domenica 22 luglio 2012

Tour: primo trionfo britannico Vince Wiggins, secondo Froome

Corriere della sera

 

Inoltre anche l'ultima tappa è stata vinta in volata da Cavendish

 

 

La Grand Boucle a un britannico[an error occurred while processing this directive]MILANO - Mai in 99 edizioni un ciclista britannico era salito sul podio al Tour de France. Nel 2012 i sudditi di Sua Maestà si prendono le prime due piazze con Bradley Wiggins in maglia gialla davanti al suo fido scudiero Chris Froome (detto il Keniano bianco perché nato a Nairobi e possessore di doppio passaporto). Inoltre il britannico Mark Cavendish vince in volata la prestigiosa ultima tappa sui Campi Elisi portando a tre i suoi successi di tappa quest'anno e 23 in tutto, quarto nella storia del Tour (più dieci tappe al Giro). L'onore italiano è salvato dal terzo posto in classifica assoluta del messinese Vincenzo Nibali, che ha chiuso a 6'19" da Wiggins.

 

 Tour: il trionfo di Wiggins Tour: il trionfo di Wiggins Tour: il trionfo di Wiggins Tour: il trionfo di Wiggins Tour: il trionfo di Wiggins

 

WIGGINS - Wiggins, 32 anni, è alla sua prima grande vittoria, ma nel mondo del ciclismo è tutt'altro che uno sconosciuto. Alle Olimpiadi di Sydney 2000 vinse un bronzo nell'inseguimento a squadre. Quattro anni dopo ad Atene le medaglie furono addirittura tre: oro nell'inseguimento individuale, argento a squadre e bronzo nella specialità su pista chiamata Madison. A Pechino 2008 si prende altri due ori: inseguimento individuale e a squadre. Al Tour ha un quarto posto nel 2009, nel 2010 è terzo alla Vuelta e quest'anno prima del Tour si è aggiudicato la Parigi-Nizza, il Giro della Romandia e il Giro del Delfinato.

 

 

Redazione Online22 luglio 2012 | 21:16

Ottuagenario lucido e capace, non si può frenare la sua marcia verso l’altare

La Stampa

 

In materia di matrimonio, in linea di principio è esclusa la facoltà di opposizione per la incapacità naturale di uno dei nubendi; l’unica eccezione concerne quella promossa dal Pubblico Ministero, fondata sullo stato di infermità di mente di uno dei futuri sposi in quanto – a causa dell’età – non possa essere promossa l’interdizione. L’unico motivo, legato all’anagrafe, che impedisce la promozione del giudizio di interdizione è quello del minore emancipato non ancora diciassettenne. Pertanto, fuori dai casi in cui l’età esclude il giudizio di interdizione, la misura di protezione contro il matrimonio contratto dall’infermo di mente, è la richiesta di misura interdittiva accompagnata dalla istanza per la sospensione della celebrazione del matrimonio.

Quando non si ha capacità di contrarre matrimonio? La Procura di Varese presentava, ex art. 102, c. 5, c.c., opposizione alle pubblicazioni matrimoniali di due persone (un “giovinetto” classe 1928 e una donna più giovane), a seguito dell’esposto presentato dal figlio del nubendo. Il Giudice premette che l’eventuale istituzione di una amministrazione di sostegno (art. 404 c.c.), in favore del futuro sposo, non comporterebbe, come conseguenza naturale, l’incapacità dell’uomo a convogliare a nozze posto che l’unica limitazione alla capacità di contrarre matrimonio, posta dal Codice a tutela dei soggetti vulnerabili, è quella di cui all’art. 85 c.c. per l’interdetto per infermità di mente. L’opposizione al matrimonio, promossa dal Pubblico Ministero, può fondarsi sullo stato di «infermità di mente di uno dei nubendi in quanto a causa dell’età non possa essere promossa l’interdizione».

L’unica motivazione, legata all’età, che impedisce la promozione del giudizio di interdizione è quella del minore emancipato che non abbia compiuto il diciassettesimo anno. Pertanto, fuori dai casi in cui l’età esclude il giudizio di interdizione, la misura di protezione, contro il matrimonio contratto dall’infermo di mente, è la richiesta di misura interdittiva accompagnata dalla istanza ex art. 85 c. 2 c.c. per la sospensione della celebrazione del matrimonio. Il panorama delle pronunce pregresse fa capire come siano reputate ammissibili – in materia di opposizione alle nozze – solo le cause che costituiscano causa di impedimento del medesimo, con esclusione quindi dell’incapacità naturale.

Quindi «appare incongruo» estendere il potere di impedire preventivamente il matrimonio a soggetti e a casi che non legittimerebbero la richiesta di declaratoria di invalidità del medesimo matrimonio, qualora celebrato, come appunto avviene nel caso di incapacità naturale. Infine il Giudice (decreto depositato il 9 luglio 2012) rileva come né fosse ravvisabile uno stato di infermità tale da rappresentare una patologia portatrice di disturbi mentali; né come suddetta patologia avesse inciso sulle capacità di autodeterminazione verso un atto – il matrimonio – privo di contenuto patrimoniale. L’ottuagenario, sveglio e arzillo, nonché lucidissimo, può dunque dirigersi all’altare, prescindendo da ogni influenza esterna.

L'Apocalisse arriverà fra 16,7 miliardi di anni

Luisa De Montis - Dom, 22/07/2012 - 16:48

 

Un lento, graduale e inesorabile "strappo" provocato dall’energia oscura, ossia la forma ancora misteriosa di energia che costituisce il motore dell’espansione dell’universo e che lo occupa per il 70%

 

La buona notizia è che la "fine" dell’Universo avverrà tra 16,7 miliardi di anni. Quella brutta, invece, è che la Terra scomparirà sedici minuti prima dell'Armageddon finale. Insomma, possiamo stare tranquilli, in barba alle profezie dei Maya: l'Apocalisse non ci coglierà ancora per un bel po' di tempo. Purtroppo nessuno potrà assistere allo "spettacolo".

 

 

A elaborare i calcoli che hanno permesso di determinare a grandi linee la fine del mondo e dell'Universo sono stati i fisici teorici dell’Accademia cinese delle scienze. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science China, rivela che si tratterà di un lento, graduale e inesorabile "strappo" provocato dall’energia oscura, ossia la forma ancora misteriosa di energia che costituisce il motore dell’espansione dell’universo e che lo occupa per il 70 per cento. L’energia oscura porterà l’Universo ad espandersi fino a provocare "strappi" che lo ridurranno in brandelli. Lo studio dell’Accademia cinese delle scienze ha stimato i tempi di una delle più importanti ipotesi sul destino finale dell’Universo proposta nel 2003, la teoria del "Big Rip" o grande strappo.

Secondo la "cronologia" del fenomeno dovuto all’espansione accelerata dell’Universo, a sua volta causata dalla presenza dell’energia oscura, lo smembramento della Via Lattea avverrà 32,9 milioni di anni prima della "fine", e la dissoluzione del nostro pianeta appena 16 minuti prima della morte dell’Universo.

I prestiti e la villa, quei 40 milioni sospetti «Così Dell'Utri ricattava Berlusconi»

Corriere della sera

 

Per l'accusa l'ex premier pagò il silenzio nei processi

Da uno dei nostri inviati  GIOVANNI BIANCONI

 

PALERMO - Sono tanti soldi, più di quaranta milioni, quelli che Silvio Berlusconi ha versato a Marcello Dell'Utri negli ultimi dieci anni. Il prezzo del ricatto, secondo l'accusa, esercitato sull'ex presidente del Consiglio da uno dei più stretti collaboratori colluso con la mafia. Il quale, per tacere particolari scomodi o per altre ragioni legate alle sue «relazioni pericolose» con i boss, ha costretto Berlusconi a pagarlo profumatamente. Anche di recente. Almeno fino alla vigilia della sentenza della Cassazione, dopo la quale sarebbe potuto finire in galera. A meno di darsi a una clamorosa latitanza. Invece evitò la cella perché la Corte annullò la condanna, pur confermando i rapporti dell'imputato con Cosa Nostra negli anni Settanta e Ottanta. Ma il ricatto, nell'ipotesi della Procura di Palermo, non s'è mai fermato.

 

 

Solo la metà di quel fiume di denaro risulta formalmente giustificata dall'acquisto di villa Comalcione a Torno, sul lago di Como. Venduta da Dell'Utri a Berlusconi per 21 milioni l'8 marzo scorso (il giorno prima del giudizio della Corte suprema, per l'appunto), nonostante una valutazione del 2004 fissasse il prezzo della lussuosa abitazione a «soli» 9,3 milioni. Tutto il resto non ha motivazione ufficiale, e i versamenti dai conti bancari dell'ex premier a quelli del senatore e di sua moglie sono stati registrati sempre sotto la stessa voce: «prestito infruttifero». Stesso discorso per la donazione di titoli bancari.

I magistrati considerano Berlusconi vittima della presunta estorsione realizzata dal senatore del Pdl che lo aiutò a fondare Forza Italia e l'ha accompagnato in tutta la sua avventura politica. E come lui sua figlia Marina, giacché alcuni pagamenti sono arrivati da conti correnti cointestati a lei. Per questo entrambi sono stati convocati.

 

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La nuova indagine nasce da uno stralcio di quella sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia al tempo delle stragi, tra il '92 e il '94, all'interno della quale un anno fa la Procura di Palermo acquisì le prime tracce dei movimenti milionari scovati dalla Guardia di Finanza nell'ambito dell'inchiesta romana sulla cosiddetta P3 (Dell'Utri è imputato anche lì): 9 milioni e mezzo elargiti in tre tranche : 1,5 il 22 maggio 2008, tratto da un conto del Monte dei Paschi di Siena, e altri 8 tra il 25 febbraio e l'11 marzo 2011, arrivati da una filiale milanese di Banca Intesa private banking. Dopo gli approfondimenti degli investigatori delle Fiamme gialle sono venuti alla luce altri movimenti bancari sospetti, è così scattata la nuova ipotesi di estorsione. Collegata, più che alla trattativa, al processo per concorso in associazione mafiosa a carico del senatore.

Proprio mercoledì è cominciato il nuovo dibattimento di appello, dopo l'annullamento della Cassazione. Che però è stato parziale, poiché alcune parti della precedente sentenza sono state confermate. Come quella in cui è sancita la colpevolezza del senatore per i fatti precedenti al 1974. È stato definitivamente accertato che Dell'Utri, «avvalendosi dei rapporti personali di cui già a Palermo godeva con i boss, realizzò un incontro materiale e il correlato accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l'imprenditore amico Berlusconi», hanno scritto i giudici. Un'intermediazione da cui derivò «l'accordo di protezione mafiosa propiziato da Dell'Utri» in favore del futuro presidente del Consiglio. In questa trama criminale è rimasto impigliato il solo senatore, mentre Berlusconi non ha subito conseguenze nonostante le inchieste subite (è stato più volte inquisito dalla Procura di Palermo, ma sempre archiviato) sulla misteriosa origine dei suoi capitali. Oggi l'ipotesi dell'accusa è che con quei quaranta milioni, e chissà quali altre «donazioni» non ancora scoperte, l'ex premier abbia comprato il silenzio del suo amico e collaboratore su qualche particolare che poteva trasformarlo da vittima dei boss in un complice consapevole dei traffici di Cosa Nostra.

 

 

In questa ricostruzione Berlusconi è diventato dunque vittima di Dell'Utri, dopo esserlo stato della mafia per i ricatti dai quali il senatore lo avrebbe liberato grazie ai suoi «buoni uffici» negli anni Settanta e Ottanta. Ad esempio attraverso l'assunzione come stalliere nella villa di Arcore del «picciotto» Vittorio Mangano, «indicativa di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia», scrivono ancora i giudici della Cassazione.

La convocazione dell'ex premier in Procura coincide con quella chiesta dal sostituto procuratore generale nel nuovo processo d'appello a Dell'Utri. Anche in quel giudizio l'ex capo del governo è considerato dall'accusa una «persona offesa» dai reati attribuiti all'imputato. Nel 2002, ascoltato dal tribunale, si avvalse della facoltà di non rispondere poiché all'epoca era indagato in un procedimento connesso. Oggi non lo è più, e quindi sarebbe obbligato a rispondere. Come in Procura. I legali di Dell'Utri si sono opposti alla sua testimonianza. La Corte d'Appello deciderà, i procuratori hanno già deciso.

L'acquisto della villa sul lago di Como, oltre a non spiegare l'intera somma dei versamenti, agli inquirenti sembra un paravento. Al di là della sopravvalutazione rispetto alla stima del 2004, infatti, Dell'Utri giustificò i «prestiti infruttiferi» del 2008 e del 2011 con i restauri da effettuare in quella residenza. Finanziati da Berlusconi, dunque, che alla fine avrebbe l'avrebbe pagata più di 30 milioni. Un po' troppo, pensano i pubblici ministeri in attesa di spiegazioni.
Giovanni Bianconi

 

19 luglio 2012 | 20:05

Non molla un centimetro sui matrimoni gay e confessa: "La rinuncia al sesso pesa"

Libero

 

Ribadisce il "no" sui matrimoni gay e confessa: "La rinuncia al sesso pesa"

Vista da Benny

 

Rosy Bindi non molla un centimetro e, intervistata da Repubblica, ribadisce: "Una normativa sui diritti delle coppie gay nei dintorni di quella tedesca va bene", ma niente matrimonio "perché è incostituzionale" e "la Costituzione tedesca non è quella italiana. La contraddizione - prosegue la presidente del Partito Democratico - è di chi nel mio partito non ha capito la normativa tedesca". La Bindi dice ancora di no alle nozze gay dopo la contestazione subita alla festa del Pd a Roma.

La risposta a Beppe Grillo - La Bindi spiega poi che gli insulti che ha ricevuto dimostrerebbero che "sfido i maschilisti", e che in ogni caso "nessuno mi rottamerà". Quindi la risposto al duro attacco di Beppe Grillo, che le ha dato della "sessuofoba": "Non lo sono. Ripeto quello che dissi anni fa: la rinuncia al sesso mi pesa ma le rinunce valgono per le cose che ci piacciono, non per quelle che ci fanno schifo". Quanto alle reazioni nel Pd, la Bindi si è detta "amareggiata da certi comportamenti", e "penso che Barbara Pollastrini, Gianni Cuperlo e i cosiddetti laici vogliano un partito della sinistra, semplice erede del Pci-Pds-Ds, mentre il Pd su cui ho scommesso io è un partito plurale".

Tav, scontri violenti in val di Susa Ancora agenti feriti, il Siap protesta

Corriere della sera

 

Tra No-Tav e polizia. Lanci di petardi e bombe carta, uso di idranti e lacrimogeni. Attacco alle reti del cantiere

 

 

Violenti scontri tra forze dell'ordine e manifestanti No Tav sono avvenuti sabato sera in Val di Susa, vicino al cantiere La Maddalena di Chiomonte. Gli attivisti hanno attaccato le recinzioni riuscendo in qualche caso ad abbatterle e hanno lanciato petardi e bombe carta contro le forze dell'ordine che hanno risposto con lacrimogeni e idranti. Nei tafferugli è rimasto anche ferito il capo della Digos, Giuseppe Petronzi: il dirigente, riferiscono fonti della Questura di Torino, è stato colpito da una bomba carta, che lo ha buttato a terra, bruciandogli i vestiti e provocandogli ustioni nella parte inferiore del corpo. Ai margini del cantiere è anche scoppiato un principio di incendio che fonti No-Tav attribuiscono al lancio dei lacrimogeni.

 

CESOIE - L'attacco alle recinzioni del cantiere Tav è cominciato intorno alle 22.15 . Le recinzioni si estendono complessivamente per oltre 2.700 metri lineari. Gli attivisti si sono attestati dal lato della val Clarea, all'altezza di quello che sarà l'imbocco del futuro tunnel esplorativo dell'opera pubblica. Hanno iniziato violenti tentativi di danneggiamento alle reti con cesoie di grosse dimensioni e di tentativi di rovesciare le pareti di calcestruzzo. È seguito un fitto lancio di grossi petardi, bombe carta e bulloni sulle forze di polizia schierate a protezione del cantiere basso. Contestualmente, all'altezza delle reti che proteggono l'area archeologica situata dietro al Museo, i manifestanti hanno lanciato pietre e bulloni. Le forze dell'ordine hanno risposto con idranti e lacrimogeni. È stata anche danneggiata e sabotata una delle torri faro che illuminano il cantiere, alla quale è stato appiccato il fuoco: sono intervenuti i vigili del fuoco. I danneggiamenti in alcuni punti della recinzione non hanno comunque compromesso la protezione del cantiere Tav di Chiomonte, che continua ad essere assicurata dal dispositivo di sicurezza. E' quanto ha comunicato la Questura di Torino, che ha denunciato di aver subito gravi danni ai mezzi a causa del lancio di pietre, bombe carta e oggetti contundenti.

LA PROTESTA DELLA POLIZIA - Il Siap, Sindacato italiano degli appartenenti alla polizia, protesta: «Occorre subito sgombrare l'area: non è più accettabile subire in silenzio una situazione tanto assurda, in Val Susa non c'è più alcun movimento democratico di protesta», scrive in una nota il segretario generale provinciale Pietro Di Lorenzo. «Lo Stato non può tollerare oltre questa sfida», ha concluso.

 

AUTOSTRADA CHIUSA - Le troppe pietre lanciate dal centinaio di antagonisti che sabato sera ha attaccato le recinzioni del cantiere della Tav a Chiomonte ha reso necessario proibire la circolazione autostradale nella direzione Bardonecchia- Torino. Lo ha comunicato la Questura di Torino, aggiungendo che i manifestanti si sono attestati nei pressi dell'imbocco della galleria di Giaglione, all'altezza dell'uscita di servizio del viadotto Clarea. Lancio di pietre e oggetti contundenti contro le pattuglie della Polizia stradale poste a protezione del varco di servizio autostradale. Proprio la quantità delle pietre lanciate sull' autostrada ha creato un pericolo tale da compromettere la sicurezza della viabilità. In tarda l'autostrada è stata riaperta e una buona parte degli attivisti che hanno preso parte all'assalto alle reti ha fatto ritorno al campeggio No tav in regione Gravella, da dove era partito il corteo.

 

Redazione Online21 luglio 2012 (modifica il 22 luglio 2012)

Tragedia al Rally di Lucca: muoiono pilota e navigatrice

Corriere della sera

 

Valerio Catelani, 37 anni, e Daniela Bertoneri, 34, carbonizzati nella loro auto. I due erano una coppia

 

Due morti a Lucca, durante una gara di rally: il pilota e la navigatrice di un'auto, Valerio Catelani, 37 anni, e Daniela Bertoneri, 34. Sono morti carbonizzati nella loro macchina da corsa incendiatasi dopo un'uscita di strada al 47° Rally Coppa Città di Lucca. I due correvano su una Peugeot 207 S2000. L'incidente è avvenuto nella notte in località Brancoli, dopo 3,5 km della quarta prova speciale. La gara è stata sospesa dagli organizzatori.

 

LA COPPIA - I due erano una coppia fissa nei rally da oltre dieci anni, ma anche nella vita. Valerio Catelani era nato a Pietrasanta il 20 ottobre 1974, mentre Daniela Bertoneri, originaria di Massa, era nata il 13 novembre 1977. Non erano professionisti, ma insieme formavano un equipaggio cosiddetto gentleman driver. I due, uniti da una relazione sentimentale che durava da tempo, gestivano un locale a Forte dei Marmi (Lucca) e i rally erano lo sport che praticavano insieme con passione. Da anni prendevano parte alle gare che si svolgono in Toscana con vetture impegnative. Noto al pubblico degli appassionati, quest'anno Catelani stava lottando per vincere la particolare classifica della zona. Catelani, viveva a Forte dei Marmi, dove lavorava nel bar del padre Giuseppe, il Caffè Sambo, in pieno centro nella nota località di mare. Anche Daniela, originaria di Massa, e soprannominata Gazzé, lavorava nel bar della famiglia Catelani.

LA DINAMICA - Secondo una prima ricostruzione, l'auto si sarebbe incendiata subito, mentre i due occupanti sono rimasti imprigionati all'interno. L'incidente è avvenuto ad una curva a sinistra, veloce e stretta, dove la Peugeot, che nei rally correva col nome d'arte Gazzè, è andata dritta, ha buttato giù un muretto e poi si è incastrata sotto il piano stradale, in un avvallamento, quindi ha preso fuoco. La vettura, col numero 7, era partita dallo start alle 4.12 e l'incidente è avvenuto circa due minuti dopo. I primi soccorsi sono stati portati dal pubblico presente in quel tratto e dagli altri equipaggi in gara, che hanno usato gli estintori di bordo per tentare di spengere il fuoco. La prova speciale di Brancoli è stata interrotta nel giro di minuti, appena è risultato che la vettura non stava transitando ai punti intermedi presidiati dagli ufficiali di gara. Nel punto dell' incidente sono stati inviati i team di soccorso sanitario e tecnico che gli organizzatori di rally sono tenuti a predisporre lungo il percorso. Sul posto anche vigili del fuoco e polizia stradale. Al momento dell'incidente era in testa alla gara il pluricampione italiano di rally Paolo Andreucci, sei volte tricolore, che è lucchese e che aveva accettato l'invito degli organizzatori di partecipare alla manifestazione con la sua Peugeot 207 ufficiale schierata dalla casa francese nel campionato italiano.

 

Redazione Online22 luglio 2012 | 10:29

Vaticano, il Papa punisce l'ateneo latino americano ribelle

La Stampa

 

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CITTA’ DEL VATICANO - Dopo un estenuante tira e molla l’università pontificia ribelle ha rifiutato di sottomettersi alle regole e ai controlli del Vaticano e il cardinale Bertone, di conseguenza, le ha tolto il diritto di usare i titoli di «Pontificia» e «Cattolica». Finisce così, con una punizione esemplare, un braccio di ferro che si protraeva ormai da anni e che ha dato non poco filo da torcere alla Santa Sede.La Pontificia Università Cattolica del Perù, fondata nel 1917 ed eretta canonicamente con Decreto della Santa Sede nel 1942, è una delle più importanti realtà accademiche del continente latino americano ma il suo prestigio andava di pari passo alla fama di essere un ateneo eccessivamente ’liberal’ e autonomo, troppo disposto ad accogliere docenti di teologia non allineati. Il redde rationem con il Vaticano si è avuto all’inizio di quest’anno quando il Segretario di Stato, dopo avere sentito il Papa, ha dato l'ultimatum all’ateneo peruviano.

Entro Pasqua avrebbe dovuto dare una risposta definitiva e dimostrare di volere adeguare i suoi statuti alla Costituzione apostolica Ex Corde Ecclesiae (15 agosto 1990). Ma alla data fatidica dal Perù non sono arrivate risposte attese. Mesi addietro il Papa, proprio per evitare lo scontro frontare e proprio per capire meglio il contenzioso, aveva anche spedito a Lima un visitatore incaricato di redigere un rapporto. Sono poi seguite altre riunioni ma senza troppi risultati. Ultimamente il rettore dell’università ribelle ha inoltrato a Bertone due lettere nelle quali elencava le ragioni che impedivano l'attuazione di quanto richiesto, condizionando la modifica degli statuti alla rinuncia da parte dell’arcidiocesi di Lima al controllo della gestione dei beni dell’Università anche se la partecipazione dell’arcidiocesi al controllo della gestione patrimoniale dell’ente era stata più volte confermata con sentenze dei Tribunali civili peruviani.

Insomma, una guerra in piena regola per fare valere la propria autonomia. Oggi con un comunicato il Vaticano ha fatto sapere che «dinanzi a tale atteggiamento la Santa Sede si è vista costretta ad adottare il provvedimento». La Santa Sede spera che in futuro l’ateneo possa arrivare a più miti condizioni, e rivedere le proprie posizioni, ma nel frattempo ha preso le distanze». I guai però sembrano non essere ancora finiti. Perchè l’università che è stata fondata nel 1917 grazie all’eredità di un ricco pensatore peruviano, José de la Riva-Aguero y Osma, che ha condizionato il suo lascito ad una struttura chiaramente cattolica, rischia di perdere i suoi beni.

Esisterebbe, infatti, un articolo della costituzione dell’ateneo, mai modificato, che prevede che tutti i beni vengano trasferiti all’arcivescovado di Lima, che a sua volta dovrebbe destinarli a un’altra opera d’istruzione. Tutto questo se viene a mancare il titolo di «cattolica», proprio come è accaduto. Nei prossimi mesi si capiranno che mosse strategiche ha in serbo l’ateneo.

Sabato 21 Luglio 2012 - 13:53
Ultimo aggiornamento: 14:50

Isola di silicone

La Stampa

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YOANI SANCHEZ

 

“Queste me le ha impiantate un dottore durante il suo turno di guardia”, mi racconta mentre si tocca il petto con orgoglio sopra la camicetta. Dopo indica il sedere e fa una smorfia: “questo non è venuto tanto bene perché il chirurgo non era molto pratico”. Quando le chiedo dove ha ottenuto le protesi di silicone che con grande evidenza si notano sul suo corpo, mi risponde che indossa soltanto “cose di marca” e per questo ha chiesto al suo fidanzato italiano di portargliele. “La seconda parte è stata più facile, come sai, è bastato pagare un dottore perché eseguisse l’operazione”. Le confesso di non essere molto preparata su questo argomento, che le sale operatorie mi spaventano e che da diversi anni mi sono abituata alla figura sgraziata che vedo allo specchio. Nonostante tutto, le chiedo maggiori informazioni, e lei mi conferma ciò che intuivo: l’esistenza di una rete illegale di chirurgia plastica localizzata negli stessi centri ospedalieri che prestano cure gratuite.

La pratica è stata potenziata alla fine degli anni Novanta e all’inizio le principali clienti erano jineteras (prostitute d’alto bordo, ndt) i cui fidanzati stranieri si sobbarcavano le spese. Ma adesso si è andata estendendo anche a persone di entrambi i sessi che dispongono delle risorse per ottenere il corpo dei loro sogni. Di solito, entrano in ospedale con una falsa cartella clinica, per qualche malattia di cui in realtà non soffrono e dopo poche ore che sono usciti dalla sala operatoria vengono mandati a casa per la convalescenza. Nei registri ospedalieri non resta traccia di questi interventi chirurgici e una buona parte dei materiali utilizzati vengono acquistati sul mercato nero dallo stesso personale medico. Tutto deve essere fatto nel modo migliore, perché un reclamo potrebbe far venire allo scoperto la rete delle persone coinvolte. La discrezione è fondamentale e raramente il paziente viene seguito per sapere se ha avuto reazioni impreviste. “Siamo tutti adulti, quindi ognuno è responsabile di ciò che può accadere”, ha detto il dottore alla mia amica prima che l’anestesia facesse effetto

A un prezzo che oscilla tra i 750 e i 900 CUC (il valore del CUC è pari al dollaro, ndt), i seni artificiali sono l’operazione più richiesta tra tutta l’ampia gamma di impianti clandestini che vengono praticati. Ci sono siti Internet come Revolico.com dove si possono trovare taglie di ogni tipo e le marche più comuni sono Mentor e  Femme. A quel prezzo si dovrà aggiungere “la mano d’opera”, che va dai 500 ai 700 CUC, se si tratta di specialisti affermati in questo tipo di attività. Alcuni principianti lo fanno a prezzi più bassi, ma i risultati lasciano molto a desiderare. Per un chirurgo cubano, il cui salario raggiunge appena l’equivalente di 30 CUC mensili, fare queste operazioni è una tentazione molto forte. Tuttavia, sa che il pericolo di essere scoperto e che gli venga ritirato il diritto a esercitare la medicina è molto alto. Per questo i nostri medici si proteggono entrando a far parte di organizzazioni che comprendono la parte amministrativa e direttiva degli ospedali. Risultano coinvolti operatori di ogni tipo: barellieri, estetiste, infermiere e funzionari della salute pubblica. La cosa peggiore che possa accadere è che qualcuno muoia sul tavolo operatorio; in questo caso si dovrà inventare qualche malattia cronica per giustificare il decesso.

Alcune settimane fa, la blogger Rebeca Monzó ha rivelato in un tweet uno tra i tanti scandali di chirurgia illegale. Lo scenario in questo caso era l’ospedale Calixto García, ma potrebbe essere stata qualunque altra sala operatoria della città. Senza entrare nei particolari dell’accaduto, si parla di un’intera sala clandestina riservata a pazienti stranieri e cubani che potevano permettersi di pagare gli interventi. La voce popolare riferisce che tutto è stato scoperto quando una turista recentemente operata ha avuto un emorragia in aeroporto al momento di uscire da Cuba, ma questa potrebbe essere soltanto una leggenda metropolitana. La sola cosa certa è che come il resto della nostra esistenza, anche la medicina sta vivendo una doppia realtà, due dimensioni distinte. Una è quella dei pazienti che non possiedono risorse per elargire mance o per pagare i dottori e l’altra riguarda coloro che possono permettersi una chirurgia a loro piacimento. Possedere risorse materiali può servire ad accelerare i tempi e ad aumentare la qualità di ogni trattamento; far apparire in tempo il filo di sutura, le radiografie, i medicinali antitumorali. Tutto comincia regalando una saponetta alla dentista che ci guarisce una carie dentaria fino ad arrivare a una sala sterilizzata dove una straniera pratica un aborto o una cubana si fa innestare un seno artificiale.

 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Così il luciferino Pannella è riuscito a rubarmi la vita

Stefano Lorenzetto - Dom, 22/07/2012 - 10:31

 

Danilo Quinto si converte e subito viene trasformato in impostore: "Ho portato 45 milioni di euro in 10 anni: vi racconto come li sperperava"

 

Il re è nudo. Nudo come quella volta che ricevette un attonito Gaetano Quagliariello, facendosi trovare in ammollo nella vasca da bagno a piagnucolare: «Vorresti dimetterti proprio ora e lasciarmi così? Non ti rendi conto del dolore che mi dai?», e l'attuale senatore del Pdl non riuscì a dire nulla, «capii solo che dovevo sottrarmi e scappare», avrebbe confessato anni dopo. È devastante il ritratto di Marco Pannella che esce dalle 208 pagine del libro Da servo di Pannella a figlio libero di Dio, scritto da Danilo Quinto, per dieci anni tesoriere del Partito radicale, edito da Fede & Cultura e dedicato alla «più formidabile macchina mangiasoldi della partitocrazia italiana», così il sottotitolo, «una famiglia allargata dove tutto ciò che era privato diveniva anche pubblico, dove ci si accoppiava e ci si cornificava fra di noi, dove il massimo della gratificazione era salutare Pannella baciandolo sulle labbra quando si presentava alle riunioni mano nella mano con l'ultimo dei suoi fidanzati ventenni e lo imponeva come futuro dirigente o parlamentare».Anche Quinto a un certo punto della propria vita ha capito che doveva svincolarsi dall'abbraccio soffocante del suo attempato pigmalione e fuggire.

 

 

Alla fine c'è riuscito. Ma a che prezzo: «Tre gradi di giudizio nel tempo record di quattro anni, con una sentenza della Cassazione che, pur riducendomi la pena di oltre la metà e concedendomi il beneficio della non menzione, mi condanna a 10 mesi per appropriazione indebita, consentendo a Pannella di darmi pubblicamente dell'impostore, dell'estorsore e del millantatore. Peggio di Luigi Lusi, insomma».Il leader radicale dimentica di aggiungere che dev'essere anche un vero cretino, questo Quinto, che dal 1995 al 2005 ha procurato al partito finanziamenti per ben 45 milioni di euro, ne ha maneggiati 19.651.357 di entrate e 20.976.086 di uscite, eppure si sarebbe degnato di mettersi in tasca solo un misero 0,32% di questo fiume di denaro, cioè 206.089,23 euro, «spese effettuate con la carta di credito, facenti parte

del mio stipendio, sulle quali ho persino pagato le tasse, tutte regolarmente contabilizzate, oggetto di ricevute e dichiarate nei bilanci approvati dai vari congressi», ma sulle quali la magistratura in primo grado ha evitato di ordinare una perizia nonostante l'imputato non si rifugiasse nella prescrizione, e sarebbe arrivato a sgraffignare l'astronomica somma di 2.151,77 euro nell'ultimo anno in cui era in carica, e oggi è costretto a vivere della sua povertà: «Non possiedo una casa e neppure un'auto, non ho un conto corrente, sono indebitato fino al collo, ho dovuto abbandonare Roma e rifugiarmi nella natia Bari, mantengo la famiglia con un contratto a progetto da 1.200 euro al mese che scadrà il 31 dicembre, non avrò mai diritto alla pensione».

Peccato che Pannella si sia accorto solo dopo vent'anni che il suo collaboratore di fiducia era «un impostore dedito ad attività truffaldina», nonostante la conclamata bravura nel reperire tutti i mesi i soldi per pagare gli stipendi ai 150 dipendenti del Partito radicale. Una resipiscenza sopraggiunta peraltro solo il giorno in cui Quinto ha avviato una causa per vedersi riconosciuto dai giudici il dovuto, e cioè 6 milioni di euro, poi ridotti a 2: «Vent'anni di lavoro occasionale per 13-14 ore al giorno, senza contratto, senza contributi versati all'Inps, senza ferie, con presenza in sede anche il sabato, la domenica, a Natale, a Capodanno, a Pasqua. Aggiunga il mancato riconoscimento del rapporto subordinato, il mancato adeguamento dello stipendio al ruolo dirigenziale e la mancata corresponsione del Tfr».

La causa è pendente davanti alla Corte d'appello di Roma.Quinto, 56 anni, giornalista, un esame mancante alla laurea in giurisprudenza, s'è persuaso che il re nudo sia la personificazione di Satana e assicura d'averne avuto una controprova il giorno in cui, dimessosi dall'incarico di tesoriere, andò a ritirare le sue poche cose nella storica sede romana dei radicali, in via di Torre Argentina, dove ha lavorato, ma sarebbe più esatto dire vissuto, dal 1987: «Mi ero fatto accompagnare da padre Francesco Rivera, un esorcista. All'uscita mi disse: “Sai, Danilo, ho avvertito molto forte la presenza del diavolo in quelle stanze. Ringrazia Dio che ti ha salvato”».

La salvezza s'è presentata a Quinto con le sembianze di Lydia Tamburrino, un soprano originaria di Cassino cresciuta alla scuola di Franco Corelli, Placido Domingo e Montserrat Caballé, una credente dalla fede adamantina che l'allora tesoriere del Pr conobbe in una villa sull'Appia Antica, a una proiezione privata del film Diario di Matilde Manzoni di Lino Capolicchio, regista col quale la cantante lirica aveva esordito a Lucca in Bohème. «Fu un colpo di fulmine. Quando annunciai a Pannella che stavo per sposarmi, ammutolì. Come osavo? Non avevo chiesto il suo permesso! “È una che conosciamo?”, borbottò. Alla mia risposta, commentò con tono di scherno: “Ah, allora potrà fare degli spettacoli per noi”. Da quel despota che è, già considerava anche Lydia di sua proprietà. Non credo proprio, lo raffreddai.

Lì cominciò la guerra per annientarmi».Profumo d'incenso e odore di zolfo, si sa, non vanno d'accordo. Forse Pannella aveva fiutato il pericolo che quella donna incarnava. Infatti sarebbe stata lei a convincere il marito che non doveva più lavorare per il Partito radicale, a farlo riaccostare alla confessione dopo 30 anni, a riportarlo a messa tutte le domeniche. «Al nostro matrimonio religioso non venne nessuno degli amici con i quali avevo condiviso un ventennio di vita, a parte l'ex segretario Sergio Stanzani, che si presentò all'aperitivo e solo per un quarto d'ora».Avrà temuto le ire del capo.«Sergio era succube di Pannella. Quando nel 1995 fu deciso che gli esponenti radicali dovevano denudarsi pubblicamente al teatro Flaiano di Roma, era terrorizzato:

“Se non lo faccio, Marco non mi candiderà alle prossime elezioni”. Gli consigliai di andarsene in vacanza per evitare il ricatto. Ma il richiamo manipolativo del capo era troppo forte. Che tristezza vedere un uomo di 72 anni nudo in palcoscenico contro la sua volontà, con le mani sul pene, rannicchiato dietro un albero stilizzato. Se ci pensa bene, il corpo è al centro di tutta l'ideologia pannelliana, che vuole decidere come disporne e decretarne la morte, come garantirne la trasformazione nel corso della vita per assecondare le più disparate identità sessuali, come abusarne con sostanze che lo devastano. In una parola, non rispettarlo, consumarlo».I digiuni estremi bene non fanno.«Estremi ma furbi. Il suo medico di fiducia mi svelò che quando Pannella decise di bere la propria urina davanti alle telecamere del Tg2, la sera prima la

fece bollire e conservare in frigo per attenuarne il sapore».In compenso nel 2002 persino il presidente della Repubblica si preoccupò delle condizioni di salute del guru e chiamò in diretta Buona domenica per indurlo a sospendere lo sciopero della sete.«Povero Carlo Azeglio Ciampi! Conservo il nastro di una riunione di partito - c'era questa mania di far registrare tutto, degna del Kgb - in cui Pannella gli dà della testa di cazzo. Un déjà vu. Marco è stato il grande elettore di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, salvo definirlo “don Rodrigo, eversore e fuorilegge” quattro anni dopo, invitandolo a “fare un passo indietro, fino al limite della galera”».Se è per quello, costrinse con accuse false il povero Giovanni Leone alle dimissioni e poi andò a chiedergli scusa poco prima che morisse.

«Ora coccola Giorgio Napolitano e ne loda “la davvero straordinaria, quotidiana, pubblica, sapiente opera e fatica”. Però negli ultimi giorni ha cambiato musica. Siccome, stando a Italia Oggi, il mio libro avrebbe stoppato la campagna per la sua nomina a senatore a vita, si lamenta a Radio Radicale perché il capo dello Stato non è un liberale, è un ex comunista di cultura togliattiana. Lui fa sempre così: quando vuole ottenere qualcosa, minaccia».Pannella è iscritto alla massoneria?«Non penso. Però mantiene con essa rapporti strettissimi. Del resto Giorgio Gaber nel monologo L'abitudine diceva: “Io, se fossi Licio Gelli, mi presenterei nelle liste del Partito Radicale”. Il capo della P2 fu sul punto d'essere candidato dal Pr come una qualsiasi Cicciolina. A questo scopo suo figlio Maurizio ebbe una serie d'incontri con Pannella

in un albergo romano di via Veneto. Posso testimoniare che Gelli junior è stato un grande finanziatore del partito».Che altro può testimoniare?«Che Radio Radicale ripianava i debiti della Lista Pannella col denaro ricevuto dallo Stato. Non poteva farlo, era contro la legge. Con una convenzione ad hoc e senza gara d'appalto, Radio Radicale dal 1998 incassa 10 milioni di euro l'anno per mandare in onda le sedute parlamentari che potrebbero essere trasmesse gratis dalla Rai. In più la legge sull'editoria le garantisce altri 4,3 milioni di euro in quanto organo della Lista Pannella, che peraltro non ha eletti in Parlamento. Ho denunciato tutto questo allo stesso procuratore della Repubblica che mi ha rinviato a giudizio. A tutt'oggi non mi è stata neppure comunicata l'archiviazione dell'esposto.

Come se non l'avessi mai presentato».Perché i radicali erano indebitati?«Pannella spende patrimoni per le sue carnevalate. La sola campagna Emma for president del 1999 per candidare la Bonino al Quirinale ci costò 1,5 miliardi di lire. All'annuncio che Marco voleva la sua cocca sul Colle, lei svenne o fece finta di svenire, non s'è mai capito bene, durante una riunione notturna in un albergo di Monastier, nel Veneto. Ha sperperato un mare di quattrini nel disegno megalomane e fallimentare del Partito Transnazionale, che aveva 20 sedi nel mondo, da Baku, nell'Azerbaigian, a New York, dove mi spedì a lavorare per sei mesi. Fu lì che vidi i solidissimi rapporti esistenti fra la Bonino, frequentatrice con Mario Monti del Gruppo Bilderberg, e lo spregiudicato finanziere George Soros, il quale nel 1999 prestò un miliardo di lire ai

radicali. E fu lì che lessi il fax inviato da Pannella alla stessa Bonino quando la fece nominare commissaria europea nel 1994: “Cara principessa, ora tutti s'inchineranno ai tuoi piedi”».Oltre che spendaccione, che tipo è Pannella?«Un pusillanime. Nell'ultimo colloquio che abbiamo avuto, teneva gli occhi bassi. Riaffermando la mia fede cristiana, riconquistavo la libertà, e questo gli metteva paura. Pur sapendo quale vendetta mi attendeva, ho provato molta pena per lui. Qualche tempo dopo Lydia lo ha incontrato per strada nei pressi di via del Tritone. Pannella le ha voltato le spalle fingendo di guardare le vetrine d'un negozio di strumenti d'acconciatura per donna. E dire che allora non portava la fluente coda di capelli bianchi che oggi tiene annodata lungo la schiena.

Non ha avuto il coraggio di girarsi neppure quando mia moglie ha recitato ad alta voce, perché lui sentisse, il Padre nostro e l'Ave Maria».Solo pusillanime?«Intelligente. Grande manipolatore. Ha attraversato 50 anni di politica italiana stando sempre nel ventre caldo della vacca, la partitocrazia, fingendo d'esserne fuori e di combatterla. La sede vera del Partito radicale è casa sua, in via della Panetteria, vicino alla Fontana di Trevi, frequentata assiduamente dai tre o quattro uomini che ha amato nel corso della sua vita. L'approvazione e l'esaltazione dell'omosessualità e della bisessualità non solo è connaturata al mondo radicale, ma rappresenta lo strumento attraverso il quale si formano le carriere politiche».Eppure cita in continuazione le Sacre Scritture.«E che cosa sa fare il diavolo, se non cercare malamente d'imitare Dio? Da anni usa una sua foto, scattata durante un incontro con Papa Wojtyla al quale partecipavano il dc Flaminio Piccoli e molti altri parlamentari, per vantarsi d'aver avuto un filo diretto con Giovanni Paolo

II. Sostiene persino che il Pontefice ascoltava le sue concioni a Teleroma 56. Mi dispiace che Giovanni Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano, sia andato a farsi intervistare da Radio Radicale per confermare quest'amicizia inesistente. Fa il paio con la stoltezza di don Gianni Baget Bozzo, pace all'anima sua, che lo venerava e diceva di lui: “Pannella in realtà è una figura interna alla cristianità italiana, non è un politico: è un profeta”».Lei sta demolendo la persona alla quale ha consacrato metà della sua vita.«Lo so, e mi considero per questo un grande peccatore, che ha alimentato l'opera di devastazione che Pannella ha compiuto sull'identità cristiana di questo Paese. Ha confuso la libertà col desiderio. Ha portato l'Italia a non distinguere più il bene dal male. Ha distrutto milioni di vite umane con l'ideologia abortista. Per questa ragione combatte la Chiesa. Nella sua intelligenza luciferina, sa che gli sopravviverà».Questo è sicuro.«Prigioniero di un delirio d'onnipotenza, a 82 anni sta evitando i conti con una categoria che non gli appartiene: la morte. Dovrebbe pregare, come fa mio figlio che di anni ne ha appena 7».(605. Continua)stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Il Padrino, una famiglia diventata storia

La Stampa

 

Brando e Al Pacino nella discussa opera di Coppola, l’accusa: aver fatto di criminali degli eroi fascinosi

 

Marlon Brando, che sventò la concorrenza di Orson Welles, Burt Lancaster e perfino Gian Maria Volontè, decise di dare al suo personaggio il profilo di un cane bulldog e per questo si imbottì di ovatta la mascella

 

fulvia caprara

roma

 

Nella penombra del salotto di una villa sontuosa, a Long Beach, agosto 1945, Don Vito Corleone assiste alla processione dei questuanti che chiedono favori, protezioni, vendette. Fuori c’è il sole, si festeggia il matrimonio di sua figlia Connie, si rinnovano, nelle canzoni, nei cibi, nelle danze, le tradizioni della cultura mediterranea. Quella a cui Don Vito, immigrato siciliano diventato potente boss mafioso, è rimasto sempre fedelissimo. Al chiuso gli affari sporchi, all’aperto, in giardino, la celebrazione dei riti familiari che cementano il clan rendendolo invincibile. Su questa alternanza di affetti e delitti, di languori nostalgici e aggressioni efferate, Francis Ford Coppola, italoamericano di origini lucane (i nonni erano di Bernalda), costruisce uno dei più discussi capolavori della storia del cinema mondiale, spartiacque della sua altalenante carriera, primo titolo di una saga miliardaria: «I difetti dei miei film - ha dichiarato il regista molti anni più tardi - sono i miei difetti. Troppe idee e ambizioni, ma senza la pazienza e l’abilità di portarle a compimento».

Il Padrino smentisce l’autoanalisi. L’opera basata sul romanzo di Puzo, con Marlon Brando nei panni di Don Vito e Al Pacino in quelli del delfino destinato a prenderne il posto, è una maratona cinematografica che, a dispetto dei giudizi negativi, formulati all’epoca da buona parte della critica italiana, è diventata un pezzo di storia non solo «sulla» mafia, ma «della» mafia. L’accusa più grave, ancora oggi, è di aver trasformato criminali sanguinari in eroi fascinosi, di aver esaltato l’epica della violenza, di aver rafforzato l’immagine di un’organizzazione invincibile e inflessibile, ma anche calda e protettiva: «Ci vivi abbastanza in famiglia? chiede Don Vito al cantante Johnny Fontaine in cerca di rilancio -. Bravo, perché un uomo che sta troppo poco con la famiglia non sarà mai un vero uomo». Eppure è proprio intorno a quei legami di sangue che nel film si consumano le mattanze più atroci. Dal matrimonio iniziale al battesimo finale in cui il rampollo di Don Vito, Mike, fa uccidere in un solo raid i capi delle cosche avverse.

In mezzo, nell’arco di 175 minuti, prende corpo un affresco di Cosa Nostra in cui il bene e il male si mescolano continuamente. Si disse che l’intera epopea non era altro che la metafora della storia degli Stati Uniti, che il film celebrava la fine del sogno americano. Al di là delle interpretazioni e delle polemiche restano, indelebili e potenti, accompagnati dagli accordi di Nino Rota, dialoghi e immagini. Prima di tutto quella di Marlon Brando che, dopo aver sventato la concorrenza di molti nomi eminenti, Orson Welles, Edward G. Robinson, Burt Lancaster e perfino Gian Maria Volontè, decise di dare al suo personaggio il profilo di un cane bulldog e per questo si presentò al provino con un batuffolo di ovatta sulla mascella. Poi Al Pacino che, salendo al vertice del potere mafioso, cambia espressione, postura, gestualità, passando da timido e gentile eroe di guerra a implacabile gestore delle più spinose questioni di famiglia.

E ancora Diane Keaton, cioè Kay, la compagna che assiste alla sua paurosa trasformazione, Simonetta Stefanelli, Apollonia, giovane bellezza sicula destinata a saltare in aria nell’attentato che avrebbe dovuto uccidere Mike, James Caan, il primogenito Sonny, troppo focoso e impulsivo per prendere il posto del patriarca, Al Martino che, interpretando il cantante Fontaine, sfidò l’ira di Frank Sinatra. Timoroso che quel personaggio, cantante di origini italiane colluso con Cosa Nostra, gli assomigliasse troppo, «The Voice» aveva esercitato pressioni sulla produzione per farlo sparire dalla pellicola. Non raggiunse l’obiettivo. Anzi, proprio nell’episodio del cantante in disgrazia, c’è la sequenza famosissima della testa di cavallo mozzata e piazzata nel letto del produttore che si rifiuta di ingaggiare Fontaine. La frase più celebre «gli farò un’offerta che non potrà rifiutare», è entrata nel parlato comune, ma sono tanti i brani chiave della sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista e dallo scrittore. Da quello in cui Michael spiega a Kay che «il padre non è diverso da qualunque altro uomo di potere, cioè da chiunque abbia la responsabilità di altri uomini, come un senatore, un presidente...», alla dichiarazione del personaggio di Bonasera (Salvatore Corsetto): «Io credo nell’America. L’America fece la mia fortuna...».

Le riprese si svolsero in parte a New York e in parte in Sicilia, a pochi chilometri da Taormina, tra Forza d’Agrò e Savoca, ma non a Corleone, scartata perché troppo moderna, oppure, secondo altre voci, perché Coppola, alla ricerca di location, avrebbe subito proprio lì un avvertimento inequivocabile, cioè un camion riempito di tritolo. Infinite le leggende, gli aneddoti, le descrizioni di Al Pacino che, nelle pause delle riprese, amava gustare pasta fresca con il finocchietto selvatico e polpette avvolte in foglia di limone. Una fascinazione collettiva che, dopo gli incassi favolosi (86 milioni di dollari), le valutazioni entusiaste della stampa Usa, i tre Oscar e la valanga di premi, non ha mai perso un briciolo di smalto. La prova sventola ancora, grottesca e minacciosa, sulle bancarelle di souvenir sparse in Sicilia. È la maglietta, spesso nera, su cui campeggia la mascella cadente di Marlon Brando-Don Vito. Nemesi estrema per il divo che, in segno di protesta contro i maltrattamenti degli indiani d’America, non andò a ritirare l’Oscar inviando, al suo posto, la squaw Sachen Littlefeather. Voleva essere dimenticato e fu ricordato per sempre.

Wwf Spagna revoca la presidenza al re Juan Carlos

La Stampa

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La decisione dopo le polemiche per la battuta di caccia all'elefante in Botwsana dove il regnante rimase anche ferito

 

Re Juan Carlos di Spagna

 

fulvio cerutti (agb)

torino

 

Fuori. Cacciato perché colpevole di caccia. Proprio lui che ricopriva la carica di Presidente onorario dell'associazione che tutela l'ambiente e gli animali. Riuniti in assemblea straordinaria, i soci spagnoli del Wwf hanno deciso di revocare la carica di presidente onorario a Re Juan Carlos.
La decisione era attesa dall'aprile scorso, quando il regnante era rimasto ferito durante una caccia all'elefante in Botswana. Da una parte le polemiche per una vacanza ritenuta eccessiva in un periodo di grave crisi finanziaria, dall'altra l'ira degli amanti degli animali.

«Anche se si tratta di un tipo di caccia legale e regolata - ha commentato il Wwf Spagna a margine della decisione - ‚ è incompatibile, secondo la maggior parte dei soci, con la Presidenza onoraria di una organizzazione internazionale come il Wwf, che difende la natura e lotta per la salvaguardia delle specie in via d’estinzione». La decisione è stata presa ad ampissima maggioranza (226 voti favorevoli, 13 contrari). L'organizzazione ha così l'articolo 6 del suo statuto, ovvero quello che concede la presidenza onoraria dell'organizzazione non governativa a re Juan Carlos di Spagna. Proprio a lui che fu tra i fondatori del ramo spagnolo del Wwf e di cui fu presidente effettivo dal 1968 fino alla salita al trono, nel 1975.


twitter@fulviocerutti

1944, Rodi-Auschwitz ebrei italiani dalle rose all’inferno

La Stampa

 

Il 23 luglio di 68 anni fa duemila uomini e donne deportati dall’isola del Dodecaneso: un sopravvissuto racconta

Le rotaie del treno che portano ad Auschwitz

 

umberto gentiloni

rodi

 

Un lungo abbraccio, dopo sessantasette anni, un incontro inatteso, imprevisto, quasi incredibile. Sami Modiano e Moshe Cohen fanno parte del gruppo di sopravvissuti alla distruzione della comunità ebraica dell’isola di Rodi. Senza saperlo si danno appuntamento per celebrare l’anniversario della deportazione (23 luglio 1944). Faticano a riconoscersi, sopraffatti dalla lacrime e dal tempo che li separa dall’ultimo incontro a Roma nel 1945. I loro destini non si erano più incrociati: Modiano, dopo alcuni anni trascorsi nel Congo belga, vive oggi tra Rodi e Ostia; Cohen aveva lasciato l’Italia per combattere volontario contro gli inglesi in Medio Oriente, e dopo un periodo in Israele si è trasferito in California. Si guardano intensamente, l’occhio cade sui numeri tatuati sull’avambraccio dai nazisti nella Sauna di Birkenau nell’estate del 1944: sono divisi da 150 cifre, nella sequenza che unisce i pochi scampati alla selezione sulla rampa della morte. Erano partiti dall’isola delle rose insieme, quando la macchina della deportazione nazista si era messa in moto. Ricordano a fatica, commossi e felici di incrociare il loro cammino. I racconti sfiorano gli sguardi dei turisti che popolano la città vecchia nei pressi della Giuderia, il vecchio quartiere ebraico.

È una storia secolare quella della comunità di cui sono parte: cominciata nel XVI secolo, si interrompe il 18 luglio di sessantotto anni fa. I capifamiglia vengono arrestati dai tedeschi, con il pretesto di un controllo dei documenti, e rinchiusi nella Kommandantur, già caserma dell’Aeronautica militare italiana. Il tempo di Rodi italiana, iniziato con la guerra del 1912, si era chiuso nel 1943 con il passaggio dell’isola sotto il controllo nazista. Ma lasciamo parlare Modiano: «Il giorno dopo, il 19 luglio, chiesero a tutti i familiari di fare un fagotto con i beni di prima necessità: cibo, vestiti e oggetti di valore. Cercavano soprattutto oro. In silenzio andammo anche noi verso la caserma, mio padre Giacobbe era già lì. Restammo chiusi per alcuni giorni». All’alba del 23 luglio 1944 ha inizio il lungo viaggio verso la fine. I numeri sono incerti, mancano riferimenti anagrafici e ricostruzioni attendibili. Dopo un breve tratto di strada fino al porto, circa duemila persone vengono stipate in quattro o cinque chiatte adibite al trasporto di animali.

Un viaggio per molti insopportabile. Una prima sosta all’isola di Kos per imbarcare altri nuclei familiari, poi rotta verso il Pireo. «All’improvviso la nostra adolescenza era finita del tutto», prosegue Modiano. «Già nel 1938 ero stato espulso dalla scuola italiana in seguito all’applicazione delle leggi razziali di Mussolini. Avevo un maestro bravissimo, lo ricordo ancora con nostalgia. Il viaggio fu davvero una marcia di avvicinamento verso l’inferno. Il caldo, gli odori, i bisogni e i primi cadaveri gettati in mare». Ad Atene il trasferimento su un treno, per molti un oggetto sconosciuto e misterioso. L’arrivo ad Auschwitz il 16 agosto. Un mese di viaggio attraverso l’Europa nel vivo della fase decisiva dell’offensiva alleata al cuore del Terzo Reich. Ebrei italiani scovati e catturati in un’isola del Dodecaneso, a ridosso della costa turca, quando già Roma era in mano agli anglo-americani e la guerra di Hitler si stava trasformando in una sconfitta, una resa incondizionata. Eppure la macchina dello sterminio non si inceppa, non conosce ostacoli, prosegue il suo cammino di morte e terrore.

Anche il viaggio dei rodioti è senza ritorno. Poche decine i sopravvissuti: 31 uomini e 120 donne ce la fanno. Per tutti loro la dolorosa ricerca dei familiari e di una patria: Rodi passa alla Grecia nel 1947, i beni dell’antica comunità si popolano di nuovi inquilini. Il ritorno alla vita è lontano dall’isola. Diverse le mete: America, Australia, Argentina, Italia, Israele, Congo o Sud Africa. Rodi rimane nel cuore di tutti, come imperativo per non dimenticare, omaggio ai tanti sommersi che non ci sono più. «È un mondo che se n’è andato in fretta, eravamo migliaia e l’isola era un luogo fantastico. Quando cammino per queste stradine nel silenzio della sera lo rivivo con dolore. Eravamo ospitali e solidali. In pochi metri vivevano ebrei, musulmani e cristiani. Si parlava ladino (la nostra lingua), turco, italiano e greco. Se penso al paradiso non riesco a trovare un’immagine migliore»

.Il tempo scorre impietoso. La stele di granito nella piazza Martiron Evreon (dei martiri ebrei) recita in sei lingue «Alla memoria eterna dei 1604 ebrei di Rodi e Kos sterminati nei campi di concentramento nazisti. 23 luglio 1944». L’antica sinagoga è a pochi passi, la comunità oggi non raggiunge le trenta unità. Modiano depone un sasso in memoria della sua famiglia e di tutti gli altri: «Sono tornato vivo da quell’orrore per tutti loro, per poter raccontare a chi è venuto dopo o non credeva, per non disperdere la loro voce e la loro memoria».

E guerra tra Grillo e Calzolari per i follower falsi Il comico: «Ti querelo», lui: «Ricevo minacce»

Corriere della sera

Scambio di accuse per la ricerca dello Iulm. In rete una pagina che invita al «mail bombing» contro l'autore

La pagina internet che invita ad attaccare gli indirizzi di Camisani Calzolari
La pagina internet che invita ad attaccare gli indirizzi di Camisani Calzolari

È guerra aperta tra Beppe Grillo e Marco Camisani Calzolari, docente dello Iulm, che ha diffuso una ricerca secondo la quale oltre la metà dei follower del leader del Movimento Cinque Stelle sarebbero falsi e generati dal computer.
BOTTA E RISPOSTA - Risultato: venerdì, per tutto il giorno, ha tenuto banco il botta e risposta tra i due, con Grillo che accusava il professore di essere al soldo di Berlusconi come autore di Forzasilvio.it e di manipolare le informazioni per gettare fango sui grillini. Poi in un altro post sul suo blog Grillo alza il tiro. «Questa è la macchina del fango» e su Twitter minaccia querela. Da parte sua Camisani Calzolari si era difeso così: «A Berlusconi ho solo venduto la piattaforma e la mia ricerca è seria». La querelle sembrava finita lì. Ma sabato il docente dello Iulm su Twitter afferma addirittura di essere stato «minacciato» dai seguaci dell'ex comico genovese e persino di «aver paura per i suoi figli». E ancora: «Mi sto rivolgendo alle autorità, temo che vogliano pubblicare anche il mio indirizzo di casa. Non sono un politico e non ho le spalle abbastanza grosse», spiega ancora sul suo profilo.



COME IL GLADIATORE - Secondo Camisani Calzolari, infatti, in rete starebbero circolando i suoi recapiti pubblicati su Italian Insane Information, dove si invita a effettuare un'operazione di mail bombing ai danni del professore, ossia intasargli le caselle di posta, Facebook e Twitter con messaggi di disturbo. Il tutto al grido di «Beppe chiama, la rete risponde. Al mio segnale scatenate l'inferno contro il re delle bufale e servo del Pdl». Come, dire, insomma, che la pace non sembra ancora essere tornata tra i follower di Grillo, veri o falsi che siano. In serata anche il comico genovese è voluto tornare sulla questione, rispondendo su Twitter proprio a questo articolo di Corriere.it. Le notizie, dalle parti del Movimento 5 stelle, sono accolte con fair play solo se favorevoli.

La risposta di Grillo a questo articolo

Cattura

Redazione Online21 luglio 2012 | 20:27