venerdì 13 luglio 2012

La mummia di Lenin interessa Raul Castro

La Stampa

 

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Se in Russia si comincia a far strada l'idea di togliere la mummia di Lenin dal mausoleo della piazza Rossa per seppellirla, a Cuba pare invece siano tentati dall' idea di imbalsamare il "lider maximo" dopo la sua morte. Un'ipotesi forse accarezzata dallo stesso presidente cubano Raul Castro, che nella sua recente visita a Mosca avrebbe non solo reso omaggio al padre della rivoluzione d'ottobre ma anche visitato i segreti laboratori che ne assicurano il processo di imbalsamazione. La notizia, arrivata da internet, è subito stata smentita da un portavoce della prestigiosa Accademia delle Scienze, da cui dipendono i misteriosi laboratori: «Il leader cubano ha voluto visitare solo il Mausoleo di Lenin».

 

 

 

 

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Epidemia di colera a Cuba È allarme anche in Messico

Corriere della sera

 

Allertati gli aeroporti di Merida e Cancun, mentre le autorità cubane continuano a minimizzare sul numero delle vittime

 

E' allarme anche in Messico per l'epidimia di colera che ha colpito l'isola di Cuba, con gli aeroporti di Merida e Cancun allertati per prendere le misure necessarie nei confronti di chi arriva dall'isola. E nel frattempo continua il silenzio, da parte del governo, sul numero ufficiale di morti registrati a Cuba a seguito di un'epidemia di colera scatenatasi nelle ultime settimane nella zona est dell'isola, in particolare a Manzanillo, municipio di 130 mila abitanti a oltre 800 km dalla capitale. Mentre le autorità sanitarie hanno confermato il rafforzamento di azioni mediche e igieniche nella regione, il ministero della Sanità ha finora comunicato appena tre casi fatali. Una versione smentita dai media stranieri e da alcuni dissidenti del regime castrista, che parlano invece di decine di vittime e di oltre un migliaio di malati. A sua volta, un blogger vicino all'esecutivo di Raul Castro, Yohandry Fontana, ha reso noto su Twitter che l'epidemia «è circoscritta» e che «non esistono casi all'Avana». Era da oltre un secolo che il pericoloso batterio gastrointestinale non riappariva a Cuba.

 

 

Redazione Online13 luglio 2012 | 18:58

Cadaveri di cani e gatti nella spazzatura e nei freezer. Chiuso un allevamento

Corriere della sera

 

I proprietari, travolti dalla crisi, non riuscivano più a gestire la struttura

Il canile dell'orrore

 

 

MILANO - Quindici carcasse di cani chiuse in sacchi della spazzatura. Gatti morti nel freezer diventati cibo per vermi e topi. La Polizia provinciale di Monza e Brianza ha scoperto a Lentate sul Seveso un allevamento per cani - nuovo ma mai entrato in funzione - che ora sembra diventata la location di un film dell'orrore. Una struttura all'apparenza moderna che però i proprietari, una coppia brianzola travolta dalla crisi, non è stata in grado di rendere operativa. I due vivevano in condizioni igieniche difficili in una casetta in legno, insieme a diversi gatti ammalati - ora affidati all'Enpa - a pochi metri dalle strutture che ospitavano le carcasse. L'intera area è stata sequestrata; l'Asl ora ne imporrà la bonifica. I due, denunciati per maltrattamenti, hanno spiegato agli agenti che non potevano più contare su un entrata, nemmeno per eseguire lo smaltimento regolare degli animali morti. I veterinari dell'Asl e la procura di Monza cercheranno di fare chiarezza sulle cause delle morti degli animali, troppe e troppo ravvicinate - secondo il sospetto degli inquirenti. L'operazione è stata condotta in collaborazione col Nucleo di Guardie zoofile dell'Enpa di Milano.

 

Roldano Redaelli

13 luglio 2012 | 18:14

Gara di solidarietà sul Mont Maudit

La Stampa

 

L'aiuto del Soccorso alpino valdostano ai colleghi francesi per la strage sul Monte Bianco. I ringraziamenti del ministro dell'Interno di Parigi: "Quassù i confini non esistono".

 

I soccorritori scavano sulla valanga alla ricerca delle vittime

 

 

VIDEO

Strage sul Bianco il racconto del soccorritore

 

FOTOGALLERY

Strage sul Bianco "Una tragedia senza precedenti"

 

ANDREA CHATRIAN

 

Chi per mestiere porta aiuto tra i ghiacci non si scioglie facilmente. E Daniele Ollier è così, un veterano del Soccorso alpino della Guardia di finanza abituato a risparmiare parole e paragoni. Questa volta, di ritorno dalle pendici del Mont Maudit dove per cinque ore ha cercato nella neve corpi vivi e corpi morti, è diverso: «Non ho mai visto una cosa simile - dice -. Forse solo tre anni fa la valanga sul Mont Blanc du Tacul (allora morirono otto alpinisti, ndr) si è avvicinata a questa tragedia». Si fa presto, davanti a stragi di queste dimensioni, a parlare di imprudenza. Ollier, alla luce di una vita in montagna, è di parere diverso. «Non mi sento - dice - di parlare di imprudenza, i seracchi in montagna periodicamente crollano e provocano valanghe di questo genere. E’ accaduto sul Mont Blanc du Tacul, è accaduto oggi».

Alle 9,15 Ollier è saltato su un elicottero della Protezione civile assieme ai colleghi Fabio Galante, Laurent Perruchon, Gaetano Taglieri e alle guide Lucio Trucco e Stefano Epiney. Con loro, il cane da valanga Terry. Destinazione Monte Bianco. Pochi minuti prima Alessandro Cortinovis, capo del Soccorso valdostano, aveva ricevuto la telefonata dalla gendarmeria francese che chiedeva aiuto. «Ci hanno chiamati - spiega Cortinovis - dopo che loro avevano evacuato tutto quello che era visibile, noi gli abbiamo dato una mano per la bonifica e per continuare le ricerche con le sonde». Sui grumi di neve e ghiaccio lasciati dalla valanga hanno lavorato in totale una quarantina di uomini (Peloton, pompieri, polizia e guide francesi). «La valanga ha travolto numerose cordate - racconta Fabio Galante - e le ha trascinate sul pianoro tra il Tacul e il Mont Maudit», circa 200 metri a valle. Non era gigantesca («un fronte di circa 150 metri» dice ancora Galante) ma ha colpito in pieno il tracciato della via prendendo circa 25 persone. «Mentre sondavamo la valanga - continuano le Fiamme gialle - abbiamo trovato una vittima. Era legata in cordata con altri due, anche loro morti, che abbiamo disseppellito poco dopo. Gli altri morti erano invece già stati recuperati, così come i feriti. Si trovavano tutti sotto circa tre metri di neve».

La squadra di soccorso valdostana è rientrata intorno alle 15,30, quando i francesi hanno deciso di fermare le ricerche per l’arrivo del brutto tempo. «Se sarà necessario torneremo ad aiutarli - dice Cortinovis -. E’ così che si fa». A Chamonix il ministro dell’Interno francese ha ringraziato i valdostani per la professionalità: «In montagna non esistono confini». In serata il presidente della Regione Augusto Rollandin ha espresso il «cordoglio della comunità valdostana» per la tragedia del Maudit. E sul “Monte Maledetto” era salito martedì Ferdinando Rollando, guida alpina di Ollomont. «L’ho tracciata da solo - dice - con un cliente e ho visto che il vento caricava tanto. Siamo andati e tornati in fretta, dal punto di vista tecnico la differenza tra salita e discesa era evidente. Quella è una via molto trafficata, ma una via che va decisa di giorno in giorno con grande attenzione. Avere i bollettini valanghe - dice Rollando - non deve mai portare a escludere i rischi in modo assoluto. Perché lassù resta un’avventura anche se sei in mezzo alla folla».

Ecco i disegni del «caso» Caravaggio

Corriere della sera

 

Cautela e scetticismo, gli accertamenti sono in corso

 

Cautela e scetticismo. E' quello che gli storici dell'arte continuano a chiedere in relazione ai 96 disegni inediti attribuiti a Caravaggio e rinvenuti presso il Fondo Peterzano, al Castello Sforzesco di Milano. Le opere giovanili dell'artista, scoperte dagli studiosi Maurizio Bernardelli e Adriana Conconi Fedrigolli, sono state raccolte in un ebook in vendita da qualche giorno su internet. "Dal 1940 a oggi molti ricercatori e scienziati hanno tentato di decifrare l'autore di questi disegni: alcuni sono certi, ma molti altri non lo sono", ha precisato Stefano Boeri, assessore alla Cultura del Comune di Milano, che ha aperto le porte del Castello Sforzesco per mostrare quei controversi disegni.

Divise olimpiche made in China E negli Usa scoppia la polemica

Corriere della sera

 

Non basta il marchio Ralph Lauren a placare il furore dei politici: «Andrebbero bruciate tutte»

 

Le divise degli atleti americaniLe divise degli atleti americani

 

MILANO - Blu, rosse e bianche, rigorosamente con i colori della bandiera nazionale. E firmate da un marchio icona dell'immagine americana nel mondo, Ralph Lauren. Ma le divise ufficiali degli atleti Usa per i Giochi di Londra hanno un «difetto»: sono made in China.

FURORE BIPARTISAN - La scoperta ha fatto infuriare i parlamentari democratici e repubblicani, per una volta uniti dall'esigenza patriottica di difendere i posti di lavoro in un momento non facile per l'economia del Paese. «Sono sconvolto. Il Comitato olimpico dovrebbe vergognarsi - ha attaccato Harry Reid, capo della maggioranza democratica al Senato -. Credo che dovrebbero prendere tutte le uniformi, ammucchiarle, bruciarle e rifare tutto daccapo». Toni meno duri ma assai critici verso i dirigenti dello sport Usa anche dallo speaker repubblicano della Camera John Boehner: «Li avrei detti più consapevoli».

LA DIFESA - Da parte sua, il Comitato olimpico ha ricordato che, «a differenza della maggior parte dei team nel mondo, la squadra olimpica americana è finanziata da sponsor privati. Siamo fieri della partnership con Ralph Lauren, una compagnia americana iconica». La quale ha invece declinato ogni commento.

L'IRONIA DEGLI ATLETI - Il primo atleta a commentare la polemica è stato Nick Symmonds, che a Londra correrà gli 800 metri: «Le nostre divise Ralph Lauren per la cerimonia di apertura sono fatte in Cina. Allora, hmm, grazie Cina», ha twittato il mezzofondista.

 

Redazione online13 luglio 2012 | 7:41

Raul Castro in visita alla salma di Lenin interessato ai segreti dell'imbalsamazione

Corriere della sera

 

Il líder cubano avrebbe visitato i laboratori che si occupano della salma. Ma da Mosca arriva la smentita

 

Raul Castro in visita sulla Piazza Rossa a MoscaRaul Castro in visita sulla Piazza Rossa a Mosca

 

Magari si è informato per il fratello. Magari era semplice curiosità. Sembrerebbe infatti che Raul Castro, in visita alla salma di Lenin a Mosca, abbia visitato i laboratori che si occupano del mantenimento della salma del padre della rivoluzione d'ottobre. Così se in Russia si comincia a far strada l'idea di togliere la mummia di Lenin dal mausoleo della piazza Rossa per seppellirla, a Cuba pare invece siano tentati dall' idea di imbalsamare il lider maximo dopo la sua morte.

LA NOTIZIA SU TWITTER E IN RADIO - L'indiscrezione sulla visita di Raul ai laboratori è stata prima lanciata su Twitter e poi nella radio privata, Servizio russo delle notizie, dal giornalista Serghiei Darenko. «Raul Castro ha esaminato a Mosca il lavoro dei laboratori per la mummificazione dei resti di Lenin, forse pensa di sventrare Fidel», ha ipotizzato il reporter. Sono bastate queste parole in libertà per alimentare su internet lo scenario di una possibile mummificazione dell'artefice della rivoluzione che liberò l'isola dalla dittatura di Fulgencio Batista. Per fermare subito le speculazioni è intervenuta con una nota ufficiale la prestigiosa Accademia delle scienze, da cui dipendono i misteriosi laboratori. «Il leader cubano ha voluto visitare solo il Mausoleo di Lenin», ha assicurato un portavoce, escludendo una visita all'istituto nazionale del laboratorio delle erbe mediche che studia i metodi di mummificazione. Si tratta del celebre istituto Vilar, quello che ha imbalsamato Lenin e altri leader comunisti, compresi il vietnamita Ho Chi Minh e il nordcoreano Kim Il Sung.

TECNICA TOP SECRET - La tecnica resta ancora top secret ma richiede un controllo e una manutenzione periodica. Tre specialisti dell' Accademia delle scienze si recano due giorni alla settimane con le loro valigette nel Mausoleo per verificare eventuali processi degenerativi della mummia. Ogni 12-18 mesi, invece, il corpo di Lenin viene rimosso per un paio di mesi e immerso pare in un bagno a base di glicerolo e acetato di potassio. Ogni tre anni, inoltre, c'è il cambio del vestito. Per i primi 17 anni indossò la divisa militare, poi negli ultimi trent'anni aveva potuto contare su un abito nuovo, confezionato su misura con un raffinato tessuto svizzero di lana sottile, quello che amava anche in vita. La crisi finanziaria lo ha costretto a tenersi l'abito vecchio. «La crisi ha aggravato il problema della carenza di fondi. Ne abbiamo a sufficienza solo per la manutenzione della mummia», ha confessato tempo fa Iuri Denisov, vicedirettore del laboratorio preposto al processo di perpetuazione della salma. «Dal 1992 lo Stato non ha stanziato neppure un copeco, tutte le spese sono sostenute dal fondo mausoleo Lenin e da alcuni mecenati», aggiunge. Ora però tre partiti su quattro sono favorevoli alla proposta lanciata recentemente dal ministro della cultura Vladimir Medinski di rimuovere la mummia di Lenin per seppellirlo, come voleva lui stesso. Unici contrari i comunisti. E, forse, anche Raul Castro.

 

Redazione Online13 luglio 2012 | 15:50

Francia, valanga sul Monte Bianco: 9 morti e 11 feriti. Vivi i quattro alpinisti dispersi

Corriere della sera

 

Travolti mentre erano in cordata, a dare l'allrme uno dei nove feriti. Vivi i quattro dispersi

Le prime immagini e i soccorsi

Tragedia in alta quota. Una valanga sui pendii del Mont Maudit (nel massiccio montuoso del Monte Bianco) ha travolto un gruppo di alpinisti provocando la morte di 9 persone, 11 feriti e 4 dispersi (due britannici e due tedeschi). Questi ultimi, secondo quanto reso noto dalla polizia francese, sono vivi. In realtà la polizia ha scoperto che i quattro dati per dispersi per tutta la giornata semplicemente non facevano parte della cordata travolta. Due hanno dall'inizio annullato la spedizione, mentre gli altri due hanno scelto un altro percorso, hanno spiegato agli agenti di Chamonix. Le vittime invece sono 3 britannici, 3 tedeschi, 2 spagnoli e uno svizzero. Le autorità francesi hanno sospeso le ricerche che riprenderanno venerdì, «se le condizioni meteo lo consentiranno», ha spiegato il colonnello Francois della Gendarmeria di Chamonix.

 

 La tragedia del Monte Bianco La tragedia del Monte Bianco La tragedia del Monte Bianco La tragedia del Monte Bianco La tragedia del Monte Bianco

 

CAUSE DELLA VALANGA - Sono due le ipotesi per la valanga del Monte Bianco: il crollo di un seracco che ha provocato una valanga oppure il passaggio di una cordata che ha fatto staccare la slavina.

 

L'ALLARME- Giovedì mattina all'alba è scattato l'allarme. A telefonare uno dei feriti. Il gruppo, suddiviso in cordate, è stato centrato da una valanga sulla parte francese del massiccio, che le autorità locali hanno descritto come la più «letale di questi ultimi anni». Almeno venti persone sono state coinvolte nell'incidente. Il percorso è molto frequentato e conduce al Monte Bianco. Sul posto sono arrivati diversi mezzi di soccorso per cercare di aiutare tutte le persone coinvolte.

IL TESTIMONE - «Ho visto la valanga staccarsi da metà pendio e travolgere una ventina di persone, che sono state trascinate a valle. La valanga ha provocato un grande boato. Io ero sotto il pendio e sono subito intervenuto per aiutare i sopravvissuti ad uscire dalla neve». È il racconto di un alpinista spagnolo scampato alla tragedia. Come riferito al sindaco di Chamonix, Erik Fournier, lo spagnolo si trovava a poca distanza dal luogo dove si è staccata la slavina. «Per prima cosa - ha aggiunto lo scalatore spagnolo - ho aiutato i feriti. In mezzo alla valanga c'erano molti morti. Abbiamo dato l'allarme e cercato di aiutare chi era ancora in vita». Una camera ardente è stata allestita nei pressi di Chamonix per le famiglie delle vittime.

IL MONTE MALEDETTO - Le autorità locali hanno aperto un'inchiesta per appurare le cause della valanga avvenuta sul Monte Maudit, che ha la sua cima più alta a 4.465 metri e fa parte della cosiddetta «via dei tre monti» assieme al Monte Bianco di Tacul e al Monte Bianco. Per la prima volta, fu scalata il 12 settembre 1878, da Henry Seymour Hoare e William Edward Davidson. Da allora, migliaia di scalatori si sono cimentati con questa montagna, ma non tutti sono riusciti a conquistarne la vetta. La serie più tragica di incidenti in questa zona risale al mese di agosto del 1997, quando 13 persone persero la vita. L'anno successivo, sempre ad agosto, due spagnoli morirono durante la loro discesa dal Maudit. Nello stesso mese un'alpinista polacca 25enne perse la vita mentre attraversava il ghiacciaio che dal Mont Maudit porta alla vetta del Bianco. Nel maggio del 2000 due scialpinisti sono stati sepolti da una valanga mentre si dirigevano verso la cima del Maudit. E il triste lungo elenco delle vittime continua.

 

Redazione Online

 12 luglio 2012 | 21:15

La «Rivoluzione» inascoltata di Carlo Pisacane

Corriere della sera

 

Teorico della «guerra di popolo», vagheggiava una società basata sull’uguaglianza economica

 

Nelle discussioni sul Mezzogiorno viene regolarmente ignorato il napoletano Carlo Pisacane, che fu tra i primi a credere in un risveglio dei meridionali. Era convinto che la rabbia delle masse contadine avesse raggiunto il culmine e che il Sud fosse pronto per una rivoluzione contro il regime borbonico e contro i baroni. Con queste convinzioni in testa programmò la tragica spedizione di Sapri. Pensava che bastasse una «scintilla», e cioè l'esempio individuale, per aprire gli occhi al popolo, fargli comprendere «la sua forza e i suoi diritti», e trascinarlo in una rivolta inarrestabile.

Era il teorico della «guerra di popolo». Faceva affidamento solo sulle forze insurrezionali interne, sulle milizie nazionali, non si aspettava nulla dall'aiuto straniero. Eppure già in un paio di occasioni, nella guerra contro l'Austria e a Roma contro i francesi, aveva sofferto cocenti delusioni perché il popolo, la massa, non si faceva coinvolgere nel conflitto.

Se n'era rammaricato. Perché l'indipendenza, la libertà non sono condizioni che si ottengono «in dono», ma vanno conquistate. E siccome lui era sempre in prima linea, pronto a dare l'esempio con «i fatti», si domandava che uomini fossero quegli italiani, «ai quali non basta nemmeno l’esempio per iscuotersi dal vergognoso sonno».

Uomo d’azione, ma anche saggista politico di ottimo livello, Pisacane lasciò quattro Saggi storici-politici-militari sull’Italia, che furono pubblicati postumi. Il terzo volume s’intitola La Rivoluzione ed esce per la prima volta in edizione integrale ad opera di Giuseppe Galzerano, un piccolo editore del Cilento, specializzato in argomenti risorgimentali, tanto che il film di Mario Martone Noi credevamo è basato su due suoi libri.

Affascinato da Proudhon, Pisacane vagheggiava una società basata sull’uguaglianza economica, sulla libera associazione, sulla solidarietà. Detestava i governi che, invece di servire il popolo, lo opprimono con leggi infami. Condizioni migliori, secondo lui, si potevano raggiungere affidandosi all’ordine naturale e alla ragione. Bisognava dare ai poveri una possibilità di riscatto qui, sulla terra, mentre la religione cercava di vendere loro il cielo.

Non era per nulla convinto che il progresso industriale avrebbe alleviato «i bisogni materiali del popolo». Perché «tutti questi mezzi aumentano i prodotti, ma li accumulano in un piccolo numero di mani, dal che deriva che il tanto vantato progresso termina per non essere altro che decadenza». Braccato dai soldati borbonici, ma anche da quei contadini che voleva redimere, morì all’alba del 2 luglio 1857 a Sanza, nel Cilento.

 

 

Marco Nese

13 luglio 2012 | 13:12

Gli archivi Harley in rete

Corriere della sera

 

Per Nuova Delhi la corrispondenza con un amico chiarisce il pensiero del Mahatma, per i tabloid inglesi è un'insabbiatura

 

Il giovane Gandhi (a sinistra) e il suo presunto amante (a destra) in una foto d'archivioIl giovane Gandhi (a sinistra) e il suo presunto amante (a destra) in una foto d'archivio

 

MILANO - Le lettere che raccontano la presunta bisessualità di Gandhi acquistate dal governo indiano per 900 mila euro. Dovevano essere battute all'asta lo scorso 10 luglio da Sotheby's, ma qualche giorno prima la celebre casa d'aste londinese ha preferito portare a termine una transazione privata con il governo del subcontinente asiatico.

LE POLEMICHE - Sta suscitando grandi polemiche sulla stampa internazionale la notizia dell'acquisto da parte dello Stato indiano della corrispondenza tra il Mahatma e Hermann Kallenbach, architetto tedesco di origine ebrea, grande amico del leader non violento. Il ministero della cultura indiana ha rivelato di aver comprato il carteggio perché «esso aiuta a comprendere meglio la visione gandhiana del mondo». I più smaliziati quotidiani d'Oltremanica invece sottolineano che leggendo le lettere si evince chiaramente il rapporto gay tra Gandhi e l'architetto tedesco.

 

Il libro che per primo ha accennato alla presunta bisessualità del MahatmaIl libro che per primo ha accennato alla presunta bisessualità del Mahatma

LA PRECEDENTE BIOGRAFIA - A parlare di un presunto amore omosessuale di Gandhi fu per primo lo scrittore premio Pulitzer Joseph Lelyveld che l'anno scorso pubblicò «Great Soul: Mahatma Gandhi And His Struggle With India», biografia del politico indiano in cui comparivano alcuni accenni allo stretto rapporto tra il leader non-violento e il suo amico di origine ebrea. I due - secondo il racconto di Lelyveld - si sarebbero conosciuti in Sudafrica nel 1904 e per Kallenbach l'esponente del movimento per la liberazione dell'India avrebbe addirittura lasciato la moglie quattro anni dopo. Il libro di Lelyveld - che adesso nega di aver mai parlato di bisessualità - fu immediatamente censurato nello stato di Gujarat (territorio in cui nacque e crebbe il leader politico) perché considerato «un insulto» al padre della patria.

ARCHIVIO - La notizia della cancellazione dell'asta e il frettoloso acquisto da parte del governo indiano del prezioso carteggio hanno ulteriormente avvalorato le voci polemiche: «Queste missive hanno un'enorme importanza per l'India - spiega al Daily Mail un importante dirigente del ministero della cultura di Nuova Delhi che sottolinea come le lettere coprano un periodo di circa 50 anni e raccontino la vita di Gandhi in Sudafrica, il suo ritorno in India e il rapporto conflittuale con la sua famiglia - Alle fine l'intera corrispondenza ci aiuta a comprendere la visione gandhiana su tanti temi. Sono questi i reali motivi che ci hanno spinto ad acquistare le lettere». Secondo la Bbc le controverse lettere saranno custodite negli Archivi nazionali dell'India che già contengono alcuni regali che la «grande anima» fece nel corso della sua vita a Kallenbach tra cui una sciarpa di cotone, un filatoio a mano e una bandiera.

 

Francesco Tortora

13 luglio 2012 | 13:33

Harley Davidson apre gli archivi in rete un secolo di moto

Corriere della sera

 

Centinaia di immagini che ripercorrono la storia della casa di Milwaukee

 

MILANO- È fra le case motociclistiche più antiche del mondo ed ora gli appassionati potranno ripercorrerne la storia attraverso le immagini. Harley-Davidson apre le porte dell’archivio del suo museo e offre la possibilità di scegliere fra 500 foto – molte delle quali inedite – e ricevere a casa le stampe di quelle scelte.

 

 Gli archivi Harley in rete Gli archivi Harley in rete Gli archivi Harley in rete Gli archivi Harley in rete Gli archivi Harley in rete

SI APRONO GLI ARCHIVI-La collezione include fotografie professionali e «scatti rubati» dal 1903 a oggi, riproposti in diverse opzioni di stampa: su tela, su speciale carta permanente, su lastre di legno trattato, con o senza cornice. «Il Museo Harley-Davidson è orgoglioso di poter dare accesso alle immagini della nostra collezione – dichiara Bill Davidson, Vicepresidente di Harley-Davidson Museum «sia che si tratti di un motociclista entusiasta o di un appassionato di storia americana, il nostro sito ha la cosa giusta per ciascuno ed è l’unico luogo dove poter trovare le foto autentiche Harley-Davidson».

OLTRE UN SECOLO IN RETE-«Lo sapevate che…» la storia del marchio statunitense inizia così, procedendo a ritroso dalle «panciute» tourer di oggi fino ai modelli da gara della metà del secolo scorso; dai soli tre modelli venduti nei primi due anni di vita dell’azienda all’affermazione come più grande costruttore di moto al mondo negli anni 20. Le foto storiche di Harley-Davidson ritraggono in sella i militari americani ma anche formose pin up, fra le icona della cultura pop di quegli anni. In oltre un secolo di vita, i modelli Harley si sono evoluti di pari passo con la tecnologia (gli iniettori hanno sostituito i carburatori, anche se gli appassionati duri e puri ancora non si sono fatti convincere) ma l’anima di ogni modello resta il motore V-Twin, unica costante della storia di Harley-Davidson. Le immagini si possono scegliere sul sito e arrivano direttamente dagli archivi della casa motociclistica statunitense, divise per argomenti: si passa dai tanti modelli prodotti dalla casa di Milwaukee fino a scatti delle competizioni dell’epoca. Il servizio è realizzato in collaborazione con Archivea, azienda svizzera che si occupa di arte e di importanti archivi. Le spedizioni sia verso la Svizzera che verso l’Italia sono proposte ad un prezzo promozionale di lancio.

 

Stefano Marzola

13 luglio 2012 | 14:30

Sic» colora di bianco una Honda nera

Corriere della sera

 

Un video con un pilota che impersona Simoncelli

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Ruby, Minetti non si presenta. No dei giudici alla richiesta della Boccassini di multarla

Corriere della sera

 

I legali della consigliera regionale: «E' andata a Parigi per una visita medica»

Il legale: «Minetti assente per una visita medica»

 

MILANO - Nicole Minetti non testimonia al processo in cui Silvio Berlusconi è accusato i concussione e prostituzione della allora minorenne Karima «Ruby» el Mahroug. La consigliera regionale lombarda del Pdl ha comunicato ai giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano un «legittimo impedimento» riferendo che si trova all'estero. Minetti, imputata nell'altro processo con il giornalista Emilio Fede e l'ex impresario dello spettacolo Lele Mora, dovrebbe dimettersi nei prossimi giorni dal consiglio regionale.

 

 

L'ACCUSA - Dura la reazione dell'accusa all'assenza di Nicole Minetti. In particolare il pm Ilda Boccassini ha chiesto ai giudici di condannare la Minetti a una multa e di ritenere non valido il legittimo impedimento vantato per oggi, ma per una questione di principio. La Procura, infatti, ha deciso di rinunciare anche all'esame della consigliere del Pdl. «Vi chiedo di non accogliere per principio questo legittimo impedimento da un teste che dovrebbe avere rispetto del processo, della pubblica accusa e anche delle difese». La richiesta della pm è stata respinta dai giudici del processo.

IL VIAGGIO A PARIGI - Alla base della nuova assenza di Nicole Minetti, a quanto ha riportato Ilda Boccassini in aula, ci sarebbe un viaggio a Parigi. Ma il biglietto aereo, secondo quanto risulta all'accusa, sarebbe stato comprato dopo che la consigliera del Pdl era stata nuovamente citata nell'ambito del giudizio in seguito alla sua assenza di lunedì. Nicole Minetti «è a Parigi per una visita medica». A dirlo è uno dei suoi legali, l'avvocato Pasquale Pantano, che «giustifica» così l'assenza della consigliera regionale all'udienza del processo Ruby.

 

Redazione Milano online13 luglio 2012 | 14:32

Da Portella al Quirinale: 71 giorni su un mulo per un messaggio di legalità

Il Messaggero

 

Il lungo viaggio di Mirko e Federico in ricordo dei giudici Falcone e Borsellino

 

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PALERMO - Sono partiti il primo maggio da Portella della Ginestra sul dorso di due muli: oggi, 71 giorni dopo, due giovani siciliani sono arrivati al Quirinale per portare al presidente della Repubblicai messaggi di «legalità e speranza» della gente del Sud. Con il loro progetto, chiamato «Eco Mulo», hanno voluto sensibilizzare alla legalità e alla eco-sostenibilità dei territori. «È stato un viaggio emozionante - dice Federico Price Bruno, mentre aspetta di essere ricevuto insieme al suo compagno di viaggio Mirko Adamo - ed è stato incedibile arrivare qui e vedere funzionari, rappresentanti delle forze dell'ordine e gente comune che ci veniva incontro, applaudendoci».

Durante il viaggio in compagnia dei loro muli «Giovanni» e «Paolo» (in onore dei giudici Falcone e Borsellino) i due giovani siciliani hanno attraversato sette regioni: Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Molise, Abruzzo, Lazio, percorrendo il più possibile le antiche trazzere regie, mulattiere o qualsiasi altro percorso alternativo alle vie principali, trafficate e comunque non adatte a bestie da soma. «Abbiamo incontrato migliaia di persone: sindaci, allevatori, commercianti, studenti, abitanti dei piccoli centri rurali che cercano di sopravvivere alla speculazione edilizia o piccoli produttori. Abbiamo raccolto un bel pò di 'pizzinì da consegnare a Napolitano. Abbiamo chiesto alla gente di scrivere un loro pensiero al Capo dello Stato: qualcuno vuole più risorse per il Mezzogiorno o per il loro comune, altri hanno scritto il loro progetto per “cambiare le cose”, qualcun altro ha scritto solo un saluto, o un “grazie”. Ma va bene così». «Abbiamo scelto di fare il viaggio con due muli - spiegano - perchè sono simbolo della memoria storica e rurale, animali che si sono caricati sulla propria soma non solo due guerre mondiali ma tutta l'agricoltura siciliana sino al dopoguerra».

Giovedì 12 Luglio 2012 - 17:06
Ultimo aggiornamento: 19:08

Le protesi di Pistorius? Sono doping tecnologico"

La Stampa

Mario Calabresi

 

La settimana scorsa, rispondendo a un lettore che mi chiedeva un parere sull’ammissione di Oscar Pistorius alle Olimpiadi di Londra, avevo scritto che «trovo positivo che una persona disabile, a cui sono state amputate entrambe le gambe a soli undici mesi di vita, possa avere oggi il problema di essere accettato o escluso dai Giochi Olimpici. Questo significa che è stata fatta molta strada, nella medicina e nella tecnologia, ma anche nella cultura della società, che sta imparando a essere più includente, a rispettare e valorizzare chi un tempo era emarginato». Non ero entrato nel merito tecnico della vicenda perché non ne ho le competenze. Oggi mi è arrivata questa mail da Livio Berruti, vincitore della medaglia d’oro nei 200 metri ai Giochi olimpici di Roma del 1960. Mi sembra molto ben argomentata e intelligente.

 

Caro Direttore, ho letto con attenzione i diversi commenti apparsi su «La Stampa» suscitati dalla decisione della Federazione di Atletica sudafricana, avallata da quella internazionale, di inserire Oscar Pistorius nella squadra che parteciperà alle prossime Olimpiadi di Londra, e ho molto apprezzato l’equilibrio «sociale» del suo intervento.

Noto che purtroppo anche il mondo sportivo sta attraversando un momento di grande confusione di valori. La questione mi sembra molto chiara: da una parte abbiamo una persona che avendo subito da bambino l’amputazione degli arti inferiori poco sopra le caviglie, ha saputo reagire con tale successo a questa pesante menomazione da farlo diventare, con la complicità di raffinate protesi di acciaio al tungsteno, uno dei migliori quattrocentisti della sua nazione. Tutto questo merita certamente un’ammirazione incondizionata da parte di tutto il mondo, non solo di quello sportivo. Dall’altra parte abbiamo lo Sport, di cui le Olimpiadi sono la massima espressione, che si basa su due pilastri fondamentali che ne costituiscono il successo in tutti gli angoli della Terra: leale rispetto delle regole e assenza di ogni forma di aiuto o di privilegio durante la gara. Alla partenza bisogna essere tutti uguali, all’arrivo vincerà il migliore. Purtroppo l’enorme peso di egoismi e interessi economici e politici di questi ultimi decenni ha creato una cultura del successo a ogni costo che ha favorito un’impressionante diffusione di pratiche illecite pur di arrivare alla vittoria, pratiche che vengono comunemente etichettate come doping chimico-farmacologico e che vengono, quando scoperte, duramente sanzionate dal mondo sportivo.

Ma anche le protesi di Pistorius, che secondo accurati studi di biomeccanica fatti da importanti laboratori stranieri, soprattutto tedeschi, danno una risposta elastica alla spinta superiore del 30% a quella di un piede normale (e inoltre sono esenti da ogni forma di affaticamento muscolare), non sono forse configurabili come una sorta di doping tecnologico? Certo, anche il passaggio dalle piste in terra battuta a quelle in materiale elastico tipo tartan avvenuto sul finire degli Anni ’60 è stato una specie di doping tecnologico, ma essendo uguale per tutti, il concetto di giustizia e uguaglianza sono stati salvi. Se invece applicassimo il principio di Pistorius a una persona priva di un braccio e la si dotasse di un arto artificiale di potenza tale da lanciare un peso o un giavellotto ben oltre gli attuali record mondiali, con questo precedente chi potrebbe vietarlo?

Per non parlare poi di un nuovo tipo di doping che si sta affacciando, quello genetico, dovuto alle manipolazioni ancora in fase di studio che l’ingegneria genetica produrrà sia a livello strutturale-morfologico sia a livello psicologico negli atleti del futuro. Sono sconcertato nel vedere che anche il modo dello sport si faccia suggestionare da emozioni populiste interpretandole come conquiste civili invece di rendersi conto di essere sempre più ostaggio di interessi extrasportivi. Come sono lontani i tempi in cui un atleta era l’espressione incontaminata di quell’incontro casuale dei geni di papà e mamma che danno origine al mistero della vita! Ma i giovani d’oggi, che hanno certamente gli stessi ideali e entusiasmi dei giovani di ieri, sapranno reagire a questo degrado oppure sono troppo frastornati dai tanti esempi poco etici proposti dalla nostra attuale società?


Livio Berruti

Non fui io a rapire Abu Omar" Si difende ex agente Cia

Il Giorno

 

lla vigilia della pronuncia della Cassazione uno dei 23 agenti condannati dalla giustizia italiana per il sequestro dell'imam avvenuto nel 2003 si difende pubblicamente dalle accuse

Milano, 13 luglio 2012

 

E' iniziato il processo in Cassazione sul sequestro dell'ex imam di Milano, Abu Omar, avvenuto il 17 febbraio del 2003, che vede imputati gli ex vertici del Sismi, Niccolò Pollari e Marco Mancini, e 23 agenti della Cia. L'udienza si tiene di fronte alla quinta sezione penale e la sentenza è attesa per domani. La Cassazione dovrà decidere se confermare o meno il verdetto emesso il 15 dicembre 2010 dalla corte d'appello di Milano, che pronunciò il non doversi procedere per Pollari e Mancini per l'apposizione del segreto di Stato. In secondo grado, invece, sono state inasprite le condanne agli agenti Cia, comprese tra i 7 e i 9 anni di carcere. I giudici d'appello, poi, diminuirono la pena inflitta agli ex funzionari del Sismi Luciano Seno e Pio Pompa, passandola da 3 a 2 anni e 8 mesi di carcere.

Intanto, dagli Stati Uniti per la prima volta una ex agente della Cia si difende pubblicamente dalle accuse. E' Sabrina De Sousa, 56 anni, già condannata dalla giustizia italiana. La donna replica alle accuse in un'intervista al Washington Post e nega di aver avuto alcun ruolo nel rapimento di quel 17 febbraio, avvenuto nel corso di un'operazione congiunta fra servizi di intelligence Usa e italiani. Abu Omar venne trasferito in Egitto, dove venne torturato nell'ambito della pratica delle rendition (detenzioni illegali) adottata nella lotta al terrorismo.

Secondo i giudici la donna partecipò alla nella definizione del piano di rapimento, ma non vi prese parte. A differenza degli altri agenti, inoltre, lei ha rifiutato di rimanere anonima e nell'intervista, pubblicata alla vigilia della pronuncia della Cassazione, De Sousa ha ricordato che era un agente di basso livello, negando ogni ruolo nella rendition: "Io non posso alzare il telefono, chiamare Washington e dire: 'Hey, mandatemi un aereo!' Chi può ordinare un aereo come quello? Deve essere il Dipartimento della Difesa, il capo della Cia, il capo del dipartimento di Stato", ha sottolineato l'ex agente, dopo le dimissioni del 2009. Tuttavia, De Sousa si è rifiutata di dire se fosse a conoscenza dell'operazione.

De Sousa oggi è furiosa con la Cia e il Dipartimento di Stato per non averla protetta. Nel 2009 ha perso una causa intentata contro lo Stato per non aver invocato l'immunità diplomatica a sua favore e l'appello è ancora in corso: "Ufficialmente io ero un diplomatico, questo è tutto quello che posso dire. Ma quando diplomatici o militari corrono dei rischi, ti aspetti che il tuo governo ti aiuti". Nel 2008, la Cia le fece sapere che "attività di intelligence non sono coperte da immunità diplomatica".

Muore Alfredo Provenzali, la voce (storica) del calcio minuto per minuto

Corriere della sera

 

Nel settembre 2006 aveva festeggiato i 40 anni di attività come radio-cronista

Addio ad Alfredo Provenzali

 

È morto nella notte a Genova Alfredo Provenzali, storico radiocroniosta sportivo della Rai. Lo ha annunciato venerdì mattina il Gr1 nell'edizione delle 8:00 mandando in onda la sigla di Tutto il Calcio minuto per Minuto e una sua voce inconfondibile introduzione per poi dare la notizia della sua scomparsa. Provenzali lascia moglie Marisa e la figlia Paola, giornalista come lui.

 

ERA IL SUO COMPLEANNO - Nato a Genova, nel quartiere di Sampierdarena, proprio il 13 luglio del 1934, Provenzali aveva studiato ingegneria navale prima di lanciarsi nel mondo del giornalismo. Dal 1966 è stato radiocronista nella trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, fino al 1992 inviato su molti campi e poi conduttore al posto di Massimo De Luca. Il suo debutto era avvenuto nello stadio «di casa», Marassi. In quell'occasione conobbe Nicolò Carosio, inviato per la televisione a commentare la stessa partita. Oltre al calcio, era appassionato di nuoto, pallanuoto e ciclismo. Tra gli eventi da lui coperti, raccontava, i preferiti erano le gare di nuoto delle Olimpiadi di Monaco 1972, con le prime medaglie del nuoto femminile vinte da Novella Calligaris, il record del mondo proprio della padovana, nel settembre 1973 a Belgrado, e il record dell'ora di Francesco Moser dieci anni dopo a città del Messico. Nel settembre del 2006 aveva festeggiato i quarant'anni di attività come radiocronista.

IL PREMIO - Poche settimane fa Provenzali era stato premiato con il prestigioso premio Agnes ma non si era potuto recare a Capri per ritirare il riconoscimento proprio causa di problemi di salute. Al suo posto si era presentato il suo direttore, Antonio Preziosi, che ora commenta: «Le radiocronache di Alfredo Provenzali hanno raccontato agli italiani il calcio degli ultimi cinquant'anni. Senza la voce di Alfredo ci sentiremo tutti un po' più soli. Con lui scompare un grandissimo testimone di quella straordinaria scuola di radiocronisti che hanno onorato la Rai come Ameri, Ciotti, Bortoluzzi e tanti altri ancora». Preziosi, poi promette: «Continueremo nel nome di Provenzali, l'impegno di Tutto il Calcio Minuto per Minuto e di tutta la nostra squadra sportiva. Alla famiglia di Alfredo la commossa vicinanza di tutti i colleghi di Radio Uno e del Giornale Radio Rai».

 

Redazione Online13 luglio 2012 | 12:10

La Giunta di Parma si è aumentata di 15mila euro i rimborsi per le missioni

Francesco Maria Del Vigo - Ven, 13/07/2012 - 08:16

 

Quarantasei giorni per partorire la giunta comunale ma pochissimo tempo per aumentare i rimborsi e le indennità per gli spostamenti. La Giunta ha rimpolpato con 15mila euro il fondo riservato alle missioni degli amministratori

 

Grillini a due velocità. Lenti a mettere insieme la giunta, ma velocissimi ad aumentarsi i rimborsi: quindicimila euro in più. L'avventura parmigiana del Movimento 5 Stelle continua a far discutere. Prima la lunghissima gestazione della giunta comunale: 46 giorni di indecisioni, ripensamenti, passi indietro e scelte discutibili.

 

 

E ora una notizia che farà innervosire non poco i già suscettibili grillini. I pentastellati di Parma con una mano tagliano gli sprechi e con l'altra si aumentano le prebende. Mentre il primo cittadino Federico Pizzarotti comunica con soddisfazione di aver risparmiato 250mila euro rispetto alla gestione, non proprio virtuosa, del suo predecessore Pietro Vignali, la Giunta decide di rimpolpare il fondo destinato alle spese e alle indennità di missione degli amministratori. Quindici mila euro in più, alla faccia della crisi e delle promesse moralisteggianti degli sforbiciatori a cinque stelle. Le somma è stata destinata con una variazione al piano esecutivo di gestione prevista da una delibera del 28 giugno scorso e firmata dal delegato al Bilancio Gino Capelli. Quindicimila euro che vanno a sommarsi ai soldi già destinati per le spese degli amministratori. E ora cosa diranno i grillini?

Papà Mastrapasqua e il parcheggio dell'Enpals

Corriere della sera

 

 

A volte si parte per cercare una cosa e se ne trova un'altra. Per esempio qualche giorno fa eravamo andati con la telecamera di fronte all'Enpals per registrare opinioni e commenti dei dipendenti che, insieme a quelli dell'Inpdap, stanno per essere assorbiti dall'Inps. Oltre ai pochi che uscivano frettolosamente dagli uffici, abbiamo intervistato un signore che ritirava l'auto dal garage sotterraneo dell'ente. Era il ragionier Loreto Mastrapasqua, padre del decisamente più noto Antonio Mastrapasqua, il presidente dell'Inps. Loreto però non lavora all'Enpals, ma nei pressi, dove ha il suo ufficio di commercialista, quindi in quel posteggio non potrebbe starci. E se avesse affittato il posto macchina? Chiediamo informazioni e ci risponde Cristian Amato, del personale ex Enpals: «Non si accede senza preventiva autorizzazione» cosa che «non risulta per il soggetto indicato», come non risulta «che abbia accesso ai locali in questione».

Forse è stato un caso. Ma tornando nei giorni successivi abbiamo nuovamente incontrato papà Mastrapasqua che entra ed esce dal garage Enpals. Quando gli abbiamo chiesto se era un dipendente ci ha risposto di no, e che ritirava l'auto di un amico che lavora all'Enpals. Solo che l'auto risulta intestata a sua moglie, la mamma di Antonio Mastrapasqua. Stiamo parlando di uno degli uomini più potenti del paese che, oltre ad essere presidente Inps e vice presidente di Equitalia, è da poco diventato anche Presidente di Idea Fimit, la grande Sgr che gestisce il patrimonio immobiliare degli enti previdenziali. Senza contare tutti gli incarichi nei collegi sindacali di oltre una ventina di società. Domanda: può un uomo così potente, importante e ricco, chiedere all'Enpals di dare il telecomando del garage a suo padre per farlo risparmiare sul parcheggio?

 

Giovanna Boursier
giovanna.boursier@reportime.it
12 luglio 2012 | 22:18

Svizzera, tagliano l’erba e trovano lingotti d’oro

Corriere della sera

 

Incredibile ritrovamento a Klingau, ma nessuno finora ha reclamato il sacchetto il cui valore ammonta a 104.000 euro

 

I lingotti ritrovati a KlingauI lingotti ritrovati a Klingau

 

MILANO - Certo, non capita tutti i giorni di trovare dell’oro nei cespugli. In Svizzera, invece, è successo proprio così. Mentre stavano tagliando l’erba a Klingnau, piccolo comune vicino al confine con la Germania, due operai comunali hanno trovato in un cespuglio un sacchetto di plastica con lingotti d'oro del peso di 2,5 chilogrammi. Il valore: 104.000 euro. Al momento, la polizia brancola nel buio. Nessuno finora ha reclamato il prezioso metallo giallo.

MISTERO - I lingotti erano avvolti in carta velina bianca e legati con del nastro adesivo. Come riferiscono i media elvetici, i due dipendenti comunali avevano in un primo momento sospettato si trattasse di pacchetti con dello stupefacente. Stupefatti sono invece rimasti di fronte alla scoperta. Si tratta di «un caso senza precedenti», ha detto il portavoce della polizia cantonale, Bernhard Graser. In realtà, il ritrovamento risale al 28 giugno, ma la notizia è stata resa pubblica solo ora. Finora nessuno si è fatto vivo per segnalare il singolare «smarrimento». Sottolinea Graser: «Vicino al sacchetto di plastica con l'oro qualcuno ha scavato una buca, il caso è davvero misterioso». I pezzi sono punzonati e provengono dalle banche UBS e Bank Leu (Credit Suisse). I due istituti di credito non hanno voluto commentare, dicono di aspettare i risultati delle indagini.

 

Elmar Burchia

12 luglio 2012 | 21:31

Germania, il manuale per albergatori che insegna a riconoscere i neonazisti

Corriere della sera

 

Messo a punto nel Brandeburgo per impedire i raduni

 

BERLINO - Volete andare con un gruppo di amici in un hotel dello Spreewald, la splendida zona di boschi e canali a sud-est di Berlino, nel Brandeburgo, intorno al 18 gennaio? Fate attenzione perché la vostra prenotazione potrebbe essere respinta. E' un' ipotesi paradossale, ma non e' teoricamente escluso che accada. Nel manuale che e' stato preparato per gli albergatori di questo Land tedesco, un tempo parte della Ddr, la data viene segnalata tra quelle a rischio. E’ l'anniversario della nascita dell’impero germanico, nel 1871, e in quei giorni sono più probabili trasferte di gruppo, seminari, o vacanze celebrative di estremisti neonazisti. Che spesso arrivano spacciandosi per inoffensive associazioni.

SIMBOLI - Ma il libretto non si limita ad informare proprietari e gestori degli alberghi sul calendario della follia nostalgica. Serve soprattutto a smascherare concretamente i gruppi estremisti che si nascondono sotto falso nome oppure a respingerli al loro arrivo. Non può essere sempre facile capire, per esempio, che «gli amici del vino» sono in realtà militanti neonazisti che vogliono pianificare lontano da occhi indiscreti manifestazioni xenofobe, marce nostalgiche, attentati anti-immigrati. Nel vademecum sono indicati infatti i simboli collaterali a quelli più noti, come il «sole nero» o la «svastica rovesciata», o vengono elencate le marche di abbigliamento preferite dai neo-nazisti. Chi li vede, deve mandare via gli ospiti indesiderati e avvertire la polizia.

PREVENZIONE - «Lo riceveranno tutti gli albergatori», ha annunciato il ministro della Giustizia del Brandeburgo, Martina Münch. L'iniziativa si inquadra in una politica di prevenzione e controllo dell'estremismo neo-nazista, cresciuto di dimensioni negli anni recenti soprattutto nei Länder dell'Est. Ma rappresenta anche un'arma di autodifesa per gli albergatori, che spesso nel passato si sono trovati impreparati nell'affrontare il problema delle «vacanze» dei gruppi di estrema destra. E ci sono stati anche problemi legali.

POLEMICHE - L'allarme nei confronti del fenomeno del neonazismo in Germania e' fortemente cresciuto negli ultimi mesi dopo la scoperta (avvenuta casualmente, dopo anni di inconcludenti indagini, all'indomani del suicidio dei due colpevoli) che nove immigrati e una poliziotta uccisi in circostanze misteriose in varie località del Paese dal 2000 al 2006 erano stati in realtà assassinati da una stessa cellula nera. Gli «omicidi del Kebab», come sono stati chiamati dalla stampa, hanno provocato un'ondata di polemiche, in particolare quando è stato scoperto che alcuni documenti sulle infiltrazioni di informatori erano stati distrutti. Il capo dei servizi segreti interni, Heinz Fromm, si è dovuto dimettere.

 

Paolo Lepri

12 luglio 2012 | 19:50