domenica 8 luglio 2012

Il 9 luglio il giorno del giudizio del Web?

Corriere della sera

 

L'Fbi staccherà i server sostitutivi per utenti infettati dal virus Dns Charger. E chi non lo ha rimosso rischia di rimare a piedi

 

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La data da tenere d'occhio è lunedì 9 luglio. Quello che i catastrofisti chiamano «il giorno del giudizio Web», meglio noto in inglese come doomsday. Il motivo di tanto allarmismo? Molti computer, anche italiani, potrebbero rimanere offline. Il 9 luglio, infatti, l'Fbi metterà fuori uso i server utilizzati per reindirizzare il traffico degli utenti colpiti dal malware Dns Charger, diffuso nel 2007 e che ha contagiato 4 milioni di computer nel mondo, come spiega il Washington Post.

UN VIRUS CHE VIENE DAL FREDDO -La storia di questo virus pare essere in procinto di risolversi. Dopo aver annunciato in novembre l'arresto dei sette responsabili della sua diffusione, pizzicati in Russia e poi estradati negli Usa, l'Fbi aveva risolto temporaneamente il problema sostituendo i server controllati dai malfattori. Il Dns Charger infatti converte i nomi dei siti web in indirizzi IP e viceversa (una sorta di rubrica telefonica per semplificare la navigazione), interferendo con il sistema Dns, e dirottando il traffico verso siti illegali e appositamente manipolati per truffare gli utenti, compromettendo il sistema di sicurezza del computer stesso. Quindi, per far sì che gli ignari utenti colpiti dal malware potessero continuare a navigare senza problemi dopo il sequestro dei server truccati,

l'Fbi aveva reindirizzato il loro traffico Internet su alcuni server puliti . Ora però questi server vanno spenti e chi nel frattempo non ha provveduto ad eliminare il virus dal suo computer rischia di rimanere a piede. Secondo l'Afp all’inizio di giugno erano ancora più di trecentomila, la maggior parte negli Stati Uniti, ma con tutta probabilità diffusi anche in Italia, Germania, India, Gran Bretagna, Canada, Francia e Australia, a non aver ancora "disinfestato" il computer. Per verificare lo stato di buona salute del proprio computer basta cliccare su DNSChanger Working Group. In caso di presenza del virus il sito mette anche a disposizione una serie di strumenti per risolvere il problema: backup di tutto prima e poi scansione antivirus, magari multipla. In modo da evitare brutte sorprese

 

Marta Serafini
@martaserafini6 luglio 2012 (modifica il 8 luglio 2012)

Sicilia, il governatore Lombardo assegna la poltrona ad un detenuto

Corriere della sera

 

Si tratta di Eugenio Trafficante che ha dovuto rinunciare perchè è in carcere per stalking

 

Nella foga di distribuire incarichi e consulenze, nonostante sia ormai a poche settimane dalle dimissioni, Raffaele Lombardo ha messo dentro anche uno che è già dentro...ma in carcere. È l'ultima incredibile storia che arriva da quella fabbrica di poltrone che è la Regione Siciliana. Qualche giorno fa il governatore siciliano ha nominato presidente del collegio dei sindaci di «Sicilia e-servizi», una delle partecipate della Regione che si occupa di informatizzazione, un detenuto. Si tratta di Eugenio Trafficante, commercialista di Burgio arrestato per stalking.

CI DOVEVANO INFORMARE - «Qualcuno avrebbe dovuto comunicarci in tempo utile che il professionista designato era stato colpito da un provvedimento restrittivo», ha replicato il commissario liquidatore di «Sicilia e-servizi» Antonio Vitale. E poi aggiunge: «Faremo gli approfondimenti dovuti». «Il reato di cui è accusato poco ha a che fare con l'attività di revisore dei conti: l'eventuale revoca - aggiunge - è una questione di opportunità che devono valutare i soci». Eugenio Trafficante, 61 anni, è stato per anni assessore della giunta di Sciacca e di un altro piccolo comune sempre in provincia di Agrigento.

LE REAZIONI - «Il Lombardo dei record, negativi ovviamente, è tale da provocare l'indignazione popolare». Lo afferma il coordinatore del Pdl in Sicilia, Giuseppe Castiglione, che aggiunge come «in un momento di difficoltà economica come questo dove tutti i cittadini sono chiamati a fare sacrifici enormi, in cui non si fa altro che parlare di tagli agli sprechi, di spending review, di abolizione delle province, di concorsi bloccati per anni nella pubblica amministrazione, le centinaia di nomine del presidente Lombardo suonano come l'ennesima dimostrazione di cattiva gestione della cosa pubblica e di disinteresse per il bene dei 5 milioni di siciliani».

 

Redazione Online8 luglio 2012 | 19:16

La vita spericolata di Mick Jagger Quando Carla Bruni impazzì per lui

Corriere della sera

 

Alla vigilia del cinquantenario dei Rolling Stones, un libro ripercorre amori (ben 4000) e fortune del rocker

 

Mick Jagger, 68 anni Mick Jagger, 68 anni

 

MILANO - E dire che ormai beve solo centrifugati di verdure, si dedica al jogging e pare si sia chetato anche sotto le coperte. E' così, sembrerebbe un tranquillo pensionato del rock, l'ultimo Sir Mick Jagger che veleggia verso i settant'anni, mentre l'11 luglio i Rolling Stones compiono mezzo secolo (se si sta al primo concerto dal vivo, al leggendario Marquee di Londra). Anniversario questo celebrato da un libro fotografico, in uscita il 12 "Rolling Stones 50" (Rizzoli).


SMISURATEZZE - Ma se sei stato «il» rock'n'roll, inteso nell'accezione più trasgressiva del termine, non basta qualche capello bianco e una carota bollita per metter fine al mito: è questa la missione di "The Wild Life and The Mad Genius of Mick Jagger", del giornalista americano Michael Andersen. Dove l'ego smisurata ( e la smisurata libido) del linguacciato Stone riemergono con potenza.

4000 CONQUISTE - Alcuni stralci del libro si leggono qua e là in rete: intervistando amici, famigliari, amanti viene ricostruita tutta l'incredibile cavalcata di Mick. A partire dal censimento delle sue conquiste: ben 4000 sono le donne che si sono accompagnate a Jagger. Dove le celeberrime (ma anche i celeberrimi) non mancano: Madonna, Angelina Jolie, Linda Ronstadt, Uma Thurman, Carla Bruni. E poi laPrincipessa Margaret, Daryl Hannah o Tina Turner. E, si è sempre vociferato, David Bowie.

«SARO' SEMPRE LA TUA AMANTE» - Ma le prime rivelazioni riguardano principalmente due della lista di cui sopra: se Angelina Jolie fu quasi costretta dalla madre, ossessionata evidentemente dal mito Jagger, ad unirsi al rocker, la nostra Carla perse letteralmente la testa. Secondo Andersen, la futura Lady Sarkozy gli fece lasciare la moglie Jerry Hall, giurandogli: «Sarò sempre la tua amante"» Mentre l'allora gelosissimo compagno di lei, Eric Clapton minacciò, anzi supplicò l'amico.: "Questa no, ti prego, penso di essere innamorato". Inutilmente perché implacabile in questioni di signorine. Tant'è che proprio Jerry Hall (ma anche l'eterno sodale Keith Richards) gli consigliarono di farsi curare da uno psichiatra perché "sessodipendente".

VORACITA' DI OGNI GENERE- Ma non si indugia solo sulla voracità carnale di Jagger nel libro di Andersen: si narra dell'altrettanta voracità in fatto di droghe (le provò tutte prima di smettere definitivamente); del lungo e turbolento "matrimonio" sonoro con Keith Richards; degli incontri, a volte finiti a male parole, con i Grandi della terra e delle sue fortune (si parla di un patrimonio di 400 milioni di dollari). Oltreché del suo genio, ovviamente, se i Rolling Stones ancora oggi son sinonimo di rock, di fatto la band più longeva del pianeta. Se mai Mick avesse solo sfiorato l'idea, ora è chiaro che la pensione può aspettare.

 

Matteo Cruccu
corriere_musica@twitter
8 luglio 2012 | 17:15

Animali, Teddy Boy trova casa in Italia

Corriere della sera

 

Cinque levrieri greyhound sfuggiti al racket delle corse rischiavano di essere soppressi. Brambilla: «Vietare competizioni assurde»

 

Teddy Boy Teddy Boy

 

Non erano abbastanza veloci e per questo stavano per fare una brutta fine. Il levriero Teddy Boy, diciotto mesi e 29 chili di peso, e suo fratello Limo sono stati abbandonati perchè non idonei alle competizioni. In Gran Bretagna - dove sono nati e dove è forte il racket delle corse - rischiavano di essere soppressi, ma per fortuna hanno trovato una casa in Italia. I due fratelli fanno parte di un gruppo di cinque levrieri a pelo raso - i famosi greyhound - provenienti dall'Animal Welfare Sanctuary di Limerick (Irlanda), che sono stati adottati da altrettante famiglie italiane grazie al lavoro svolto dall’associazione «Sos levrieri».

70 CHILOMETRI ALL'ORA - I levrieri a pelo raso (o greyhound) sono animali tra i più veloci e possono raggiungere rapidamente i 70 chilometri all'ora. Proprio per questo, nei paesi anglosassoni, e in Oriente, sono utilizzati nei cinodromi. Nella sola Irlanda l'industria delle corse genera un giro d'affari di circa 500 milioni di euro. Ma quella dei levrieri non è una bella vita: tra il 14 e il 17 per cento dei cuccioli viene soppresso in giovane età perché inadatto alle corse, altri spariscono perché si mostrano lenti, si fanno male o semplicemente chiudono la loro breve carriera di corridori (a 4 anni circa).

Michela Brambilla e Teddy Boy appena adottatoMichela Brambilla e Teddy Boy appena adottato

 

SOPPRESSI - Secondo un'inchiesta della Bbc, ogni anno in media vengono «ritirati» dalle corse circa 25 mila greyhound. Di questi solo alcune centinaia sono dati in adozione. In Inghilterra e in Irlanda, infatti, la legge considera i greyhound animali da reddito, per eludere le norme più severe dettate sugli animali d'affezione.

FOSSA COMUNE - I cani «inutili» sono soppressi. Se va bene, con una puntura. Altrimenti con metodi violenti ed illegali. Nell’aprile scorso, proprio a Limerick, è stata scoperta una cava con le carcasse di decine di cani uccisi anche a martellate.

TEDDY BOY - Ad una fine simile è sfuggito Teddy Boy, diciotto mesi, 29 chili di peso, pelo nero, abbandonato con il fratello Limo perché non idoneo alle corse. I due animali sono stati trovati in un canile gestito da un uomo molto violento. Erano lì, chiusi in box piccolissimi, in mezzo alle proprie deiezioni, percossi e terrorizzati, in attesa di essere eliminati perché non portavano reddito. Nel rifugio di Limerick sono stati curati, sverminati, vaccinati e sterilizzati, insomma, preparati per l’adozione. Teddy boy ha trovato una famiglia in Liguria, Limo è ancora in attesa.

I cinque levrieri adottati in Italia I cinque levrieri adottati in Italia

 

ALTRI IN ARRIVO - Altri greyhound arriveranno in Italia a settembre grazie all'associazione «Sos Levrieri» e alla Federazione italiana associazioni diritti animali e ambiente cui aderisce. «La federazione - assicura Michela Vittoria Brambilla, ex ministro del Turismo – è impegnata per aiutare questi dolci sfortunati animali, vittime inconsapevoli dell’avidità di uomini senza scrupoli. Anche in questo caso è la semplice appartenenza ad una razza a segnare, in peggio, il destino del cane. Nei paesi anglosassoni, per i Greyhound, infatti, non valgono le stesse tutele degli animali d'affezione e i maltrattamenti, sia a livello fisico che psicologico, ai quali sono sottoposti in nome del lucro e del profitto sono davvero inaccettabili. Queste assurde competizioni devono cessare per sempre».

 

Carlotta De Leo

8 luglio 2012 | 16:46

Salvate Lennox

La Stampa

 

L'appello degli animalisti di tutto il mondo

Lennox, il cane "condannato a morte", sul profilo Facebook dedicato

 

«Grazia per Lennox». E' questo l'appello degli animalisti italiani alle autorità britanniche, che hanno condannato un cane irlandese (Lennox, appunto) a morire perché troppo simile a un pitbull. A chiederlo è la Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente, che si dichiara intenzionata a fare ricorso presso la sede internazionale preposta alla tutela dei quattro zampe per fermare «l'assurda esecuzione del cane Lennox. Il meticcio di sette anni è stato condannato a morte dalle autorità di Belfast (Irlanda del Nord) non per aver morso o aggredito qualcuno, ma solo perché assomiglia ad un pitbull, razza considerata pericolosa dalla legislazione locale. Una decisione tanto ingiusta quanto inaccettabile, un clamoroso caso di violazione dei diritti degli animali come dei cittadini».

Lennox è sottratto alla sua famiglia nel maggio del 2010. Da allora si trova in una località sconosciuta ed è iniziata una battaglia legale giunta fino alla Corte d'Appello. Il 12 giugno scorso,  il collegio giudicante ha confermato la condanna a morte di Lennox pronunciata da corti di rango inferiore secondo il Dangerous Dog Act. La motivazione è la sua eccessiva somiglianza con un pitbull.
In teoria sarebbe stato possibile un ulteriore ricorso alla Corte suprema di Londra, ma i proprietari del cane hanno rinunciato su consiglio degli avvocati. L'esecuzione potrebbe aver luogo lunedì o martedì.

Le associazioni americane per la protezione dei quattro zampe  hanno organizzato una manifestazione a tema davanti al consolato inglese di New York. L'evento è previsto per lunedì e vi parteciperanno alcune star. In Italia, l'Enpa ha sollecitato un intervento dell'ambasciatore del Regno Unito in Italia e del primo ministro dell'Irlanda del Nord. Inoltre, ha chiesto un atto di clemenza alla Regina Elisabetta II, confermando la disponibilità ad accogliere Lennox in Italia.
«Nonostante il cane abbia le ore contate, si continua a sperare in una soluzione più umana e più ragionevole», sottolineano gli animalisti. Le associazioni animaliste invitano tutti gli italiani a contattare via mail l'ambasciata britannica in Italia (InfoRome@fco.gov.uk) per chiedere che Lennox sia risparmiato.

Un ulteriore appello partirà dal mondo della musica e dello spettacolo durante il concerto "Monza for Animals" che Enzo Iacchetti, "I Nomadi", Irene Fornaciari, Tonino Carotone e molti altri artisti hanno accettato di tenere a sostegno degli animali.
«Siamo determinati a denunciare questa assurda normativa nelle sedi internazionali. Non è pensabile che una creatura innocente possa essere condannata a morte solo perché "somiglia" a una razza ritenuta erroneamente e irresponsabilmente pericolosa», afferma Carla Rocchi, presidente dell'Enpa.

«Questa storia incredibile - aggiunge Michela Vittoria Brambilla, presidente della Leidaa - mostra a quali paradossi può arrivare una normativa fondata sulla "presunzione di aggressività e di colpevolezza" per alcune razze canine. Ciò che fortunatamente nessuno osa più sostenere per gli uomini, teorie lombrosiane secondo cui i criminali si riconoscono dai alcuni tratti del cranio, per i cani è purtroppo ancora valido, in un Paese civile come il Regno Unito. Ma noi ci opporremo».
Intanto si moltiplicano anche su Facebook i gruppi italiani e internazionali che chiedono di salvare il cane innocente: «Lennox free».

Epidemia di colera a Cuba" L'incubo è la fuga di turisti

La Stampa

 

I media: «Contagio partito da Haiti». I consigli agli stranieri sull'isola: «Niente pesce crudo e acqua soltanto in bottiglia»

 

L'epidemia sarebbe partita da Haiti

 

Gordiano lupi

L'edizione odierna del periodico digitale Diario de Cuba, riporta la dichiarazione di Ana Celia Rodríguez, membro delle "Dame in Bianco", secondo cui ci sarebbero 29 casi mortali di colera sull'isola caraibica. Fonti ufficiali legate alla sanità cubana confermano episodi di colera più o meno gravi a Guantanamo, Santiago de Cuba, Manzanillo (primo focolaio dell'epidemia), Bayamo, Santa Clara, L'Avana, Sancti Spíritus, Trinidad e Las Tunas.

Pare che il contagio sia partito da Haiti dove è impiegato molto personale medico e paramedico cubano per combattere i focolai infettivi. I medici dicono di evitare di consumare i frutti di mare, che quasi nessun cubano mangia: il consiglio è quindi rivolto soprattutto ai turisti. E' indispensabile fare attenzione a non consumare nessun tipo di pesce o mollusco crudo, ma bollire ogni prodotto che proviene dal mare. Importante, inoltre, fare attenzione all'acqua potabile, meglio bere acqua in bottiglia, ma se non è disponibile, portare a ebollizione l'acqua del rubinetto, quindi raffreddarla prima di consumarla.

Il governo non è propenso a diffondere informazioni su questa grave epidemia di colera, perché teme una ricaduta negativa sul mercato del turismo, fonte importante di reddito, che adesso vive il periodo di maggior afflusso.

La battaglia delle vedove di Monaco 1972 per un minuto di silenzio alle Olimpiadi

Corriere della sera

 

Vogliiono un minuto di silenzio in ricordo della strage del 1972

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di Davide Frattini

TEL AVIV — Di nove Olimpiadi in trentasei anni ne ha mancata una sola — a Mosca nel 1980 Israele non partecipava — fin da Montreal 1976 quando già aveva cominciato a tempestare il Comitato internazionale con lettere che all’inizio neppure ricevevano risposta. Sugli spalti per ricordare quello che i burocrati dello sport globale non vogliono commemorare. O almeno non vogliono rievocare dentro lo stadio per paura — dicono — che la politica contamini i Giochi, che le delegazioni arabe prendano e se ne vadano.

Anche questa volta Ilana Romano sarà a Londra, la mano stretta a quella di Ankie Spitzer, le vedove di due tra gli undici atleti uccisi a Monaco nel 1972. Insieme in silenzio per il loro rito privato che vorrebbero diventasse collettivo. «È da allora che stiamo combattendo contro questa macchina gigantesca per ottenere un minuto di raccoglimento durante la cerimonia di apertura — racconto Ilana —. Non pretendiamo che venga menzionata la loro nazionalità, chiediamo che siano ricordati come i figli delle Olimpiadi, gli sportivi che andarono a Monaco in pace e ritornarono nelle bare».

Sul comò all’ingresso le foto sono quelle delle tre figlie e degli otto nipotini. «La più piccola aveva sei mesi, quando Yossef è stato ammazzato. Ero andata in Italia a partorire dai miei genitori, così è nata a Pistoia. Yossef ha ricevuto la convocazione per i Giochi e siamo tornati in Israele perché doveva allenarsi». Di origine libica, sollevatore di pesi, dieci titoli nazionali, è il secondo a essere ucciso, dopo aver attaccato uno dei terroristi palestinesi del gruppo Settembre Nero che hanno fatto irruzione nelle stanze degli israeliani. È il 5 settembre, il giorno dopo sarebbe dovuto tornare a casa per operarsi al ginocchio lesionato nelle gare, il suo cadavere viene lasciato davanti agli ostaggi come avvertimento.

Giovedì scorso Ilana ha festeggiato il matrimonio di Anouk, la figlia di Ankie e Andrei Spitzer, che era l’allenatore della squadra di scherma. «Lì ho ricevuto la notizia che mi dà qualche speranza, perché Sebastian Coe avrebbe annunciato di voler commemorare le vittime durante l’apertura. E se lo dice il presidente del comitato organizzatore…». In realtà il belga Jacques Rogge, il capo del Cio, continua a ripetere il suo no al minuto di silenzio. «Nessuno ha cancellato quella strage, i morti sono sempre stati ricordati. Io a Monaco c’ero».

Durante ogni Olimpiade la delegazione israeliana organizza una commemorazione, quest’anno è fissata per il 6 agosto e Rogge promette di partecipare. «È importante, ma non è la stessa cosa», commenta Ilana. Con Ankie ha raccolto su Internet 90 mila firme ed è riuscita ad avere l’appoggio di Guido Westerwelle, ministro degli Esteri tedesco, che invoca «un momento di riflessione, quarant’anni dopo». Ilana ha dovuto affrontare anche Alex Gilady, il rappresentante israeliano nel Comitato, che si oppone al minuto di silenzio «perché potrebbe danneggiare lo spirito di armonia e spingere alcune nazioni a boicottare i Giochi».
Gilady — ricorda Ilana — era a Monaco come giornalista sportivo. «Non lo capisco proprio, è stato lui a tornare con l’aereo che portava le undici bare». Lo fa arrabbiare quanto una delle «scuse» proposte dal Cio: il protocollo non prevede una cerimonia come il minuto di silenzio. «Se alla fine non ce lo concederanno, invito il pubblico dello stadio olimpico di Londra ad alzarsi in piedi alle prime parole del discorso di Rogge. Sarebbe una vittoria dello sport».

 

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Occhio all'accendino, dura mille anni

Corriere della sera

 

Un decalogo per trattare bene spiagge e mare: ciò che si abbandona nella sabbia può inquinare per secoli

 

Fazzolettino di carta 3 mesi; mozzicone di sigaretta da 1 a 5 anni; bucce di arancia o banana oltre 2 anni; gomma da masticare 5 anni; cannuccia da 20 a 30 anni; accendino di plastica da 100 a 1.000 anni; bottiglia di vetro 1000 anni; bottiglia di plastica mai completamente. Sono i tempi di decomposizione dei rifiuti più comuni che durante i mesi estivi si accumulano sulle spiagge italiane. E l'idea che un accendino di plastica lasciato oggi potrebbe essere ritrovato da un nostro discendente di 300ma generazione dovrebbe risultare abbastanza agghiacciante da farci prima di tutto riflettere e poi da farci cambiare certe brutte abitudini. Appunto per aiutarci a cambiare sarà distribuito sulle spiagge italiane un decalogo dal titolo «Spiagge accoglienti e mare pulito per tutti e per chi verrà domani» messo a punto da un certo numero di associazioni ambientaliste e animaliste: la Federazione italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente e le associazioni animaliste chiliamacisegua, Enpa, Lav, Lega del cane, Leidaa, Oipa e le ambientaliste Fai, Lipu, Pronatura e Wwf.

CONSIGLI UTILI - Nel manifesto-decalogo, presentato a Ostia sabato 7 luglio, ci sono un certo numero di consigli utili: come tenere la spiaggia pulita, come comportarsi con gli animali domestici e quelli marini, i limiti da rispettare con le barche a motore, che tipo di creme solari usare. Insomma, tutto quanto serve per ridurre al minimo l'impatto della nostra vacanza sugli ecosistemi costieri. «L'ambiente - ha detto Stefano Leoni, presidente Wwf Italia - non è solo un diritto ma anche un dovere. In spiaggia non ci si può comportare come se ci si trovasse in città, ma occorre adottare tutte le precauzioni e le buone pratiche necessarie per la tutela dell'ecosistema di cui stiamo usufruendo».

L'IMPORTANZA DEI PICCOLI GESTI - Michela Vittoria Brambilla,fondatore della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente e presidente di Leidaa, ricorda che «per un'efficace salvaguardia dell'ambiente occorre innanzitutto un grande mutamento culturale». Infatti, prosegue l'ex ministro del Turismo, «se non cambiamo il nostro modo di vivere, se non prestiamo attenzione anche ai piccoli gesti della vita quotidiana, rischiamo di contribuire ad un collasso globale e di dover affrontare improvvise e irreversibili alterazioni delle funzioni vitali del pianeta».

 

Redazione Online7 luglio 2012 | 22:54

Al centro della guerra più lunga del mondo La Birmania dei guerrieri Karen

Corriere della sera

 

Da decenni la battagliera minoranza etnica si oppone al governo. Sulle montagne dell'Est uomini armati e bambini denutriti

 

KAW LA MEE (Birmania) - Nella regione della Birmania in cui mi trovo (così almeno si chiamava quello Stato prima che, nel 1989, fosse ribattezzato Myanmar dalla giunta militare tuttora al governo) è in corso un conflitto armato che viene considerato la più lunga guerra civile del mondo. Le iniziative, fatte da ambo le parti, per bloccare l'attività bellica non hanno avuto esito. Tutte le proposte di «cessate il fuoco» dai primi anni Sessanta ad oggi, sono state annullate.

C'è un villaggio, in Birmania, dove vivono una quarantina di famiglie e che si chiama Little Verona: il nome non si ispira al capolavoro shakespeariano di «Giulietta e Romeo» ma al sostegno e al contributo che gli italiani hanno dato per la ricostruzione di un paese ridotto in polvere da un'onda di criminali. Ed è proprio lì che abbiamo fatto conoscenza coi dolori e le vicissitudini dei Karen, uno dei più tragici e tormentati gruppi etnici della zona.

Sia subito chiaro che i Karen (la cui percentuale è attorno al 7% della popolazione birmana, numero assai difficile da verificare) hanno un ruolo predominante nel Paese fin da 1949, un anno dopo l'indipendenza dall'impero britannico. La Birmania è un intrico di più di cento gruppi etnico-linguistici in permanente dissidio tra loro, che si possono dividere in due fazioni: la prima sommariamente schierata con la giunta militare, la seconda composta dai gruppi che invece intendono mantenere la propria identità.

 

 

Piove a dirotto e le strade di montagna che dobbiamo percorrere per arrivare in quel misterioso e arcigno paesaggio che è l'eremo dei Karen sono tutte una melma di fango dove le ruote del trattore, su cui Luigi e io siamo accovacciati, girano disperatamente a vuoto. I cinque soldati di scorta che ci hanno accollato per badare alla nostra incolumità sghignazzano felici come scolaretti in libera uscita, mentre uno mi avverte di stare tranquillo: «Mister, no problem». L'incontro con i partigiani della Birmania avviene in un remoto villaggio lungo il confine thailandese nord-occidentale ed è lì, tra le elucubrazioni un po' enigmatiche del nostro interprete, che cerchiamo di capire quanto sia avvenuto in questa estrema landa del mondo dopo l'ultimo conflitto mondiale.

Verso la metà degli anni Novanta, a causa di conflitti armati, decine di migliaia di Karen vivevano nei campi-profughi lungo la frontiera thailandese-birmana, mentre circa due milioni di immigrati dalla Birmania avevano trovato lavoro (sottopagati) nel Paese vicino. Scomodi e sospettati, questi Karen, di discendenza tibetano-buddista, conversavano in dodici dialetti diversi, ma la vita era difficile, precaria, per cui sbarcano in Thailandia in cerca di lavoro mentre a Yangon la Knu (Karen national Union) si pone a capo del Movimento nazionalista.

Nel 1962 il regime militare, nel tentativo di eliminare le «identità culturali e politiche non birmane», mette al bando nelle scuole l'insegnamento di lingue non nazionali e l'idioma dei Karen scompare dai programmi. Da allora c'è stato un devastante peggioramento socioeconomico nel Paese (comprese le aree abitate dai Karen). Secondo statistiche ritenute attendibili, il 32 per cento della popolazione vive sotto il livello di povertà, mentre un altro dato angoscioso informa che un terzo dei bambini sotto i cinque anni è affetto da malnutrizione.

Nel nostro viaggio verso l'eremo dei guerriglieri Karen in territorio birmano arriviamo in un villaggio appollaiato sotto la montagna dove vivono 29 famiglie, 150 persone in tutto (40 sono i bambini che frequentano la scuola). «I governativi qui non sono mai arrivati. Forse sapevano che non avrebbero avuto una buona accoglienza - dice il sindaco Ta Koh, 56 anni -. Noi Karen abbiamo fatto la rivoluzione nel 1964». Pochi passi più sopra c'è il villaggio di Kaw La Mee dove il primo cittadino racconta di quei «bastardi» di governativi che uccidevano «i nostri uomini» o li sottoponevano ai lavori forzati «mentre davano fuoco alle nostre povere case», distruggendo interi abitati. «Io sono un militare. Ho sotto il mio comando i battaglioni 201 e 102».

Come punirà i governativi che si sono resi colpevoli di tante atrocità? «Se avessi la possibilità - dice un uomo che vuole restare anonimo - li ripagherei con la stessa moneta, la stessa ferocia. Con quello», aggiunge, indicando un fucile con il cannocchiale appeso alla parete. Anche un altro gruppo etnico molto consistente, quello dei Kachin (60 mila persone sparse su un vastissimo territorio al confine della Cina settentrionale), sta vivendo l'amara esperienza dei Karen, anch'esso alla ricerca di un'autentica autonomia. Pure qui il rimpatrio volontario della gente costretta ad abbandonare i propri villaggi è molto lento. Perché nessuno si illude di trovare condizioni socioeconomiche e politiche migliori di quelle che s'era lascato anni fa alle spalle. Nonostante la recente liberazione di alcuni detenuti politici, non c'è per ora alcuna garanzia che il regime di Yangon intenda davvero concedere uguali diritti e uguali opportunità ai dissidenti delle comunità etniche non birmane.

«Il governo della Birmania - apprendo da un quotidiano locale - è il solo regime al mondo a disseminare mine antiuomo che in 10 anni avrebbero causato la morte e il ferimento di migliaia di persone». Ne ho avuto conferma visitando un centro di riabilitazione a Mae La, in Thailandia, dove la maggior parte dei ricoverati aveva perso le gambe, le braccia e anche gli occhi saltando in aria. Però qui t'informavano che alla semina delle mine avevano provveduto in uguale misura anche i Karen e i Kachin.

 

IL REPORTAGE - Nel campo profughi di Mae Lae
Ettore Mo e Luigi Baldelli[an error occurred while processing this directive]

Ettore Mo

8 luglio 2012 | 9:50

Grillo attacca (ma è al mare) Raduno anti Formigoni

Corriere della sera

 

Raduno anti Formigoni

Nino Luca

"Grillo al mare? I 5 Stelle siamo noi". Manifestazione a Milano contro Formigoni. Il comico, presente solo via Skype, ha attaccato il governatore della Lombardia: «Se non riusciremo a mandarlo via con la legge lo faremo in altro modo - ha aggiunto -: lo supplicheremo, lo massacreremo ai fianchi, se ne andrà per stanchezza, esausto fisicamente e psicologicamente. Se non riusciremo a mandarlo via con la legge lo faremo in altro modo - ha aggiunto -: lo supplicheremo, lo massacreremo ai fianchi, se ne andrà per stanchezza, esausto fisicamente e psicologicamente»

 

Così Hitler salvò il veterano ebreo: ecco il documento

La Stampa

 

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Viaggio nel paese dove non nascono più bambini

La Stampa

 

Meugliano (Torino), per l'Istat ha il record di bassa natalità

 

Meugliano dista circa 60 chilometri da Torino, ed è il paese delle zucche e del lago, ma anche dei pascoli, dei boschi di castagni, delle baite abbandonate

 

NICCOLO' ZANCAN

meugliano

 

L' ultimo si chiama Yuri. è bello, forte, di una simpatia contagiosa, l'anno prossimo andrà all'asilo. E forse non a caso è il figlio del presidente della pro loco, quasi uno spot alla vita che continua: «Venite a trovarci, qui si sta bene». Il problema è che Yuri ha tre anni. Dopo di lui, nessuno. Le culle sono vuote, i ciucci non si vendono, vince la morte. Meugliano, in Val Chiusella, è uno dei comuni italiani a più bassa natalità. Il dato emerge dall'Atlante dei Piccoli Comuni 2012 elaborato dall'Anci. Salendo fra tornanti, pascoli, boschi di castagni e baite abbandonate, si capisce il motivo.

«Siamo 96 residenti, leggera maggioranza femminile. Età media sessant'anni. Il paese è bello e vivo. Ma è difficile mettere in moto il volano dell'entusiasmo e attirare nuove persone: non ci sono soldi». Il sindaco si chiama Giuseppe Gaido, 60 anni vissuti tutti qui, di mestiere parrucchiere: «Teniamo le tasse al minimo. Il mio rimborso mensile non supera i 400 euro, quando la legge mi permetterebbe di arrivare a 1290 lordi. Non prendiamo gettoni di presenza, si lavora per passione e di idee ne avremmo pure tante. Per esempio, incentivi per chi ristruttura una casa disabitata. Ma non possiamo permettercelo».

Diffidenti
Il paese si allarga su una curva della strada provinciale, dove c'è una bella chiesa antica. Il bar ristorante gestito da Enrica e Sandrino è uno dei rarissimi locali della zona aperto fino all'una di notte. Il benzinaio vende anche tabacchi e giornali. Molti piccoli cani abbaiano correndo lungo le reti di case contadine. Settecento metri, mezza montagna. Nuvoloni scuri, aria fresca di temporale: alle sette di sera ci vuole un maglione. «Siamo della Val Chiusella - dice una signora che si affaccia alla finestra - conosciamo i nostri pregi e i nostri difetti. Fra i pregi sicuramente non c'è quello di essere espansivi». Chiusi come la valle che li protegge. Dall'altra parte della strada abitano gli ultimi due arrivati. Adolfo Zanaga e Nunzia Marimaro hanno lavorato a lungo a Cesano Maderno, vicino a Milano, prima di trasferirsi qui: «L'aria è pulita, si vive tranquilli. è bello camminare e andare per erbe. Ma è molto difficile farsi accettare. Abbiamo provato a proporci per fare qualcosa in amministrazione e siamo sempre stati respinti. Se arrivi da fuori, puoi vivere cent'anni in questa valle, ma resti uno straniero».

L'unico bimbo
Meugliano è il paese delle zucche e del lago. Per arrivarci bisogna salire un sentiero in direzione Brosso. Terra di partigiani e anarchici, di gente che si è rifugiata al riparo dal frastuono del mondo. «Ma non viviamo mica in mezzo alla foresta», dice Ezio Ughetti, 36 anni, imprenditore edile. è lui il padre di Yuri. E se ce l'ha fatta, è stato soprattutto per passione: «Io e mia moglie ci siamo conosciuti a Chiaverano. Io suono la tromba, lei il clarinetto, entrambi amiamo la musica. Quando ci siamo messi insieme, la prima cosa che le ho detto è stata: "Guarda che io sono proprio un valligiano. Uno di quelli ostinati. Non mi muoverò mai dal mio paese". è venuta lei ad abitare qui». Ci sono diversi cartelli di affitto e vendita appesi alle facciate. Novanta metri quadrati ristrutturati e arredati nella piazzetta principale costano 60 mila euro. Alle sette di sera, alla spicciolata, molti residenti passano al bar. Dietro al bancone si muove Sandrino Nozari: «Dicono che questa valle sia indietro di trent'anni. Sarà anche vero, ma a me piace. Però potrebbe essere valorizzata di più. Servono idee, feste, piccole e grandi iniziative. Il problema è far uscire di nuovo la gente da casa. Per questo abbiamo deciso di tenere aperto fino a tardi».

La valle
Da cosa nasce cosa, e forse così arriveranno anche nuovi bambini. Grazie a una luce accesa nella notte, a un bicchiere in compagnia, al dehors in curva sulla strada principale. Ma se il paese di Meugliano lotta contro quello che sembra un lento e inesorabile spopolamento, i dati generali della Val Chiusella non sono poi così negativi. Anzi, i cinque mila residenti resistono al ricambio generazionale. Dicono le statistiche che se il trend positivo dovesse continuare, per la prima volta dopo decenni, nel 2017 la scuola elementare dovrebbe dotarsi della sezione C.

Il ventennio perduto dell'Italia

La Stampa

 

Debito pubblico, Pil e redditi: il Paese delle occasioni sprecate

L’impressione è che con il baratro italiano l’Europa matrigna, lo spread, la Bce e l’euro c’entrano nella misura in cui una moneta comune senza istituzioni condivise resta appesa ad ogni vento

 

MARCO ALFIERI

milano

 

Dagli all’Europa, che inchioda i cittadini a pagare per scelte su cui non possono decidere. In questi mesi non si sente altro: se la crisi è diventata una camicia di forza è colpa di Bruxelles e della Bce; se i governi sono costretti all’austerity di bilancio è colpa della moneta unica. Nel gran ballo mediatico l’Europa è sempre tirata per la giacca: c’è chi la critica perché avrebbe avallato alla guida dei paesi membri tecnocrati graditi ai mercati internazionali, sospendendo il gioco democratico. E chi ne vorrebbe di più per imporre alla Germania di Angela Merkel maggiore solidarietà verso la casa comune europea. In tutti i casi è diventata l’alibi comodo dei nostri fallimenti, anche se la sua sovranità è sempre ciò che gli stati nazionali lasciano che sia. Se ci sono leader coraggiosi progredisce verso gli Stati Uniti d’Europa, dando fondamento alla moneta unica, altrimenti rincula miseramente come in questi anni.

L’impressione è che con il baratro italiano l’Europa matrigna, lo spread, la Bce e l’euro c’entrano nella misura in cui una moneta comune senza istituzioni condivise resta appesa ad ogni vento. E’ questa l’ambiguità di Maastricht. Ma la bassa crescita e le non riforme che ci espongono alla speculazione sono un problema che ci trasciniamo da 20 anni, il riflesso del fallimento della Seconda Repubblica, morta delle troppe promesse mancate di chi (destra e sinistra ognuno pro quota per gli anni di governo) ha preso in mano un paese uscito dall’abisso del 92-93, doveva riformarlo per tenerlo al passo della globalizzazione, invece lo ha ricacciato nel baratro, costringendo i tecnici a tornare in campo. Un’altra volta. Lo dicono i numeri. Se compariamo 20 anni dopo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività, Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo infatti che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, al terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica.


Debito pubblico


Un buco più grande nonostante 800 miliardi di euro di minori tassi


La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993, quando il salvataggio della lira varato dai governi Amato e Ciampi avvia la ritirata dello stato imprenditore. In 15 anni (1993-2007) l’Italia ha fatto meglio di qualsiasi altro paese europeo, privatizzando 186 società e incamerando 146 miliardi di euro (il 24% di tutte le dismissioni Ue). Sono gli anni dello yacht Britannia, la leggenda delle privatizzazioni all’italiana, quando i finanzieri anglosassoni avrebbero deciso la spartizione del patrimonio industriale tricolore. Peccato che, ex post, si sia trattato di una rivoluzione mutilata: il patrimonio netto dello Stato non è praticamente diminuito e la maxi vendita si è ridotta ad una grande operazione di cassa a parziale e temporanea riduzione del debito pubblico (sceso al 103% del 2004 ma poi riesploso oltre il 120%).

Soprattutto, il paese ha gettato al vento la grande occasione dei bassi tassi di interesse. «Per quasi 15 anni, fino alla prima metà del 2011 – calcola l’economista Giovanni Ferri, ex Banca Mondiale oggi membro del Banking Stakeholder Group dell’Eba – grazie all’euro abbiamo pagato tassi ‘tedeschi’. Contando un calo prudenziale dello spread di 400 punti sul periodo pre euro, si arriva a 60 miliardi di minori interessi l’anno. Ottocento miliardi nei 15 anni di bonus tedesco. Se li avessimo usati per ridurre il debito pubblico oggi avremmo un rapporto debito/Pil del 70% invece che del 120, e non saremmo nel mirino della speculazione. Per questo, un giorno, qualcuno dovrà chiedere conto ai nostri politici, di destra e di sinistra, che cosa ci avete fatto col bonus tedesco?»


Pil e redditi


Il Paese non sa più crescere: giù ricchezza e produttività


L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila. La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno. Se accorciamo il focus, nel 2010 il Pil tricolore era appena il 3,8% sopra il livello del 2000. Significa che in rapporto alla popolazione, nel frattempo salita del 6,2% grazie all’immigrazione, è sceso in termini reali del 2,3%. Si tratta della peggior performance tra i paesi avanzati: ha fatto +7,6% il Giappone (in deflazione da 20 anni), +9,5 la Germania, +11,8 la Francia, +16,7 gli Usa, +18,1 la Gran Bretagna. Se dunque la crisi mondiale, la speculazione e la dittatura dello spread cominciano dal 2008, la stagnazione italiana è precedente.

Lo dimostra anche la serie storica del Pil pro capite: nel 1990 era del 2% inferiore a quello dei tedeschi, nel 2010 il solco si è allargato al 15%, nonostante i pesanti oneri dell’unificazione tedesca. Quello con la Francia si è ampliato dal -3 al -7%. Con Londra si è addirittura passati da un vantaggio del 6% a un delta negativo di 12 punti. Il risultato è che nel 1990 il nostro Pil per abitante valeva il 107% della media Ue, nel 2011 è sceso al 94%. «Il reddito medio annuo delle famiglie italiane nel 2010, al netto delle imposte e dei contributi sociali, risulta pari a 32.714 euro, cioè 2.726 euro al mese, una cifra inferiore in termini reali del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991», conferma Bankitalia. E ancora. Fatta cento la produttività (Pil per ora lavorata) degli Usa, nel 1990 l’Italia misurava 87. Nel 2010 è crollata a 75, 12 punti meno. Dov’è la colpa dell’euro?


Nord-Sud


20 anni sprecati aumenta il divario tra le due Italie


In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia. Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%), quando in Italia si afferma il paradigma leghista del Paese duale alla cui base c’è un dogma: il Sud è la palla al piede del Nord. Il Meridione è solo spreco e il Nord deve liberarsene altrimenti sprofonda. Una lettura dei «territori separati» che ha egemonizzato il discorso pubblico, trasformando il sud nella panacea di tutti i mali del Nord, anch’esso in crisi. Persino la stagione dei Patti per lo sviluppo promossa da Carlo Azeglio Ciampi, e la strategia di far passare le risorse finanziarie direttamente attraverso le regioni, hanno risentito di questa impostazione localista.

Quel che invece non si è interrotta è la spirale spesa pubblica buona/ spesa pubblica cattiva. Quella cosiddetta discrezionale, cioè per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, cioè per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In sostanza nell’ultimo ventennio (dopo che nel trentennio 1950-1970 si era ridotto di 20 punti) non solo si è riallargato il gap Nord-Sud nelle risorse prodotte, ma si sono perpetuati i vizi nei trasferimenti dallo stato centrale al mezzogiorno: più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture.


Economia sommersa


Evasione fiscale invincibile anche dopo Mani Pulite

L’Italia del Dopoguerra è un paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una costituzione materiale distorta: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale; un settore privato e di piccola industria spina dorsale del paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione. Col tempo la prassi degenera: il piccolo «nero» si fa grande evasione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione. Dai «giovani» pensionati ai doppiolavoristi del pubblico impiego e delle grandi aziende private, dalle casalinghe che fanno i mestieri agli insegnanti che danno lezioni private. Finchè il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, ma da fine anni 90, con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale, il Bengodi è finito. Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil. Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario. Una cifra mostre, simile a quella di 20 anni fa, quando il sommerso oscillava tra il 15 e il 18% del Pil. Se poi guardiamo i redditi dichiarati da imprenditori e liberi professionisti, si scopre che in Italia il peso delle loro tasse sul totale delle imposte riscosse è sceso dal 13,2% del 1993 al 5% del 2010 per i primi, dal 7,6% al 4,2% per i secondi.


Economia sommersa


Evasione fiscale invincibile anche dopo Mani Pulite

L’Italia del Dopoguerra è un paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una costituzione materiale distorta: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale; un settore privato e di piccola industria spina dorsale del paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione. Col tempo la prassi degenera: il piccolo «nero» si fa grande evasione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione. Dai «giovani» pensionati ai doppiolavoristi del pubblico impiego e delle grandi aziende private, dalle casalinghe che fanno i mestieri agli insegnanti che danno lezioni private. Finchè il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, ma da fine anni 90, con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale, il Bengodi è finito.
Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil. Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario. Una cifra mostre, simile a quella di 20 anni fa, quando il sommerso oscillava tra il 15 e il 18% del Pil. Se poi guardiamo i redditi dichiarati da imprenditori e liberi professionisti, si scopre che in Italia il peso delle loro tasse sul totale delle imposte riscosse è sceso dal 13,2% del 1993 al 5% del 2010 per i primi, dal 7,6% al 4,2% per i secondi.


Borsa e made in Italy


Piazza Affari in caduta libera Export in frenata


La globalizzazione ha stravolto la mappa economica planetaria, trasferendo a Oriente ricchezza, potere e commerci. Nella classifica del commercio globale l’Italia è scesa dal 4,8% del 1993 al 3,1% del 2011, dal quinto al settimo posto. Certo la nostra forza rimane l’export. Ma secondo l’Ocse stiamo rallentando. Nell’ultimo ventennio quello italiano è cresciuto del 113% contro il 260% della Germania e il 152% della Francia. Nel 1990 le nostre esportazioni valevano il 54% di quelle di Berlino e il 96% di quello di Parigi; l’anno scorso siamo scesi rispettivamente al 32 e all’81%. Se poi guardiamo alla Borsa, la foresta rimane pietrificata: il 40% delle aziende di Piazza Affari mantiene un’azionista di riferimento pubblico. Lo stesso numero di società quotate al 2011 (271) è fermo da un decennio. Nel 1993 erano poco meno: 222. Non basta. Tra le cosiddette multinazionali tascabili del «Quarto capitalismo», meno di 20 sono quotate. La Borsa nell’ultimo ventennio è dunque servita a fare cassa in vista dell’euro, non a creare un moderno mercato dei capitali. Il risultato è che a fine 2011 Piazza Affari, con una capitalizzazione pari al 20,7% del Pil, si colloca al 20esimo posto al mondo, preceduta anche dai listini dei mercati emergenti: Brasile (64,9% del Pil), Russia (72,8%) e Sudafrica (207%). E dire che ancora nel 2001 la piazza milanese era ottava al mondo, con una capitalizzazione pari al 50% del Pil.


Tasse


«Flat tax», il sogno tradito della Seconda Repubblica


La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35 a metà decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico. Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011). E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perché depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo. Solo negli ultimi 7 anni, tra il 2005 e il 2012, la pressione fiscale è salita di 4,7 punti di Pil. In media un punto di tasse in più ogni 532 giorni. Altro che aliquota unica Irpef al 33%, la mitica «flat tax» annunciata dal Berlusconi del 1994, scritta a chiare lettere nel programma economico firmato Antonio Martino che tanto fece sognare gli italiani. Se analizziamo la speciale classifica del salasso, calcolata sull’arco temporale 1995-2011, le rispettive coalizioni che si sono alternate al governo ,si sono praticamente equivalse: una media pressione fiscale del 42,6% per i governi di centrosinistra, una media pressione fiscale del 42% per i governi di centrodestra. Entrambi, liberisti immaginari!


Spesa pubblica


Il trionfo del partito unico della spesa (corrente)

Nell’ultimo decennio la spesa pubblica primaria, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 miliardi di euro (+24,4%). Toccando, nel 2010, quota 723,3 miliardi (46,7% del Pil), pari a 11.931 euro spesi per ciascun cittadino (1.875 in più rispetto al 2000). Nel 2011 lo stato ha invece speso il 45,5% del Pil, superando il livello del 1993 (43,5%). La cruda verità è che nella Seconda Repubblica si è fatto pochissimo per intervenire sui flussi di spesa pubblica. Tranne il governo Ciampi (-0,54% nel biennio 93-94) e il primo Berlusconi (-1,20% nel 94-95), tutti gli esecutivi l’hanno aumentata: +6% il Prodi 96-98, addirittura +16,9% il Berlusconi 2001-2006, intaccando l’avanzo primario, fondamentale nei paesi ad alto debito per garantire la sostenibilità dei conti. Non solo. In questo ventennio la forte riduzione della spesa per interessi si è accompagnata ad un’esplosione delle uscite correnti, per quasi 2/3 fatte da stipendi della Pa e prestazioni sociali. In un raffronto impietoso 1995-2012 fatto dall’Eurostat, l’Italia è il paese che ha registrato la maggior crescita cumulata di spesa corrente primaria: +5,9% contro il 3,6% della Francia, il 3,3% della Spagna, il -0,8% della Germania e una media dell’Eurozona pari al 2,2%. Troppe cicale al governo e troppo poche formiche.

A Milano duecento tipi diversi di Vespa

Corriere della sera

 

Museo Da Vinci: mostra di pezzi rari e raduno internazionale

Milano invasa per due giorni dagli appassionati della Vespa. Duecento veicoli d'epoca e altrettanti fan incalliti provenienti da tutta Europa si sono dati appuntamento il 7 e l'8 luglio nella piazza davanti al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, che fino al 15 luglio ospiterà una mostra temporanea di 11 pezzi unici del leggendario marchio italiano. Tra le rarità in esposizione, la Vespa Siluro, progettata da Corradino D'Ascanio per il chilometro lanciato e capace di superare i 170 km/h, la Vespa sidecar, la T.A.P. assemblata per uso militare e paracadutabile e la Vespa 400 Vetturetta, vera e proprio minivettura degli anni '50 molto popolare in Francia, messa in ombra in Italia dalla Fiat Cinquecento

Francia, va in pensione l'ultimo guardiano del faro

La Stampa

 

Cordouan era stato costruito nel 1611, era il più antico dei 150 fari disposti sui 5.500 chilometri della costa

 

L'addio Jean-Paul Eymond, che lavorava al faro di Gironda dal 1977

 

ALBERTO MATTIOLI

corrispondente da parigi

 

In Francia, quello di guardiano del faro era un mestiere in via d'estinzione. Venerdì scorso, è diventato un ex mestiere.
L'automazione di tutti i fari, iniziata nel 2006, è finita, simbolicamente, con il faro più vecchio del Paese, il più antico dei 150 che vegliano sui 5.500 chilometri di coste nazionali. Dal 1611, la torre di Cordouan, 67 metri e mezzo di altezza, 311 gradini per arrivare in cima, sorveglia l'estuario della Gironda, su un promontorio affacciato sull'Atlantico a sette chilometri di distanza dalla costa, nel dipartimento della CharenteMaritime. Da allora, da quell'anno remoto in cui Luigi XIII era appena diventato re e il cardinale di Richelieu non ancora primo ministro, lì hanno sempre vissuto degli uomini. Gli ultimi si alternavano in squadre di due e ogni turno di guardia durava due settimane. Venerdì, gli ultimi guardiani hanno restituito la chiave all'amministrazione.

Da tempo, il funzionamento del faro era automatizzato e loro stavano lì solo per la manutenzione e i rilevamenti della meteo e delle maree. Adesso è finita. In Francia non ci sarà più un guardiano del faro. La sicurezza della navigazione non dovrebbe rimetterci, il romanticismo sicuramente sì. Il veterano si chiama Jean-Paul Eymond e, da bravo francese grafomane, racconterà in un libro in uscita in autunno la sua vita nel faro di Cordouan. Ci entrò per la prima volta nel 1977: allora non c'era nemmeno il telefono (fu installato solo nel 1982) e i contatti con il resto del mondo erano affidati alla radio. E poi le tempeste, gli inverni interminabili, la solitudine e il silenzio. «Da una parte, c'è questa esistenza molto particolare, solitaria - ha raccontato al quotidiano locale "Sud-Ouest" -. Il calendario non conta mentre sei occupato a lavori molto diversi come la pulizia, la manutenzione dei cinque gruppi elettrogeni, le piccole riparazioni, la sorveglianza nei giorni di tempesta. Dall'altra parte, c'è una vita più sociale, con i visitatori nei giorni d'estate». Però il faro, ammette, «mi mancherà».

Insomma, fare il guardiano del faro è come andare in convento: ci vuole la vocazione. Lo spiega la mascotte della squadra, Dominique Pérez, a Cordouan da tre anni: «Lo sognavo quando ero ragazzino», forse perché, racconta, leggeva Defoe e Conrad. «E' un mondo a parte. Hai le tue abitudini, la tua camera. Quando arrivi qui, è una vita molto particolare. Non tutti la sopportano. Una volta, è venuto un artigiano a fare dei lavori. Si doveva fermare per alcuni giorni. La prima sera ha avuto una crisi d'angoscia pensando che era prigioniero!». Il compagno vero è l'Atlantico, con le sue sfuriate e i suoi incanti. Chi viveva qui, lo faceva in camere di 16 metri quadrati, molto spartane (ma comunque molto più confortevoli che nel 1611). Delusione, queste celle non si affacciano sull'oceano, ma su un cortile interno. Sono dei posti adatti ai sognatori o agli artisti, concesso e non dato che ci sia differenza. Pérez infatti dipinge, scolpisce e scrive.

Resta il mito del faro. La durezza della vita sfocia nel romanticismo, la tempesta diventa metafora d'altro. Per questo i fari sono diventati oggi mete turistiche, attrazioni per comitive rumorose. E per questo il Musée de la Marine di Parigi (la Francia è talmente centralizzata che perfino il museo della Marina è nella capitale, dove il mare non c'è) presenta una mostra sui fari che ha gran successo, visitabile fino al 4 novembre. Perché i fari sono alti, misteriosi, solitari, forse un po' sinistri, certamente affascinanti. E adesso anche vuoti.

Officina «Addio alle Armi»: svelati i 47 finali

Corriere della sera

 

Il capolavoro di Ernest Hemingway esce negli Stati Uniti con le varianti alla conclusione abbozzate dall'autore

 

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NEW YORK - Per quanto il mondo la possa pensare diversamente, Ernest Hemingway aveva i suoi dubbi. Magari non sulle donne, magari non sulle dimensioni dei marlin che pescava, magari non sul senso dell'eroismo. Sul finale di Addio alle Armi, il suo capolavoro sulla Prima guerra mondiale, però sì. Lo riscrisse 39 volte prima di essere soddisfatto, confessò egli stesso in un'intervista nel 1958. In realtà quella volta non esagerò: i tentativi di finale poi appallottolati furono 47 e la settimana prossima verranno pubblicati dall'editore storico di Hemingway, Scribner (Simon & Schuster) in una nuova edizione del romanzo. Per la prima volta tutti 47 assieme, numerati e titolati e con le correzioni a mano dello scrittore.

Addio alle Armi, romanzo di passione, nell'edizione definitiva del 1929 termina freddamente, subito dopo la morte di Catherine: «Dopo un po' uscii e lasciai l'ospedale e tornai all'albergo nella pioggia». Non era però questo il finale più triste e pessimista pensato da Hemingway. Ieri, il «New York Times» ha pubblicato alcune delle 47 alternative: in qualche caso si tratta di una riga sola, in qualche altro di interi paragrafi. E spesso si tratta di conclusioni che vorrebbero trarre una morale universale, in modo breve e secco com'era nello stile dello scrittore: il quale poi, forse per fortuna, scelse l'uscita di scena del protagonista, nella pioggia, che va nel profondo più di qualsiasi commento.

Nel finale alternativo numero uno, titolato «Nada», la conclusione è gelida: «Questo è il tutto della storia. Catherine morì e voi morirete e io morirò e ciò è tutto quello che posso promettervi». La conclusione chiamata «Live-Baby», la numero sette, dice, con una gravità eccessiva: «Non c'è fine eccetto la morte e la nascita è solo l'inizio». Più articolato il finale «Fitzgerald», che a Hemingway fu suggerito dall'amico Francis Scott Fitzgerald. Qui lo scrittore dice che «il mondo spezza chiunque» e chi «non spezza uccide»: «Uccide i buoni e i garbati e i coraggiosi imparzialmente. Se non sei tra questi puoi essere certo che ammazzerà anche te ma non avrà troppa fretta».

Nell'intervista del 1958 alla «Paris Review», Hemingway spiegò che scrisse e riscrisse le ultime righe con il solo obiettivo di «scegliere le parole giuste». Sarà anche stato così, ma una frase piuttosto che un'altra a chiusura di un romanzo di amore e di morte mettono cornici abbastanza diverse attorno alle oltre 300 pagine.

La nuova edizione si basa sui materiali della Ernest Hemingway Collection che dal 1979 sono conservati al John F. Kennedy Presidential Library and Museum di Boston: un pronipote dello scrittore, Seán Hemingway, li ha consultati a lungo e alla fine ha trovato 47 variazioni, con cancellature, rifacimenti, abbandoni che danno anche l'idea di come uno scrittore lavorasse nell'era precedente a quella del computer. Nell'edizione di Addio alle Armi che uscirà la settimana prossima, saranno riportati anche alcuni titoli che Hemingway aveva pensato in alternativa a A Farewell to Arms: il romantico Love in War, l'un po' manualistico Of Wounds and Other Causes («Delle ferite e di altre cause»), il misterioso Every Night and All («Ogni notte e tutte»).

Dietro alla nuova pubblicazione c'è probabilmente anche l'obiettivo di raddrizzare l'immagine di Papa-Hemingway, che nel corso degli anni è via via scivolata verso quella di un anti-femminista, machista ad alta gradazione alcolica: l'editore e gli eredi vorrebbero riportare al centro dell'interesse la sua opera più che le bevute. Anche l'apparizione del giovane scrittore in Midnight in Paris, di Woody Allen, andrebbe in questo senso: un Hemingway neanche troppo spaccone e generoso. Ora anche dubbioso.

 

Danilo Taino

6 luglio 2012 | 15:58

Il fegato deve restare in Liguria" I medici si rifiutano di prelevarlo

La Stampa

 

Genova, una guerra interna dietro lo stop. Salizzoni: gli organi appartengono a chi ne ha bisogno

Sulla vicenda si pronuncerà anche l'Ordine del medici

 

MARCO ACCOSSATO

genova

 

Da mesi sono in guerra tra medici del medesimo reparto per la successione del primario e con la Regione Liguria per il destino del loro centro trapianti destinato in realtà alla chiusura. E l'altro ieri, in segno di protesta, un'équipe di chirurghi dell'ospedale San Martino di Genova si è rifiutata di prelevare un fegato da una donatrice perché l'organo non sarebbe stato destinato a una paziente ricoverata in quell'ospedale, ma reimpiantato su un'altra malata in un'altra regione.

Claudio Montaldo, assessore regionale alla Sanità, ha immediatamente aperto un'inchiesta, chiedendo alla direzione dell'ospedale di far luce sull'accaduto. E ora, sulla questione, potrebbe intervenire contro chi ha detto «no» al prelievo anche l'Ordine dei medici: «Dal punto di vista etico - è infatti il commento del professor Mauro Salizzoni, direttore del principale centro trapianti di fegato d'Italia, alle Molinette di Torino - un organo non appartiene a nessuna équipe, né a un ospedale o a una regione, ma a chi ne ha più bisogno in quel momento. Il rifiuto di prelevare che non sia per ragioni tecniche o per mancanza di personale in sala operatoria è inaccettabile e gravissimo».

La questione è in realtà soltanto la punta dell'iceberg di una situazione insostenibile di tensione che si trascina ormai da tempo e martedì prossimo sarebbe approdata in giunta. Al San Martino la Regione ha ordinato di non fare più trapianti, non solo per il clima legato a lotte interne, ma anche per il numero ridotto di interventi, tema in discussione al governo proprio in questi giorni.
L'équipe diretta dal professor Umberto Valente non ha ovviamente mai accettato la decisione di sospendere l'attività, e l'altro ieri secondo quanto confermato dallo stesso assessore regionale - si è arrivati al punto più alto di attrito: «Se qui non si possono fare trapianti, allora non si faranno neppure prelievi». Al San Martino ha dovuto così arrivare un'équipe da Padova per prelevare il fegato, donato insieme ai reni dai familiari di una donna morta poche ore prima.

Nei gli ultimi mesi, al San Martino, erano state concesse alcune deroghe per casi di estrema urgenza o per pazienti non trasportabili altrove. Per questo il professor Vitale ha appena firmato un esposto alla procura: «Cosa accade se capita un urgenza e non possiamo trapiantare?». Ma se fino ieri alcune autorizzazioni erano state concesse in extremis, da oggi, annuncia l'assessore Montaldo, «dopo quanto accaduto, ho deciso di sospendere anche tutte le deroghe».Il rifiuto dei medici al prelievo è stata insomma la spada di Damocle: all'ospedale San Martino, da oggi, niente più trapianti di organi. «Ma i prelievi - ordina l'assessore dovranno continuare a essere garantiti».

Spending review, tutti i tagli|Il grafico Dalla sanità alla giustizia, cosa cambia

Corriere della sera

 

Individuato il percorso per cancellare del tutto il rialzo delle aliquote destinate a crescere di due punti a partire dal mese di luglio 2013

 

 

ROMA - Dopo esser riuscito a rinviarlo, il governo vuole evitare del tutto l'aumento delle aliquote Iva, destinate altrimenti a crescere di due punti dal mese di luglio del 2013. E per farlo ha già individuato il percorso, quello della spending review, e lo strumento. A portare le risorse necessarie per scongiurare l'aumento della tassa sui consumi sarà infatti la riduzione, o l'eliminazione, dei regimi di esenzione, esclusione e favori fiscali, già prevista dalla delega per la riforma del fisco.
Le norme che consentiranno l'operazione sono state già inserite nel decreto sulla spending review approvato giovedì notte, e già firmato dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, con qualche modesto rimaneggiamento rispetto alle bozze della vigilia. Il comma 2 dell'articolo 21 prevede infatti che il gettito non quantificato delle misure previste dal decreto, con la revisione delle agevolazioni fiscali «concorrono al fine di evitare l'aumento, dal primo luglio del 2013, delle aliquote Iva».

Taglio agli sconti fiscali

Per cancellare definitivamentelo spettro dell'Iva, serviranno 6,7 miliardi di euro sia per il 2013 che per gli anni successivi. E a quest'obiettivo sarà finalizzata la revisione delle cosiddette «tax expenditures»: 720 regimi «speciali» che costano 260 miliardi di euro l'anno. A definire cosa e quanto tagliare, tenendo conto che gran parte di queste agevolazioni sono comunque difficilmente eliminabili (basti pensare alle detrazioni per il lavoro dipendente, le pensioni, i carichi di famiglia, la casa, i mutui, le spese sanitarie), sarà la Legge di Stabilità per il 2013 che il governo presenterà a ottobre e che dovrà essere approvata entro l'anno. Il decreto sulla spending review approvato dal governo vale 4,5 miliardi quest'anno, 10,5 il prossimo e 11 miliardi a partire dal 2014: 26 miliardi di risparmi nel triennio 2012-2014, dei quali almeno 16 saranno però assorbiti dal rinvio e dalla riduzione degli aumenti Iva già decisi. La tassa doveva salire di 2 punti a ottobre, e di un altro mezzo punto dal gennaio 2014, ma con questa prima manovra l'aumento di due punti slitta a luglio del 2013 e dal gennaio 2014 si prevede una riduzione di un punto.

Altri enti soppressi

Rispetto alle bozze e alle indiscrezioni della vigilia, il testo del decreto non presenta grosse novità. Vengono confermati la stretta sugli acquisti di beni e servizi, i tagli ai ministeri (4,5 miliardi nel 2012-2013), quelli agli enti locali (7,2 miliardi), la manovra sulla sanità (meno 3 miliardi) e quella sul pubblico impiego, nonostante i sindacati continuino a minacciare, per settembre, uno sciopero generale. L'operazione di pulizia e riorganizzazione dei piccoli enti pubblici sarà un po' più incisiva di quella prospettata finora, con l'accorpamento di Isvap e Covip in un nuovo istituto di vigilanza sulle assicurazioni e il risparmio previdenziale, l'Ivarp, e la soppressione dell'Ente per il Microcredito, l'Associazione Luzzatti, la Fondazione Valore Italia e Arcus spa, le cui funzioni saranno assorbite dai ministeri vigilanti. Tra le novità del decreto, le norme che prevedono l'avvio dall'anno scolastico 2012-2013 della pagella e del registro scolastico elettronico, la riduzione del 5% dei compensi degli organi delle autorità portuali, ma anche l'eliminazione dell'obbligo (previsto in una delle bozze) di riduzione a tre per i consiglieri d'amministrazione delle spa pubbliche non quotate, il rinvio della riorganizzazione del Cnr, dell'Istituto di Fisica Nucleare e dell'Istituto di Geofisica e Vulcanologia.

Le nuove spese

Una parte delle risorse ricavate da questa prima tornata di spending review saranno destinate al finanziamento di spese che non erano ancora coperte nel bilancio. Solo per il 2013 ci sono un miliardo per le missioni di pace, 400 milioni per il 5 per mille, altri 400 per l'autotrasporto, 103 milioni per i libri gratuiti di testo, 90 per le Università private, oltre al rifinanziamento per 700 milioni del cosiddetto Fondo Letta, il fondone di Palazzo Chigi per gli imprevisti. Poi ci sono 1,2 miliardi di euro, a partire dal 2013, per coprire i costi dei nuovi 55 mila «esodati» emersi dalla verifica dopo la riforma Fornero.

Le prossime tappe

Per i primi giorni di agosto è annunciata una nuova fase della spending review, concentrata sulla revisione e la riforma degli incentivi alle imprese, affidata al commissario Francesco Giavazzi, e sul finanziamento dei partiti, affidata al commissario Giuliano Amato. A ottobre, con la Legge di stabilità, arriverà la riforma delle agevolazioni fiscali, finalizzata all'operazione Iva. Se dovessero restare ulteriori risorse, parte di queste potrebbero essere destinate alla riduzione delle tasse sulle compravendite immobiliari. Stabilita con l'Imu la tassazione del possesso, ha detto ieri il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, in Parlamento, non ha più molto senso mantenere alta l'imposizione sulle compravendite.

 

Mario Sensini

7 luglio 2012 | 19:16

I resistenti trasversali

Corriere della sera

 

È arrivata l'ora della verità. Adesso che il governo cerca di mettere mano ai tagli alla spesa pubblica, il Paese reale si ribella, mette in campo tutta la potenza di cui è capace. Possiamo così comprendere perché di «rivoluzioni liberali» in Italia si possa solo parlare senza mai farle. Il governo Monti si scontra ora con veti potentissimi. Sono davvero tanti e forti coloro che lavorano perché l'ambiziosa e meritoria operazione di spending review messa in piedi dal governo fallisca il bersaglio. Sarà già molto se i risparmi previsti consentiranno di rinviare l'aumento dell'Iva. I tagli veri e radicali alla spesa pubblica (cresciuta di quasi duecento miliardi nell'ultimo decennio), quelli di cui ci sarebbe bisogno per abbassare la pressione fiscale e fare ripartire lo sviluppo, restano un obiettivo incerto e lontano.

Perché in Italia è sempre possibile aumentare le tasse mentre non è possibile incidere davvero sul sistema pubblico, imporgli una vera cura dimagrante? Perché, quando si tratta di accrescere la pressione fiscale, lo si può fare senza quasi incontrare resistenze (è facile come affondare un coltello nel burro) mentre se si tratta di contrarre la spesa le resistenze diventano formidabili, si finisce per dare testate contro una spessa lastra d'acciaio? Il motivo è che i contribuenti, pur essendo tanti, sono disorganizzati, non hanno difesa. Invece, coloro che vivono di spesa pubblica sono organizzati e possono attivare difese potentissime. Le ragioni dei disorganizzati non hanno alcuna chance nel conflitto con gli organizzati.

C'è una specie di triangolo di ferro (della morte?) a guardia del sistema fondato su alte tasse e alta spesa: è composto dalla infrastruttura amministrativa (la burocrazia dei ministeri, degli enti parastatali e locali, le magistrature, amministrative e non), dal sindacalismo del pubblico impiego e dalle tante lobby che campano di spesa pubblica. I partiti politici ne sono i complici. In parte ne subiscono il ricatto, in parte sguazzano nello stesso stagno: se la spesa pubblica venisse ridotta e razionalizzata, dovrebbero dire addio a un bel po' di clientele. Pensate a cosa accadrebbe nei mercati elettorali locali se venissero abolite le Province con annessi e connessi o unificati i Comuni al di sotto dei cinquemila abitanti o posto mano a una riforma della sanità all'insegna della efficienza.

Chi però giudica solo i partiti come responsabili non si avvede di quanto sia forte, ramificato e organizzato il blocco di potere a guardia della spesa pubblica. Così forte e ramificato da avere i suoi santi protettori anche dentro il governo Monti (dove infatti c'è conflitto fra l'ala liberale e l'ala statalista).

Va notato che i movimenti di protesta che sorgono periodicamente possono anche inveire contro le tasse ma non propongono di ridurre la spesa (anzi, in genere, vogliono aumentarla). Persino la Lega, che agli esordi aveva impugnato la bandiera della rivolta fiscale, in seguito si mise a difendere tutto ciò che era «pubblico» e spesa pubblica nelle regioni del Nord. Resta solo il «vincolo esterno» europeo: secondo alcuni, solo l'Unione Europea potrebbe domani avere la forza per indebolire il trasversale partito italiano della spesa pubblica e per imporci una seria riduzione delle tasse. Nonostante i dubbi, è forse l'unica speranza.

 

Angelo Panebianco

7 luglio 2012 | 8:23

 

Tribunali, via 37 sedi e 38 procure. Ci vorranno cinque anni

Corriere della sera

 

Diciotto mesi per spostare il personale. Il ministro Severino: «La lista non è ancora definitiva». Stesura definitiva a settembre

 

ROMA - Tra i 165 tribunali, ci sono 31 mini uffici giudiziari che trattano meno di 5000 nuovi fascicoli all'anno. Ma sul territorio nazionale ci sono sedi giudiziarie ancora più parcellizzate: tra le 220 sezioni distaccate ne esiste una da record (è quella di Guastalla, ma non è stato il ministro a rivelarne il nome) in cui lavorano 5 unità di personale amministrativo che producono «poco più di un centinaio di procedimenti utilizzando strutture che costano ai cittadini per le sole spese vive circa 50 mila euro l'anno». Per non parlare poi dei micro uffici del giudice di pace in cui, con un carico di poche decine di cause ogni anno, vengono utilizzati fino a sei impiegati: e questo succede a Pozzomaggiore, Calvello, Laurenzana, Nulvi, Casacalenda, Santo Stefano Belbo.

Ecco, partendo da questa geografia ottocentesca - «disegnata più sui viaggi in carrozza che sull'alta velocità» - il governo ha fatto cadere la scure sui rami secchi della giustizia: cancellati, dunque, 37 tribunali, 38 procure, 220 sedi distaccate, 674 uffici del giudice di pace per un totale di 1.000 edifici che verranno dismessi. Il decreto legislativo varato dal consiglio dei ministri e predisposto dal ministro Paola Severino prevede che gli spostamenti del personale nelle «sedi accorpanti» potranno essere diluiti in 18 mesi ma per l'attuazione della delega ci sono 5 anni di tempo: anche se «l'accorpamento va fatto subito dove c'è la possibilità».

Il ministro Severino ha voluto chiarire che lo schema di decreto legislativo è stato «condiviso all'unanimità dal consiglio dei ministri». E poi ha aggiunto: «Un ministro (Filippo Patroni Griffi, ndr ) mi ha raccontato che molti anni fa suo padre gli disse: "Chissà se almeno tu, quando sarai grande, vedrai la riforma delle circoscrizioni giudiziarie". Per questo dico che la riforma è davvero epocale».

Ma una rivoluzione del genere è anche impopolare e le critiche al governo non vengono risparmiate. Feroci quelle degli avvocati (in sciopero) che sono stati attaccati frontalmente dal ministro: «La loro protesta si basa sul pregiudizio e io, che li conosco bene, dico che gli avvocati dovrebbero essere interessati all'efficienza della giustizia». Ma Maurizio Di Tilla (Oua) è già partito alla carica: «Non è una riforma epocale, è un pasticcio. Ora sarà rivolta...». Il Guardasigilli ha attaccato anche chi legge questa riduzione delle sedi giudiziarie come «una resa alla criminalità organizzata: «No, non è un resa. Tagliamo i rami secchi non la spesa».

I giochi, tuttavia, non sono ancora conclusi. Lo schema di decreto legislativo (costruito dalla direzione dell'organizzazione giudiziaria diretta da Luigi Biritteri) deve compiere ancora gli ultimi due passaggi: mancano i pareri non vincolanti (delle commissioni giustizia di Camera e Senato e del Csm) e la stesura definitiva prevista a settembre. Bene, ha detto il ministro, «confido nella collaborazione del Parlamento e del Csm affinché tutti capiscano che stiamo lavorando in una sede pubblica e non nel segreto di una stanza. Per cui nessuno pensi che qui si sia aperto il mercatino dei tribunali».

Tradotto, questo vuole dire che ci sono pure i margini per depennare dalla lista delle chiusure quelle situazioni al limite che non ce l'hanno fatta a superare i criteri oggettivi stabiliti dalla legge delega e tradotti nel decreto. Possono continuare a sperare Chiavari (che ha un palazzo di Giustizia nuovo di zecca) e Castrovillari (dove se ne sta ultimando un altro che è costato molti milioni), Lamezia Terme dilaniata dalla criminalità, Cassino, Caltagirone e Sciacca. I ripescaggi possono anche esserci - ha detto il ministro pur facendo attenzione a non fare nomi - «ma vanno individuati criteri oggettivi che valgano per tutti».

L'impatto della criminalità organizzata e lo stato delle infrastrutture, ha lasciato intendere, sono due parametri fondamentali da prendere in considerazione: «Molti parlamentari sono venuti da me a rappresentare la propria richiesta ma dico che ora i cittadini saranno soddisfatti di questo provvedimento anche se costerà un piccolo sacrificio. Quello di fare 10 chilometri in più rispetto al tribunale sotto casa».
Dino Martirano

Dino Martirano

7 luglio 2012 | 9:13

Province, sono 61 a rischio chiusura

Corriere della sera

 

Due i criteri: popolazione sotto i 350 mila abitanti ed estensione inferiore ai 3 mila km quadrati

 

ROMA - In Lombardia via 10 Province su 12, tutte tranne Milano e Brescia; 9 su 10 in Toscana, dove resiste solo Firenze; stesso discorso in Emilia-Rogna: saltano 7 su nove, a parte Bologna va bene solo Parma. E ancora in Campania, sono troppe prese singolarmente le Province di Benevento, Avellino e Caserta; nel Lazio Rieti, Latina e Viterbo. Secondo la tabella su cui stanno lavorando al ministero della Funzione Pubblica, sono a rischio chiusura (o accorpamento) 61 Province, già entro fine settembre, ma sarà solo a scadenza del mandato attuale che il riordino sarà operativo, spiegano.

Con la spending review, aveva detto nella conferenza stampa notturna post-consiglio dei ministri, il ministro Filippo Patroni Griffi, «si delinea il processo che porterà alla soppressione e all'accorpamento delle Province esistenti entro fine anno e che si fonderà sulla dimensione territoriale e sulla popolazione. Questo processo potrà portare presuntivamente ad un numero che si aggira intorno alle 50 Province», sulle attuali 107. Ora per la sforbiciata si pensa a due criteri, che verranno messi nero su bianco dal governo entro 10 giorni, come specificato nel decreto: una popolazione inferiore ai 350 mila abitanti e l'estensione sotto 3 mila chilometri quadrati. E in base a questi, le Province sotto osservazione sono 61 nelle Regioni a statuto ordinario, mentre solo 25 (compresi i capoluoghi che vengono fatti salvi) soddisfano i requisiti.

Questo non significa necessariamente che tutti gli enti saranno soppressi: sono infatti possibili accorpamenti. Due o tre province a rischio potrebbero coalizzarsi tra loro per evitare di sparire, poi a decidere saranno i consigli delle Autonomie (organi regionali). Così per esempio, abbandonando i campanilismi, potrebbero mettersi assieme i pisani e i livornesi, gli emiliani di Ferrara e i romagnoli di Ravenna. Seguendo gli stessi requisiti in Sicilia su 9 Province ne rimarrebbero 4 (oltre a Palermo, Agrigento, Catania e Messina), e in Sardegna si salverebbe solo Cagliari. In quanto Regioni a Statuto speciale dovranno adeguarsi, inserendo quanto stabilito nei propri statuti, ma con più tempo davanti: «6 mesi dall'entrata in vigore del decreto».

L'obiettivo del governo Monti è quindi molto più ambizioso di quello comparso e poi sparito dalla manovra di Ferragosto dell'anno scorso, la seconda estiva del governo Berlusconi. Il 13 agosto l'allora ministro leghista Roberto Calderoli aveva tracciato il quadro della riduzione di quegli Enti con meno di 300 mila abitanti o di 3 mila chilometri quadrati. Il taglio avrebbe riguardato 29 Province su 107. Si ricorderà che però il provvedimento incontrò tra l'altro le resistenze della Lega, poi i fatti hanno travolto le intenzioni e il taglio delle Province è diventato un giallo a puntate.

Ed eccoci ad oggi. Il governo ha già fissato il target, i passi successivi sono due: la determinazione dei criteri geo-demografici cui dovrà seguire un provvedimento delle Regioni sul piano di «riduzioni e accorpamenti», che diventano operativi entro 20 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione della spending review. In ogni caso, gli enti sopravvissuti saranno sottoposti alla cura dimagrante: come già previsto dal decreto «Salva Italia», avranno solo presidente e consiglio, mentre le giunte saranno soppresse. Finita la fase di riorganizzazione le Province avranno funzioni di pianificazione territoriale provinciale, tutela e valorizzazione dell'ambiente, e pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale. L'articolo 18 del decreto stabilisce anche che le città metropolitane vedranno la luce entro il primo gennaio del 2014. Saranno 10: Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Roma e Genova e avranno un «sindaco metropolitano», che potrà essere il sindaco del comune capoluogo o eletto dai cittadini; e un consiglio eletto tra i sindaci del territorio .

 

La lista

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Melania Di Giacomo

7 luglio 2012 | 7:48

Statali, addio posto fisso. Così la mobilità e uffici più stretti

 

Corriere della sera

 

Da ottobre, buono pasto di 7 euro per tutti. In caso di mobilità l'80% stipendio calcolato su salario base, senza altre indennità

 

ROMA - «Impiegato di settima: scrivania in mogano, poltroncina in finta pelle, telefono, pianta di ficus. Impiegato di quinta: lampada di opalina, piano di cristallo, naif jugoslavo alla parete, due piante di ficus». No, non c'è la gerarchia degli arredi raccontata nel Secondo tragico Fantozzi . Ma il decreto sulla «spending review» entra anche fisicamente nelle stanze degli statali. L'articolo 3 parla di «ottimizzazione degli spazi ad uso ufficio» e fissa un «parametro di riferimento compreso tra 20 e 25 metri quadri per addetto». Non è «l'ufficietto da 15 metri» minacciato un paio di mesi fa dal ministro Piero Giarda. Ma la stanza che si restringe è la prova materiale della rivoluzione (in peggio) che sta arrivando per i travet d'Italia.

«Quello che una volta chiamavano "impiegato irto di diritti" si sta avvicinando sempre di più al lavoratore privato» dice Guido Melis, ordinario di Storia dell'amministrazione pubblica alla Sapienza di Roma. «Un percorso ineluttabile - avverte il professore - che va guidato con intelligenza per evitare la brutta sensazione di voler mettere con le spalle al muro un'intera categoria». E che come ogni cambiamento, ogni rivoluzione, ha i suoi simboli. Il buono pasto, ad esempio. Dal primo ottobre si restringerà pure quello, 7 euro per tutti con la fine di quel federalismo del ticket che oggi vede le somme più diverse, quasi sempre più alte. Così lo Stato pensa di risparmiare 50 milioni di euro. Ma per il lavoratore è un'erosione dello stipendio di fatto. «I buoni pasto - dice Gregorio Fogliani, presidente dell'azienda del settore Qui! Group, - rappresentano per 2,3 milioni di persone una mensilità in più. Così si restringono i consumi, creando recessione».

Oltre che di simboli, però, la rivoluzione è fatta anche di sostanza. E la vera preoccupazione è un'altra, la messa in discussione del posto garantito e dello stipendio sicuro. È vero che la mobilità è stata introdotta nel 1993, non a caso dopo un'altra burrasca finanziaria. Anche allora per gli statali fu un colpo. Ma poi, grazie al criterio della volontarietà, non cambiò molto. Questa volta invece la manovra si presenta per loro meno rassicurante. Il taglio all'80% era previsto dalla riforma Brunetta di tre anni fa. Ma adesso la mobilità è più di un'ipotesi perché scatta obbligatoriamente se non bastano i prepensionamenti per rispettare i tagli alla pianta organica dei ministeri, quel 20% per i dirigenti e quel 10% per tutti gli altri che rappresentano il cuore del decreto. C'è un vincolo esterno, insomma, che lascia poche speranze come tutti i vincoli esterni da Maastricht in giù.

«La chiamano mobilità per fare meno paura ma la sostanza è che ti mettono alla porta», dice Pompeo Savarino, presidente dell'Associazione dirigenti delle pubbliche amministrazioni. Dopo due anni di mobilità chi non trova un altro posto viene licenziato. «E con i tempi che corrono essere ricollocati è un'illusione» prevede Savarino che per questo dice sì al blocco del turn over ma no alla mobilità. C'è poi un'altro problema. L'80% dello stipendio incassato durante la mobilità viene calcolato sul salario base, senza straordinari o indennità, e diventa quindi la metà di quello che uno è abituato a portare a casa ogni mese.

I sindacati del pubblico impiego non ci stanno, anche se usano toni diversi: Cgil e Uil pensano a uno sciopero a settembre mentre la Cisl parla di mobilitazione. E la paura si allarga dal centro alla periferia, visto che i tagli potranno essere imposti anche agli enti locali se supereranno del 40% la media nazionale nel rapporto fra dipendenti e popolazione. Qui a tremare è soprattutto il Sud, ma si riuscirà poi davvero a provare lo sfondamento previsto dalla norma? Considerando l'Italia intera la media è di un dipendente comunale ogni 128 abitanti. Ma se abbassiamo la lente di ingrandimento vediamo che in Sicilia è di uno ogni 87 mentre in Lombardia di uno ogni 142. «Mettere un numeretto e via non funziona» dice il presidente dell'associazione dei Comuni Graziano Delrio, che considera questa misura «a rischio di incostituzionalità».

Ma il problema Sud resta e ha radici antiche. Le ricorda di nuovo il professor Melis, lo storico della pubblica amministrazione: «Tutto comincia con il patto Giolitti dei primi del '900, un accordo non scritto per il quale i meridionali, rimasti fuori dall'industrializzazione del Nord, entrarono in massa nella burocrazia». Erano 100 mila alla fine dell'800, salirono a 300 mila nel 1915. «E schizzarono in alto dopo le due guerre mondiali, la burocrazia divenne quasi uno strumento di welfare». Nel suo campo il professor Melis è un'autorità, ma la sua scienza non lo aiuta abbastanza in queste ore: «Mi scrivono decine di amici che lavorano nel pubblico. Hanno paura di perdere il posto, vogliono sapere come andrà a finire». È riuscito a tranquillizzarli? «Neanche uno».

 

Lorenzo Salvia
lsalvia@corriere.it7 luglio 2012 | 9:15

Auto blu, affitti, uffici. Promossi e bocciati del piano sui risparmi A-Z

Corriere della sera

di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA


AUTO BLU
Finora si era andati avanti solo con i censimenti. Le auto blu si contavano, ma di tagli reali, pochi o niente. Questa volta la sforbiciata del 50% per acquisto, manutenzione e noleggi di autovetture prevista si applica anche ai buoni taxi. Sulla carta, un passo avanti netto. Ma per fare i conti finali occorre aspettare.

BENI CULTURALI
Rispetto al nulla del decreto Sviluppo, la spending review prevede un intervento nel settore dei beni culturali. È la soppressione di Arcus, creata nel 2004 per distribuire fondi pubblici a pioggia con criteri assai discutibili mentre siti archeologici importantissimi non vedevano un euro. Bene. Purché non vengano tagliati ancora, oltre al carrozzone, anche gli investimenti nel settore. Certo, visto che per la prima volta si punta a tagliare i dipendenti pubblici in eccesso si poteva osare di più: almeno introducendo maggiore flessibilità nell'orario di apertura dei musei.

CONSULENZE
Il divieto di dare consulenze a dirigenti pubblici appena andati in pensione, per quanto in certi casi specifici possa avere un senso, era stato già introdotto a Palazzo Chigi. Ora dovrebbe essere generalizzato. La pratica, anche in società statali, è diffusissima. Troppo. Recentemente si era vista proprio alla direzione generale di Arcus. Resta da chiedersi perché si sia atteso tanto. In ogni caso meglio tardi che mai.

DIPENDENTI PUBBLICI
L'eliminazione delle consulenze ai pensionati dovrebbe contribuire alla realizzazione di una delle misure centrali della spending review : la riduzione del 10% del numero dei dipendenti pubblici. Taglio che dovrebbe salire al 20% per i dirigenti e che dovrebbe riguardare tutti gli apparati dello Stato. Una sfida coraggiosa. Dal comunicato di Palazzo Chigi sembra di capire tuttavia che le amministrazioni periferiche, come le Regioni (dove ci sono le eccedenze di personale maggiori) sono escluse. Ahi ahi... Conoscendo certi governi locali c'è da toccar ferro. Ma lì purtroppo, senza un ritocco costituzionale, il governo ha le mani legate.

ENTI INUTILI
Il decreto stabilisce la soppressione dell'Isvap e della Covip: era ora. Anche se, dopo aver fatto trenta, si poteva fare trentuno. Per esempio, affidare compiti degli organismi cancellati alla Banca d'Italia, che dispone in abbondanza di personale ben preparato, invece che a un ente nuovo di zecca (l'Ivarp). Giusta anche la chiusura dell'Ente per il Microcredito, dell'associazione Luzzatti e della Fondazione Valore Italia. Difficile tuttavia non ricordare com'è andata a finire tutte le altre volte in cui si è decisa la soppressione di enti inutili. Come diceva Nino Manfredi: « Fusse che fusse la vorta bbona... »

FORNITURE
Le pubbliche amministrazioni spendono ogni anno 140 miliardi per acquistare beni e servizi. L'esperienza insegna che se tutti comprassero servendosi della Consip, creata apposta per gestire in modo centralizzato le forniture pubbliche, si risparmierebbe almeno il 20%. Con la spending review si fissa ora il principio generale che gli acquisti vadano effettuati in questo modo, salvo che non si riescano a ottenere condizioni migliori. Interessante la norma secondo cui per alcune forniture particolari, come elettricità, telefonia e carburanti, è obbligatorio servirsi della Consip oppure delle centrali di committenza regionali: chi non segue la regola rischia l'illecito disciplinare. Sperando che, in un Paese dove nessuno viene chiamato a rispondere delle proprie azioni, alle minacce seguano, contro i «furbetti dell'acquistino», azioni concrete.

GIUSTIZIA
Scuola, università e ricerca si sono salvate: pare che ci abbia messo una buona parola Giorgio Napolitano. Destino diverso toccherà alle strutture giudiziarie. Trentasette tribunali (su 165) e trentotto procure spariranno. Con loro, 220 sezioni distaccate di uffici giudiziari e centinaia di giudici di pace. Furibondi i sindacati: «Pagano sempre i cittadini, mai i poteri forti». Sarà. Ma la sproporzione abissale tra il sovraccarico di personale di certi tribunali rispetto alle carenze drammatiche di altri gridava vendetta al cielo. Un solo esempio: tempo fa la dotazione di giudici a Mistretta era non solo sette volte superiore a quella di Vicenza, ma tripla perfino rispetto a realtà calde come Brindisi o incandescenti come Santa Maria Capua a Vetere. Non sarà forse «una svolta epocale» come sostiene Paola Severino, ma una riorganizzazione, come dimostrano decine di inchieste giornalistiche, era indispensabile.

HOUSE
Dal primo gennaio del 2014 le amministrazioni pubbliche potranno dare affidamenti diretti alle società cosiddette « in house », cioè a controllo totalitario, esclusivamente se il valore di ogni singolo servizio è inferiore a 200 mila euro. Vigilare sui frazionamenti.

IVA
Come sarà sciolto il mistero dell'aumento dell'Iva? Il comunicato del governo afferma che la spending review consentirà di evitare l'aumento di due punti dell'Iva per gli ultimi tre mesi del 2012 e per il primo semestre del 2013. Significa che comunque l'Iva salirà di altri due punti da luglio 2013, per scendere poi di un punto dall'inizio del 2014? Incomprensibile. Boh...

LOCAZIONI
Pare che nemmeno il ministro Piero Giarda sia venuto a capo di un rebus: quanto spendono le pubbliche amministrazioni per affitti di uffici e locali? A scanso di equivoci, è previsto che vengano rinegoziati i canoni, per risparmiare almeno il 15%. E che poi si faccia una ricognizione degli immobili demaniali che possono essere usati per gli uffici pubblici. Finalmente! Purché anche la Consip risolva il suo contratto. Il soggetto che ci deve far risparmiare paga infatti per la sua sede un affitto di 2,3 milioni l'anno al netto dell'Iva: 638 euro al metro quadrato. Più caro della carissima pigione che la Camera paga per i palazzi Marini.

MEDICINE
Aumenterà lo sconto obbligatorio per i farmaci forniti al Servizio sanitario nazionale. Bene! Lo sfondamento della spesa farmaceutica sarà anche a carico dei fornitori. Bravi! Gli importi e i volumi di fornitura dei dispositivi medici saranno ridotti. Bis! Purché si metta mano al più presto al problema posto della caccia ai pazienti da parte di studi e associazioni che hanno scoperto l'affarone delle denunce contro ortopedici, chirurghi, otorini e così via. I quali, costretti a difendersi, in mancanza di una legge chiara, ricorrono ad assicurazioni sempre più care e prescrivono analisi e farmaci e controlli anche superflui per evitare al massimo i rischi. Una «medicina preventiva» che costa, secondo certi calcoli, 12,6 miliardi l'anno, cioè l'11,8% dell'intera spesa sanitaria.

NOMINE
Chi glielo spiega adesso ai politici trombati che le poltrone sono sempre meno? C'è una regola che fissa a un massimo di tre i posti nei consigli di amministrazione delle società a totale partecipazione pubblica. Non solo. Due su tre devono essere dipendenti pubblici. Uno solo potrà essere esterno, col doppio incarico di presidente e amministratore delegato. Le società statali in questa situazione (per esempio il Poligrafico dello Stato) non sono molte. Speriamo soltanto che sia d'esempio per le migliaia di aziende controllate dagli enti locali. E più ancora nelle regioni a statuto speciale. Dove l'andazzo va avanti come prima, quasi che la crisi riguardasse solo il resto del Paese.

OSPEDALI
Alla fine l'hanno avuta vinta: gli ospedali con meno di 120 posti letto evitano la chiusura anche stavolta. Un film già visto. Qualunque cosa riguardi le Regioni non si può toccare: pena il rischio di un ricorso (perso in partenza, ovvio), alla Consulta. Se poi c'è di mezzo la sanità, che fa girare ogni anno 110 miliardi, lasciando qua e là spazi enormi alle clientele, apriti cielo! Diciamolo: il governo era frenato in partenza da questi lacci e lacciuoli iper-autonomisti. Ma diciamo la verità: o si modificano queste competenze, o non si farà mai un passo avanti.

PROVINCE
L'accorpamento delle Province, anziché l'abolizione pura e semplice, era stato studiato proprio per evitare rogne davanti alla Corte costituzionale. Ma il progetto della Funzione pubblica ha rischiato di fare la stessa ingloriosa fine della proposta avanzata la scorsa estate da Roberto Calderoli ed evaporata miseramente in poche ore. Il governo si è salvato in corner con l'impegno di predisporre un provvedimento ad hoc nel giro di venti giorni. Vedremo. Intanto, a quanto pare, è saltato uno dei tre parametri fissati per lasciare in vita una provincia: avere nel proprio territorio almeno cinquanta Comuni. Non è un bel segnale.

QUASI PENSIONATI
I risparmi della spending review , dice la presidenza del Consiglio, faranno tirare un sospiro di sollievo ad altri 55 mila dei famosi «esodati». Che potranno così andare anche loro in pensione. Una conferma ulteriore che i lavoratori rimasti nel Limbo, senza stipendio né assegno di previdenza, erano molti più di 65 mila. Altre sorprese in arrivo?

RICOSTRUZIONE
Monti ha promesso che grazie alla revisione della spesa ci saranno due miliardi in due anni per riparare i danni del terremoto. Era il minimo del minimo, per i cittadini dell'Emilia Romagna. Resta il tema: a quando un serio programma di prevenzione?

SPESE MILITARI
«Le Forze armate ridurranno il totale generale degli organici in misura non inferiore del 10%». Un sacrificio inferiore al resto della pubblica amministrazione. Tutto qua? E gli stanziamenti per gli armamenti? E i privilegi ingiustificati degli alti gradi militari? Ci si può accontentare dell'«accelerazione della procedura di vendita degli alloggi di servizio di proprietà del ministero della Difesa»?

TAGLI
Tagli, sempre tagli, fortissimamente tagli. La spending review prevede anche un giro di vite, com'era intuibile, ai trasferimenti dal centro alla periferia. Giusto. Dal prossimo anno le Regioni ordinarie rinunceranno a un miliardo. La crisi è crisi. Le Province, a un altro miliardo. La crisi è crisi. Ai Comuni, invece, toglieranno due miliardi: e qui, però, la rasoiata rischia di essere tremenda. Pagano sempre gli enti locali più vicini ai cittadini, e i sindaci spesso si devono far carico di tutti i problemi. Come lo spiegheranno quegli amministratori, ai loro amministrati, che devono tagliare altri servizi mentre alcuni pezzi dello Stato subiscono appena appena una spuntatina?

UFFICI
Agli impiegati pubblici toccherà stringersi. Non avranno a disposizione che fra 12 e 20 metri quadrati per addetto. Riduzione degli spazi, riorganizzazione delle strutture, interventi di manutenzione più razionali: il tutto per risparmiare un bel po' di quattrini. Perfetto. Ciò che capiamo meno è perché «una parte degli avanzi di gestione (cioè dei risparmi, ndr ) dell'Agenzia del Demanio» dovrà essere destinata «all'acquisto di immobili per soddisfare le esigenze allocative delle amministrazioni dello Stato». Fateci capire: sono troppi o troppo pochi, i possedimenti immobiliari pubblici?

VALORIZZAZIONE
Parola che non può mai mancare. Qui c'è due volte: per dire che saranno rese «più efficaci» le disposizioni per «la valorizzazione» a fini economici di immobili pubblici e che pure le società immobiliari pubbliche che hanno come scopo «la gestione e valorizzazione» del mattone di Stato beneficeranno di un trattamento fiscale «di favore». Dopo tutte le fesserie fatte con la scusa di «valorizzare» i nostri beni è obbligatorio vederci chiaro.

ZAVORRA
Una spending review che si rispetti non può che concludersi con un auspicio. Che la zavorra non la blocchi. Che le misure di buon senso (ce ne sono, e benvenute) non finiscano per impantanarsi in ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato. Che la burocrazia statale, mai così potente quando sono in discussione le sue prerogative e i suoi privilegi, rinunci per una volta a gettare sabbia negli ingranaggi. Perché, anche se qualcuno ancora non se n'è reso conto, siamo tutti sulla stessa barca.

 

7 luglio 2012 | 9:13

Comunicato stampa "disposizioni urgenti per la riduzione della spesa pubblica a servizi invariati" (spending review)

 

 

  • Il testo del provvedimento (.pdf)

     

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