sabato 21 luglio 2012

Namibia: scoperta grande falda acquifera sotto il deserto

Corriere della sera

 

Risolverebbe i problemi di una delle regioni più aride del mondo. E non ci sarebbe più bisogno di una contestata diga

 

Le pozze d'acqua di Etosha, il colore diverso è dovuto alla presenza di alghe (Nasa)Le pozze d'acqua di Etosha, il colore diverso è dovuto alla presenza di alghe (Nasa)

MILANO - Nel nord della Namibia, nell'Africa meridionale, un team di ricercatori tedeschi hanno scoperto un grande serbatoio d’acqua dolce e «pulitissima». L'acqua di Ohangwena II ha 10 mila anni, si trova sotto la terra arida e potrebbe alimentare quasi metà della nazione per centinaia di anni.

ALTISSIMA QUALITÀ - La scoperta, nell’ambito del progetto esplorativo dell’acqua freatica nel bacino di Etosha-Cuvelai, è dei ricercatori dell'Istituto federale per le geoscienze e le risorse naturali (Bgr) di Hannover. A 280-350 metri di profondità si troverebbero 5-8 miliardi di metri cubi d'acqua potabile pronta per essere estratta. Una quantità pari a quasi 160 volte il volume d'acqua del lago di Costanza, hanno comunicato gli studiosi tedeschi che hanno lavorato in cooperazione col Dipartimento di idrologia del ministero delle Politiche agricole della Namibia. Per Martin Quinger, a capo del progetto, la falda acquifera potrebbe garantire 400 anni di forniture al nord della Namibia, un’area dove vive il 40% della popolazione. Il nome della falda è Ohangwena II ed è estesa su una superficie di circa 70 chilometri per 40. La maggior parte dell’acqua è utilizzabile e di altissima qualità, sostiene Quinger e il suo gruppo. Alla Bbc l’idrogeologo sottolinea: «L’acqua si è accumulata 10 mila anni fa, quando non c’erano ancora problemi di inquinamento ambientale».

COSTI - Insomma, la scoperta potrebbe mutare radicalmente l’economia della Namibia e la vita dei suoi abitanti in un Paese tra i più aridi del pianeta. Oltre a ciò, potrebbe essere messa la parola fine anche alla dipendenza di questa regione dalla diga in Angola fonte di molte protesta da parte degli ambientalisti e delle tribù locali. Tuttora, l'acqua viene già pompata a scopi sperimentali. I costi per la costruzione di una cinquantina di pozzi vengono stimati in circa 2,5 milioni di euro. «Stiamo puntando a un approvvigionamento idrico sostenibile, in modo da estrarre solo la quantità d'acqua che viene richiesta», ha aggiunto Quinger. Il finanziamento del governo tedesco al progetto (iniziato nel 2007 e che si concluderà l’anno prossimo), è stato di circa 2,1 milioni di euro. Inutile dire che la notizia è stata accolta con grande gioia nel Paese. Il portale di news InNamibia ha titolato: «Acqua, acqua dappertutto ... per 400 anni».

 

Elmar Burchia

21 luglio 2012 | 15:03

 

Namibia: Himba, appello all'Onu contro la costruzione di una diga

I capi tribù: «L'area allagata distruggerebbe le tombe dei nostri antenati e i loro spiriti ce la farebbero pagare»

 

L'area interessata dalla diga Epupa (da Internationalrivers.com)L'area interessata dalla diga Epupa (da Internationalrivers.com)

MILANO - Sono 26 i capi tribù del popolo Himba, un'etnia della Namibia che vive nei territori aridi al confine con l'Angola, che hanno lanciato un appello all'Onu contro la costruzione di una diga sul fiume Cunene, che segna il confine tra i due Paesi. Secondo gli Himba centinaia di tombe tradizionali finirebbero sotto l'acqua del lago che nascerebbe dal progetto idroelettico della capacità di 1.700 gigawatt. I capi tribù hanno affermato che gli spiriti degli antenati entrerebbero in collera «e farebbero fare ai vivi una vita d'inferno». Inoltre affermano di non essere stati consultati: «Perderemmo i nostri cimiteri e i nostri luoghi sacri. Non permetteremo mai che il nostro fiume venga bloccato, distrutto il nostro ambiente e prese le nostre terre», hanno giurato i capi tribali in un testo - scritto a mano a biro rossa su fogli di quaderno - diffuso dall'organizzazione umanitaria NamRights.

Donne himbaDonne himba

HIMBA - Il direttore di NamRights, Phil ya Nangoloh, ha reso noto che il testo è stato presentato al governo della Namibia e alla Commissione africana per i diritti dell'Uomo e dei Popoli. Il capo himba, Hikumine Kapika, ha invitato il rappesentante Onu per i diritti delle popolazioni autoctone, Anaya James, a visitare le comunità che sarebbero interessate dal progetto. Infatti gli Himba affermano che la diga è in violazione dei loro diritti in base alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni autoctone, firmata anche dalla Namibia. Gli Himba sono soltanto 27 mila: 18 mila vivono in Nambia e 9 mila in Angola. Sono originari però dell'Africa centro-orientale: i loro antenati migrarono infatti dalla zona dei Grandi laghi africani circa 200 anni fa.

CUNENE - Il Cunene è uno dei soli cinque fiumi della Nambia con il corso perenne. Il progetto originario della diga Epupa avrebbe formato un lago la cui evaporazione sarebbe stata il doppio di tutta l'acqua consumata in Namibia in un anno. Poi Angola e Namibia si sono messe d'accordo per un'altra diga più a valle (Baynes Dam) che avrebbe inondanto una superficie minore: 57 chilometri quadrati

 

(fonte: Afp)

25 febbraio 2012

(modifica il 26 febbraio 2012)

Da clandestino a campione di scacchi La storia del piccolo Fahim

Corriere della sera

 

Immigrato clandestino dal Bangladesh in Francia, il bimbo sarà il campione della nazionale ai campionati a Praga

 

Fahim MohammadFahim Mohammad

Da piccolo immigrato senza permesso di soggiorno a campione francese di scacchi. La storia di Fahim Mohammad, bambino di undici anni, arrivato clandestinamente quattro anni fa a Parigi assieme a suo padre Nura, è stata celebrata dalla stampa transalpina come un'autentica favola moderna. Dopo grandi vicissitudini ed enormi patimenti, il ragazzino è riuscito, grazie al suo talento nel gioco degli scacchi, a ottenere un permesso di soggiorno temporaneo e il mese prossimo rappresenterà la Francia ai campionati europei juniores che si terranno a Praga.

ANNI DIFFICILI - I primi anni in Francia del piccolo prodigio sono stati davvero duri. Fahim lascia il Bangladesh nel 2008 assieme a suo padre, perseguitato per ragioni politiche. Già nel paese natio mostra il suo talento naturale nel gioco degli scacchi, ma suo padre spera che possa esprimere tutte le sue potenzialità in Francia, paese che in un primo momento si mostra davvero poco accogliente. Sia a Nura sia al piccolo Fahim sono rifiutati i documenti per soggiornare in territorio transalpino e i due sono costretti a vivere clandestinamente in una tenda in un sobborgo di Parigi. Papà Nura non si scoraggia e porta suo figlio al club di scacchi di Cretèil, dove il ragazzino stupisce tutti con la sua genialità e il suo intuito: i membri dell'associazione, capeggiati dal maestro di scacchi Xavier Parmentie, decidono di proteggerlo e lo iscrivono ai campionati nazionali juniores. Intanto suo padre tenta invano di trovare un lavoro stabile che gli possa garantire il permesso di soggiorno e una vita tranquilla al piccolo Fahim.

IL LIETO FINE - Tutto cambia ad aprile scorso, quando il ragazzino sbaraglia i suoi coetanei nel campionato juniores francese di scacchi. François Fillon, ex primo ministro transalpino, s'interessa al suo caso e dopo poche settimane suo padre ottiene un permesso temporaneo per vivere a Parigi, mentre al piccolo Fahim è offerto «un documento provvisorio di viaggio per un minore straniero» che gli consentirà il prossimo agosto di andare nella Repubblica Ceca per rappresentare la Francia alla competizione sportiva. Nei giorni scorsi il nuovo governo di centrosinistra ha confermato la regolarizzazione dei due cittadini del Bangladesh e ha sottolineato che Fahim sarà la punta di diamante del team francese che dal 16 al 26 agosto parteciperà agli europei juniores di scacchi a Praga. Il ragazzino ha dichiarato di essere molto felice per ciò che è accaduto: «All'inizio pensavo che fosse un sogno - ha rivelato l'undicenne alla stampa francese - Finalmente io e mio padre possiamo vivere in pace. Non dimenticherò mai le persone che ci hanno aiutato». La conferma della regolarizzazione dei due cittadini asiatici è stata salutata con grande entusiasmo da Xavier Parmentier, il mentore del piccolo prodigio: «Finalmente è fatta - ha dichiarato Parmentier - Da adesso Fahim si concentrerà solo sugli scacchi e potrà dimenticare l'onda mediatica che lo ha investito».

 

Francesco Tortora

I «cacciatori degli abissi» scoprono 240 tonnellate d'argento in un relitto del '41

Corriere della sera

 

Recuperata la prima parte di un grosso carico trasportato da un cargo britannico affondato nel '41 al largo dell'Irlanda

 

Gli uomini della Odyssey Marine stivano i lingottiGli uomini della Odyssey Marine stivano i lingotti

MILANO - È uno dei più grandi tesori mai recuperati dai fondali dell’oceano: i «cacciatori degli abissi» dell'Odyssey Marine Exploration hanno annunciato di aver portato a galla 48 tonnellate di argento dal relitto di una nave affondata settant'anni fa da un sottomarino tedesco. Si tratta di 1203 lingotti, il cui valore si aggira intorno ai 38 milioni di dollari. Un bel malloppo, ma è solo l’inizio.

LINGOTTI - La storia del tesoro trasportato dalla «SS Gairsoppa», il cargo britannico affondato nel 1941 da un siluro tedesco, aveva suscitato un certo scalpore nel settembre scorso. La società specializzata nel recupero di tesori di Tampa, in Florida, aveva infatti annunciato la localizzazione al largo delle coste d’Irlanda del mercantile di 125 metri, affondato nel febbraio di settantuno anni fa da un siluro nazista lanciato da uno dei famigerati U-Boot. A bordo: tè, ferro grezzo e circa 240 tonnellate di lingotti d’argento. Attuale valore di mercato: oltre 170 milioni di euro. Ebbene, ora gli scopritori americani hanno iniziato col recupero - una delle più grandi fortune mai rinvenute nella storia marittima. Fino ad oggi hanno portato a galla 48 tonnellate d’argento, secondo quanto comunicato mercoledì da un portavoce della Odyssey. I lingotti sono stati portati in un luogo segreto nel Regno Unito.

L’80 PER CENTO A ODYSSEY - Per la Odyssey Marine Exploration non sarebbe però questo il tesoro più grande finora scoperto: nel 2007, la più grande azienda specializzata in recupero di relitti, aveva infatti rintracciato il vecchio veliero spagnolo, Nuestra Señora de las Mercedes (affondato nel 1804 vicino a Gibilterra da navi da guerra britanniche). Nella sua pancia c’erano oro e argento, una quantità enorme. Oyssey aveva recuperato la quasi totalità del metallo prezioso (dal valore di circa 380 milioni di dollari) in un punto dell'Oceano Atlantico mantenuto segreto, proprio per assicurarsi oneri e onori della scoperta. Lo portò in Florida, senza informare il governo spagnolo. Madrid, in conseguenza di ciò, fece causa e infine la vinse: lo scorso febbraio la compagnia americana fu costretta a resituire il tesoro. Stavolta, per i cacciatori statunitensi il colpo pare assicurato: se riuscirà a riportare a galla l’enorme carico, Odyssey potrà intascare l'80% del bottino. Lasciando il 20 per cento allo Stato inglese, come stabilisce un accordo pattuito nel 2010 col ministero dei Trasporti britannico. «Si è trattato di un’operazione complessa, quasi chirurgica», ha spiegato l'amministratore delegato della Odyssey, Greg Stemm, dopo il recupero delle prime 48 tonnellate d’argento. Il relitto della nave mercantile inglese giace ad una profondità di 4.700 metri.

 

Elmar Burchia

21 luglio 2012 | 15:04

Platini multa Cassano "omofobo". E' la stessa Uefa che ha fatto gli Europei nel Paese delle violenze e delle torture

Libero

 

L'attaccante azzurro multato di 15mila euro per il suo "Froci in Nazionale? Spero di no". Sui cani uccisi in Ucraina e sulla prigionia della Tymoshenko, però, nemmeno una parola

 

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"Froci in Nazionale? Spero di no". Questa frase di Antonio Cassano, pronunciata durante gli ultimi Europei di calcio in Polonia e Ucraina, è costata al giocatore una multa di 15mila euro, perché giudicata dalla commissione disciplinare della Uefa discriminatoria nei confronti degli omosessuali. Dietro il provvedimento, però, rimangono delle perplessità: l'Uefa è stata sì prontissima a sanzionare le incaute dichiarazioni del giocatore, pronunciate con il sorriso sulle labbra a mo' di sfottò, ma allo stesso tempo è sembrata dimenticarsi dei suoi mancati interventi nei confronti di ciò che stava avvenendo in Ucraina in quel periodo.

Il Paese, infatti, è stato confermato organizzatore della manifestazione sportiva nonostante al suo interno ci fossero ancora tanti e gravi problemi: lo sterminio dei cani randagi, per esempio, uccisi per strada con bocconi di carne avvelenata o sepolti vivi. E ancora, le violenze subite in carcere dall'ex primo ministro Yulia Tymoshenko, condannata a 7 anni per aver siglato un controverso contratto con Mosca per le forniture di gas, e le proteste in topless delle attiviste del Femen, movimento fondato a Kiev nel 2008 contro il turismo sessuale, il sessismo e altre discriminazioni sociali. Di fronte a tutto questo, la Uefa non si è mai esposta direttamente, limitandosi anzi a ribadire che l'Europeo non si sarebbe assolutamente rinviato e preoccupandosi di quella che, alla fine, è stata semplicemente un'altra "cassanata".

Friuli sprecone, spede 35 milioni di euro per il dialetto

Libero

 

La Regione spende i soldi pubblici per tradurre libri di scuola e Vangelo ma resta senza autostrade

 

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C'è il Vangelo in friulano. E perfino Dante, qui, è tradotto. Sul web al posto di Youtube trovi "Viot-tu", in lingua locale. I cartelli stradali hanno la traduzione a fronte. Bilingue sono le insegne dei bar e degli negozi, ma anche le lapidi sui monumenti e i nomi delle piazze. Benvenuti in Friuli Venezia Giulia: terra dei poliglotti per legge. O regione ai confini dell’impero. Non quello austroungarico, ma di un’Italia in cui si parla troppo. Tanto che qui, fra le lingue ufficiali, è inserita la parlata locale: il «Furlàn», tutelato fin dal ’96 e consacrato tre anni dopo fra gli idiomi riconosciuti dalla Costituzione. Quassù siamo in anticipo di oltre un decennio sulla proposta di Umberto Bossi di insegnare i dialetti. Perché  nel  Nord-est estremo il friulano è una materia di scuola: le mamme degli allievi compilano un modulo, come per l’ora di religione o di ginnastica. Ci sono i libri, un migliaio di docenti e ci sono i compiti a casa. Ma soprattutto ci sono contributi a pioggia, erogati da questa regione a statuto speciale in nome del bilinguismo.

Parlare friulano è dunque un affare. Spuntano enti e associazioni, con tanto di dirigenti e personale stipendiati. Che chiedono fondi. L’'agenzia regionale per la lingua (Arlef), arruola un presidente, un direttore, un cda di sette membri e un comitato scientifico. Costa in bilancio un milione di euro l’anno. E si edita anche una rivista scientifica, perché i termini della matematica vanno aggiornati di continuo e “lidrîs quadrade di nûf” è per esempio “la radice quadrata di nove”. Al contrario dei finanziamenti, che crescono esponenzialmente. Dal  2009 la Regione ha messo a bilancio 4,4 milioni di euro, confermati negli anni successivi. E con risultati non sempre brillanti. Come per il vocabolario ufficiale, il “dizionâr bilengâl”, già costato un milione e mai finito.

Dopo dieci anni non ne esiste una sola copia su carta. «Per ora è consultabile sul web», ripetono gli esperti. Avanti di questo passo, serviranno altri 13 anni (e relativi milioni) per completarlo. Se si fa un giro al palazzo della Regione, ci s’imbatte nell’interprete. Di friulano, s’intende. È severamente  chiuso in cabina col collega sloveno e le cuffie sulle orecchie. Fanno mille euro a seduta.  E poco importa che, su cinquantanove eletti, in aula parli friulano soltanto il leghista Enore Picco. Lo fa per qualche decina di minuti a semestre. Viene tradotto in simultanea, ma quando torna a sedere, conversa disinvolto in italiano coi colleghi. Però da queste parti vengono valorizzati e rivitalizzati tutti i dialetti della zona.

Dieci versioni - Una decina almeno: dal  triestino, al gradese, passando per il dalmata, il muggesano per arrivare al bisiacco della provincia di Gorizia. In Friuli Il business linguistico è bipartisan. Inaugurato dalle giunte leghiste dopo Tangentopoli, ha trovato terreno fertile col centrosinistra. Riccardo Illy ha addirittura riscritto la legge e introdotto il cosiddetto friulano veicolare (l’insegnamento a scuola delle altre materie in friulano) e il silenzio assenso si insegna a tutti, a meno che non sia chiesto il contrario. Modifiche che però la Corte costituzionale ha cassato. «C’era il rischio di un regime di biliguismo obbligatorio», denunciarono prima il governo Prodi, poi quello Berlusconi.

Sprechi in effetti ce ne sono: vedi la “legge sui celti”, voluta dall’ex governatrice leghista Alessandra Guerra oggi nel Pd e che prevede il finanziamento di manifestazioni finalizzare a onorare le origini della popolazione friulana. Alessandra Guerra stanziò quattro miliardi di lire nel 2000, scatenando la gara fra associazioni, spesso targate Carroccio. Alla faccia dei tempi duri e della spending review, viene da sottolineare: l’indebitamento regionale ammonta a 1,05 miliardi, seppur in calo di mezzo miliardo dal 2008. E le  aree dove si annidano sprechi e inefficienze non sono soltanto quelle dei dialetti o delle manifestazioni celtiche ma anche della  spesa sanitaria, che secondo la Corte dei conti è «fuori controllo». Il  costo pro capite è di duemila,5 euro contro i 1.861 di media nazionale.

Amici di amici - Ma non finisce qui. Questa Mitteleuropa, felpata e silenziosa soltanto nei modi, ha lasciato largo spazio al  meridionalissimo “tengo famiglia”. «Esempio raro di discrezione è Giulio Camber», per citare il Sole 24 ore. Il giovane sottosegretario in uno dei governi guidati da Bettino Craxi e poi per sei volte senatore della Repubblica, forte di un potere ben ramificato, ha piazzato la sua compagna al vertice dell’Autorità portuale, una città nella città con funzioni e autonomia superiori a quelli di cui gode il sindaco di Trieste. Nella triangolazione dei poteri il ruolo di maggior prestigio rimane sempre quello dell’inquilino di Piazza Unità d'Italia, dove asburgicamente si affacciano la Giunta di una Regione a statuto speciale e il municipio di Trieste.

Per Renzo Tondo, ristoratore di Tolmezzo che guida una maggioranza Pdl, Lega e Udc, si tratta di un ritorno. Fu già presidente dal 2001 al 2003 preceduto da Roberto Antonione e seguito da Riccardo Illy. Tutti, anche se con stile diverso, hanno salvaguardato la ragnatela inestricabile di società partecipate: il vero tesoro di questa Regione. Solo Friulia, la holding di partecipazione, controlla 118 società pubbliche. La Regione si occupa di tutto: dai software alla gestione degli impianti di risalita. Due società si occupano di montagna: Promotur che gestisce 53 impianti e Agemont. Nel 2010 la Regione ha ripianato debiti per 3 milioni e Friulia ha svalutato la partecipazione della controllata per 10 milioni.

E cosa dire delle strade e dei treni? Siamo alla Preistoria. Dell’alta velocità o capacità ferroviaria, che fa parte del corridoio 5 Lisbona-Budapest-Kiev, se ne discute da vent’anni. Colpa dei veneti, che per la Venezia-Trieste puntano su un fantasioso tracciato a mare che allungherebbe il percorso e aumenterebbe i costi. Il vantaggio? Convogliare il maggior numero di passeggeri su Jesolo, località cara ai veneti. Da tempo mancano sei chilometri di binari che unirebbero Trieste a Capodistria. E per andare da Trieste a Lubiana (70 chilometri in linea d’aria) bisogna percorrere 150 chilometri di una strada ferrata creata nel 1850.2 In attesa che veneti e sloveni si decidano a collegarsi con la più orientale delle regioni italiane, i friulani si sono buttati sulla terza corsia della A4: 2,3 miliardi tirati fuori dalla Regione per i 155 chilometri da Venezia a Trieste.

 

di Cristiana Lodi

Gianfri l'ammazzapartiti se ne inventa un altro "Mille per l'Italia"

Libero

 

Appello sul web del vicepresidente della Camera per cercare nuovi volti da buttare in politica

 

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Dopo aver indossato la camicia nera fascista, il doppiopetto blu liberale, i jeans e la cravatta futurista, nuovo cambio d'abito per Gianfranco Fini. Stavolta si è messo la camicia rossa dei garibaldini e ha annunciato sul web la nascita di un altro partito: Mille per l'Italia. E sì, il presidente della Camera, dopo aver ammazzato Fli, è già pronto a ricandidarsi con un vestito nuovo. Una scelta obbligata: il Terzo Polo è solo un ricorso e con Casini che si sta spostando verso il Pd, Fini si ritrova da solo e con il serio rischio di ritrovarsi senza lavoro. Ecco allora l'appello dal nuovo sito mellexlitalia.it agli uomini di buona volontà, non compromessi con i partiti. Meglio se giovani e con idee che lui saprà confezionare per bene per rivendersele come sue. L'invito è ai "mille cittadini che vogliano farsi avanguardia di una nuova forma di impegno politico.

A tutti quelli che non partecipano alla vita dei partiti, ma fanno politica nel mondo dell'associazionismo e del volontariato, fanno poltica cercando di garantire interessi legittimi, fanno politica quando cercano di migliorare le condizioni della società attraverso la loro attività, la loro professione, le loro aspirazioni". Se uno legge questo, forse è anche tentato di imbarcarsi in questa nuova avventura. Peccato che Gianfranco Fini passerà alla storia come il killer dei partiti: li crea, li adotta, li eredita, li trasforma, li fa crescere e poi li ammazza. E' successo così per il Movimento Sociale di Almirante, Alleanza Nazionale, Pdl, Terzo Polo, Futuro e Libertà. E anche questa volta, c'è da scommetterci, farà fuori la sua creatura.

Sicilia, record di cicogne: 70 coppie

La Stampa

 

Vent'anni fa esatti il ritorno delle prime due coppie nidificanti di cicogna bianca, dopo 500 anni di assenza dalla Sicilia. Oggi il dato-record di 70 coppie tra la Piana di Gela, la Piana di Catania, le Province di Siracusa, Agrigento, Trapani e Palermo. Lo annuncia la Lipu-BirdLife Italia, nel sottolineare come dal 1992, anno della prima nidificazione a Lentini, il numero di coppie sia aumentato di anno in anno fino a raggiungere la popolazione attuale.

«Seguiamo l'evoluzione della popolazione siciliana di cicogna bianca sin dalla prima nidificazione - afferma Giuseppe Rannisi, delegato della sezione LIPU di Catania - in una colonizzazione che non è stata facile. Grazie all'impegno dei volontari della LIPU e del nodo siciliano di Ebn, abbiamo anche costruito dei nidi artificiali, tutti prontamente occupati. Ciò ha favorito l'aumento iniziale della specie che poi si è rafforzata con l'arrivo di altre coppie dal Nordafrica. Oggi la gran parte dei nidi si trova sui tralicci della media tensione dell'Enel".

Nonostante la cicogna bianca sia una specie migratrice, che sverna in Africa per ritornare in primavera nelle aree di nidificazione nel Nord Europa, in Sicilia molti individui si fermano per passare l'inverno, e trova nella Piana di Gela le condizioni ideali per riprodursi ed allevare la prole. I nidi, tutti su tralicci di media tensione, si trovano distribuiti sull'intera area della Zps (Zona protezione speciale) e, in alcuni tratti, distano l'uno dall'altro solo circa 100 metri. I tralicci formano veri e propri condomini, con passeri che nidificano tra i rami che formano la base del nido della cicogna; al «piano di sotto», nei vecchi nidi di gazza, nidificano ospiti importanti come ghiandaie marine e grillai.

 

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Giochi vietati al marchio nemico dello sponsor

La Stampa

 

La dittatura imposta nel parco olimpico da chi ha investito milioni di sterline

Volontari dei Giochi davanti a un edificio del parco olimpico occupato da uno degli sponsor ufficiali

 

andrea malaguti

corrispondente da londra

 

BBC4 Today. Se si vuole capire che cosa succede in Gran Bretagna bisogna accendere la radio e sintonizzarsi lì. Evan Davis intervista Lord Sebastian Coe, un mito dell’atletica con un profilo allungato da coltello da caccia, che oltre ad avere vinto due ori olimpici a Mosca e Los Angeles è anche l’uomo che organizza i Giochi di Londra. Un conservatore rigoroso, pieno di buonsenso e inattaccabili principi. Lancillotto vestito con la Union Jack. Bene. Si parla di sponsor e Davis chiede a Coe se è vera questa storia che si sente dire in giro per cui a nessuno sarà consentito di entrare nel parco olimpico con una maglietta della Pepsi. E neppure con un logo estraneo alle undici multinazionali che foraggiano ufficialmente lo spettacolo. Cioè, gigioneggia, se ti infili la t-shirt sbagliata puoi essere cacciato per indegnità dal paradiso a cinque cerchi. Silenzio. Coe si prende tre secondi per pensare - un’eternità in radio - poi dice seccato. «E’ vero. La Coca Cola è un nostro sponsor e ha investito milioni di pounds».

Non si vede. Ma è chiaro che a Davis gli cade il mento. Tanto che insiste: «Con le scarpe griffate ai piedi si potrà entrare?». Coe ha il fumo che gli esce dal naso. Toro imprigionato. Ai suoi tempi mica c’erano questi problemi. Si rifugia nell’angolo. «Probabilmente sì». Probabilmente? «Se serve una risposta secca allora dico di sì. Parliamo d’altro?». Favoloso. Un dialogo surreale che restituisce un pezzo spigoloso di realtà. Schiavi della marca. Che c’entra con lo sport? Da quando l’ex chirurgo Jacques Rogge è diventato presidente del CIO, undici anni fa, le entrate dei Giochi sono quasi raddoppiate, passando da 4.2 a 7.8 miliardi di dollari. Secondo i dati ufficiali del comitato olimpico, nel 2001 gli introiti televisivi erano di 2.2 miliardi, gli sponsor internazionali contribuivano con 663 milioni, gli sponsor domestici con 796, mentre dai biglietti arrivavano 411 milioni. Oggi le tv garantiscono 3.9 miliardi, le multinazionali 957 milioni, le aziende britanniche 1.8 miliardi e i biglietti 1.4 miliardi. Una montagna di denaro che consente investimenti titanici. E impone clausole così soffocanti da porre dubbi sulla loro compatibilità con le libertà individuali. La Caporetto dei valori olimpici.

Il sistema è militare. All’interno del parco che ospita lo stadio dell’atletica è possibile ritirare denaro dai distributori solo se si è in possesso di una carta Visa. A centinaia di atleti sono stati sequestrati oggetti - zainetti, bevande, portachiavi - ritenuti in concorrenza con le divinità milionarie della cartellonistica da villaggio. Mentre gli americani saranno costretti a salire sul podio con la divisa ufficiale della Nike, scarpe comprese, anche se avranno vinto le medaglie con materiale tecnico diverso. L’ex lanciatore del peso Adam Nelson ha invitato i colleghi a dimostrare il proprio dissenso postando su twitter le foto dei propri piedi nudi. E magari a mostrarsi scalzi durante l’inno. Gli scatti in rete sono decine. Se nel 1968 Tommie Smith protestava a pugno chiuso, mano guantata e calze scure, contro le discriminazioni razziali - Black Power - oggi la battaglia è per il brand libero. Avrò il diritto di fare i soldi come mi pare? Da qualunque parte la si giri non fa un grande effetto.

Al parco Olimpico, tra la torre di Anish Kapoor e la piscina, svetta il più grande McDonald’s del mondo: 3000 metri quadrati, 1500 posti a sedere e 14 mila pasti al giorno, un grandioso tempio del grasso che si concilia a fatica con lo slogan dei Giochi: «rispetto, eccellenza, amicizia, attenzione alla salute e all’ambiente». Pagano bene, Lord Coe? «Sì». Discutibile anche la scelta di accettare sette milioni di sterline dalla Dow Chemicals, l’azienda che ha rilevato la Union Carbide Corporation (Ucc), per fasciare lo stadio olimpico. La Ucc è l’industria responsabile del massacro indiano di Bhopal. Una perdita di veleni chimici che ha provocato nel 1984 la morte di 25 mila persone. Mezzo milione di uomini e donne stanno ancora pagando le conseguenze di quel disastro. Inutili le proteste di Amnesty. Puoi rinunciare a sette milioni? Nel suo ufficio di Losanna Jacques Rogge spiega che i compromessi a volte sono necessari. «Sulle scelte abbiamo avuto lunghe discussioni». E lo dice simulando di non provare per gli sponsor né affetto né gratitudine. Come se lui e il suo mondo fossero governati da un angelo custode diabolico che li spinge, loro malgrado, a gettarsi in imprese eroicamente imbarazzanti.

Un museo per il tesoro del Conte di Montecristo

Corriere della sera

 

Le 498 monete d'oro d'epoca imperiale, recuperate nel 2004, saranno esposte al pubblico dal 30 luglio

 

Le monete ritrovate sepolteLe monete ritrovate sepolte

Lo hanno cercato per secoli, il tesoro di San Mamiliano. Con ostinazione, pericolosamente, sfidando tempeste e pirati che, al tempo, terrorizzavano anche le coste e le isole del Tirreno. Alexandre Dumas, studiando antichi documenti e raccogliendo leggende e favole di corsari e masnadieri, ne fu rapito e lo trasformò nel leggendario tesoro del Conte nascosto sull'Isola di Montecristo.

Una delle monete rinvenuteUna delle monete rinvenute

Quell'oro esisteva davvero, probabilmente, ma veniva cercato nel luogo sbagliato: non era nell'isola più misteriosa e proibita dell'arcipelago toscano, Montecristo appunto, bensì nel borgo etrusco e medievale di Sovana di Sorano, in provincia di Grosseto. Qui, gli storici e gli archeologi della Sovrintendenze di Siena e della Toscana, lo hanno recuperato nel 2004 sotto l'altare della chiesa di San Mamiliano. Sono 498 monete d'oro coniate sotto l'imperatore Leone I, al potere tra il 457 e il 474 dopo Cristo, seguite da quelle coniate sotto l'imperatore Antemio che regnò tra il 467 e il 472 (sempre dopo Cristo). Esso è di particolare rilevanza per la quantità dei pezzi rinvenuti e il numero degli imperatori rappresentati. «Un tesoro costituito esclusivamente da una moneta chiamata solido - spiegano gli archeologi della Sovrintendenza - introdotta in sostituzione dell' aureo con la riforma monetaria di Costantino I nel 324, rimanendo in uso in tutto l'Impero Bizantino fino al X secolo, con un valore di 1/72 di libbra romana (4,5 grammi circa)».

 

 

Il tesoretto, considerato tra le scoperte numismatiche più interessanti degli ultimi decenni, sarà il protagonista del museo ad esso dedicato che sarà inaugurato a Sovana il 30 luglio e, quel giorno, per la prima volta tutti potranno vedere da vicino queste monete straordinariamente conservate. Ma oggi è un'altra la storia intrigante che appassiona. Ed è quella che racconta, appunto, la strana similitudine tra il tesoro di Montecristo e le monete rinvenute a Sovana. Come afferma Piergiorgio Zotti (coordinatore dell'Archivio delle tradizioni popolari della Maremma grossetana) ci sono probabilità che monete e tesoro siano la stessa cosa.

«Alexandre Dumas conosceva leggende e storie e probabilmente anche quella che da secoli raccontava di un tesoro nascosto a Montecristo - dice Zotti -. Ci sono tre antichi documenti preziosi per ricostruire gli elementi mitici di questa storia. Sia il principe di Piombino, nella seconda metà del Cinquecento, sia il Granduca della Toscana mettono in guardia i loro sudditi dal cercare il tesoro in quell'isola perché il suo mare è infestato da pirati. In altri documenti si racconta poi di una spedizione di alcuni giovani che lasciano la Corsica e vanno a Montecristo a scavare nella chiesa di San Mamiliano (che a Montecristo era morto nel 460 dopo Cristo e le sue reliquie oggi si trovano a Sovana, paese di cui è santo protettore) ma non trovano altro che ossa bruciate e piccoli vasi neri».

Ed ecco che secoli dopo, nel 2004 appunto, gli archeologi trovano le monete d'oro tardo antiche, del periodo nel quale era vissuto Mamiliano, il santo vescovo di Palermo. Non a Montecristo, bensì a Sovana. «Insomma il tesoro era effettivamente nella chiesa di San Mamiliano - continua il professor Zotti - ma non a Montecristo, bensì a Sovana». Le ricerche dell'archivio storico saranno inserite in «Mistery Tuscany» (www.misterytuscany.it), il database multimediale dedicato agli enigmi storici della Toscana creato da Pantaleone Antonio Megna.

 

MARCO GASPERETTI
mgasperetti@corriere.it21 luglio 2012 | 9:05

A Cuba Assad è solo una vittima

La Stampa

Cattura

 

YOANI SANCHEZ

 

Le ultime settimane hanno rappresentato una dura prova per la stampa ufficiale cubana. Ritoccare la realtà è un boccone amaro per gli abili specialisti che affollano i nostri mezzi di comunicazione. Hanno fatto i salti mortali per parlare della situazione in Siria e ora un focolaio di colera nella parte orientale del Paese li mette nuovamente in difficoltà. Abituati a calcare la mano sui mali stranieri e a minimizzare quelli locali, i recenti titoli del «Granma» sono un ottimo esempio di ciò che non dovrebbe mai accadere con le notizie. Benché si tratti di una disinformazione informativa che subiamo da decenni, ancora sorprende il fatto che essa continui a convivere con gli appelli del governo che chiedono di porre fine alla segretezza.

È come se il discorso delle autorità si estendesse in una direzione e le insipide pagine dei giornali insistessero in un’altra. Contraddizioni in rosso e nero, gli unici colori che ospita sulle sue pagine l’organo ufficiale del Partito comunista cubano. Nei notiziari, Bashar al Assad è rappresentato come la vittima di una cospirazione internazionale. Le immagini dei villaggi distrutti e degli edifici bombardati sono sempre accompagnate da accuse dirette nei confronti delle forze oppositrici. La nostra televisione segue lo stesso copione messo in pratica durante gli eventi in Libia; riverenza per il presidente siriano, come successe in passato con Muammar al Gaddafi. Ma la credulità degli spettatori non è la stessa di un anno fa, e l’effetto ottenuto è più vicino al sospetto che alla fiducia.

Leggere tra le righe, interpretare i titoli positivi come negativi, considerare le dichiarazioni di vittoria come una sconfitta è un esercizio diffuso tra noi cubani. Insieme a questo sospetto, già cronico, convive anche il fenomeno delle antenne paraboliche illegali, alle quali un numero sempre maggiore di cubani riesce ad avere accesso. Grazie ad esse si captano programmi e notiziari, principalmente dalla Florida, che permettono di verificare ciò che viene affermato dagli analisti nazionali. Un contrappunto costante tra ciò che viene dichiarato qui e ciò che viene assicurato lì, capace di modellare la nostra opinione pubblica che, senza bisogno di nasconderlo, si può definire inesistente. Una schizofrenia informativa così prolungata che ha provocato una forte polarizzazione delle opinioni popolari, un vero caos di criteri.

Ma tutto diventa ancora più drammatico quando si tratta di questioni nazionali. In questo caso, la segretezza raggiunge il suo parossismo più pericoloso. È il caso del focolaio di colera che ha colpito la zona orientale del Paese. Il primo accenno ufficiale al fatto che stesse accadendo qualcosa ci arrivò una settimana dopo l’annuncio di un giornalista indipendente. Quindi, quando già non era più possibile continuare a nascondere la situazione, il periodico «Granma» diffuse una nota in cui non si menzionava la parola «colera», ma il nome scientifico del batterio Vibrio Cholerae. Per coloro che non sono andati alla ricerca di un dizionario, la notizia sembrava fare riferimento a una delle tante malattie diarroiche comuni durante i mesi di caldo intenso. Solo quando la nota è stata verificata con altre persone essi hanno scoperto la gravità della questione.

Di conseguenza, la successiva nota informativa firmata dal ministro della Salute Pubblica nella quale si parlava di 158 contagiati e 3 morti, è stata accolta con estrema sfiducia. Nella prima pagina della stessa edizione di sabato 14 luglio si leggeva un titolo allarmante che avvertiva «Florida colpita da un’epidemia di tubercolosi. Il direttore chiude l’ospedale dove viene trattata la malattia». Il vecchio trucco di rafforzare le notizie internazionali negative per diminuire la gravità dei problemi interni. Come se questa formula così banale dell’«inferno esterno» contrapposto al «paradiso cubano» avesse ancora qualche possibilità di funzionare. Al contrario, la gente si è sentita imbrogliata, presa in giro. La linea editoriale che prevedeva di minimizzare e di nascondere la situazione ha invece ottenuto il risultato opposto, alimentando i nostri sospetti che qualcosa di inquietante si nascondesse dietro le cifre ufficiali.

Alla base di tutta questa manipolazione mediatica c’è l’errata credenza che i problemi si debbano confessare solo una volta superati... se si confessano. La ripetuta premessa di non agitare «i panni sporchi sullo stenditoio» dell’opinione pubblica, poiché ciò significherebbe indebolire la Rivoluzione. L’informazione come claudicazione e la trasparenza informativa come un atto di collaborazione con il nemico. Per questo motivo, coloro che sono chiamati a un giornalismo più conforme alla realtà e a porre fine alla segretezza, si trovano faccia a faccia con uno dei pilastri fondamentali dell’attuale sistema cubano. Non è possibile modificare un aspetto che fa parte della genetica stessa di un processo politico e che ne ha rappresentato il principale meccanismo di controllo e potere. Così, per i nostri mezzi di comunicazione, Bashar al Assad continuerà ad essere il «leader indiscutibile del suo popolo» fino a quando forse lo vedremo, improvvisamente e senza alcun transito informativo, cadere nelle mani dei suoi stessi compatrioti o chiedere asilo in un altro Paese. Nei notiziari ufficiali si continuerà a parlare del colera come di un’epidemia nella vicina Haiti e della tubercolosi come un focolaio all’altro lato dello stretto della Florida. Nulla deve danneggiare l’immagine del nostro paradiso caraibico truccato!