mercoledì 18 luglio 2012

Solo ora Napolitano capisce

Alessandro Sallusti - Mar, 17/07/2012 - 14:35

Napolitano ha denunciato la Procura di Palermo per attentato alla Costi­tuzione che garantisce riservatezza assoluta alle conversazioni telefoni­che del capo dello Stato. La vicenda riguarda la complessa e antica questione della presunta trattativa tra Stato e mafia per allentare la carce­razione dura ai boss in cambio di una sospensio­ne degli attentati che in quegli anni, primi anni Novanta, insanguinavano l’Italia. Napolitano ne avrebbe parlato, appunto al telefono, in alme­no due occasioni, con un ministro dell’epoca, Nicola Mancino, che preoccupato di essere tra­scinato dentro uno scandalo chiedeva protezio­ne a destra e a manca.

Quelle intercettazioni (sotto controllo era il telefono di Mancino) anda­vano distrutte a norma di Costituzione, ma così non è stato. Sono custodite in una cassaforte di Palermo e presto o tardi le leggeremo da qual­che parte. Cosa illegale, esattamente come le conversazioni carpite a Silvio Berlusconi senza l’autorizzazione del Parlamento. E qui sta il pun­to. Napolitano sta subendo lo stesso trattamen­to criminale fino a ieri riservato dai pm all’ex pre­mier. La sua denuncia sarebbe più credibile se come custode della Costituzione e capo del Csm, il capo dello Stato fosse intervenuto negli anni e nei mesi scorsi a difesa dei diritti del presi­dente del Consiglio, non certo inferiore ai suoi.

Invece se ne è stato zitto, dando forza a pm im­broglioni e permettendo un linciaggio mediati­co senza precedenti. Le conversazioni private di Berlusconi finirono sceneggiate in prima se­rata sulla Rai, perché mai quelle di Napolitano dovrebbero essere cancellate per sempre? Per­ché quando Berlusconi denunciava l’uso politi­co delle intercettazioni veniva deriso e ora Na­politano dovrebbe essere preso sul serio?

E co­me la mettono Bersani, Casini e soci che ora non è il Cavaliere ma il capo dello Stato a sostenere che ci sono pm mascalzoni? Che fanno, portano in piazza il popolo viola con la costituzione in mano a difesa della magistratura perché «se non ora quando»? Perché il Csm non si è ribella­to all’interferenza del Quirinale? Domande inutili, per tutte la risposta è una. Siamo circondati da una banda di ipocriti che usano la giustizia per fini politici. Godono delle disgrazie degli avversari anche se c’è il trucco e piangono come femminucce quando tocca a lo­ro o ai loro amici. Noi, almeno, non cambiamo idea per convenienza e una volta tanto stiamo con Napolitano coda di paglia. Cioè dalla parte di un Paese civile.

Spacco tutto finché non mi rimandate a casa": la minaccia di un 28enne egiziano

Il Giorno

 

Irir Fria è in Italia senza permesso di soggiorno e senza documenti. Si è fatto arrestare tre volte in meno di 24 ore

Una vetrina mandata in frantumi

 

Milano, 18 luglio 2012 - Vuole semplicemente tornarsene a casa. A differenza di altri clandestini in Italia, Irir Fria, 28 anni, senza permesso di soggiorno e senza documenti, vorrebbe solo essere rimpatriato nel suo Paese. E per tornare in Egitto si è fatto fermare tre volte in meno di 24 ore, minacciando di spaccare tutto ‘’fino a quando non mi fate tornare nel mio Paese’’.

Era stato bloccato lunedì scorso per aver danneggiato un pullman Malpensa express, ma appena rilasciato ha afferrato un sasso e lo ha scagliato contro il parabrezza di un taxi che passava, sfondando il vetro. Finito di nuovo in Questura per l’ennesima denuncia attorno alle 16, verso le 20 è stato accompagnato all’esterno da un poliziotto, che pochi secondi dopo lo ha visto avventarsi contro la vetrina di un bar in via Fatebenefratelli, proprio di fronte all’ingresso principale della Questura. L’egiziano ha afferrato la base di un ombrellone che era all’esterno del locale e lo ha scaraventato contro la vetrina mandandola in frantumi, con buona pace del titolare che per fortuna era assicurato.

Fria è stato arrestato dagli agenti, ai quali ha confessato che il suo comportamento ha l’unico obiettivo di accelerare il rimpatrio in Egitto a spese dell’Italia. Inutili i tentativi di spiegargli che questo non è il sistema più efficace per tornare a casa (soprattutto perché non ha i documenti). L'uomo ha risposto che continuerà a spaccare tutto e a farsi arrestare finché non avrà ottenuto il suo proposito: tornare a casa.

I Boy Scout chiudono le porte ai gay

La Stampa

 

"E' la politica migliore", spiega il portavoce Usa Deron Smith. Delusi tutti quelli che volevano una svolta antitradizionalista

 

Un "no" secco e definitivo ha suggellato oggi il lavoro di una speciale commissione incaricata di esaminare la richiesta di ammissione di persone omosessuali nelle file della più antica e prestigiosa associazione scoutistica americana, i Boy Scout of America. L'annucio della volontà di perseguire nella politica di esclusione dei gay, perché considerata «la migliore per i boy scouts», giunge dopo due anni di lavoro segreto e discretissimo di un comitato di 11 persone formato nel 2010, e dopo che una petizione con ben 300mila firme era stata consegnata alla dirigenza dell'associazione da gruppi che avrebbero voluto una maggiore apertura degli eredi di Baden Powell nei confronti dell'omosessualità.

Il portavoce dell'associazione con sede a Dallas, Deron Smith, ha spiegato che la commissione, pur «con diverse prospettive e opinioni», è stata unanime nel «raccomandare che la politica fin qui seguita dagli Scout d'America sia preservata». Un altro responsabile, Bob Mazzucca, ha ricordato che «la maggior parte delle famiglie hanno detto di volersi occupare personalmente delle tematiche riguardanti l'orientamento sessuale», e ha aggiunto che quindi l'associazione non farà nulla a proposito della petizione che chiedeva di riconsiderare una posizione ritenuta troppo chiusa e tradizionalista. La commissione, di cui hanno fatto parte volontari, ex scout e attuali dirigenti, ha da parte sua detto di essersi basata anche sul pronunciamento a maggioranza della Corte Suprema, avvenuto nel 2000: l'esclusione dei gay aveva addirittura ricevuto il sostegno pieno della Corte.

«Con il Paese che avanza verso una maggiore inclusione», ha commentato Chad Griffin, presidente di Human Rights Campaign, il più importante gruppo per i diritti dei gay negli Usa, «i leader dei Boy Scouts d'America hanno scelto di insegnare la divisione e l'intolleranza». Va detto che anche in seno ai Boy Scout d'America si sono avute divisioni: due importanti membri del comitato esecutivo nazionale, l'amministratore delegato di Ernst & Young, James Turley, e l'amministratore delegato di At&T, Randall Stephenson, hanno detto di non essere d'accordo e di voler cambiare la politica di ammissione all'associazione.

I casi di Jennifer Tyrrell, madre di quattro bimbi ed ex leader di un gruppo di piccoli scout, improvvisamente espulsa lo scorso aprile perché gay, e di un diciannovenne del Missouri costretto a lasciare dopo aver fatto coming out, hanno suscitato negli Stati Uniti un aspro dibattito. E la conseguente raccolta di firme. Ha trionfato «la parte più tradizionalista e legata ai valori della famiglia "normale"», ha detto al Los Angeles Times il padre di uno scout, ricordando tuttavia che nell'ambito dello scoutismo - che conta almeno un milione di adulti volontari negli Usa - va annoverato anche lo scandalo dei cosiddetti "perversion files". Si tratta di migliaia di pagine di documenti processuali che solo poche settimane fa in Oregon sono stati divulgati e che sono un tremendo atto di accusa degli abusi sessuali e delle altre violenze commesse dai "capi clan" sui ragazzi in tutti gli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Ottanta.

La seconda vita del batterio di 500 milioni di anni fa

La Stampa

 

Al centro delle ricerche per studiare le leggi darwiniane c'è un gene arcaico: l'immagine è del Georgia Institute of Technology (Usa) dove si sta svolgendo il rivoluzionario esperimento

 

GABRIELE BECCARIA

 

Sembra fantascienza ed è realtà. E chissà quanto affascinerebbe Charles Darwin.

Per farsi un’idea dell’eccezionalità dell’evento basta la definizione, enfatica e un po’ stordente: «Evoluzione paleo-sperimentale». Stavolta i ricercatori sono riusciti a resuscitare un gene antico 500 milioni di anni (comparso nella famosa era del Cambriano, quando la vita esplode, diventa complessa e poi clamorosamente si riduce ai minimi termini) e l’hanno inserito in uno dei batteri più comuni, l’Escherichia coli, che vive nell’intestino di molti animali e anche nel nostro. Scopo di questa avventura avanti e indietro nel tempo è osservare come funziona l’evoluzione. Dal vivo. Al di là di teorie e simulazioni.
«Il nostro esperimento è quanto di più avanzato ci sia per riavvolgere e riprodurre il nastro molecolare della vita - ha spiegato Betül Kaçar, astrobiologo del “Center for ribosomal origins and evolution” della Nasa - . Osservare un gene arcaico in un organismo contemporaneo, mentre si trasforma all’interno di una cellula, ci permette di capire se la sua traiettoria evolutiva si ripete e si ripeterà immutata oppure se è l’organismo ospite ad adattarsi, seguendo un percorso diverso».

Il test è in corso e ha già spiato il frenetico succedersi di un migliaio di generazioni: è noto che l’E.coli è una macchina biologica perfetta per studiare le metamorfosi della vita in base a specifici vantaggi adattativi e, infatti, è da tempo (a dispetto della poco raccomandabile provenienza) uno scintillante protagonista di laboratorio. Ma è la prima volta che si lascia manipolare così in profondità, trasformandosi in una chimera e, quindi, è facile capire come l’eccitazione per decifrarne le reazioni sia al massimo. Tutto è cominciato quando il team ha piazzato il gene nel batterio e ha prodotto otto ceppi identici, dando il via al processo evolutivo. Il nuovo organismo è sopravvissuto al «trapianto», ma all’inizio è cresciuto due volte più lentamente della controparte moderna. «La nostra creatura non era così sana o adatta, almeno nelle prime fasi - ha spiegato il leader della ricerca, Eric Gaucher -. Ma è stata proprio questa condizione a creare uno scenario perfetto, permettendo all’organismo di adattarsi e diventare via via più forte, mentre accumulava mutazioni, giorno dopo giorno». E infatti il tasso di crescita è un po’ alla volta aumentato e, dopo le prime 500 generazioni, sono stati sequenziati i genomi delle otto linee originarie per osservare come il batterio si fosse adattato. Si è scoperto che non solo l’«efficienza» della chimera si era ormai avvicinata ai livelli del parente attuale, ma che alcune sue discendenze sono addirittura diventate più robuste.

Qual è la spiegazione? Il team della Nasa l’ha trovata curiosando nel gene trapiantato, noto come EF-Tu: la versione primordiale era stata decifrata nel 2008 dallo stesso Gaucher, che gli aveva attribuito il ruolo di «centrale energetica» di tutti i batteri. Ora si è avuta la prova che in nessuna delle otto linee dell’E.coli l’intruso è cambiato. Al contrario a mutare sono state le proteine moderne che interagiscono con l’EF-Tu arcaico e sono proprio queste metamorfosi la causa del rapido processo di adattamento del nuovo batterio.
In altre parole - sottolineano i ricercatori - il gene non ha fatto nessun tentativo di assomigliare al pronipote attuale, semmai è stato il batterio a seguire un inedito sentiero evolutivo, adattandosi allo strano habitat in cui l’hanno costretto i tecnici di laboratorio del Georgia Institute of Technology.
E adesso? Il bello deve ancora venire. E l’ha spiegato così Kaçar: «Vogliamo scoprire se un organismo “limita” il proprio futuro e le leggi evolutive conducono sempre a un esito predefinito o se, invece, prevedono soluzioni multiple». Darwin sarebbe davvero emozionato.

Ciechi a spasso in auto e col passeggino Operazione «miracolo»: pizzicati in 4

Corriere della sera

 

La finanza pedina e smaschera i falsi ciechi. Truffa da 235 mila euro, sotto sequestro tutti i conti correnti

 

CASERTA - Facevano manovra con l'auto, portavano a spasso il nipotino col passeggino, insomma conducevano una tranquilla vita da pensionati anche se per l'Inps erano a tutti gli effetti «ciechi». Un «miracolo», sottolineato dal nome dell'operazione delle fiamme gialle che per mesi ha compiuto accertamenti su O. B., 67enne di Caserta, A.T., G.T. e U. D. A., 68enni di Casagiove. Tutti accusati di truffa continuata aggravata ai danni dell'ente previdenziale che versava puntualmente laute indennità ai falsi ciechi, incastrati dalle telecamere della guardia di finanza e colpiti oggi, mercoledì, dal sequestro dei rispettivi concorrenti.

 

LE INDENNITA' DI ACCOMPAGNAMENTO - I militari hanno eseguito in mattinata l'ordinanza firmata dal gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere su richiesta della procura della Repubblica, congelando nel complesso una somma di denaro pari a 235 mila euro, ovvero i soldi percepiti illecitamente come indennità di accompagnamento. Le indagini condotte dai finanzieri casertani e coordinate dalla Sezione reati economici della procura sammaritana erano state avviate l'anno scorso, con l'incrocio tra i dati acquisiti da Inps e Azienda sanitaria locale e quelli in possesso dell'anagrafe tributaria.

 

Sandro Di Domenico

18 luglio 2012

Budapest, arrestato criminale nazista

Corriere della sera

 

In carcere Csatary, 97 anni, si nascondeva in Ungheria: è accusato di aver ucciso 15.700 ebrei. «Non sono colpevole»

 

Lazlo CsataryLazlo Csatary

Hanno bussato alla sua porta con le manette in mano. La Procura di Budapest ha emesso un ordine di arrestato per Lazlo Csatary, il criminale nazista più ricercato al mondo e localizzato la scorsa settimana nella capitale ungherese da reporter del tabloid britannico Sun che hanno agito dietro indicazioni del Centro Wiesenthal di Gerusalemme. L'uomo si dichiara «non colpevole». Il procuratore Tibor Iboly spiega: «Uno dei suoi argomenti di difesa è che ha obbedito agli ordini».

«IN CARCERE»- Accusato di essere implicato nella morte di 15.700 ebrei durante la Seconda guerra mondiale, Laszlo Csatary viveva indisturbato a Budapest da 17 anni, senza nascondere la sua vera identità, nonostante le segnalazioni sul suo passato trasmesse alla magistratura magiara da più di dieci anni dal Centro Simon-Wiesenthal di Gerusalemme. Lo scorso aprile, lo stesso Centro Simon-Wiesenthal, dal nome del celebre cacciatore di nazisti ebreo austriaco scomparso nel 2005, e le cui indagini hanno permesso di scovare decine di criminali nazisti, aveva messo Laszlo Csatary in cima alla sua lista dei criminali di guerra nazisti più ricercati al mondo.

 

I CRIMINI- Laszlo Csatary era stato capo della polizia nel ghetto di Kosice, situato nell'attuale Slovacchia, dove 15.700 ebrei furono assassinati o avviati al campo di sterminio di Auschwitz, durante l'occupazione nazista dell'allora Cecoslovacchia. Condannato a morte in contumacia nel 1948 da un tribunale cecoslovacco, Csatary dopo la guerra era riuscito a riparare in Canada, a Montreal e a Toronto, dove sotto falsa identità faceva il mercante d'arte. Quando nel 1997 la sua vera identità fu scoperta, fuggì in Ungheria dove riuscì di nuovo a far perdere le proprie tracce. Prima della sua fuga, aveva ammesso davanti agli inquirenti canadesi la sua partecipazione alla deportazione degli ebrei, affermando nel contempo che il suo ruolo era stato «limitato».

 

Redazione Online 18 luglio 2012 | 14:11

Mahdi, il «messia» che tiene sotto scacco l'Iran

Corriere della sera

Il virus da otto mesi all'attacco dei computer anche di Israele e Paesi Arabi. Gli esperti: «È stato progettato da dilettanti»


L'allarme arriva da Kaspersky Lab, produttori russi di antivirus, e dall’azienda di sicurezza israeliana Seculert, che annunciano la scoperta di un nuovo programma altamente nocivo: il suo nome è Mahdi, letteralmente «il Messia», e da almeno otto mesi tiene sotto scacco l’Iran e altri quattro Paesi del Medio Oriente, tra cui Israele. Due le caratteristiche importanti del trojan: si tratta del primo attacco in cui i programmi informatici utilizzati includono formulazioni in lingua persiana. Inoltre, a differenza dei potenti malware industriali Stuxnet, Flame o Duqu, Mahdi sembra appartenere ad un'altra fase della guerra informatica. «Non è stato progettato da stati o enti governativi, ma da dilettanti».

AMBASCIATE E STUDENTI D’INGEGNERIA - L’Iran, Israele, l’Afghanistan, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sono i Paesi colpiti dall’attacco informatico. «Ma non sappiamo chi sono gli artefici», ha detto Aviv Raff di Seculert. La maggior parte dei sistemi infettati, 387, si troverebbero in Iran. Complessivamente sono almeno 800 le persone, le aziende e le istituzioni finite nella trappola di Mahdi: dai servizi finanziari alle ambasciate, dai servizi di pubblica utilità alle compagnie energetiche fino agli studenti di ingegneria meccanica, hanno comunicato Seculert e i laboratori di Kaspersky senza però specificare nel dettaglio gli obiettivi. Tuttavia, già nel febbraio scorso era stato segnalato un attacco alla Bank Hapoalim, il più grande istituto finanziario di Israele, che può essere riconducibile proprio a Mahdi. Il programma nocivo si chiama tecnicamente Trojan.Win32.Madi ed è il primo spyware scritto quasi interamente in fārsì.

GIORNO DEL GIUDIZIO - Mahdi è in grado di sottrarre informazioni importanti tra cui i contenuti visualizzati sul display del computer, ma anche informazioni sui sistemi, file archiviati, contatti e conversazioni audio. Oltre a ciò, può spiare dentro Gmail, Hotmail, Yahoo Mail, Skype, ICQ, Google+ e Facebook. «Pare che qualcuno stia cercando di creare un dossier su larga scala», ha sottolineato Raff. «Non sappiamo però quali sono le loro intenzioni». Diversi gigabyte di dati sarebbero già stati scaricati dalle macchine infette. Seculert spiega che il trojan ha comunicato inizialmente con un server in Canada, nel frattempo i dati verrebbero inviati verso un server nel centro di Teheran. Nella fede islamica, il nome Mahdi sta per la venuta del Messia, mandato da Dio nel giorno del giudizio.

Elmar Burchia
18 luglio 2012 | 11:57

La complessità dei numeri primi

Corriere della sera

 

«I libri di matematica sono scritti male». Ora l'Accademia della Crusca li migliora: «Sarà più facile insegnare»

 

FIRENZE - Linguisti e matematici uniti in un'insolita e un po' esoterica «setta» dedita a strane elucubrazioni sullo scrivere (e il comunicare) nel modo migliore e convinta che la stragrande maggioranza dei libri di testo scolastici scientifici, e in particolar modo di matematica, debba essere riscritta. Nel guardarli si potrebbe pensare a un orribile connubio postmoderno e invece da lunedì, in un'aula della facoltà di matematica dell'Università di Pisa dove hanno studiato e insegnato Galilei, Fermi, Enriques, De Giorgi e Bombieri, i «sapienti delle lettere e dei numeri» sfogliano libri di esercizi, analizzano le spiegazioni di teoremi ed equazioni, e con la matita rossa e blu correggono, suggeriscono e propongono il «miglior modo possibile» di scrivere di matematica, un ritrovato «dolce stil novo» per raccontare algebra e geometria. Consapevoli, dicono loro, che l'avversità ai numeri in Italia (e all'estero) sia dovuta anche e soprattutto al modo d'insegnare, comunicare e scrivere questa disciplina vissuta pericolosamente e invece spesso così vicina alla speculazione filosofica e alla verità da essere e persino una medicina dell'anima.

Per raggiungere l'obiettivo, quasi un salto di paradigma nell'insegnamento e nella divulgazione della matematica, è stata firmata una convenzione tra l'Accademia della Crusca, il tempio fiorentino della ricerca sulla lingua italiana, e il Cafre, il Centro di ateneo di formazione e ricerca educativa dell'università pisana. «È nato anche un gruppo di studio misto di sei insegnanti di matematica e sei di italiano di scuola secondaria di primo e secondo grado - spiega Franco Favilli, docente di matematica e direttore del Cafre -. Con loro abbiamo iniziato ad analizzare l'aspetto linguistico di alcune parti di libri di testo di matematica. Che, al 90%, devono essere riscritti per cercare di rendere più facile la lettura e tentare di risolvere il problema del doppio linguaggio, quello che secondo noi confonde soprattutto i giovani e li allontana dalle scienze matematiche».

Già, perché in alcune discipline scientifiche (ma accade anche in filosofia) le parole hanno diversi significati dalla lingua naturale. «Nel linguaggio matematico si fa uso di un sottocodice linguistico - continua Favilli - e i diversi significati possono creare difficoltà nella comprensione dei concetti matematici e influire negativamente sull'apprendimento e sull'interesse per la disciplina».Qualche esempio? Angolo (nella lingua comune si usa per indicare una parte di una stanza o di un ambiente esterno; in matematica è la regione di piano individuata da due semirette), simile (il matematico lo usa con due accezioni diverse che non corrisponde al significato corrente). E ancora frazione, rapporto, congruenza, radice. Per non parlare poi di quella che gli esperti chiamano «equivoca attribuzione di significato» con insegnanti che, durante la stessa lezione, usano uno stesso termine, come per esempio altezza, con i tre significati profondamente diversi, provocando negli allievi grande confusione.

«Tra linguisti, matematici e cultori di scienze è nato un reciproco amore su uno stesso terreno teorico, sia didattico ed educativo - spiega Francesco Sabatini, linguista e residente onorario dell'Accademia della Crusca - perché alla base di tutte le discipline c'è il problema del linguaggio. Conoscerlo, comprenderlo e discriminarlo è fondamentale anche nella scienza e ovviamente nella matematica». Il gruppo di lavoro avrà anche rapporti internazionali. «Lavoreremo con le università di Parigi, Vienna, Praga, Siena, Volos (in Grecia) e Agder (in Norvegia) - spiega Favilli - Culture e lingue diverse, problematiche comuni. E affronteremo il problema nel convegno di didattica della matematica che si svolgerà a Viareggio il 10 e l'11 settembre». Poi i risultati potrebbero diventare realtà con nuove pubblicazioni e una nuova didattica. Con la speranza che dalla Toscana, culla dell'italiano, possa nascere e prosperare un nuovo linguaggio per comunicare la matematica. Il «dolce stil novo dei numeri», appunto.

 

Marco Gasperetti

18 luglio 2012 | 8:13

Pantone Merkel», la cancelliera e quelle novanta giacche (in tempi di crisi)

Corriere della sera

Un graphic designer olandese le ha raccolte in ordine cromatico, dal verdino al nero. Ma dove le tiene tutte?

Il 'Pantone Merkel' del graphic designer Noortje van EekelenIl 'Pantone Merkel' del graphic designer Noortje van Eekelen

MILANO - L'hanno chiamato così: "Pantone Merkel", come il sistema standard di classificazione dei colori. Novanta tinte per novanta giacche: parliamo della cancelliera tedesca, presa di mira per la varietà del suo capo preferito, la giacchetta appunto. Che il suo guardaroba non fosse passato inosservato lo si sapeva, tanto che l'ormai ex presidente francese Sarkozy (protagonista di tanti faccia a faccia con la Merkel e di un'indimenticabile occhiata complice con risatina sulla fiducia accordata all'Italia di Berlusconi) ha detto che Angela non sarebbe neanche brutta, «ma porta certi vestiti...» (confessione trascritta dall'ex ministra della Salute Roselyne Bachelot nel suo libro «A feu et … sang»).

 Le giacchette di Angela Le giacchette di Angela Le giacchette di Angela Le giacchette di Angela Le giacchette di Angela

ORDINE CROMATICO - Insomma, la "dura" Merkel che bacchetta l'Europa in questa profonda crisi dell'euro, ha il suo stile, le sue debolezze potremmo dire. Una è questa passione per le giacche (e la domanda è: ma dove le tiene tutte? ma anche: nel guardaroba le sistemerà in ordine "crescente", dal bianco al nero, o "decrescente", dal nero al bianco?), il graphic designer olandese Noortje van Eekelen ha fatto un lavoraccio e ha raccolto queste novanta, sistemandole in un certosino ordine cromatico, dal verdino al nero passando per l'azzurro, il viola, l'arancione, il rosso, il rosa, il bianco, il grigio, il beige, il marrone... tutte simili, sobrie e accollate, ma che accostate fanno l'effetto di un vertiginoso amore per lo shopping. Che in questi tempi di crisi non tutti sono disposti a perdonare.

L. Cu.18 luglio 2012 | 12:27

Non poetici banditi, ma spietati tagliagole: Desperados, la vera storia di Jesse James

Il Messaggero

di Anna Guaita

 

Pul Newman e Robert Redford in Butch Cassidy

 

NEW YORK - Erano cow-boy provetti, tiratori d’eccezione, avventurieri spericolati. Ma non erano degli eroi. L’immaginario collettivo, il cinema di Hollywood,i romanzi ce li hanno dipinti come scanzonati Robin Hood che derubavano i ricchi e aiutavano i poveri. Su di loro sono circolate leggende romantiche e aneddoti accattivanti. Ma né Jesse James e la sua banda, né i fratelli Logan, né Butch Cassidy e il suo compare Sundance Kid erano come le leggende ce li tramandano. Ladri di bestiame, rapinatori di banche e di treni, non conoscevano pietà, e se è vero che non si tiravano mai indietro davanti al pericolo, è altrettanto vero che non si tiravano indietro neanche davanti ad atti crudeli, come uccidere innocenti cassieri o testimoni. Di questa razza Made in America scrisse con meticolosa precisione James D. Horan, un reporter del New York Journal American, premio Pulitzer per il giornalismo e autore di numerosi best-seller sulla storia del West. Negli anni Quaranta, con nuove edizioni riviste e aggiornate negli anni Sessanta e Novanta, Horan ha pubblicato Desperate Men, The James Gang and the Wild Bunch, che viene oggi proposto in Italia dalla Odoya, in una traduzione di Gilberto Forti (384 pagine, 18 euro). Chi ancora nutra illusioni sulla presunta grandezza e generosità di quei banditi, resterà impressionato dalle loro reali vicende. Horan le ha potute ricostruire grazie al fatto che la sua fama gli aveva ottenuto - primo nella storia - l’accesso agli archivi della Pinkerton, l’Agenzia Investigativa privata che per decenni fu l’unica che combattè il crimine al livello nazionale.

Il banditismo esplode negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento, dopo la Guerra Civile. E’ la cosiddetta Gilded Age, l’età della grande espansione economica, della costruzione della ferrovia intercontinentale, delle immense ricchezze costruite con l’estrazione del carbone, la produzione dell’acciaio, il commercio. Sportelli di banche aprono dovunque, grandi mandrie vengono trasferite da uno Stato all’altro, i treni si caricano di merci e viaggiatori benestanti. E presto i delinquenti ne approfittano. Jesse James, con il fratello Frank, forma una banda nelle Grandi Pianure dell’Iowa, Wisconsin, South Dakota. James è un ex combattente della Guerra Civile, che ha parteggiato per il sud con una banda paramilitare filo-schiavista. Pieno di rabbia contro il nord, si circonda di compari e si dà alle razzie, rivestendole di coloriture ideologiche, e sostenendo che se ammazza e ruba è per punire gli sciacalli del nord che hanno invaso il sud e conquistato le sue terre. Molti sudisti lo ammirano, i giornali ne scrivono, e così nasce il mito, e il fuorilegge si trasforma in un eroe: «Per sedici anni batteranno il West - scrive Horan - in una delle più grandi ondate di criminalità che si siano mai abbattute sull’America; assalteranno treni, diligenze e banche ; uccideranno e saranno uccisi; diventeranno, prima ancora di morire, figure di leggenda»

Jesse James era un uomo serio, solido e massiccio. Aveva un bel viso con occhi azzurri scintillanti e la barba bruna. Fu sempre fedele alla moglie e devoto verso i figli, ma fu «un crudele assassino» precisa Horan. Di simile pasta, ma più goderecci, furono gli uomini del Mucchio Selvaggio, che operò sotto la guida di Butch Cassidy, al secolo George Leroy Parker. Il biondo nipote di un santo mormone cominciò la sua vita come abile addestratore di cavalli, per poi diventare ladro e rapinatore. Bello e di aspetto allegro, Butch all’inizio non uccideva: riusciva ad abbindolare la gente con la sua parlantina e il suo volto onesto. Ma poi, dopo un paio di anni in carcere per furto, si rifugiò a Brown’s Hole, al confine fra Utah e Colorado, dove presto un gruppo di giovani promesse del crimine, fra le quali anche Harry Longabaugh, cioè the Sundance Kid, si riunirono sotto la sua guida. Abilissimo cavallerizzo, pistolero di eccezionale abilità, Butch si fece la fama di essere dalla parte degli agricoltori contro i prepotenti allevatori: fama conquistata grazie al fatto che lui e la sua banda diventarono arditi rapinatori di bestiame. E ad aiutarli, nascondendo i capi, guarda un po’ furono proprio gli agricoltori.

Se qualcuno si merita davvero il marchio della leggenda, in quel West spietato , sono semmai gli uomini della Pinkerton. In un Paese ancora senza una legge estesa a ogni Stato e Territorio, furono loro a dare la caccia ai più temibili fuorilegge, spesso rimettendoci la vita. Dipendevano da Allan Pinkerton, uno scozzese che in America si era distinto sia per la sua passione per l’eguaglianza - aiutando gli schiavi fuggitivi dal sud - sia per la sua astuzia di detective nei suoi cinque anni nella polizia di Chicago. Poi lo scozzese fondò la Pinkerton, una società dedicata alla protezione e alle indagini anticrimine. Non è una esagerazione dire che Pinkerton e i suoi agenti aiutarono il West a liberarsi del cancro del banditismo, combattendo una guerra vera e propria, senza esclusioni di colpi. La Pinkerton fu di fatto il primo sistema anticrimine federale, e non è un caso che all’inizio del Novecento servì poi da modello su cui venne costruita l’Fbi.

Martedì 17 Luglio 2012 - 17:07
Ultimo aggiornamento: 17:17

Vanity Wonder, il sedere più grande del mondo

Il Messaggero

Cattura
LONDRA - Vanity Wonder, la ragazza più "fortunata" del mondo - Londra, 16/07/2012 - Si chiama Vanity Wonder e durante la trasmissione inglese "This morning" si è sfogata esprimendo tutto il suo rammarico peressersi "costruita" il sedere più grosso del mondo. Ossessionata dal desiderio di avere il fondoschiena più formoso del pianeta, negli anni si è fatta impiantare numerose protesi fino a raggiungere questo risultato. Il tutto al prezzo complessivo di 15 mila dollari e tutto con operazioni illegali. Infatti tale pratica è vietata negli Usa e in Uk. TRamite un medico compiacente. Ora, dopo aver avuto una grave infezione (con relativo danno estetico) ha deciso di urlare al mondo tutto il suo dolore.

(foto Olycom)

Martedì 17 Luglio 2012 - 11:34
Ultimo aggiornamento: 11:35

Sul Colosseo crescono i capperi che profumo ma quanti danni

Il Messaggero

di Davide Desario

 

Cattura

 

ROMA - «MA quale Pantelleria. I capperi migliori sono di Roma». Ennio ha sessant’anni, è seduto a un tavolino davanti a un latte e menta, guarda il Colosseo e con la mano indica la gru con il cestello attaccata all’Anfiteatro Flavio. Da una settimana, infatti, una squadra di operai sta controllando e «potando» le mura del monumento, estirpando ciuffi e ciuffi di capperi. Un operaio li prende, li annusa inebriato e poi li mette in una busta.  «È un lavoraccio, soprattutto con questo caldo - dice Ennio con il suo intercalare romano guardando l’operaio - Io, nonostante l’età, li vado a prendere sulle Mura Aureliane. Lì nessuno dice niente. E sapesse che soddisfazione quando mi preparo le penne alla puttanesca». É vero, i capperi sui monumenti della Capitale ci stanno da sempre. Il periodo d’oro è proprio questo tra luglio e settembre. Vengono raccolti continuamente: c’è chi arriva con le buste, chi con i cestini, qualcuno anche con speciali bastoni per arrivare ai cespugli più alti. A San Lorenzo basta che si alzi un po' di venticello per riuscire a sentire quell’aroma intenso e penetrante. Dalle parti del Colosseo, invece, no: l’odore è sovrastato dalla puzza dei gas di scarico che è decisamente più forte.

«Quest’intervento in realtà è il completamento di quello avviato quest’inverno per verificare la stabilità dopo la nevicata - spiega la direttrice del Colosseo, Rossella Rea - Un intervento che abbiamo dovuto interrompere per mancanza di fondi. Così, nel frattempo, sono cresciute sulle mura molte essenze arboree, soprattutto capperi, le cui radici creano non pochi problemi. Da circa una settimana gli operai che hanno ripreso i controlli ne stanno approfittando per togliere anche i capperi». Certo sarebbe un bel business inscatolare i capperi del Colosseo e poi venderli ai turisti magari con un’etichetta accattivante con un gladiatore in primo piano. «Non lo so che gusto abbiano - aggiunge Rea - Io non li ho mai assaggiati». Al Colosseo, infatti, i capperi hanno un nemico: i gatti. «Specialmente all’ultimo piano, quello vietato al pubblico, i capperi crescono che è una bellezza - racconta un tiratore scelto della polizia che nelle grandi occasioni si apposta in cima all’anfiteatro Flavio - Noi, però, non li raccogliamo perché qui è anche pieno di gatti e non è salutare». Ma sulle mura è un’altra cosa. E allora non resta che guardare gli operai «decapperizzare» il Colosseo, perché le radici minano la solidità delle mura e, insieme al becchettio degli uccelli, sono la causa della maggior parte dei micro-crolli.

Mercoledì 18 Luglio 2012 - 08:50
Ultimo aggiornamento: 11:10

Alessandro (non troppo) Magno più barbaro dei barbari

La Stampa

 

Dalla Scozia un professore (di origine iraniana) rovescia il mito del condottiero civilizzatore: in Persia si macchiò di malvagità gratuite

 

Alessandro Magno nella battaglia di Isso

 

VITTORIO SABADIN

Persepoli era l’agglomerato urbano più grande e più bello del mondo quando Alessandro Magno arrivò davanti alle sue mura nel 330 avanti Cristo. Non ci fu bisogno di combattere per conquistarlo: un anno prima il re persiano Dario era stato sconfitto a Gaugamela e nessuno cercava più di opporsi all’esercito macedone. Alessandro si fermò davanti alla grande Porta delle Nazioni fatta erigere da Serse, ammirò le 72 colonne che reggevano l’Apadana realizzata da Dario il Grande e l’infinita sequenza di finissimi bassorilievi che la adornavano. In Grecia non c’erano costruzioni che potessero essere paragonate allo splendore di quei palazzi reali, alla imponente scalinata del Tripylon che aveva al suo culmine tre porte, una delle quali segreta, che si apriva sull’harem. Alessandro arrivò alla Sala del Trono e immaginò il deferente omaggio delle nazioni sottomesse a Dario, così come era raffigurato nei bassorilievi della processione di Capodanno: gli abitanti di Susa e poi gli Armeni, i Lidi e i Sodghiani, gli Indiani e i Babilonesi, i Parti e i Bactriani ogni 21 marzo portavano ricchi doni al Re dei Re. Furono necessari 20.000 muli e 5.000 cammelli per svuotare la camera del tesoro dal suo contenuto.

Tre mesi dopo un incendio, ordinato o causato da Alessandro, distrusse la più maestosa città che l’uomo avesse costruito: crollarono i muri, le statue, le colonne; si fusero le lamine d’oro che ancora ricoprivano le statue e il trono, e di Persepoli restarono solo le rovine che ancora resistono a 50 chilometri dalla città di Shiraz, in Iran. Per i libri di storia occidentali, figli della cultura ellenistica, l’incendio fu la giusta vendetta per le ferite che Serse aveva inferto al mondo: l’incendio di Efeso, i santuari devastati ad Atene, le distruzioni a Babilonia. Finalmente, un conquistatore che agiva in nome della superiorità della cultura greca aveva fatto giustizia. Ma il professor Ali Ansari, direttore dell’Istituto di Studi Iraniani all’Università di St Andrews in Scozia, ritiene che sia giunto il momento di raccontare un’altra storia, quella vista dalla parte dei persiani sconfitti. «Se andate a visitare le rovine di Persepoli - ha scritto in un saggio che ha causato qualche polemica - le guide vi spiegheranno che la città fu fondata nel 500 avanti Cristo da Dario il Grande, che fu ampliata e abbellita da suo figlio Serse e distrutta da quell’uomo, quel barbaro, Alessandro Magno».

Secondo il prof. Ansari - guarda caso, di origine iraniana - la cultura occidentale ha infuso l’idea che i persiani esistessero per essere conquistati da Alessandro, il portatore della civiltà. Ma la civiltà che lui annientò non era inferiore a quella nel nome della quale agiva. «Alessandro si comportò come i barbari che invasero Roma, che venivano ad ammirare quello che conquistavano, al punto che volle assumere lo stesso titolo di Re dei Re dei sovrani che aveva sconfitto». Visto con occhi persiani, Alessandro è tutt’altro che «Magno». Bruciò Persepoli al termine di una notte di eccessi, cominciata come tante con una cena assieme ai suoi generali, continuata con la recitazione di poesie e di brani di Euripide, e terminata nell’ebbrezza, in compagnia di cortigiane e suonatori. A un certo punto, lo stesso Alessandro propose di formare una processione in onore di Dioniso, il dio dell’estasi, e tutti lo seguirono barcollanti portando una fiaccola. Dopo pochi minuti, la Sala delle Udienze e quella del Trono erano avvolte dalle fiamme.

Ma nelle malvagità gratuite che gli vengono imputate non c’è solo questa. I persiani lo condannano anche per la sistematica distruzione dei simboli dello zoroastrismo, l’attacco ai templi e la persecuzione dei sacerdoti della religione, i magi. «L’influenza della cultura e della lingua greche - sostiene il prof. Ansari con qualche evidente riferimento a situazioni contemporanee - ha contribuito a diffondere in Occidente la convinzione che l’invasione di Alessandro sia stata la prima di molte crociate destinate a portare la cultura e la civiltà nel barbaro Est. In realtà l’impero persiano andava conquistato non perché avesse bisogno di essere civilizzato, ma perché era il più grande impero che il mondo avesse visto fino a quel momento e si estendeva dall’Asia Centrale alla Libia. La Persia era un enorme, ricco bottino». Nell’ Anabasi di Alessandro lo storico greco Lucio Flavio Arriano cita un discorso del condottiero macedone diretto a Dario che sembra senza tempo: i vostri antenati invasero la Macedonia, ora voglio vendicarmi, ma sia chiaro che siete voi che avete dato inizio alle ostilità. Avete aiutato i nemici di mio padre e inviato denaro ai greci per turbare la pace che io avevo costruito. Avete corrotto i miei amici e alleati e tu, Dario, hai preso e detieni il potere illegalmente.


Oggi come allora, le scuse per cominciare una guerra sono sempre le stesse.

Escono pochi minuti senza timbrare, condannati dipendenti pubblici

La Stampa

 

L'essersi allontanati dal posto di lavoro, anche solo per pochi minuti, non giustifica il dipendente pubblico che non timbra il cartellino. Lo sottolinea la Cassazione spiegando che "le assenze non giustificate dall' ufficio" anche se brevi sono da censurare non tanto per il «danno economico cagionato all'ente» che in questi casi è modesto ma per la violazione dei doveri del dipendente pubblico che è tenuto ad esercitare le sue funzioni con «disciplina e onore». Il caso esaminato dalla Seconda sezione penale riguarda una condanna, inflitta dalla Corte d'Appello di Palermo nel 2011 a tre mesi di carcere per truffa nei confronti di alcuni dipendenti della Soprintendenza per i Beni culturali della Regione Sicilia `beccati´ durante alcune operazioni di controllo assenti ingiustificati dall'ufficio. Nel ricorso in Cassazione la difesa degli imputati aveva sostenuto, tra le altre cose, che i dipendenti non dovevano essere condannati proprio per «l' inoffensivita' della condotta» in quanto si erano allontanati dal posto di lavoro ognuno solo una volta per circa mezz'ora e questo non poteva essere considerato un danno economico per l'ente pubblico. Ma non è così per la Cassazione che ha confermato le condanne.

«La deduzione difensiva nel senso di rinvenire nella fattispecie la figura del reato impossibile per il modestissimo periodo di tempo di assenza in ufficio - è scritto nella sentenza n. 25781 - omette di rilevare che la condotta si inquadra nel contesto del servizio pubblico e non può essere circoscritta solo al questo sì modesto danno economico cagionato all'ente». Questo perché, scrive la Cassazione, «la violazione del dovere del dipendente pubblico in funzione dell'adempimento delle loro funzioni e del loro servizio con disciplina e onore, specie in un contesto che segnala molteplici manifestazioni di abitudini distoniche ai doveri istituzionali, non può certo depotenziarsi a tal punto da poterlo ritenere del tutto inoffensivo. Occorre poi ribadire che attesa la funzione dei cosiddetti `cartellini segnatempo´ di costituire prova della continuativa presenza del dipendente sul luogo di lavoro nel tempo compreso tra l'ora di ingresso e quella di uscita» aggiungono infine i giudici «costituisca comunque condotta suscettibile di integrare il reato di truffa aggravata quella del pubblico dipendente che si allontani temporaneamente dal luogo di lavoro senza far risultare mediante timbratura dei cartellini o della scheda magnetica i periodi di assenza».


(Fonte Ansa)

Armadietti e lucchetti per i senzatetto Olanda, la nuova frontiera del welfare

La Stampa

 

I barboni possono tenere i propri averi salvo cibo e oggetti illegali

 

L'Olanda non rinuncia all’avanguardia sociale nemmeno in questa fase di tensioni populiste pre-elettorale (Foto d'archivio)

 

MARCO ZATTERIN

corrispondente da bruxelles

 

Il primo contratto lo ha firmato Cees van Rijsbergen che, per l’occasione, s’è presentato ben rasato e lindo, nulla a che vedere col titolo che è la ragione della sua presenza in Lekstraat, una strada appena dietro la Stazione dell’Aia, capitale amministrativa dei Paesi Bassi. Cees è un «barbone», un homeless per farla meno dura. Lo è per scelta, ha deciso di abbandonare tutto e vivere per strada con quello che gli passa la sorte. Ha uno zainetto nel quale porta un sacco a pelo, un quaderno in cui tiene il diario, un secondo paio di calzoni, qualcosa da mangiare. Da una settimana ha anche un armadio comunale in cui conservarlo. «Così non mi rubano le cose e mi passa il mal di schiena», assicura lui.

É la nuova frontiera del welfare olandese, Paese che non rinuncia all’avanguardia sociale nemmeno in questa fase di tensioni populiste pre-elettorali. In Lekstraat sono stati disposti 50 armadietti del tipo che si trova in ogni scalo ferroviario del Paese. Vengono concessi gratuitamente ai senza fissa dimora, che si impegnano a non tenervi cibo, né alcunché di illegale o qualunque cosa puzzi, pena l’annullamento dell’intesa. Henny van der Most, la responsabile del progetto, è sicura che questo faciliti un miglioramento delle relazioni fra i «barboni» e il resto della società. «Portano sempre con sé tutto ciò che hanno - afferma la donna -. La loro vita è disagiata, hanno problemi di salute, alle spalle e alle articolazioni. Perdono molte cose, altre sono rubate». Ora tutto diventerà più semplice, magari anche il reintegro, per il 40 senzatetto censiti a l’Aia. Erano settanta lo scorso anno. Qualcosa sta cambiando.

Chikan, il palpeggiatore: terrore delle metropolitane giapponesi

La Stampa

 

La polizia ha individuato oltre novecento siti di molestatori con "recensioni" delle linee cone le "prede" ritenute migliori

 

La maglietta del "Chikan"

 

Lorenzo Cairoli*

Se Londra e New York restano le due metropolitane più estese del mondo, il primato delle metropolitane più affollate spetta certamente a quelle giapponesi coi famosi buttadentro in guanti bianchi che ‘aiutano’ i passeggeri a salire sui vagoni quando questi esplodono di umanità in esubero. I vagoni si trasformano così in carnai danteschi, una vera cuccagna per i ‘chikan’ i molestatori, i professionisti della mano morta, una formidabile palestra per i maniaci in erba. Il fenomeno non è affatto recente: la Keio Teito Electric Railway, che gestisce le linee più calde di Tokyo, ha introdotto dall’8 dicembre 2000 un vagone per sole donne sulle proprie metropolitane durante le ore notturne. Il vagone rosa della Keio, con il cartello “Solo per donne”, è stato preso d’assalto dalle passeggere. Anche la Keihin Electric Express Railway, che opera tra Tokyo e Hirosaki (prefettura di Aomori), ha adottato la stessa politica e così Japan Railways (JR) su sei delle sue linee. Nel 1995, Yamamoto Samu, un chikan pentito, pubblicò ‘Diario di un molestatore’ che diventò subito un libro di culto:  Samu suggeriva alle donne le tecniche più efficaci per eludere gli assalti dei suoi ex-colleghi.

Quello che molti non sanno è che quello dei chikan non è un fenomeno isolato, ma un fenomeno su vastissima scala che è motivo di grande imbarazzo per tutto il paese: esistono riviste specializzate dove compaiono, ad esempio, articoli su come fare riprese con una telecamera sotto la gonna di una donna. Un mensile in particolare, Finger Press, offre ai suoi lettori fotografie, racconti, manga e articoli “tecnici”. Collane di film pornografici con molestatori in azione vanno letteralmente a ruba. Negli image club, molti clienti fingono di impersonare ruoli da chikan.

E adesso ci si è messa anche la rete: gli investigatori hanno individuato circa 900 siti di chikan dove i molestatori si danno appuntamento per colpire in gruppo: siti che dispensano consigli su come palpeggiare le vittime, su come allontanarsi dai vagoni senza essere arrestati, siti che recensiscono, come fosse un film o un libro, le migliori linee pendolari in cui trovare le prede più avvenenti – con tanto di punteggi, secondo il meccanismo delle guide enogastronomiche. La polizia di Tokyo ha messo in campo una task force per arginare la diffusione del fenomeno: epicentro la malfamatissima Saikyo Line.

* Scrittore, sceneggiatore, blogger globetrotter, racconta il mondo di oggi e le sue contraddizioni

Traffico clandestini, arrestato Imam di San Donà di Piave

La Stampa

 

Stanata un'organizzazione criminale che favoriva l'immigrazione illegale

 

Gli stranieri versavano agli esponenti dell'organizzazione forti somme di denaro, ottenendo così contratti di lavoro fittizi

 

venezia

 

La polizia di Venezia ha arrestato quattro cittadini siriani ritenuti di far parte di un'organizzazione criminale specializzata nel favorire l'ingresso e la permanenza illegale in Italia di extracomunitari provenienti, principalmente, dall'area mediorientale. Tra i quattro ordini di custodia cautelare c'è anche l'imam di san Donà di Piave, conosciuto dall'Antiterro, rismo italiano per il suo orientamento ideologico radicale e per le sue relazioni con estremisti coinvolti in precedenti indagini sulle reti di istradamento di combattenti verso terre di jihad. Durante le indagini, sono emersi casi di stranieri che, pur di entrare nel nostro Paese, versavano agli esponenti dell'organizzazione, forti somme di denaro, ottenendo così contratti di lavoro fittizi presso imprese riconducibili agli arrestati. In alcuni casi, poi, le vittime di tale meccanismo in realtà già vivevano irregolarmente sul territorio nazionale, costrette a lavorare in nero presso i cantieri gestiti dall'imam e da suo fratello, nonché a subire minacce e violenze qualora non fossero state in grado di pagare la somma pattuita per ottenere la "regolarizzazione". Si sospetta che parte dei proventi di tali traffici illegali siano stati utilizzati per sostenere organizzazioni eversive operanti all'estero. Ulteriori dettagli saranno resi noti nel corso della conferenza stampa che si terrà alle ore 11.30 presso la Questura.

Mandela compie 94 anni, il Sudafrica celebra il premio Nobel

Il Mattino

 

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CITTA' DEL CAPO - «Happy Birthday Mandela»: tutto il Sudafrica celebra i 94 anni di Madiba, titolo onorifico adottato dai membri anziani della sua famiglia, che negli anni è diventato sinonimo del premio Nobel per la Pace 1993 e primo presidente nero del Paese.
Ma l'uomo che è riuscito a far imboccare al Sudafrica la strada della democrazia multirazziale è malato, da qualche anno festeggia i compleanni a casa e anche oggi - nonostante le celebrazioni pubbliche - sarà con la sua famiglia. Mandela vive nella sua casa d'infanzia, a Qunu, un villaggio a Sudest del Paese, dove ha ricevuto Bill Clinton. Dopo la visita, durata due ore, l'ex presidente degli Stati Uniti ha inaugurato la biblioteca della locale scuola elementare insieme alla moglie del Premio Nobel, Graça Machel, e alla figlia, Zindzi. Nel 2009 l'Assemblea generale dell'Onu ha proclamato il 18 luglio il "Nelson Mandela International Day".

Sulla pagina Internet delle Nazioni Unite dedicata all'eroe dell'anti-apartheid campeggia una delle sue frasi più celebri: «Possiamo cambiare il mondo e renderlo un posto migliore. È nelle nostre mani fare la differenza». Ed è proprio con questo spirito che anche quest'anno l'Onu si è unito alla Fondazione Nelson Mandela per chiedere a tutti i cittadini del mondo di dedicare 67 minuti del loro tempo ad aiutare il prossimo. Un degno modo di celebrare il "Nelson Mandela International Day": Mandela, ricorda il sito, «ha dedicato 67 anni della sua vita al servizio dell'umanità, come un avvocato dei diritti umani, un "prigioniero di coscienza", un conciliatore internazionale e il primo presidente di un Sudafrica libero eletto democraticamente». Quindi, un minuto per ogni anno.

Oggi i sudafricani aiuteranno a ridipingere le scuole, pianteranno alberi, visiteranno le case per anziani: l'obiettivo è di «ispirare gli individui ad agire per aiutare a migliorare il mondo e, così facendo, a costruire un movimento mondiale per il bene», spiega il sito ufficiale del "Mandela Day". Intanto, il festeggiato continua a prendere molto sul serio i consigli dei suoi medici, come ha confidato all'agenzia Afp il suo vecchio amico ed ex prigioniero politico e attivista anti-apartheid, Ahmed Kathrada, 82 anni, 27 dei quali - come Mandela - trascorsi in carcere. All'inizio dell'anno scorso Mandela è stato ricoverato per un'infezione alle vie respiratorie e da allora Kathrada, conosciuto anche come "Kathy", ha ridotto le sue visite all'amico. L'ultima volta l'ha visto il 28 maggio scorso, a Johannesburg, alla vigilia della partenza di Mandela per Qunu. «L'ho trovato davanti a una pila di giornali, stava leggendo Beeld, un quotidiano afrikaner» per i sudafricani bianchi, contro i quali Mandela ha lottato e con i quali ha poi negoziato la fine della segregazione razziale.


Da quest'anno tutti possono esplorare online la storia di Mandela, scavare nel suo passato, scoprire i suoi segreti, grazie a un progetto del Google Cultural Institute in collaborazione con il Nelson Mandela Centre of Memory: una grande memoria virtuale dell'eredità culturale di una delle figure centrali della storia.
Obama. «La vita straordinaria di Nelson Mandela, il suo impegno costante per la democrazia e la riconciliazione continuano a essere un faro per chiunque nel mondo lotta a favore della giustizia, della libertà e della dignità umana». Così Barack e Michelle Obama, con una nota della Casa Bianca, hanno voluto festeggiare il 94esimo compleanno di Madiba.

 

Mercoledì 18 Luglio 2012 - 10:37

Green Hill, sequestrato l'allevamento

Corriere della sera

 

L'azione della Forestale contro l'azienda che alleva cani beagle per i laboratori di vivisezione

 

Il blitz degli animalisti a Montichiari lo scorso 28 aprileIl blitz degli animalisti a Montichiari lo scorso 28 aprile

BRESCIA - Il Corpo forestale dello Stato sta eseguendo il sequestro di "Green Hill" la nota azienda situata a Montichiari (Brescia) che alleva cani beagle per i laboratori di vivisezione. Alle operazioni di ispezione e sequestro della struttura, disposte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Brescia, partecipano circa 30 forestali appartenenti ai Comandi provinciali di Brescia, Bergamo e al Nucleo Investigativo per i Reati in danno agli Animali (NIRDA). Presente anche personale della Questura di Brescia.

SEQUESTRATA L'INTERA STRUTTURA - L'operazione sta portando al sequestro di cani di razza beagle, sia cuccioli che adulti, e dell'intera struttura costituita da quattro capannoni, uffici e relative pertinenze per un totale di circa 5 ettari. Tra i reati contestati quello di maltrattamento animale.

 

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Redazione Online18 luglio 2012 | 10:42

Fermatelo, ha un pacco sospetto» Ma era il pene più lungo del mondo

Il Mattino

 

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NEW YORK - Non era un fucile, non era un bastone: tanti problemi ai controlli in aereoporto per un "rigonfiamento" sospetto dei suoi pantaloni, ma in realtà si trattava del suo pene, il più lungo del mondo. Lui è Jonah Falcon, newyorkese 41enne detentore del record mondiale di lunghezza con i suoi 23 centimetri in condizioni "normali" e 34 in erezione.

Fermato. Come riporta l'Huffington Post, è stato fermato e perquisito all'aeroporto di San Francisco. «In quel momento non avevo un'erezione», ha specificato in un'intervista al sito, «le guardie mi hanno chiesto se avessi le tasche vuote e ho risposto di sì». Un documentario del 1999 rese famoso il record di Falcon per la prima volta.

 

Mercoledì 18 Luglio 2012 - 06:42

Elica e littorio per combattere una guerra tutta in picchiata

Matteo Sacchi - Mar, 17/07/2012 - 09:35

 

Un saggio racconta l'epopea dei nostri piloti del secondo conflitto mondiale. I molti passi di diario rendono l'idea del loro coraggio inutile e disperato

 

«Gira gira l'elica, romba il motor, questa è la bella vita dell'aviator...». Così, con allegra marcetta, il regime fascista, che aveva fatto suo il culto del volo che fu dei futuristi, raccontava negli anni Trenta, in forma accessibile alle masse, i progressi dell'aviazione italiana. E dove non arrivava la musica arrivavano i film come I tre aquilotti (in cui nella parte di un pilota coraggioso c'era un giovane Alberto Sordi). E sino allo scoppio del secondo conflitto mondiale Mussolini aveva tutte le ragioni, all'apparenza, per definire l'aeroplano «il più fascista dei velivoli».

 

 

Gli idrovolanti col tricolore e il littorio si erano dimostrati all'altezza di ogni impresa, basti pensare a Balbo il trasvolatore o ai molti successi ottenuti nella guerra di Spagna dai nostri piloti contro i «rata», ovvero i Polikarpov I-16 forniti dall'Urss alla repubblica. Per capire come da trionfi e trionfalismi si sia poi passati al dramma dei pochissimi piloti della Repubblica di Salò, che si alzavano in volo senza alcuna speranza per affrontare centinaia e centinaia di bombardieri e caccia alleati, si trova un aiuto validissimo nel libro di Mirko Molteni appena pubblicato da Odoya, L'aviazione italiana 1940-1945 (pagg. 638, euro 28, prefazione di Gregory Alegi). Sul disastro dell'aviazione italiana si è scritto molto, concentrandosi soprattutto sulla scarsità di velivoli moderni, sui limiti di produzione delle nostre aziende e sugli errori dei comandi, come lo sviluppo tardivo di una rete radar o la scelta suicida di non investire sugli aereo siluranti.

Però il libro di Molteni, giornalista con la passione del volo (scrive per Volare, Ali Antiche, Rid) rispetto a tutta la pubblicistica precedente, ha qualcosa di più. Un'attenzione fortissima agli uomini, ai piloti. Così quella che in molti testi, anche dotti, è una narrazione fredda in questo caso si riempie delle testimonianze dirette di chi sugli scalcinati apparecchi italiani si trovò a volare. L'epopea dei biplani C.R.42 costretti a battersi con i molto più armati e potenti Hurricane inglesi rivive nelle parole del sergente Giuseppe Ruzzin: «Un Hurricane lo colsi al culmine di una forte cabrata... vidi l'aereo quasi scampanare e in quell'istante gli scaraventai una nutrita, aggiustata raffica. Cadde subito in avvitamento...». Oppure nelle parole del tenente della Raf Edward Preston Wells che racconta come i piloti italiani riuscissero a cavarsela grazie alle loro doti acrobatiche:

«Non appena ho aperto il fuoco lui fece un mezzo giro strettissimo e io fui del tutto incapace di seguirlo... Allora ne attaccai altri due o tre... i nemici facevano mezzi giri strettissimi... In due casi furono in grado di girare quasi sulla mia coda e di spararmi...».Ma pian piano la superiorità tecnica e numerica del nemico finiva inevitabilmente per avere la meglio. Ecco il sergente pilota Emilio Piva sul caccia G.50 con cui gli italiani stavano tentando di munirsi di un monoplano decente: «Era un mattone. Era assai facile entrare in vite e rischiare di schiantarsi. Una volta mi capitò proprio sul fronte greco-albanese, ma riuscii a uscire dalla vite proprio all'ultimo minuto». O la disperazione appena mascherata del generale Pricolo sul fronte africano: «In conseguenza della vera ecatombe di apparecchi non è assolutamente possibile ripristinare non dico la superiorità aerea, ma neppure una inferiorità sopportabile».

O l'eroismo senza senso di chi combatte senza poter vincere come il pilota Romolo Ballestra assegnato agli obsoleti bombardieri Ca.133 (velocità massima di 250 km orari in un epoca in cui i caccia volavano al doppio): «Gli Hurricane ci attaccarono in coda, il Caproni di sinistra precipitò in fiamme, quello di destra, colpito, picchiò da matto e sparì... Io tirai a fondo le manette del gas, guardai la lancetta del tachimetro che avanzava, ma a 175 km/h si fermò. Il capitano osservatore si avvicinò a noi e ci fece vedere un polpaccio squarciato».E poi alla fine i disperati di Salò tra cui anche l'asso e medaglia d'oro Luigi Gorrini, a cui in totale furono attribuiti 19 caccia nemici abbattuti. «Il mio ultimo combattimento fu quando venni abbattuto, era la quinta volta, a Reggio Emilia...

Ci diedero l'allarme molto in ritardo e partimmo, ma non riuscimmo a fare quota a sufficienza e ci piombarono addosso: mi hanno abbattuto... Ho aperto il paracadute, ma nella caduta a terra ho battuto violentemente la schiena... persi conoscenza. Il medico a Reggio mi fece avere una licenza: ero ridotto male, vicino ad un esaurimento nervoso, e me ne andai a casa. Quando tornai stava tutto per finire».Storie incredibili quelli degli assi delle «carrette siciliane» (così gli inglesi chiamavano i nostri aerei) peccato che dopo la guerra siano state quasi tutte dimenticate. Non solo quella di Gorrini (che per avere un documentario ha dovuto aspettare il 2011) ma anche quella di Franco Lucchini (21 vittorie) o di eroi «piccoli» come l'aviere Rosario D'angelo che tenne con le mani il tirante spezzato dai proiettili del timone di coda del Br20 Cicogna su cui era imbarcato. Atterrò coperto di sangue e coi palmi straziati ma salvò il suo equipaggio. Vale la pena di riscoprirle, sono storie vere e accorate, mica canzonette di regime.

Di Paola: i supercaccia non si toccano Tuteliamo investimenti e 10 mila posti

Corriere della sera

 

«Furore ideologico contro alti papaveri Difesa. Finmeccanica non è giocattolo: se qualcuno vuole distruggerla io non ci sto»

 

Il ministro Di PaolaIl ministro Di Paola

ROMA - «C'è nell'aria un furore ideologico contro le Forze armate che non mi spiego. La sicurezza è un bene condiviso la cui responsabilità è di tutti. Un Paese come l'Italia non può sottrarsi a questo dovere. Le Forze armate possono essere più piccole ma non meno efficienti. Altrimenti si fa prima a chiuderle».

Il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, non ci sta a essere messo sotto accusa. E va al contrattacco contro chi vorrebbe un ridimensionamento del ministero e parla di «alti papaveri» ma anche contro chi, a destra e sinistra, invoca la cancellazione degli impegni sugli armamenti e sulle missioni, «dopo averle approvate in Parlamento». E sui vertici Finmeccanica dice: «Lasciateli lavorare».

Ministro, lei ha proposto a febbraio la sua spending review in un disegno di legge delega. Come si concilia con i tagli decisi ora collegialmente dal governo?
«La spending review si pone come un'accelerazione di una parte del progetto contenuto nel disegno di legge. Ma c'è una coerenza assoluta tra i due provvedimenti. Il decreto per sua natura è più rapido».

Quindi la sua riforma è superata?
«No. Il disegno di legge delega, che è stato condiviso dal Consiglio supremo di difesa e dal governo, ridisegna tutto il sistema alla luce dell'attuale situazione economica. Il testo è in discussione avanzata alla commissione competente del Senato e mi aspetto che arrivi in aula prima della chiusura estiva. Il Consiglio supremo di difesa ne auspica l'approvazione entro il corrente anno».

La spending review impone tagli del 10% del personale e del 20% della dirigenza. Che significa per il suo ministero?
«Che nel triennio 2013-2015 dovremo fare a meno di 18 mila unità militari, in un lasso di tempo che può aumentare di due anni per tenere conto dei tempi dei pensionamenti. A questo va ad aggiungersi il taglio di 3 mila civili su un organico di 30 mila».

Dunque, mentre il suo disegno di legge si proponeva un taglio di 40 mila dipendenti in un lasso di dieci anni, la spending ne taglia 21 mila in 3 anni, massimo cinque?
«Esatto. Si tratta di un'accelerazione. Certo, poi bisogna vedere come gestire gli esuberi. Questa parte va approfondita e può subire delle variazioni. Ci sono preoccupazioni sindacali, sensibilità in Parlamento. Non so se alla fine del percorso ci sarà un allungamento dei tempi...».

Lei lo auspica?
«È stato importante dare un segnale come governo. Poi è il Parlamento che deve decidere».

Qualcuno dice che si poteva fare di più.
«Abbiamo già fatto di più! Veniamo da un taglio da 1,5 miliardi che era previsto nella precedente legge di Stabilità per il 2012. Siamo l'unica amministrazione che ha avuto un'attenzione così marcata. È su questa riduzione già pesante che s'innesta la spending review».

E allora come spiega tutte queste polemiche sulle Forze armate?
«C'è un chiaro pregiudizio ideologico: se non vogliamo le Forze armate, eliminiamole e non ne parliamo più. Ma gli italiani non la pensano così, come dimostrano i sondaggi».

Perché non si possono fare maggiori tagli?
«Perché non avremmo più la capacità operativa per svolgere il nostro compito. Vedo sempre fare confronti con l'Europa a ogni piè sospinto. E allora diciamo che la nostra spesa per le Forze armate è pari allo 0,84% del Pil mentre la media Ue è dell'1,6%».

La spending review chiede tagli alla dirigenza del 20%. A quanto equivalgono nel suo ministero?
«Tra i militari, a parecchie centinaia di unità, tra i civili, ad alcune decine. Nel mio disegno di legge il taglio è anche maggiore. Ma anche qui si è chiesta la testa dei re, degli "alti papaveri", c'è questo spirito ghigliottinesco... io però non sono Robespierre, infatti la mia proposta l'ho fatta per tempo e non perché la gente sia corsa in place Vendôme».

C'è polemica anche sui finanziamenti agli aerei caccia F35 (Joint strike fighter).
«Che ho già ridotto da 131 a 90. Ora, io dico: le Forze armate si chiamano così perché dispongono di armamento per svolgere il proprio compito. E il nostro, come Paese della Nato, è quello di essere corresponsabile delle risposte che la comunità internazionale dà alle crisi. Una missione che il Parlamento ha approvato».

Ma in Parlamento anche Fabrizio Cicchitto (Pdl) ha fatto critiche sugli F35...
«Non credo sia compito del ministro commentare quanto dice un parlamentare. Al salone di Farnborough ce n'erano molti, anche d'area non simpatetica con la Difesa. Tutti hanno visitato le nostre aziende sottolineandone l'importanza».

È necessario acquistare gli F35?
«I nostri aerei vanno rinnovati e nel programma degli Jsf, in cui siamo entrati nel 1997, abbiamo investito risorse significative. A Cameri c'è un polo di assemblaggio e manutenzione che non ha eguali se non negli Usa, dove i Jsf vengono prodotti. Se oggi dovessimo chiudere tutto, butteremmo via enormi investimenti, metteremmo a rischio 10 mila posti di lavoro e ammazzeremmo il futuro tecnologico di Finmeccanica».

Resta affascinante la tesi di chi chiede di tagliare i 15 miliardi di costo degli F35 per finanziare la sanità...
«Ma non esiste uno stanziamento di 15 miliardi! Non esiste un simile contratto. C'è un programma che si sviluppa per tranche di ordini che sono stati già ridotti. Non capisco perché, pur essendoci programmi più economicamente impegnativi come l'Eurofighter, ci si accanisca sugli F35».

C'è una gran polemica anche intorno a Finmeccanica e ai suoi vertici. Che ne pensa?
«Il comparto industriale della difesa italiana, di cui Finmeccanica è elemento importante, sta andando incontro a una ristrutturazione. Fino a prova contraria la dirigenza va fatta lavorare e produrre i propri risultati, poi si vedrà. Sarebbe il caso che tutti noi, inclusa la stampa, ci rendessimo conto che una volta che il giocattolo si è rotto, non si ricompone più. Ammesso che sia una giocattolo, e Finmeccanica non lo è, se qualcuno vuole distruggerlo, non conti su di me».

 

Antonella Baccaro

18 luglio 2012 | 7:56