giovedì 19 luglio 2012

Green Hill, mobilitazione del web per dare in affido i cani chiusi nel lager

La Stampa

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L'Aidaa ha aperto una casella di posta elettronica per le pre-adesioni dei beagle di Green Hill

Un cucciolo di beagle di Green Hill

 

Il popolo del web si è mobilitato per chiedere via mail che i 2.700 beagle di Green Hill vengano dati dalla procura della repubblica di Brescia in affido giudiziario ad un'associazione animalista riconosciuta, o ad un gruppo di persone esperte. È quanto afferma una nota dell'Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente (Aidaa), secondo cui la casella mail della procura di Brescia è stata sommersa da migliaia di e-mail con le quali si chiede appunto di dare in affido giudiziario i cani di Green Hill direttamente agli animalisti o alle associazioni protezionistiche e comunque di toglierli dal lager di Montichiari''. L'Aidaa fa sapere di aver aperto una casella di posta elettronica appositamente dedicata ai beagle di Green Hill dove vengono raccolte le pre-adesioni di persone disponibili ad adottare o semplicemente avere in affido uno o più cani. «Non dobbiamo farci trovare impreparati - afferma nella nota Lorenzo Croce presidente di Aidaa - in caso la procura decidesse di dare in affido o rendere adottabili questi meravigliosi beagle, sono 2.700 creature che potrebbero aver bisogno di una casa, da qui la nostra iniziativa che va oltre la semplice protesta ma che ha come obbiettivo la creazione di una lista di possibili futuri affidatari, che ovviamente a tempo debito sarà vagliata caso per caso».

Pressione fiscale: in Italia è la più alta del mondo

Corriere della sera

È pari al 55%: «Il dato più elevato della nostra storia recente».  Record anche il sommerso, pari a 154 miliardi, il 17,5% del Pil


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Nel 2012 la pressione fiscale effettiva o legale in Italia, cioè quella che mediamente è sopportata da un euro di prodotto legalmente e totalmente dichiarato, è pari al 55%. Lo indica l'Ufficio studi di Confcommercio, precisando che si tratta di un record mondiale, e che la pressione fiscale apparente è al 45,2%. Il valore della pressione fiscale effettiva, precisa Confcommercio, «non solo è il più elevato della nostra storia economica recente, ma costituisce un record mondiale assoluto».

RECORD - L'Italia si posiziona infatti al top della classifica davanti a Danimarca (48,6%), Francia (48,2%) e Svezia (48%). Fanalino di coda Australia (26,2%) e Messico (20,6%). «Sotto il profilo aritmetico - si legge nel rapporto - il record mondiale dell'Italia nella pressione fiscale effettiva dipende più dall'elevato livello di sommerso economico che dall'elevato livello delle aliquote legali». L'Italia si classifica ai vertici della classifica internazionale anche per la pressione fiscale apparente, quella data dal rapporto tra gettito e Pil: con il suo 45,2% il nostro Paese è al quinto posto su 35 paesi considerati, dietro a Danimarca (47,4%), Francia (46,3%), Svezia e Belgio (entrambi 45,8%).


154 MILIARDI EVASI - Il sommerso economico in Italia è pari al 17,5% del Pil e l'imposta evasa ammonterebbe a circa 154 miliardi di euro (il 55% di 280 miliardi di imponibile evaso): il dato, che si riferisce al 2008 ma si può ipotizzare costante fino ad oggi, posiziona l'Italia al primo posto nel mondo davanti a Messico (12,1%) e Spagna (11,2%) ma è una tendenza moderatamente alla riduzione.

Redazione Online 19 luglio 2012 | 10:25

Dai 30mila forestali all’assegno per le orche: l’antologia dello spreco

Gabriele Villa - Gio, 19/07/2012 - 08:20

 

Tutti i record negativi della Regione che adesso si ritrova sull’orlo del baratro: ai consiglieri uno stipendio da senatore con rimborsi doppi. Ecco i numeri della cuccagna siciliana

 

Sono messi male, d’accordo. Così si sono persino inventa­ti lo sprechino postumo, l’ul­timo prima che la «loro»Sicilia ven­ga messa in liquidazione, un con­tributo- benefit per il passaggio a miglior vita: 5mila euro per le spe­se funerarie che i loro parenti do­vranno affrontare per seppellirli. Certo, nel caso degli amministra­tori della Sicilia, il termine «passa­re a miglior vita», corna e bicorna intese, si porta appresso un qual­cosa di vagamente offensivo. Sarà mai possibile per loro passare a mi­glior vita dopo la migliore delle vi­te, tra agi, ozi e lussi che hanno por­tato la Trinacria alla bancarotta? Difficile dirlo, più facile ricordare gli sprechi.

 

Almeno alcuni dei trop­pi che hanno portato a un debito di 5 miliardi e 305 milioni, più altri 344 milioni rimborsati dallo Stato.

 

I CAMMINATORI In aprile sono stati assegnati altri 300mila euro al­l’Aran, l’agenzia per la rappresen­tanza sindacale. Il governatore ha così potuto assumere: 157 nuovi autisti, 55 sorveglianti di musei (in una Regione dove se ne contano già 1.600) e 30 camminatori che poi sarebbero i «commessi di pia­no ». Che devono trasferire da un ufficio all’altro i documenti.E pen­sare che l’Ars conta oltre 16mila di­pendenti oltre a 1.900 dirigenti.

AMBULANZE AFFOLLATE Ma non per l’assistenza. Perché se è vero che in Sicilia ci sono 256 ambulan­ze del 118, per guidare questi mez­zi sono stati assunti, negli ultimi due anni, 3.360 autisti. Il doppio dei dipendenti del 118 in tutte le al­tre Regioni.

IN CERCA DI GEOMETRIA La Sicilia conta 3.500 geometri e inge­gneri assunti 23­anni fa per il disbri­go di pratiche di sanatoria che non sono mai state esaminate.

UN MILIONE PER 28 ANNI Sono 31 gli enti inutili da tagliare ma che, al contrario, continuano a vi­vere, floridi. Un esempio illumi­nante? Il Maac, il consorzio che da 28 anni cerca di costruire il merca­to agro-alimentare di Catania. Fi­no a oggi è costato 28 milioni di eu­ro ( quattro impiegati e cinque con­siglieri di amministrazione).

PALAZZI E CUSTODI Capolavoro dell’arte dello spreco è la Sicilia Pa­trimonio Immobiliare, guidata da un presidente che guadagna 105.794 euro l’anno, costituita nel 2006 per vendere palazzi dismessi della Regione ma che, fino a oggi, non ha effettuato alcuna transazio­ne. Così come la Beni Culturali: 1.099 dipendenti per gestire i siti archeologici. Il solo Palazzo Mirto a Palermo conta 23 custodi.

QUANTO COSTA FORMARELa formazione professionale costa al­la Regione 240 milioni l’anno. Pec­cato che siano in rosso 21 delle 34 società partecipate. Da pagare ci sono i dipendenti: 17.995, che con quelli delle controllate, delle sedi distaccate e dei contratti a tempo determinato arrivano a 28.796.

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE Le persone che lavorano per la presidenza della Regione sono 1.385 e i dirigenti nei vari uffici sono 192. Un esercito ir­robustito di quasi un terzo, l’anno scorso, con la stabilizzazione di 4 .857 precari.

PIÙ FORESTALI CHE FORESTE Con 5 milioni di abitanti e due pic­cole catene montuose ( Madonie e Nebrodi-Peloritani), nonché qual­che puntarella ( gli Iblei, gli Erei e il comprensorio del Sosio) la Sicilia vanta però un esercito di oltre 30mila forestali, mentre la Lom­bardia, con una popolazione dop­pia e l’arco alpino alle spalle ne ha appena 3mila. Un esempio? A Go­drano, paesino di mille abitanti in provincia di Palermo, i forestali so­no 190, più di quelli impiegati in tutto il Molise, dove però i cittadini sono 160mila e gli ettari a bosco so­no 80 volte di più.

TROPPO CREDITO AL CREDITO Fallimentare il credito alle piccole e medie imprese di cui si occupa­no l’Irfis e la Cape, azienda con 5 di­pe­ndenti e altrettanti amministra­tori. Ben 14 milioni investiti che, fi­nora, non hanno sortito nulla.

LA CARICA DEI 25MILA A Palermo sono 25mila gli stipendia­ti dal Comune, 10mila in più di quelli di Milano, città che però ha il doppio di abitanti. In Lombardia i dipendenti nel nuovo Pirellone sono poco più di 3mila.

MA LA BUSTA PAGA? Ma quanto guadagnano, i 90 deputati del Par­lamento siciliano? L’indennità­base ammonta a 5.101,68 euro net­ti, record italiano. Ma in Sicilia, al­l’indennità vanno aggiunti i 3.500 euro di diaria. Poi altri 4.180 euro alla voce «spese sostenute per l’esercizio del mandato», preben­de a collaboratori o portaborse.

LOMBARDO LAVORA PER TREIl presidente di giunta, Lombardo, considerate le indennità da gover­natore e da componente dell’as­semblea, guadagna 15.683 euro mensili, primato italiano. Lui com­menta: «Se dovessero rapportare il mio stipendio al lavoro che fac­cio, dovrebbero triplicarlo».

IL RIMBORSO DEL RIMBORSO I deputati del Parlamento siciliano si beccano altri 841 euro al mese (10.095,84 all’anno)come rimbor­so forfettario per le «spese di tra­sporto ». Basterebbe questo, inve­ce c’­è anche il rimborso del rimbor­so delle spese sostenute per arriva­re in ufficio: 13.293 euro all’anno (1.107 al mese)se l’onorevole sici­liano deve percorrere fino a 100 km per raggiungere la sede paler­mitana dell’assemblea, che diven­tano 15.979 all’anno (1.331 al me­se) se i chilometri sono più di 100. E se invece abita proprio a Paler­mo s’intasca comunque 6.646 eu­ro all’anno, 554 al mese. Queste ci­fre sommate a quelle precedenti portano a 14.521 euro netti al me­se lo stipendio dei deputati del­l’Ars. Cui per i presidenti di com­missione, vanno aggiunti 2.984,55 euro lordi.

UNA TELEFONATA ALLUNGA IL DEBITO Sprechino da 345 euro mensili (4.150 all’anno)anche per rifondere le spese telefoniche dei deputati Ars che però di recente erano stati pure omaggiati da Tim di 670 schede telefoniche che han­no subito allegramente distribui­to a parenti, amici, amanti.

ORCHE A SECCO E mentre si naufragava in una mare di debiti le uniche a stare a galla, coccolate e ben pagate sono state due orche marine islandesi, comprate per duecento milioni di lire nel 1984 dalla Regione e destinate a un par­co ac­quatico da realizzare e mai re­alizzato sulla costa di Sciacca. Co­sì le orche sono rimaste in Islanda, mantenute con un assegno «fami­liare » di sei milioni di lire al mese. Pare abbiano chiesto un giusto adeguamento al costo della vita.

In cerca della Gioconda, trovato uno scheletro

Corriere della sera

 

Secondo le prime ipotesi i resti mortali venuti adesso alla luce potrebbero risalire al 1300: ora si spera di trovare la Monna Lisa

 

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FIRENZE - Ed è ancora caccia alla Gioconda. Nel corso della sessione di scavi nell'ex convento di Sant'Orsola a Firenze è stato trovato, dentro la tomba aperta dalle antropologhe della Soprintendenza Irene Baldi e Silvia Gori, un nuovo scheletro, intero e ben conservato. Gli scavi sono condotti nell'ambito delle ricerche dei resti di Lisa Gherardini che potrebbe essere stata la «modella» di Leonardo per la sua Gioconda. Secondo le prime ipotesi i resti mortali venuti adesso alla luce potrebbero risalire al 1300, non sarebbero quindi quelli di Monna Lisa. «Però - avverte Silvano Vinceti, responsabile della ricerca - finché non avremo compiuto l'esame con Carbonio 14 non potremo datare con sicurezza l'epoca in cui è vissuta questa persona».

I DUE SCHELETRI - «Dopo il 1500 solo due donne sono state sepolte qui - ha detto lo studioso - si tratta di monna Lisa Gherardini, nel 1542, e di un'altra nobildonna, Maria del Riccio. I corpi femminili che potremmo trovare sotto l'altare, risalente alla fine del '400, potrebbero dunque essere con grande probabilità appartenenti alle due signore; inoltre in quel tempo esisteva l'abitudine di seppellire le persone in prossimità degli altari. Occorre però aggiungere - ha completato il suo ragionamento Vinceti - che solo la prova del carbonio 14, che faremo, sarà realmente dirimente per la datazione delle spoglie». Nel corso dell'incontro, al quale ha preso parte anche l'assessore della Provincia di Firenze, Stefano Giorgetti, è stato inoltre ribadito che la Provincia ha finanziato la ricerca di Vinceti «solo con 5000 euro».

L'INDAGINE -L'indagine, da poco riavviata dopo uno stop durato svariati mesi, si svolge nel contesto di una serie di lavori effettuati dalla provincia, proprietaria dell'immobile, su richiesta della soprintendenza della Toscana come prescrizione in vista del recupero del complesso, per il quale è stato presentato un progetto di project financing. Sempre durante questa ultima fase di scavi, si spiega poi in una nota, sono stati ritrovati i resti di un presbiterio con altare e ciborio, che si ritiene possa essere stato realizzato dalle suore francescane che vivevano nel convento verso la fine del 1400 o agli inizi del '500.

E, secondo quando riferito dall'archeologa della soprintendenza della Toscana Valeria D'Aquino «non è escluso che in prossimità dell'altare vi possa essere una quarta sepoltura». «Si tratta di scoperte importanti che vanno ad arricchire i ritrovamenti fatti nella prima fase degli scavi, dove già emersero due tombe terranee e alcuni resti mortali riconducibili ad altre due persone - commenta Vinceti nella nota - Un risultato di rilievo, considerato che siamo a meno della metà del lavoro di scavo che, dopo la chiesa di Sant'Orsola, proseguirà anche nel chiostro grande e in quello piccolo. Alla fine tutti i resti mortali che saranno emersi verranno inviati al Dipartimento per la conservazione dei Beni Culturali con sede in Ravenna dell'università di Bologna, per avviare ulteriori esami».

 

13 luglio 2012 (modifica il 19 luglio 2012)

Scontrino record da 105mila euro

Paolo Stefanato - Gio, 19/07/2012 - 07:34

 

Lunedì pomeriggio un distinto turista cinese si è recato alla Rinascente Duomo insieme a una «personal shopper», una ragazza cinese residente a Milano. Prima ha fatto una visita di ricognizione nei vari reparti, osservando, confrontando; poi ha dato il via agli acquisti: abiti e accessori per sè e vestiti, borse e scarpe da donna, per una fortunata moglie o findanzata lontana. Alla fine del giro, la cassa ha battuto uno scontrino unico: 105mila euro, quanto un monolocale. I circa 150 articoli sono stati recapitati il giorno dopo nel lussuoso albergo del centro dov'è ospitato il facoltoso cliente, sul quale però non è stato possibile conoscere dettagli, se non quello dell'età, «intorno ai 35 anni». Gli acquisti sono stati compiuti in maniera discreta, senza dar spettacolo; secondo qualche indiscrezione, comunque, il turista orientale non si è fatto mancare nulla in termini di firme del miglior «made in Italy».

A quanto risulta, 105 mila euro è lo scontrino-record emesso dalla Rinascente in tutta la sua storia quasi centenaria (al 1917 risale l'acquisto dei Magazzini Bocconi da parte della famiglia Borletti, e l'attuale denominazione); con esso possono competere forse soltanto le vendite di alcune gioiellerie di grande fama o di concessionari di auto di lusso. Principesse saudite o sceicchi arabi hanno abituato anche Milano a shopping milionari nelle vie del quadrilatero della moda; ma raramente, come in questo caso, viene battuto un solo conto di tanto valore in un unico negozio.Fa un certo scalpore anche un aspetto fiscale: per gli acquisti di beni personali i cittadini residenti fuori dall'Unione europea hanno diritto al rimborso parziale dell'Iva, il considetto «Tax refund», che può essere richiesto agli appositi sportelli, anche negli aeroporti.

Se il cliente cinese della Rinascente ha chiesto o chiederà di accedere a questo suo diritto, tornerà al suo Paese con uno «sconto» (al netto di spese e commissioni) dell'11,5%, ovvero circa 12mila euro. Niente male.Va ricordato che la Rinascente Duomo è il magazzino «di città» più grande d'Italia, con circa 19mila metri quadrati di superficie dedicata alle vendite e un fatturato che nel 2011 è stato di 284 milioni di euro. Viene visitato da 12 milioni di persone all'anno che per il 45% sono italiani, per il 20% europei e che per il 35% provengono dal resto del mondo. Un visitatore su tre effettua un acquisto, e infatti gli scontrini emessi sono 4 milioni. Secondo le stime, davanti alle vetrine della Rinascente, sotto i portici di fianco al Duomo, sfilano ogni anno 50milioni di persone.

A 85 anni è morto Muggiani Trafugò la salma di Mussolini

Redazione - Gio, 19/07/2012 - 07:32

 

È morto improvvisamente nel sonno, l'altra notte nella sua abitazione di Menaggio sul lago di Como, Giorgio Muggiani, noto personaggio della destra. Aveva 85 anni. Dopo essersi arruolato giovanissimo nella Rsi, nell'immediato dopoguerra, con Domenico Leccisi, partecipò alla trafugazione della salma di Benito Mussolini dal cimitero milanese di Musocco. Scontò per questo un periodo di carcere. In seguito Muggiani fu dirigente del Fronte della gioventù e dell'Msi. Ma fondò anche un movimento autonomo, il «Comitato Tricolore». Nel periodo del terrorismo non esitò a denunciare personaggi dell'estrema destra che avevano intrapreso questa strada e che cercarono di vendicarsi organizzando anche degli attentati contro di lui.Muggiani sarà sepolto nel cimitero di Lenno, sempre sul lago di Como, accanto al padre. Giorgio come lui e che fu un famoso disegnatore pubblicitario nel primo Novecento e uno dei fondatori della società di calcio dell'Inter, di cui disegnò anche lo stemma.

Il governatore siciliano è il più ricco, la sua regione la più sprecona

Libero

 

Lombardo guadagna 15.683 euro netti al mese. I suoi dipendenti sono 20.000. E i consiglieri regionali vanno in pensione dopo 25 anni

 

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Raffaele Lombardo si è difeso con le unghie e con i denti, sostenendo che la Sicilia non rischia il default ma ha solo un "problema di liquidità". Le accuse di Libero sarebbero, dunque, solo "fango, menzogne" e per questo il governatore ha annunciato querela. "Gliela faremo pagare cara", ha annunciato in tono minaccioso. Peccato che i numeri parlino chiaro, e contro di lui. Con 15.683 euro netti al mese, Lombardo è il presidente meglio pagato d'Italia. Più di Formigoni, che il leader dell'Mpa ha pensato bene di sfottere mercoledì in conferenza stampa: "Io almeno non sto seminudo su uno yacht". Lombardo ha poi precisato che sotto la sua gestione non sono state fatte nuove assunzioni ma ha anche risposto a chi gli chiedeva tagli agli organici di "andare a morire ammazzato, io non metto su una strada la gente". Qualche dubbio sulla giusta misura, però, viene: la Sicilia ha 20mila dipendenti pubblici, con consiglieri regionali che possono andare in pensione dopo appena 25 anni. Giusto un confronto con la Lombardia, regione da questo punto di vista virtuosa: in Sicilia ci sono 26.000 forestali, in Lombardia 460. I dipendenti con formazione professionale sono invece 8.000 contro i 4.700 lombardi. Più in generale, in Sicilia c'è un dirigente ogni 8,4 dipendenti, mentre lo Stato conta un dirigente ogni 50. E ancora, è record di auto blu: 883, 8 volte quelle del Veneto. Invece di querelare, Lombardo rifletta su questi numeri.

Sicilia, l'ultimatum del governatore Lombardo "Andiamo via da quest'Italia che ci sfrutta"

Quotidiano.net

 

"La Regione siciliana - ha sentenziato il governatore - non è a rischio default, altre regioni stanno peggio di noi. Tutto il resto sono chiacchiere per nulla disinteressate". Il 24 luglio le dimissioni

di Veronica Passeri

Roma, 19 luglio 2012

 

Il viaggio degli Stati dello scorso weekend e il vertice europeo di domani: al centro sempre e soltanto la crisi economica e il timore di attacchi speculativi che possano peggiorarla. E poi il ‘caso Sicilia’, un’altra spina nel fianco per il governo, con Raffaele Lombardo che in qualche modo ha anche auspicato la ‘secessione’ della Sicilia dall’Italia.

Il premier Mario Monti è salito ieri al Colle per un incontro, già fissato secondo fonti qualificate da martedì, ma definito "urgente" dallo stesso Giorgio Napolitano per "l’accavallarsi delle scadenze politico-istituzionali interne e internazionali". L’agenda europea è fitta e quella italiana anche, zeppa di lavoro e di problemi. Ci sono i provvedimenti economici da condurre in porto prima della pausa estiva del Parlamento, c’è la grave situazione economica della Sicilia sulla quale Monti è intervenuto con una lettera al governatore Raffaele Lombardo chiedendo conferma delle sue dimissioni. E Lombardo ieri ha risposto con fuochi e fulmini bollando come "una massa di equivoci e menzogne" il rischio default dei conti siciliani, e "un colpo di Stato" l’eventuale commissariamento.

"La Regione siciliana — ha sentenziato il governatore — non è a rischio default, altre regioni stanno peggio di noi. Tutto il resto sono chiacchiere per nulla disinteressate". E ha aggiunto: "Il problema non è strutturale, ma di temporanea mancanza di liquidità. Ed è stato risolto con trasferimenti di 400 milioni di euro già programmati".

Poi Lombardo l’ha sparata grossa: "Se Borghezio riuscisse a sganciare la Sicilia dall’Italia ci farebbe un favore e potremmo fare come Malta: ridurre le tasse e avere un boom economico che non possiamo neanche sognarci".  Poi le minacce: "Qualche pseudoindustriale vorrebbe che io licenziassi 50mila dipendenti, non solo non lo farei mai ma chi lo dice deve andare a morire ammazzato". Una frase che è sembrata ai più indirizzata al vice presidente nazionale di Confindustria, Ivan Lo Bello, che aveva lanciato il grido d’allarme sul possibile crac della Sicilia. Lombardo ha smentito qualunque riferimento a Lo Bello e poi ha detto che ‘chiarirà’ con il premier in un incontro previsto per il 24 luglio, e "lì dirò che mi dimetterò".

Monti intanto, nel faccia a faccia al Quirinale durato poco più di un’ora, insieme al caso-Sicilia ha illustrato a Napolitano il quadro generale delle scadenze per l’Italia e il percorso delle leggi che deve essere concluso entro l’estate, a cominciare dai decreti sulla spending review che toccherà al presidente emanare. Un particolare non trascurabile questo, motivo anche della costanza di Palazzo Chigi nell’informare il Colle dell’andamento dei provvedimenti e della possibilità di correzioni che il governo sta meditando di apportare per accogliere alcune richieste.

 

L'isola del tesoro per gli onorevoli. Lì spendono il doppio che altrove

Non è vero che la Sicilia è una regione autonoma. La Sicilia è un regno a parte. A parte delle regole contabili, a parte dei bilanci, a parte anche di se stessa

di Pierfrancesco De Robertis

Roma, 19 luglio 2012

 

Non è vero che la Sicilia è una regione autonoma. La Sicilia è un regno a parte. A parte delle regole contabili, a parte dei bilanci, a parte anche di se stessa. Prendiamo quelli che si chiamano i costi della politica. L’Assemblea regionale siciliana costa ogni anno 175 milioni di euro, cinque volte il bilancio del consiglio regionale dell’Emilia Romagna e sei volte quello della Toscana, senza che tra regioni speciali e ordinarie le funzioni legislative siano sostanzialmente diverse. In termini pro-capite il consiglio costa a un siciliano 34,77 euro, a un emiliano 8,58, a un toscano 8,68, a un lombardo 7,77.

Se in Sicilia si adottasse lo stesso costo pro-capite che vige in Lombardia (la più virtuosa, anche grazie all’alto numero degli abitanti), l’Ars costerebbe 40 milioni di euro, circa un quarto di quanto pesa tuttora nella tasche degli italiani (perché è bene precisare una cosa: i debiti dei siciliani li pagano tutti gli italiani). La Cgia di Mestre calcola che sommando a quelli del consiglio anche i costi della giunta, la spesa pro capite siciliana sia 33 euro contro i 15 di media delle altre regioni italiane. Un bilancio molto divertente, quello dell’Ars. Già la somma totale è una follia: 175 milioni sono quanto spendono Emilia Romagna, Toscana, Puglia, Liguria, Marche e Friuli messe insieme. Un bilancio nel quale si spendono ogni anno 100mila euro per le celebrazioni in ricordo di Piersanti Mattarella, 80mila euro per celebrare l’anniversario della prima seduta dell’Ars stessa, 750mila euro per rappresentanza e cerimoniale, oltre ai 342mila che, sempre per rappresentenza, sborsa il presidente. Un bilancio che fino all’anno scorso garantiva corsi di lingua e aggiornamento agli ex consiglieri. Un’assemblea, quella siciliana, dove nel 2011 figuravano ben 24 membri indagati per vari reati, quattro arrestati e quattro condannati con sentenza definitiva (oltre allo stesso Lombardo per cui nel marzo 2012 è stata disposta l’imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa).

Ma il vero disastro è altrove. In primis nei dipendenti, che sono circa 20mila, a differenza dei 4.250 della Sardegna (pure lei statuto speciale) e ai tremila di Lombardia ed Emilia (che sono regioni ordinarie ma che in ogni caso danno l’ordine di grandezza). Sempre la Cgia di Mestre rileva come in Sicilia il costo complessivo del personale sia di 346 euro pro capite, contro 108 delle altre regioni. Secondo i dati Corte dei conti riferiti al 2010, e paragonando le sole regioni speciali, la spesa generale pro capite (sanità, personale, macchina amministrativa) è stata di 4.400 euro in Sardegna, 5.670 in Friuli, 5.800 in Sicilia. Molto, ma sempre meno dei 8.400 euro a testa spesi da Trento, 9.800 da Bolzano e degli irrangiugibili 12.700 della Valle d’Aosta.

 

Sicilia, Lombardo parte all'attacco: "Se lo Stato ci pagasse quello che ci deve non ci sarebbero problemi"

Il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, non ci sta: "Parte un giornale e tutti vanno dietro. E’ per questo parlo di killeraggio. Dirò a Monti che mi dimetto, ma che le notizie di default della Sicilia sono false". E attacca Lo Bello

Roma, 18 luglio 2012

 

“La Sicilia non è in rischio default. La Sicilia vive una crisi di liquidità legata alla recessione con il resto del Paese. Avremo debiti e mutui da 5 miliardi, ma il Paese ha toccato il massimo con duemila miliardi di debito pubblico. A Monti spiegheremo che noi abbiamo un credito di un miliardo verso lo Stato, tra fondi per la sanità e Fas anticipati e fondi europei. Con questi soldi non avremo nemmeno problemi di liquidita’’’ E’ quanto riferito dal presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo in un’intervista rilasciata a Tgcom24.

Sulla Sicilia paragonata alla Grecia commenta: ’’Noi abbiamo un bilancio approvato, faremo un assestamento e poi certo, abbiamo una situazione difficile. Non solo una difficoltà siciliana, ma anche di tante altre regioni italiane. Poi lo Stato sin inventa la spending review e i problemi sono i nostri. Tra Tremonti prima e Monti poi abbiamo dovuto pagare un miliardo in più di euro e abbiamo la spesa corrente come quella del 2001. C’è disinformazione quando si parla di camminatori e forestali, sono bugie e falsità”.

“Il mio è il primo governo che ha cercato di bloccare le assunzioni. Certo il numero è alto ma ce li siamo trovati e cosa dobbiamo fare? Sparagli? Cosa si deve fare? Far esplodere il dramma sociale in Sicilia lasciando a casa centinaia di perone impiegate nelle partecipate? Trasformare la Sicilia in una terra di disperati che si rivoltano e distruggono tutto?’’, conclude.

KILLERAGGIO DA PARTE DELLA STAMPA - Parte un giornale e tutti vanno dietro. E’ per questo parlo di killeraggio. Si sono dimessi due assessori e ho preso le carice ad interim, ma io lì dovrò nominarne altri. Sono nomine che arrivano all’indomani delle dimissioni perché sono cariche troppo importanti’’.

Sulle voci di problemi per poter pagare gli stipendi dei dipendenti regionali divulgate da un assessore, Lombardo ribatte: ’’Forse è un assessore poco informato. Questo rischio non c’è, non solo ma se lo stato dovesse darci la metà di quello che ci deve, allora non ci sarebbero problemi. Tutto è stato detto e fatto da precise forze politiche e industriali’’.

QUERELO LIBERO E IL GIORNALE - Ci tuteleremo in sede legale contro quella stampa, in particolare ‘Il Giornale’ e ‘Libero’, che hanno scritto falsità e menzogne sul conto della Sicilia, parlando di fallimento. Una campagna diffamatoria che arreca grave danno all’immagine della Sicilia. Faremo pagare a quei quotidiani, di chiara riconducibilità politica, tutto il male che hanno fatto a questa regione, creando quel clima che ha indotto Monti a scrivere la sua lettera”. Lo ha detto il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo, durante la conferenza stampa

I DIRIGENTI ROMANI DEL PD HANNO SCELTO L'UDC - “L’alleanza col Pd ha prodotto grandi riforme, ma adesso sta rispondendo a decisioni dei dirigenti romani che hanno scelto l’Udc’’.

DIRO' A MONTI CHE MI DIMETTO E CHE LE NOTIZIE SUL DEFAULT SONO FALSE - “Martedì prossimo nell’incontro con il premier Monti gli dirò che mi dimetterò, ammesso che non mi sia già dimesso il 24 mattino”. “Per prima cosa dirò al premier Monti che sono false le notizie secondo cui la Regione siciliana è a rischio default”.

IO NON LICENZIO, PIUTTOSTO VADA A MORIRE ANNAZZATO CHI LO CHIEDE - “C’è qualche pseudo-industriale secondo cui io dovrei licenziare cinquantamila persone, ma non lo farò mai. Piuttosto questo pseudo-industriale vada a morire ammazzato”. Lo ha detto Raffaele Lombardo incontrando i giornalisti. Non fa mai il nome del vicepresidente di Confindustria Ivan Lo Bello ma il riferimento è all’imprenditore che nei giorni scorsi in un’intervista aveva annunciato il rischio default per la Sicilia.

E A FORMIGONI DICE: IO MAI SU YACHT AMICI - Botta e risposta a distanza tra il Governatore della Lombardia Roberto Formigoni e l’omologo siciliano Raffaele Lombardo. “Io sono qui e non a fare il bagno seminudo sullo yacht degli amici nelle Antille”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle parole di Lombardo che lo ha definito “lombardo solo di nome”.

LO BELLO PERCHE' SE LA PRENDE?  -  “Non capisco perché Ivan Lo Bello se la prenda tanto. Perché si sente toccato sulla frase che ho detto. Non credo che lui mi abbia mai proposto di licenziare cinquantamila persone... E poi, io lo ripeto, che chiunque mi chieda di licenziare i dipendenti regionali vad a morire ammazzato. Lo Bello é uno che merita tutta la nostra stima”. Il Governatore siciliano Raffaele Lombardo replica a distanza a Ivan Lo Bello che poco prima aveva duramente criticato il Presidente Lombardo dopo che quest’ultimo, in conferenza stampa, aveva detto che “qualche pseudoindustriale vorrebbe che io licenziassi 50.000 dipendenti, non solo no lo farei mai ma chi lo dice deve andare a morire ammazzato”.

 

Lombardo lascia, ma solo il 24: "No al commissario per la Sicilia"

Libero

 

Il governatore si difende: "La lettera di Monti è irrituale. Forse mi dimetto domani, forse la prossima settimana. Commissariamento? Incostituzionale"

 

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Raffaele Lombardo si dimette? No, almeno non oggi. Oggi preferisce attaccare tutto e tutti, respingendo ogni accusa. Il mercoledì caldo del governatore della Sicilia, cui il premier Mario Monti ha chiesto ufficialmente le dimissioni immediate, è un susseguirsi di dichiarazioni che non placano le polemiche sulla regione "fallita" e schiacciata da un indebitamento previsto nel 2012 di 7 miliardi e con i fondi europei a rischio a causa di malagestione e sprechi assortiti. Ma la risposta di Lombardo, che aveva annunciato di lasciare ma solo ad agosto, è semplice: "Niente commissariamento". In realtà, il braccio di ferro con il governo avrà il prevedibile esito: Monti sbloccherà i 400 milioni di euro di finanziamento in cambio delle dimissioni (peraltro scontate) del governatore.

"No al commissariamento" -  "Chissà, magari mi posso dimettere anche domani (giovedì, ndr). Certo, non consentirò a nessuno che si rinviino le elezioni regionali in Sicilia, perché è giusto che si voti prima delle nazionali. Io il 24 mi presenterò dal premier Monti e gli annuncerò che mi dimetto, ma potrei averlo già fatto prima". Così, davanti ai giornalisti, il governatore allontana momentaneamente l'ipotesi di passo indietro. Ma poi parte l'affondo. Si inizia proprio con Monti, la cui lettera viene definita "irrituale, un fatto anomalo". Il commissariamento della Regione? "Non è possibile. Tanti ne parlano, ma non si può fare. Le norme dello Statuto che hanno rango costituzionale, non sono state superare dalle altre leggi costituzionali. Quindi, stiano tutti più sereni".

"Conti a posto" - Sui conti, poi. diventa una furia. "Non è vero che la Regione è in default. E' falso è disonesto dirlo. Faccio parlare i numeri. Abbiamo un bilancio 27 miliardi, un debito di 5,5 miliardi e un Pil di 85 miliardi. Insomma un rapporto debito/Pil di circa il 6%. Lo Stato invece ha un rapporto del 120%. Chi è in default?". "Il nostro più grande debitore è lo Stato che ci deve circa un miliardo - ha aggiunto Lombardo -, poi c'è la partita dei residui attivi. Le tre agenzie di rating ci hanno attribuito un Baa2, come Milano e il Veneto. E siamo sopra al Piemonte. Non comprendo questo accanimento e non mi sorprende che non abbia avuto la solidarietà di Cota e Zaia".

Sogno secessione - C'è sempre il Nord nel mirino di Lombardo. Il leader del Movimento per le Autonomie replica piccato al governatore della Lombardia Roberto Formigoni che lo aveva definito "lombardo solo di nome". "Io sono qui e non a fare il bagno seminudo sullo yacht degli amici nelle Antille". E al leghista Mario Borghezio: "Auspica che la Sicilia diventi una nazione autonoma? Gli rispondo che magari ci mettessero in condizioni di diventarlo. Manterremmo nella Regione risorse ingenti, almeno 10 miliardi all’anno e come Malta potrebbe abbattere la tassazione al 12-13% producendo un autentico boom economico".

Avvertimenti inquietanti - Lombardo poi annuncia querele per Libero e il Giornale colpevoli di aver gettato discredito sulla Sicilia per aver sollevato la questione del suo malgoverno ("Ce la pagherete", ha giurato). Ma il passaggio più grave è quello che riguarda il vicepresidente di Confindustria Ivan Lo Bello, che nei giorni scorsi aveva chiesto di sfoltire sensibilimente l'organico dei dipendenti regionali. "Il mio è stato l’unico governo a non avere fatto una sola assunzione - s'infervora Lombardo -. Dipendenti e precari si sono ridotti, ma se qualcuno pensa, come sento da più parti, anche da qualche pseudo industriale, che debba licenziare questi 50 mila lavoratori o una gorssa parte, rispondo che non lo farò mai e che piuttosto vadano a morire ammazzati. Non intendo distruggere la vita di migliaia di persone". Lo Bello si è limitato a commentare con poche parole: "Si tratta di affermazioni gravi che evidenziano come il presidente si trovi in forte difficoltà psicologica". Lombardo ha provato poi a metterci la pezza: "Non mi riferivo nè a lui nè a nessun altro. Lo Bello è una persona che tutti stimiamo", ma il danno è fatto. E scatena una polemica politica che coinvolge il Partito democratico, che sostiene in Regione la maggioranza del governatore. "Cosa fa il segretario del Pd Pierluigi Bersani mentre Raffaele Lombardo minaccia Ivan Lo Bello?", si chiede il sindaco di Palermo Leoluca Orlando (Idv). Il segretario regionale dell'Udc Gianpiero D'Alia, invece, parla di "incomprensibile livore" per gli insulti di Lombardo. Un livore che non si può trincerare dietro querele.

I miei primi 50 anni insieme a Diabolik e Eva»

Mimmo Di Marzio - Gio, 19/07/2012 - 07:45

 

«I soggetti contano, il personaggio pure, ma in un fumetto il disegno è quasi tutto; e se dovessi dare una spiegazione sul perchè del successo dei 50 anni di Diabolik, sono certo che un po' di merito ce l'ho anch'io». Enzo Facciolo, milanese, 80 anni, trascorre la villeggiatura in Spagna in compagnia dei nipotini, ma non ha niente a che vedere con il classico nonno che meriggia in poltrona. Con sè, come sempre e ovunque, porta matite, pennarelli e cartoncini per dare forma alle future nuove storie del Re del terrore.

 

 

«Sembra incredibile dopo mezzo secolo, eppure le sue avventure con l'inseparabile Eva Kant e l'acerrimo nemico Ginko continuano a riservare sorprese». Merito, s'intende, anche di tutti i racconti che arrivano alla casa editrice Astorina e che vengono selezionati dagli editor per poi essere sceneggiati e infine disegnati da Facciolo. «Ovviamente non sono da solo e ad affiancarmi ci sono validi collaboratori che ben conoscono lo “stile Diabolik“, ma tra i dodici numeri annuali cinque nascono esclusivamente dalla mia matita» dice Facciolo che dello “stile Diabolik“ vanta l'assoluta paternità. «Le maschere, la tuta nera come una seconda pelle, il realismo nella rappresentazione e il fascino dei protagonisti hanno creato un'icona che continua a far breccia anche nelle nuove generazioni. Poco tempo fa mi telefonò un bambino di sette anni che mi chiese se poteva parlare con Diabolik...».

Altro che computer e videogames, inchiostro e carta, almeno nel cuore e nella fantasia degli appassionati del fumetto d'autore, resistono alla sfida eccome. E Diabolik, in barba alla crisi, vende ancora 80mila copie. «Ovviamente rispetto agli anni Sessanta, quando disegnavo in una stanza attigua a quella delle sorelle Giussani, le ideatrici del fumetto, anche il mio stile si è evoluto. A quell'epoca lasciavo il baloon vuoto per le letteriste che scrivevano i fumetti a mano, e poi finivo di inchiostrare. Poi arrivarono i retini per le ombre e per i grigi, memtre oggi toni e lettering sono fatti a computer». Già, le sorelle Giussani. Furono loro, le pasionarie del giallo, a ingaggiare nel '62 l'appena trentenne Facciolo che era in cerca di lavoro. Diabolik era appena al decimo numero ma stava già riscuotendo un successo insperato.

«Luciana Giussani, che aveva inventato il personaggio ispirata da un fouilletton di Phantomas, aveva scarsa esperienza fumettistica e in redazione i disegnatori faticavano a tenere il passo con gli episodi». Lui, invece, si era già fatto le ossa disegnando cartoni animati per la Pagot Film, lavoro che richiedeva precisione di tratto e rapidità di realizzazione. Iniziò a collaborare all'episodio de L'impiccato. «A presentarci fu un amico comune e fu certamente un incontro fortunato, anche perchè con le Giussani si instaurò un rapporto eccellente sia a livello professionale che umano. Sul personaggio Diabolik avevano le idee piuttosto chiare: lo volevano con i tratti somatici molto somiglianti a quelli dell'attore hollywoodiano Robert Taylor. Io ovviamente ho esasperato lo sguardo disegnando occhi dal taglio... diabolico. Il mio stile veristico ha fatto il resto».

Furono anni di lavoro intensissimo ma di grandi soddisfazioni, anche perchè il fumetto - a cui le Giussani avevano voluto dare lo stesso formato del giallo Mondadori - raggiunse picchi di vendita di 350mila copie. «Spesso si arrivava a disegnare l'episodio quasi in contemporanea con le sceneggiature, lavorando fino a sedici ore al giorno. Il bello era che nessuno, nemmeno le Giussani, riusciva a capire quali potessero essere i motivi del successo del personaggio, e allora c'era il terrore di modificare qualsiasi dettaglio, nell'eventualità che proprio quello ne avesse il merito... E cosi avevo il compito di uniformare sempre lo stile dei miei disegni».

Facciolo restò nella «famiglia» fino al '79 quando decise che era tempo di cambiare rotta e darsi alla grafica pubblicitaria, che negli Stati Uniti attraversava un grande boom. Lavorò con alcune tra le più importanti agenzie fino al '98 quando decise che era giunto il momento di «tornare a casa», cioè alla casa editrice Astorina dove riprese in mano le matite per l'episodio La luce del male. Non se andrà più. «Non lo dico per immodestia, ma so che al pubblico piace Diabolik soprattutto come lo disegno io, me ne accorgo da come i lettori mi accolgono alle mostre». Ma ancora adesso, dopo 50 anni, il vero segreto del successo del Re del terrore non è chiarissimo neppure a lui. «La mia idea è che ad intrigare il pubblico sia l'ambiguità di un personaggio che ha due volti, uno pubblico integerrimo e un altro oscuro e demoniaco. la solita dicotomia tra bene e male, dottor Jeckill e Mister Hide. Anch'io, se potessi andare in giro con un'altra faccia chissà quante ne combinerei...».

Il buco su Marte

Corriere della sera

 

Il buco su Marte - Il buco su Marte è stato scoperto per caso dalle immagini catturate a bordo di Mars Reconnaissance Orbiter attualmente su Marte. Il foro sembra essere un'apertura di una caverna sotterranea, in parte illuminata sulla destra dell'immagine.

 

Il buco su Marte - Il buco su Marte è stato scoperto per caso dalle immagini catturate  a bordo di Mars Reconnaissance Orbiter attualmente su Marte. Il foro sembra essere un'apertura di una caverna sotterranea, in parte illuminata sulla destra dell'immagine.

Caro Presidente Napolitano, Assad le sembra un cavaliere?

Fausto Biloslavo - Gio, 19/07/2012 - 13:09

 

Nel 2010 il capo dello Stato concesse il titolo al raìs apprezzando la laicità del suo governo. L'appello di 22 parlamentari a Monti: "L'onoreficenza va revocata subito"

 

Solo due anni fa il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, onorava il giovane presidente siriano, Bashar al Assad, della più alta onorificenza del nostro paese. L'uomo che oggi viene accusato di spargere il sangue del suo popolo in una terribile guerra civile è ancora «Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone al merito della Repubblica italiana». Ventidue senatori se ne sono accorti e hanno presentato un'interpellanza al presidente del Consiglio, Mario Monti, per ritirare l'alta decorazione.

 

 

Il Quirinale, purtroppo, non è nuovo a scelte imbarazzanti: in passato è stato concesso lo stesso onore al maresciallo Tito, boia di italiani, e ad altri personaggi discutibili. La decorazione al giovane Assad, pur concessa in tempi non sospetti, è così recente da diventare imbarazzante visto il bagno di sangue in Siria.Il primo firmatario dell'interpellanza per ritirare l'onorificenza è Domenico Gramazio del Pdl. «La legge prevede che incorre nella perdita della onorificenza l'insignito che se ne renda indegno - spiega Gramazio -. Siamo convinti che il presidente siriano rientri nella categoria per la repressione violenta delle manifestazioni popolari di protesta e i massacri della popolazione civile». Non stiamo parlando di Hitler e anche i ribelli siriani sono spesso dei tagliagole, ma l'interpellanza sottolinea come «il presidente Assad non ha mai ammesso alcuna delle responsabilità imputategli dalla comunità internazionale relativa all'uso sproporzionato della forza ritenendo che si trattasse di operazioni volte a contrastare gruppi terroristici fomentati e finanziati dall'estero».

Non solo: la richiesta dei 22 senatori ricorda le condanne e le sanzioni dell'Onu nei confronti del regime di Damasco oltre al fatto che l'Italia ha espulso il 28 maggio l'ambasciatore siriano a Roma, come hanno fatto altre cancellerie europee. E richiamato quello italiano a Damasco. Se poi si legge che il Gran cordone viene concesso pure a chi si è distinto per «attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari» la faccenda diventa tragicomica. Ora la patata bollente passa nelle mani del capo del governo, che dovrebbe proporre al Quirinale la revoca motivata dell'onorificenza. Nessuno lo poteva immaginare due anni fa, ma le parole di Napolitano pronunciate a Damasco nel marzo 2010 suonano oggi tristemente fuori luogo. Dopo aver concesso il Gran cordone al giovane Assad il presidente compiva, accompagnato dall'allora ministro degli Esteri Franco Frattini, la prima visita di un capo di Stato italiano in Siria. Le foto ufficiali lo ritraggono al banchetto del 18 marzo al tavolo con Bashar, l'elegantissima moglie Asma, che oggi sembra non rendersi conto della realtà e la signora Clio, consorte di Napolitano.

Un video su You Tube riprende le parole del capo dello stato italiano che oggi suonano non proprio lungimiranti: «Esprimo il mio apprezzamento per l'esempio di laicità e apertura che la Siria offre in Medio Oriente». Tutto sembrava perfetto, compreso Napolitano che esprimeva a Bashar «i sentiti voti per il benessere personale suo e della signora Asma».Solo un anno dopo sono iniziate le proteste e la situazione è ben presto degenerata. Adesso 22 senatori, quasi tutti del Pdl, chiedono che l'Italia revochi la sua massima onorificenza. Ancor prima Marco Perduca, senatore di centro sinistra, aveva ribadito in aula: «È stata riproposta la necessità che il Presidente Napolitano ritiri l'onorificenza concessa ad Assad. (...) Ne andrebbe della reputazione dell'Italia se tale passo non dovesse essere compiuto immediatamente».Il Quirinale ha una lunga tradizione nell'omaggiare personaggi con le mani sporche di sangue. Josep Broz Tito è stato decorato nel 1969, dall'allora presidente Giuseppe Saragat, con la stessa onorificenza di Assad. E nessuno ha mai pensato di levargliela. Non solo: a tutt'oggi, godono delle più alte decorazioni del Quirinale, dittatori scomparsi, come la coppia romena Ceausescu o Mobutu Sese Seko che fu padre-padrone dello Zaire per non parlare di personaggi discutibili del calibro di Yasser Arafat.www.faustobiloslavo.eu

Ecco la Stonehenge italiana: mistero sui resti in Umbria

Il Mattino

di Chiara Morciano

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PERUGIA - Potrebbero essere le tracce di una misteriosa Stonehenge italiana le grandi pietre dell’enorme circolo scoperto nel cuore dell’Umbria, sui Monti Martani. Il sito archeologico, avvolto dal silenzio dei boschi appenninici, è stato individuato per caso dallo sguardo attento di Tommaso Dore e Francesco Voce, dell’associazione Italus, e grazie al supporto di Google Earth. Osservando su internet le immagini satellitari restituite dal programma, i due studiosi si sono infatti accorti di un’anomalia sul terreno, altrimenti impossibile da evidenziare. Insospettiti da una radura contornata da alberi disposti in una forma perfettamente circolare, si sono recati sul posto per capirne di più. Davanti a loro, una suggestiva evidenza archeologica, situata nel comune di Massa Martana (tra le province di Perugia e Terni), lungo il crinale di un rilievo montuoso dall’evocativo nome di Monte il Cerchio.

Un posto magico e isolato, su cui campeggia un grande circolo di massi in calcare giustapposti a secco, che la natura sembra aver voluto celare gelosamente con un manto di muschi e licheni cresciuti sui tre metri di spessore dell’opera muraria e una barriera di querce e arbusti intorno al perimetro, il cui diametro misura ben novanta metri. In molti punti le radici degli alberi hanno danneggiato l’originaria struttura, provocando crolli e rendendo inaccessibile l’area, il che non ha tuttavia impedito di ricostruirne la pianta e di individuare le caratteristiche principali. L’ingresso del sito doveva essere rivolto a sud, dove l’anello di pietre si apre sdoppiandosi e lasciando libero un varco di circa un metro. Esattamente al centro del cerchio, realizzato su un’area scoscesa e dal profilo irregolare, una depressione quadrangolare nel terreno allude alla presenza di una struttura perduta in una posizione preminente.

Per ora sono possibili solo ipotesi per quel che riguarda la funzione e la datazione della scoperta, che - suggestione a parte - resta comunque molto diversa dal sito inglese di Stonehenge per epoca di realizzazione e tecnica costruttiva (lo sviluppo in altezza del circolo umbro non si conserva per più di un metro e non è formato da megaliti). Il territorio dei Monti Martani fu frequentato già in epoca preistorica come parte di un grande percorso di spostamenti lungo la penisola, fino alla nascita dei primi insediamenti protostorici (II millennio a.C.) all’inizio forse utilizzati solo stagionalmente in funzione della transumanza del bestiame. Dal IX secolo a.C. in poi e per tutta l’età preromana gli antichi Umbri stabilirono i loro villaggi fortificati con cinte murarie a secco lungo tutta la catena montuosa, su alture facilmente difendibili e adattandosi all’orografia naturale.

I resti appena scoperti a Monte il Cerchio, dove la natura accidentata e irregolare del terreno (diviso in due parti che si trovano su piani sfalsati tra loro e inclinati) non spiega la perfetta regolarità del tracciato circolare, potrebbero essere, più che le vestigia di un insediamento a scopo abitativo, quel che resta di un luogo di culto o di osservazione astronomica situato in una posizione aperta sull’orizzonte e costruita secondo precise prescrizioni rituali, delimitando accuratamente l’area sacra. In attesa di studi più approfonditi e di scavi archeologici che facciano maggiore chiarezza, non può non sorprendere il confronto con un’analoga struttura, di dimensioni simili e realizzata nella stessa tecnica costruttiva, scoperta nell’autunno del 2011 nel bresciano. Si tratta del cosiddetto Sercol di Nuvolera (Desenzano del Garda), interpretato come un’area sacra destinata all’osservazione della volta celeste e datata approssimativamente tra il 1500 e il 500 a.C.

 

Giovedì 19 Luglio 2012 - 10:14    Ultimo aggiornamento: 11:05

I gatti banditi dalla Nuova Zelanda «Provocano l'estinzione degli uccelli nativi»

Corriere della sera

 

Wellington dichiara guerra ai gatti. Ma scoppia la polemica

 

WELLINGTON - È guerra ai gatti a Wellington in Nuova Zelanda. I simpatici felini, secondi solo ai cani tra le preferenze degli uomini, sono accusati di fare scempio di uccelli nativi, come i kaka, i tui e i bellbird. Le autorità invitano quindi i cittadini a non lasciare i mici liberi di scorazzare all’aperto, ma di tenerli in casa. Le società naturalistiche chiedono persino ai padroni di non acquistare più animali domestici. Ma la Royal New Zealand Society per la prevenzione contro la violenza agli animali domestici non ci sta e cerca di proteggere i mici da quella che considera una caccia alle streghe.

APPELLO AI PADRONI – A seguito delle preoccupazioni del Comune, Raewyn Empson, conservation manager di Zealandia, l’oasi naturalistica alle porte di Wellington in prima linea nella protezione degli uccelli in via d’estinzione, è andata oltre e ha fatto appello ai proprietari perché riconsiderino le loro priorità e aiutino a salvare molte specie di volatili in pericolo. «Non chiederemmo mai a nessuno – ha specificato Empson – di sbarazzarsi del proprio gatto. Però ce la sentiamo di chiedere ai proprietari di felini di non comprare un nuovo micio, quando quello vecchio muore». Il conservation manager di Zelandia descrive i gatti come predatori versatili e killer per istinto. “Sono capaci di uccidere per tutta la loro vita, quindi per 15-20 anni”. Empson ha deciso per prima di dare il buon esempio e non ha rimpiazzato il proprio amato gatto quando è morto recentemente, all’età di 18 anni.

UN ESERCITO DI GATTI - Una ricerca del 2008 dell’organizzazione Landcare ha rivelato che in Nuova Zelanda la popolazione di felini è di 220 unità per chilometro quadrato di terra. Altre ricerche calcolano che la popolazione di gatti si aggira tra le 900mila e 1,5 milioni di unità su un totale di 4,5 milioni di abitanti. Un vero e proprio esercito che si aggira indisturbato tra strade e giardini. I kiwi tradizionalmente amano infatti lasciare i propri animali domestici scorazzare liberamente nel backyard, il fazzoletto di prato che in Nuova Zelanda ogni casa che si rispetti possiede. Sebbene la polemica sia partita dalla capitale, sono in molti a chiedere interventi a livello nazionale.

LA DIFESA DELLA ROYAL SOCIETY – La Royal New Zealand Society per la prevenzione alla crudeltà sugli animali è intervenuta nel dibattito sostenendo che non sia una cattiva idea tenere i gatti in casa («come fanno gli europei» precisa) , ma si è anche opposta vivacemente alla riduzione della popolazione felina. «Il gatto domestico è un cacciatore pigro – afferma il chief executive Robyn Kippenberger – Al massimo corre dietro a un topo, ma è difficile che uccida un uccello». D’accordo è anche il biologo John Flux che elenca i trofei del suo gatto in 17 anni di attività: 223 uccelli, di cui solo un quarto nativi, 221 topi, 63 ratti, 35 conigli, quattro lepri e due donnole. «Il bilancio – conclude – è favorevole al gatto che si presenta come un predatore urbano vantaggioso per l’equilibrio naturale». Con buona pace di Walter Berglund, il personaggio di Freedom, il bestseller di Jonathan Frenzen, che intraprende una crociata proprio contro i gatti assassini di volatili.

I CONSIGLI – La Wellington Cats Protection League elenca una serie di regole d’oro per evitare che il proprio gatto si trasformi in un serial killer di uccelli. Tra i consigli, rimpinzarlo ben bene di cibo cosí da non essere incentivato a cacciare e rifornirlo di giocattoli mobili su cui poter sfogare il suo istinto di tigre.

LE MULTE – I proprietari di gatti farebbero bene a seguire questi consigli. In caso di recrudescenza di morti volatili, Wellington minaccia di introdurre multe a chi lascia il gatto fuori casa, specie di notte. Un’iniziativa già presa dalla città di Melbourne, in Australia.

 

Emma Kay

19 luglio 2012 | 13:19

Testamento choc: «Ho rubato e non ho il Phd»

Corriere della sera

 

Confessione di uno scienziato: «Ma mi sono divertito»

 

Val Patterson, ricercatore universitario morto a 59 anni, in una foto giovanileVal Patterson, ricercatore universitario morto a 59 anni, in una foto giovanile

 

MILANO - Salt Lake City, Stati Uniti: qual è la prima cosa che cercano i lettori appena aprono un quotidiano locale? Di solito sono i necrologi. Uno in particolare è diventato un caso, oggetto di dibatto anche oltre i confini nazionali. Lui è Val Patterson, ricercatore universitario, marito devoto, senza grilli per la testa e con le idee abbastanza chiare. Amava la moglie, amava viaggiare, amava ricordare la sua infanzia felice. È morto lo scorso 10 luglio per un cancro alla gola. Val Patterson aveva 59 anni. Fin qui nulla di strano se non fosse per il necrologio, scritto di proprio pugno e pubblicato ora dal Salt Lake Tribune. Una confessione postuma diventata un fenomeno virale.

BOOM - Per alcuni, Internet è oramai il mezzo perfetto per confessare qualcosa a qualcun altro, i segreti più nascosti, i pensieri più intimi. Nulla di nuovo. Nello stato dello Utah è però accaduta una cosa diversa: il necrologio pubblicato online e scritto dallo stesso defunto prima di morire ha raggiunto una popolarità inaspettata. Val Patterson sapeva che sarebbe morto di lì a qualche mese. Lo scorso autunno ha perciò preso carta e penna e scritto il suo annuncio mortuario. È un lungo racconto pieno di sentimenti, uno sguardo gioioso alla vita vissuta, ma anche la possibilità - l’ultima - per fare tabula rasa e ammettere tutti i misfatti. Nulla di sconvolgente, sia chiaro. Si parla in ogni caso di furto, frode e altro. La pagina web col necrologio sul Salt Lake Tribune è subito collassata, presa d’assalto da un numero impressionante di visitatori: 100.000 al minuto.

SONO STATO IO - «Ho avuto una vita piena», esordisce Patterson. «Ho viaggiato, visitato tutti i luoghi che ho sempre desiderato vedere; ho avuto tutti i lavori che ho sempre desiderato avere; imparato tutto ciò che volevo imparare; messo a posto tutte le cose che volevo mettere a posto; mangiato tutto quello che volevo mangiare». Poi ammette: «Ci sono cose che non avrei dovuto fare e che ora debbono essere dette». In primo luogo c’è quella questione della cassaforte: «Ebbene, sono io il tizio che ha rubato la cassaforte dal Motor View Drive Inn nel giugno 1971». Poi c’è la faccenda del dottorato di ricerca: «In effetti, non ho mai davvero saputo cosa significassero quelle lettere “PhD”; non ho mai completato gli studi». Ciononostante, Patterson ha ottenuto il suo Doctor of Philosophy o philosophiae doctor, senza trucchi, plagio o altro: «Si è trattato di un semplice disguido nella segreteria dell’università dello Utah». Ma non finisce qui. «Veniamo adesso a quel guardiano del parco nazionale, uomo decisamente meschino; sono stato io a rovinarlo buttando le pietre nel geyser», aggiunge lo schietto uomo di Salt Lake City. Patterson chiede inoltre ai responsabili di Disney World e Sea World di distruggere per sempre le pratiche che gli «vietano l’accesso a vita». Che cosa abbia combinato nei due parchi, il 59enne non lo precisa.

NON SMETTERE DI RESPIRARE - Non meno toccante è il suo sguardo al passato, la nostalgia di quando era giovane: «A quei tempi la tv era noiosa, così siamo usciti per vivere la vita vera. Abbiamo sempre cercato di divertirci il più possibile, senza nuocere agli altri - e ci siamo pure riusciti». Con il cuore in mano si scusa con la moglie Mary Jane, con la quale è stato sposato per 33 anni. «L'unica cosa che ha riempito la mia anima è stato l’amore e l'amicizia per la mia straordinaria moglie, la mia amata Mary Jane». Sottolinea: «Il mio dolore è enorme, ma illividisce quando la vedo soffrire mentre amorevolmente si prende cura di me e mi conforta. Non c’è pillola contro ciò». Non ha nessun rimpianto Val Patterson, nemmeno per le tante sigarette che sapeva sarebbero state la sua condanna a morte. Il singolare necrologio si chiude con un consiglio ironico ai lettori conosciuti e a quelli sconosciuti: «Se vuoi vivere per sempre, allora non smettere di respirare - come ho fatto io».

 

Elmar Burchia

19 luglio 2012 | 12:57

Non bruciate gli imballaggi in legno Possono diventare un mobile

Corriere della sera

 

Pallet, cassette per l’ortofrutta, imballaggi industriali, rifiuti di segherie, falegnamerie e mobilifici

 

MILANO - Correttamente smaltito, avrà una nuova vita. Diventerà un tavolo. Un armadio. Una cucina. Come per la carta o per il vetro, raccogliere e riciclare il legno significa rimettere in circolazione un materiale di qualità. Non farlo, equivale a uno spreco. Economico. Energetico. Ambientale. «Dopo un biennio di contrazione, il 2011 ha segnato una ripresa e una crescita dei quantitativi di imballaggi in legno immessi al consumo. Lo scorso anno abbiamo recuperato 2 milioni 306 mila tonnellate, 25 mila tonnellate in più rispetto al 2010: il 58% del materiale raccolto è stato avviato al riciclo, una percentuale che supera alla grande gli obiettivi previsti dal Testo unico ambientale, fissati al 35%», racconta Marco Gasperoni, presidente di Rilegno, il Consorzio nazionale per la raccolta, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi di legno, che ha segnato una crescita dell’1,1%.

RILEGNO - Come gli altri consorzi (carta, vetro, alluminio, plastica, eccetera), Rilegno opera all’interno del sistema Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, e ha il compito di organizzare e garantire il riciclo degli imballaggi in legno, dai pallet – che rappresentano il 65% del totale - alle cassette per l’ortofrutta, agli imballaggi industriali (casse, gabbie, bobine per cavi) insieme ai rifiuti legnosi provenienti dalle segherie, dalle falegnamerie, dai mobilifici. Il compito di Rilegno è evitare che ogni anno sul territorio nazionale 1 milione 800 mila tonnellate di rifiuti legnosi finiscano in discarica.

RICICLO - «Attraverso 389 piattaforme convenzionate, che coprono tutte le regioni italiane e servono 4.774 Comuni ovvero 42. 670.000 abitanti, i rifiuti legnosi, ridotti di volume, sono trasportati alle industrie del riciclo, dove il legno, pulito e ridotto in piccole schegge, diventa nuovamente materia prima per il circuito produttivo industriale», spiega ancora Gasperoni. «Viene trasformato soprattutto in pannello truciolare semilavorato grezzo, oppure nobilitato, lavorato a ciliegio, a faggio, laminato, e messo a disposizione delle aziende d’arredamento quasi esclusivamente italiane», dice il presidente di Rilegno. «Da 3 milioni di tonnellate di legno avviate al riciclo sono stati prodotti 4 milioni di metri cubi di pannelli truciolati assorbiti all’80% dall’industria nazionale e per il restante 20 % esportati in Nord Europa».

ALTRE APPLICAZIONI - Altre applicazioni del materiale legnoso recuperato sono blocchi di legno-cemento per la bioedilizia. Il legno può anche essere trasformato in compost per l'agricoltura o usato come combustibile per la produzione di energia elettrica e termica. «Al momento stiamo concentrando gli sforzi sulla valorizzazione energetica più che su nuovi impianti di riciclo perché quelli esistenti sono sufficienti», conclude il presidente. Ora, per rendere la filiera più snella ed efficiente, ci interessano forme di impiego del materiale raccolto soprattutto nelle zone del Sud Italia per evitare il trasporto agli impianti di riciclo che sono collocati soprattutto al Nord, dove hanno sede le industrie di arredamento».

 

Anna Tagliacarne

18 luglio 2012 (modifica il 19 luglio 2012)

Procura, presa la talpa in manette finisce un carabiniere

Il Messaggero

 

Arrestato dai colleghi: pagato per rivelare notizie segrete. Insieme al militare fermati quattro faccendieri

di MIchela Allegri e Cristiana Mangani

 

ROMA - Alla fine lo hanno arrestato i suoi stessi colleghi. Con la morte nel cuore e la certezza di aver fermato quella che poteva diventare un’emorragia di informazioni riservate per il palazzo di giustizia di Roma.Un carabiniere di 40 anni e altre quattro persone sono finite in manette due giorni fa, in gran segreto, al termine di un’indagine lampo del pubblico ministero Carlo Lasperanza, ma seguita personalmente dal capo della Procura, Giuseppe Pignatone. A conferire particolare delicatezza alla vicenda era il ruolo del militare arrestato, che fino a pochi giorni fa occupava uno dei posti più delicati della Procura: l’ufficio Primi Atti. Cioè lo sportello dove passano praticamente tutte le denunce del distretto giudiziario della Capitale e dal quale si accede senza filtri al ReGe, il registro generale delle notizie di reato, dove viene annotato lo stato di avanzamento di tutte le indagini in corso nella Capitale.

L’accusa contestato al carabiniere riguarda proprio la sua attività: accesso arbitrario ad un sistema informatico, rivelazione di segreto d’ufficio e corruzione. In altre parole il carabiniere aveva ceduto alle lusinghe degli altri quattro arrestati. Che non sono pericolosi esponenti della criminalità organizzata, ma titolari e faccendieri di agenzie di pratiche automobilistiche, che si «arrangiavano» a comprare e vendere esami, documenti e patenti. Che spesso finivano sotto inchiesta e per questo avevano bisogno di essere informati sull’andamento dei procedimenti a loro carico.

Malviventi di piccolo cabotaggio, dunque. Che, almeno secondo le indagini avrebbe anche pagato cifre modeste al carabiniere corrotto. Che comunque, assicurano in procura, sarebbe stato sempre monitorato a distanza e dunque impossibilitato a far trapelare all’esterno notizie sensibili sulle delicatissime inchieste che alcuni pubblici ministeri romani stanno conducendo in queste settimane. Tuttavia il rischio c’è stato. E lo testimonia l’attenzione costante che lo stesso procuratore della Repubblica, Pignatone, ha voluto dedicare alla vicenda. Il pubblico ministero Carlo Lasperanza ha ricostruito nei dettagli l’ultimo anno di lavoro del carabiniere arrestato, individuando anche le ragioni, almeno quelle apparenti, che hanno trasformato un servitore dello Stato in un uomo alla mercè di piccoli truffatori.

La metamorfosi sarebbe cominciata un anno fa, con una crisi familiare. In poche settimane, il militare è stato abbandonato dalla moglie, con una figlia ancora adolescente contesa tra i due. Insieme al dolore legato ai sentimenti sono arrivate le difficoltà economiche, provocate dalla necessità di mantenere la figlia a distanza e di provvedere ad una nuova sistemazione per sè stesso. Alcuni colleghi se ne sono accorti; e in alcuni casi si sono allarmati, soprattutto per le frequenti richieste di piccoli prestiti, anche da dieci euro, per poter ricaricare a distanza il telefonino della figlia e poterle parlare. In questa situazione molto vicina all’indigenza, l’uomo è stato avvicinato dai faccendieri delle agenzie di pratiche auto, alcuni dei quali frequentavano il suo ufficio anche per procurarsi i certificati penali dei clienti delle agenzie di pratiche auto.

Qualcuno più spregiudicato degli altri ha intuito il momento di debolezza dell’uomo, lo ha avvicinato, ha lanciato la sua esca e ha atteso. Fino a che il carabiniere ha ceduto. L’indagine è partita subito dopo, per una fortunata coincidenza. Perché nel corso di un’inchiesta per un traffico di stupefacenti (conclusa con un imponente sequestro proprio nei giorni scorsi) un’intercettazione ha rivelato la doppia vita del carabiniere. I suoi stessi colleghi del nucleo di Pg di piazzale Clodio lo hanno seguito, fotografato, controllato per settimane. Fino a che, due giorni fa, lo hanno fermato. Prima che magari, dalle informazioni sulle indagini per guida senza patente potesse passare alle grandi inchieste di corruzione.

Giovedì 19 Luglio 2012 - 09:39
Ultimo aggiornamento: 09:40

Il No Tav rinuncia agli avvocati come fece quando era brigatista

La Stampa

 

«Vogliamo attaccare lo Stato e la società L’apparato giuridico è un teatrino»

 

Dopo la galera Ferrari ha abbracciato la protesta No Tav

 

massimo numa

torino

 

Maurizio Paolo Ferrari, nato a Modena nel 1945, tra i fondatori, inizio ‘70, delle Brigate Rosse, assieme a Curcio e Franceschini. Trent’anni di galera. Mai pentito, mai dissociato. Appena uscito dal carcere, si unisce ai centri sociali dell’autonomia milanese. Il 3 luglio 2011 è tra gli attivisti No Tav che scelgono, come forma di protesta, la guerriglia contro le forze dell’ordine che difendono il cantiere della Tav di Chiomonte. Arrestato il 26 gennaio scorso dai pm torinesi Giuseppe Ferrando e Manuela Pedrotta, indagini della Digos. Coinvolti altri 45 attivisti No Tav. Ieri, assieme a due coimputati, l’anarco-insurrezionalista di Foggia, Alessio Michele Del Sordo, base a Viterbo, 29 anni, un nomade della protesta globale, comprese le piazze della Grecia, e Juan Antonio Fernandez Sorroche, 34 anni, anarchico spagnolo emigrato a Rovereto (il centro più importante degli insurrezionalisti del Nord), Ferrari ha scelto di rinunciare alla difesa degli avvocati del «legal team» dei No Tav.

Il 17 maggio 1976, nell’aula bunker di Torino, «Mau» Ferrari aveva letto un documento: «Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse. E come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata presente e futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Gli imputati non hanno niente da cui difendersi. Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai nostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso fossero nominati d’ufficio, a rifiutare ogni collaborazione con il potere...»

Trentasei anni dopo, Torino, 18 luglio 2012: «...Abbiamo approfittato di questo tempo per discutere e fare alcune riflessioni che vogliamo condividere con chi lotta. Abbiamo cominciato a discuterne e siamo arrivati alla conclusione che vogliamo affrontare questo processo senza avvalerci degli avvocati perché sentiamo di non doverci difendere da niente e da nessuno, perché vogliamo attaccare lo stato e la società con il suo monopolio della violenza...Perché consideriamo l’apparato giuridico un teatrino in cui gli individui vengono costretti dalle relazioni sociali esistenti ad assumere i ruoli predefiniti di colpevole e innocente. Siamo arrivati alla considerazione generale che affrontare il processo non è qualcosa di diverso e separato dalla lotta». Il 28 aprile 1977, a Torino, il presidente dell’Ordine degli avvocati, Fulvio Croce, fu ucciso dalle Br perchè aveva assicurato la difesa ai brigatisti.

La nano-spugna sa come pulire gli oceani dal petrolio

La Stampa

 

Inventata all'Istituto Italiano di Tecnologia

 

La spugna che respinge l'acqua e attira oli e petrolio

 

STEFANO RIZZATO

 

La difesa dell’ambiente? Un’impresa per nano-particelle. Chi pensa che l’ecologia sia solo questione di politiche energetiche si sbaglia. Più che nei summit i passi in avanti per la salvaguardia del Pianeta si stanno facendo nei laboratori. L’ultima novità viene dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, dove è stata messa a punto una spugna oleofila e idrofobica: capace cioè di assorbire gli oli e respingere l’acqua. Progettata per rimediare a disastri naturali come quello del 2010 – quando l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon riversò milioni di barili di greggio nel Golfo del Messico - questa spugna è il frutto della collaborazione tra chimici ed ingegneri specializzati in nanotech.

«Come materiali di partenza abbiamo usato comuni spugne naturali a base di schiuma di poliuretano, che si trovano già in commercio - spiega Athanasia Athanasiou, team leader del progetto -. Ad essere decisivo – prosegue – è il complesso trattamento: il rivestimento di nano-particelle consente alle spugne di essere permeabili agli oli e assorbire una quantità di sostanza oleosa fino a 13 volte il loro peso. Tutto senza raccogliere nemmeno una particella d’acqua». Non solo. Per le proprietà magnetiche delle nano-particelle che le rivestono le spugne oleofile si possono guidare a distanza. «Le molecole rispondono ai campi magnetici – spiega ancora la ricercatrice greca – e così le spugne, mentre galleggiano, si possono manovrare da lontano e possono arrivare a coprire aree molto estese». La loro realizzazione è durata non più di nove mesi, «ma tutto il progetto è il frutto di un know-how già consolidato e deve molto alla tradizione dell’IIT in tema di materiali e processi ecologici».

Nell’istituto – che impiega 1041 ricercatori da 38 Paesi – la caccia a soluzioni amiche dell’ambiente ha unito la ricerca sulle nano-tecnologie e quella sugli «smart materials», i materiali intelligenti dotati di particolari proprietà. Nuovi composti, nuove funzioni e nuove strategie per sfruttare le energie alternative: la ricerca «verde» all’IIT si muove principalmente in queste tre direzioni. In molti casi, più che di progetti macroscopici, si punta ad innovazioni piccole, ma con un impatto notevole. Ne è un esempio la microturbina appena ultimata dal dipartimento di «Advanced Robotics», pensata per alimentare con energia alternativa i sensori che monitorano le condutture del gas, o i sistemi analoghi che richiedono un controllo costante. Grande quanto una moneta da un euro, questa turbina in miniatura gira e crea energia a partire da aria, acqua o gas.

Una soluzione ideale per eliminare i cavi e le batterie oggi usati per alimentare questo tipo di sensori. La ricerca sui materiali intelligenti resta tuttavia il ramo principale dell’attività «verde» dell’Istituto, come spiega il direttore scientifico Roberto Cingolani. «L’elemento unificante è combinare l’uso di materiali naturali e a basso impatto ambientale a nano-strutture, che consentono di trasformarli e dare loro nuove funzionalità. Oltre alla spugna oleofila, lavoriamo su speciali composti a base di alghe, che trovano applicazioni sorprendenti anche nell’area medicale, visto che li stiamo usando per fare cerotti biodegradabili: scompaiono dopo aver svolto la loro funzione». Per ottenere questi risultati all’IIT si punta su team multidisciplinari, con specialisti della chimica che lavorano a fianco di ingegneri e biologi. «È una necessità, quando si punta ad innovare - continua Cingolani -. Abbiamo 17 profili di dottorato. Una sorta di “Babele scientifica”, che funziona grazie a un dialogo costante».

Elias, tartaruga col satellite liberata in Libano, studiata da Napoli

Il Mattino

 

La missione della Stazione zoologica Anton Dohrn. Gli animali col rilevatore sospettati di spionaggio

di Chiara Graziani

Cattura

NAPOLI - La missione della stazione zoologica Anton Dohrn in Libano prosegue. In terra di guerra, fra Libano e Israele ed a ridosso di un campo profughi palestinese, un gruppo di ricercatori si dedica alla missione di svelare il segreto del prodigioso istinto di orientamento delle tartarughe. Conoscono tutte le strade degli oceani. Come fanno non si sa. Queste sono le immagini dal Libano - riserva naturale di Ture - della liberazione di Elias che i ricercatori della Anton Dohrn Flegra Bentivegna e Fulvio Maffucci hanno dotato di un trasmettitore satellitare sul carapace. Elias, dal nome del pescatore che l'ha catturato, è ora una linea sulla mappa web del sito

SEGUI LA ROTTA, CLICCA SU ELIAS

Un esemplare importante per due motivi: è un maschio - una rarità per l'esperimento ed è una tartaruga verde, perfino più rara della Caretta Caretta. Elias, adagiato prima su un pneumatico e poi su una carriola, è stato rimesso a mare con il suo guinzaglio satellitare senza coinvolgere i media locali. Quel poco che è stato detto omette rigorosamente i dettagli su satelliti e rilevazioni a distanza.

 


Per via di quell'antenna che si vede nelle immagini, non era gradito alle autorità locali libanesi che temono ogni occasione di attrito con gli irascibili vicini israeliani che vedono spie ovunque. E non è detto che anche gli hetzbollah libanesi, in realtà, non avrebbero cercato di fermare tutto. Insomma, Elias ha rischiato l'affondamento. Come accadde ad una sua collega liberata da Napoli una decina di anni fa. Andò a riemergere nel golfo della Sirte con il suo computerino che chiacchierava con il satellite. Il Colonnello se n'ebbe a male. Ma la tartaruga fu più veloce e riparò verso l'Italia.

Borsellino, vent'anni fa la strage di via D'Amelio

Nico Di Giuseppe - Gio, 19/07/2012 - 09:29

 

ll 19 luglio 1992 a Palermo il giudice veniva ucciso da Cosa Nostra. Le commemorazioni a 20 anni da quella tragica giornata

 

Il 19 luglio di vent'anni fa la mafia uccideva Paolo Borsellino in via D'Amelio. Insieme al giudice, morirono anche gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Oggi Palermo ricorda il magistrato mentre il dibattito sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra diventa sempre più rovente. Migliaia di persone sono arrivate nel capoluogo siciliano munite.

 

Sventoleranno l'agenda rossa, il diario del magistrato, scomparsa misteriosamente subito dopo l’attentato.

 

Le agende rosse hanno "scalato" il monte Pellegrino per raggiungere il castello Utveggio, luogo da cui fino a qualche tempo fa si pensava che fosse partito il segnale per azionare la bomba. "Il castello Utveggio è un simbolo, visto che sicuramente lì c’era un centro del Sisde. Da lì qualcuno avrà visto la colonna di fumo il 19 luglio 1992 e avrà comunicato a chi di dovere che l’attentato era andato a buon fine", ha spiegato Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e ideatore del movimento delle agende rosse. Le iniziative della società civile culmineranno oggi in via D’Amelio dove un albero d’ulivo raccoglie i messaggi e le testimonianze di solidarietà portate negli anni. Quell’albero e quel luogo, però, secondo la famiglia Borsellino non devono "essere meta di rappresentanti delle istituzioni venuti a portare corone di fiori. Vogliamo che ci siano persone che scelgono di fare memoria".

Polemiche che non sono passate inosservate, tanto che Gianfranco Fini, presidente della Camera, farà visita solo in forma privata. In via D’Amelio arriverà in serata anche la fiaccolata organizzata da Giovane Italia che partirà alle 20 da piazza Vittorio Veneto. Parteciperanno, tra gli altri il segretario del Pdl Angelino Alfano, il coordinatore nazionale Ignazio La Russa, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il vice presidente del Parlamento Europeo Roberta Angelilli e l’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni.

"Sulle stragi mafiose del '92 "abbiamo finalmente varcato l'anticamera della verità, ora siamo entrati nella stanza della verità. Pensavamo, però, di trovare una stanza illuminata, invece era buia. Qualcuno aveva sbarrato le finestre e qualcuno aveva fulminato le lampadine. Siamo da soli e con le candele", ha dichiarato il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia intervenendo ieri sera a Palermo alla commemorazione di Paolo Borsellino nel ventennale della strage di via D'Amelio. "Leggendo in questi giorni i giornali - ha aggiunto - con commenti illustri di giuristi, giornalisti e politici, ho notato che nessuno purtroppo vuole illuminare quella stanza buia della verita'".

I grandi flop della Procura di Palermo

Stefano Zurlo - Gio, 19/07/2012 - 08:22

 

Indagini lunghe, pentiti farsa e una raffica di assoluzioni da Andreotti a Romano. La guerra delle toghe siciliane ai politici collusi è stata solo una caccia ai fantasmi

 

Indagini lunghe, indagini spigolose, indagini controverse. Indagini che spesso hanno fatto flop. Da Calogero Mannino a Francesco Musotto fino a Saverio Romano, scagionato l'altro ieri dopo nove interminabili anni, la catena degli errori e dei processi finiti in nulla nell'arena di Palermo o nella vicina Caltanissetta è lunghissima. I pm si difendono dicendo che è assai più difficile colpire la mafia dei colletti bianchi, quella che abita il Palazzo, rispetto a quella militare, divisa fra boss e picciotti. Certo, nei tribunali siciliani si continua a riscrivere la storia d'Italia ma spesso le sentenze fanno tabula rasa degli arditi postulati investigativi di pm famosi in tutta Italia.LE DUE VITE DI ANDREOTTIGiulio Andreotti sarebbe organico a Cosa nostra.

 

 

Grappoli di pentiti, tutti svegliatisi negli stessi mesi del '93, confermano. Uno dei più importanti leader italiani viene azzoppato e fermato da un'indagine che raccoglie molte suggestioni e pochi elementi concreti. Ala fine la corte d'appello trova una soluzione salomonica che accontenta tutti: esistono due Andreotti. Il primo, legatissimo alla vecchia mafia dei Bontade e dei Badalamenti, è colpevole, ma la pena viene dichiarata prescritta; il secondo, arcinemico di Cosa nostra, viene assolto. È un mezzo flop, ma Giancarlo Caselli, procuratore di Palermo in quel periodo, considera la conclusione un successo. In aula capita di tutto: si discute perfino, sfiorando le comiche, se un certo giorno il sette volte presidente del consiglio abbia incontrato Michail Gorbacev o Nitto Santapaola, capo delle cosche catanesi.SOLO FANGO SU MUSOTTOL'8 novembre 1995 il presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto, eletto con Forza Italia, viene arrestato e si dimette. L'accusa è la più impalpabile e insidiosa: concorso esterno. Un reato che nel codice non c'è ma che va per la maggiore nel capoluogo siciliano perché permetterebbe di portare a galla i comportamenti illeciti nella cosiddetta area grigia.

Il rischio è naturalmente quello di formulare accuse nouvelle vague, ma il copione si ripete. Ala fine i pm chiedono per Musotto 9 anni e mezzo di carcere. Invece arriva l'assoluzione. Ed è assoluzione anche in appello e in Cassazione.LA VIA CRUCIS DI MANNINOStoria sfiancante, con risultati alterni e un finale che fa piazza pulita di tutto. Mannino viene assolto il 14 gennaio 2010, dopo sedici anni di tormenti e 23 mesi di carcere. La procura di Palermo sosteneva che Mannino avesse raggiunto un'intesa con i clan attraverso un mafioso agrigentino, Tony Vella, e esponente della corrente cianciminiana, Gioacchino Pennino. Il primo avviso di garanzia è del 24 febbraio 1994. Segue un'altalena di manette, processi, condanne, assoluzioni, annullamenti fino all'epilogo che gli restituisce, con gravissimo ritardo, l'onore. Per i pm di Palermo è un altro processo eccellente che finisce in nulla.MORI, ULTIMO E IL COVO DI RIINAIn Sicilia anche la storia dei successi contro Cosa nostra può essere ribaltata e letta con la chiave di violino del sospetto. Capita ad uno dei più brillanti investigatori italiani: il generale dei carabinieri Mario Mori, numero uno del Ros. Il 15 gennaio 1993 i militari catturano il capo dei capi Totò Riina.

Un'operazione storica che mette fine a una latitanza che aveva umiliato lo Stato per decenni. Dovrebbero dare una medaglia a Mori e al tenente Sergio De Caprio, meglio noto come Ultimo, una leggenda dell'antimafia italiana. Invece li processano per favoreggiamento di Cosa nostra. La colpa? Un ritardo di diciotto giorni nella perquisizione del covo. Il ritardo non nasconde nessun giallo, ma un pasticcio. L'idea era quella di controllare gli ingressi e le frequentazioni, sfruttando il fattore sorpresa. Solo che, causa una cattiva catena di comunicazione, nessuno tiene d'occhio l'abitazione che viene ripulita in fretta e furia dai mafiosi e poi abbandonata. Per lo stato è una sconfitta dopo una pagina gloriosa, ma da qui a portare alla sbarra la copia Mori-De Caprio ce ne corre. I due uomini in divisa vengono assolti. Cade un altro teorema.IL DISASTRO SU BORSELLINODopo le stragi del '93 la procura di Caltanissetta si mette all'opera e pare trovare il bandolo giusto. Un picciotto, Vincenzo Scarantino, si autoaccusa di aver rubato la Fiat 126 che sarà poi imbottita di tritolo e fatta esplodere in via D'Amelio.

Il pool di Caltanissetta segue una pista che pare sicura ed è confermata da un superpoliziotto come Arnaldo La Barbera che oggi non c'è più. Vengono individuati i presunti esecutori e i processi si concludono con una raffica di condanne all'ergastolo. In realtà il pool si è spaccato. Ilda Boccassini, a quel tempo in Sicilia, è scettica sulla pista Scarantino. A distanza di tanti anni si scopre che aveva ragione: un altro pentito, Giuseppe Spatuzza, racconta la vera storia della Fiat 126. Scarantino si è inventato tutto, le prove erano costruite sulla sabbia anche se avevano retto al giudizio della Cassazione. Il processo dovrà essere rifatto e intanto si prepara la revisione per i disgraziati che sono andati in carcere e presto verranno scagionati. Nei giorni scorsi, Enrico Deaglio firma un libro, Il vile agguato, in cui ricostruisce l'incredibile vicenda, fra errori e depistaggi, e se la prende anche con Antonino Di Matteo che all'epoca lavorò, anche se in posizione defilata per la giovane età, a quell'indagine sbagliata. Per la cronaca Di Matteo è il pm dell'inchiesta sulla trattativa che ha acceso scintille a non finire nelle ultime ore, perché i magistrati hanno intercettato anche la voce del capo dello Stato Giorgio Napolitano.

IL CAVALIERE SANGUINARIOA Caltanissetta s'indaga anche sul Berlusconi mafioso. Mandante esterno, o qualcosa del genere, delle bombe e del sangue del terribile '93, sempre insieme al fidato e inseparabile Marcello dell'Utri. È il pentito Salvatore Cancemi a dare la preziosa dritta ai pm che ipotizzano un Cavaliere sanguinario: pronto a scendere in campo con Forza Italia e qualche mese prima ad a aprirsi la strada a colpi di tritolo. Strano destino quello del Cavaliere. Lo accusano alternativamente di essere vicino ai boss, addirittura parte di un disegno criminale, contemporaneamente di pagare le tangenti a Cosa nostra, come sarebbe capitato per i magazzini della Standa a Catania. Nel 2002 Caltanissetta archivia. Ora l'ultima puntata: Berlusconi sarebbe sì vittima, ma al posto di Cosa nostra adesso c'è Dell'Utri.L'ULTIMO FLOP: ROMANONove anni di scavo da parte dei pm, le lacrime in aula per l'assoluzione. Saverio Romano non è mafioso. Ma che strazio: una prima richiesta di archiviazione perché le prove non c'erano, poi una seconda, e poi ancora il processo imposto dal gip alla procura, per una volta dubbiosa, col capo d'imputazione coatto. In aula il pm Antonino Di Matteo, sì, proprio quello nel mirino di Deaglio, chiede otto anni di carcere. Il giudice spazza via tutto.