantenere il regime alimentare che i loro protetti avevano negli stabulari. Niente cucina casalinga o bocconcini gustosi che potrebbero compromettere seriamente la loro salute. Inoltre, cerchiamo famiglie disposte anche ad adottarli in coppia, in modo che i due cani possano farsi coraggio l’un l’altro. Se in famiglia non ci sono altri animali è tutto più semplice ma se ci sono, devono essere molto buoni e molto ben socializzati, capaci di integrarli “nel branco” e di insegnargli con il semplice esempio come comportarsi “da cani”. Inoltre, è necessario che i cani di famiglia
siano vaccinati e sterilizzati perché i Beagle che sono passati da Green Hill sono interi e possono riprodursi.

E per quanto riguarda i bambini, è meglio evitare le famiglie con piccoli al di sotto dei cinque anni che con le loro naturali grida e i movimenti un po’ scomposti potrebbero spaventarli. Se i Beagle non vogliono uscire di casa per i primi tempi, consigliamo di non forzarli ma di fargli fare i loro bisogni su una traversina. Quando prenderanno un po’ di coraggio, cerchiamo di attirarli con un giochino o una coccola verso la porta di casa e poi verso l’esterno, dove dovranno essere sempre tenuti ben saldi al guinzaglio a meno di avere un giardino recintato. Ma, soprattutto, dedichiamogli tempo, stiamo con loro, insegniamogli a giocare perché una pallina per loro non è uno stimolo ludico se non gli spieghiamo come si usa. Di solito gli animali traumatizzati ricordano le brutte esperienze quando vivono una situazione simile a quella che li ha messi a disagio. Per questo, in genere, i cani hanno capacità di recupero psichico strabilianti. Ma se ci dovesse essere qualche problema serio di certo non lasceremo da sole le famiglie affidatarie».

CONTROLLI POST AFFIDO - Il Corpo forestale dello Stato provvederà, infatti, a effettuare controlli post-affido presso le case degli affidatari per verificare lo stato di benessere dei cani e dare consigli su come relazionarsi a loro. Non ama poltrire, è un segugio Ci si potrebbe chiedere a questo punto perché proprio i Beagle sono quasi sempre scelti come la razza canina per la vivisezione. Si potrebbe rispondere che uno dei motivi è la loro docilità e l’altro la loro taglia, né troppo piccola né troppo grande ma badiamo bene a non far confusione tra un Beagle e un pupazzo di stoffa da strapazzare e con il quale passare ore a poltrire sul divano. La razza è stata selezionata nei secoli passati tra Francia e Inghilterra con il preciso fine di cacciare le lepri. Il Beagle è quindi un segugio che punta tutto sull’inseguimento della traccia olfattiva. In genere, quando uno di questi cani scova l’odore della preda, non ascolta più niente e nessuno, nemmeno il padrone che spesso lamenta quanto sia testarda questa razza. Si dice addirittura che le lunghe orecchie che coprono il padiglione auricolare sarebbero state selezionate per diminuire la funzionalità uditiva e non distrarli dalla traccia olfattiva.

OLFATTO SENSIBILE - Il Beagle, quindi, non è affatto il bambolotto che sembra ma un cane abituato a fare molto movimento, a vivere nella natura insieme ai suoi simili nella muta, a correre moltissimo, a mettere sempre in gioco il suo olfatto. Diciamo, allora, che se tra gli adottanti dei Beagle di Green Hill qualcuno arriverà ad avere il problema di un cane troppo impegnato a seguire un odore potrà dirsi fortunato: significa che l’animale che ha preso in affido, dopo le violenze umane che l’hanno ridotto a non sapere nemmeno più di essere un cane, è tornato alla vita, è tornato felice a compiere il suo lavoro ludico in natura. Ci auguriamo che tutti gli affidatari possano avere questo “problema” e, per finire, raccogliamo l’appello di Vita da Cani onlus che ricorda a tutti che i cuccioli di Green Hill sono irresistibili ma che nei loro rifugi aspettano ancora un’amorevole adozione alcuni Beagle dell’allevamento Stefano Morini di San Polo d’Enza in provincia di Reggio Emilia. Aperto nel 1953, chiuse i battenti definitivamente nel 2010, e fu accompagnato da un’eco mediatica minore. Anche i Beagle di Morini, anche se non più cuccioli, hanno vissuto lo stesso dramma dei cani di Montichiari. Ricordiamoci anche di loro.
Gli animalisti in azione a Montichiari

Giorgia Rozza26 luglio 2012 (modifica il 27 luglio 2012)


I beagle di Green Hill trovano casa: iniziano gli affidi


Obiettivo consegnare i primi 200 dei 2400 beagle alle famiglie che ne hanno fatto richiesta. Le operazioni proseguiranno anche sabato


Fino a poche settimane fa sembrava impensabile. E invece venerdì 27 luglio, dalle 10 di mattina il primo beagle di Green Hill troverà un padrone. E' prevista la consegna di circa 200 cani, che avverrà al comando del Corpo Forestale dello Stato, a San Polo (Bs). Saranno gli stessi agenti a fare la spola tra la sede di via Donatello, in città, e l'allevamento Green Hill di Montichiari, messo sotto sequestro il 17 luglio (l'accusa è di maltrattamenti di animali e mancato rispetto dell'anagrafe canina). La consegna dei cani alle loro nuove famiglie affidatarie continuerà anche sabato. I beagle finiranno a famiglie del Nord Italia, non troppo lontani quindi dall'allevamento, visto che sono dati in affido temporaneo e teoricamente la procura potrebbe disporne il rientro all'allevamento.

SONO 2400 I CANI DA AFFIDARE sono circa 2.400: il 50% sono cuccioli da 3 a 8 mesi, ci sono anche cani adulti fino a 3 anni e molte femmine (fattrici) gravide. «L'obiettivo - affermano Forestale, Legambiente e Lav-Lega antivivisezione - è quello di far star bene tutti i beagle, cuccioli, cani adulti, fattrici gravide, che fino a qualche giorno fa vivevano all'interno dell'allevamento di Montichiari»

SEI CANI A ROMA - Sei cani (quattro cuccioli e due adulti) viaggeranno da Milano Porta Garibaldi alla stazione di Roma Tiburtina a bordo del treno ad alta velocità «Italo» accompagnati da Monica Cirinnà, responsabile delle politiche animali del Pd Lazio, che ne ha adottato uno, mentre gli altri, come concordato con Legambiente, saranno presi in affidamento da famiglie che hanno fatto richiesta via internet.

AIUTI DA BRIGITTE BARDOT -La Fondazione Brigitte Bardot ha donato 10.000 euro per i 2.500 cani sequestrati alla società Green Hill. «Serviranno per l'affidamento di questi cani in famiglie d'accoglienza e per le cure veterinarie», ha detto Christophe Marie, portavoce della fondazione Brigitte Bardot. Nei giorni scorsi l'ex attrice, icona del cinema degli anni Settanta e fervente sostenitrice da anni della causa animalista, si era felicitata del blitz della Forestale che ha portato al sequestro della Green Hill, dove cani di razza beagle erano allevati come cavie per esperimenti.

Redazione Online26 luglio 2012 | 19:50


Green Hill, una nuova famiglia per i beagle


La Procura ha affidato a Lav e Legambiente custodi dei can


Liberi. I beagle di Green Hill potranno essere affidati già dai prossimi giorni. Sabato la procura di Brescia ha firmato il decreto affidando la custodia giudiziaria dei cani a Lav (Lega antivivisezione) e Legambiente, le due associazioni che hanno presentato l'esposto da cui ha preso vita l'inchiesta che ha portato mercoledì scorso al sequestro probatorio dell'allevamento di beagle destinati alla vivisezione. Per i beagle è questione di ore, uno alla volta gli oltre 2.300 esemplari (in questi giorni ci sono state parecchie cucciolate e nessun cane ha più lasciato il canile di Montichiari) lasceranno le gabbie in cui sono rinchiusi a Green Hill.

Tra poche ore cani che non hanno mai visto la luce del sole, che non hanno mai calpestato l'erba, potranno uscire dai cinque capannoni dell'allevamento, salire su un camion non per finire su qualche tavolo operatorio, ma per ricreare gruppo con una nuova famiglia. Ma l'affido dei cani non sarà immediato, la procura ipotizza che siano necessarie alcune settimane prima di riuscire a trovare una destinazione per tutti, anche perché le richieste di affido già piovute in procura e alle associazioni superano abbondantemente il numero dei cani a disposizione. Per questo motivo, e non correre il rischio di affamare i cani, la procura di Brescia ha disposto anche il sequestro del mangime disponibile per soli 60 giorni.

«Per affrontare l'emergenza - comunicano Lav e Legambiente in una nota - e sostenere il più grande atto giudiziario in tema di diritti degli animali in Italia, Lav e Legambiente hanno intenzione di coinvolgere tutto il mondo animalista e ambientalista». Già ieri a Roma si è riunito il Coordinamento Fermare Green Hill con «Vita da cani», Occupy Green Hill, il Comitato Montichiari contro Green Hill e le sigle della Federazione italiana diritti animali e ambiente (Enpa, Leidaa, Lega nazionale difesa del cane, Oipa». I verbali di affidamento con relativa indicazione del microchip di ogni cane sarà affidato agli uomini del Corpo forestale dello Stato. I cani presenti a Green Hill - adulti, fattrici, cuccioli e nuove cucciolate - sono stati tutti schedati durante la lunga ispezione effettuata subito dopo il sequestro probatorio. I cinque veterinari incaricati dalla Procura hanno messo in regola i quattrocento cuccioli che non avevano ancora il microchip: ora ad ogni cane - anche agli ultimi nati - corrisponde un numero.

Nel frattempo il procuratore aggiunto Sandro Raimondi e il sostituto procuratore Ambrogio Cassiani (titolari dell'inchiesta aperta a carico di tre indagati, l'amministratore unico, il veterinario e il direttore della struttura) sono in attesa della relazione conclusiva che dovrà essere consegnata dalla Forestale e dai veterinari dell'Asl (non bresciana). E sono al lavoro per verificare fino in fondo le irregolarità riscontrate nell'allevamento: il giorno dell'ispezione nelle celle frigorifere sono stati trovati cento beagle congelati. E non tutti, come risulta dai primi accertamenti e dalle schede di soppressione trovate in azienda, sono morti di morte naturale o sono stati eliminati perché affetti da malattie inguaribili. Molti dei cani morti sono stati soppressi per dermatosi. Una prassi che confermerebbe il sospetto della procura: alcuni cuccioli erano destinati alla ricerca in campo cosmetico e non solo farmacologico - come sostenuto in più occasioni dalla società - e i problemi dermatologici li rendeva imperfetti e invendibili.

La procura attende anche che il consulente informativo termini gli accertamenti sulla rete aziendale e appuri se il giorno dell'ispezione, l'accesso nel sistema dagli stati Uniti, sia stato un tentativo di inquinare le prove eliminando alcuni files. Per avere risposte certe e mettere la parola all'inchiesta per maltrattamenti sugli animali (ma agli indagati potrebbe essere contestato anche il reato di uccisione di animali senza necessità) ci vorrà del tempo. Ma per ora i beagle sono liberi.

Wilma Petenzi24 luglio 2012 | 12:16



I beagle lasciano Green Hill: iniziano le operazioni di trasloco


I cani affidati in custodia a Legambiente e Lav, le associazioni che hanno presentato l'esposto che ha portato al sequestro del canile


I beagle lasciano il lager: lunedì 23 luglio la Procura ha infatti firmato il decreto di custodia e affidato i cani a Legambiente e Lav (lega antivivisezione), le associazioni che hanno presentato l'esposto da cui è scaturito, nei giorni scorsi, il sequestro del canile. I 2500 beagle abbandoneranno Green Hill nei prossimi giorni. Spetterà a Legambiente e Lav prendersene cura finché non saranno individuate della famiglie adottive, che passeranno al vaglio della procura. Sui siti e nelle sedi nazionali delle associazioni è già possibile candidarsi ad adottare un beagle liberato: cuccioli, fattrici, cani adulti. Nel frattempo, la Procura mantiene il sequestro probatorio dell’allevamento affidato per le responsabilità giuridiche a Comune di Montichiari, Asl, e società Green Hill. Per descrivere le caratteristiche dell’operazione “SOS Green Hill” e l’affidamento dei cani beagle è indetta una conferenza stampa a Roma mercoledì 25 luglio alle ore 11:00, in luogo da definire.

Redazione Online


La Forestale mette i sigilli a Green Hill


Dopo la denuncia di Lav e Legambiente la Procura di Brescia ha disposto il sequestro del canile lager di Montichiari


Una protesta contro il canile di MontichiariUna protesta contro il canile di Montichiari

Il Corpo forestale dello Stato ha sequestrato «Green Hill» il canile che alleva cani beagle per i laboratori di vivisezione. Il provvedimento riguarda cuccioli e esemplari adulti, e l'intera struttura costituita da quattro capannoni, uffici e pertinenze per un totale di circa 5 ettari. Sono circa 2500 i cani rinchiusi nel canile. Tra i reati contestati quello di maltrattamento di animali.

IL BLITZ - Alle operazioni di ispezione e sequestro della struttura, disposte dalla Procura della Repubblica di Brescia, partecipano circa 30 forestali appartenenti ai comandi provinciali di Brescia, Bergamo e al Nucleo Investigativo per i reati in danno agli animali, Nirda, e gli agenti della questura di Brescia. Impegnati anche gli uomini della Digos di Brescia, che stano raccogliendo le dichiarazioni dei dipendenti, e agenti della Questura. Da alcuni anni Green Hill è di proprietà di un'azienda americana, la Marshall Farm Inc, il più grande «produttore» di cani da laboratorio ed è l'ultimo stabilimento allevatore di cani da sperimentazione in Italia.

TRE INDAGATI - Tre persone sono indagate in concorso fra loro per il reato di maltrattamento di animali. Si tratta dei vertici della struttura: la titolare del canile, il direttore e il veterinario responsabile. Il Corpo Forestale precisa che «non si conosce ancora l'entità numerica dei cani beagle sequestrati in quanto la struttura da ispezionare è molto vasta. I cuccioli di beagle non potranno comunque uscire dall'azienda». I rappresentanti della Green Hill «sono stati nominati custodi giudiziari insieme al sindaco di Montichiari e alla locale Asl. Essi avranno l'obbligo di cura e alimentazione degli animali».

LA DENUNCIA - Gli accertamenti disposti dalla Procura sono il frutto della denuncia presentata da Lav e Legambiente. «Grazie agli atti presentati da Lav e Legambiente - spiega in una nota Gianluca Felicetti, presidente della Lav - è stata finalmente riaperta l'inchiesta giudiziaria sulle modalità di detenzione degli animali nella megastruttura. Ci auguriamo -aggiunge- che gli accertamenti in corso, disposti dalla Procura, possano fare luce, definitivamente, sulle reali condizioni di vita degli animali rinchiusi nei padiglioni della struttura in attesa della spedizione verso gli «acquirenti», e sull'impossibilità di Green Hill di garantire il rispetto delle necessità fisiche e comportamentali dei cani, visti i numeri enormi di cui si parla».

I COMMENTI - «Speriamo che questi nuovi sviluppi -afferma Michela Kuan, biologa, responsabile Lav settore vivisezione- mostrino chiaramente gli orrori della vivisezione e portino in primo piano le ragioni scientifiche ed etiche di chi la combatte, un atto importante in un contesto finora considerato intoccabile come la sperimentazione animale». «Siamo davvero felici di aver contribuito a porre fine alla barbarie di Green Hill». Così Stefano Ciafani, vice presidente di Legambiente, sul sequestro dell'azienda di Montichiari. Legambiente e Lav avevano presentato un esposto contro la struttura, «un atto dovuto» spiega Ciafani. «Quello che è emerso - aggiunge - è stato uno scenario drammatico: una fabbrica di dolore e sofferenza inaccettabile. Abbiamo deciso così di usare gli strumenti che una società democratica consente, cioè la via giudiziaria: grazie al nostro legale ci siamo rivolti al magistrato e abbiamo illustrato quanto era stato rilevato in occasione dell'accesso, un'iniziativa che si è dimostrata molto più utile all'accertamento della verità rispetto ai numerosi controlli fatti dagli organi competenti in precedenza».

Michela Vittoria BrambillaMichela Vittoria Brambilla

L'EX MINISTRO - Canta vittoria Michela Vittoria Brambilla., da sempre in prima linea contro l'allevamento-lager. «È il segno che qualcosa sta cambiando in Italia» ha detto l'ex ministro al TgCom, «ho scritto una norma che vieta sperimentazioni sugli animali, questa settimana verrà votata al Senato: è primo paletto per cambiare le cose. Mai nel Paese si è vista con tanta chiarezza una forza di popolo che rivolgeva una domanda netta alle istituzioni: chiudere Green Hill» ha aggiunto la Brambilla, «si tratta dell'ultimo allevamento di beagle destinati alla sperimentazioni presente in Italia. Il motivo per cui la sperimentazione sugli animali viene mantenuta è solo di tipo economico».

LA LEGGE - In questi mesi è all'esame del Senato la norma, già approvata dalla Camera dei Deputati, che vieterebbe l'allevamento di cani, gatti e primati non umani per la sperimentazione, imporrebbe l'obbligo di anestesia e analgesia per i test e, vietando le esercitazioni belliche e didattiche con animali, sosterrebbe concretamente il ricorso ai metodi sostituivi della vivisezione. «Alla luce di questi sviluppi giudiziari rivolgiamo un nuovo appello ai senatori affinchè l'articolo 14 della Legge Comunitaria sia finalmente approvato e possa essere di incentivo per la ricerca pulita, scientifica ed eticamente accettabile» si legge in una nota della Lega Antivivisezione.


Redazione online18 luglio 2012 | 13:11

Il primo cane affidato a Giuliano di Arese

Corriere della sera

Una fattrice incinta salvata da Green Hill
A.M.Innocenti

Dopo Lennox, uccisa anche Wicca

La Stampa
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Un American Staffordshire Bull Terrier è stato soppresso perché ritenuto colpevole di aggressione con l'aggravante della razza


Il momento dell'addio fra Wicca e il suo proprietario

FOTOGALLERY
Wicca, gli scatti pubblicati dal proprietario Cris

 

FULVIO CERUTTI (AGB)
torino

Sono passati pochi giorni e ancora una volta la Bsl (Breed-specific legislation), l'insieme di normative che considerano pericolose determinate razze canine, torna sul banco d'accusa. Il 10 luglio scorso le normative britanniche hanno posto fine alla vita di Lennox perché ricordava nell'aspetto fisico un pitbull. Ora da Montreal, Canada, arriva la storia di Wicca, una femmina di cinque anni condannata a morte per aver aggredito e morso una donna e un paramedico. Però la dinamica e le prove contro la quattro zampe lasciano perplessi. Secondo quanto racconta il proprietario Christos Papakostas, il cane avrebbe solo graffiato la donna, il tutto in un istinto di difesa perché spaventato.

In effetti le foto pubblicate sul profilo Facebook creato a difesa di Wicca mostrano l'addome della donna con qualche graffio, senza la presenza di morsi o altro di più grave, e non le sono stati applicati punti di sutura. A questo va aggiunto che, come confermato dall’ospedale, la donna non si è fatta ricoverare né ha testimoniato in tribunale. Anche il paramedico, che è intervenuto per disinfettare l'addome della donna, ha confermato di non aver ricevuto né morsi né altro. La vicenda normalmente verrebbe punita con 90 giorni di museruola, una multa e una eventuale  valutazione da parte di un veterinario comportamentista. Invece Wicca è stata condannata a morte, con l'aggravante della sua razza di appartenenza: Wicca è un American Staffordshire Bull Terrier, razza considerata sempre più pericolosa dalla Bsl canadese e di altri Stati del Nord America.

Ieri Wicca è stata però comunque soppressa. Di lei rimangono le foto postate sui social network che la vedono dormire teneramente con Papakostas, quella dell'addio sul pavimento del tribunale prima che venissero separati e il messaggio: "Riposa in pace mia piccola bambina. Ti prego di perdonarmi, sappiamo che non è colpa tua se ti sei spaventata. Voglio che tu mi perdoni per il modo crudele con cui ho dovuto lasciarti, ho davvero pensato che saremmo invecchiati assieme,  ho cercato di fare del mio meglio per mantenerti sana e felice. Ho anche avuto un comprato "king size" per avere più spazio per dormire con me. Mi mancherà svegliarsi il tuo ... alito cattivo [...]  Ti prometto bambina io non ti dimenticherò, ogni mio respiro penso di te, sei stata il mio vero amore, ti ho amato più di qualsiasi cosa. Ti prometto che cambierà questa legge stupida che ti ha ucciso. ce la faremo. Ci mancherai Wicca la mia bambina»

(twitter@fulviocerutti)

Botticelle, cavallo sviene per il caldo lite vetturino-turista, arrivano i carabinieri

Il Messaggero

L'episodio in piazza di Spagna. Il proprietario dell'animale ha cercato di farlo rialzare con le cattive maniere


Cattura
ROMA - Il caldo soffocante che avvolge Roma ha giocato un brutto scherzo al cavallo di una botticella, che in piazza di Spagna è improvvisamente crollato a terra in mezzo ai turisti. Il vetturino ha cercato di farlo rialzare con le cattive maniere e questo ha provocato la reazione di alcuni presenti: ne è nata una discussione molto animata, al limite della rissa, che si è placata solo quando sono intervenuti i carabinieri. Il cavallo si è quindi rimesso in piedi, visibilmente sofferente. È stato chiesto l'intervento delle guardie zoofile.

La polemica.
Un caso che promette di riaccendere la polemica sulle botticelle e il trattamento dei cavalli che le trainano. Risale al maggio scorso l'incidente stradale che in via Galvani, a Testaccio, coinvolse un cavallo, che per fortuna se la cavò senza troppi danni.

Le norme.
Le nuove regole per le botticelle sono state approvate in Consiglio comunale a novembre dello scorso anno, assieme a quelle ben più importanti sui taxi. Nel gennaio di quest'anno la Lega anti vivisezione (Lav) ha denunciato che per tre anni, dal 2009, i cavalli delle botticelle di Roma hanno svolto l'esercizio senza il Certificato di idoneità sanitaria e di buone condizioni fisiche previsto dai regolamenti comunali.


Venerdì 27 Luglio 2012 - 19:40
Ultimo aggiornamento: 19:41

Belgio, giallo sulla morte della prima conduttrice di un telegiornale europeo

La Stampa

Janine Lambotte è stata una pionera dei media belgi. La cremazione era prevista per oggi, ma una lettera anonima denuncia un avvelenamento


Un'immagine di Janine Lambotte tratta dalla televisione belga Rtbf

 

bruxelles

È un giallo stile Agatha Christie la morte di un'anziana giornalista belga, Janine Lambotte, diventata nel 1961 la prima donna a presentare un giornale televisivo in Europa. La donna è deceduta lo scorso 19 luglio a 87 anni per ragioni apparentemente naturali, ma la cerimonia di cremazione prevista per oggi - ha riferito la televisione belga Rtbf - è stata annullata dopo il ricevimento di una lettera anonima in cui si denuncia che la Lambotte sarebbe stata avvelenata con morfina. Sulla base della lettera, il tribunale ha chiesto un'autopsia che si terrà domani. Lambotte è stata una pioniera dei media belgi diventando un'icona televisiva già negli anni '50. La sua popolarità è stata sancita dalla presentazione in diretta dell'Esposizione universale del 1958 a Bruxelles.

Stesso luogo, stessa posa: quei 5 amici a 30 anni di distanza

Corriere della sera

La singolare iniziativa a Copco Lake, in California. Si sono ritrovati nello stesso punto ad ogni lustro

I cinque amici nel 1982...I cinque amici nel 1982...

MILANO - È una tradizione iniziata per caso nel 1982 e che negli anni si è trasformata nella prova di un legame che non vuole spezzarsi mai: uno scatto che vale doppio, anzi sette volte tanto visto che contiene sette istantanee che ritraggono John Wardlaw; John Dickson; Mark Rumer; Dallas Burney e John Molony, nella stessa posizione, con lo stesso sguardo e (più o meno) gli stessi vestiti nello stesso luogo. Tutto uguale? No, perché in realtà le foto sono state scattate a distanza di trent’anni tra la prima e l’ultima.

...e nel 2012 (Foto Cnn)...e nel 2012 (Foto Cnn)

AMICI - Il racconto sta tutto nei cinque protagonisti, che sembra quasi non si siano mai mossi da quella siepe a Copco Lake, in California, in questi trent'anni. Erano poco più che diciannovenni quando, alla fine delle vacanze trascorse insieme al lago, hanno scattato la prima foto. Capelli arruffati, torso nudo, uno sguardo quasi minaccioso. Era il 1982 in un’epoca – eravamo all’alba dell’era reaganiana - in cui sognare era lecito. «Sono sicuro che tutti noi pensavamo di essere veramente cool», ha raccontato Wardlaw alla Cnn. Nello scatto John Molony tiene in mano un barattolo di caffè istantaneo “Folgers”, con dentro uno scarafaggio. Si sono rincontrati nel luglio del 1987 nello stesso punto e per la stessa foto. E così lustro dopo lustro.

 I cinque amici. E quella foto nella stessa posa I cinque amici. E quella foto nella stessa posa I cinque amici. E quella foto nella stessa posa I cinque amici. E quella foto nella stessa posa I cinque amici. E quella foto nella stessa posa

FEDI CHE VANNO, FEDI CHE VENGONO - La prima foto sembra uguale all’ultima. Certo, loro sono invecchiati, si sono appesantiti, le ruge e le stempiature si notano. Lo sguardo enigmatico alla fotocamera, la posa e pure i vestiti sono rimasti gli stessi. «Osservo le foto e penso alle storie che ho avuto», ha ricordato Dickson. «Guardando attentamente si possono notare fedi nuziali che arrivano e poi spariscono». I cinque amici hanno intenzione di continuare con l’usanza iniziata un giorno di fine luglio di trent’anni fa «fino a quando ne resterà uno solo su quella panchina con la stessa posa».


Elmar Burchia
27 luglio 2012 | 18:21

Muore il consigliere del Quirinale Napolitano: ingiurie contro di lui

La Stampa

Il presidente: «Oggetto di una campagna irresponsabilee»


Loris D'Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale


GRAZIA LONGO
roma


Un infarto ha spento la vita di Loris D’Ambrosio - 65 anni, magistrato e consulente giuridico del Presidente della Repubblica - alle 15,30 di ieri, mentre si trovava in ufficio della casa editrice Utet con cui pubblicava, nel quartiere Parioli a Roma. Ad annunciare la notizia è stato proprio il presidente, Giorgio Napolitano che, oltre ad esprimere «profondo dolore, infinita pena e grandissimo affetto per la moglie e i figli», ha sottolineato il proprio «atroce rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto».

Indignazione, rabbia, sofferenza. Parole chiare e inequivocabili riferite alla campagna mediatica circa l’inchiesta condotta dalla procura di Palermo sulla trattativa tra Stato-mafia. Le conversazioni intercettate dagli inquirenti tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino hanno alimentato un conflitto istituzionale senza precedenti. E il Capo del Quirinale - a sua volta intercettato con Mancino - ha voluto puntualizzare in un comunicato ufficiale tutta la sua amarezza prima di volare a Londra dove, ieri sera, ha cenato con gli atleti azzurri che gareggeranno alle Olimpiadi. E così, mentre in Italia si rifletteva sulle sue dichiarazioni, molto critico e polemico resta Antonio Di Pietro.

Già nei giorni scorsi il leader dell’Idv aveva duramente attaccato il Colle e D’Ambrosio. E ieri, pur esprimendo «cordoglio e rispetto per la morte improvvisa del dottor Loris D’Ambrosio» non ha mancato di rispedire al mittente «ogni strumentalizzazione che ne viene fatta, quasi a voler far credere che la colpa sia di chi ha criticato il suo operato e non di chi ha tentato di sfruttare il suo ruolo». Una voce, chiaramente, in controtendenza rispetto al coro unanime di apprezzamenti nei confronti dell’ ex magistrato e giurista.

A partire dal ministro della Giustizia Paola Severino: «Ci lascia un servitore dello Stato che ha anteposto fino all’ultimo il senso del dovere alla difesa della sua persona» anche con un «rispettoso e sofferto silenzio». Nessuna perplessità neppure per Michele Vietti, vicepresidente del Csm: «Piangiamo la scomparsa di un magistrato che ha illustrato l’intero ordine, non solo con l’impegno giudiziario ma anche mettendo la sua eccezionale competenza al servizio dello Stato in modo sempre irreprensibile».

Sulle sue «indubbie e rare qualità» intervengono anche i sottosegretari alla Giustizia lamentando la perdita di D’Ambrosio, delle sue rare capacità, ed anche l’Anm esprime cordoglio. Anche la politica supera le solite contrapposizioni per ribadire l’importante ruolo di D’Ambrosio in una contingenza così drammatica. Da Schifani a Fini, dalla Finocchiaro a Gasparri («È un giorno cupo»), da Mantovano a D’Alema, da Bersani («Una persona perbene») a Veltroni tutti ricorrono al termine di «servitore dello Stato». Casini aggiunge che si dovrà riflettere «sulle ingiuste sofferenze che l’uomo ha patito in queste ultime settimane». Spicca per la sua durezza, invece, la denuncia via Twitter di Daniela Santanchè contro «il nuovo morto fatto dai pm». I tre ex Guardasigilli - Oliviero Diliberto, Roberto Castelli e Angelino Alfano - sono tutti concordi sia nell’elogiare il suo prezioso lavoro che nel difendere l’integerrimo attaccamento alle istituzioni.

Dalle 9,30 di stamani sarà possibile rendere omaggio al feretro nella camera ardente allestita in una sala del Palazzo del Quirinale. Fino a ieri sera, invece, nell’ufficio dov’è avvenuta la disgrazia, accanto alla moglie e ai tre figli il segretario generale della presidenza della Repubblica Donato Marra e il suo storico predecessore Gaetano Gifuni.


D'Ambrosio, il dramma di una storia rovesciata

MARIO CALABRESI


Di fronte alla morte di un uomo si resta sconvolti. Se poi quell’uomo era al centro di una polemica furibonda non si può non chiedersi se i toni usati fossero corretti o invece eccessivi e perfino micidiali. Loris D’Ambrosio è morto da uomo angosciato, si sentiva braccato e provava rabbia e frustrazione per vedersi completamente privato della sua storia, che non è certo storia di collusioni, di contiguità o di zone grigie con poteri mafiosi o criminali.

Provava rabbia nel vedersi confuso, nel gioco delle semplificazioni mediatiche e nel turbine che indica ogni cosa che appartenga alla politica o alle istituzioni come marcia e corrotta, con gli accusati della trattativa tra lo Stato e la mafia. D’Ambrosio con quella non c’entrava niente, la sua colpa era un’altra, aver troppo ascoltato e rassicurato un ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato, Mancino, che protestava la sua estraneità e chiedeva aiuto per non essere coinvolto nell’inchiesta palermitana.

La diffusione delle telefonate tra i due ha sollevato tanto clamore da far passare in secondo piano l’oggetto delle indagini: fare finalmente luce su uno dei momenti più bui della nostra storia, chiarire se, mentre Falcone e Borsellino venivano uccisi, c’era chi, nei palazzi del potere, cercava con i boss un accordo che mettesse fine alle stragi. Di sapere questo abbiamo bisogno, per scongiurare di trovarci ancora una volta a poggiare la nostra storia su verità mancate e giustizie tardive. E’ appena stato richiesto un processo e tra le persone per le quali si chiede il rinvio a giudizio c’è anche Mancino. Questo mostra che quelle telefonate non hanno avuto gli esiti sperati e che la giustizia non è stata intralciata. Ma D’Ambrosio è stato stroncato da un infarto prima di vedere la conclusione di questa vicenda e la sua morte lascia una tale quantità di tensione che finirà per avvelenare ulteriormente il dibattito in questo Paese.

E’ stato Giorgio Napolitano a dare la notizia della scomparsa del suo collaboratore, con un comunicato scritto di suo pugno da cui emerge tutta l’angoscia e il dolore del Presidente della Repubblica per una «campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose, senza alcun rispetto per la sua storia». Sì, perché la storia di Loris D’Ambrosio era tutt’altra, era fatta di battaglia per la legalità, di impegno antimafia, di conoscenza eccezionale delle leggi. Anzi, vale la pena ricordare come per anni sia stato accusato, in modo più o meno velato, di essere tutt’altro, di essere l’ispiratore delle motivazioni giuridiche capaci di bloccare, ritardare o bocciare le leggi berlusconiane. E molti di quelli che ieri sera lo hanno indicato come vittima dei pubblici ministeri fino a non troppo tempo fa lo vivevano come una spina nel fianco.

Avevo avuto modo di conoscere Loris D’Ambrosio nella preparazione delle celebrazioni per il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi e proprio lo scorso aprile – dopo la sentenza che ha chiuso senza condanne la strage di Piazza della Loggia – mi aveva parlato della necessità di dare attuazione alla legge sul segreto di Stato bloccata da anni. C’era in lui una sincera volontà di far fare un passo avanti alla conoscenza che abbiamo dell’altra grande stagione di misteri italiani, di spendersi perché si aprissero finalmente gli archivi riservati. Questa era la persona che avevo incontrato e che il pubblico ministero Ilda Boccassini ha ricordato come «un uomo che ha sempre salvaguardato l’autonomia e l’indipendenza della magistratura».

Ma la barbarie che si è impossessata di molti italiani, anche di quelli che chiedono a gran voce verità, giustizia e che dovrebbero avere perlomeno senso di legalità, ha fatto sì che una gran quantità di commenti apparsi su Internet alla notizia della morte siano assolutamente osceni.
Nessuna pietà, nemmeno il più elementare rispetto dei morti, ma dileggio, ironia e complottismi. Un fetore nauseabondo, un vizio tutto italiano che dura da decenni e di cui non riusciamo a liberarci. O recuperiamo il senso delle proporzioni e il rispetto per gli altri, abbandonando l’istinto al linciaggio e alla demonizzazione, oppure saremo davvero perduti.

twitter @mariocalabresi


Una lunga campagna e il nodo delle intercettazioni


Il palazzo in cui lavorano i pm di Palermo, che si sono occupati dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia

 

Da "Il Fatto quotidino" a Di PIetro, una martellante battaglia

fabio martini
roma


Sabato 16 giugno, in prima pagina con grande rilievo, “il Fatto Quotidiano” rivela per la prima volta l’esistenza di una corposa indagine sulla trattativa Stato-mafia del ’92-93 e lo fa con un titolo («I misteri del Quirinale») un’intervista al consigliere giuridico di Giorgio Napolitano e un editoriale di Marco Travaglio («Moral dissuasion»), che danno subito l’impronta a quella che diventerà nei successivi 40 giorni una campagna fatta di scavo giornalistico, di domande taglienti su quelli che vengono ritenuti «buchi neri» della vicenda ma anche di giudizi lapidari sul Presidente della Repubblica e su Loris D’Ambrosio.

Scrive quel giorno Travaglio: «Il triangolo telefonico Mancino-D’Ambrosio (Napolitano)-Messineo fa finalmente giustizia della pubblicistica oleografica che dipinge lo Stato da una parte e la mafia dall’altra». E quanto a D’Ambrosio, per connotarlo, si scrive che è stato «membro del discusso Alto Commissariato Antimafia ai tempi di Sica», ma dimenticando la collaborazione con Giovanni Falcone.

Nello stesso periodo si è sviluppata una parallela campagna politica contro Napolitano, in questo caso cavalcata da Antonio Di Pietro, un mix di pressanti richieste di chiarimento sui passaggi più opachi delle telefonate tra Nicola Mancino e il Quirinale, ma anche di accuse estremamente allusive. Come quando Di Pietro si è rivolto ai magistrati di Palermo, incoraggiandoli con un triplice «Resistere», di fatto paragonando Napolitano a Berlusconi. E accusando Napolitano di «tradimento», Di Pietro ha alluso (peraltro senza sposarla) a quanto di più infamante possa capitare ad un Presidente della Repubblica: una procedura di impeachment per «alto tradimento o attentato alla Costituzione».

Due campagne parallele che alla fin fine, sferzando inizialmente D’Ambrosio per le sue telefonate con Mancino, hanno via via cambiato obiettivo, mettendo nel mirino il Capo dello Stato. Certo, nel numero speciale di «Micromega» in edicola da ieri titolato «Un Presidente al di sopra di ogni sospetto», si rifiuta il termine di «campagna», perché usato dal Quirinale, ma al di là del termine lessicale restano i 40 giorni di martellamento, peraltro ricostruiti in modo documentale proprio dalla rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais.

Il campione della campagna è stato sicuramente il «Fatto quotidiano», che sia pure con un approccio che ogni tanto privilegia la presunzione di colpevolezza su quella di innocenza, oltre a dare ampio spazio alle telefonate tra D’Ambrosio e Mancino, il primo giorno aveva dato voce alla parte sotto «accusa», intervistando proprio il consigliere giuridico del Capo dello Stato e titolando il colloquio: «Gli atti di Napolitano sono coperti da immunità». Titolo oggettivo sulle parole espresse da D’Ambrosio e a suo modo preveggente circa i successivi sviluppi della vicenda.

Ad inizio campagna Travaglio solleva un punto delicato: «Nessun privato cittadino, a parte Mancino, può chiamare l’Sos Colle per lamentarsi di un’indagine». Poi, nei giorni successivi, le parole si fanno più lapidarie e sempre Travaglio scrive: «Si è scoperto che il presidente Napolitano e il consigliere D’Ambrosio si sono messi in testa di dirigere le indagini sulla trattativa al posto della Procura di Palermo».

In parallelo alla campagnainchiesta del «Fatto» si è mosso Di Pietro, puntando direttamente su Napolitano. Con un’escalation di argomenti a accuse culminate il 21 luglio, in una intervista dell’ex magistrato al «Fatto»: «Se fossi ancora un pm farei una requisitoria chiedendo la condanna politica del presidente della Repubblica, per effetto della sua confessione extragiudiziale...». Chiude la campagna il fascicolo speciale di «Micromega», nel quale Flores d’Arcais «punta» D’Ambrosio: «Se il presidente si chiamasse Cossiga, Saragat, Leone, Segni, Gronchi sono certo che di un loro consigliere giuridico che avesse attivato una linea “bollente” con un Mancino, sarebbero state chieste a voce unanime le dimissioni con ignominia».


D'Ambrosio, le telefonate intercettate e il ricorso alla Consulta del Quirinale

Il senatore ed ex vice presidente del Csm Nicola Mancino

Il  consigliere del Colle tirato in ballo insieme con Mancino


roma


Era finito al centro di forti polemiche Loris D'Ambrosio per le telefonate con l'ex presidente del Senato Nicola Mancino, intercettate dai pm di Palermo nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia. Polemiche che avevano spinto il Quirinale a intervenire per bollare come '«illazioni irresponsabili» le ipotesi di un intervento del Colle per `coprire´ Mancino e condizionare il lavoro dei magistrati.

Le conversazioni risalivano a quando Mancino - ora imputato per falsa testimonianza - non era ancora indagato, ma era stato sentito dai magistrati di Palermo come testimone al processo contro il generale Mario Mori. Ed erano telefonate di sfogo da parte dell'ex vice presidente del Csm che lamentava una disparità di vedute tra le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che si occupavano delle trattativa, riteneva che vi fosse un accanimento dei pm del capoluogo siciliano nei suoi confronti e voleva evitare il confronto in aula con l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli.

«Ho parlato con il Presidente e ho parlato anche con Grasso (ndr il procuratore nazionale antimafia) ma non vediamo molti spazi purtroppo...Adesso probabilmente il Presidente parlerà nuovamente con Grasso, vediamo un attimo anche di vedere con Esposito (ndr il procuratore generale della Cassazione) ...qualche cosa... la vediamo difficile la cosa...» diceva D'Ambrosio in una delle diverse conversazioni pubblicate dai giornali e che sollevarono un polverone. Proprio per stoppare le illazioni su interferenze nell'indagine di Palermo, fu il Quirinale stesso a render noto che Mancino aveva messo per iscritto le sue doglianze e che la lettera era stata trasmessa, attraverso il segretario generale del Quirinale, al pg della Cassazione; il tutto per «richiamare l'attenzione del pg sui problemi di

coordinamento fra le tre procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze» , «evitare contrasti» e «pervenire tempestivamente all'accertamento della verità su questioni rilevanti». Ed è stato Napolitano in prima persona a scendere in campo per difendere D'Ambrosio, senza mai prendere in considerazione l'ipotesi di sue dimissioni; come quando in visita all'Aquila ha parlato di «una campagna di insinuazioni e sospetti'' costruita nei confronti del presidente della Repubblica e «dei suoi collaboratori».

Quel politicamente corretto che ci rovina il divertimento

Eleonora Barbieri - Ven, 27/07/2012 - 09:45

Una signora è stata multata perché era sull'altalena con un bimbo. Ora tutto è pericoloso o illegale: e pensare che un tempo si guidava sulle ginocchia di papà...


A Dorno, provincia di Pavia, un signora di 56 anni ha commesso un reato grave: si è seduta sull'altalena, una di quelle a due posti, per fare giocare un bambino. Non è che volesse fingersi una ragazzina: è che quell'altalena funziona solo se ci sono due persone, a fare da contrappeso. Ma i vigili non hanno potuto tollerare tanta inciviltà: i giochi del parco sono proibiti a chi abbia più di dodici anni, la signora era chiaramente del caso, quindi le è toccata una multa di cento euro.



E pure il rimprovero del Moige, il Movimento genitori. Sì, il Movimento genitori non l'ha difesa: è d'accordo coi vigili. È inammissibile usare i giochi se si è troppo pesanti (magari la signora era esile come un ragazzino? chissà) e quindi gli agenti hanno fatto bene, hanno preservato la sicurezza dei nostri figli.Non è che sia giusto rovinare i giochi del parco, anzi. Ma possibile che oggi sia tutto complicato, scorretto, ai limiti della legalità? Possibile che quello che fino a pochi anni fa sembrava un divertimento normale, oggi sia un'azione quasi da criminali? Per esempio, per prendere familiarità con l'automobile è sempre stato comune provare a guidare sulle ginocchia del papà: non lecito ma, di fatto, tollerato, magari in qualche strada fuori dal traffico. Come stare a bordo del trattore in campagna. Provate a immaginare se oggi i vigili (per dire, quelli di Dorno, quelli che hanno multato la signora che si dondolava con un bambino) beccassero un papà che fa guidare il figlioletto in braccio: come minimo, da denuncia.

Figuriamoci le associazioni dei genitori, che parole troverebbero, per un gesto così sconsiderato.Addirittura i bambini, una volta, trovavano divertente appendersi alle aste del tettuccio apribile (si riusciva benissimo su auto molto flessibili come la mitica Diane) e ciondolare stile Tarzan: ovviamente, con l'auto in movimento. Provate a immaginare se i vigili di Dorno (o di Milano, per non sembrare accaniti) vedessero una mamma che si porta a spasso due pargoli che, anziché stare incastrati nel seggiolino di rigore, penzolano nell'abitacolo: che fine farebbe quella mamma? Ci vorrebbero le manette, forse.Del resto oggi tutto non solo ha il sapore di proibito, ma anche solo pensare di farlo ti conduce subito sulla sponda più terribile: quella dei genitori oggetto di riprovazione. È una categoria semplice, assoluta e falcidiante.

Ha il potere di bloccare l'azione sul nascere, perché influisce direttamente sul pensiero: è la forza del politicamente corretto, che rovina perfino i momenti di divertimento. È il motivo per cui vendere giornalini o regalini alle feste della parrocchia finisce per passare da sfruttamento minorile, il motivo per cui i bambini non giocano più nei cortili, non prendono più un ascensore da soli, non possono giocare a palla in riva al mare e neanche più scavare buche nella sabbia, in certe località della riviera (forse qualche vigile potrebbe finirci dentro, inavvertitamente, mentre controlla il decoro e misura i centimetri di bagnasciuga). Fra un po' saranno classificati come atti da baby gang anche gli scherzi al citofono: perché è così semplice multare uno che citofona (come una signora al parco con un bambino), mentre è così difficile fermare i piccoli sbandati o i delinquenti, quelli veri. Ed è molto più facile fare sentire un genitore come un criminale, che fare divertire un bambino.

In fila per dire grazie al garage simbolo della Milano liberata

Cristiano Gatti - Ven, 27/07/2012 - 09:39

Sul ricorso legale di questo silos sotterraneo, a due passi dal Duomo, è nata la madre di tutte le battaglie per la riapertura alle auto dei centri storici


Nel centrissimo della Milano da bere c'è l'epicentro della Milano che fa sognare. Tra Duomo e San Babila, una piazzetta minuscola, largo Corsia dei Servi: sotto alle aiuole, il multipiano «Mediolanum Parking», 3 euro la prima ora, improvvisamente luogo di pellegrinaggio per le moltitudini graziate. Il periodo di prime ferie non aiuta ad accalcare folle di utenti in festa, caroselli clacson tuffi nelle fontane come ai gol di Balotelli, ma i clienti che imbucano l'auto non mancano di lanciare un devoto grazie al custode oltre la vetrata della cassa.



Il signor Giuseppe è solo uno dei quattro dipendenti, ma ha orgoglio e soddisfazione da principale: «È una grande vittoria. Se il Consiglio di Stato ha ordinato di sospendere l'Ecopass, significa che la battaglia è giusta». Subito, però, i toni si smorzano: «Altro non posso dire: la titolare è fuori Milano per serissimi problemi familiari, non credo proprio che in queste ore abbia l'umore giusto per godersi la sentenza e parlarne con i giornalisti...».Questo parcheggio sotterraneo, dove è nata la madre di tutte le battaglie, nasce nei primi anni Settanta.

La signora Elisa Riva ne è proprietaria, una volta rimasta vedova dell'amato marito. Al tempo prima dell'Ecopass, i trecento posti venivano praticamente tutti occupati, ogni giorno, festivi compresi. La posizione è tremendamente centrale: ancora un passo e si parcheggia direttamente nella navata del Duomo. Ospiti degli alberghi vicini, uomini d'affari, signore dello shopping: lasciare l'auto al «Mediolanum» e ritrovarsi nel cuore della City, un attimo.

Tanto strategico fino a pochi mesi fa, con l'arrivo del pedaggio si ritrova simbolo depresso della nuova era: come gli avessero tirato filo spinato tutto attorno, è rimasto intrappolato dentro la temuta «Area C» (Area Crudele), dove la sola idea di passaggio costa cinque euro. È la famosa tassa che sta dividendo Milano da mesi, chi la trova perfetto deterrente per sgorgare il centro da traffico caotico e inquinamento fetido, chi la trova odiosa predoneria che serve solo a rovinare gli imprenditori della Milano più vera. Dal suo punto di osservazione, il testimone Giuseppe, parcheggiatore «Mediolanum», così si esprime:

«Non ci sono santi: dei trecento posti, in questo periodo ne riempiamo a fatica centosessanta, centosettanta. E come noi, tutti gli altri della famosa Area C. È una tragedia. Per noi significa lavoro. E con quali risultati, poi? Non mi pare che la nostra aria sia tanto migliore. Lo sappiamo tutti, ormai, che il vero inquinamento arriva dagli impianti di riscaldamento vecchi come Matusalemme...».
Evidentemente la questione milanese non può essere considerata - e velocemente liquidata - come tipica faccenda locale. Ancora una volta, Milano semplicemente affronta in modo pionieristico una piaga che tutte le città prima o poi saranno chiamate ad affrontare. Il problema è: può il ticket diventare soluzione?

Soprattutto: oltre che efficace, è equa? La battaglia legale è nata in fondo da questa domanda. Secondo tanti esercenti del centro, la soluzione ticket non è per niente equa. In allegato, i disastrosi effetti sulle loro attività. All'inizio si sono mossi in tanti, ma strada facendo il «Mediolanum» si è ritrovato in trincea, solo contro il moloch dell'editto comunale e del suo apparato burocratico. Nessuno avrebbe mai pensato che un parcheggio sarebbe riuscito a smantellare il trionfo della giunta Pisapia, ancora meno in maggio, quando il Tar lombardo aveva bocciato il ricorso. Ma sfidando la logica, rifiutando la rassegnazione, la signora Elisa Riva ne ha fatto una questione di principio, arrivando fino alla fine, direttamente davanti al Consiglio di Stato.

Adesso sono tutti qui, troupe televisive e curiosi di città, a chiedersi come sia possibile che proprio da questo budello sotterraneo, negli scantinati del centro, la temeraria offensiva abbia raggiunto il bersaglio, scatenando un simile sconquasso. Per tanti milanesi, per tanti pendolari che arrivano da fuori per lavorare - anche questo va urlato: chissà perché, quando si parla di buttare fuori le auto dalle città, si pensa soltanto alle belle signore in giro per shopping sui Suv o agli sfaccendati che ciondolano da un locale all'altro sulle decapottabili -, per tanti milanesi e per tanti pendolari Milano è finalmente libera, neanche fossero passate altre Cinque giornate.

Stavolta dalle barricate sono volate carte bollate. Ma almeno fino ad ottobre, quando il Consiglio di Stato rivedrà l'intera questione, la famigerata «Area C» non è più inviolabile («Area Conquistata»). Così, i clienti potranno parcheggiare di nuovo al «Mediolanum Parking», con un minimo di soggezione, per l'eroismo dimostrato nella gloriosa battaglia. E prima o poi anche il parcheggiatore Giuseppe, o chi per lui, certamente si accorgerà dell'umorismo involontario ancora appeso con lo scotch sul vetro della cassa: «Qui in vendita i biglietti Ecopass per l'Area C».

di Cristiano Gatti