sabato 7 luglio 2012

Più alto è il testosterone, maggiore è per le donne la voglia di autoerotismo

Il Messaggero

 

MICHIGAN - In genere le donne sono molto più restie degli uomini nell’ammettere di masturbarsi con una certa frequenza. La falsa credenza che l’autoerotismo sia un fenomeno prettamente maschile resta assai diffusa.
Ma oggi una ricerca condotta dall’Università del Michigan ha chiarito che donne con elevati livelli di testosterone preferiscono la masturbazione all’attività sessuale di coppia. Alcuni studi messi a punto in precedenza avevano ritenuto valido per le donne lo stesso principio che anima la sessualità maschile: più alto è il livello di testosterone, maggiore è la voglia di sesso.

L’equipe di studiosi americani ha analizzato le dinamiche erotiche relative a 105 uomini e a 91 donne che hanno compilato un questionario riguardante tutti gli aspetti della loro attività sessuale e, in un secondo momento, hanno fornito un campione di saliva per permettere ai ricercatori di determinare il livello di testosterone presente nell’organismo. A conclusione dell’operazione è apparso chiaro che le donne con i livelli più alti di testosterone erano meno desiderose di avere un amplesso rispetto alle donne con i livelli più bassi.

I soggetti femminili con un grado elevato di tale ormone avevano sottolineato di provare spesso un’irresistibile propensione alla masturbazione. Il testosterone viene prodotto sia dai testicoli che dalle ovaie e varie ricerche associano i suoi livelli a quelli dello stress. Sara Van Anders, capo dell’equipe medica che ha condotto lo studio ha dichiarato: «Le persone ritengono che le ricerche di tipo sessuale si focalizzino troppo sul trattamento farmaceutico per disfunzioni e non tengano conto di fattori quali il piacere, la relazione o lo stress. Sono ancora molti i fattori sottovalutati».

Inediti di Caravaggio, crescono i dubbi degli studiosi

Il Messaggero

 

di Fabio Isman

ROMA - Nel migliore dei casi, sono assai scettici: chi in Italia si occupa da decenni di Michelangelo Merisi non crede nella scoperta, annunciata con enfasi mentre uscivano due libroni acquistabili soltanto in internet, di 100 disegni inediti del sommo pittore. Da Pechino, Rossella Vodret ha «visto qualcosa» dice «Sono disegni non nuovi, ma interessanti; possono preludere a varie cose. Però, vanno studiati da chi si occupa dell’artista da una vita; da chi, come ad esempio Mina Gregori, Caravaggio l’ha negli occhi e se lo sogna la notte. Da quanto ho visto, dubito molto; non mi sembrano nemmeno la sua mano». Allora, subito da Mina Gregori: «Mai incontrati questi studiosi; il fondo è noto da tempo, io stessa lo conosco. Peterzano e bottega: ha una rilevanza ma manca un disegno certo di Caravaggio cui fare riferimento». Francesca Cappelletti: «Secondo quanto si dice, sarebbe l’unico pittore che disegna i suoi temi prima che i quadri gli siano commissionati; spesso, poi, le presunte analogie sono solo posturali: teste inclinate, braccia analogamente disposte; è davvero troppo poco».

I disegni milanesi sono noti da tempo: comprati nel 1924 e dal 2011 in via di catalogazione; ma studiati, ad esempio, da Maria Teresa Fiorio, Giulio Bora, Maurizio Calvesi. «La Fiorio pensava che lo schizzo di una Sibilla fosse analogo al Bacchino malato: e se Caravaggio si fosse ricordato il disegno del maestro Peterzano a distanza di anni?», chiede ancora Cappelletti. «Per Calvesi», dice Alessandro Zuccari alla Sapienza, «un angelo di questo fondo potrebbe essere passato nel quadro di Hartford, il San Francesco in estasi: ne ipotizzava la sua mano; ma stilisticamente troppi non mi tornano». La direttrice del Castello Sforzesco di Milano, dove il fondo è custodito, dice di aver visto gli studiosi, Maurizio Bernardelli Cruz e Adriana Conconi Fedrigolli, un anno fa; chiesero delle foto dei disegni; e il primo risponde: «Dichiarazioni faziose e campate in aria» e la invita a dimettersi. In realtà, tra i «caravaggeschi» i due sono quasi dei Carneade; «lui, mesi fa, ha pubblicato, ma stranamente in internet, l’inventario di Costanza Colonna; mai incontrato, stiamo attenti alle bufale: è una buona stagione per le mozzarelle», continua Zuccari.

I più «buoni» parlano di «immagini da studiare». Spiegano che tra quei disegni, la mano di Caravaggio probabilmente c’è; ma riconoscerla è assai arduo, essendo impossibili i paragoni: «L’opera d’arte è squisitamente relativa, va messa in relazione con altre», diceva già Cesare Brandi. E Caravaggio subì due sequestri, in cui non c’è traccia di disegni: «Magari, li distruggeva; come Borromini che ne ha bruciati tanti, per proteggere le proprie invenzioni», dice Zuccari. «Sotto i quadri giovanili un disegno c’è», spiega Vodret: nella Canestra di frutta, nel Bacchino malato, nel Martirio di San Matteo e San Matteo e l’angelo; ma non sono disegni autonomi; poi, lui passa a incidere la preparazione dei dipinti e non disegna più. Ancora: il fondo Peterzano è da sempre a Milano: Caravaggio avrebbe copiato dei disegni per portarseli a Roma? Difficile crederlo. Ancora Zuccari: «Se si fa una scoperta, si presenta al mondo scientifico; un giorno di dibattito, come magari per il Sant’Agostino scoperto da Clovis Witfield e Silvia Danesi Squarzina: dopo averne discusso, sono ancora più certo che non sia suo. E’ un’operazione mediatica su disegni interessanti e già noti».

Sabato 07 Luglio 2012 - 12:28
Ultimo aggiornamento: 12:29

Stereo portatile è lo strumento adottato più velocemente negli ultimi 50 anni

Il Messaggero

 

Il dispositivo tecnologico adottato più rapidamente negli ultimi 50 anni? Non è il cellulare, né la fotocamera digitale o il pc.

di Vincenzo Sassu

 

ROMA - Se vi chiedessero qual è il dispositivo tecnologico adottato più rapidamente negli ultimi 50 anni, cosa direste? Pensateci un attimo. Ma escludete in partenza il cellulare, la televisione a colori, la fotocamera digitale o il personal computer.L’epoca in cui è stato pensato il device in questione è quella degli anni ’70, del rock progressivo dei Pink Floyd, quella dei Led Zeppelin, pionieri dell’hard rock o di uno dei gruppi precursori dell’heavy metal: i Deep Purple. Ma era anche il periodo dell’armonica e della chitarra acustica di Bob Dylan, della voce febbrile e rabbiosa di Patty Smith, dell’eclettico Barry White o della disco music dei Bee Gees, celebrata dal film Saturday Night Ever, uscito negli Stati Uniti nel 1977 e arrivato in Italia un anno dopo, come La febbre del sabato sera.

Note che dal 1975 in poi avevano cominciato a risuonare anche ai bordi delle strade, all’interno delle automobili, in metropolitana o in spiaggia grazie ad un apparecchio che nel giro sette anni entrò nelle case di oltre il 60% delle famiglie americane: il boombox, lo stereo portatile, un vero e proprio cult del periodo.
Ad affermarlo è uno studio pubblicato dal Journal of Management and Marketing Research dell’American Marketing Association che in questa speciale classifica piazza al secondo posto il lettore CD (56%) seguito dal lettore DVD (50%), dal videoregistratore (40%), dal lettore CD portatile (31%) e dalla fotocamera digitale (28%).

Agli ultimi posti troviamo invece la Pc Tv e la televisione a colori (0,1%) preceduti dal video registratore digitale e dal fax (0,4%). Contrariamente alle aspettative anche la tv satellitare e il telefono cellulare hanno faticato ad imporsi nel mercato nei sette anni seguenti al lancio sul mercato con un tasso di penetrazione rispettivamente del 17% e del 10%.
In questa speciale graduatoria non compaiono smartphone e tablet di recente introduzione. Saranno forse loro a detenere il primato fra qualche anno, scalzando il mitico boombox dalla vetta? Viste le statistiche sembrerebbe proprio di sì. Secondo le ultime ricerche di mercato svolte da Berg Insights e ComScore, nel 2011, in Europa, le vendite di smartphone sono cresciute del 59%, raggiungendo 470 milioni di unità. Rispetto al 2010 quelli di fascia alta hanno raddoppiato le loro vendite passando da circa 75 milioni a circa 150 milioni, così anche quelli più economici balzati, in un solo anno, da 10 milioni a 70 milioni di unità.

Discorso simile per il tablet che, nel 2011, secondo i rilevamenti di Nielsen, è stato addirittura il regalo più desiderato dal 44% dei bambini americani al di sotto dei 13 anni. Un device, la tavoletta digitale, che anche in Italia è sempre più diffuso: sempre secondo lo stesso istituto di ricerca, nel nostro Paese lo scorso anno se ne contavano oltre un milione su 9000 famiglie (campione rappresentativo).

Partendo dall’assunto che il valore intrinseco della tecnologia è nullo se nessuno l’utilizza ma aumenta al crescere degli utenti, come dice la legge di Metcalfe, allora il valore rappresentato dalle nuove piattaforme mobili è destinato certamente a crescere in un mondo sempre più interconnesso come quello odierno. Un po’ come, vent’anni fa, crebbe quello del boombox, lo stereo gigante a due casse, diventato indispensabile negli anni ’80 per tutti quei giovani che negli angoli delle strade amavano condividere la passione per la musica con il proprio gruppo di amici. Una moda che chissà magari potrebbe anche tornare in auge nell’epoca attuale della condivisione e della partecipazione, dopo anni di “dispositivi della solitudine” dal walkman e all’iPod, contribuendo al recupero di quella dimensione relazionale che, come sostiene Luca De Biase, rappresenta “un segnale importante nel filone di pensiero collegato al tema dell’economia della felicità”.

Sabato 07 Luglio 2012 - 13:26

L’angelo dei cani randagi primo Cavaliere animalista

di Oscar Grazioli - 07 luglio 2012, 08:00

 

Sara Turetta, l’ex pubblicitaria che ha cambiato vita dedicandosi ai quattrozampe romeni, riceverà l’Ordine della Stella d’Italia

 

Sara Turetta, un nome che nel campo del benessere animale, quello vero, generoso, solido e soprattutto fattivo, svetta come una montagna. Fino al 2001 la vita di Sara è quella di una giovane pubblicitaria che si divide fra una brillante carriera e l’intensa attività come attivista dei diritti animali in Italia.

 

Sara Turetta

Sara Turetta

 

Come nei romanzi o nei film, tutto cambia nella primavera di quell’anno, quando Sara inizia a interessarsi dei randagi di Romania, quelle centinaia di migliaia di cani sterminati dalle autorità nell’indifferenza generale e in un contesto di randagismo totalmente fuori controllo. Qualcuno potrebbe chiedersi perchè occuparsi della Romania, visto che in Italia non mancano certo i problemi. «Domanda» mi risponde «che mi sono posta anch’io all’inizio, ma quando ho fatto il mio primo viaggio a Bucarest, nel 2001, ho capito l’enorme differenza tra i due Paesi. Quello che più mi ha colpito è stato vedere centinaia di cani agonizzanti nelle strade, perché avvelenati o travolti da un’auto e la gente che gli passava sopra senza neanche degnarli di uno sguardo. Questo, per fortuna, non succede in Italia, dove, pur con tanti problemi irrisolti, la coscienza verso il benessere animale è cambiata radicalmente negli ultimi decenni». E così Sara comincia la sua spola tra Romania e Italia, consapevole che stando qui, nel suo paese, non avrebbe inciso minimamente su quella drammatica situazione, che è poi simile in Ucraina, Moldavia e Bulgaria, per restare in ambito europeo.

Nell’ottobre 2002, Sara si trasferisce stabilmente a Cernadova, cittadina a 180 chilometri da Bucarest, dove era partito un piccolo progetto di sterilizzazioni, poi abortito per motivi burocratici. Per tre anni Sara anni vive in un piccolo appartamento all’interno di un «bloc», i grigi casermoni retaggio del regime di Ceausescu. Il riscaldamento è a singhiozzo, l’acqua è razionata, le persone sono ostili: la presenza di un’italiana che gestisce un centro per la cura dei cani randagi risulta incomprensibile e crea sospetto. Nonostante ciò, alcune importanti donazioni di sostenitori italiani e lo strumento di Internet fanno crescere il rispetto per questa ragazza determinata, che parla e agisce in modo chiaro e convincente. A Cernadova cominciano a vedersi le magliette di Save the dogs, la cui sede ufficiale verrà fondata da Sara nel 2005 a Milano. Oggi l’associazione conta cinque dipendenti, e 42 operatori assunti a tempo pieno, oltre a due sedi in Romania: Cernadova e Medgidia.

«I rifugi per centinaia di cani che abbiamo fatto e continueremo a fare, su standard europeo» mi dice Sara «sono, al di là dell’aiuto per quei randagi, un’operazione culturale e sociale per indicare la strada a un Paese che versa in una situazione drammatica, da vari punti di vista. Noi vogliamo essere un modello culturale di riferimento ed è per questo che abbiamo attivato programmi educativi, di assistenza veterinaria ai poveri, di pet therapy». Il prossimo 10 luglio Sara verrà insignita, a Bucarest, dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia. Sarà la prima attivista per i diritti degli animali a ricevere il prestigioso riconoscimento concesso direttamente dal Presidente della Repubblica Italiana. Un eccezionale riconoscimento, quello di Sara, splendido e meritato viatico per tutti quelli che si battono per un maggiore rispetto nei confronti di coloro che spesso definiamo «i nostri fratelli minori».

Minori non so, fratelli, di sicuro

Il tempio buddista si quota in Borsa

La Stampa

 

La montagna sacra di Putuo sul listino di Shanghai

Un monastero buddista. La nuova frontiera è la quotazione in Borsa

 

ILARIA MARIA SALA

hong kong

 

La vita è sofferenza, e la sofferenza è data dagli attaccamenti materiali: queste, sono le prime due delle Quattro Nobili Verità, la base di tutto l’insegnamento buddista (le alte due, per chi se lo stesse chiedendo, recitano che la fine delle sofferenze è raggiungibile, seguendo la via della cessazione delle sofferenze, ovvero gli insegnamenti buddisti).

Ciò malgrado, ecco che le quattro montagne sacre del buddismo, che si trovano in Cina, hanno deciso che gli attaccamenti, ancor più se materiali, non sono poi così da disprezzare, e vorrebbero quotarsi in Borsa. L’idea è stata resa pubblica dalle autorità che gestiscono la montagna sacra di Putuo, su un’isola dallo stesso nome un po’ più a sud di Shanghai, per quanto non sia una novità assoluta: nel 1997 la Montagna di Emei, sacra anch’essa al buddismo, fece il suo ingresso al listino di Shenzhen – ma eravamo agli inizi della febbre della Borsa, e quasi nessuno se ne accorse.

Da tempo, poi, si mormora che anche il tempio di Shaolin, noto per le arti marziali nelle quali eccellono i suoi monaci – e per una commercializzazione esasperata tanto delle prodezze monacali che del tempio stesso – voglia quotarsi in Borsa, ma le critiche di eccessivo amore per il denaro sono già tante, che fin’ora il tempio ha tergiversato. L’ardire di Putuo però ha incoraggiato le autorità delle altre tre montagne sacre, che si sono immediatamente pronunciate per dire che si tratta di un’ottima idea, e che anche loro sarebbero interessate a fare domanda per lanciarsi sul mercato.

Queste sono la montagna Wutai, nello Shanxi – una delle montagne sacre del buddhismo tibetano – e la montagna Jiuhua nell’Anhui, che stanno seguendo con attenzione il modo in cui si sta muovendo il «Comitato per la gestione della panoramicità del monte Putuo». Si tratta di un’operazione che è stata lanciata come tante altre del suo genere, con l’eccezione delle caratteristiche sacre: dapprima, dunque, le autorità locali hanno creato un’azienda a responsabilità limitata, chiamata Gruppo per lo sviluppo del turismo del Monte Putuo. Poi, è stato stabilito che il Gruppo avrebbe cercato di raccogliere poco meno di 100 milioni di euro a Shanghai, per «fare soldi, e promuovere il turismo locale», hanno detto, con una certa dose di onestà.

L’idea sulle prime era piaciuta anche all’antico tempio di Famen, uno dei più sacri che ci siano dato che dovrebbe contenere, fra le sue reliquie, nientemeno che dei frammenti di ossa di Buddha stesso. Famen, forte del contenuto delle sue urne sacre, ha già detto che vuole presentarsi a Hong Kong nel 2013 —lo stesso mercato azionario dove si è quotata Prada. Dong Hongyun, il Segretario del Partito di Xinzhou – dove si trova Famen – ha garantito che tutto sta andando per il meglio, e la quotazione non dovrebbe incontrare problemi.
Ma il piano ha incontrato un’enorme opposizione: secondo l’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua, Liu Wei, membro dell’Amminsitrazione Statale per gli affari religiosi, avrebbe detto che questo tipo di progetti borsistici danneggiano l’immagine della religione, e possono ferire i sentimenti dei devoti. Non che l’Amministrazione Statale per gli affari religiosi sia nota per il suo fervore spirituale – si tratta pur sempre di un’istituzione governativa, piena di membri del Partito Comunista che per fare carriera devono assicurare di essere atei.

Per ora, le autorità del tempio continuano a premere per la quotazione, e Zhang Shaolei, del Gruppo di Putuo, ha cercato di placare le critiche dicendo che quello che vuole quotare in Borsa sarebbe solo la parte turistica del business della montagna sacra. Ma su Weibo, e perfino nella stampa ufficiale, l’opinione espressa da molti è che in una montagna sacra è la componente spirituale ad attirare i visitatori, che non vi si recano solo per turismo. Per ora, il dibattito su buddhismo e attaccamenti materiali continua.

Trasporti funebri con lo sponsor per chi muore in solitudine

La Stampa

 

Idea del Comune di Novara. Le agenzie avranno a disposizione un banner sul sito del municipio

 

claudio bressani

 

Trasporti funebri con lo sponsor se l'addio riguarda persone sconosciute, indigenti, morte in solitudine, per strada o anche in luoghi privati in caso di incidente. Sono servizi che per legge fanno carico al Comune e sono sempre stati appaltati a un'impresa di onoranze funebri (nell'ultimo triennio se ne occupava «La Pace»). Ora però si cambia: l'idea è di affidarli per cinque anni, a rotazione mensile, alle aziende del settore che vorranno aderire, in cambio di pubblicità.

Non ovviamente sui feretri o sui carri mortuari, ma su una serie di canali informativi comunali: durante il mese in cui è di turno, l'impresa di onoranze funebri avrà a disposizione un banner sul sito internet istituzionale, potrà esporre il proprio marchio sul televisore posto nel salone d'ingresso del municipio «ad intervalli regolari per dieci minuti» e su un cartello posto allo sportello. E sarà anche autorizzata a stampare annunci funebri con l'indicazione che il servizio viene svolto gratuitamente.
Per lo sponsor il vantaggio sarà di «promuovere il proprio nome, immagine, marchio o attività» e in tal modo di «aumentare la propria notorietà». Per il Comune, invece, sarà un bel risparmio: il costo del servizio sarebbe di 21 mila euro annui, calcolando una media di 14 servizi sulla base di una stima storica.

I casi in cui il servizio è a carico del Comune sono diversi. Anzitutto il Ministero della Sanità stabilisce che l'ente deve garantire gratuitamente il trasporto delle salme «in caso di decesso sulla pubblica via o, per accidente, anche in luogo privato, su chiamata della pubblica autorità». Inoltre, in base al regolamento di polizia mortuaria, il servizio è a carico del Comune anche per le persone decedute in solitudine o che si trovano in stato di indigenza o per le quali sussiste un disinteresse da parte dei famigliari; per salme di cui non sia possibile accertare l'identità; per trasporto di cadaveri destinati allo studio e alla ricerca o di parti anatomiche riconoscibili.
Sarà predisposto un avviso pubblico per reclutare le imprese interessate a sponsorizzare il servizio, con decorrenza dal 1° settembre. Se saranno più d'una, è prevista una rotazione mensile.

Usa, l'oasi senza Stato Ecco la città a costo zero dove tutto è privatizzato

di Redazione - 07 luglio 2012, 10:00

 

A Sandy Springs, in Georgia, non ci sono né municipio, né dipendenti pubblici Tutti i servizi sono affidati ad aziende esterne. E i conti sono in ordine

 

Immaginate una città senza municipio. Senza uffici, ufficetti, sgabuzzini popolati di dipendenti stanchi, annoiati e poco produttivi. Moltiplicate il costo degli stessi dipendenti pubblici per il numero degli enti e delle società parastatali disseminate in quel territorio e poi fatevi un giro per le strade di Sandy Springs, Georgia.

 

 

Il risultato di questo semplice calcolo matematico sarà zero.

Non per magia, ma perché qui tutto è privato. In questo sobborgo di Atlanta, popolato da 49mila anime, nessuno è sul libro paga dello Stato. Sono tempi duri negli States, l’economia singhiozza, la disoccupazione è salita livelli drammatici, per non parlare di quanto sono magri i bilanci. Bene, questa comunità potremmo chiamarla la El Dorado del rigore, ma per molti è semplicemente «il modello».

L’ondata massiccia di privatizzazioni è iniziata nel 2005 e da allora tutti i servizi sono passati in mano a società esterne e autonome. Se un residente desidera aprire un’attività non si recherà all’ufficio commerciale del comune, ma chiamerà il numero verde di una multinazionale con sede a Coventry, in Inghilterra. Se dovrà presentare un reclamo per la mancata raccolta della spazzatura dovrà invece rivolgersi alla Urs Corporation di San Francisco. Il tribunale, l’ufficio riscossione delle imposte, la polizia, i vigili del fuoco non sfuggono a questo serrato regime privatistico. La Jacobs Engineering Group, con sede a Pasadena, porta avanti il lavoro amministrativo della città e il giudice, tale Lawrence Young, per 100 dollari l’ora si occupa quasi esclusivamente di pratiche private come fosse un semplice avvocato. La sicurezza che risponde al celebre numero 911 è gestita da una società del New Jersey, la iXp.

Per i primi cinque anni e mezzo, Sandy Springs ha utilizzato una sola società, la Ch2m Hill di Englewood, Colorado, per la gestione dei servizi. L’azienda ha fatto risparmiare alla città milioni di dollari. Nel 2010 il sindaco ha poi deciso di separare i settori di competenza «pubblica», aprendo il mercato alla competizione. In questo modo le uscite si sono ridotte di altri sette milioni. È strano pensare che colleghi, vicini di stanza, lavorino per società differenti. Ma è così che funziona a Sandy Springs. Molte città americane da anni parlano di privatizzazioni, ma nessuno è riuscito finora a riprodurre lo stesso schema. Chi si occupa di numeri in città parla di grande successo. I conti sono in ordine, il bilancio è sano e le indagini condotte tra la popolazione per misurare qualitativamente il gradimento delle riforme hanno ottenuto risultati entusiasmanti.

Le critiche non mancano: associazioni di tutela per i diritti dei cittadini in difficoltà ritengono che questa gestione creerà una spaccatura sempre più profonda tra ricchi e poveri della contea. Il particolare di cui non si tiene conto, però, è che la gente della «città privata» continua a versare milioni di dollari l’anno in imposte. Circa centonovanta per la Fulton County e circa la metà di questi è destinata alle scuole. Le tasse – intese come risorse per la ridistribuzione dei redditi - esistono eccome e dunque non si spiega come mai i gruppi di opposizione facciano tanto rumore. «Non ci siamo chiusi in noi stessi, non vogliamo essere più ricchi o migliori degli altri. Siamo una comunità ricca, ma niente di più. È solo invidia la loro» afferma il sindaco, Eva Galambos. Quartieri di lusso, nessun centro, nessuna strada maestra o qualcosa che assomigli alla main street. Tanti, invece, i centri commerciali con catene di ristoranti e supermercati aperti 24 ore su 24. È in uno di questi mall che hanno sede diverse società di servizi come la United Parcel Service e la Hardee. I residenti sono per lo più impiegati di grandi compagnie come la Cnn, la Delta Air Lines o giocatori degli Atlanta Braves e degli Atlanta Falcons. La città ospita anche il quartier generale del famoso rapper Akon.

Sandy Springs non è la prima città americana a introdurre questi criteri di gestione. Maywood, in California, vanta un unico dipendente stipendiato dallo stato, il sindaco, contro i sette di Sandy Springs. La differenza tra le due è che la prima fu costretta all’outsourcing per salvarsi dal fallimento, la seconda incarna un nitido progetto politico: privata per scelta.

Oliver W. Porter è il padre, il grande architetto di questo disegno. È oggi un vecchio signore del sud con il vizio della pipa e della politica. Ha ristrutturato l’impianto organizzativo di questa città da solo, con il titolo di amministratore ad interim e un manipolo di fedelissimi. Dopo anni di lotta con i deputati democratici, nel 2004 ha avuto per la prima volta i numeri per cambiare le cose. Mr Porter è repubblicano e forse si era capito. Ama Reagan, Von Hayek e la filosofia liberale e libertaria. Non crede nello Stato. Racconta il suo percorso nel libro Creating the New City of Sandy Springs, dove scrive la sua ricetta per uscire dalla crisi di questo secolo, l’antidoto alla recessione. «Molti sono sull’orlo del fallimento» scrive. «Le città americane hanno significative passività come le pensioni e altri servizi. È quasi come un veleno che molte persone ignorano e quanto abbiamo realizzato qui potrebbe essere la cura». Sandy Springs non ha una flotta di veicoli, non ha auto blu né un cortile dove parcheggiarle. È senza debito, senza stipendi da pagare né pensioni. Questo è «il modello» e chi ha coraggio lo segua.

Detenuto per 8 anni ma l'assassinato era ancora vivo

di Giovanni Terzi - 07 luglio 2012, 09:50

 

Nell'Italia degli anni '50 un uomo sparisce. Il fratello viene condannato per omicidio. E il "morto" va dai carabinieri

 

Era l'imbrunire del 6 Ottobre del 1954. L'Italia aveva Luigi Einaudi come Presidente della Repubblica ed erano da poco iniziate, il 3 gennaio, le trasmissioni Rai. L'Italia era un Paese con forti contraddizioni; da una parte poteva contare su un reddito pro-capite medio di 258 mila lire il mese (135 euro oggi) dall’altra vantava già circa 15 mila utenti con il televisore che, all'epoca, costava circa 160 mila lire.

 

 

In un clima fatto di forti contrasti e grandi differenze, in un Paese che stava cercando di uscire dal periodo bellico con grande energia quel 6 Ottobre 1954, ad Avola in provincia di Siracusa una signora di mezz’età si stava dirigendo verso il commissariato di polizia per denunciare la scomparsa di suo marito Paolo Gallo, da tutti chiamato Chiodo, che uscito il giorno precedente per andare sui campi dove faceva il contadino, non era più tornato a casa.

Nel Commissariato di Avola i Carabinieri incalzavano la moglie dello scomparso facendo emergere i non buoni rapporti con il fratello, Salvatore Gallo, anche lui contadino. I pessimi rapporti tra i fratelli Gallo vennero subito suffragati dalle voci di paese che vedevano i due spesso accapigliarsi per futili motivi nelle strade di Avola.

La moglie di Paolo Gallo, lo scomparso, indicò subito i luoghi ed i campi dove il marito era solito andare per svolgere la sua attività di contadino. Con grande solerzia gli investigatori ricercarono tracce di sangue nei campi dove la vittima era solito dirigersi. Così, mentre venne incaricato il medico legale dottor Ferdinando Nicoletti di accertare la compatibilità del gruppo sanguigno trovato nei campi con quello della vittima, i Carabinieri fecero visita alla casa di Salvatore Gallo, fratello dello scomparso.

I risultati di queste due verifiche incrociate furono drammatici.

A casa di Salvatore Gallo vennero ritrovate tracce di sangue e, il medico legale, non solo li considerò compatibili con il sangue ritrovato nei campi ed uguale a quello dello scomparso, ma anche di una quantità tale che non lasciava margine al dubbio; lo scomparso Paolo Gallo non poteva essere vivo.

Salvatore Gallo venne immediatamente arrestato, assieme al figlio Sebastiano, per aver ucciso durante una lite furibonda il fratello Paolo. Non solo; l'aggravante per Salvatore e Sebastiano è l'occultamento del cadavere e la pervicacia con cui, padre e figlio, si ostinavano a non voler riferire il luogo in cui avevano seppellito la vittima. La difesa di Salvatore Gallo fu flebile limitandosi a dire con fermezza che , nonostante i pessimi rapporti con il fratello, mai e poi mai avrebbe pensato di ucciderlo. Sul sangue ritrovato sia a casa sia nei campi Salvatore Gallo diede una spiegazione, per gli inquirenti troppo rozza, riconducendo quel sangue a quello di un agnello da lui ucciso pochi giorni prima.

A nulla valsero le testimonianze di due altri contadini di Avola tale Masuzzo e La Quercia che dichiarano di avere visto, dopo la denuncia di scomparsa, Paolo Gallo nei paesi limitrofi aggirarsi tranquillamente. Sia Masuzzo che la Quercia furono repentinamente condotti in carcere con l'accusa di falsa testimonianza. Saranno liberati dopo mesi di galera ma soprattutto dopo aver ritrattato la loro versione. Intanto sia in primo grado sia in appello Salvatore Gallo è condannato all'ergastolo ed il figlio Sebastiano a 14 anni. Inutile il ricorso in Cassazione. Così i due passarono 7 lunghi anni nelle patrie galere.

Salvatore Gallo fu trasferito nella prigione di Ventotene anche lontano dai familiari che così non lo poterono andare a trovare. Il caso era formalmente chiuso, anche se il cadavere ,ancora, non si era ritrovato. Dopo molti anni un giornalista del quotidiano La Sicilia Enzo Asciolla decise di capire davvero, cosa che forse avrebbero dovuto fare gli inquirenti, cosa fosse successo quel 6 ottobre 1954.Così partendo semplicemente da alcune dichiarazioni di dove fosse stato visto la vittima l'ultima volta iniziò a scrivere una serie di pezzi che tennero per mesi i lettori del La Sicilia inchiodati alla vicenda.

Un giorno del 1962, quasi otto anni dopo, un contadino si diresse verso la caserma di Santa Croce Camerina, un paese di poche migliaia di abitanti in provincia di Ragusa e più di 70 chilometri da Avola, per sporgere denuncia. Quel signore era Paolo Gallo la presunta vittima che fu poi rintracciato in un tugurio da un carabiniere che si mosse dopo aver visto la firma della denuncia. Paolo Gallo dichiarò che il 6 ottobre 1954, aveva ricevuto una botta in testa che gli aveva fatto perdere conoscenza e che, una volta risvegliato, decise di scappare dalla moglie che lo soggiogava quotidianamente e, dalla quale, già molte altre volte aveva cercato di fuggire. Intanto Salvatore Gallo fu liberato ma il suo stato di salute era compromesso. Uscì su una sedia a rotelle e con una pesante artrosi che, nel carcere di Santo Stefano a Ventotene, lo aveva colpito.

 

Twitter @terzigio

Il neonato della Ruota con biberon e vestitini «Lo chiameremo Mario»

Corriere della sera

 

Lasciato alla Mangiagalli. I medici: sta bene

 

MILANO - L'ultimo gesto d'amore della mamma in difficoltà è un biberon di latte materno e qualche vestitino lasciati al suo fianco. Prima di abbandonarlo. Sono le sei e mezza del pomeriggio di ieri quando una donna, probabilmente europea, schiaccia il pulsante rosso della «Culla per la vita» della clinica Mangiagalli, la saracinesca si alza per chiudersi quindici secondi dopo, dentro rimane il neonato, un ciuffo di capelli scuri e una tutina azzurra.

Così Milano ritorna ai tempi della Ruota degli esposti, di medievale memoria, ma oggi in riedizione supertecnologica. Quello di ieri è il primo caso di abbandono dall'entrata in funzione della culla, il 20 novembre 2007. Il bimbo pesa un chilo e 700 grammi, le sue condizioni di salute sono discrete (ittero a parte), l'impressione dei medici e degli infermieri è che sia stato accudito con cura fino all'ultimo minuto. Il suo nuovo nome è Mario, in onore della Santa di cui è la ricorrenza, quella Maria Goretti morta bambina, ma la cui evocazione adesso diventa un inno alla vita; il cognome è Mangiagalli, medico e sindaco di Milano agli inizi del Novecento, fondatore della clinica da cui oggi passa il futuro del bebè.

 

Fabio Mosca, primario di Neonatologia della clinica Mangiagalli di MilanoFabio Mosca, primario di Neonatologia della clinica Mangiagalli di Milano

 

Fin dall'inaugurazione il servizio vuole rispondere a una domanda su tutte: «Ho appena partorito il mio bambino, ma proprio non ce la faccio a tenerlo - si legge nella brochure che sponsorizza l'iniziativa -. Chi può aiutarmi?». La risposta suona come un appello: «Non abbandonarlo. Da noi in Mangiagalli si trova una speciale culla, dove puoi lasciarlo nel completo anonimato. Il bambino sarà al sicuro e presto troverà una famiglia». La promessa è che mani esperte accoglieranno il neonato in assoluta riservatezza, niente cassonetti, né passeggini lasciati chissà dove. Solo un pulsante da schiacciare che permette di accedere a una culla termica collegata con un monitor della Terapia intensiva neonatale e un sistema di allarme che scatta subito dopo che la tapparella si è chiusa e la madre ha avuto il tempo di allontanarsi.

La storia di solitudine e disperazione che può spingere a partorire e poi ad abbandonare il figlio è tutta nell'allarme sociale che cinque anni fa ha portato alla riapertura della Ruota degli esposti nel capoluogo della Lombardia (secondo in Italia ad optare per questa soluzione, dopo Roma con il Policlinico Casilino): nel giro di un anno, tra il 2005 e il 2006, solo alla Mangiagalli i bebè non riconosciuti sono triplicati (da cinque a quattordici) per le difficoltà economiche, la precarietà lavorativa, l'assenza di un partner e i problemi abitativi che possono spingere sempre più donne a non tenere un bimbo.

 

Di qui la paura di abbandoni che potessero mettere a rischio la vita del neonato, meglio promuovere la riedizione della Ruota degli esposti. «Nel 2006 ci è stato portato un bimbo in fin di vita abbandonato in un cestino della spazzatura dei Giardini di via della Guastalla (in pieno centro città, ndr ) -. Volevamo evitare il replicarsi di casi simili. Di qui la richiesta d'aiuto al Comune di Milano e all'associazione Venti Moderati (fondata dall'imprenditore Ferdinando Acunzo, ndr ) che hanno risposto positivamente - spiega Basilio Tiso, direttore di presidio della Mangiagalli -. La "Culla per la vita" è costata 20 mila euro». Anche secondo i dati dell'osservatorio di Madre Segreta, il 2006 è l'anno in cui si raggiunge il valore più alto di bambini non riconosciuti (53), per poi scendere nel 2009 a 36 e nel 2010 a 23 nascite prive di riconoscimento e risalire nel 2011 a 29. Un nuovo segnale, dunque, della difficoltà dei tempi.

Ieri, l'ultima scelta estrema. Quando lo trovano il piccolo Mario non piange neppure, è plausibile che la sua nascita sia avvenuta a domicilio (sul piede non ci sono i segni delle punture che vengono fatte in ospedale ai neonati per gli esami di rito), l'epoca di gestazione è con ogni probabilità 35 settimane. Fabio Mosca, il primario di Neonatologia della Mangiagalli, è emozionato: «Ci vuole massimo rispetto per la scelta della madre - dice -. In condizioni di disperazione ha scelto, comunque, di garantire un futuro al bebè. La Mangiagalli, dove nascono 6.500 bimbi l'anno, si conferma un simbolo della vita».
La poetessa polacca Wislawa Szymborska scriveva: «Quando nasce un bambino il mondo non è mai pronto», eppure. Il neonato adesso è in Terapia intensiva neonatale, al caldo dell'incubatrice dov'è stato lasciato. È già stato informato il Tribunale dei Minori, salvo sorprese ora l'aspetta un'adozione. Intorno a lui, mentre si svolgono gli esami di controllo, l'affetto dei medici e degli infermieri.
In bocca al lupo, piccolo Mario. Abbandonato, ma non solo.

 

Simona Ravizza
sravizza@corriere.it7 luglio 2012 | 9:12

Freeman attacca Obama: «Il primo presidente nero degli Stati Uniti deve essere ancora eletto»

Corriere della sera

 

Duro affondo dell'attore hollywoodiano: «La mamma di Obama è bianca e lui è il primo presidente di razza mista»

 

Morgan FreemanMorgan Freeman

«Il primo presidente nero degli Stati Uniti d'America deve ancora essere eletto». Arrivano come un fulmine a ciel sereno le parole di Morgan Freeman, attore tra i volti più noti di Hollywood. Il suo è un giudizio pesante nella comunità afroamericana e non è certo d'aiuto a Barack Obama impegnato nella campagna per la sua rielezione. «Ci si scorda troppo facilmente che sua madre non solo era una donna bianca, ma veniva dal Kansas, cuore bianco e della classe media americana» ha aggiunto Freeman in un'intervista. Per questo, secondo l'attore Obama non sarebbe il primo presidente nero d'America ma il primo presidente americano di razza mista.

Barack Obama

PRESIDENTE NERO - Dopotutto, Freeman di Casa Bianca se ne intende. Ha interpretato il «presidente nero» degli Stati Uniti nella pellicola Deep Impact e ha dato il volto anche a quello del Sud Africa, Nelson Mandela nel capolavoro «Invictus». Insomma, è una vera istituzione per la comunità afroamericana,

IL VIDEO - E non a caso, lo stesso Obama si era paragonato a Freeman in un divertente discorso pubblico lo scorso 29 aprile. «Tra quattro anni sarò come lui» aveva scherzato mostrando la foto dell'attore.

 

 

CRITICHE DISTORTE - Intervistato dalla National Public Radio per promuovere il suo ultimo film, «The Magic of Belle Island», Freeman ha poi aggiustato il tiro sull'attuale presidente. A suo giudizio, infatti, anche la severità delle critiche rivolte all'amministrazione Obama sarebbero una distorsione della realtà, considerando che il solo obiettivo politico del partito d'opposizione, dal momento dell'insediamento di Obama, è stato quello di ostacolare ogni suo provvedimento e rendere impossibile un secondo mandato.

 

Carlotta De Leo
@carlottadeleo6 luglio 2012 | 21:54

Juve, il 21 luglio esce il francobollo scudetto

Il Messaggero

 

ROMA - Una veduta notturna dello «Juventus Stadium» e la riproduzione dello scudetto tricolore e dello stemma della Juve: è questa l'immagine scelta per il francobollo autoadesivo da 60 centesimi che sarà emesso il 21 luglio prossimo per la vittoria della squadra torinese nel campionato di serie A. L'immagine è stata diffusa oggi dalle Poste Italiane insieme all'annuncio che il francobollo sarà prodotto in mini fogli da 9 esemplari che riprodurranno anche la stessa immagine dello stadio usata per il singolo francobollo. Inizialmente il francobollo celebrativo del 28/o scudetto juventino doveva uscire in giugno, ma poi l'emissione è slittata sino a questo mese.

Il bollettino illustrativo dell'emissione sarà firmato da Andrea Agnelli, presidente della Juve. Quello che uscirà nei prossimi giorni sarà l'ottavo francobollo targato Juve: la squadra infatti ha ottenuto francobolli-scudetto per i campionati del 1995, 1997, 1998, 2002, 2003, 2005 nonchè un francobollo per la Coppa dei Campioni del 1996. Saltò invece il francobollo calcistico del 2006 in seguito alle penalizzazioni inflitte alla Juve. Anche il Milan ha ottenuto negli anni otto francobolli, tutti associati alla scudetto della serie A per le vittorie del 1988, 1992, 1993, 1994, 1996, 1999, 2004 e 2011; segue l'Inter con sei francobolli per gli scudetti 1989, 2007, 2008, 2009, 2010 e per la Coppa Italia del 2011. Francobolli-scudetto sono stati assegnati negli anni passati anche ad altre squadre vincitrici del campionato di serie A: Napoli (1987,1990), Sampdoria (1991), Lazio (2000), Roma (2001).

Venerdì 06 Luglio 2012 - 12:08
Ultimo aggiornamento: 12:19

Allarme traffico: tre anni di vita in coda il navigatore vi fa recuperare 115 giorni!

La Stampa

 

Così tanto tempo passano mediamente gli automobilisti italiani in coda. A Roma i minuti buttati negli ingorghi sono ancora di più: 105 al giorno rispetto alla media nazionale di 75 (cioè 15 giorni l'anno).

 

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di Roberto Argenti

 

ROMA - Chi vive a Roma probabilmente già lo immaginava, ma forse non a questi livelli pazzeschi: ben tre anni della vita passati in coda!
E senza contare quando con la nostra vettura incappiamo nei pressi di una manifestazione o corteo, momenti nei quali il caos del traffico raggiunge momenti topici e le statistiche andrebbero, anche loro, in tilt. Ma intanto grazie alla tecnologia si può fare qualcosa: per esempio sfruttare percorsi alternativi o anche lavorare.

Capitale. Fra i vari record che può vantare la città di Roma sulle altre c’è anche quello negativo della maggiore permanenza in auto per gli automobilisti che macinano molti chilometri; chi è pratico della città sa benissimo che ad esempio al mattino tutte le strade consolari che “entrano“ in città sono praticamente bloccate con le auto dei lavoratori pendolari incolonnate per chilometri e chilometri, oppure che al pomeriggio, dalle ore 17 alle 19 circa, il centro cittadino, e non solo quello, si trasforma perennemente in un ingorgo pazzesco con le auto che procedono a passo d’uomo. Tutto questo nei giorni “normali”. La situazione migliora leggermente quando le scuole sono chiuse, o peggiora drasticamente alla prima variabile negativa, come i blocchi improvvisi e stremanti che si incontrano spesso sul Grande Raccordo Anulare, i cortei citati oppure quando piove molto, con tutti i motociclisti o scooteristi abituali che riprendono a girare in macchina.

Statistica. Queste osservazioni di carattere generale, in fondo facili e quasi ovvie, sono confortate invece da una capillare analisi approntata dalla Tom Tom in Italia, l’azienda olandese fondata nel 1991 e fra le prime al mondo per la produzione dei conosciuti navigatori satellitari. I risultati sono sconfortanti e incredibili: infatti un automobilista italiano “pendolare” con una grande città che percorra almeno 40.000 chilometri/anno, resta in coda fino a ben tre anni della sua vita, pari ad una media di 15 giorni all’anno e un’ora e un quarto quotidiana! Il dato dello studio che riguarda poi Roma è allarmante: un pendolare passa ogni giorno almeno 105 minuti nel traffico, dovendosi districare fra vie d’accesso alla città e tangenziale (alcune tuttavia recentemente allargate come la Via Laurentina o un bel tratto della tangenziale stessa che hanno migliorato nettamente la situazione), o i lungoteveri, in molti casi uniche vie per attraversare la città, stante la chiusura del centro storico.

Da nord a sud. Anche in altre città d’Italia la situazione non è migliore: a Milano la permanenza nel traffico calcolata si attesta attorno ai 70 minuti al giorno, comprese ovviamente le tangenziali e la zona limitrofa alla famigerata “Area C” a traffici limitato, mentre a Napoli la situazione è migliore, con solo 50 minuti di media persi dai pendolari nel traffico, rallentati soprattutto nel centro della città o lungo la direttrice Casoria-Centro Direzionale, o sulle strade che portano dall’aeroporto di Capodichino e dalla stazione Centrale verso Sorrento e la costiera Amalfitana, che come tutti sappiamo sono molto strette e attraversano, uno dopo l’altro, tutti i Paesi della costa. La media italiana “dell’imbottigliamento” quotidiano è dunque di circa un’ora e un quarto a testa e dunque occorre in primis cercare di ridurre questo tempo e poi anche sfruttarlo al meglio.

Soluzioni.
La stessa Tom Tom fornisce sistemi come “HD Traffic” che sono in grado di aggiornare, anche ogni due minuti, la situazione del traffico in tempo reale, consentendo al guidatore di aggirare per quanto possibile gli ostacoli pianificando al meglio il suo percorso. È stato calcolato che coloro che già si destreggiano bene con questo sistema possono riuscire a risparmiare attese per circa 8 minuti quotidiani, che diventano 39 ore all’anno e ben 113 giorni di vita (!), calcolati sempre sul nostro automobilista che macina almeno 40 mila chilometri all’anno. Non è poco, ma nel traffico congestionato i miracoli non li può fare nessuno.
Infine, con i raffinati sistemi multimediali che le ultime generazioni di automobili sono in grado di offrire, o con il nostro fedele palmare tascabile, fermi nel traffico per non perdere tempo possiamo anche lavorare un po’, guardando la posta elettronica e rispondendo alle mail, aggiornandoci sulle ultime notizie visibili sui siti, o dando gli ultimi ritocchi ad una relazione che dobbiamo presentare una volta… arrivati a destinazione. Ma sempre lavorando quando il veicolo è assolutamente fermo, ovviamente.

Twitter killed the tv star?

La Stampa

Sono sempre più i volti noti in cerca di appigli legali contro le perfidie dei social media

 

Paola Ferrari sta godendo di un momento di straordinaria visibilità sui social media. E’ stato sufficiente che le agenzie di stampa diffondessero la notizia dell’ intenzione della giornalista di RaiSport di querelare Twitter per averla insultata, che improvvisamente l’ hashtang #QuerelaConPaola riempisse d’ irridente motivazione un monte di persone.

La Ferrari non poteva servire sul piatto un’occasione più ghiotta per essere, ancora più ferocemente, presa di mira dal fuoco incrociato di ogni paradossale demenzialità. A scatenare la reazione sono state ieri le prime le dichiarazioni della conduttrice della Domenica Sportiva, fatte, proprio su YouTube, a "Klauscondicio". Via web 2.0 ha detto chiaramente di voler citare Twitter per diffamazione, chiedendo un maxi risarcimento che, nel caso di vittoria, verserà totalmente a favore delle famiglie delle vittime del terremoto in Emilia: “Lavoro nel giornalismo da più di 30 anni e da 20 in Rai e ho sempre accettato le critiche. Il web non può diventare solo una bacheca della diffamazione anonima, dell’insinuazione volgare e del razzismo solo perché c’è la libertà di espressione”.

Il riferimento era chiaramente diretto alla valanga di commentacci, insulti pesanti e trollate estreme che la bionda commentatrice sportiva si è vista rovesciare addosso su Twitter nel corso di tutte le serate di diretta televisiva che l’ hanno impegnata per gli Europei di calcio. In realtà accusare Twitter delle maldicenze di anonimi equivale a prendersela con il gestore di un bar, dove qualcuno degli avventori ci abbia diffamato. Gli utenti che twittano senza preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni possono essere rintracciati e puniti, questo è sempre possibile grazie alle leggi che già esistono. Nella realtà dei social network ogni richiesta di limitazione, censura, filtro preventivo è invece  assolutamente antitetica alle logiche della società digitale e quindi della modalità contemporanea che ha l’ umanità per comunicare.

L’ incomprensione nasce dal corto circuito tra le logiche proprie dei media tradizionali e unidirezionali, rispetto a un mondo di umani interconnessi, pieno di contraddizioni e lacune, ma basato sull’ idea fondamentale che per viverlo al pieno delle sue opportunità, occorre conoscerne i meccanismi e saperne gestire anche le sregolatezze. Un meccanismo che permetta la libera espressione del pensiero di chiunque, fornirà irrimediabilmente una fotografia spietata di quello che la gente pensi, soprattutto di chi abbia un’immagine pubblica potente. Non è più possibile continuare a invocare delle responsabilità specifiche per il  “luogo” in cui le persone si esprimono.

Sono sempre più i volti noti che stanno cercando appigli legali per arginare le ironie, spesso pesantissime, dei loro perfidi punzecchiatori. Si mettano in gioco come chiunque altro, altrimenti rischiano di restare mummificati nel loro mondo antico, proprio come la Norma Desmond del "Viale del Tramonto", diva del muto che non si rassegnava al fatto che l’ avvento del sonoro l’ avesse fatta fuori. La signora rifiutava il progresso tecnologico e si faceva scudo della frase:"Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo!" . E’ la tv oggi che è diventata piccola, quasi come il ponte del Titanic prima che fosse sommerso del tutto, le sue star cominciano a sentire l’ alito di quelli che siedono nei posti in prima fila, così chiedono il salvagente per paura di annegare nel mare aperto della rete.

 

 

Cosa accade se si querela Twitter?

Per l' avvocato Giuseppe Vaciago occorre imparare a tutelarsi mediaticamente in un mondo digitale

Il caso della giornalista Paola Ferrari, che ha dichiarato di voler querelare Twitter per averla diffamata,  solleva delle interessanti questioni dal punto di vista giuridico, soprattutto legate alle nuove ridefinizioni nel mondo digitale di molti concetti che sono sempre stati propri del diritto nel mondo "concreto". Per un parere tecnico mi sono rivolto all' avvocato milanese Giuseppe Vaciago, specializzato in diritto penale delle nuove tecnologie. L' avvocato Vaciago ha prestato la sua attività professionale per alcune importanti società nazionali e internazionali nel settore IT. È autore di numerose pubblicazioni di carattere universitario tra cui “Computer Crimes” e “Modelli di organizzazione gestione e controllo ai sensi del D.lgs. 231/01”.

 

Avvocato Vaciago è possibile querelare un social network?
"Cambia radicalmente se è una "querela" (e quindi un'azione penale) o se una causa civile. Nel primo caso sarebbe il secondo tentativo italiano di ritenere che un ISP possa avere una responsabilità penale dopo il caso Google-Vividown. Per la cronaca, va ricordato che Google venne assolta dal Giudice di primo grado per il reato di diffamazione, mentre venne condannata per la violazione della privacy. Se fosse invece una causa civile, non sarebbe la prima, anche se comunque è interessante perché è la prima rivolta a un servizio come Twitter che costituisce il classico esempio di 'bacheca virtuale'."

Su cosa potrebbe sostenersi l' eventuale azione legale?
"Non ho capito se è stata fatta o meno una richiesta di rimozione a Twitter prima di procedere per via penale/civile. Se così fosse, si potrebbe parlare di un'inadempimento della direttiva e-commerce da parte di Twitter (notice and take down). Diversamente, trovo difficile che Twitter possa essere responsabile ai sensi della normativa italiana ed europea."

Un suo parere sul caso specifico?
"Comprendo la necessità di tutelare l'immagine da parte di Paola Ferrari, ma forse non sarebbe stato più saggio procedere con un'azione giudiziaria (come ce ne sono quotidianamente in Italia) evitando di pubblicizzare la notizia su tutti i giornali? A me sembra l'ennesima dimostrazione dell'incapacità degli attuali protagonisti dell'informazione di sapersi tutelare mediaticamente in un mondo digitale. Oppure, all'opposto, è la dimostrazione della sempre più dirompente necessità di fare notizia anche se contro di sè. In ogni caso, è stata una scelta azzardata."

Come potrebbe evolvere il caso?
"Sarà giuridicamente interessante vedere come si orienterà il giudice, in un caso dove l'eventuale danno all'immagine deve più che mai essere contemperato con il diritto di satira e di critica."

Una confraternita dietro il caso Orlandi

La Stampa

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Il giallo della cittadina vaticana scomparsa 29 anni fa davanti alla centralissima basilica romana di Sant’Apollinare prosegue

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

 

«Il sequestro di Emanuela Orlandi fu il messaggio cifrato di una setta al Vaticano». Nel giallo della cittadina vaticana scomparsa 29 anni fa davanti alla centralissima basilica romana di Sant’Apollinare, spunta un esposto presentato a inizio luglio da uno studioso di antiche confraternite ad alto tasso di libertinaggio, abituate a «frammischiarsi tra uomini» e a praticare «l’eresia della carne». Talmente scandalose che nel ‘500 finivano sul rogo, commenta Fabrizio Peronaci, autore con Pietro Orlandi di «Mia sorella Emanuela» (edizioni Anordest).

Dopo che per anni gli investigatori hanno puntato sulla banda della Magliana, al capo della procura della capitale , Giuseppe Pignatone, è arrivato un esposto che impone una rilettura dell’affaire. E che, per la prima volta, sale di livello: rimanda ai presunti mandanti. Timbro: San Giorgio a Cremano. Mittente: Antonio Goglia, 43 anni, laureato in Scienze politiche e funzionario al Comune di Napoli. Oggetto: «Determinazione della natura dei mandanti del rapimento Orlandi». La lettera, dopo 29 anni, fa luce su alcune «stranezze» dei sequestratori, i quali i primi tempi si rivolsero ai frati di Santa Francesca romana, ai Fori.

Come nel «Codice da Vinci», il plot è intricato assai. E, per dipanarlo, occorre tornare ai giorni seguenti il 22 giugno 1983, quando la figlia del messo papale svanisce nel nulla all’uscita della scuola di musica. Ecco la sequenza: il 3 luglio Wojtyla lancia il primo appello dalla finestra dell’Angelus; il 5 in Vaticano telefona un personaggio, ribattezzato l’Amerikano (il Sisde lo riterrà «inserito nell’ambiente ecclesiastico e perfetto conoscitore del latino»), che rivendica il rapimento chiedendo lo «scambio» con Alì Agca «entro il 20 luglio»; nelle ore successive lo stesso mister X si premura di chiarire un equivoco, confermando che l’ultimatum scade il 20 e non, come scritto dai giornali, «tra venti giorni»; infine, allo scadere, si fa vivo al centralino di Santa Francesca: «Parlo con un frate? La sorte di Emanuela è appesa a un filo...». Bene, è proprio questo l’arcano. Perché il 20 luglio? Cosa rivela questa data? Nessuno, in tre decenni, lo ha considerato un indizio illuminante. E invece sì, una spiegazione potrebbe esserci.

Basta analizzare quanto accadrà un mese e mezzo dopo... «Procuratore, sarò breve - premette lo studioso - Nel tardo pomeriggio del 4 settembre 1983 l’Amerikano telefona all’Ansa per dire che “nelle vicinanze di Santa Francesca romana il Pontefice celebra la Via Crucis” e, a domanda del giornalista, chiarisce che “la scelta della basilica è inerente il giorno della scadenza del 20 luglio”» Parole in libertà, parvero agli inquirenti. No, incalza Goglia. «Il nome della basilica e l’insistente riferimento all’ultimatum sono indicazioni cifrate dirette a certi ambienti vaticani».

Attenzione. È qui che il giallo si avvierebbe a soluzione: il 20 luglio, per gli ecclesiastici dediti al «libertinaggio», altro non sarebbe che una sorta di giorno della memoria. «Nella seconda metà del XVI secolo presso la chiesa di San Giovanni in porta Latina - spiega la missiva - con la complicità di alcuni frati fu costituito un circolo segreto di uomini che manifestavano legami di affetto omosessuale e consacravano vincoli matrimoniali. La confraternita fu sciolta il 20 luglio 1578, dopo l’arresto di 11 persone di sesso maschile. Il processo del tribunale criminale del governatore si concluse con otto condanne per i reati di sodomia e profanazione dell’istituto matrimoniale e la pena inflitta fu l’impiccagione, eseguita il 13 agosto a ponte Sant’Angelo, con successivo rogo dei corpi».

Possibile? I rapitori di Emanuela Orlandi proprio a quel 20 luglio alludevano? «Ritengo - deduce il detective “storiografico” - che l’Amerikano intendesse ricordare al pontefice questo aneddoto per firmare l’azione di sequestro».  È troppo? Ricostruzione esorbitante? Ma, se è così, come mai non chiamarono direttamente la chiesa della setta? «Perché doveva essere, per l’appunto, un messaggio in codice - argomenta Goglia - Se l’Amerikano avesse telefonato a San Giovanni in Porta Latina, sarebbe bastata una ricerca storica per capire la matrice del sequestro. La possibilità di esercitare un ricatto, così, sarebbe venuta meno».

Santoro prende i soldi, scappa e si ritira: "Ultima stagione?" Cari adepti, vi ha fregato...

Libero

 

Il teletribuno si difende: "Quei dieci euro li abbiamo usati tutti". Sul futuro: "Faccio un programma per l'ultima volta. Forse"

 

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Intervistato dal quotidiano di famiglia, Il Fatto Quotidiano, Michele si difende da chi lo accusa di aver fregato i celeberrimi "dieci euro"

 

"Cari compagni, Santoro vi ha fregato", spiegavamo sul nostro sito. Già, il teletribuno Michele scappa a La7 dopo aver chiesto, circa un anno fa, dieci euro a tutti i suoi adepti per realizzare il progetto di "televisione libera". I santorini sul web si scatenano, e si disperano: "E i soldi che avevo dato per creare un progetto davvero autonomo?". E ancora: "Che ne sarà di quei soldi? A cosa sono serviti? Quanti ne sono stati usati? La pubblicità quanto ha fruttato?". Domande legittime, che si moltiplicano sulla rete.

Michele si giustifica - Il teletribuno prova a dare una risposta. Lo fa sul quotidiano di famiglia che più di famiglia non si può, Il Fatto Quotidiano (che detiene il 17,4% della Zerostudio's, la società che produce Servizio Pubblico). La spiegazione che offre? Poco convincente: "I nostri sostenitori - racconta Santoro - ci hanno dato dieci euro per avere un programma libero, e ci siamo riusciti. Non soltanto abbiamo fatto quello che ci chiedevano, cioè una stagione di televisione indipendente, ma non abbiamo sprecato un centesimo. Queste risorse restano nel progetto sociale di Servizio Pubblico, che a luglio darà un premio ai giovani reporter che avrà uno spazio su La7, che ha un sito operativo, che farà documentari e, mi auguro, anche un film". Insomma, cari santorini, con i vostri dieci euro ci faranno un bel concorso, un documentario e forse un film. Mica la seconda "stagione di televisione indipendente". Rassegnatevi.

Santoro si ritira? - Ma è in un passo successivo dell'intervista concessa al Fatto che il teletribuno Santoro, come un divo all'apice del successo o un Marcello Lippi dopo il trionfo ai Mondiali, minaccia i suoi fan scottati per i dieci euro di ritirarsi. "Forse è troppo di moda, ma posso dire che questa potrebbe essere la mia ultima stagione a condurre un programma con tante puntate. Questa è la mia volontà, poi vedremo quel che succede. Non dico niente di definitivo. Dovessi andare in Africa, ve lo direi quando sarei lì".

Taiwan, uomo condannato con Street View

Corriere della sera

 

Il servizio di Google incastra un cittadino che negava di possedere un cane che aveva causato un incidente stradale

 

Il cane 'colpevole' ripreso da Google Il cane 'colpevole' ripreso da Google

Il servizio di mappatura di Google Street View, che consente di vedere com'è la strada di una data città o paese, è stato spesso al centro di polemiche per possibili violazioni della privacy. Il servizio viene, infatti, realizzato da delle macchine - e più recentemente da tricicli - fornite di telecamere che riprendono a 360° quello che incontrano lungo il percorso. Comprese potenziali situazioni private o imbarazzanti.

 

Le immagini più curiose di «Street View» - guarda

 

A Taiwan, però, Street View è diventato determinante per risolvere una controversia giudiziaria a Miaoli, nel Sud-Ovest del paese. Un uomo, il signor Peng, aveva denunciato un concittadino, il signor Lee, perché riteneva che il suo cane lo avesse fatto cadere dalla bicicletta. Lee si difendeva sostenendo che il cane non era suo ma il giudice, Song Kuo-chen, ha ammesso come prova una foto scattata nella città di Miaoli proprio da una delle macchine di Google che mostra, inequivocabilmente, il cane nel giardino di Lee. L'uomo è stato quindi condannato a risarcire Peng.

 

Redazione Online6 luglio 2012 | 19:05