venerdì 20 luglio 2012

Microsoft, primo rosso in 26 anni Persi 492 milioni di dollari in tre mesi

Corriere della sera

 

L’azienda fondata da Gates chiude il quarto trimestre in perdita: il primo segno meno dallo sbarco in Borsa, nel 1986

 

Fra aprile e giugno persi 6 cent per azione Fra aprile e giugno persi 6 cent per azione

Microsoft chiude il quarto trimestre dell’anno fiscale in perdita. Si tratta del primo rosso trimestrale accusato dalla compagnia fondata da Bill Gates dal 1986, quando è sbarcata in Borsa. A pesare è la svalutazione per 6,2 miliardi di dollari dell’acquisizione di aQuantive, il gruppo specializzato nella distribuzione di annunci pubblicitari online.

MA I RICAVI SALGONO - Microsoft chiude il periodo aprile-giugno con una perdita di 492 milioni di dollari, o 6 cent per azione, a fronte di un utile di 5,9 miliardi di dollari dello stesso periodo dell’anno precedente. Al netto della svalutazione l’utile per azione è di 73 cent. I ricavi sono saliti del 4% a 18,06 miliardi di dollari. I dati sono comunque migliori delle attese.

 

IL NUOVO SISTEMA OPERATIVO - Per riprendersi, adesso, Microsoft punta molto sul lancio del sistema operativo Windows 8, il 26 ottobre. Il software esordirà in 231 mercati e 109 lingue. Gli utenti di Windows XP, Vista e Windows 7 potranno effettuare l’upgrade per 39,99 dollari. L’esordio di Windows 8, secondo l’amministratore delegato di Microsoft Steve Ballmer, è «un esperimento fortemente coraggioso, la più grande sfida mai affrontata dall’azienda in tanti anni di attività». Inoltre rappresenta l’offerta Microsoft per il mobile, in particolare i tablet, in vista dell’era del «post personal computer» attualmente dominata da Apple. Fin da subito saranno disponibili i primi tablet col nuovo sistema operativo, con i Surface della stessa Microsoft e la sudcoreana Samsung già pronta a presentare nuovi prodotti.

LA «SUPER PENNA» - L’azienda ha anche messo a punto nei propri laboratori un prototipo di penna stilo in grado di funzionare con ogni dispositivo elettronico, che utilizzi o no un display touch. L’obiettivo è trovare la «soluzione definitiva» per interagire con i dispositivi senza usare le dita. La penna è dotata di una microtelecamera in grado di farle comprendere in ogni istante la posizione del display, tracciando così i movimenti dell’utente durante il suo utilizzo.

 

Redazione Online20 luglio 2012 | 13:35

Guida ubriaco per necessità assolto due volte dai giudici

Il Messaggero

 

Non capita tutti i giorni di essere sorpresi ubriachi al volante, multati, privati della patente, processati per guida in stato di ebbrezza ma alla fine assolti. Per due volte.E' capitato, invece, a un giovane automobilista reatino, protagonista di una rocambolesca vicenda culminata con un processo, al termine della quale è stato assolto dall'accusa di guida in stato ebbrezza perchè il fatto non costituisce reato. In precedenza, anche il giudice di pace aveva restituito all'imputato la patente e annullato la sanzione amministrativa.

In entrambi i casi, i giudici hanno stabilito che il giovane stava guidando in stato di ubriachezza, ma per necessità. Vale a dire, per sfuggire insieme a un suo amico, che era a bordo dell'auto, all'aggressione di altri giovani che lo stavano inseguendo con un'altra vettura. A salvarlo ci avevano pensato i carabinieri che, allertati dalla centrale operativa della Questura alla quale aveva chiesto aiuto la stessa vittima telefonando con il cellulare, avevano atteso inseguiti e inseguitori all'uscita di una galleria sulla superstrada Rieti- Terni.

E in caserma la storia era stata chiarita. Tutto era cominciato a Terni, all'esterno di una discoteca, dove due clienti avevano minacciato il reatino e l'amico chiedendo loro di consegnargli i soldi. Al loro rifiuto, li avevano aggrediti, tanto che i due amici era riusciti a salire in auto e a dirigersi verso Rieti, inseguiti però dagli aggressori umbri. L'epilogo della storia sulla superstrada, con la denuncia per tentata rapina e lesioni nei confronti dei ternani (ora indagati in un procedimento pendente a Terni) e quella contro il reatino per guida in stato di ebbrezza. Ma i giudici l'hanno perdonato, assolvendolo due volte. In fondo, di buone ragioni per fuggire (anche ubriaco) ne aveva da vendere.

Venerdì 20 Luglio 2012 - 12:01
Ultimo aggiornamento: 20:41

Crisi, Segre: "Il suicidio è un atto di guerra"

Laura Lesèvre - Ven, 20/07/2012 - 17:59

 

Per il professore, il suicido è un atto di guerra, una guerra contro se stesso per punire gli altri. C'è bisogno di manifestare il proprio dolore e accusare l'altro di quello che si soffre, fondamentalmente è una mancanza di responsabilità

 

Professore, che idea si è fatto del fenomeno dei suicidi?
“Non mi sembra che i suicidi legati al problema economico siano una novità. Sono certamente una tragedia ma non sono una novità perché il numero dei suicidi del 2010 è stato uguale a quello del 2011 e non ci sono variazioni per il momento”.

E al di là dei numeri?
“Forse sono cambiati i motivi. Leopardi diceva che per gli antichi il suicidio è un atto di gloria. Adesso per i moderni è un atto di stanchezza di vivere. Un atto dimostrativo che ha cause più varie ma quelle economiche non sono quelle principali”.

 

 

Quali sono le cause allora?
"C'è la convergenza di tre fattori: il bisogno di un riconoscimento sociale, soprattutto il riconoscimento dei mass media che è il più ambito, il bisogno di rivolta e di esternare questa volontà di rivolta. E poi c'è un bisogno di sollievo, un bisogno di liberarsi dalla depressione che si estende in tutti i campi ma anche da situazioni impossibili”. Altri elementi? “Il senso di colpa, il sentirsi responsabile dei guai di una famiglia o di una impresa che porta a chiedere la soluzione attraverso questo atto estremo”.

Come definirebbe il suicidio?
“E' un atto di guerra, una guerra contro se stesso per punire gli altri. C'è bisogno di manifestare il proprio dolore e accusare l'altro di quello che si soffre, fondamentalmente è una mancanza di responsabilità”.

Si spieghi meglio
“Chi ha studiato questo fenomeno è stato Durkheim che ha identificato quattro forme di suicidio: egoistico, altruistico, fatalista e anomico (privo di norme, relativo alla persona che ha perduto i punti di riferimento). E' in queste 4 categorie che uno può trovare tutte le cause di queste tragedie personali”.

Nell'ultimo periodo ha notato una enfatizzazione del fenomeno da parte dei media?
“C'è stata una crescita nell'attenzione dei media. Una volta il suicido era meno noto perché la gente si vergognava, perché il suicidio non riceveva l'approvazione della chiesa, perché la società era molto più portata a una visione altruistica della morte. Ma per i media la tragedia attira sempre di più della commedia”.

Cosa dovrebbero fare i media?
“I mass media dovrebbero fare quello che è contrario alla loro strategia: concentrarsi sui lati positivi ed essere umili. Ma naturalmente per loro l'interesse immediato è quello di attirare l'attenzione”.

Cosa direbbe a una persona che sta pensando di togliersi la vita?
”Direi che ci sono sempre delle alternative perché la distruzione di sé è mettere fine a tutte le alternative. Finché c'è vita, c'è possibilità di riscatto. Il sostegno può venire solo dalla società che purtroppo ha esaltato l'individualismo fino al punto di far perdere il senso di sé in mezzo a un sostegno di massa che è impersonale”.

Scandaloso compagno Dalla senza eredità

Corriere della sera

 

D'Alema e i diritti gay: in Italia situazione insostenibile, serve passo avanti. Ma Casini: nozze gay incivili

 

MILANO - «Mi è sembrato scandaloso che il compagno di Lucio Dalla non abbia avuto diritto all'eredità. Io credo bisogna fare un passo in avanti in questa direzione perché la situazione oggi è insostenibile». Così Massimo D'Alema torna sulla questione dei diritti delle coppie gay.

«SITUAZIONE INSOSTENIBILE» - Parlando nel corso della festa del Pd a Campalto, nel veneziano, il presidente del Copasir ed esponente del Pd, ha spiegato che nel suo partito «non c'è un vero contrasto», però, certo, «nel Paese bisogna fare un passo avanti, perché in questo campo la situazione è insostenibile: questa è una cosa da fare e la si farà». Serve, spiega ancora, «una legge che garantisca i diritti civili».

«NOZZE GAY VIOLENZA DELLA NATURA» - D'Alema sembra rispondere al presidente dell'Udc Pier Ferdinando Casini che proprio venerdì ha definito il matrimonio gay una cosa «profondamente incivile, una violenza della natura sulla natura», scatenando polemiche e dure reazioni. Casini dice sì alle «garanzie giuridiche per una coppia di conviventi anche dello stesso sesso: sono un fatto di civiltà, ma i matrimoni tra gay sono una idea profondamente incivile, una violenza della natura e sulla natura». Per quanto riguarda le adozioni da parte di coppie di omosessuali, secondo il leader Udc si tratta di «un'idea della società che non progredisce ma regredisce perché vuol dire che è più forte il desiderio di maternità che quello della tutela del bambino, e noi siamo dalla parte del bambino».

LE REAZIONI - Dure le reazioni alle sue parole. Bersani: «Noi le unioni gay le facciamo. Gli altri si regolino». L'Arcigay: «Casini si candida in Iran o in Utah?». Idv: «Casini offende milioni di Bersani». Concia (Pd): «Su questo temi alcuni esponenti dell'Udc perdono la testa offendendo gratuitamente milioni di cittadini italiani per bene».

LA POLEMICA - La questione sui diritti delle coppie gay ha provocato una frattura appena pochi giorni fa all'interno dello stesso Pd, quando durante l'assemblea di Roma, la presidente Rosy Bindi non ha fatto votare un documento che apriva esplicitamente alle nozze gay, provocando forte tensioni e polemiche. Qualche giorno dopo la Bindi aveva poi sottolineato che «il matrimonio è solo eterosessuale». E proprio una sera fa è stata contestata duramente da un gruppo di attivisti gay alla Festa dell'Unità di Roma che l'hanno accusata di essere «omofoba». La polemica continua.

 

Redazione Online20 luglio 2012 | 21:55

Festa dell'Unità, scontro tra gay e Bindi: «Omofoba? Difendo passi fatti dal Pd»

Corriere della sera

 

Attaccata da un gruppo di persone sul tema del matrimonio fra omosessuali, la presidente del Pd ha reagito

 

 

ROMA - Per Rosy Bindi, strascico delle polemiche sui matrimoni gay anche alla Festa dell’Unità di Roma. Non si placano le reazioni e gli attacchi in relazione alla posizione assunta dal presidente del Pd: mercoledì sera, intervistata da Federico Geremicca sul palco «Giovanni Falcone» della tradizionale festa del Pd alle Terme di Caracalla, Bindi si è ritrovata a fare di nuovo i conti con la contestazione delle sue affermazioni sul tema delle unioni gay. Ad attaccarla di fronte a una platea di trecento intervenuti è stato un piccolo quanto agguerrito gruppo di militanti pro-gay. Vivace lo scambio di battute che ne è nato: Rosy Bindi non si è sottratta al confronto e ha confermato la sua posizione ricordando che bisogna stare dentro la cornice della Costituzione.

«HO BISOGNO DI VOI» - La presidente del Pd era sul palco per un' intervista quando si sono levate da pubblico delle grida di dissenso degli attivisti pro-gay: dal gruppo che la contestava è scattata anche l’accusa di essere un’ «omofoba». La Bindi ha allora ricordato di essere stata a suo tempo, ministro del governo Prodi, bersaglio delle manifestazioni per la difesa della famiglia. Infervoratasi ha replicato con toni forti ai contestatori: «Non accetto che ora si dia un interpretazione minimale del passo avanti che abbiamo fatto insieme», ha detto riferendosi al documento sui diritti approvato dalla direzione del Pd. Infine ha sbottato: «Io ho bisogno di voi, ma se voi non sentite il bisogno di me, siete voi che ve ne dovete andare!». Il servizio d’ordine della manifestazione ha evitato di intervenire contro i contestatori.

LA NOTA DEL PD - Il giorno dopo, poi, una nota ufficiale del Pd ha spiegato: «Ieri sera alla Festa democratica di Roma, un gruppetto di persone ha interrotto e contestato la presidente dell'assemblea nazionale. Ma alla conclusione del dibattito, nel quale Bindi ha spiegato le ragioni del Pd e i contenuti del documento approvato dall'Assemblea del 14 luglio, gli equivoci sulla posizione del partito sono stati chiariti. Al termine dell'incontro i contestatori hanno tolto dal loro stand un cartello con la scritta "Di.Co No a Rosy Bindi" e lo hanno regalato al Presidente come prova del chiarimento avvenuto».

 

Paolo Brogi

20 luglio 2012 | 9:52

Acqua, la Corte Costituzionale rimette in pista i Referendum: no a privatizzazione

Corriere della sera

 

Per la Consulta l'articolo 4 della finanziaria-bis 2011 è inammissibile. I movimenti: «restituita voce a cittadini»

 

Una dei manifesti della campagna referendaria  contro la privatizzazione delle risorse idricheUna dei manifesti della campagna referendaria contro la privatizzazione delle risorse idriche

La Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale la liberalizzazione dei servizi idrici prevista dalla seconda manovra correttiva del governo di Silvio Berlusconi, il decreto legge 138/2011. La manovra di ferragosto prevedeva all'articolo 4 che gli enti locali verificassero «la realizzabilità di una gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali», «liberalizzando tutte le attività economiche compatibilmente con le caratteristiche di universalità e accessibilità del servizio».

VIOLAZIONE - Il motivo centrale per cui la Consulta ha stabilito l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4 della Finanziaria-bis 2011 è che viola l'articolo 75 della Costituzione, cioè quello che vieta il ripristino di una normativa abrogata dalla volontà popolare attraverso referendum: la Corte, infatti, rileva che quell'articolo ripropone nella sostanza la vecchia norma che il referendum voleva cancellare e anzi la restringe e la peggiora.

I MOVIMENTI - Esulta il Forum italiano dei movimenti per l'acqua, protagonista al referendum del 12 e 13 giugno 2011, per il quale la sentenza è «un monito al governo Monti e a tutti i poteri forti che speculano sui beni comuni». Scrive il Forum italiano dei movimenti per l'acqua: la consulta «fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali». E aggiunge «Oggi la Corte Costituzionale restituisce la voce ai cittadini italiani e la democrazia al nostro Paese».

REFERENDUM - Per i movimenti, «la sentenza ribadisce con forza la volontà popolare espressa il 12 e 13 giugno 2011 e rappresenta un monito al Governo Monti e a tutti i poteri forti che speculano sui beni comuni. Dopo la straordinaria vittoria referendaria costruita dal basso, oggi è chiarito una volta per tutte che deve essere rispettato quello che hanno scelto 27 milioni di italiani: l'acqua e i servizi pubblici devono essere pubblici». La sentenza della Corte va letta nelle sue pieghe. Il testo, infatti, rileva che l'intento referendario era di superare le limitazioni, rispetto al diritto comunitario, delle ipotesi di affidamento diretto e, in particolare, quelle di gestione in house di pressoché tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica (compreso quello idrico). La nuova normativa, osservano però i giudici costituzionali, «non solo è contraddistinta dalla medesima ratio di quella abrogata, ma è anche letteralmente riproduttiva, in buona parte, di svariate disposizioni» della legge abrogata: da un lato «rende ancor più remota l'ipotesi dell'affidamento diretto dei servizi», dall'altro la lega al rispetto di una soglia commisurata al valore dei servizi stessi, oltre la quale è esclusa la possibilità di affidamenti diretti: soglia che scende rispetto a quanto previsto nel testo precedente, passando da 900 mila a 200 mila euro.

DECRETO SVILUPPO - «La sentenza della Corte Costituzionale dice chiaramente che le privatizzazioni sui servizi pubblici locali, non solo quelli che riguardano l'acqua, non possono essere realizzate perché c'è un vincolo referendario», sostiene il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che aggiunge: «Con questa sentenza i provvedimenti del Governo Monti, ma anche quelli successivi del governo Monti, sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali non sono applicabili perché 27 milioni di cittadini si sono espressi contro la privatizzazione, così come ribadito dalla corte». Un auspicio, secondo Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente: «Con la sentenza salta l'obbligo alla privatizzazione degli enti idrici come era posto dalla finanziaria del governo Berlusconi, ma una misura simile è contenuta ora nel Decreto Sviluppo, mi auguro che il governo Monti ne prenda atto per non dovere ricominciare daccapo».

I COMUNI - Mentre a Roma si attende la decisone del Consiglio di Stato per la cessione della municipalizzata Acea, l'Anci esprime dubbi. «La sentenza della Corte Costituzionale sui servizi pubblici locali ha un effetto dirompente sulla disciplina poiché modifica ancora una volta lo scenario rendendolo ingovernabile», dice il vice presidente dell'Anci e sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo. «Anche prima di questa sentenza - continua - i Comuni più volte hanno sostenuto che la situazione dei SPL era dubbia e complessa e la sentenza della Corte destabilizza ancora di più la materia».

 

Redazione Online20 luglio 2012 | 20:56

Who in America: il biglietto che vale ancora dopo 33 anni

Corriere della sera

 

Nel'79 venne annullato un concerto a Providence: chi ha conservato l'ingresso potrà andare a quello di quest'anno

 

Un biglietto del tour del'79Un biglietto del tour del'79

La rockstar di turno vi bidona all'ultimo momento? E voi siete profondamente delusi perché quel biglietto l'avevate acquistato da un anno? Ebbene, non andate mestamente a farvelo rimborsare, ma conservatelo. Potrebbe tornarvi buono dopo 33 anni.

IL GRANDE RITORNO - È quel che è successo con gli Who: la leggendaria band inglese, purtroppo ridotta a due elementi ormai, l'ex zazzeruto Roger Daltrey e il buon vecchio Pete Townsend, ha lanciato la grande tournée del ritorno in America, con oltre trenta date. Tra queste ci sarà anche la tappa di Providence, Rhode Island, nel New England: nel 1979, durante l'allora tour negli Usa, venne annullata dall'allora sindaco della cittadina per motivi di sicurezza.

NON ERANO PIU' TORNATI - Da allora, gli Who non sono più tornati nella cittadina: ebbene l'organizzazione del tour 2012, ha deciso di regalare l'entrata al concerto di quest'anno a coloro che hanno conservato l'ingresso originale ( sai mai che l'abbiano incorniciato in un quadretto). Ingresso che, per inciso, nel 1979 costava 14 dollari, mentre adesso si va dai 57,50 ai 127,50.

MEGLIO TARDI CHE MAI - Bene, in cambio del biglietto vecchio, questi fortunati fan avranno quello nuovo: e il prezioso originale verrà messo all'asta a scopi benefici. Considerando che (chissà se con un superstizioso tocco britannico) Townsend e Daltrey hanno dichiarato: «Facciamo questo tour, perché presto potremmo non esserci più», è proprio il caso di dire meglio tardi che mai.

 

Matteo Cruccu
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20 luglio 2012 | 16:05

Mentana irrompe in studio per replicare a Formigoni

Corriere della sera

 

Cattura

Colpo di scena durante la puntata di giovedì sera di "In Onda Estate" su La7. Il direttore del Tg della rete, Enrico Mentana, è entrato a sorpresa in studio per replicare al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che aveva criticato un servizio andato in onda nel notiziario delle 20 diretto dallo stesso Mentana.

 

 

 

 

Gli attacchi informatici? Sempre più alla portata di tutti e nessuno è immune

Corriere della sera

 

Secondo Arbor Network gli attacchi DDos sono sempre più facili da realizzare. Grazie a tutorial e aste online

 

Un pirata al lavoroUn pirata al lavoro

L'attacco DDoS è sempre più democratico. E alla portata di tutti. Basta poco infatti e sul web si trova una vasta gamma di nuovi tool di attacco immediatamente disponibili e scaricabili. Così per buttare giù il sito di un'azienda o di un ente governativo non occorre più essere abili hackers, hacktivist o un membro di Anonymous. Ma non solo. Ad allargarsi sempre di più è anche lo spettro dei target: inizialmente gli hacker progettavano le loro operazioni con motivazioni ideologiche. Oggi, invece, ai pirati si affiancano utenti "comuni" che magari attaccano i siti per motivi economici, o semplicemente per vandalismo.

LE IMPLICAZIONI PER LE AZIENDE - Come rilevato dallo studio annuale «Worldwide Infrastructure Security Report» realizzato da Arbor Networks, una ricerca sulla community dedicata alla sicurezza operativa di Internet, qualsiasi impresa dotata di una presenza online a prescindere da dimensioni e tipologia di attività, può infatti diventare un potenziale bersaglio per una serie di motivi: chi è, cosa vende, chi sono i suoi partner, o qualunque altra affiliazione effettiva o percepita. Nessuno è immune. E la cosa più interessante è, come spiega Roland Dobbins, Arbor Networks Solutions Architect for Asia-Pacific, principale autore di questa edizione del report, che«l'esplosione di tool gratuiti e facilmente accessibili consente a chiunque di lanciare attacchi DDoS. Ciò ha profonde implicazioni per lo scenario delle minacce, per il profilo di rischio, per l'architettura di rete e per i deployment di sicurezza degli operatori Internet e delle aziende collegate a Internet».

IN VENDITA IN RETE - Un attacco DDoS (denial of service, letteralmente negazione del servizio) è un attacco informatico in cui si cerca di portare il funzionamento di un sistema informatico che fornisce un servizio, ad esempio un sito web, al limite delle prestazioni, lavorando su uno dei parametri d'ingresso, fino a renderlo non più in grado di erogare il servizio. Oggi gli attacchi DDoS hanno la connotazione decisamente più "criminale" di impedire agli utenti della rete l'accesso ai siti web vittime dell'attacco. Per rendere più efficace l'attacco in genere vengono utilizzati molti computer inconsapevoli, detti zombie, sui quali precedentemente è stato inoculato un programma appositamente creato per attacchi DDoS e che si attiva ad un comando proveniente dal cracker creatore. Se il programma maligno si è diffuso su molti computer, può succedere che migliaia di PC violati da un cracker, ovvero una botnet, producano inconsapevolmente e nello stesso istante un flusso incontenibile di dati che travolgeranno come una valanga anche i link più capienti del sito bersaglio. In rete sono disponibili centinaia di tutorial e di link attraverso i quali imparare a fare un attacco del genere. «Alcune persone oggi offrono online veri e propri servizi sia per portare avanti attacchi DDos che per spiare i computer altrui. Così per pochi centesimi in rete oggi si può comprare un tango down o un tool per accedere ai dati di qualcuno», sottolinea Marco Gioanola, consulting Engineer di Arbor Networks.

IL REGIME DI ASSAD E L'ITALIA - Risultato, il 30% degli intervistati da Arbor Network rivela di aver riportato una media di 50-10o attacchi al mese. E il 13% ha registrato attacchi superiori a 10 Gbps. Ma non solo. La diffusione dei tool per spiare i computer si sta diffondendo anche a livello governativo. Un esempio è il regime di Assad che avrebbe usato questo sistema per spiare i ribelli. «E un'alta diffusione di queste tecniche di spionaggio è stata rilevata anche su siti italiani», avverte Gioanola. Anche se è ancora impossibile dire per che scopi siano state usate

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Marta Serafini@martaserafini

20 luglio 2012 | 15:49

Sequestrate a Milano 57 mila dosi di «droga dello stupro»

Corriere della sera

 

La droga proveniva dall'Olanda. Trentadue persone segnalate e ventidue arresti. La banda operava sul web

 

MILANO - Maxi sequestro a Milano della cosiddetta «droga dello stupro». I militari del Comando provinciale della Guardia di finanza ne hanno sequestrati 28 litri, pari a 57.000 dosi, per un valore commerciale di 600 mila euro, importate illegalmente dall'Olanda. Trentadue le persone segnalate. Di queste, 22 sono state arrestate, 6 denunciate e 4 sono tuttora in corso di identificazione. È sufficiente anche una sola goccia di questa sostanza, insapore e inodore, diluita in una bevanda per poi approfittare della perdita dei freni inibitori delle vittime, spiegano gli esperti.

 

DROGA DELLO STUPRO - Indicata come «Gbl» (gamma-butirrolattone), a differenza dell'ecstasy che causa eccitazione, questa sostanza addormenta il sistema nervoso con disturbi sulla memoria e sull'orientamento: la vittima non ricorda gli ultimi avvenimenti, e l'effetto, a seconda del dosaggio, dura anche 2-3 ore. Gli effetti, secondo gli esperti, possono essere devastanti: «aritmie cardiache, degenerazioni del cervello, danni al fegato e ai reni, sonno improvviso, perdita di memoria, a volte anche la morte».

ALLARME - Questa operazione - spiegano dalla Finanza - e’ la conferma dell’allarme lanciato nell’aprile scorso dall’Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze. Le modalità attraverso le quali queste nuove droghe arrivano sul mercato mettono in crisi le abituali procedure per il monitoraggio. Sono infatti ben 41 le sostanze sintetiche scoperte con gli stessi effetti delle droghe illegali, la cui disciplina normativa non trova pari trattamento all’interno dei diversi stati. Il fenomeno - sottolineano ancora i finanzieri - ha spinto la stessa commissione europea a riunirsi al fine di aggiornare gli strumenti giuridici dell’ Ue in materia di politica antidroga, prevedendo normative che possano contrastare la vendita online ed assicurare incisivi controlli sui precursori chimici delle droghe sintetiche. Il risultato operativo testimonia ancora una volta quanto il web sia efficace nell’abbattere i confini internazionali, garantendo un lungo anonimato a coloro che la sfruttano per scopi illeciti. red

 

Redazione Milano Online20 luglio 2012 | 12:18

Firmate il questionario o verrete licenziati» Il caso Poltronesofà e la legge Fornero

Corriere della sera

 

La denuncia della Cgil: «Impugneremo tutte le certificazioni». Nessun commento (per ora) da parte dell'azienda

 

Uno dei punti vendita Poltronesofà presenti in ItaliaUno dei punti vendita Poltronesofà presenti in Italia

Scrive Antonio: «Devo presentarmi a una commissione del ministero del Lavoro a Roma per certificare il contratto di associazione in partecipazione. Ma le condizioni scritte sul contratto non sono quelle lavorative». Rileva Giorgia: «Lavoro per Poltronesofà. Qui siamo tutti assunti con il contratto di associazione in partecipazione. Quelli che non hanno firmato la certificazione proposta dall'azienda sono "spariti" dalla sera alla mattina. Licenziati».

L'OBBLIGO - Denuncia Sabrina: «Ci hanno obbligato a firmare, pena il licenziamento immediato. Cosa dovevamo fare? Ci siamo turati il naso e siamo andati a Forlì (il quartier generale dell'azienda, ndr), tutti tranne una che si è rifiutata. Ora è a casa». Rincara Michele: «Dal 9 luglio ci hanno mandato dei questionari nei quali si doveva rispondere "correttamente" . In realtà lavoriamo sette giorni su sette, alcune volte con orario continuato. Dove sono le leggi che ci tutelano?».

IL CASO - Antonio, Giorgia, Michele e Sabrina sono nomi di fantasia, ma celano altrettante identità. Hanno scritto (anche sotto anonimato) alla Filcams Cgil, la categoria confederale del commercio e turismo del sindacato guidato da Susanna Camusso, e alla Nidil, che invece si occupa di rappresentare (e tutelare) chi ha un contratto atipico e ha lanciato da tempo la campagna «Dissociati» per sensibilizzare i lavoratori. Antonio, Giorgia, Michele e Sabrina sono 4 degli oltre 120 «soci» di Poltronesofà in tutta Italia, storica azienda di arredamento (ricordate lo spot pubblicitario con Sabrina Ferilli?). Titolari del contratto di associazione in partecipazione, quella diavoleria (come da più parti è stata definita) frutto della iper-flessibilità del mercato del lavoro retaggio di altre stagioni politiche e ora apertamente sconfessata dalla riforma targata Fornero, che infatti ne ha imposto limiti molto più stringenti (possono essere contrattualizzati con questo particolare istituto giuridico al massimo tre per azienda, salvo - appunto - la possibilità di certificare fino a scadenza i contratti già in essere).

I VINCOLI - La riforma ha imposto anche precisi limiti di orario, soprattutto subordinando questo schema a un lavoro effettivamente di natura autonoma, in cui il socio/titolare di un punto vendita (è uno schema replicato anche da diverse griffe dell'abbigliamento low-cost) sia effettivamente il «dominus», abbia la possibilità di fare delle scelte imprenditoriali (ad esempio in termini di assortimento e vetrina), non sia vincolato a degli orari stabiliti dalla casa madre a patto che partecipi agli utili, come alle perdite dell'azienda se le cose non dovessero andare nel verso giusto.

L'EPISODIO - Il caso è deflagrato perché Poltronesofà - dice la Cgil - avrebbe licenziato tre lavoratrici di Torino che non avrebbero accettato il «ricatto della certificazione», apponendo la loro firma su delle condizioni evidentemente ritenute fittizie. Dice Daria Banchieri, Filcams Cgil, che «l'azienda pretendeva che fossero le stesse lavoratrici a confermare, con questionario già pre-compilato dal datore di lavoro e falsando la realtà, che il loro rapporto di lavoro rispondeva alle caratteristiche di autonomia previste dalla legge per l'associazione in partecipazione. A fronte della loro indisponibilità, Poltronesofà ha risposto con il recesso immediato dal contratto». Per questo la Filcams ha inviato nei giorni scorsi una lettera alla direzione dell'azienda per chiedere l'apertura di un tavolo di confronto, annunciando di voler impugnare tutte le eventuali certificazioni di associazione in partecipazione, «forti anche del fatto che le precedenti certificazioni di rapporti di lavoro para-subordinato sono state ritenute nulle dal giudice».

LA FINESTRA - Eppure - di fronte alla presunta forzatura aziendale - rileva la Banchieri che una parte della colpa è da ascrivere alla riforma Fornero, che «non ha previsto un periodo-finestra in modo da dare il tempo alle imprese di mettersi in regola» con forme di lavoro subordinato. Così l'alternativa è tra il dichiarare il falso o essere licenziati. In questi tempi di crisi la verità (spesso) è di troppo.

 

Fabio Savelli
FabioSavelli19 luglio 2012 (modifica il 20 luglio 2012)

Denver, strage alla prima di «Batman» Killer uccide quattordici persone

Corriere della sera

 

Aveva due pistole e un fucile e una maschera antigas: è stato fermato. Ha agito da solo, cinquanta feriti

 

Il cinema dove è avvenuta la sparatoriaIl cinema dove è avvenuta la sparatoria

Una strage alla prima di «Batman»: a Denver, in Colorado, ci sono stati quattordici morti, tra cui diversi bambini, dopo che un uomo di 24 anni ha aperto il fuoco al 16th Century Movie Theater, cinema ad Aurora, sobborgo alla periferia della città, mentre stavano proiettando l'ultimo episodio della saga del supereroe: «Il Cavaliere Oscuro- Il Ritorno». I feriti sarebbero 50. Il killer è stato arrestato.

I MORTI - Dieci persone sono morte sul colpo, le altre quattro sono decedute più tardi in ospedale. L'identità delle vittime è ancora sconosciuta ma si prevede possano esserci molti bambini, visto il film proiettato . Un medico del Denver Heath, Stephen Wolf, ha riferito di aver ricevuto otto pazienti con ferite da armi da fuoco; molti altri vengono curati per intossicazione da lacrimogeni.

VESTITO COME BANE?- Il killer ha 24 anni ed è entrato nel cinema vestito di nero, giubbotto antiproiettile, con casco e occhialoni scuri, maschera anti-gas, ed armato di due pistole e un fucile. Secondo alcuni testimoni, sarebbe stato vestito come Bane (da noi noto come Flagello), terrorista che interpreta la parte del "cattivo" dell'ultimo Batman e avrebbe nascosto in precedenza alcune armi in platea.

NESSUN COMPLICE- L'uomo ha aperto il fuoco, all'ultimo spettacolo di mezzanotte e mezza, dopo aver lanciato un lacrimogeno. Il 24enne è stato arrestato senza che abbia opposto alcuna resistenza. Diversi testimoni hanno assistito alla scena In un primo momento si era pensato che l'omicida avesse agito in collaborazione con un complice, ma la polizia di Denver ha detto che non c'è alcuna prova della presenza di altre persone. La polizia sta perquisendo l'appartemento del killer, nella zona nord di Aurora, in cerca di esplosivi.

 

 Denver, sparatoria alla prima di Batman Denver, sparatoria alla prima di Batman Denver, sparatoria alla prima di Batman Denver, sparatoria alla prima di Batman Denver, sparatoria alla prima di Batman

 

OBAMA - Obama è stato informato della strage e viene costantemente informato sugli sviluppi della situazione: il Presidente si è detto «scioccato» dalla sparatoria «tragica ed atroce» in Colorado. «Mettremo il massimo impegno per portare davanti alla giustizia chiunque sia il responsabile dell'accaduto, per garantire la sicurezza alla nostra gente e per prenderci cura di chi è rimasto ferito» ha detto Obama.

ALZATO IL LIVELLO D'ALLERTA- L'Fbi, intanto, sta valutando di alzare il livello di allarme per la sicurezza nazionale: finora sono esclusi legami con il terrorismo. «Tredici anni fa, non lontano dal Theater 16, avvenne un altro massacro indiscriminato: a Columbine, 30 chilometri da Aurora, due ragazzi aprirono il fuoco contro gli studenti di un college, uccidendo 13 persone.

 

Redazione Online20 luglio 2012 | 13:46

Lo Zeppelin torna in Italia dopo 79 anni Ora studia l'inquinamento dell’aria

Corriere della sera

 

Dal 15 giugno al 17 luglio ha sorvolato la pianura Padana per analizzare la composizione dell’aria

 

Lo Zeppelin dopo 79 anni torna in Italia (Associazione Zeppelin Venezia)Lo Zeppelin dopo 79 anni torna in Italia (Associazione Zeppelin Venezia)

MILANO - Uno Zeppelin non operava in Italia dal 1933, anno dell'ultima crociera su Roma. Dopo quasi 80 anni il dirigibile più famoso della storia dell'aviazione è tornato a solcare i nostri cieli grazie al progetto Pegasos (Pan European Gas AeroSOl Climate Interaction Study), che si prefigge di quantificare su scala europea l’impatto dell’inquinamento atmosferico sul clima e l’effetto dei cambiamenti climatici sulla qualità dell’aria, per poter identificare strategie di mitigazione e politiche di controllo del riscaldamento globale del nostro pianeta. «Pegasos può farci comprendere meglio cosa succede sopra le nostre teste, consentendoci di trarre conclusioni utili per adottare opportune politiche ambientali», sottolinea il direttore generale per la ricerca e l'innovazione della Commissione europea, Robert-Jan Smits. I risultati, dunque, serviranno per definire una strategia comune finalizzata a contrastare efficacemente i cambiamenti climatici in tutta l’Unione europea.

 

 Lo Zeppelin su Venezia Lo Zeppelin su Venezia Lo Zeppelin su Venezia Lo Zeppelin su Venezia Lo Zeppelin su Venezia

 

DAI PAESI BASSI ALLA FINLANDIA – Lo Zeppelin, raggiungendo i 2 mila metri di altezza, è una piattaforma aerea di ricerca che monitora la presenza di inquinanti atmosferici a varie altitudini. Il dirigibile, infatti, può librarsi nell’aria, salire e scendere in verticale, navigare a velocità molto bassa e, se necessario, anche fermarsi su un punto di particolare interesse per eseguire scansioni verticali. Equipaggiato con strumentazioni scientifiche dal peso superiore a una tonnellata, ha un’autonomia di volo di 24 ore. Ha iniziato la missione nel mese di maggio: partito da Friedrichshafen, in Germania, ha sorvolato i Paesi Bassi fino a Cabauw. Dal 15 giugno, per cinque settimane ha volato sull’Italia e il prossimo anno, ad aprile, proseguirà verso nord, per due mesi, sulla strada per Hyytiälä, in Finlandia. Nel corso di tre differenti missioni, dunque, il team di ricercatori potrà acquisire dati provenienti da gran parte del continente: «una straordinaria opportunità per lo studio della chimica atmosferica», afferma Andreas Wahner, direttore dell'Istituto per l'energia e le ricerche sul clima del Centro ricerche Jülich. «La copertura, nello spazio e nel tempo, di gran parte d'Europa», aggiunge il coordinatore del progetto Spyros Pandis, «è uno degli elementi che rende unica questa campagna, che promette di essere il più completo studio della qualità dell'aria, a livello europeo e probabilmente nel mondo».

IN VOLO SULLA PIANURA PADANA – In Italia la missione dello Zeppelin è stata coordinata dall’Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Bologna. Il dirigibile ha effettuato misure in quota, dagli Appennini al mare Adriatico, affiancate a osservazioni terrestri, che permettono ai ricercatori di analizzare le interazioni fra i processi che producono inquinanti atmosferici (come per esempio, combustione, traffico veicolare, emissioni da centrali termiche e processi industriali in genere) e quelli che influenzano i cambiamenti climatici (per esempio, le emissioni di gas a effetto serra) nella pianura Padana. «Un’area tra le più inquinate d’Europa e molto sensibile al mutamento del clima» commenta la coordinatrice, Maria Cristina Facchini. Che sottolinea come inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici vengano tuttora trattati sul piano normativo come due problematiche separate, ma i più recenti risultati della ricerca scientifica hanno evidenziato ormai che le sorgenti di emissione degli inquinanti sono le stesse che producono gas serra.

MISURAZIONI - Durante la campagna gli scienziati, in collaborazione con l’Agenzia regionale per la protezione e l’ambiente dell’Emilia Romagna, hanno usato tre diverse serie di set strumentali per misurare, negli strati inferiori dell'atmosfera, l’ozono, gli ossidi di azoto e le polveri sottili che, oltre a essere dannosi per la salute umana e per l’ambiente, hanno un ruolo decisivo nel riscaldamento del clima. E hanno realizzato esperimenti per studiare le reazioni chimiche che producono tali inquinanti. «In particolare, vogliamo quantificare la concentrazione dei radicali idrossilici (radicali OH), chiamati spazzini dell’atmosfera perché degradano la maggior parte degli inquinanti presenti nella bassa atmosfera trasformandoli in altre molecole meno tossiche. Inoltre, abbiamo indagato i meccanismi di formazione, la composizione chimica e il ruolo della frazione più fine del Pm10 (il particolato atmosferico composto da particelle microscopiche disperse nell’aria il cui diametro è uguale o inferiore ai 10 micron) nei processi di formazione e rimozione dei radicali. Tutto grazie all’impiego dello Zeppelin, che è una piattaforma multifunzionale. Leggera, ecologica e sostenibile», precisa Facchini, impegnata adesso con il team di ricercatori dell’Isac nell’analisi dei dati raccolti.

LO ZEPPELIN – «Uno Zeppelin non operava in Italia dal 1933, anno dell'ultima crociera su Roma», ricorda Andrea Fonda dell’Associazione Zeppelin Venezia. «Quello in missione con il progetto Pegasos», aggiunge, «è l'unico dirigibile semirigido al mondo: è dotato di una struttura interna in alluminio, kevlar (fibra sintetica particolarmente resistente) e fibra di carbonio. Lungo 75 metri, è il più grande tra tutti i dirigibili. La pesante strumentazione scientifica (oltre una tonnellata) vola più leggera dell'aria grazie all'elio, gas inerte di cui l’aeronave è riempito, e ai tre motori con eliche direzionabili di 120 gradi che ne danno una manovrabilità molto simile a un elicottero».

 

Simona Regina

20 luglio 2012 | 10:58

L'eroe Saviano ci ricasca: copia pari pari un collega

Libero

 

Clamoroso plagio nel rapporto di Legambiente. L'organizzazione prova a difenderlo: "Un errore di stampa, mancano le virgolette"

 

Cattura

Già per Gomorra finì nel mirino. L'accusa mossa a Roberto Saviano? Fa l'eroe ma è un copione: non cita le fonti. Ed ecco che il nuovo guru della sinistra ci ricasca. Come rivela Il Fatto Quotidiano "il risultato è un doppione quasi perfetto. Una riproposizione fedele di pensieri e parole". Ma che è successo? E' successo che Saviano ha attinto al lavoro di un altro giornalista, ovviamente senza citare la fonte (come detto, in passato il cronista Giampiero Rossi lo aveva sbugiardato mettendo in evidenza le lampanti somiglianze tra un passo del suo libro e un intervento televisivo di Saviano).

Il rapporto di Legambiente - Ma questa volta il caso è clamoroso: lo scrittore sotto scorta per le minacce del clan dei Casalesi ha ripreso pari pari, identici, dei passaggi del capitolo scritto nello stesso libro da un altro autore. Nel mirino ci finisce il rapporto Ecomafia 2012 elaborato da Legambiente sulle ecomafie italiane, venduto a 24 euro e presentato una settimana fa a Roma alla presenza del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, e del ministro dell'Ambiente, Corrado Clini. Prefazione e quarta di copertina sono firmate da Saviano. E sulla quarta c'è una frase sulla necessità di denunciare le storture della mafia. Nelle sette pagine, l'autore di Gomorra sottolinea l'importanza del rapporto di Legambiente. Quindi Saviano passa in rassegna gli enti locali azzerati nel nord Italia. Peccato che nel medesimo volume ci sia un capitolo firmato da Giovanni Tizian, anche lui sotto scorta, intitolato Il sacco del nord che affronta lo stesso argomento.

Frasi identiche - Peccato che di uguale non ci sia soltanto la questione affrontata. Di uguale ci sono anche le parole. Identiche. I curatori del rapporto hanno provato a precisare: "E' stato un nostro errore, avremmo dovuto virgolettare le parti della prefazione di Saviano che richiamavano il lavoro di Tizian, ci è sfuggito". Possibile che si tratti davvero di un errore di stampa, di una distrazione? Chissà. Di certo c'è che il risultato è un perfetto "copione".

Copiatura clamorosa - Ma lasciamo spazio alle parole. Nell'introduzione firmata da Saviano si può leggere: "Dimenticato, rimosso, cancellato dalla memoria collettiva. Il primo comune sciolto per mafia nessuno lo ricorda più. E' un fantasma disarmato, lontano. Eppure il caso Bardonecchia racchiudeva l'essenza della ‘ndrine del Nord. Cemento, appalti, forniture, condizionamento della politica". Spostiamoci poi a pagina 125, dove Tizian inizia il suo intervento con le stesse identiche parole. Cambia soltanto la posizione di qualche lemma, la posizione di qualche virgola.

E non una sola volta... - Poi ancora un plagio. Saviano scrive: "A nord della Linea Gotica protagonista assoluta è la mafia calabrese. Capaci di relazionarsi come nessun altro, i clan della ‘ndrangheta prediligono le piccole amministrazioni. Consapevoli che lì si decide in fretta e dell'immediato futuro delle città. Concessioni e autorizzazioni. Piani regolatori e appalti. In altre parole: il destino dei territori". E Tizian pure, c'è solo qualche lievissima variazione. Un caso o Saviano ci è ricascato?

Il canile dell'orrore: nel congelatore i corpi di cento beagle

Corriere della sera

 

La scoperta della Forestale al Green Hill. Almeno 400 cuccioli non avevano il microchip

 

MONTICHIARI (Brescia) - Orrore a Green Hill. Nei cinque hangar dell'allevamento di beagle destinati alla vivisezione sequestrato l'altro giorno dalla Procura di Brescia sono state trovate carcasse di animali congelati. Quando hanno aperto la cella frigorifera veterinari e agenti sono sbiancati in volto. Impilati, fianco a fianco, c'erano decine di animali. Morti.

I veterinari hanno fatto il conteggio dei cadaveri, hanno tolto i corpi dai frigoriferi e hanno cominciato a contare: poco meno di cento il totale. Tutti i corpi di beagle sono stati sequestrati e sono già stati disposti accertamenti ed esami per cercare di capire come siano morti i cani e perché le carcasse fossero ancora conservati.

Una scoperta agghiacciante che rischia di aggravare la posizione dell'azienda e dei tre indagati (l'amministratore unico, la francese Ghislaine Rondot che vive a Lione, il direttore dell'allevamento e il veterinario responsabile) nell'inchiesta nata da un esposto presentato all'inizio di giugno congiuntamente da Lav (Lega antivivisezione e Legambiente). I magistrati Sandro Raimondi e Ambrogio Cassiani oltre ai maltrattamenti sugli animali stanno valutando di contestare anche il reato di «uccisione di animali senza necessità».

L'ispezione degli uomini della Digos di Brescia e del Nirda del Corpo Forestale dello Stato al canile - oggetto dallo scorso ottobre di una serie manifestazioni di ambientalisti, assalti, liberazione di cuccioli, raccolta di firme per la chiusura - si è protratta per l'intera giornata portando alla scoperta anche di un'altra irregolarità pesante: quattrocento cuccioli non avevano il microchip. La piccola capsula con il numero identificativo deve essere installata alla nascita, ma i veterinari che hanno esaminato gli oltre 2.300 beagle allevati a Montichiari, su alcuni esemplari hanno usato il lettore senza successo: 400 cuccioli non erano in regola. I veterinari dell'Asl hanno immediatamente registrato i cuccioli che ancora risultavano sconosciuti all'anagrafe canina.

La Procura ha disposto anche la schedatura di tutti i cani. Per ogni esemplare è stata compilata una scheda contenente il numero identificativo e tutti i dettagli sulle condizioni di salute e di vita dell'animale. Al setaccio anche tutta la documentazione dell'azienda, controllata dalla multinazionale americana Marshall.

La Procura vuole ricostruire i percorsi seguiti dai cuccioli dopo la vendita: il sospetto è che non tutti finiscano nei laboratori per la sperimentazione scientifica e farmacologica, ma che alcuni esemplari siano utilizzati per esami necessari a testare prodotti cosmetici. Accusa che Green Hill continua a definire «infondata». E per i beagle è già corsa all'adozione: la Federazione italiana diritti animali e ambiente ha chiesto l'affido dei cani di Green Hill con una lettera inviata alla procura di Brescia. Le richieste sono state talmente tante che la casella di posta elettronica della procura è andata in tilt.

 

Wilma Petenzi

20 luglio 2012 | 9:59

Le Olimpiadi, prosecuzione della politica con altri mezzi

La Stampa

 

Da Atene 1896 a Londra 2012, una storia dei "giochi di potere" e delle relazioni internazionali intorno all'evento sportivo

 

1936, la torcia olimpica entra nello stadio di Berlino pavesato con la croce uncinata: i Giochi di quell'anno furono sfruttati dal nazismo come una straordinaria grancassa propagandistica

 

MASSIMILIANO PANARARI

Decostruzione di un (gigantesco) evento sportivo. Dietro la festa e l’agonismo olimpico, sin dagli esordi, si muovono interessi di natura economica (e, fin qui, nulla di strano, si potrebbe dire), ma anche, in maniera eminente, la politica. Lo racconta, alla vigilia delle imminenti Olimpiadi 2012 di Londra, il libro di un giovane studioso specializzato in storia dello sport, Nicola Sbetti, che nel suo Giochi di potere (Le Monnier-Mondadori, pp. 304, € 21,50; prefazione di Sergio Giuntini), effettua un’interessante e dettagliata ricostruzione degli intrecci tra relazioni internazionali, politica di potenza e diplomazia sportiva dalla prima edizione (Atene 1896) sino ai nostri giorni.

Anzi, secondo lo storico, il sistema delle Olimpiadi è, da molti punti di vista e in maniera quasi quintessenziale, lo specchio della politica, dal momento che concorre a rappresentare - e a proiettare nell’immaginario collettivo delle varie opinioni pubbliche - l’idea di una serie di Stati in competizione (in questo caso pacifica) tra loro, rafforzando così il meccanismo dell’identificazione con la propria nazione, secondo quella dicotomia che, ci hanno detto in molti, fonda la politica. Ovvero, la coppia «amico/nemico», che, nella fattispecie (e per fortuna), si converte in avversario sportivo. Insomma, «noi» vs. «loro»: ed ecco che la geopolitica olimpica finisce per riflettere esemplarmente quella politica, e per certificare l’esistenza sul palcoscenico della comunità internazionale, per cui se una nazione non viene ammessa a gareggiare non conta granché (oppure è fatta oggetto di boicottaggio e ostracismo).

Le Olimpiadi estive moderne risorgono, a fine XIX secolo, all’insegna dell’idea di trovare la sintesi fra tre paradigmi culturali assai diversi tra loro: la «filosofia» dello sport praticata dalla borghesia anglosassone, quella europeo-continentale (egemonizzata dalla Germania) della ginnastica (con annesse tendenze patriottiche e militariste) e l’ispirazione «pacifista» e interclassista delle dottrine pedagogiche del (successivamente famosissimo) barone francese Pierre de Coubertin. Tenerle insieme richiedeva, in effetti, un miracolo, il che spiega, nei primi tempi (e sostanzialmente fino all’edizione londinese del 1908) anche la fatica dei Giochi olimpici a trovare spazio e identità, tanto da ridursi, di fatto, ad appendici sportive dei vari concomitanti Expo, tipiche espressioni dell’esuberante fiducia nel progresso di quella scoppiettante Belle Epoque positivista. Che aveva anche, come noto, un orrido dark side antropologico, dal quale discese, nell’ambito dei Giochi di Saint Louis del 1904, la decisione di riservare - alla faccia dell’universalismo decoubertiniano e dello spirito olimpico - gare separate a tutti gli appartenenti alle «etnie inferiori», dai nativi americani ai «sangue misto».

All’indomani della prima guerra mondiale, i Giochi olimpici si rivelarono anche - l’eterogenesi dei fini… - inevitabili compagni di strada di nazionalismi e ideologie, e una loro grancassa propagandistica. L’apice si raggiunse con Berlino 1936, sotto l’egida (e la regia) del nazismo; e la sagra olimpica del totalitarismo nazifascista, se non fosse esploso il conflitto, sarebbe pure proseguita nel ’40 a Tokyo, mentre Roma si era prenotata per i Giochi del ’44. Abbattute le dittature (ed escluse Germania e Giappone da Londra 1948, a cui viene invece ammessa l’Italia, in virtù del combinato disposto del consolidamento del nostro ancoraggio al blocco atlantico e del «riscatto morale» garantito dalla Resistenza antifascista), con Helsinki ’52 le Olimpiadi si trasformano nel palcoscenico sportivo della Guerra fredda.

E, così, passando, via via, per Città del Messico ’68 (l’edizione dell’antagonismo tra Black Panthers e contestazione studentesca), Monaco di Baviera ’72 (con la strage terroristica degli atleti israeliani), Montréal ’76 (la prima delle Olimpiadi del boicottaggio), fino al crollo del Muro di Berlino e alle competizioni vetrina della globalizzazione (e trionfo di marketing e commercializzazione, come l’«Olimpiade-Coca Cola» di Atlanta del ‘96), i tornanti fondamentali della politica del Secolo breve possono venire tutti (e integralmente) letti mediante le lenti (o, meglio, i cerchi) dei Giochi. Inclusa Pechino 2008, quando le proteste a favore del Tibet sono ben presto rientrate al cospetto dell’influenza del gigante asiatico sull’economia mondiale. E compresa Atene 2004, prefigurazione, se si pensa alla corruzione e agli sprechi di cui è stata teatro, della tragedia sociale e finanziaria della Grecia odierna. Una «legge» valida per quelle realizzate, ma anche per quelle mancate, come dimostra la rinuncia di Mario Monti alla candidatura italiana per il 2020 di fronte al rischio di un’«Olimpiade-spread».

Più della metà dei follower di Grillo su Twitter sono falsi"

La Stampa

 

Uno studio di un professore dello IULM: quelli veri riconducibili a persone sono il 27,4% del totale. Oltre il 54% sono invece "Bot", cioè fasulli

 

Tanti è bello. Specie se il numero serve per mostrare i muscoli nei confronti dei propri avversari, sia nel settore commerciale che in quello del consenso politico. E siccome la battaglia si gioca sempre più spesso sui grandi social network, la bontà dei numeri `sbandierati´ diventa un parametro non da poco. Qui però iniziano le sorprese. Oltre la metà dei fan Twitter di Beppe Grillo sarebbero falsi: profili fantasma buoni solo a fare massa. È quanto emerge da uno studio condotto dal professore dello IULM e imprenditore Marco Camisani Calzolari, patron della Digital Evaluations (società con base a Londra specializzata nella misurazione del reale valore dei social media per aziende e vip).

La "radiografia" dell'account di Grillo è parte di una più ampia ricerca sui follower Twitter di partiti e/o leader politici italiani, che sarà presentata prossimamente. Ma passiamo ai numeri. Sui circa 600mila fan del comico genovese e guru del Movimento 5 Stelle, quelli ritenuti quasi certamente dei falsi, generati da programmi informatici automatici, sono 327.373. Il 54,5%. I follower sicuramente reali sono invece solo 164.751 (il 27,4% del totale). Il resto è invece composto da un 6,3% di account protetti - dei quali non è possibile controllare le interazioni - e da un 11,6% di incerti. «I politici, ancor più delle aziende, hanno bisogno di usare i numeri per mostrare la loro forza in termini di consenso politico», spiega Camisani Calzolari, noto per aver fatto il `contropelo´ alle grandi multinazionali. «Fa parte dell'arsenale delle tecniche di comunicazione: chi sbandiera consenso, attrae consenso». E siccome i social network sono uno strumento sempre più rappresentativo per i capi di partito, il professore ha deciso di sottoporre anche i politici alla cura della verità ai loro account Twitter.

«I risultati sono interessanti e soprattutto diversi tra loro», assicura. Per ora sotto la lente di ingrandimento ci è finito Grillo. Per arrivare ai dati definitivi è stato utilizzato un software in grado di analizzare un campione di 20mila follower individuando «sulla base di parametri oggettivi» quali rispondevano a persone in carne e ossa e quali erano stati sviluppati da programmi automatici. «I risultati - spiega Camisani Calzolari nella ricerca - sono basati su un algoritmo capace di assegnare punti `comportamento umano´ e punti `comportamento BOT´ (la sigla che identifica i programmi automatici, ndr) . Il metodo e l'algoritmo sono stati definiti secondo criteri che personalmente ritengo validi e sostenibili, ma occorre evidenziare che altri ricercatori potrebbero applicare valori diversi ai parametri o utilizzare metodi diversi, ottenendo quindi risultati differenti. I dati evidenziano grandi quantità di presunti `BOT´, o quantomeno utenti non attivi, nel suo profilo».

Vacanze con i figli minori, attenti al passaporto in aereo

La Stampa

 

MASSIMO NUMA

 

Capita di stare per superare il gate di un aeroporto qualunque, l’ultimo passaggio prima dell’imbarco, con i figli, e di essere respinti. Ricacciati indietro. Magari ai cancelli di una compagnia lowcost, dove i controlli si fanno all’ultimo secondo. Se i minori non hanno il passaporto individuale o la carta d’identità valida per l’espatrio, addio a volo e prenotazioni. Dal 26 giugno è in vigore una circolare del ministero degli Esteri che impone le nuove misure europee. Le agenzie di viaggio, in genere, sono informate e agiscono di conseguenza, prima di vendere i biglietti. Chiedono di allegare le copie dei nuovi documenti. Ma il popolo del web che prenota voli e alberghi con un click è stato preso completamente di sorpresa. È bastato un piccolo test, ieri, nell’aeroporto di Caselle di Torino. La circolare del 26 giugno che avrebbe dovuto essere pubblicizzata non solo nei posti dove si viaggia ma anche attraverso contatti diretti con i genitori di bambini già inseriti nei propri documenti, non compare da nessuna parte. Solo su richiesta, alcuni operatori ai check in o gli agenti della polizia, spiegano le novità. Per chi non è in regola non c’è alcun modo di aggirare le nuove norme, che recepiscono (in ritardo) una direttiva europea, a cui l’Italia s’è adeguata dopo un lungo vuoto normativo. Senza passaporto, genitori e figli minori tornano a casa.

Bacchettate sulle dita a qualche tour-operator che ha venduto i ticket prima del 26 giugno e non si è poi preoccupato di avvisare i clienti della novità. Morale, vacanze rovinate e tanti soldi spesi per niente. «Per puro caso - racconta un’impiegata dell’Ufficio passaporti - ho parlato con un amico che gestisce un’agenzia di viaggi. Non sapeva neppure che esistesse la circolare del 26 giugno. Ha annullato in fretta e furia decine di prenotazioni». Qualche passeggero bloccato con figli davanti al gate aveva cercato di convincere gli agenti addetti ai controlli, mostrando i «vecchi» passaporti con gli inserimenti dei propri bimbi, nella vana speranza di passare lo stesso. Chissà, tanto per un’umana comprensione.

Impossibile. Sul sito della polizia (www.poliziadistato.it), la storia dei passaporti è la prima notizia della home page ed è lì da giorni e giorni. Tutti dovrebbero saperlo, anche se a rigor di logica avrebbero buone ragioni per superare gli ostacoli della burocrazia, ma quei passaporti sono diventati completamente inutili. Il vicequestore Francesca Caparello, responsabile dell’Ufficio passaporti di Torino si stupisce delle proteste arrivate nelle redazioni per la «scarsa informazione» sui nuovi provvedimenti: «I casi di persone “respinte” in aeroporto e che poi si sono presentate da noi, negli ultimi giorni, sono state solo due. Mentre sono considerevolmente aumentate, dal 26 giugno in poi, le richieste dei passaporti destinati ai minori, segno che la gente, almeno in parte, aveva raccolto il messaggio. Noi cerchiamo, in casi di emergenza, di velocizzare al massimo le procedure e rinnoviamo l’invito a informarsi bene, prima di acquistare i biglietti e di programmare le vacanze, specie nei Paesi extra Ue».

Povera la mia Sicilia, minacciata da "u default"

La Stampa

 

Il trio e l'allarme conti, Aldo replica a Giacomo: "Nepotismo? No, ma ci conosciamo tutti"

ALDO BAGLIO

CatturaAldo risponde a Giacomo Poretti che sul giornale di mercoledì lo aveva scherzosamente accusato di essere tra i colpevoli del rischio di bancarotta della Sicilia.


Caro Giacomino Dimmi chi sei e ti dirò: con chi parlo ? Dimmi che vuoi e ti dirò: forse! Ma… se mi dici con chi esci ti dirò: quelli non sono amici, ci vogliono mettere l’uno contro l’altro. Caro Giacomino, non vorrei alzare polveroni, che poi sarebbe altra polvere nella polvere. Siamo tutti coinvolti nel più grande Patatrac della storia; chi lo avrebbe mai detto che una cavolo di parola che nessuno sa cosa significhi, nemmeno la mia numerosa famiglia: u default, avrebbe potuto mettere a repentaglio la gloriosa Trinacria!

La Sicilia paga il fatto che si trova all’estremità dell’Europa, e come tutte le estremità che non vengono irrorate sufficientemente dal sangue perdono forza e capacità motorie; ma un mondo senza estremità non può abbracciare nessuno, e continuerà a camminare col culo. Vorrei risponderti all’accusa di nepotismo, vorrei partire da un popolo che non ha mai dimenticato le proprie radici, vorrei dirti che ogni singolo siciliano ha un albero genealogico che si intreccia caparbiamente con tutti gli altri: in poche parole ci conosciamo tutti ma ancora più incredibile siamo tutti parenti. Quando un siciliano va all’estero e incontra un suo paesano, gli dice: «ma tu sei siciliano?», se la risposta e affermativa, quasi sempre ci si prende un momento per produrre quella lacrima di nostalgia. «Di dove?» «Di Calabiscetta» «Conosci Mariuccia?» «Sono il figlio!» «Pensa che combinazione, io sono il marito...».

Nel paese delle gabelle l'ultima arrivata è quella sui terremoti

La Stampa

 

Fino al 1991 pagavamo ancora quella sulle banane

 

Paolo Baroni

roma

 

Tiriamo un sospiro di sollievo. Se è vero che in Italia la pressione fiscale reale quest’anno arriva al 55%, e non al 45,1% come dicono le stime ufficiali, è da oggi che ogni italiano in regola col Fisco può iniziare a lavorare per se stesso. Fino a ieri ha infatti abbiamo lavorato solamente per pagare le tasse, oggi possiamo invece celebrare il «tax freedom day» come dicono in America, il giorno di liberazione dalle tasse.Tasse, maledette tasse. «Troppe tasse» dicono tutti. Ma da quanto i governi di turno non riescono a tagliare in maniera significativa le tasse? Una sforbiciata all’Irap qualche tempo fa, l’Ici congelata da Berlusconi (e poi reintrodotta da Monti con gli interessi) e poco altro. Anzi, complice la crisi sono mesi ormai che le tasse aumentano senza sosta. Colpa dell’Iva innanzitutto, salita al 21% per effetto del Salva -Italia, delle accise che si portano via i due terzi del prezzo dei carburanti, della tassa sui turisti e di quella sugli sbarchi nelle isole. Non parliamo poi dell’Imu tornata in maniera prepotente a prosciugare i conti correnti degli italiani, al punto da farla diventare nel 2012 certamente la tassa più odiata. Difficile sostenere il contrario sapendo che solo la prima rata, scaduta un mese fa, ha portato milioni di italiani a versare quasi 10 miliardi di euro nelle casse di comuni e Stato.

Le tasse più odiate
Prima di questo exploit, però, la tassa più odiata era un’altra. Era il canone Rai. E per questa ragione quella che subiva il più alto tasso di evasione: la stima è di almeno 5-700 milioni di euro che sfuggono a viale Mazzini ed ai suoi esattori. Per rimediare da anni in Rai chiedono di poter riscuotere il canone con la bolletta della luce, manovra non poco complessa tant’è che finora non si è mai riusciti a portarla a termine. Quindi, a seguire, le imposte sui consumi (le bollette di luce, acqua e gas, i telefoni) e le tasse scolastiche; e ancora, il bollo auto e la tassa sui rifiuti. In attesa che venga incorporata nell’Imu, probabilmente nei mesi o negli anni a venire, per il momento le statistiche ci dicono che un italiano su dieci paga la tassa sulla «monnezza» comunque in ritardo. Iva e Irpef, come insegnano anche i blitz agostani della Finanza a Cortina, Portofino e Costa Smeralda, sono le tasse più evase da negozianti e imprese. L’Irpef da sola vale il 41,4% del totale dell’evasione fiscale, l’Iva il 37,7%. Il totale delle tasse che non entrano nelle casse dello stato ammonta a circa 150 miliardi di euro l’anno.


Stupidario fiscale
Tasse odiose, tasse assurde. È vero la tassa sui balconi, che costringeva i proprietari di case a pagare da 3 a 20 mila lire ogni metro quadro che «insisteva su spazi e aree pubbliche di qualsiasi natura» è stata abolita nel 1995 assieme a quelle sui tubi e i dadi da brodo e ad altre 120 gabelle, ma nello stupidario statale altre assurdità non mancano. Dalla tassa sulle banane, «bene di lusso», introdotta nel 1965 ed abolita nel 1991, a quella sullo zucchero del 1924 cassata su pressione della Ue solo nel 1992 assieme a quella sul caffè che risaliva addirittura al 1917. E ancora: abbiamo tassato la cicoria, l’olio di semi e la margarina, i carretti e i velocipedi. E poi visto che si tassa l’ombra dei balconi, per par condicio, venivano tassati pure i gradini di casa che insistono sulla via pubblica. Due, tre non importa, anche questa era considerata occupazione del suolo pubblico sottoposta a Tosap. Consoliamoci perché all’estero non va meglio: il Belgio ha tassato i rasoi usa e getta, la Danimarca i pneumatici e l’Olanda perfino il letame, ohibò.


Grassi e disgrazie
La nuova frontiera in campo fiscale ha il sapore del ritorno all’antico: se nel 1946 il governo dell’epoca pensò di tassare il cacao per dissuadere gli italiani dal mangiare troppa cioccolata, adesso si prende di mira il junk-food, il cibo spazzatura ricco di grassi e zuccheri malsani. In Italia se ne parla da tempo senza concludere nulla, la Francia invece ha colpito le bevande zuccherate a cominciare da Fanta e Coca Cola. Di recente è poi spuntata la «tassa sulle disgrazie». Come denominare diversamente l’aumento delle accise (5 centesimi) sui carburanti destinati a finanziare gli interventi della Protezione civile in caso di terremoti, alluvione e sciagure varie? Sembra che il legislatore si impegni a trovare sempre il modo più efficace per far odiare a tutti i costi qualsiasi tassa o imposta che sia, a prescindere dal fatto che serva o meno a nobili motivi. Del resto gli italiani, quando si tratta di mettere mano al portafoglio, hanno buona memoria e si ricordano bene che sul prezzo della benzina pesano ancora il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia, e poi eventi che vanno dalla guerra in Abissinia del ‘35 alle missioni in Bosnia e Libano. Tutte accise provvisorie poi assorbite dalla fiscalità.
Pronti a nuove tasse? L’«eurotassa» del ‘96 (governo Prodi) ci consentì di entrare in Europa, ora il rischio è di doverne pagare una nuova per non uscirne. Aleggia nell’aria una patrimoniale. Speriamo di no, nell’attesa al lavoro! Almeno per quest’anno il Fisco è sazio.


Twitter @paoloxbaroni

Green Hill, storia di una battaglia (quasi) vinta

Corriere della sera

 

Dalla denuncia di «Striscia» al sequestro della Forestale

 

MONTICHIARI (Brescia) - Più di 2500 beagle condannati a morte, chiusi in cinque capannoni da sempre considerati impenetrabili. Per anni abbiamo ricevuto segnalazioni da una moltitudine di animalisti e associazioni, ma anche da tantissimi semplici cittadini indignati dal fatto che un simile orrore potesse trovare luogo proprio in Italia. In provincia di Brescia, a Montichiari. Abbiamo studiato ogni minimo particolare della triste realtà di Green Hill e quando, nell’ottobre scorso, siamo venuti in possesso delle uniche immagini allora esistenti girate all’interno dell’allevamento, abbiamo capito che ce l’avremmo potuta fare. Che i cancelli di Green Hill avrebbero potuto chiudersi per sempre. Quelle immagini raccontavano più di qualsiasi altra cosa l’esistenza orribile a cui erano condannati questi poveri beagle, colpevoli soltanto – se così si può dire – di essere nati a Green Hill e non da un’altra parte.

SDEGNO - Fino a quel momento si era però parlato poco di Green Hill, e comunque sempre limitatamente agli ambienti animalisti più attivi; abbiamo quindi deciso di rendere noto a tutti gli italiani quello che da anni accadeva a Montichiari. Trasmesso in esclusiva su Striscia la Notizia, il filmato ha sdegnato l'opinione pubblica e da quel momento è stato un aumento esponenziale di manifestazioni, presidi, sit-it, in Italia e nel mondo intero. Una voce unanime che, di fondo, esprimeva sempre la stessa idea: «Green Hill chiuderà». Abbiamo iniziato a crederci veramente quando, dopo i vari servizi con cui Striscia la Notizia ha messo in evidenza una serie di criticità all’interno dell’allevamento, sono iniziati i controlli, le ispezioni e le perquisizioni finalizzate ad appurare la regolarità o meno di Green Hill.

SEQUESTRO - Ma tutto, anche quella volta, finì in una bolla di sapone. Con una Asl che per anni non ha mai riscontrato alcuna anomalia, anche quando vi erano decine di animali mai registrati o a mancare erano i registri di carico e scarico degli animali. «Tutto regolare» l’esito, ogni volta, dei loro controlli. E con un sindaco, quello di Montichiari, che ha sempre sostenuto che gli animali vivessero in condizioni di benessere, arrivando addirittura a definire Green Hill una «pensione per cani». Ora tutta la struttura e' stata sequestrata con un provvedimento cautelare della Procura della Repubblica di Brescia operato da diverse decine di agenti del Corpo Forestale dello Stato, tra cui gli esperti del Nirda, nucleo specializzato in maltrattamento di animali. Infatti il reato ipotizzato e per cui l’Autorità Giudiziaria sta procedendo, è proprio questo. Quello che Striscia la Notizia aveva sostenuto fin dall’inizio: che i cagnolini, a Green Hill non stessero poi così bene. I cancelli dell'allevamento si sono finalmente chiusi e ora non resta che attendere che si riaprano per l’ultima volta, quando ad uscire sarà un esercito di beagle che potranno finalmente vedere per la prima volta la luce del sole.

 

Edoardo Stoppa e Daniele Pizzi

19 luglio 2012 | 23:18

Gli Angioini reclamano i gioielli della Corona inglese

Il Mattino

 

Cattura

PARIGI - Non è mai troppo tardi per porre rimedio ad un affronto, anche se di secoli fa. Lo insegna la città francese di Angers, l'antica capitale dell'Angiò che sta reclamando alla Gran Bretagna nientemeno che i gioielli della Corona inglese. Il motivo? Riscattare l'omicidio di Edoardo Plantageneto, l'ultimo avente diritto alla corona inglese della celebre famiglia francese degli Angioini, morto più di 500 anni fa per mano del re d'Inghilterra. Si tratta di un «crimine di Stato», insorgono gli abitanti di Angers, diretti discendenti degli antichi angioini. Edoardo, conte di Warwick, aveva 25 anni quando Enrico VII Tudor lo fece decapitare nella sua cella della Torre di Londra: quel gesto tagliò definitivamente fuori i Plantageneti dalla successione al trono britannico, dopo tre secoli di regno. Per chiedere di riparare quel danno, una petizione, scritta in francese e in inglese, circola sul sito del comune della città, nella valle della Loira (ovest).

L'appello, poco più di una provocazione, è passato quasi inosservato Oltralpe fino a quando Angers si è ritrovata sulle prime pagine di alcuni giornali britannici, che proprio in questi ultimi giorni si sono messi a scherzare sulla richiesta un pò fuori tempo dei francesi. «Prima hanno cercato di asfissiare la City di Londra con le tasse europee, poi vogliono tassare le seconde case dei britannici in Francia, oggi apprendiamo che reclamano i gioielli della Corona!», ironizza il tabloid The Daily Mail. La vicenda è finita sul Telegraph, sul Sun, sul Daily Star. Sta sollevando mille reazioni tra i blogger, più o meno divertite. Sull'altra sponda della Manica, in Francia, è stata rilanciata dai siti di Paris-Match e di Le Figaro. Vi si legge: «Come compenso per la spoliazione dei diritti della dinastia angioina e dell'omicidio politico del suo ultimo discendente diretto, i firmatari di questa petizione esigono che il Regno Unito consegni agli angioini (gli abitanti di Angers, ndr), eredi morali dei Plantageneti, i gioielli della Corona d'Inghilterra».

Scettri, spade, anelli, corone, insomma tutte le regalie custodite nella Jewel House della Torre di Londra. Naturalmente ad Angers nessuno si aspetta davvero che la Regina consegni così i suoi preziosi. Ma l'attore Calixte de Nigremont, che ha lanciato l'iniziativa nell'ambito di un festival teatrale, poi piaciuta al comune di Angers, sostiene che neanche «sotto tortura» ammetterà mai che si tratta di un gioco. Sul quale d'altronde Buckingham Palace ha rifiutato di fare commenti. La petizione conta al momento 1.200 firme. L'obiettivo è di raccoglierne 800mila entro settembre. E poco importa se il numero non dovesse essere raggiunto. Il testo partirà comunque per il 10 di Downing Street, a Londra, sede del primo ministro, perchè, fa notare de Nigremont, i gioielli della Corona non sono proprietà della regina, ma dello Stato britannico.

 

Giovedì 19 Luglio 2012 - 18:27  

Ultimo aggiornamento: 18:28

Il cavaliere di Assad va all' Olimpiade Ma l'opposizione :«Non deve partecipare»

Corriere della sera

 

Ahmed Hamsho gareggia nel salto a ostacoli. Figlio di un uomo del regime, difende il Rais: «Non ha fatto nulla»

 

Ahmed Hamsho, durante una garaAhmed Hamsho, durante una gara

Le Olimpiadi dovrebbero rappresentare il momento in cui le tossine della politica vengono meno, un ideale abbraccio nel nome dello sport, dove per le tensioni (se non quelle puramente agonistiche) non ci dovrebbe essere alcun spazio. Non è così purtroppo, non è mai stato così: chi dimentica i boicottaggi e i controboicottaggi ai tempi della Guerra Fredda? Londra 2012 purtroppo non fa eccezione: e, in questo caso, entra pesantemente in gioco la terribile questione siriana.

FIGLIO DI UN SOSTENITORE DEL REGIME - Ebbene, il martoriato Paese, nonostante tutto, ci sarà, con una decina d'atleti. Ma è uno di questi a far parlare molto di sé, il giovanissimo cavaliere Ahmed Hamsho, 19 anni: e non per le sue indubbie doti nel salto a ostacoli. No, Hamsho è figlio di uno degli uomini più potenti del regime, Mohammed, amico personale di Assad, businessman e deputato al parlamento siriano.

MESSO ALL'INDICE- Ma soprattutto finanziatore degli shabiha, i pretoriani del regime che si sono distinti per ferocia nella repressione dell'opposizione. Per questo motivo Hamsho padre è stato messo all'indice dall'Unione Europea, dove non può transitare, mentre gli Stati Uniti hanno congelato tutti i suoi beni e vietato ogni transazione con la sua società, l'Hamsho International Group, nel 2011.

«GAREGGIAMO PER ASSAD»- E il giovane Ahmed? Non fa nulla per nascondere le relazioni pericolose del padre. Anzi le rivendica: «Noi sportivi - ha dichiarato al britannico Times qualche tempo fa- non dobbiamo rappresentare soltanto la Siria, ma anche e soprattutto Bashar Assad che rimane il nostro presidente. Non ha fatto nulla di male, non fa altro che proteggerci dai gruppi terroristici».

«NON DEVE PARTECIPARE»- L'opposizione che ha anche le sue diramazioni nel mondo dello sport («La Lega degli sportivi siriani liberi»)grida allo scandalo e su change.org ha lanciato una petizione perché Hamsho venga escluso dall'Olimpiade «in nome dei principi della pace e della dignità umana che figurano nel suo statuto». Il Cio che già ha bandito dal presenziare a Londra 2012 Mouaffak Joumaa, il presidente del oomitato olimpico siriano, perché altro uomo vicino ad Assad, per ora tace. E il dilemma, un'altra volta, si ripropone.

 

Matteo Cruccu
ilcruccu@twitter.com19 luglio 2012 | 18:05

Il posto auto (in condominio) è intoccabile»

Corriere della sera

 

L'area parcheggio costituisce espressione del potere di regolamentazione dell'uso della cosa comune

 

I posteggi auto sono insufficienti? In condominio si fa a turno. Lo ha stabilito la Cassazione secondo la quale «la delibera assembleare che, in considerazione dell'insufficienza dei posti auto in rapporto al numero dei condomini, ha previsto l'uso turnario e stabilito l'impossibilitá, per i singoli condomini, di occupare gli spazi ad essi non assegnati anche se i condomini aventi diritto non occupino in quel momento l'area parcheggio loro riservata, costituisce corretta espressione del potere di regolamentazione dell'uso della cosa comune da parte dell'assemblea».

IL RICORSO - In questo modo la seconda sezione civile ha respinto il ricorso di un condomino della capitale, Giuseppe M., residente in via Locatelli che si era opposto alla delibera dell'assemblea condominiale con la quale era stato disciplinato l'uso del garage comune a tutti i 12 condomini ma dotato di 11 posti macchina. L'assemblea, come ricostruisce la sentenza 12485, aveva appunto disposto che essendo i posti auto insufficienti i condomini facessero a turno. Un sistema che «menomava i diritti dei condomini».

Redazione Online19 luglio 2012 | 16:36

Il marito evade le tasse e la moglie lo "sfratta"

La Stampa

 

La guardia di finanza ha contestato mancati versamenti di Iva e Irap ad un imprenditore dell'alto Novarese

erica asselle

 

Guai con il fisco e in famiglia per un imprenditore edile dell'alto Novarese che, dopo essersi visto contestare dalla guardia di finanza mancati versamenti di Iva e Irap è anche stato cacciato di casa dalla moglie. Gli agenti hanno contestato all'imprenditore 22 mila euro di mancati versamenti Iva e altri 136 mila euro di ricavi "nascosti" al fisco. L'episodio è stato segnalato all'Ufficio delle Entrate e all'autorità giudiziaria per "omessa dichiarazione". Nonostante l'importo relativamente modesto dell'evasione, la reazione della moglie dell'imprenditore è stata decisa: "La scena ci ha lasciati allibiti - commenta il tenente Aurelio Sammarco - nonostante la presenza degli agenti, la donna ha invitato in modo deciso il marito a lasciare il tetto coniugale". Calmati gli animi, gli agenti hanno proceduto regolarmente con gli accertamenti del caso.

YouTube: ora c'è il testo per l'oscuramento selettivo dei volti

Corriere della sera

 

Una funzione molto importante nei video di manifestazioni di protesta della Primavera araba

 

Video su Youtube di manifestazione in Siria contro AssadVideo su Youtube di manifestazione in Siria contro Assad

MILANO - YouTube ha messo a disposizione dei propri utenti la possibilità di rendere irriconoscibili i volti. Una funzione molto importante nel caso di video di manifestazioni di protesta, specie sotto governi autoritari. Durante le rivolte della Primavera araba e attualmente in Siria, i regimi dittatoriali hanno utilizzato per la repressione proprio i filmati diffusi su Youtube dagli stessi manifestanti. «I cittadini continuano a svolgere un ruolo cruciale nel dare informazioni e nel condividere video relativi ai diritti umani in tutto il mondo, siamo impegnati a creare migliori strumenti di aiuto», ha affermato Amanda Conway di YouTube.

OPZIONE - L'oscuramento dei volti può avvenire automaticamente o su richiesta dell'utente, grazie a una funzione inserita nel menù. Gli utenti possono vedere in anteprima il loro video con i volti oscurati e decidere di mandarli in rete o meno. «Si tratta di una tecnologia emergente, che a volte può incontrare problemi di luminosità e qualità», avverte però Conway. Attualmente è disponibile solo l'opzione «tutto o niente»: vengono oscurati tutti i visi oppure tutti sono lasciati visibili.

19 luglio 2012 | 17:44