martedì 10 luglio 2012

La favola dei Brutos che inventarono la comicità in musica

Corriere della sera

 

Addio a Cassio, cantò «Non correre papà»

 

I Brutos all'Olympia di Parigi nel 1963 (Ansa) I Brutos all'Olympia di Parigi nel 1963 (Ansa)

 

Chiedi chi erano i Brutos, chiedi chi erano i Brutos. Tre righe d'agenzia per la morte di Dino Cassio, nato a Bari il 2 aprile 1934 e deceduto ieri a Roma. Da alcuni anni soffriva del morbo di Alzheimer. Ma chi era Cassio? Un comico, un cantante, un guitto. Altri come lui se ne vanno senza un necrologio, senza un ricordo, senza niente. Ma Cassio qualcosa in più se lo merita. Intanto Cassio era uno dei Brutos, un gruppo vocale nato a metà degli anni Cinquanta a Torino. All'inizio il gruppo è composto da Jack Guerrini (il bello), Ettore «Gerry» Bruno, Elio Piatti, Aldo Maccione. Poi inizia una rotazione, al cui confronto i Nomadi sembrano dei dilettanti. Entrano via via, in sostituzione di qualcuno, Gianni Zullo (scomparso nel 2005), Dante Cleri, Alfonso «Nat» Pioppi, Umberto Di Dario, Giorgio Astore e, nel 1964, Leonardo Cassio, detto Dino, al posto di Astore.

È probabile che i più giovani non abbiano mai sentito nominare i Brutos. Eppure la famosa «comicità demenziale», almeno in Italia, nasce con loro. Certo, non erano i Blues Brothers e nemmeno Elio e le Storie tese ma sono stati i primi a mescolare canzone e comicità. L'idea di fondo era questa: il «bello» cominciava a intonare una canzone di successo, tipo «Little Darling», «Brivido blu», «Baby Rock», una di quelle che avrebbero dovuto sciogliere il cuore agli amanti, e i «brutti» la storpiavano, la rivoltavano, la disfacevano: botte, pianti, pause, grandi ritmi comici. Bruno si dipingeva i denti di nero, tranne uno, e pareva mostruoso, Piatti e Maccione sembravano, ante litteram, la famiglia Addams, e Zullo prendeva gli schiaffi. Qualunque cosa succedesse, c'era sempre qualcuno che mollava un ceffone a Zullo.

Leggenda vuole che il nome Brutos sia opera di una donna delle pulizie del teatro Alcione di Torino. Vedendoli rientrare da una nottata in qualche balera esclamò: «Ai sève tant simpatic ma ai sève anca tant brutt» (siete molto simpatici ma siete anche tanto brutti). Certo sulla bruttezza ci giocavano molto ma in quegli anni non c'era juke box che non offrisse le loro interpretazioni di «Little Darling», «Blue Moon», «Summertime».

Chiedi chi erano i Brutos, chiedi chi erano i Brutos. La loro massima fortuna è legata al carosello della cera Grey: dopo una sciagurata esibizione canora in cui Zullo veniva riempito di botte, Aldo Maccione gli si rivolgeva con questo tormentone: «Gianni, nonostante tutti gli schiaffi che ti sei preso hai ancora una buona cera». E quello, di rimando: «Ottima direi, ho cera Grey». Il gruppo ha fortuna anche all'estero, girano film, vengono persino invitati alla Bussola di Bernardini, il tempio della musica leggera di quegli anni.

Parte della loro fortuna più recente la devono a Marco Giusti che li ha invitati come ospiti fissi del programma «Carosello» (1997) condotto da Ambra Angiolini. Di Dino Cassio si ricorda anche la strepitosa canzone «Non correre papà» nel film Il Pap'occhio di Renzo Arbore: «Non torna mio papà, non torna mio papà, è tutto spiaccicà sull'autostrà. Papà, papà, te l'avevo detto di non correre, era successo anche alla mamma...».

 

Aldo Grasso

10 luglio 2012 | 11:44

Le armi? Per primi le hanno prese i governi»

Corriere della sera

 

Cesare Battisti parla degli anni di piombo

 

Online il Museo dei suoni dimenticati. Per i nostalgici degli anni '80

Corriere della sera

Per ascoltare di nuovo il rumore della cassetta Vhs, quello del videoregistratore o il "bip" di avvio di Windows 95

Una videocassetta VHSUna videocassetta VHS

Ai nati dell'ultimo decennio probabilmente sembreranno rumori provenienti da un'altra galassia. Per tutti gli altri, invece, avranno un significato ben preciso. Il suono "rottamato" del vecchio modem, la suoneria (che avevano un po' tutti) dei primi cellulari Nokia. E poi quello del Game Boy (chi non ha mai giocato a Tetris?). Un sito ora raccoglie i rumori ormai perduti. Si chiama Museo dei suoni in via d'estinzione (savethesound.info). Il padre e custode di questa "ricchezza" è Brendan Chilcutt che vuole allargare la sua collezione fino al 2015 con l'intenzione di utilizzare «i sette anni successivi sviluppando il linguaggio di markup adatto per reinterpretare i suoni come composizione binaria».

NERD E NOSTALGICI - La carrellata audio non è nuova, è stata pubblicata on line per la prima volta nel 2012, ma negli anni si sta allargando grazie al contributo dei "feticisti" della gioventù ormai finita. Nerd e nostalgici. Ora sono solo suoni prestati alla musica elettronica, ma all'origine erano ben altro. Quale era il rumore di una cassetta vhs mentre veniva letta da un videoregistratore JVC HR-7100, oppure il "bip" del Tamagochi? E il suono d'avvio di Windows 95? Vero e proprio modernariato dagli anni '70 ai '90. Rumori di walkman, floppy disk, vecchie tastiere: titti segnali di ingresso alle nuove tecnologie, ora in una galleria aperta a tutti.

Ilaria Morani
10 luglio 2012 | 14:52

Lubanga, 14 anni di carcere per l' ex capo delle milizie: aveva arruolato bimbi soldato

Corriere della sera

 

La decisione della Corte penale internazionale (Cpi)

 

Ha arruolato e fatto combattere bambini soldato. Per questo la Corte penale internazionale (Cpi) lo ha condannato a 14 anni di detenzione. Thomas Lubanga, ex capo della milizia delle Repubblica democratica del Congo, è stato ritenuto colpevole di aver reclutato e usato bambini soldato nella sua milizia, l'Unione dei patrioti congolesi, durante i combattimenti nella regione di Ituri, nell'est del Congo, tra il 2002 e il 2003.

 

LA SENTENZA - Il 51enne è la prima persona condannata dalla Corte, istituita dieci anni fa. I procuratori avevano chiesto per Lubanga la pena di 30 anni di carcere, ma avevano detto di essere disposti a ridurla a vent'anni se il signore della guerra si fosse «scusato sinceramente» con le vittime dei reati da lui commessi. Lui non ha reagito quando il giudice Adrian Fulford ha letto la sentenza. L'accusa aveva chiesto una condanna a 30 anni di reclusione. Il giudice ha affermato che la sentenza riflette la necessità di proteggere i bambini durante la guerra. «La vulnerabilità dei bambini - ha spiegato Fulford- significa che bisogna offrire loro una protezione particolare». Il giudice ha poi precisato che il periodo trascorso da Lubanga in carcere in attesa del processo, a partire dal marzo del 2006, sarà detratto dalla pena.

LE CELLE - Al momento non è chiaro dove il signore della guerra congolese sconterà il resto della pena: la Cpi non ha celle per criminali di guerra condannati, ma ha siglato accordi per la loro detenzione con sette Paesi: Danimarca, Serbia, Mali, Austria, Finlandia, Regno Unito e Belgio. Le sentenze contro Lubanga sono in realtà tre: una a 13 anni, la seconda a 12 e la terza a 14 anni di carcere, rispettivamente per aver reclutato, arruolato e usato bambini soldati. Le tre pene saranno tuttavia scontate simultaneamente. Il giudice ha criticato l'ex procuratore capo della Cpi, Luis Moreno Ocampo, per non aver formulato nei confronti di Lubanga anche accuse di violenze sessuali e per non aver presentato prove al riguardo. Attivisti per i diritti umani sostengono infatti che la milizia di Lubanga fosse stata responsabile di stupri di massa nella regione di Ituri.

 

Redazione Online10 luglio 2012 | 13:30

Ronaldinho in conferenza stampa con la Pepsi e la Coca-Cola gli revoca la sponsorizzazione

Corriere della sera

 

Rescisso il contratto da 742 mila dollari l'anno

 

Ronaldinho con le lattine di Pepsi in bella vistaRonaldinho con le lattine di Pepsi in bella vista

 

A Ronaldinho costa cara la conferenza stampa di presentazione a Belo Horizonte, come neoacquisto del locale Atletico di Minas Gerais. Sul tavolo faceva facevano bella mostra due lattine di Pepsi Cola. Ma il calciatore è testimonial della concorrente Coca-Cola che non ha perso tempo ed ha immediatamente disdetto il contratto. Il fantasista brasiliano Ronaldinho perde un contratto da 742mila dollari l'anno.

L'ULTIMA GOCCIA - La notizia arriva dal quotidiano Estado de São Paulo. «Il fatto che il giocatore è apparso con una lattina di Pepsi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma certamente non è la sola ragione per la rescissione del contratto», ha affermato il capo del marketing di Coca-Cola, Marcelo Pontes. «La sponsorizzazione è diventata imbarazzante», ha ribadito Pontes. L'immagine del calciatore brasiliano ha cominciato a perder smalto dopo il ritorno al Flamengo. Al rendimento deludente in campo si sono aggiunti comportamenti discutibili fuori dal rettangolo di gioco. Ad attirare sul fantasista le ire dei tifosi carioca sono state le assenze ingiustificate agli allenamenti, le interminabili feste e le lamentele degli stessi compagni di squadra. La decisione di chiudere il rapporto con Ronaldinho è stata data dalla Coca-Cola con un breve comunicato. La multinazionale ha definito «impossibile la collaborazione continua tra il giocatore e la società dopo i recenti avvenimenti».

 

Redazione Online10 luglio 2012 | 13:26

Al nord sempre più «ricicloni» Maglia nera a Roma: «Emergenza pattume»

Corriere della sera

 

Legambiente premia i comuni più virtuosi nella gestione dei rifiuti: Ponte nelle Alpi vincitore assoluto con quasi il 90% di differenziata. Clini: «A Roma gravissime carenze»

 

Il premio 2012Il premio 2012

ROMA - Loro riciclano quasi tutto. Ogni anno un po' di più. E ogni anno inventano nuovi modi di gestire meglio quello che buttano via. E anche nel 2012 Legambiente li premia: il piccolo centro di Ponte nelle Alpi, provincia di Belluno, si aggiudica anche quest'anno, per la terza volta consecutiva, la palma del «Comune più riciclone d'Italia».

 

I PIU' BRAVI - I quasi 9mila cittadini del virtuoso paese veneto nel 2012 hanno differenziato l'87,7 % di quello che hanno buttato via (lo scorso anno era l'86,4) e guidano la classifica dei 1123 Comuni italiani premiati dall'associazione che dal '94 fa una classifica dei più «ricicloni» (ma anche dei meno). E il Veneto si conferma anche quest'anno il più virtuoso e guida la classifica della regione più attenta alle politiche di gestione dei rifiuti: 256 comuni hanno superato il 65% di raccolta differenziata (anche se nel 2011 erano 381), pari al 61,3%. Seguono Friuli Venezia Giulia (77 premiati, 35,2% del totale): Pordenone e il suo 77,5% di differenziata è il capoluogo del nord più attento. Ci sono poi il Trentino Alto Adige (105 ricicloni, 31,0%), la Lombardia (257 comuni su 1546, 16,6 %), il Piemonte (179 comuni, 14,8 %). Il che dà la palma alle regioni del Nord Italia dei più attenti alla gestione di tutto il ciclo rifiuti, tra riciclo, riduzione e smaltimento.

I PEGGIORI - Pessimi risultati per il centro Italia: segnalato da Legambiente solo il 5,25% dei comuni, cioè 59 centri. Anche se un minimo miglioramento c'è stato: nel 2011 erano solo 39. E le Marche, con 36 comuni che superano il 65% di differenziata raggiungono il 6° posto nella classifica delle regioni. Peggiorato il Sud: lo scorso anno i virtuosi erano 118, nel 2012 si sono quasi dimezzati con solo 66 «ricicloni».

 

BUONI ESEMPI - Resta però l'ottima figura di Salerno: anche nel 2012 viene premiata come città più riciclona del meridione con oltre il 68% di raccolta differenziata. E non è poco. Il suo buon esempio fa scuola: il piccolo centro di Tortorella (appena 563 abitanti, in provincia di Salerno) ricicla l'84,6%, quasi quanto la prima della classe Ponte nelle Alpi. Menzione speciale per Acerra: il comune in provincia di Napoli ha vinto il premio «Start up» per essere passato in un solo anno e mezzo dal 10% al 62% di raccolta differenziata. Segnalate con il «Teniamoli d'occhio» invece Potenza e Sabaudia che hanno sviluppato un piano per la riqualificazione del servizio di raccolta.

CITTA' - Stabili le grandi città che comunque non raggiungono il limite minimo del 65%. Milano resta intorno al 34%, ma c'è da essere fiduciosi: dal prossimo autunno riparte la raccolta dell'organico. A Torino, nei quartieri dove c'è il porta a porta, la differenziata supera il 60%. Buone sperimentazioni anche quelle fatte a Napoli e Palermo. Ma è Roma ad essere additata da Legambiente come «scandalosamente in emergenza pattume».

 

La grande discarica di Malagrotta, alle porte di RomaLa grande discarica di Malagrotta, alle porte di Roma

IL CASO ROMA - Chi invece continua a non capire, si legge nel dossier di Legambiente, «è il Comune di Roma: l'attuale amministrazione, in perfetta continuità con la precedente, ha continuato a rispettare il "patto di non belligeranza" con chi gestisce la mega discarica di Malagrotta». E il ministro dell'Ambiente Clini, in un messaggio inviato alla premiazione, rincara la dose: «La mappa dei "Comuni ricicloni" ci restituisce il consueto quadro a macchia di leopardo, dove eccellenze al nord come al sud si alternano a carenze gravissime, basti pensare alla situazione di Roma». E sottolinea: «Promuovere la cultura del riciclo e del riuso è uno dei fondamentali sociali per consentire all'Italia di allinearsi all'Europa in materia di gestione dei rifiuti e, soprattutto per attuare quella rivoluzione ambientale ed economica che vede il rifiuto non più come uno scarto, un problema, bensì come una risorsa anche economica, capace di innescare e alimentare una filiera produttiva». La parte riciclona d'Italia l'ha capito.

 

Claudia Voltattorni
cvoltattorni@corriere.it
@clavolt9 luglio 2012 (modifica il 10 luglio 2012)

Narcos, trucchi sporchi nella guerra agli Usa

Corriere della sera

 

I mille espedienti dei trafficanti per nascondere la droga. Pacchi magnetici sulle auto di ignari automobilisti

Il museo dei trucchi

 

NOGALES (Arizona) - E’ una sfida senza fine. A chi è più scaltro. Da una parte i trafficanti messicani, dall'altra le guardie americane. In mezzo c'è il muro che delimita la frontiera, ma non rappresenta un ostacolo insormontabile. Nel corso di una visita nella zona di Nogales (sud dell’Arizona) abbiamo potuto vedere alcuni dei metodi usati dai contrabbandieri come la risposta di Border Patrol e CBP (Custom and Border Protection). Non diverse – come dimostrano foto e video – le tecniche scoperte in Texas o California. Duelli di furbizia che a volte possono concludersi in modo tragico. Si può pagare con la vita, per un incidente o per un proiettile.

 

Un immigrato nascosto nel vano motore di un veicolo.Un immigrato nascosto nel vano motore di un veicolo.

 

I PACCHI MAGNETICI - In alcuni punti di passaggio sul confine le autorità americane hanno creato delle corsie preferenziali. Sono riservate a coloro che accettano di sottoporsi ad uno screening preventivo e a depositare i dati essenziali negli archivi della CBP. A quel punto ricevono una tessera speciale che permette il transito veloce. Ecco che allora i trafficanti hanno inventato i pacchi di droga magnetici che applicano ai veicoli degli inconsapevoli automobilisti in viaggio dal Messico agli Usa. "Confezioni" che poi recuperano una volta che il mezzo è dall’altra parte.

 

Un clandestino nascosto dai bidoni tagliati alla base e affiancati.Un clandestino nascosto dai bidoni tagliati alla base e affiancati.

 

Il BAGAGLAIO - Spesso i clandestini viaggiano nascosti nel bagagliaio. Un vecchio sistema rilanciato dai trafficanti con varianti originali. Creano spazi nel vano motore o nel cruscotto di un furgone. In un caso l’immigrato non era coperto da un telo ma bensì da una serie di bidoni "tagliati" alla base e messi uno vicino all’altro (lo si può vedere nella foto).

 

I TEST - Le gang di contrabbandieri testano di frequente le "difese". Durante la nostra visita a Nogales, dal lato messicano, hanno lanciato un pacco simile a quelli che contengono marijuana. Ma quando un agente lo ha recuperato si è accorto che dentro c’era della stoffa e una pietra. Un diversivo per studiare i tempi di reazione delle pattuglie (video allegato). La vicinanza dei centri abitati - messicano e americano - permette poi la creazione di punti di osservazione usati dai "coyotes" all’interno di case dotate di piccole torrette. Da qui spiano la polizia e informano i compagni quando è il momento di provare a superare il muro.

 

Guido Olimpio
@guidoolimpio10 luglio 2012 | 14:29

Sequestrate bolle di sapone: contengono un batterio resistente agli antibiotici

Corriere della sera

 

Provenienti dalla Cina e bloccate al porto di La Spezia: nel liquido è stato trovato lo «pseudomonas aeruginosis» in quantità 380mila volte superiore al limite di tolleranza

 

MILANO - Bolle di sapone made in China con «sorpresa»: un batterio resistente agli antibiotici. I carabinieri di Genova e l'Agenzia delle Dogane di La Spezia ne hanno sequestrate 35mila confezioni che erano stipate in un container approdato nel porto spezzino alla fine di giugno. I prodotti («Bubble Ice Bullyng» e «Bubble Stik»), provenienti dalla Cina e importati da un commerciante fiorentino, erano privi di certificazione sanitaria sulla sicurezza, quindi sono stati bloccati alla dogana.

MICRORGANISMI - L'analisi dell'Agenzia per la Protezione dell'Ambiente ha poi evidenziato la presenza nel liquido di un batterio resistente agli antibiotici (lo pseudomonas aeruginosis, un patogeno molto violento definito "opportunista") in quantità 380mila volte superiore al limite di tolleranza: un enorme pericolo per la salute, soprattutto dei bambini cui il prodotto era destinato. I carabinieri hanno quindi posto sotto sequestro le 35.214 confezioni (valore totale 100mila euro), denunciando alla Procura di La Spezia il titolare dell'azienda che le ha importate e avviando la procedura di allerta comunitaria, tramite una segnalazione al Ministero della Salute che provvederà a informare gli altri Stati membri. Le confezioni sequestrate sono a forma di cono gelato e di manganello: il Nas invita tutti coloro che hanno acquistato oggetti con questa forma a distruggerli o farli analizzare.

 

Redazione Salute Online10 luglio 2012 | 12:23

Gomez condannato: il suo libro sul Cav è diffamatorio

di Redazione - 10 luglio 2012, 08:00

 

Peter Gomez, giornalista del Fatto quotidiano, dovrà versare mille euro di multa e 10mila di risarcimento a Domenico Rossini, 1.500 a Lucia Rossini

 

Peter Gomez, giornalista del Fatto quotidiano e autore con Marco Travaglio, Marco Lillo e Claudio Pappaianni del libro del 2009 su Silvio Berlusconi Papi-Uno scandalo politico è stato condannato per diffamazione.

 

Peter Gomez

Peter Gomez

 

Dovrà versare mille euro di multa e 10mila di risarcimento a Domenico Rossini e 1.500 a Lucia Rossini. Assolti gli altri giornalisti: Gomez ha detto di essere l’unico autore del capitolo oggetto del processo. La denuncia è partita dai fratelli Rossini, lei definita nel libro «donna d’onore legata a clan malavitosi baresi» ed «escort» sulla base, sostiene il pm, di «una presenza a palazzo Grazioli casuale e non retribuita», lui «pusher di fiducia di Giampaolo Tarantini». Il pm aveva chiesto la condanna a un anno e 8 mesi per tutti e un risarcimento di 500mila euro.

Il medico che viene guarito con la colletta dei colleghi

Corriere della sera

 

Trova una cura alla leucemia con il dna. Ma costa troppo Il genoma. Ha cercato (e trovato) nei suoi geni la mutazione che aveva moltiplicato le cellule malate

 

Lukas Wartman viene visitato nell'ospedale Barnes Jewish di Saint Louis (Dilip Vishwanat)Lukas Wartman viene visitato nell'ospedale Barnes Jewish di Saint Louis (Dilip Vishwanat)

 

Lukas Wartman è giovanissimo, sta per laurearsi in medicina e vuole fare ricerca, ha scelto di occuparsi di genetica delle leucemie acute. Il giorno più bello della sua vita (era in California per un'intervista) si sente addosso una stanchezza mai provata prima, non solo, ma da qualche giorno ha febbre e di notte suda moltissimo. «Avrò la mononucleosi» pensa. Torna alla sua università a Saint Louis e si fa vedere da un collega. Fanno un po' di esami, nel sangue ci sono pochi globuli bianchi e anche i globuli rossi sono un po' giù. Con la mononucleosi tutto questo non c'entra, c'è il sospetto di una leucemia.

Wartman è spaventatissimo, chiede che gli facciano subito una biopsia del midollo osseo e i vetrini li vuol guardare lui stesso. Il midollo è invaso di cellule leucemiche, tessuto normale non ce n'è quasi più. Wartman fa nove mesi di chemioterapia e tante altre cure, e alla fine pare guarito e torna al suo lavoro. Dopo cinque anni, quando alla leucemia ci pensa nemmeno più, c'è una ricaduta: altri cicli di chemioterapia e poi un trapianto di midollo dal fratello. Sono mesi terribili, ma Lukas ce la fa anche questa volta. Dopo il trapianto sta molto meglio, arriva a fare fino a 20 chilometri di corsa senza sentire la fatica e questo gli dà coraggio. Continua a sperare, ma ha paura, sa benissimo che dopo la ricaduta è tutto più difficile.

Dopo tre anni la leucemia torna fuori: di nuovo chemioterapia, ormoni e un altro trapianto ma è tutto inutile. Una sera che stava peggio del solito Wartman ha un'idea «perché non sequenziare il genoma delle mie cellule, tutto intero, e paragonarlo a quello di cellule normali?» (Una cosa così Francis Collins l'aveva fatta per Steve Jobs, voleva trovare geni eventualmente mutati nelle cellule del suo tumore, lo studio del genoma era costato più di 100.000 dollari). Lukas ne parla con i genetisti del suo laboratorio e li convince, i soldi ce li mette l'università. Oltre al Dna hanno studiato l'Rna - un parente stretto del Dna - per scoprire la funzione di geni eventualmente mutati. Nelle cellule leucemiche di Lukas c'era un gene - Flt3 - normale ma attivissimo, capace di far moltiplicare quelle cellule all'infinito. Trovare il gene responsabile non vuol dire trovare la cura, per lo meno non subito, ma un farmaco capace di tenere a freno Flt3 c'era già, si chiama Sunitinib e di solito lo si usa per il cancro del rene. Ma sono 330 dollari per un giorno di cura e nel caso di Lukas nessuno sapeva quanto farmaco si dovesse fare e per quanto tempo.

Wartman ha un'assicurazione che però per una cura «teorica» non paga. Provano a chiedere a Pfizer, quelli che lo fabbricano: niente da fare. Per qualche settimana Wartman si compra il Sunitinib di tasca sua ma il suo stipendio non basta nemmeno per 15 giorni di cura. Le banche? Non ti prestano i soldi per un farmaco, specialmente se hai una leucemia acuta. Un giorno un'infermiera della farmacia dell'ospedale chiama Lukas Wartman: «C'è qui abbastanza Sunitinib per un anno di trattamento». Chi l'avrà comprato? (Wartman non l'ha saputo mai, o meglio, l'ha saputo in questi giorni dal New York Times : è stato un regalo, dei suoi colleghi). Dopo un anno di Sunitinib, nel midollo del dottor Wartman cellule leucemiche non ce ne sono proprio più. I medici dicono che la malattia è in remissione. Quanto durerà? Non lo so, non lo sa nessuno. Adesso sappiamo solo che Wartman sta bene. Quanti altri ammalati così ci saranno al mondo e quanti potrebbero guarire con Sunitinib?

E non basta, la storia di Lukas è l'occasione per farsi delle domande, quelle per cui di solito gli scienziati non hanno risposte. Quanti ammalati potranno avere sequenziato l'intero genoma? E ammesso di trovare il gene giusto, per quanti si potrà arrivare a un farmaco? E chi pagherà nel caso ci si arrivi? E poi perché l'industria quando trova un farmaco davvero efficace poi lo vende a prezzi così alti? La storia di Lukas Wartman finisce bene anche per Pfizer: adesso il farmaco glielo regalano loro. Perché? Lukas non riesce a spiegarselo. Forse il merito è di Stephanie Bauer, la sua infermiera, che negli ultimi mesi ha inondato Pfizer di telefonate, appelli, richieste di aiuto. Alla fine l'hanno accontentata.

 

Giuseppe Remuzzi

10 luglio 2012 | 9:40

Clan Casella-Ciccone bruciò un campo rom per odio razziale: 18 arresti

Corriere del Mezzogiorno

 

Incendiò l'accampamento per evitare che i piccoli nomadi frequentassero la stessa scuola dei figli degli affiliati

 

NAPOLI - Diciotto persone, appartenenti al clan camorristico Casella-Circone attivo nell'area orientale di Napoli, sono state arrestate in un'operazione congiunta di carabinieri e polizia. Sono ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, tentato omicidio, estorsione e danneggiamento seguito da incendio, reati aggravati dal metodo mafioso e da finalità di odio razziale. Nel corso di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli i carabinieri della Compagnia di Poggioreale e gli agenti della squadra Mobile hanno documentato gli affari illeciti del clan, soprattutto estorsioni a imprenditori della zona, identificato personaggi dediti alla ricettazione e al riciclaggio di auto rubate, nonchè accertato, scoprendone i responsabili, i motivi dell'incendio appiccato a un campo nomadi il 2 dicembre 2010 per finalità di odio razziale. Gli affiliati volevano infatti distruggere il campo per evitare che i bambini nomadi continuassero a frequentare le stesse scuole dei figli.

 

 

Redazione online 10 luglio 2012

Chi ha ucciso nostro fratello non farà neanche un giorno di galera

Corriere della sera

 

Parlano i fratelli di Nicolò Savarino, travolto sei mesi fa da un Suv e trascinato per centinaia di metri

«Vogliamo giustizia»

 


RHO
- Non ci dormono la notte Rocco e Carmelo. «Chi ha ucciso nostro fratello non farà neanche un giorno di galera», temono entrambi. Il pensiero fisso che chi ha ucciso con un Suv il loro fratello potrebbe farla franca, alimenta la rabbia che covano ormai dal 12 gennaio scorso. I Savarino, quattro fratelli siciliani, due in ferrovia, Rocco (57 anni) e Carmelo (38 anni). Poi Sandro, 48 anni, operaio edile che ha scelto di rimanere giù al Sud. E Nicolò, ghisa, vigile urbano a Milano. Tre su quattro al Nord, dopo la gioventù trascorsa a Campobello di Licata. Storia uguale a quella di tanti immigrati in cerca di lavoro al Nord. Un pomeriggio di sei mesi fa, Nicolò era in divisa, in servizio, nel suo quartiere: Bovisa. La sua vita di 40enne tranquillo si incrocia con quella di Remi Nicolic, alias Goico Jovanovic, alias Davide, un giovane nomade dalle mille identità e, soprattutto, dall'età incerta: 17 anni? Diciotto anni?

 

LA VICENDA - Remi Nicolic è accusato di aver travolto e ucciso a bordo di un Suv l'agente di polizia locale che gli si era posto davanti con la sua bici e di averlo trascinato sotto il mezzo per duecento metri. Quel giorno arrivò al comando dei vigili la telefonata di un cittadino che segnalava la presenza in un parcheggio di un camper abitato da alcuni sinti italiani. Due vigili (uno era Nicolò) si presentarono per un controllo. Dal camper scese un anziano giostraio con una stampella. In quel momento passò un Suv a forte velocità, che ferì l'anziano. Nicolò Savarino, fece in tempo con la bicicletta a raggiungere l'uscita del parcheggio e cercò di bloccare la fuga dell'auto. Il Suv però lo travolse in pieno e lo uccise. Il giovane Remi fuggì all'estero, ma tre giorni dopo fu bloccato alla frontiera ungherese con addosso quattro diverse carte d'identità.

MINORENNE - Ora è arrivato il responso: Remi sarà processato dal Tribunale per i minorenni nel febbraio del 2013, probabilmente con rito abbreviato. La perizia disposta dai magistrati ha accertato che il ragazzo quel giorno poteva essere minorenne. Questo perché dalle analisi è venuto fuori un range di età possibili al momento del fatto che spazia dai 17 anni e mezzo fino ai 20. E per la legge italiana, tanto basta. Nicolic, accusato di omicidio volontario, non sarà processato dal Tribunale ordinario. «Così non rischia più di essere condannato all'ergastolo», afferma Rocco. Da quel momento in casa Savarino le strade si dividono: la legge da una parte, il dolore dall'altra. Infatti, il principio del favor rei, che nel dubbio applica la norma più favorevole all'accusato, consente al ragazzo di venire processato dal Tribunale per i minorenni. «Questa è la giustizia italiana - afferma Carmelo Savarino con rabbia -. Mio fratello è morto e l'assassino rischia di essere affidato a un centro di recupero. E per di più cerca di far vincere l'idea dell'omicidio colposo su quello volontario. Lui ha detto di non aver visto mio fratello». «Insomma - aggiunge Rocco - vogliono far passare la cosa come se si trattasse di un qualsiasi incidente stradale».

LE PRECEDENTI PERIZIE - I fratelli Savarino citano ben tre perizie (radiografie ai polsi), effettuate in precedenza per altri reati (una del giugno 2010), che dimostrerebbero che il ragazzo era maggiorenne già a fine 2010. Sono confusi, chiedono giustizia, rifiutano i 200mila euro offerti dalla famiglia dell'imputato e si preparano ad una lunga battaglia legale. «Mio fratello è morto per cercare di rendere migliore la vita dei milanesi - afferma Carmelo -. Non chiediamo un rispetto particolare per la divisa che portava, ma questa perizia che spedisce chi ha ucciso nostro fratello al tribunale dei minori non ci convince: per l'83% risulta maggiorenne e lo considera minorenne per il 17%. Questa legge che tutela i colpevoli, chiunque essi siano, non ci piace. E questa la giustizia italiana?».

 

Nino Luca

9 luglio 2012 (modifica il 10 luglio 2012)

Per un calcio nel sedere a mio figlio sono diventato il mostro di Epcot

La Stampa

 

L'italiano arrestato a Disney World: lo sceriffo è stato di una crudeltà disumana

MAURIZIO MOLINARI

 

CORRISPONDENTE DA NEW YORK


Sono quello che è stato descritto come il Mostro di Epcot, voglio raccontarvi la verità sull’inferno che ho attraversato». Dario Napolitano è l’infermiere di 41 anni arrestato a Disney World il 30 giugno con l’accusa di aver dato dei calci in faccia al figlio di tre anni, ed ora che tornato a Napoli è determinato a «fare chiarezza sull’incredibile vicenda».

Cominciamo dall’inizio, cosa è avvenuto quel sabato a Disney World di Orlando?
«Ero con mia moglie e i miei due figli, di 9 e 3 anni, dentro il gioco “Messico” di Epcot. Mio figlio di 9 anni spingeva il passeggino, per errore ha messo il piede sul freno e il piccolo di 3 anni è caduto in avanti, sanguinando al volto. Mi sono arrabbiato e ho dato un calcio nel sedere al figlio di 9 anni, rimproverandolo molto anche perché il piccolo appena nato è stato operato per un glaucoma congenito bilaterale».

Dunque il calcio lo ha dato al figlio grande non al piccolo?
«Sì, ma pochi attimi dopo si è avvicinato un turista americano con la birra in mano, ha iniziato a rimproverarmi. Non parlo inglese ma in qualche maniera gli ho detto “fatti i fatti tuoi che questo è figlio mio”. Stavo pulendo il volto insanguinato del piccolo. Immagino sia stato lui a chiamare gli agenti».

Quando è arrivata la polizia?
«Forse dieci minuti dopo. Hanno portato me, mia moglie i miei figli nella conference room di “Messico”, ad un piano superiore. C’erano gli agenti, il personale del parco e una giovane dipendente italiana di nome Alessia, credo di Pordenone, che ha fatto da interprete, e soprattutto c’era uno sceriffo di una crudeltà disumana».

Cosa ha fatto lo sceriffo per essere così crudele?
«Ci ha tenuto lì per quasi quattro ore. Ha interrogato me e mia moglie separatamente. Ha scattato delle foto al piccolo. Ha ascoltato i dipendenti di Epcot e quigfdndi mi ha separato da mia moglie e mi ha ammanettato. L’ho pregato di non farlo per evitare lo shock per i miei figli ma lui mi ha risposto “sono manette di plastica”. Me le ha messe a mani e anche ai piedi mentre una poliziotta all’improvviso afferrava mia moglie, sbattendola in terra. I miei figli gridavano, piangevano. Un trauma. E’ stato terribile, un autentico incubo. Anche perché non sapevo cosa stava avvenendo. Mi hanno fatto uscire da un’uscita secondaria e messo dentro un’auto della polizia, sotto il sole della Florida, dove sono rimasto per quasi sei ore».

Cosa ha pensato in quel momento?
«Non capivo cosa avveniva, tanto che immaginavo di far causa a Epcot per maltrattamenti. Quando mi hanno preso dall’auto mi hanno portato in prigione, tolto il cellulare e messo in una grande sala con altri detenuti dove ho passato la notte, uscendo solo alle 4 del mattino seguente. Mi hanno perfino detto che mia moglie non era la madre dei miei figli perché non avrebbe mai potuto accettare ciò che io avevo fatto. Alla fine stavo talmente male che, uscito dal carcere, sono dovuto andare in ospedale a farmi controllare».


Come è uscito dal carcere?
«Mio cognato, che era in vacanza con noi, ha pagato la cauzione di 2000 dollari. Mi hanno restituito il passaporto e ho deciso di continuare la mia vacanza, come avevamo programmato».

Dove è andato dopo Orlando?
«A New York, mi sono rivolto al Consolato italiano dove ho parlato con un carabiniere di Napoli e una funzionaria ma non mi hanno dato alcuna assistenza. Non mi hanno saputo dire nulla. Incredibile. Mi hanno detto di tornare in Florida, di scrivere una lettera al Console di Miami ma, visto che avevo il passaporto, ho deciso di tornare in Italia».

Quando è arrivato a Napoli?
«Domenica, appena arrivato sono stato travolto dagli sfottò dei colleghi. Sono stato dipinto come il mostro di Epcot per una vicenda che ha dell’incredibile».

Che spiegazione si è dato di quanto avvenuto?
«Secondo me la polizia di Orlando ha visto il mio cognome, ha visto che ero di Napoli ed ha pensato che fossi in qualche maniera collegato al presidente della Repubblica. Ha pensato di fare un gran colpo».

Ora a Orlando ci sarà il processo per abusi su minore, ci andrà?
«Ho un avvocato a New York che sta cercando un legale a Orlando per rappresentarmi al processo ma il problema è che per difendermi mi chiedono una cifra iniziale di 10 mila dollari. Per me è una somma esorbitante. Non so cosa fare nè a chi chiedere aiuto. Altro che mostro, sono io ad essere precipitato all’inferno».

Il revival dei drive-in

La Stampa

 

Gli americani tornano nei cinema all'aperto simbolo della società degli anni '70

 

Un drive-in di nuova generazione: il Silver Moon di Lakeland

 

Per generazioni di americani è il luogo del primo bacio, nella prima macchina, con la prima fidanzata. In pochi ricorderanno il titolo del film proiettato, ma quasi tutti sanno per certo il modello della macchina -probabilmente ancora custodita in garage in attesa di un restauro- e qualche fortunato vive ancora con quella stessa fanciulla. I "drive-in theatres" sono nati nel 1933 in New Jersey come soluzione alternativa per portare al cinema una madre fuori-forma. Richard Hollingshead, di Camden, stufo che la madre non potesse godersi le poltrone troppo piccole dei cinema tradizionali, posizionò un poiettore e uno schermo nel giardino di casa, vi unì la passione per le macchine, brevettò l'idea e la migliorò posizionando dei rialzi sulle ruote anteriori, in modo tale che nessuna macchina ostruisse la vista alle altre. Così nacque il drive-in.

Prima proiezione: la commedia "Wives Beware". Tre spettacoli per 600 spettatori al prezzo di 25 centesimi a macchina, più 25 testa per un massimo di 1 dollaro a veicolo. Fu un successo, che si diffuse rapidamente in tutti gli Stati Uniti e divenne in pochi anni un vero e proprio simbolo, con il boom maggiore tra gli anni '60 e '70, quando tutti avevano una macchina e gli spazi nelle città permettevano a ogni quartiere di avere il proprio teatro. Non sono bastate, però, le loro radici così profonde nella società americana perchè i drive-in non venissero superati dalle nuove tecnologie. Dimenticati per anni, in molti hanno preferito la comodità del divano di casa o le luci stroboscopiche di una discoteca per il primo bacio. A decine sono stati chiusi, e c'era già chi li dava per defunti.

Ora, il quotidiano UsaToday annuncia il loro grande ritorno. «Caricate la famiglia in macchina. E' il grande ritorno dei drive-in» titola un articolo di Judy Keen, che sostiene che, solo in Michigan,  almeno 90.000 persone ogni giorno cercano le parole "drive-in movie" su Google e parenti. E' presto per festeggiare il ritorno di questi cinema all'aperto, accompagnandolo da considerazioni sulla rinascita della vita comunitaria e l'abbandono dell'individualismo che avrebbe dominato la società negli ultimi decenni, ma di certo qualcosa sta succedendo. Bart Lower è in procinto di aprire, proprio in Michigan, il "Danny Boy's" che promette essere «una nuova esperienza per tanti». Come lui, anche Blake Smith e soci, alle prese con la ristrutturazione dell'"Admiral twin", distrutto da un incendio nel 2010 e quasi pronto a riaprire i battenti.

Una sola ombra rimane sul futuro di questi luoghi: la tendenza dell'industria cinematografica a sostituire la pellicola con i nuovi supporti digitali potrebbe renderne troppo costosa la gestione. Sono pochi, infatti, i proprietari dei piccoli drive-in che si potranno permettere i costosi proiettori digitali imposti dalle innovazioni tecnologiche del settore.

Così la Bora scarmiglia Trieste

La Stampa

 

I triestini amano il vento di Nordest che li fa "ammattire". Lo scienziato-scrittore Giuseppe O. Longo spiega perché

 

La Bora può essere chiara con il sole e il cielo azzurro o scura, con pioggia o neve

 

Giuseppe O. Longo

trieste

 

Lo scrittore-scienziato Giuseppe O. Longo insegna all’Università di Trieste È un cibernetico ed epistemologo e ha introdotto la teoria dell’informazione nel panorama scientifico italiano. Con il suo racconto sul complesso rapporto fra Trieste e la Bora si apre una serie estiva dedicata ai venti e alle storie che li legano agli uomini e ai luoghi.


Il Molo Audace è un braccio teso nel Golfo di Trieste, e sulla cima regge una grande bitta sormontata da una bronzea rosa dei venti in cui compaiono i noti e tradizionali Maestro, Libeccio, Scirocco e Greco: ma tra gli ultimi due s’incunea, da Est-Nordest, una sorta di mascherone scarmigliato, le gote enfiate a dismisura, che porta il nome di Bora. È il vento di questa città di vento. In un almanacco geografico dei primi del Novecento si legge: «Nel Friuli orientale, sulle coste triestine, istriane e dalmate prevalgono i venti del primo quadrante, assumendovi talora violenza di vera tempesta, tanto da rovinare edifici, asportare tetti, rovesciare comignoli, carrozze, automobili e perfino treni. Si dice allora che soffia la bora (triestino bora, veneziano bora, friulano buere oppure vint sclav, sloveno burja, croato bura), intendendosi in generale per bora, nelle zone sopra citate, i venti forti e freddi di nord est».

Questo vento gelido e impetuoso spira con la massima violenza proprio ai piedi del ripido gradino del Carso. A Trieste, nei punti più battuti, si usava tendere corde e catene per agevolare il cammino ai passanti, e ancora si vedono infissi nei muri più vecchi, lungo le viuzze in salita, robusti mancorrenti di ferro. E si trova, nel cuore di Cittàvecchia, la via della Bora che, inerpicata proprio a Est-Nordest, contorna l’abside della chiesa di Santa Maria Maggiore. I Triestini, in genere, amano la Bora e sono orgogliosi di farne saggiare ai visitatori la potenza. Nel 1912 così scriveva Scipio Slataper: «Bella è la Bora.

È il tuo respiro fratello gigante. Dilati rabbioso il tuo fiato nello spazio e i tronchi si squarciano e il mare, gonfiato dalle profondità, si rovescia mostruoso contro il cielo. Scricchia e turbina la città quando tu disfreni la tua rauca anima». Ammirazione e sgomento insieme. Molto meno drammatiche sono le briose cartoline che Carlo Wostry dedicò a questo vento circa un secolo fa: gonne sollevate a scoprire gambe e mutandoni, cappelli che rotolano via, ombrelli che si sbrindellano. E Wostry sosteneva: «la Bora è l’unica cosa originale che abbiamo», il che naturalmente è esagerato, ma denota la fierezza della singolarità. E Trieste ha dedicato al suo vento perfino un Museo della Bora.

Nell’almanacco già citato si legge ancora: «La memoria dei danni gravi da essa cagionati, il senso acuto e penoso di freddo che essa procura e la potente azione penetrante da essa esercitata, nonché l’improvviso suo apparire, la sua bassa temperatura e la violenza delle sue raffiche hanno circondato questo vento di leggende paurose, e v’è anche chi la crede apportatrice di guai e di malanni». In realtà la Bora proviene da zone montuose e salubri: non porta aria malsana, anzi diluisce e asporta i veleni che si accumulano nell’aria cittadina. Per di più, essendo fredda e asciutta, spazzava via le epidemie di colera. Ma non per tutte le malattie era benefica: per i tisici era un vero flagello.

Nell’Ottocento il dottor Luzzatti esaminò gli effetti della Bora sulla salute dei Triestini, pesandone i pro e i contro, e traendone un bilancio tutto sommato positivo: senza questo vento «agiterebbe minaccioso la sua spada l’Angelo della morte». E, a proposito di anemopatie, il nostro almanacco ci informa che la Bora «ha un effetto presunto ma non certo sulle funzioni cerebrali, dovuto alle grandi variazioni di pressione che si trasmettono sulla massa endocranica attraverso i fori della testa, come orecchi, occhi e naso. Queste variazioni di pressione determinano un’attività cerebrale anomala, detta a valanga, che somiglia un po’ alle crisi del piccolo male e che inducono nel soggetto forme di delirio, in genere benigne e poco cospicue, che regrediscono e scompaiono quando la bora cade. Nei casi più gravi quest’attività cerebrale a valanga dà effetti che somigliano alle crisi del grande male».

Del resto non è certo l’unico vento, la Bora, a provocare crisi nervose e disagi mentali: si pensi al Föhn, il Favonio (detto a san Francisco vento del diavolo), che fomenta il nervosismo e il tasso dei suicidi, allo Scirocco, che induce a una penosa agitazione, e via dicendo. A Trieste la parola imborezà (invaso dalla Bora) indica una persona eccitata (anche sessualmente), esaltata, elettrizzata, incapace di controllarsi. E si usa dire un matto per dire un tizio. Nel 1839 Stendhal descrisse l’effetto deprimente e snervante della Bora come un «reumatismo viscerale», in cui si può rintracciare la radice dell’«ipocondria endemica di Trieste», come scrisse Jan Morris nel 2001 in Trieste.

O del nessun luogo, aggiungendo che in questa città i malesseri immaginari sono sempre stati molto frequenti: basta pensare a Svevo e al suo alter ego Zeno Cosini, o a Joyce, che «fece esperienza di tanti acciacchi immaginari quanti erano quelli reali di cui soffriva». E sempre la Morris: «Immaginate i depositi psicologici accumulati in un milione di giornate di Bora, stratificati su questa città nel corso dei millenni e accresciuti da svariate e più tangibili fonti di disperazione: allora non risulterà affatto sorprendente che negli ultimi tempi Trieste non sia stata per sua natura gioiosa». Che il clima influisca sulle condizioni psicofisiche non è certo una novità.

La Bora può essere chiara, se con il sole e il cielo azzurro, o scura, se con pioggia o neve: Saba amava la scura, per la sua buia violenza su Trieste, città impossibile da amare, ma anche impossibile da odiare per le sue tante bellezze «di mare e di contrada». «La Bora – scrive Fabio Fiori nel suo prezioso vademecum Anemos. I venti del Mediterraneo, appena pubblicato da Mursia – non è solo il più pericoloso e studiato dei venti adriatici, è anche il più rappresentato.

Protagonista indiscussa della città giuliana, del suo golfo e di tutta costa istriana e dalmata, soffia aggressivamente su fatti e cronache, racconti e romanzi, poesia e pittura». E non è, la Bora, uguale dappertutto: quella del Carso è diversa da quella di città, anche se è difficile stabilire la differenza, e in Trieste essa varia da quartiere a quartiere. La Bora di Rozzol non è quella di Roiano, o di Servola. A Gretta soffia una Bora, a San Vito un’altra e a San Giusto un’altra ancora, per non parlare di Chiarbola o di San Giacomo o del porto: come se si plasmasse e adeguasse alle case, ai comignoli, alle gru, fra ululati e disperazioni. Per non parlare della Bora che tormenta la Risiera di San Sabba, ancora animata dalle urla degli assassinati in quello che fu l’unico campo di sterminio in terra italiana, e permeata dell’odore acre dei loro cadaveri bruciati nel forno crematorio.

In principio fu Higgs: ma cos'è una scoperta?

La Stampa

 

Piero Bianucci

torino

 

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La scoperta del bosone di Higgs, annunciata il 4 luglio al Cern, si presta a molti commenti. Il primo è che non stiamo parlando di una particella come tante altre. Non solo completa e sigilla il Modello Standard delle particelle elementari, ma nei confronti dell’universo che possiamo osservare ha un valore fondativo del tutto speciale in quanto il suo campo genera le condizioni perché le altre particelle abbiano una massa. Non ci saremmo noi, la Terra, il Sole, le stelle senza particelle dotate di massa. Abbiamo dunque non trascurabili motivi di riconoscenza nei confronti di questo particolare bosone. La comparsa del campo di Higgs ci trasporta in un’epoca remotissima, quando dal Big Bang erano trascorse frazioni di tempo infinitesimali.

Subito dopo l’Istante Zero le forze fondamentali della natura oggi note – gravità, interazione forte, interazione debole, interazione elettromagnetica – erano fuse in una unica forza e avevano la stessa intensità. La prima a rendersi autonoma fu la gravità, intorno a 10 alla meno 43 secondi dopo il Big Bang. Il distacco della gravità dalle altre forze segna la prima rottura di simmetria. Seguì l’era inflattiva, durante la quale l’universo si espande enormemente e rapidamente, passando dall’essere quasi puntiforme a un diametro di una decina di metri. Qui, sotto la regia del campo di Higgs, si colloca una seconda rottura di simmetria che separa l’interazione forte dall’interazione elettrodebole. L’era elettrodebole parte intorno a 10 alla meno 32 secondi e si conclude a meno di un miliardesimo di secondo dal Big Bang con il distacco dell’interazione debole dall’interazione elettromagnetica.

Per effetto dei bosoni di Higgs le particelle si trovarono immerse in un campo (usiamo la parola nel senso che le diamo quando si parla di gravità, elettricità e magnetismo) che fece loro acquisire una specifica massa. E’ arduo spiegare il fenomeno in termini divulgativi (figuriamoci in termini rigorosamente fisico-matematici!). Possiamo tentare una analogia grossolana. Immaginiamo che durante l’era inflattiva l’universo sia fatto di vapore acqueo in rapida espansione e di minuti oggetti più o meno idrodinamici dispersi nel vapore. Con l’espansione il vapore si raffredda e condensa, dando origine a un oceano: questa transizione di fase da gas a liquido rappresenta la rottura di simmetria corrispondente al campo di Higgs. Spingere gli oggetti ora immersi nell’oceano richiede più o meno energia a seconda delle loro caratteristiche idrodinamiche. Poiché la massa corrisponde all’inerzia, cioè alla resistenza che un oggetto oppone ad essere accelerato, possiamo considerare la maggiore o minore resistenza dovuta alla cattiva o migliore idrodinamicità analoga alla massa delle particelle così come viene determinata dal campo di Higgs.

Particelle a perfetta idrodinamicità avranno si muoveranno alla velocità della luce e avranno massa zero (i fotoni), particelle a idrodinamicità più o meno imperfetta avranno massa rispettivamente più o meno grande.. A corollario del discorso il secondo commento: la scoperta di questo bosone pone la divulgazione scientifica di fronte a un limite pressoché invalicabile, ciò potrebbe corrispondere a una rottura di simmetria sociologica tra i fisici delle particelle – sacerdoti di una scienza inaccessibile – e i comuni cittadini, sia pure dotati di curiosità, intelligenza, cultura e buona volontà. Il terzo commento riguarda l’evoluzione del concetto stesso di scoperta. Eravamo abituati a scoperte che avvenivano come rivelazioni istantanee. Prima non si conosceva la penicillina, e poi Fleming l’ha individuata. Prima si ignoravano i satelliti di Giove, poi Galileo li ha osservati. Prima esistevano contraddizioni nella meccanica di Newton, poi la relatività di Einstein le ha risolte. Con Higgs non più così.

Per una scelta discutibile, i primi indizi del bosone furono annunciati, molto dubitativamente, alla fine del 2011. Il 4 luglio 2012 Fabiola Gianotti (esperimento Atlas) e Joe Incandela (esperimento CMS) hanno fornito dati molto più completi, ma non hanno ancora osato definirli definitivi. Una pubblicazione preliminare è prevista per fine luglio. Esperimenti e raccolta dati andranno avanti almeno fino a dicembre, quando LHC sarà spento per 18 mesi durante i quali la sua energia verrà raddoppiata, e solo allora forse avremo una certezza.
La scienza moderna è anche questo: le scoperte non sono più lampi di genio ma processi lunghi, collettivi e talvolta precari. La luce della conoscenza non si accende all’improvviso, le tenebre si diradano gradualmente, come in un lento albeggiare. Per Higgs e qualcun altro si profila il Nobel, ma l’ultima parola non è detta, l’ansia dell’attesa non è finita. La trasformazione della scoperta-flash in una scoperta-processo è una conseguenza della complessità delle ricerche attuali e degli strumenti necessari per svolgerle.

LHC, Large Hadron Collider, la macchina usata per cercare il bosone di Higgs, è una pista lunga 27 km a 100 metri di profondità sotto il Cern nella quale corrono quasi alla velocità della luce miliardi di miliardi di protoni, le particelle con carica positiva che insieme con i neutroni formano i nuclei atomici. In un secondo fanno 11.000 giri dentro un anello di magneti molti dei quali sono raffreddati con elio liquido a 1,9 Kelvin: questi magneti sono l’oggetto più freddo dell’Universo, in quanto, come sappiamo la temperatura corrispondente alla radiazione cosmica di fondo è di 2,7 Kelvin. Questo anello magnetico lungo 27 chilometri tiene i protoni prigionieri in un tubicino nel quale è stato fatto un vuoto paragonabile a quello dello spazio interstellare. Poiché i pacchetti di protoni corrono in direzioni opposte, è possibile farli incrociare tra loro. Ciò avviene in quattro punti, dove danno origine a 600 milioni di collisioni con una energia di 14 TeV (14 mila miliardi di elettronvolt mentre l’ambiente in cui viviamo è caratterizzato da energie di 1 elettronvolt).

È dai loro “rottami” che le migliaia di fisici di ATLAS e CMS sono riusciti a estrarre la particella di Higgs, e non in modo diretto, ma guardando ai prodotti del suo decadimento, come si può intuire guardando le immagini ricostruite al computer dai ricercatori del Cern (nella foto, un evento Higgs registrato con il rivelatore CMS). Nei primi tre mesi del 2012 LHC è arrivato a produrre 560.000 miliardi di collisioni protone-protone. Le collisioni raggiungeranno il milione e mezzo di miliardi (!) nel dicembre 2012, e a quel punto la statistica del bosone di Higgs dovrebbe essere sufficiente. I dati registrati per ciascuno dei grandi esperimenti di LHC riempiono ogni anno l’equivalente di 100.000 Dvd. Di fronte a questi numeri, si capisce anche che la parola “osservare” non ha più il significato di una volta. Sì, gli scienziati osservano, ma tra loro e la realtà (se questa parola ha ancora un senso) si interpongono moltissime mediazioni (teorie, macchine, rivelatori, computer...). E dire, alla fine, che cosa si conosce, è difficile. Molto difficile. Non parlatene a Gianni Vattimo. Troverebbe buoni argomenti per sostenere che non esistono fatti ma esclusivamente interpretazioni, se non altro nel senso che anche le verità scientifiche sono tali solo all’interno di una ermeneutica, sia pure condivisa dalla maggioranza della comunità scientifica.

Anticicloni: perché hanno questi nomi?

La Stampa

 

A CURA DI LUCA MERCALLI

torino

 

Un gran caldo continua ad assediare l’Italia. Cosa sta accadendo in questa estate?
Da un mese la penisola viene ripetutamente interessata da anticicloni che dal Nord Africa coinvolgono le regioni centro-meridionali con temperature diffusamente tra 35 e 40 gradi, mentre il Nord è rimasto più al margine, esposto a correnti atlantiche più umide e instabili, apportatrici di numerosi nubifragi. E anche questa settimana sono attese massime superiori a 40 gradi soprattutto negli entroterra di Sicilia, Basilicata e Puglia.

Ma in cosa consiste un anticiclone?
Si tratta di una zona – ampia anche alcune migliaia di chilometri – in cui la pressione atmosferica è più elevata rispetto alle regioni circostanti. Al suo interno prevalgono lenti moti discendenti, dalle alte quote verso il suolo, che tendono a surriscaldare e a disseccare l’atmosfera, per cui negli anticicloni la formazione di nubi e precipitazioni è ostacolata, e prevalgono così cieli sereni e venti deboli.

Un tempo si parlava soprattutto di «anticiclone delle Azzorre». Che fine ha fatto?
Il riscaldamento globale può causare variazioni nella circolazione generale dell’atmosfera, modificando le configurazioni meteorologiche tipiche di una regione. E in effetti sembra che la risalita degli anticicloni nord-africani, alimentati da aria molto calda proveniente da latitudini subtropicali, da alcuni anni sia divenuta più frequente rispetto alle incursioni dei temperati anticicloni atlantici. Non a caso queste ondate di caldo, benché siano sempre esistite, nell’ultimo decennio sono divenute più frequenti e intense. Anche il giugno appena concluso è risultato così il terzo più caldo dal 1800.

A proposito di anticicloni: dopo Hannibal a fine aprile, Scipione e Caronte in giugno, ora è arrivato Minosse.
Si tratta di una nomenclatura informale nata sul web che tuttavia ha fatto breccia tra i mezzi di informazione italiani, sovrapponendosi a quella ufficiale con cui l’Istituto di Meteorologia dell’Università di Berlino nomina anticicloni e depressioni che si avvicendano nei cieli d’Europa (www.wetterpate.de).

Dunque come funziona l’attribuzione ufficiale dei nomi delle alte e delle basse pressioni?
Dal 1954 il prestigioso Istituto meteorologico mitteleuropeo assegna nomi di persona per identificare più facilmente e in modo univoco alte e basse pressioni che attraversano il continente. Una pratica che inizialmente vedeva l’utilizzo di nomi maschili per le solari zone di alta e femminili per quelle piovose di bassa pressione, elemento che però suscitò imbarazzo per il sistematico affiancamento del cosiddetto «cattivo tempo» all’universo delle donne, cosicché dalla fine degli Anni Novanta si è scelto di alternare i generi di anno in anno, più o meno come si fa con gli uragani atlantici (www.nhc.noaa.gov/aboutnames.shtml).

Di preciso come vengono scelti i nomi?
Ogni autunno si apre al pubblico la possibilità di «adottare» un anticiclone o una depressione proponendo – a pagamento – il proprio nome o quello di una persona cara alimentando così gli elenchi che verranno seguiti l’anno successivo.

Una nomenclatura nata per mettere ordine, dunque...
Esatto, anche la comunicazione meteorologica – sia scientifica sia divulgativa – deve seguire delle regole. Inizialmente questa nomenclatura veniva utilizzata solo dagli addetti ai lavori ma, data la sua comodità ed efficacia, dagli anni Novanta ha preso piede anche presso i mezzi di informazione, dapprima in Germania e poi altrove in Europa. Molti ricorderanno la tempesta Lothar che, nel dicembre 1999, spazzò l’Europa centrale, o la depressione Josefine, responsabile dell’alluvione dell’ottobre 2000 in Piemonte e Valle d’Aosta, oppure ancora Rolf, che ha subissato di pioggia il Nord-Ovest italiano lo scorso novembre. Ciò serve anche ad avvicinare la gente ai temi dell’autoprotezione dagli eventi estremi.

Ma è un problema se in Italia nasce un’altra nomenclatura?
Di per sé non ci sono ostacoli alla proposta di sistemi alternativi per il battesimo delle configurazioni meteo, tuttavia si rischia la confusione, un po’ come già ora accade con i tifoni che si sviluppano sul Pacifico occidentale, a causa delle differenti modalità adottate dal servizio meteorologico giapponese e filippino.

Cosa conviene fare?
Accordarsi su cosa vogliamo battezzare e definire l’ente responsabile. Occorre insomma stabilire regole precise e univoche, evitando di dare l’errata impressione che i meteorologi, anziché concentrarsi nel prevedere eventi atmosferici pericolosi, litighino sul nome degli anticicloni!

Apple perde la battaglia dei tablet "Galaxy non è una copia dell'iPad

La Stampa

 

Il giudice inglese: "La tavoletta Samsung non è abbastanza cool"

 

Non c'è rischio di confondere un Galaxy Tab con un iPad, perché non è «abbastanza cool». Con questa motivazione un giudice inglese ha dato ragione alla Samsung contro la Apple in una causa per violazione della proprietà intellettuale. I tablet sudcoreani «non hanno la stessa raffinata ed estrema semplicità che è propria del design» registrato da Cupertino, ha sancito il magistrato dell'Alta corte Colin Birss. Ora la società fondata da Steve Jobs ha 21 giorni per presentare ricorso.
È un «pareggio» amaro quello ottenuto dalla Samsung dopo la sentenza della Corte d'appello federale della California, che la settimana ha scorsa ha confermato il divieto temporaneo della vendita negli Stati Uniti del suo ultimo tablet per l'infrazione di alcuni brevetti dell'iPad. «Se la Apple continuasse a presentare denunce eccessive in altri paesi basate su un progetti così generici, l'innovazione del settore potrebbe essere danneggiata e la possibilità di scelta dei consumatori indebitamente limitata», ha dichiarato un portavoce dell'azienda a Bloomberg.


Cupertino ha parlato invece di una «copiatura spudorata» da parte della concorrente. «Non è una coincidenza se gli ultimi prodotti della Samsung somigliano tanto ad iPhone e iPad, nella forma dell'hardware, nell'interfaccia per gli utenti e persino nella confezione», hanno detto dalla Apple. La battaglia legale continua con cause pendenti tra i due giganti delle telecomunicazioni in circa dieci paesi. Nello scontro in Gran Bretagna si sono rivelati decisivi lo spessore dei tablet Samsung, circa la metà di quello dei concorrenti americani e la presenza di «insoliti dettagli» sul retro. Negli Stati Uniti, invece, avevano avuto la meglio le prove che Samsung avesse modificato il suo prodotto per renderlo più simile a quello della Apple raccolte dal Tribunale distrettuale del Nord della California.
Apple ha venduto nel primo trimestre 2012 13,6 milioni di iPad secondo le rilevazioni DisplaySearch e controlla il 63% del mercato. Samsung è il suo rivale più temibile con circa 1,6 milioni di tablet venduti e una quota del 7.5%. Oltre a essere una concorrente, la società coreana è ancora uno dei principali fornitori di componenti della Mela morsicata, nonostante con l'intensificarsi degli scontri legali la Apple abbia cercato di diversificare i suoi partner commerciali.

Anche le fotocamere diventano smart

La Stampa

 

Samsung presenta tre macchine fotografiche con funzioni avanzate e connettività wi-fi

 

Samsung ha appena lanciato una nuova gamma di fotocamere  “smart”, come impongono le ultime tendenze dell''elettronica di consumo. In questo caso non si tratta di installare app, come su telefonini e tv, ma di un'avanzata funzionalità di condivisione via wifi con cui è possibile condividere le fotografie in tempo reale su social network (Facebook, YouTube, Picasa) e inviare gli scatti tramite e-mail ad amici e familiari. E' possibile portare su tutti i dispositivi immagini e video attraverso l'ecosistema Samsung: con TV Link le vengono visualizzate sullo schermo di una Smart TV, mentre Mobile Link consente di connettere la fotocamera a smartphone o tablet anche senza un punto di accesso alla rete.

I modelli NX1000, NX210 e NX20 sono tutti dotati di un sensore APS-C CMOS 16:9 da 20.3 Megapixel a elevate prestazioni, che garantisce immagini di alta qualità e risultati professionali. Tutti hanno dei controlli per  selezionare la durata dell''esposizione, il bilanciamento dei colori e i diversi parametri di scatto in modo semplice e intuitivo e per impostare al meglio l'inquadratura direttamente dal corpo lente. Sono disponibili anche nove obiettivi e una serie di accessori professionali per qualsiasi esigenza di ripresa. Per contrastare il costante calo nella vendita di fotocamere compatte, insidiate sempre più da vicino dai telefonini di ultima generazione, Samsung punta quindi sia sulla qualità delle immagini che sull''interazione fra i vari dispositivi.

Come ad esempio il Remote Viewfinder, che permette di controllare le impostazioni della fotocamera direttamente da Smartphone e Tablet Samsung. La compatta NX1000 è disponibile nei colori bianco, nero e rosa è arricchita da una serie di funzioni innovative, come SmartAuto 2.0 che identifica e seleziona automaticamente la modalità più appropriata per la scena modificando le impostazioni e Smart Link Hot Key, che rende semplice scattare e condividere istantaneamente le immagini. La NX1000 viene venduta in abbinata con lente 20-50mm II i-Function e Flash NG8. La NX210, dal design retrò in metallo, offre un display AMOLED da 3 pollici per visualizzare immagini e filmati in Full HD.

Viene venduta in abbinata con Lente 18-55mm OIS III i-Function e Flash NG8. La NX20 è infine  pensata per professionisti e fotografi amatoriali in cerca di un dispositivo capace di restituire risultati da reflex in un corpo macchina leggero e maneggevole, grazie anche alla pratica impugnatura ergonomica. Assicurando una velocità di scatto fino a 1/8000s e l'alta risoluzione SVGA EVF (Mirino Elettronico), NX20 permette di rivedere in tempo reale le fotografie sul display inclinabile Super AMOLED da 3 pollici, che migliora notevolmente la qualità di visione. La NX20 viene venduta in abbinata con lente 18-55mm III OIS i-Function.

Le funzioni creative delle nuove NX arricchiscono le immagini con un tocco artistico: i dieci Smart Filter e Selective Color permettono di ritoccare gli scatti per ottenere un risultato originale. Tutti i modelli dispongono infine di Smart Panel per accedere con facilità ai menù, oltre alle funzioni Panorama e 3D Panorama per catturare panorami estesi in un solo scatto.
Per  la NX1000 il prezzo consigliato al pubblico è di 649 €; per la NX210 di 799 €; la NX20 è a listino a 999 €.

Formigoni: «Grillo? Nulla da temere»

Corriere della sera

 

Grillo avvia la campagna per le dimissioni di Formigoni: «L'ho già battuto»

Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni dice di non aver nulla da temere dal leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, che ha avviato una campagna per ottenere le dimissioni di Formigoni, attaccato duramente da Grillo. Il governatore lombardo giudica poi disastroso il taglio dei trasporti previsto dalla spending review

Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni dice di non aver nulla da temere dal leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, che ha avviato una campagna per ottenere le dimissioni di Formigoni, attaccato duramente da Grillo. Il governatore lombardo giudica poi disastroso il taglio dei trasporti previsto dalla spending review

 

 

"Grillo al mare? I 5 Stelle siamo noi". Manifestazione a Milano contro Formigoni. Il comico, presente solo via Skype, ha attaccato il governatore della Lombardia: «Se non riusciremo a mandarlo via con la legge lo faremo in altro modo - ha aggiunto -: lo supplicheremo, lo massacreremo ai fianchi, se ne andrà per stanchezza, esausto fisicamente e psicologicamente. Se non riusciremo a mandarlo via con la legge lo faremo in altro modo - ha aggiunto -: lo supplicheremo, lo massacreremo ai fianchi, se ne andrà per stanchezza, esausto fisicamente e psicologicamente»

 

 

Mia moglie mi tradisce”, ma l’investigatore privato non scopre nulla. Legittima, comunque, l’azione a posteriori di disconoscimento del figlio: decisivo il Dna

La Stampa

 

A separazione in corso arriva l’ulteriore ‘bomba’: l’uomo vuole disconoscere il figlio, alla luce delle prove biologiche che rendono finalmente concreto il sospetto del tradimento da parte della moglie. Pomo della discordia, in ambito giudiziario, è la legittimità dell’azione. Decisivo è l’accertamento dell’infedeltà, che, in questo caso, arriva solo con i test biologici che attestano la non compatibilità tra padre e figlio. Il timore del tradimento, ovvero l’onta più grave per un marito: la propria moglie a letto con un altro uomo. Con l’aggiunta del tarlo di un dubbio enorme: mio figlio è davvero mio figlio? Così si spiega il ricorso ad un’agenzia investigativa a matrimonio in corso. Ma se questa operazione non porta frutto, ossia non attesta l’adulterio, allora l’azione di disconoscimento della prole, a distanza di un decennio, non può ritenersi decaduta: fondamentale il Dna (Cassazione, sentenza 11405/12).

Avviato, oramai, il percorso per la chiusura del rapporto coniugale, con relativo giudizio di separazione, a rendere la situazione ancor più delicata e complessa è l’azione di disconoscimento della paternità promossa dall’uomo, messa in moto a quasi dieci anni dalla nascita del figlio e fondata sulla scoperta che «la moglie aveva commesso adulterio». Ma, secondo la donna, l’azione non è più proponibile perché il marito si era «rivolto a un’agenzia di investigazioni già anni prima», per giunta senza «aver fornito la prova dell’adulterio» Quale linea è condivisibile? Per i giudici, sia di primo che di secondo grado, nessun dubbio: accolta la domanda di disconoscimento. Per un motivo fondamentale: nonostante l’«incarico a un’agenzia investigativa», solo «l’esito degli esami biologici», fatti eseguire dall’uomo, aveva portato alla «certezza dell’adulterio».

A tale proposito, peraltro, viene anche richiamata la decisione della Corte Costituzionale – numero 266 del 2006 – con cui è stata stabilita l’illegittimità della norma che «ai fini dell’azione di disconoscimento della paternità, subordina le prove biologiche alla previa dimostrazione dell’adulterio». È ancora la tempistica da applicare alla richiesta di disconoscimento della paternità, però, l’elemento rimesso nuovamente in discussione dalla donna: su questo cardine, difatti, si fonda il ricorso proposto in Cassazione. Secondo la tesi proposta ai giudici di terzo grado, difatti, l’uomo aveva «appreso in epoca anteriore dell’adulterio»: a testimoniarlo una foto ‘compromettente’ scoperta dall’uomo e il fatto che quest’ultimo si fosse rivolto, come detto, a un’agenzia investigativa per «verificare il sospetto di infedeltà».

Ma questi elementi sono di poca consistenza, ad avviso dei giudici, i quali, richiamando il principio secondo cui «solo dalla conoscenza certa dell’adulterio decorre il termine per l’esercizio dell’azione di disconoscimento», ribadiscono, condividendo quanto affermato in Appello, che «la certezza dell’adulterio» è arrivata solo con l’«acquisizione dei dati genetici». Complessivamente la «certezza dell’adulterio» è stata «acquisita» entro i termini previsti: legittima, di conseguenza, l’azione, e legittimo, in maniera definitiva, l’accoglimento della domanda proposta dall’uomo.

Le Lobby che immobilizzano il Paese Le innovazioni affossate dalle corporazioni

Corriere della sera

 

Storia della legislatura attraverso i 13 interventi sulle finanze

 

MICHELE AINIS


Si scrive spending review, si legge manovra strappalacrime. La terza del governo Monti, la tredicesima dall'avvio della legislatura. Un continuo stress per gli italiani; una chiamata alle armi per le lobby. Ne abbiamo in circolo delle più diverse specie: pubbliche o private, laiche o religiose, occulte o palesi, politiche o sindacali, professionali o industriali, e poi le banche, il terziario, le assicurazioni. Anche in quest'ultimo frangente hanno immediatamente posto un veto, dai farmacisti agli avvocati. Minacciano scioperi e serrate, ma la battaglia verrà decisa in Parlamento, quando il decreto del governo dovrà essere approvato. Perché è lì, nel valzer degli emendamenti scritti in ostrogoto, che si consumano favori a spese dello Stato, o che s'innescano precipitose retromarce per risparmiare questa o quella corporazione. E allora ripercorriamone la storia, magari può servirci a indovinare il futuro.

GUERRA DEI NOTAI CONTRO LA FIRMA DIGITALE- I primi tre interventi della legislatura cadono nel secondo semestre del 2008, assieme al battesimo del governo Berlusconi. Nell'ordine: il decreto legge anticrisi, convertito dalle Camere il 5 agosto (96 articoli, 707 commi); la Finanziaria, che arriva puntuale (sia pure in formato light) insieme con il panettone; un secondo decreto anticrisi, approvato il 28 novembre dal Consiglio dei ministri. Come al solito, molte pie intenzioni: per esempio la social card (400 euro) e un piano casa per i meno abbienti; la «Robin Hood tax», che accresce il prelievo fiscale per le imprese del settore petrolifero; un tetto al 4% per i mutui a tasso variabile. Molte polemiche: dalla Confindustria che giudica del tutto inadeguato il pacchetto di stimolo per l'economia, fino alle varie associazioni dei consumatori, anch'esse insoddisfatte. Retromarce, come quella innescata dal neoministro dell'Università Mariastella Gelmini, che esordisce sussurrando l'ipotesi di togliere il valore legale della laurea; ma il sussurro dura un attimo, giacché l'Adepp (l'associazione che riunisce le casse di previdenza professionale) alza subito un veto. Guerre fra categorie: la più cruenta divampa in estate fra notai e commercialisti, circa il passaggio di quote nelle srl attraverso una scrittura privata, siglata dalle parti con la firma digitale, e quindi senza timbro notarile. Sicché il Consiglio nazionale del notariato sferra il contrattacco con una pubblicità che elenca le insidie della firma digitale, mentre l'ordine dei commercialisti risponde con un comunicato che esalta le virtù della semplificazione.

LA BANCA DEL MEZZOGIORNOE L'IVA PER SKY - Ma ogni manovra è pur sempre una tavola imbandita, dove ciascuno trova di che sfamarsi. Così il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, riesce a imporre la Banca del Mezzogiorno, alimentandola con 5 milioni di fondi statali. Dispensa mance e spiccioli: fra l'altro 2 milioni per l'apicoltura, benché non molto tempo prima questa voce di spesa fosse stata presa ad esempio proprio da Tremonti per indicare sprechi di risorse. E tace quando il presidente del Consiglio (2 dicembre 2008) arriva a prospettare l'Iva al 50% per Sky, tv concorrente delle tv di Berlusconi. Alla fine ne verrà deciso il raddoppio (dal 10% al 20%) sulle pay-tv, decisione che rispecchia il nuovo clima istituzionale del Paese: perché adesso non sono più le lobby a condizionare dall'esterno l'azione dei governi, sono i governi che includono le lobby al proprio interno. È il caso di Mediaset, lobby di lotta e di governo.

IL FALLIMENTO DELLO SCUDO FISCALE - Punto e a capo, scocca il 2009. Quando le manovre sono due: quella estiva, con l'ennesimo decreto anticrisi; e poi la Finanziaria di dicembre. Il primo intervento vale 5 miliardi e mezzo; stringe un po' i conti pubblici, benché Tremonti s'affretti a dichiarare che la situazione sia sotto controllo (invece non lo è affatto, come dimostreranno le vicende successive); e ovviamente è corredato dal solito pacchetto di rinunce (l'annunciato giro di vite sulle banche) e di rinvii (la class action). Ma la sua perla più preziosa è lo scudo fiscale-ter: per favorire il rientro dei capitali italiani illegalmente detenuti all'estero, paghi il 5% e scatta l'assoluzione di Stato. Una misura premia-furbi, come immediatamente scrisse l'Avvenire, quotidiano non certo ostile all'esecutivo in carica. Una promessa tradita, dal momento che in campagna elettorale (31 marzo 2008) Berlusconi si era impegnato a non riaprire la stagione dei condoni. Un calcolo sbagliato: il governo aveva stimato il rimpatrio di 300 miliardi, l'anno dopo se ne conteranno solo 80. E in conclusione una ferita al principio di legalità, come se in passato non ne fossero state inflitte già abbastanza.

MILIONI ALLE SCUOLE PRIVATE - Quanto alla Finanziaria, esce dal forno con due soli articoli, farciti però da 247 commi. Innesca una querelle fra il governo e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, dopo la scelta di blindarla ponendo la questione di fiducia. Riattizza le polemiche sullo scudo fiscale, che tuttavia Tremonti difende a spada tratta, definendolo «la più grande manovra finanziaria mai fatta da un Paese negli ultimi anni». E naturalmente dispensa pacchi dono, ben infiocchettati sotto l'albero di Natale. 400 milioni per l'autotrasporto. 50 milioni alle emittenti radiotelevisive locali. 130 milioni alle scuole cattoliche, pardon, private. 120 milioni per le assicurazioni degli agricoltori, più altri 100 per il loro fondo di solidarietà. Infine 181 milioni d'interventi a pioggia. Soldi per il Belice, quarant'anni dopo il terremoto; per gli esuli di Fiume, Istria e Dalmazia; per le associazioni dei combattenti; per l'Unione italiana ciechi; per le vittime del terrorismo; per il Policlinico San Matteo di Pavia; per l'Istituto mediterraneo di ematologie; e via via, la lista ha più grani di un rosario.
La legge di stabilità

STIPENDI CONGELATI PER I DIPENDENTI PUBBLICI - Ma è l'ultima Finanziaria vecchio stile: il 16 dicembre 2009 il Senato esprime un sì definitivo alla riforma della contabilità pubblica, sostituendo questo strumento normativo con la legge di stabilità. E il nuovo stile? Tal quale il vecchio. La manovra approvata nel dicembre 2010 stanzia 100 milioni per l'editoria, 25 milioni per le università private, e al contempo rimpolpa le dotazioni delle Forze armate o del Servizio sanitario nazionale, magari a costo di prosciugare il Cinque per mille. Tuttavia è soltanto un dessert, un digestivo, perché il vero pasto si era già consumato in estate. Il decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito il 30 luglio dalle Camere, aveva propinato infatti una cura da cavallo all'economia italiana, per difenderla dalla crisi dell'euro: 24,9 miliardi il saldo complessivo. A danno, soprattutto, dei dipendenti pubblici, che si videro congelare lo stipendio per 3 anni; mentre sui dirigenti scattava una decurtazione del 10%. Ma la manovra estiva, come tutte le manovre dei nostri governi, distingue tra figli e figliastri: ci sono i sommersi e ci sono i salvati. D'altronde è in tali frangenti che si misura la forza di ogni corporazione, durante le intemperie, quando occorre mettersi al sicuro.

LA NORMA CHE SALVA LE BANCHE - Chi sono i salvati? Intanto le banche: il decreto governativo introduceva nuove tasse, il Parlamento le ha poi eliminate. C'era inoltre l'idea di istituire un'authority di controllo sulle fondazioni bancarie: caduta pure questa. In secondo luogo le assicurazioni, sulle quali incombeva una vera e propria purga, e che invece se la cavano con un maggior peso fiscale di 230 milioni. In terzo luogo i partiti: inizialmente il rimborso per le loro spese elettorali avrebbe dovuto subire un taglio del 50%, poi del 20%, infine si è fermato al 10%. Idem per le retribuzioni di ministri e sottosegretari, un dimagrimento più simbolico che sostanziale. In quarto luogo le Province: dovevano saltarne una decina, tutto rinviato al nuovo codice delle autonomie. In quinto luogo i magistrati, usciti vittoriosi da un lungo braccio di ferro col governo, durante il quale l'Anm aveva minacciato scioperi e sfracelli. La pace giudiziaria viene siglata all'ombra di un comma alquanto misterioso, sbucato fuori all'improvviso in Parlamento: «Nei confronti del personale di magistratura e dell'Avvocatura dello Stato, per il triennio 2013, 2014 e 2015 si applica l'adeguamento computato sulla base del triennio 2007, 2008, 2009». In pratica i magistrati scampano il blocco degli stipendi. Evviva.

GLI ORDINI PROFESSIONALI NON SI TOCCANO - Altro giro di boa, ed eccoci al 2011. Quando le manovre orchestrate per far quadrare i conti diventano addirittura 4: tre targate Berlusconi, l'ultima (a dicembre) con la firma in calce di Monti. Il primo colpo esplode a luglio; ma è un colpo a salve, nonostante le buone intenzioni. Quali? In primo luogo una stretta fiscale per le società che gestiscono i pedaggi autostradali, abbassando all'1% il limite alla deducibilità degli ammortamenti sugli investimenti delle concessionarie. «Un disincentivo», denuncia l'amministratore delegato di Atlantia, Giovanni Castellucci; «una cazzata», aggiunge soave il presidente dell'Aiscat, Fabrizio Palenzona. Detto fatto: provvedimento ritirato. Così come rientra in quattro e quattr'otto il proposito d'abolire gli ordini professionali, attraverso l'art. 39-bis della manovra. Apriti cielo: il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, esprime immediatamente il proprio sdegno; il presidente del Collegio nazionale dei periti agrari, Andrea Bottaro, denuncia l'attacco alle professioni; il presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, Andrea Mandelli, punta l'indice contro la liberalizzazione selvaggia; il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Claudio Siciliotti, definisce sconcertante il metodo seguito dal governo. E infine tutti questi presidenti armano la mano di 22 senatori-avvocati, che scrivono una lettera di fuoco al presidente del Senato-avvocato Renato Schifani, con il sostegno esplicito del ministro-avvocato Ignazio La Russa: amen, tutto rinviato alle calende greche.

IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA' «INIQUO» - Il mese dopo parte il secondo colpo, la manovra d'agosto. Quella che stabilisce un contributo di solidarietà per i redditi più alti, subito bollato come «inaccettabile e iniquo» da Confindustria e Federmanager. Risultato? Il contributo resta, ma solo per i dipendenti pubblici (5% sopra i 90 mila euro, 10% oltre i 150 mila euro). Sicché i lavoratori privati la fanno franca, a dispetto del principio costituzionale d'eguaglianza. Ma non può esserci eguaglianza nel Paese delle corporazioni, e proprio quest'ultima manovra lo dimostra nel modo più eloquente. Perché i parlamentari liberi professionisti riescono a dimezzare il taglio dell'indennità (da 2.700 a 1.500 euro mensili). I gestori degli stabilimenti balneari mancano per un soffio il blitz che avrebbe allungato fino a 90 anni la durata delle loro concessioni. I tassisti ottengono d'essere esentati rispetto alla pur timida liberalizzazione dell'accesso a talune attività economiche. Infine la Chiesa cattolica respinge con successo gli emendamenti sull'Ici per le proprie attività commerciali. D'altronde in Italia le chiese sono tante, ciascuna col suo santo in Paradiso. Ma nessun santo salva il governo Berlusconi, ormai giunto all'ultima curva del circuito: il 12 novembre le Camere approvano la legge di stabilità, lo stesso giorno il presidente del Consiglio si dimette.

BOICOTTATE LE LIBERALIZZAZIONI DI MONTI - Nasce perciò il governo Monti, e qui passiamo dalla storia alla cronaca. Perché è ancora fresco il ricordo del fuoco di sbarramento alzato dalle lobby contro il decreto «salva Italia» (4 dicembre 2011), e successivamente contro il decreto «cresci Italia» (24 gennaio 2012, salutato in Parlamento da 2.299 emendamenti). Sicché la vendita al supermercato dei farmaci di fascia C va a farsi benedire; i tassisti scansano le liberalizzazioni; i commercianti le rinviano in nome della competenza regionale; i petrolieri mantengono il vincolo di fornitura in esclusiva sui carburanti (a eccezione dei benzinai proprietari della pompa: ma sono il 2% appena del totale). Mentre le banche, nello stesso giorno in cui entra in vigore la legge che azzera le commissioni bancarie (25 marzo 2012), ne ottengono il ripristino con un decreto legge, anche perché nel frattempo i vertici dell'Abi si erano dimessi in blocco. Insomma, una legge effimera come una farfalla; ma dopotutto in Italia le manovre dei governi sono sempre instabili e precarie. L'unico dato permanente è la forza plumbea delle corporazioni.

 

9 luglio 2012 | 18:21