mercoledì 4 luglio 2012

Gotti a Orsi: il sistema ti difende

Corriere della sera

Microspia al bar intercetta l'ex presidente Ior e quello di Finmeccanica


ROMA - C'è un «sistema» di potere che si è mosso per far rimanere Giuseppe Orsi al vertice di Finmeccanica. A rivelarlo allo stesso Orsi è Ettore Gotti Tedeschi, l'ex presidente dello Ior. La conversazione tra i due, intercettata grazie a una «cimice» il 23 maggio scorso, svela come il banchiere si sia adoperato per il suo amico manager e lo abbia fatto contattando alcuni dirigenti delle società controllate dalla holding . Primo fra tutti Ignazio Moncada, potente amministratore delegato di «Fata spa». Ed è per questo motivo che ieri i magistrati napoletani che indagano sulle commesse estere ottenute dal Gruppo hanno ordinato ai carabinieri del Noe di perquisire l'abitazione e l'ufficio di Moncada a Torino.
Nel provvedimento firmato dai pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio è specificato che l'atto viene eseguito perché «vi è fondato motivo di ritenere che presso i luoghi a lui in uso possano trovare elementi di prova (appunti, relazioni, schemi, rubriche, elenchi) circa i rapporti intrattenuti tra lo stesso e altre persone non identificate, costituenti, secondo le riferite parole di Gotti Tedeschi parte di un «sistema» più ampio e informale che parrebbe condizionare non solo le scelte aziendali del gruppo Finmeccanica da adottarsi in conseguenza delle indagini in corso condotte da questa autorità giudiziaria (con conseguente necessità di acquisire traccia di eventuali inquinamenti probatori in atto), ma che potrebbe anche aver svolto un ruolo sulla gestione di provviste illecite formatesi all'estero e facenti capo al predetto gruppo industriale».

«Sei l'unico che può stare lì» -

L'incontro avviene il giorno prima il licenziamento di Gotti dall'Istituto opere religiose. Orsi ha saputo da circa un mese di essere sotto inchiesta a Napoli per corruzione internazionale e riciclaggio, sospettato di aver pagato tangenti per aggiudicarsi commesse estere quando era amministratore di Agusta Westland. Ed è consapevole di rischiare il posto al vertice di Finmeccanica. È Gotti a rassicurarlo spiegando di aver visto poco prima Moncada, che definisce «un grande burattinaio».
Gotti: «Sono andato siccome sapevo che ci dovevamo stare... oggi sono andato da Moncada... Io Moncada lo conosco meglio di te».
Orsi: «Sì, ma io lo conosco».
Gotti: «No va bè, ma io lo conosco... però tu lo conosci e sicuramente perché sai chi è e ti hanno ... io lo conosco da molti anni e ho un'opinione molto precisa su Moncada... eh primo, gli ho detto quello che penso e poi gli ho detto cosa pensi tu! Lui ha un'enorme stima di te, lui dice "Orsi è la persona giusta! che va difesa e va supportata!" Quindi sappi che Moncada... comunque lui me l'ha detto, m'ha persino detto con quali persone ieri si è discusso il caso Orsi, e tutti! anche persone importantissime, hanno detto? "Orsi è una persona che va difesa e va supportata!" Sappilo...».
Orsi: «Io...».
Gotti: «Quindi, il "sistema" è a tuo favore e ti difenderà! Adesso per quanto tempo, se è per mille anni o per preparare una... un qualcosa questo nessuno lo può sapere, però oggi sei l'unica persona che può stare lì! e loro lo sanno... Intanto io scherzando gli ho detto ma gli togli la presidenza, "be' se viene tolta la presidenza faccio io il presidente!". Non togliamo niente resta amministratore delegato e presidente!».

«Fa giochi grossi»      

La conversazione è coperta da numerosi «omissis» e tanto basta per comprendere che sono diversi i filoni esplorati dai magistrati. A un certo punto i due fanno riferimento all'incontro con «il gobbo», ma non ci sono altri dettagli per identificarlo. In una parte della conversazione Orsi sembra lamentarsi di come il Corriere della Sera tratta la vicenda che lo riguarda e Gotti afferma «ma de Bortoli è così, lui è uno che da un colpo al cerchio e uno alla botte...». Poi i due discutono di alcuni manager di Finmeccanica.
Gotti: «Ma Moncada non è mai stato pro Pansa (l'amministratore Alessandro Pansa, ndr )».
Orsi: «Non lo so, lui è sempre stato... a che ora hai visto il gobbo?».
Gotti: «Dieci».
Orsi: «Ah, ok e questo gli ha detto Passera, Pansa ha preso una sberla bestiale!».
Gotti: «Secondo te lui era pro Pansa?».
Orsi: «Assolutamente, lui ha sempre cincischiato con Pansa, sempre nel suo ufficio. È sempre... Pansa dice che lui c'ha tutto il supporto di Moncada...».
Gotti: «Non semplificarlo come agente della Cia o come un massoncello qualsiasi... è veramente un grandissimo burattinaio! Non ti scontrare con lui, portatelo dalla tua parte».

È su tutto questo che adesso si concentrano le verifiche dei pubblici ministeri.

Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it4 luglio 2012 | 8:48

Tracce di polonio sugli abiti di Arafat

Corriere della sera

 

L'inchiesta di Al Jazeera conferma i misteri sulla morte del leader

A. Ferrari

Colpo al clan Gionta, 22 arresti: c'è anche il neomelodico Tony Marcian

Il Mattino

 

NAPOLI - Questa notte i Carabinieri del nucleo Investigativo di Torre Annunziata hanno arrestato 22 persone ritenute affiliate al clan camorristico “Gionta”, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea. Tra gli arrestati anche il cantante neomelodico Tony Marciano.

 

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L'accusa è di spaccio e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti aggravati dal metodo mafioso e dal carattere transnazionale dell’attività illecita.


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Proprio il cantante è autore di un brano ("nun ce amma arrennere") in cui si accusano i pentiti di aver fatto «cadere un impero».

 

 

 

Nel corso delle indagini i militari dell’Arma hanno documentato che gli indagati erano dediti al traffico dall’Olanda di ingenti quantitativi di cocaina, hashish, marjuana e amnésia (un micidiale mix di marijuana e droghe pesanti con effetti deleteri sul sistema nervoso centrale).

 

 

Con la droga importata dall’estero il gruppo riforniva numerose “piazze di spaccio” gestite o comunque sotto il controllo dal clan “Gionta” a Torre Annunziata e nei comuni limitrofi.
Tra gli arrestati anche un famoso cantante neomelodico campano, Tony Marciano che, al momento dell'arresto ha ironizzato: «Nemmeno ai miei concerti ci sono tante telecamere»

 

Mercoledì 04 Luglio 2012 - 09:12    Ultimo aggiornamento: 10:20

Il falegname che sconfigge la globalizzazione

Corriere della sera

 

Via il marchio, prezzi bassi: «Copio i cinesi. Non diventerò mai un fornitore Ikea per non farmi spremere»

 

La notizia, se vogliamo, è che un falegname può battere la globalizzazione. E per reggere l'urto della crisi non deve diventare per forza un fornitore Ikea. Anzi. Se il falegname ha le idee chiare non c'è ostacolo che possa impedirgli di costruire bei mobili, di venderli a un prezzo contenuto, di realizzare margini di profitto per mandare avanti un'azienda moderna/snella e dare così ogni mese lo stipendio a una trentina di dipendenti.

L'esempio vivente e vincente è Paolo Ponti, un (mite) mantovano nato nel 1971, nipote e figlio di falegnami, che ha studiato architettura a Firenze. Suo bisnonno era un ortolano di San Giacomo Po mentre il primo lavoro di falegnameria di suo nonno Walter fu una capanna a due ruote necessaria perché quando il fiume cresceva portava via tutto. Pur avendo bazzicato nell'aziendina di famiglia da quando aveva i calzoni corti, Paolo dopo la laurea non era così convinto di rientrare a Mantova e darsi alla falegnameria. Pensava di mettere a frutto gli studi fiorentini, l'amore per Leon Battista Alberti e il Brunelleschi e costruire edifici, chissà dove e magari assieme alla compagna di corso Daniela che ha sposato un anno dopo la laurea. A dargli la spinta decisiva per tornare a casa è stata quella che nei manuali di management chiamano responsabilità sociale ma spesso non sanno bene cosa sia, un senso di appartenenza profondo alla piccola comunità rappresentata dalla gente di San Giacomo e dai suoi dipendenti. «Mi chiedevo: se io smetto che faranno quando mio padre lascerà il campo? Non sono certo rientrato a Mantova per diventar ricco. I soldi vanno fatti, ma il giusto. In fondo, mi sono detto, meglio il falegname che costruire villette rovinando le periferie e consumando territorio».

Nella storia delle aziende familiari si ricama sempre attorno alla staffetta tra il padre e il figlio, il piccolo gossip di paese in questi casi impazza. Alla Ponti le cose sono andate pressappoco così: Paolo ha detto al padre Ermes che sarebbe rientrato a una condizione, «comando io». Così è andata e oltre a cambiare timoniere l'azienda ha scelto quasi subito di applicare un altro gioco. Di cambiare paradigma. «Non ci crederete ma ho copiato i cinesi. Ero da loro e li ho visti far mobili. Applicavano un'organizzazione semplice, zero gerarchie e zero burocrazia. E ho pensato che anche noi a Mantova dovevamo far così. Era inutile comprare software gestionale o altre diavolerie, dovevamo mettere in connessione la testa e le mani dei nostri dipendenti. E avremmo vinto». Tradotto in slogan, dal vendere mobili come pure faceva con un certo successo papà Ermes bisognava passare a risolvere i problemi dei clienti ma con un'organizzazione aziendale piatta, il minimo possibile di strutture e il massimo possibile di fantasia. Non c'è un mobile Ponti uguale all'altro. E visto che notoriamente la fortuna aiuta gli audaci, l'avvento al timone di Paolo è coinciso con una commessa importante: la Corneliani, uno dei grandi dell'abbigliamento di qualità, aveva deciso di aprire uno showroom a Parigi e per progettarlo bussò a casa Ponti.

Paolo la sua prima libreria l'ha progettata ai tempi del liceo, la chiamarono Sintagma, era modulare e infinita (una Billy ante litteram?) e fu adottata dal Festivaletteratura di Mantova. Il più giovane dei Ponti sostiene che per progettare mobili e interni le tecnologie Cad non servono o meglio non sono decisive. Sono utili per fare verifiche ma guai a vederle come un oracolo. Detto da un altro la demolizione del mito del Cad assomiglierebbe a una guasconata, ascoltata da lui convince l'interlocutore. «La nostra generazione ha iniziato l'università disegnando a mano con riga e squadra e ne è uscita usando Apple ma l'intelligenza del collegamento pensiero-mano è insuperabile». Il falegname nel Ponti-pensiero è di conseguenza una figura leonardesca, sospesa tra antico e moderno, tra Rinascimento e globalizzazione. «I progettisti di interni non conoscono i materiali e c'è bisogno dunque che le persone lavorino assieme. Prima da noi i falegnami avevano persino paura di entrare in ufficio, oggi si muovono a loro agio e non stanno ad aspettare che arrivi la scheda dal tecnico». In azienda c'è solo una porta che divide lo studio dal laboratorio, è considerata la caratteristica che li rende diversi da tutti gli altri e quindi tutto resterà così anche in futuro. A San Giacomo Po nasce dunque un esperimento che quasi crea una nuova figura professionale, il «falegname evoluto» come lo chiama Paolo, un esempio di quella ricomposizione tra lavoro manuale e intellettuale che i sindacalisti di ogni epoca hanno sempre sostenuto senza vederla mai realizzata.

Sul piano del business i Ponti puntano sulla specializzazione produttiva tipica dei distretti e della migliore tradizione del made in Italy ma la realizzano a modo loro: la ricerca della qualità non li autorizza ad alzare il prezzo più che si può, come fanno gli altri. Il loro è un prodotto di tradizione artigianale e italiana veramente «democratico» e quella di San Giacomo Po alla fine è una boutique del mobile che si propone esplicitamente di fare prezzi concorrenziali con quelli dei cinesi. Roba da non crederci. «Ma io non servo i super-ricchi, la mia clientela la pesco nella media borghesia».

Nel suo revisionismo dei canoni del business dell'arredamento di successo Paolo ha persino rinunciato al brand, una mossa che gli strateghi del marketing considereranno suicida ma lui ha deciso che investire sul marchio sarebbe costato troppo, l'avrebbe costretto a distrarre risorse e alla fine avrebbe fatto della piccola Ponti un'azienda «troppo commerciale». Meglio investire sulla formazione e crearsi in casa i «falegnami evoluti» di domani. Ci vogliono 5-6 anni perché un giovane diventi veramente pratico del mestiere e aziendalmente profittevole ma Paolo non ha fretta, può aspettarne la maturazione. «Un tempo - racconta - era facile reclutare operai. D'estate, finita la scuola, per tre mesi i ragazzi andavano a lavorare, poi c'era chi restava. Adesso dobbiamo cercarli sperando che abbiano voglia di imparare».

I Corneliani nella storia della nuova Ponti sono stati importantissimi. Il primo cliente non si scorda mai. E tramite un loro agente Paolo ha potuto lavorare nientemeno che in Kazakistan realizzando negozi e grandi magazzini. Poi è stata importante anche la nautica, Paolo e Daniela se ne sono innamorati e si sono fatti contaminare da quella cultura produttiva. Realizzare mobili per yacht è una sfida professionale come poche, «le barche impongono limiti precisi e le misure sono particolari, gli arredi non possono essere realizzati in serie e sono differenti legni e finiture». La Ponti del 2012 è una piccola azienda che cresce nonostante la crisi ma alla fin fine fattura 4 miliardi. Paolo pensa che sarebbe bene raddoppiare il giro d'affari ma se l'intervistatore gli chiede perché non diventa un fornitore Ikea la risposta è secca. «No, grazie. Gli svedesi usano le aziende italiane come limoni. Le spremono e poi le buttano».

 

Dario Di Vico
@dariodivico4 luglio 2012 | 8:36

Se il fisco sbaglia deve correggersi in tempi ragionevoli

La Stampa

 

Una donna si vede recapitare dall’Agenzia delle Entrate una richiesta di pagamento di imposte. La pretesa è priva di fondamento e la donna agisce in giudizio per ottenere il risarcimento del danno conseguente alla ritardata ammissione della erroneità della richiesta e del conseguente provvedimento di sgravio. Il giudice di pace le da ragione, ma successivamente il Tribunale riforma la sentenza. Il giudice di secondo grado ritiene insussistente la colpa della P.A., considera lo sgravio meramente facoltativo e non rileva alcun ritardo data l’assenza della previsione di un termine preciso.

La donna non ci sta e ricorre in Cassazione. Tuttavia, La Suprema Corte, con la sentenza 6283/12, rigetta il ricorso. La sola illegittimità dell’azione amministrativa non determina il diritto al risarcimento. In ogni caso, ribadisce la Corte, «l’Amministrazione finanziaria non può essere chiamata a rispondere del danno eventualmente causato al contribuente sulla base del solo dato oggettivo della illegittimità dell’azione amministrativa, essendo necessario che la stessa, nell’adottare l’atto illegittimo, abbia anche violato le regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione, che costituiscono il limite esterno della sua azione».

In tema di responsabilità civile della P.A.è compito del giudice appurare che sussistano: un evento dannoso, l’ingiustizia del danno, la riferibilità dell’evento ad una condotta della P.A. e l’imputabilità dello stesso alla P.A.. Le considerazioni del Tribunale però, sono in parte sbagliate poiché in realtà le regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione non facoltizzano, ma impongono alla P.A., una volta informata dell’errore, di compiere le verifiche e di annullare il provvedimento riconosciuto illegittimo senza spazio alcuno alla discrezionalità che, in caso contrario, sconfinerebbe nell’arbitrarietà. L’amministrazione deve agire in tempi brevi. L’obbligo per la P.A. di agire nel rispetto delle regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione impone il riconoscimento in tempi ragionevoli del diritto del contribuente anche quando non sia previsto uno specifico termine per l’adempimento. Tuttavia, la valutazione circa la ragionevolezza del tempo impiegato spetta al giudice di merito.

Tanya Vlach: "Una mini-camera nell'occhio, ma non sono cyborg"

La Stampa

 

Intervista alla donna che ha vissuto un'esperienza di crowdfunding in rete fuori dal comune: il Web l'ha aiutata a diventare «bionica»

DILETTA PARLANGELI

 

La chiamano la donna bionica, ma lei va in giro per il mondo a spiegare quale e quanta differenza c’è tra i film e la realtà. Per Tanya Valch la tecnologia non è solo un mezzo, ma un punto di partenza e, si spera, di arrivo. Nel 2005 ha perso un occhio in un incidente e oggi, grazie ad una campagna di crowdfunding in rete porta avanti il suo obiettivo, ovvero quello di impiantare una mini camera nella protesi dell’occhio artificiale.

Tutto è partito da un blog: “Ho cominciato a raccontare quello che mi era successo, come un diario personale. Pensavo non mi leggesse nessuno”, racconta. E invece la seguivano eccome. Il suo sogno ha attratto l’attenzione di molti, un suo video è finito in una Ted Conference da lì il progetto è decollata. Ora eccola qui, Tanya, da San Francisco all’altra parte del mondo, a suon di partecipazioni internazionali, come quella a Frontiers of Interaction 2012 di Roma. Seguita dagli sguardi attoniti di chi l’ha vista mostrare il suo occhio davanti alla platea, racconta sorridente e paziente il ruolo fondamentale della rete (“Cosa vuol dire per me il web? Santo Cielo, è il perché sono qui!”).

Per tutti è una “cyborg artist”, ma che cosa fa?
Sono un'artista multidisciplinare, mi muovo tra teatro e design, ma nel mio background ci sono danza e fotografia. Curo eventi per artisti e insegno film making nei licei. Mi piace combinare tutte le arti e fare in modo di espanderle: movimento, video proiezioni. Ecco, non so cantare.

Quindi niente American Idol?
No! Non voglio farmi nemici nel pubblico che mi segue!

A proposito di antagonisti, per lei lo sono stati i media?
I media spesso parlano delle “cyborg women” giocando anche sul tema sessista, su come le donne possano essere controllate, così come la tecnologia posseduta. Sono ritratte come killer letali o come prostitute. E proprio perché il mio progetto parla dell’unione tra corpo e tecnologia, sono stata descritta abbastanza spesso come un cyborg. All’inizio è stato frustrante. Poi, visto che non rientravo in nessuna delle due categorie sopra descritte e ho voluto spiegarlo, anche se all’inizio la cosa mi spaventava.

Com’è nata l’idea del crowdfunding?
Scrivevo sul blog cercando di capire come potessi essere “ricostruita” e, dal momento che sono una donna geek, che ama la science fiction (anche a me in fondo piacciono “La Donna Bionica” e “Bladerunner”) per me aveva assolutamente senso l'idea di inserire una videocamera nel mio occhio.

Meglio, perché poi dalla fantasia è passata alla realtà.
Quando ho capito che poteva essere possibile, ho iniziato a parlarne, ho incontrato alcune persone e a viaggiare in lungo e in largo per internet. Ho scoperto che avevo un certo seguito e dopo la proiezione di un mio video a un evento del Ted e la conseguente esposizione mediatica, ho deciso di lanciare la campagna su un sito di crowdfunding Kickstarter.

Adesso la prima parte della raccolta fondi è conclusa.
Sì e i soldi raccolti non bastano a creare l'occhio che voglio, ma sicuramente sono sufficienti per la costruzione di un prototipo, un “basic eye” con cui posso iniziare a sperimentare.

E quindi qual è il prossimo grande passo?
Dipende dall’ingegnere che mi segue. Sta lavorando alla prima fase con gli altri membri dello staff, insieme cercano di capire a che punto è la tecnologia, cosa si può fare. Credo che farà in fretta perché questa non è la prima volta che si dedica a un progetto simile, e perché è giovane e pieno di energie!

Insomma, più che una cyborg artist, è una “tech evangelist”!
Gli altri mi chiamano cyborg artist, ma io non mi definisco necessariamente così. Ora la tecnologia è ovunque e ci sono grandi opportunità attraverso la bionica per aiutare le persone con disabilità. Credo ci debba essere una voce che parli per quelle persone, perché devono poter determinare le loro vite in prima persona. Io ci provo, ed è anche molto divertente.

 


(Foto: Alessio Jacona)

Cina, una legge per imporre la cura dei genitori vecchi

La Stampa

 

Anziani vittime dei mutamenti della società, ma sulla proposta è polemica

Ginnastica del mattino in una casa per anziani nella provincia di Shandong

 

ILARIA MARIA SALA

hong kong

 

Mentre Pechino si appresta a rivedere la legge per i diritti degli anziani, che sarà approvata nei prossimi mesi, ecco che si prospetta un’aggiunta che, secondo molti, sarebbe necessaria, ma che sta facendo parecchio discutere: fare in modo che sia legalmente obbligatorio che i figli rendano frequenti visite ai genitori, in particolare se sono avanti con gli anni. Poche leggi possono essere più problematiche di questa, dal momento che i cambiamenti sociali degli ultimi anni hanno portato a nuclei familiari molto dispersi, un’urbanizzazione coatta che ha costretto molti giovani adulti a trovare lavoro lontano dal luogo di nascita, o dal luogo di residenza dei genitori, e a condizioni lavorative che rendono spesso arduo avere il denaro o il tempo necessari a compiere il lungo viaggio per ritornare da mamma e papà, indipendentemente dal loro stato di salute, o dalla loro età.

Il problema è molto sentito in Cina, e la stampa si è fatta portavoce di un dibattito inevitabilmente confuso: da un lato, come ha mostrato un programma televisivo andato in onda su Cctv qualche giorno fa, secondo i sondaggi ufficiali il 42,2 per cento degli interpellati si sarebbe detta favorevole al rendere obbligatorie le «frequenti visite a casa» (pur senza specificare che cosa si intenda per «frequenti»). Il 35,6 per cento è contrario, mentre il 22,2 per cento non si è pronunciato. Fino ad ora, però, l’intera questione è stata inquadrata nel contesto del rapido invecchiamento della Cina: un dato in gran parte conseguenza di quel drastico tentativo di ridurre la popolazione noto come «politica del figlio unico», che ha portato a un netto calo della natalità. Calo che, combinato con il miglioramento delle condizioni alimentari e salutari della popolazione, fa sì che la Cina sia il Paese a invecchiamento più rapido mai registrato.

Che la popolazione sia più sana e più longeva potrebbe essere visto in modo positivo, ma, a giudicare dagli stessi programmi televisivi, l’invecchiamento della popolazione è interpretato invece come «il problema numero uno della Cina», e gli ultrasessantenni sono, ancora una volta, affrontati non come una risorsa, ma come un potenziale peso sui bilanci, malgrado l’allungarsi della vita in buone condizioni di salute. Secondo i dati demografici disponibili, le persone che hanno più di 60 anni in Cina sono 185 milioni, il 13,7 per cento della popolazione. Secondo alcune statistiche pubblicate la scorsa settimana dal quotidiano China Daily, alla fine del 2015 i cinesi con più di 80 anni saranno 24 milioni. A inquietare le autorità sono in particolare quei 51 milioni di persone al di sopra dei 65 anni i cui figli hanno lasciato non solo la casa dei genitori, ma anche la loro città e vivono molto lontano.

A tutto questo si aggiunge poi la drammatica questione della pensione, ancora tutt’altro che universale e che sta entrando in vigore solo ora per chiunque abbia più di 85 anni. Regione pilota, in questo, è il Tibet, dove le autorità regionali hanno istituito pensioni universali dal mese di gennaio. Torniamo dunque alla proposta di legge: uno degli elementi più controversi, ovviamente, è quale tipo di pena imporre ai figli «negligenti». L’idea che sta prendendo piede è quella di autorizzare i genitori trascurati a citare in giudizio i figli. Una proposta a dir poco scioccante, stando a quanto dicono i commentatori interpellati dai media: l’idea che i figli decidano di trascurare i genitori in un Paese che continua ad avere una moralità confuciana, con una forte enfasi sul rispetto per gli anziani, e che ha come valore portante proprio l’amore filiale, è semplicemente sconvolgente.

La parte che ancora non è stata definita del progetto di legge, e che viene discussa in modo acceso, è se i figli non sufficientemente attenti ai genitori possano finire in prigione (il che avrebbe però un effetto del tutto controproducente) o se si debbano invece imporre delle multe. Come fanno notare i legali interpellati, infatti, una legge cui si può contravvenire senza sanzioni non ha nessuna utilità. Ma come punire i figli irrispettosi, e come fare se le mancate visite non sono avvenute per disattenzione, ma per motivi contingenti, come l’assenza di ferie o di denaro per recarsi a casa dei genitori? Insomma, sembra che dopo decenni di sconvolgimenti sociali ed economici, potrebbe non bastare una legge per far sì che i figli unici cinesi siano vicini ai loro genitori. Come affrontare il problema, allora?

Pechino, l'ultimo paradiso comunista cede Via libera a pizza, patatine e scarpe con la zeppa

Corriere della sera

 

Il giovane Kim Jong-un e i nuovi provvedimenti liberali. Cade il divieto dei cibi del capitalismo

 

Dal nostro inviato PAOLO SALOM

PECHINO - Pizza, patatine e scarpe con la zeppa. Una nuova rivoluzione sta per travolgere la Corea del Nord? Le notizie che trapelano dall’ultima monarchia rossa raccontano di un giovane leader, (figlio del defunto «Caro Leader» Kim Jong-il, nipote del Padre della Patria, il «Presidente Eterno e Grande Leader» Kim Il-sung) intento a «conquistare» i suoi sudditi con provvedimenti liberali capaci di trasformare radicalmente la vita quotidiana in un Paese dove, lontano dal centro di potere, nutrirsi è ancora una lotta per l’esistenza.

DIVIETO - Per alcuni commentatori, la caduta del divieto di cibarsi dei simboli della borghesia capitalista, pizza, patatine e hamburger, fa parte di una politica dell’immagine promossa da un giovanotto che prima di giungere al potere ha potuto conoscere le «tentazioni» dell’Occidente durante i suoi anni di studio in un collegio svizzero e dunque, al di là dei discorsi e delle posizioni ufficiali, sa bene che non si tratta di veleno per l’ideologia nazionale. Altri sostengono che la mossa di Kim Jong-un abbia lo scopo di trasmettere un’idea di «padre della Patria» benevolo in linea con l’immagine dell’augusto nonno.

NOMENKLATURA - In realtà, è difficile immaginare i nordcoreani in fila davanti a fast food o pizzerie: perché, all’infuori dei quartieri della nomenklatura di potere, semplicemente non esistono. Certo, le nuove disposizioni raccontano di un Paese alle prese con difficoltà sempre più grandi. E il «permesso» di mangiare pizza, hamburger e patatine - tabù che fino a poco tempo fa garantivano la prigione - si aggiunge alla caduta di altri divieti come quello (per le donne) di portare le scarpe con la zeppa, gli orecchini o i pantaloni. Nel provvedimento viene detto anche che i «bambini avranno libero accesso agli zoo e ai parchi divertimento» della misera nazione. Una pacchia?

BRIOCHES - Certo, parlando di una monarchia rossa, ovvero di un Paese che si proclama l’ultimo «paradiso comunista» e dove tuttavia il potere si tramanda di padre in figlio, vengono in mente le brioches che Maria Antonietta auspicava per i sudditi affamati e senza più pane. Il giovane Kim potrebbe dunque essere in grande difficoltà, se non altro perché il cerchio del comando è ristretto a pochi parenti - veri o acquisiti - che potrebbero approfittare di un momento di debolezza per favorire un cambio di dinastia e agguantare il controllo di un arsenale nucleare usato finora come garanzia di inamovibilità. FAME - Un pericolo che difficilmente potrà arrivare dal popolo, troppo affamato per avere la forza di tramare. Ora, con qualche pizza in più, il Giovane Leader potrebbe anche conquistarne la simpatia. E prolungare il suo regno.

 

Paolo Salom Twitter @PaoloSalom

Paolosalom

3 luglio 2012 (modifica il 4 luglio 2012)

Paese che vai prezzo che trovi E in Italia si paga di più

di Laura Muzzi - 03 luglio 2012, 15:09

 

Un’indagine di Altroconsumo ha analizzato i prezzi di 635 prodotti in vendita nelle grandi catene internazionali di 8 paesi europei. Italia, Portogallo e Spagna pagano di più

 

Paese che vai, prezzo che trovi. Sapete quanto paga un tedesco la libreria expedit di Ikea che da noi costa 30,40 euro? 21 euro e 90. E non solo, siamo il Paese che la paga di più in tutta Europa. E’ quanto emerge da un’indagine di Altroconsumo che ha analizzato i prezzi di 635 prodotti in vendita nelle grandi catene internazionali di otto paesi europei: Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna.

Risultato? Non solo le grandi catene (Ikea, Zara, H&M, Fnac, Burger King, McDonald’s, Media World, Disney Store, Decathlon, Levi’s, The Body Shop, Mango e Yves Rocher) praticano prezzi diversi nei Paesi in cui operano ma quelli che pagano di più sono i paesi più poveri: Portogallo, Spagna e Italia.Sembra proprio che nella politica di prezzi differenziati il potere d’acquisto dei singoli Paesi non sia affatto tenuto in considerazione. E così lo “spread” complessivo di tutte le catene rapportato al potere d’acquisto di ogni Paese si impenna nei Paesi dell’Europa meridionale, che già hanno una capacità di spesa inferiore: portoghesi (+36%), spagnoli (+23%) e italiani (+15%). Il discorso è opposto per i consumatori del Nord Europa con in testa Germania e Lussemburgo che vantano i prezzi più bassi.

McDonald’s. La catena di fast food più famosa al mondo punta su prezzi differenziati. In rapporto al costo della vita, i Paesi europei più penalizzati sono Spagna e Portogallo anche se proprio in quest’ultimo i costi dei prodotti sono teoricamente leggermente più bassi. Un Bigmac che in Portogallo costa 2,85 euro, in Italia si paga 3,50 euro mentre in Francia e Lussemburgo 3,90 euro.

Ikea. In verità qui i prezzi sono nel complesso omogenei. Quando però la differenza c’è si nota come nel caso della libreria Expedit: In Italia costa 30,40 euro contro i 21,90 euro della Germania e i 19,95 euro di tutti gli altri Paesi.

Media World. Nel caso del regno dell’elettronica le differenze di prezzo tra un mercato e l’altro sono limitate al 10% massimo. Lo stesso televisore Philips 32” 3D che in Italia e in Olanda costa 569 euro, arriva a costare 649 euro in Portogallo, 679 euro in Spagna e 749 euro in Belgio.

Fnac. La catena francese pratica una politica di prezzi sciovinista: meno cari i prodotti in Francia. Nei punti vendita italiani Fnac, i prodotti sono più cari del 12%, che diventa 32% se si introduce la variabile del potere d’acquisto. Un cd di Adele che in Francia costa 10,99 in Italia costa 1euro in più, in Spagna e Portogallo 3 euro in più e in Belgio fino a 4 euro in più.

Decathlon. La catena di articoli sportivi, che conta più di 400 negozi, ha optato per i prezzi standard. Senonché, per via dei diversi livelli di costo della vita, questa strategia finisce per premiare il suo paese d’origine, la Francia.

Levi’s. Differenze di prezzo quasi impercettibili caratterizzano il brand famoso per i jeans. Comprare un paio di pantaloni in un Paese invece che in un altro consente un risparmio che mediamente non supera il 2%.

Zara. I prezzi che Zara pratica sul suo sito online in Spagna e in Portogallo sono molto più bassi di quelli che si possono trovare nel resto d’Europa, dove si utilizza una politica di prezzi omogenei. Il cliente italiano potrebbe essere tentato di acquistare dal sito spagnolo, tuttavia una clausola specifica ne fa espressamente divieto.

H&M. La catena di abbigliamento low cost preferisce variare i prezzi in maniera soft. ll principale mercato di questa catena, che vanta 2.500 negozi in 44 mercati, è la Germania, seguito da quello statunitense, francese e inglese.

Per l’indagine Altroconsumo ha analizzato i prezzi di 20 capi d’abbigliamento maschili, femminili e per bambini. Rispetto agli otto mercati europei considerati, l’Italia si posiziona al 5° posto. E se acquistassimo i prodotti nei Paesi in cui le catene hanno prezzi più bassi? Il pensierino lo abbiamo fatto tutti, purtroppo si va incontro a un buco nell’acqua. Sui siti non si contempla l’estero come possibile destinazione dell’invio. E quando specifichiamo che l’indirizzo di consegna è l’Italia è tutto un fiorire di divieti. Inutile quindi andare per esempio sul sito spagnolo di Zara o su quello olandese di Decathlon. Invece sul sito francese di Fnac sono leggermente più aperti: non inviano prodotti hi-tech, ma libri, cd, dvd e biglietti per spettacoli sì.

La Siria è un arcipelago della tortura»

Corriere della sera

 

Regime di «crimini contro l'umanità»: 27 centri dove migliaia di detenuti vengono torturati con acidi, chiodi e abusi sessuali

 

Dal sito di  Human Rights WatchDal sito di Human Rights Watch

 

Unghie strappate, violenze sessuali e chiodi elettrificati piantati nelle orecchie. La Siria brutalizza sistematicamente le decine di migliaia di persone detenute nelle prigioni segrete che il regime ha allestito dall'inizio delle proteste di piazza, in quello che può definirsi un vero e proprio «arcipelago della tortura». La denuncia arriva dall'organizzazione Human Rights Watch che ha documentato l'esistenza di 27 centri di detenzione nel Paese, tutti gestiti dalle agenzie di intelligence siriane, e accusa il regime di Bashar Assad di «crimini contro l'umanità».

UNGHIE STRAPPATE - I prigionieri - afferma l'ong con base a New York che ha potuto intervistare più di 200 disertori ed ex detenuti - «vengono picchiati, spesso con bastoni o fili elettrici». Per non parlare di altri, più crudeli e sofisticati metodi di tortura: elettrochoc, abusi sessuali, strappo delle unghie, ustioni con gli acidi e costrizione per molte ore del detenuto in posizioni dolorose o umilianti.

 

CHIODI NELLE ORECCHIE - «I chiodi nelle orecchie erano la cosa più dolorosa. Impiegavano due fili collegati con una batteria da automobile per darmi scosse elettriche. E hanno usato le pistole elettriche sui miei genitali per due volte», ha raccontato un ragazzo di 31 anni, che è stato imprigionato in un centro nella provincia nordoccidentale di Idlib.

SENZA CIBO - Gli intervistati hanno raccontato a Human Rights Watch le condizioni di questi centri di detenzione: prigioni sovraffollate, con cibo che scarseggia e l'assistenza medica viene negata ma, soprattutto, dove molte persone sono morte a causa delle torture subite.

STADI TRASFORMATI IN PRIGIONE - Secondo l'ong, oltre alle 27 prigioni - che sono gestite dalle quattro principali agenzie di intelligence note come 'mukhabarat' - il regime utilizza come centri di detenzione anche gli stadi, le scuole, gli ospedali e le basi militari.

MAPPA DEGLI ORRORI - Il rapporto multimediale intitolato «Torture Archipelago: Arbitrary Arrests, Torture and Enforced Disappearances in Syria`s Underground Prisons since March 2011», fornisce anche una localizzazione geografica di questi 27 centri, offre racconti video di ex detenuti e disegni delle tecniche di tortura usate e riferite da testimoni o vittime.

 

Carlotta De Leo

3 luglio 2012 | 15:21

Vatileaks, il "corvo" è al 41° giorno in cella e ancora in attesa di giudizio

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

 

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Città del Vaticano – Ha la facoltà di incontrare a cadenza regolare i due avvocati che lo difendono e la moglie, può assistere se lo desidera alla messa domenicale ma sempre scortato da un gendarme, così come ha la possibilità di essere accompagnato a fare una breve passeggiata nel cortile della gendarmeria una volta al giorno, anche se l'ora d'aria che viene accordata a tutti i carcerati, avviene sotto lo sguardo di due guardie che hanno il compito di non perderlo mai d'occhio. La vita in carcere di Paolo Gabriele, il maggiordomo infedele che ha trafugato una montagna di carte dall'appartamento pontificio per farle avere all'esterno, è dura.

E da quarantuno giorni in qua non è cambiata di molto. L'isolamento iniziale anche se è stato allentato resta comunque altissimo e questo per garantire il necessario livello di separatezza da tutto quello che accade fuori.Forse i magistrati hanno paura che 'Paoletto' possa veicolare ancora messaggi all'esterno. Chissà. Sicché dietro le mura di quella stanza di sicurezza dalle pareti bianche, con un crocifisso e dotata di un bagnetto di servizio, Paolo Gabriele trascorre il suo tempo senza usare telefoni, computer, giornali, televisioni. Ogni sua mossa viene osservata da una piccola telecamera. Una segregazione pressoché totale in attesa che i magistrati decidano la sua sorte in qualità di unico indagato, il presunto corvo: o il rinvio a giudizio oppure il proscioglimento. In Vaticano si dice che le condizioni psicologiche di Paolo Gabriele non siano delle migliori.

Il suo fisico comincia ad accusare lo stress di questi 40 giorni in carcere, lontano dai suoi affetti, dalla sua casa. Dicono che sia la fede a sostenerlo in questa dura prova. Nel tam tam interno potrebbe essere persino sottoposto ad una perizia psichiatrica per valutare se ha subito un plagio e se poteva subire l'influenza di qualcuno fino al punto di commettere un reato tanto grave.
Nel caso che l'ex assistente di camera del Papa venga rinviato a giudizio, “il processo si svolgerà in autunno, non prima di ottobre'' ha riferito il direttore della Sala Stampa padre Federico Lombardi durante un briefing con i giornalisti. Intanto, ha spiegato ancora Lombardi, ''la prossima settimana dovrebbero concludersi gli interrogatori formali, cioè si dovrebbe chiudere la fase formale dell'istruttoria. E dovrebbe arrivare la decisione sul proscioglimento o rinvio a giudizio''. Lombardi ha anche spiegato che i magistrati vaticani hanno ascoltato anche altre testimonianze in questi giorni.

Martedì 03 Luglio 2012 - 18:15
Ultimo aggiornamento: 20:09

Tracce di plutonio sui vestiti di Arafat Torna la pista dell'avvelenamento

La Stampa

 

Un'inchiesta di Al Jazeera riapre il caso sugli ultimi giorni di vita dell'ex leader palestinese

 

Arafat morì l'11 novembre 2004 in un ospedale militare di Percy

 

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Tracce di plutonio radioattivo, in quantità elevate ed anomale, sono state ritrovate sugli abiti indossati da Yasser Arafat e suoi suoi effetti personali, utilizzati negli ultimi giorni di vita dell'ex leader palestinese. E' quanto emerge dalle conclusioni delle accurate analisi di laboratorio effettuate in Svizzera, secondo quanto riferisce oggi l'emittente panaraba al Jazeera. Arafat morì l'11 novembre 2004 in un ospedale militare di Percy, alla periferia di Parigi. Le analisi sono state compiute su campioni biologici prelevati, in particolare, sulla kefia e sullo spazzolino da denti di Arafat, che erano stati riconsegnati alla vedova del leader palestinese dalla dirigenza dell'ospedale di Percy. «La conclusione è che abbiamo trovato un livello significativo di plutonio in questi campioni», ha detto il direttore dell'Istituto di Radio-Fisica di Losanna, François Bochud.

La scoperta torna dunque ad alimentare i sospetti sul presunto avvelenamento dell'ex leader palestinese. I circa 50 medici che hanno avuto in cura Arafat non hanno mai saputo dare una spiegazione esatta delle regioni del rapido deterioramento delle sue condizioni di salute. I palestinesi hanno accusato Israele di avere complottato per la sua morte. Per confermare la tesi della morte per avvelenamento da plutonio, occorrerebbe riesumare la salma di Arafat e procedere ad ulteriori analisi, ha detto il direttore dell'Istituto di Losanna. Il plutonio è la stessa sostanza radioattiva che fu utilizzata nel 2006 a Londra per avvelenare l'ex spia russa Alexander Litvinenko.

Mai più armi su Google shopping

La Stampa

 

La svolta pacifista della Big G: via tutti i riferimenti ai siti bellici

CARLO LAVALLE

 

Informazioni commerciali su armi e relativi accessori non compariranno più nella lista dei risultati del motore di ricerca Google shopping.
L'orientamento stabilito da Big G è rintracciabile in una lettera, il cui testo originale è stato pubblicato da OutdoorHub, inviata ai vari venditori che utilizzano questo servizio. La società di Mountain View nello spiegare questa scelta fa riferimento ai forti valori e cultura che l'hanno sempre guidata e che non consentono di promuovere pubblicità di prodotti incompatibili con i suoi principi ispiratori.
Il divieto, più in particolare, riguarderà articoli come fucili da caccia, coltelli e munizioni che non sarà d'ora in poi più possibile includere negli oggetti da presentare e mettere in vendita.

Per rispettare le regole aziendali Google invita i commercianti a rimuovere i prodotti vietati dai feed di dati già registrati in Google Merchant Center - piattaforma gratuita utilizzabile per caricare cataloghi di prodotti on-line affinchè siano meglio indicizzati - precisando che la decisione è stata presa dopo un attenta riflessione ed esame accurato anche delle eventuali situazioni di disagio, di cui si scusa, causate all'utenza. Il bando è da subito diventato operativo e digitando parole come «cartuccia per fucili» o «cannocchiale per pistole» si ottiene una pagina che segnala «il termine non ha prodotto alcun risultato».

La risposta dei sostenitori delle armi da fuoco non si è fatta attendere. A stretto giro di posta sul sito Change.org è stata promossa una petizione per indurre Google a rivedere la sua posizione che, a giudizio dei firmatari, si configura come una violazione del primo e del secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America, quest'ultimo posto a tutela del diritto al possesso di armi.
Secondo i promotori le conseguenze delle nuove disposizioni di Google, che nonostante le interferenze del governo si è sempre mantenuto un hub libero, saranno quelle di impedire a molti cittadini l'acquisto legale di armi per scopi legittimi a prezzi ragionevoli e di provocare perdite economiche a piccole aziende.

L'ex carabiniere Placanica rinviato a giudizio per violenza sessuale

Corriere del Mezzogiorno

 

È accusato di aver abusato di una undicenne, figlia della sua ex compagna. L'ex militare fu incriminato e poi prosciolto per la morte di Carlo Giuliani

 

Mario PlacanicaMario Placanica

 

CATANZARO - L'ex carabiniere Mario Placanica è stato rinviato a giudizio con l'accusa di violenza sessuale ai danni della figlia minorenne della sua ex convivente. Lo ha deciso il giudice dell'udienza preliminare di Catanzaro, Tiziana Macrì, che accogliendo la richiesta dell'Ufficio di procura ha mandato l'uomo al processo, per il vaglio dibattimentale delle ipotesi d'accusa contro le quali, davanti al gup, si sono battuti gli avvocati Antonio Ludovico e Salvatore Sacco Faragò, difensori dell'imputato.

INIZIO IL 16 NOVEMBRE - Al processo, che avrà inizio il 16 novembre davanti al tribunale collegiale, sarà presente anche l'ex compagna di Placanica e madre della presunta piccola vittima, che è costituita parte civile con l'avvocato Teresa Lavecchia. In questo procedimento Placanica è accusato di avere abusato nel 2007 della figlioletta undicenne della ex compagna. Fu proprio la mamma della bambina a denunciare l'ex carabiniere, nel 2008, facendo partire le indagini.

LE INDISCREZIONI -La bambina, che in un primo momento, e non in sede di incidente probatorio, ricordò un solo episodio, avrebbe invece, davanti al gip, fatto cenno a più di un abuso. I presunti abusi, sempre a quanto si apprende, sarebbero durati un anno circa fino ad agosto 2007. La denuncia alla polizia, invece, sarebbe arrivata qualche mese dopo, a maggio del 2008.

LA MORTE DI GLULIANI - Placanica, 32 anni, ex carabiniere oggi in congedo, fu indagato per omicidio per l'uccisione di Carlo Giuliani, avvenuta a seguito degli scontri scoppiati in occasione del G8 a Genova, nel luglio 2001. Venne prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi.

 

Redazione online 03 luglio 2012

Facebook apre alle coppie gay: pronta l'icona omosessuale

Libero

 

Il più frequentato social network del mondo lancia la novità: persone dello stesso sesso che dichiarano la relazione potranno "annunciarla" graficamente

 

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Sarebbe stato il co-fondatore Chris Hughes, gay dichiarato e fresco di nozze, a premere per la novità

Facebook nuovo paradiso dei gay? Il social network più frequentato del mondo ora riconosce le coppie omosessuali nel modo più "consono", cioè con una delle sue classiche iconcine. Se due persone dello stesso sesso dichiarano la loro unione, infatti, apparirà un simbolino che raffigura due uomini o due donne. Al matrimonio virtuale pare abbia contribuito l'esperienza personale di uono dei co-fondatori, Chris Hughes, che proprio poco tempo fa è convolato a nozze con il suo compagno pubblicando su Facebook le foto della cerimonia. In quell'occasione ha debuttato l'icona raffigurante due uomini.

Dieci volte Europei Il meglio e il peggio

Corriere della sera

 

Episodi e personaggi che hanno scandito il Torneo, nel bene
e nel male

Ligammari, Pellizzari

 

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Tumori, le visite di controllo non possono durare tutta la vita

Corriere della sera

 

Troppo spesso si finisce per la linea del «meglio abbondare». Serve un’organizzazione migliore, anche per ridurre i costi

MILANO - Il 73 per cento dei pazienti con una precedente diagnosi di tumore teme la recidiva della malattia, ma vive la visita di follow up (cioè l’insieme dei controlli clinici e strumentali successivi alla fine del trattamento) come un momento rassicurante, un modo per prendersi cura della propria salute. In meno del 20 per cento dei casi questi controlli provocano ansia e preoccupazione. Il peso di questa attività non può però ricadere solo sull’oncologo, ma deve essere assorbito da più figure professionali, a partire dal medico di famiglia. È quanto emerge dalla prima indagine sull’organizzazione del follow up, che ha coinvolto sia gli oncologi che i pazienti, presentata nei giorni scorsi durante la Giornata nazionale del malato oncologico organizzata dalla Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO).

 

FOTOGRAFIA ATTUALE: CONTROLLI ALL’INFINITO - Il modello organizzativo prevalente oggi in Italia è quello «sequenziale»: dopo una prima fase di follow up esclusivamente specialistico è prevista una completa delega del paziente al medico di medicina generale. «Ma il tempo che intercorre tra i due momenti – spiega Stefano Cascinu, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) - è variabile tra le diverse strutture (2-3, 5 o 10 anni) e non è trascurabile la percentuale di oncologi che dichiarano di mantenere in cura i pazienti per tutta la vita (55 per cento nel caso delle neoplasie del seno e 30 per cento di quelle del colon-retto). Il 35 per cento dei pazienti riferisce di essere in follow up da più di 5 anni, a conferma che è diffusa, nelle oncologie italiane, la tendenza a proseguire indefinitamente questa pratica».

Ma questi controlli all’infinito sono davvero necessari? O servono in determinati casi, mentre in altri sono decisamente un inappropriato, costoso (per il Servizio sanitario) e fastidioso (per gli ex-malati) surplus? «A differenza di quanto accade per le terapie – si legge nel rapporto – dove la ricerca clinica ha prodotto evidenze scientifiche stringenti, nel settore diagnostico le evidenze su cui si basano i comportamenti dei clinici sono spesso fragili, basate su studi datati e non sufficientemente probanti. A fronte tuttavia di numerose raccomandazioni istituzionali autorevoli contro l’uso eccessivo di accertamenti, nel follow up è evidente che vi sia una tendenza ingiustificata alla richiesta di esami».

SERVONO INDICAZIONI PRECISI SUI TEMPI E I TIPI DI ESAMI - Insomma, mancano studi che diano indicazioni precise e dunque ciascuno fa un po’ a modo suo, seguendo per lo più la linea del «melius abundare quam deficere». Sia ben chiaro: il follow up è cosa utilissima, ha un impatto fondamentale sulla qualità di vita e sulla riduzione della mortalità dei pazienti, che se tenuti sotto controllo in modo appropriato posso vedersi diagnosticare in anticipo le eventuali ricadute e trattarle con successo. Ma il problema del corretto impiego delle risorse assume un’importanza rilevante: i tempi e gli strumenti diagnostici utilizzati dovrebbero essere rigorosamente definiti. «A fronte di numerose raccomandazioni istituzionali autorevoli contro l’uso eccessivo di accertamenti – aggiunge Cascinu -, nel follow up esiste una diffusa tendenza alla richiesta di esami, probabilmente non sempre appropriata.

Il 53 per cento delle persone riferisce di eseguire in media tre o più esami per ogni visita. Un dato coerente con quanto riportato dagli oncologi. L’elemento fondamentale della visita di follow up è rappresentato dall’esame clinico, che consiste nel riscontro anamnestico e nell’esame obiettivo. A ciò si aggiungono pochi accertamenti di laboratorio e strumentali che, almeno per le patologie oncologiche più frequenti, sono definiti a priori e sono limitati. Solo in caso di sospetto su base clinica si eseguiranno approfondimenti diagnostici più complessi. La ricerca clinica ha dimostrato in diversi settori oncologici che metodiche di follow up strumentale più intensive non producono reali vantaggi in termini di sopravvivenza complessiva».

URGE UN’ORGANIZZAZIONE MIGLIORE FRA I MEDICI – Al gennaio 2006 risultavano infatti viventi in Italia circa 2 milioni e 250mila persone che avevano avuto una precedente diagnosi di tumore (pari ad oltre il 4 per cento della popolazione). Più della metà di loro (il 57 per cento, un milione e 285.680 persone) aveva avuto la diagnosi di neoplasia da più di cinque anni e ha quindi bisogni sanitari peculiari, sia nei servizi che nell’assistenza, ma serve un’adeguata programmazione sanitaria per poterli affrontare. «Chiediamo – dice Francesco De Lorenzo, presidente Favo - che venga adottato un modello di cure integrate che si caratterizza per una costante interazione tra i professionisti coinvolti nel follow up, in tutte la fasi della storia clinica della persona. Dal punto di vista delle risorse l’applicazione di un simile modello potrebbe contribuire a distribuire il carico assistenziale tra ospedale e territorio, evitando di privare il paziente e il medico di medicina generale del supporto dello specialista.

Il mantenimento di un contatto con il centro di cura rappresenterebbe una garanzia di rapido rientro nel “circuito” specialistico nel caso di sospetta ripresa di malattia». Le competenze necessarie, infatti, sono articolate e non possono essere concentrate da un unico attore. Ripetuti studi clinici hanno documentato come non sia cruciale «chi» esegue il follow up: nel sistema sanitario anglosassone, ad esempio, sono stati testati con successo il follow up del medico di famiglia e quello infermieristico in alternativa al controllo specialistico, senza alcuna ricaduta negativa sull’anticipazione diagnostica e sulla soddisfazione dei pazienti. Sia per le visite e gli esami di controllo sia per rispondere alle «nuove» necessità degli ex-malati bisogna dunque trovare un nuovo modo di organizzarsi e, a tal proposito, ben il del 90 per cento degli oncologi afferma (in un sondaggio condotto nel 2011) che il ruolo del medico di famiglia andrebbe valorizzato meglio.

 

V. M.3 luglio 2012 | 14:26

La Asl restituisce il cane al padrone che lo maltrattava

Il Giorno

 

Abbandona il cane al sole, anziano denunciato

 

Milano, l'animale rimaneva legato al sole per ore. Dopo la denuncia dell'Oipa era stato sequestrato nel canile sanitario. Ma l'Asl veterinaria ne ha disposto il dissequestro

Milano, 3 luglio 2012 - Glielo avevano portato via perché non era in grado di occuparsene e lo teneva in condizioni di totale degrado. Ma ora il cagnolino è dovuto tornare dal suo padrone. La Asl veterinaria di Milano città ha infatti disposto il dissequestro e la restituzione al proprietario del cane malato che le guardie zoofile Oipa, lo scorso 24 giugno, avevano posto sotto sequestro amministrativo per sottrarlo alla cattiva gestione del proprietario.

Il cane, un meticcio di taglia media di circa 14 anni, veniva infatti da molto tempo abbandonato ogni giorno per almeno 6 ore legato ad un albero, solo parzialmente all`ombra, in una giardinetto in zona Primaticcio, senza acqua a disposizione e a pochi metri da una strada molto trafficata, con accanto un cartello “Non sono abbandonato”. L`animale era molto spaventato all`avvicinarsi di estranei ed era in cattive condizioni di salute.

Il proprietario, un pensionato che al suo arrivo aveva aggredito verbalmente le guardie zoofile, ricorda l’Oipa in una nota, si era giustificato dicendo che al cane veniva riservato questo trattamento perché in casa abbaiava e non gli permetteva di lavorare: “Ho provato a tenerlo in auto ma i passanti hanno protestato”.
Ha inoltre ammesso di aver già provato a lasciarlo in un canile insieme ad un gatto, ma la struttura aveva accettato di accogliere solo il gatto.

Lo scorso 24 giugno le guardie avevano sottoposto l`animale a sequestro amministrativo nel canile sanitario di Milano e avevano irrogato una sanzione per gestione inadeguata di animale.
Obiettivo dell`associazione era trovare una nuova famiglia che potesse assicurargli una vita serena e cure veterinarie adeguate. “Tuttavia, a fronte del ricorso presentato dal proprietario del cane - spiega L'Oipa -, la Asl veterinaria di Milano ha stabilito che le condizioni psico-fisiche del cane fossero tutto sommato buone e potesse essere quindi riconsegnato al proprietario. Tale decisione non prende assolutamente in considerazione che l`uomo abbia ampiamente dimostrato di non essere in grado di accudire un cane in modo da soddisfarne i bisogni fisici ed etologici e assicurarne quindi il benessere, oltre a metterlo in situazioni potenzialmente pericolose sia per lui che per altre persone”.

“Questo è solo l`ultimo episodio in cui la Asl veterinaria annulla i sequestri operati dalle guardie zoofile Oipa, vanificandone di fatto il lavoro - conclude l’associazione -.Dai cani, cuccioli e non, sfruttati per l`accattonaggio, ai cani affamati e costretti in spazi angusti: spesso il parametro per far scattare il dissequestro è solo la presentazione o meno di un ricorso da parte dei proprietari degli animali”.

I gay sono malati, se li vedo baciarsi sputo per terra»: bufera su un leghista

Il Mattino

 

Il consigliere regionale Santino Bozza sfoga la sua omofobia. Tosi e Zaia si dissociano: «Non rappresenta il movimento»

 

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VENEZIA

«I gay? purtroppo esistono, sono malati, diversi»: parola del consigliere regionale veneto della Lega Santino Bozza. Concetti espressi con uso di immagini che non lasciano nulla al caso e che hanno fatto fare un salto sulla sedia in casa Carroccio

.Immediate le prese di distanza del segretario regionale Flavio Tosi e del presidente del Veneto Luca Zaia. Il sindaco di Verona ha usato poche parole che pesano più di una condanna: «Il movimento non condivide né la forma né la sostanza delle dichiarazioni». A innescare la miccia la sintesi dell'intervento di Bozza alla Zanzara su Radio24 e diffuso dall'emittente.

«Due uomini che si baciano - ha detto il consigliere ai microfoni di Giuseppe Cruciani e David Parenzo - mi fanno effetto, mi viene da sputare per terra. Se manca la coppia vera e propria, che produce, dove andiamo a finire? Finisce il mondo». Come un fiume in piena, Bozza ha caricato le parole: «Se li vedo baciarsi, mi giro e poi sputo per la schifezza». Al centro del suo pensiero il fatto che uomo e donna sono diversi: «La donna ha la vagina e l'uomo ha il pene, tutto il resto è solo porcherie. Ma quale amore... tra due uomini che fanno l'amore è solo schifezza».

E per far capire il suo sentire, visto che probabilmente i termini usati non gli apparivano troppo chiari, Bozza ha offerto all'interlocutore sotto forma di domanda un'immagine carica di sottointesi: «Lei la penna dove la mette? Nel calamaio no?». Per il consigliere, poi, quelli che ha chiamato «malati, diversi» non dovrebbero «farsi vedere», non in mezzo ai bambini. «Li ho visti in pubblico - ha rilevato - fare atti osceni. Non è che vanno in giro a toccare i bambini, ma si toccano fra di loro, vi sembra poco?».

Zaia ha espresso totale distanza dalle parole di Bozza sul piano sia personale sia politico: «Personalmente non concordo con una parola detta dal consigliere regionale» e come leghista «dico che questa non è la posizione della Lega».

Commentando le affermazioni di Bozza, Antonio De Poli (Udc) ha parlato «di ragionamenti da Medioevo: l'omosessualità è stata cancellata dall'elenco delle malattie ormai da parecchio tempo ed evidentemente lui, così come il Carroccio, ignorano questo fatto». De Poli si è detto stanco di sentire «queste sparate: prima l'ironia sulla bambina disabile ucraina, ora l'attacco sui gay malati che non dovrebbero farsi vedere in pubblico. Mi sembra di rileggere le dinamiche di una triste pagina del passato», richiamando il nazismo.

 

Martedì 03 Luglio 2012 - 00:53    Ultimo aggiornamento: 17:04

Psicosi "zombie",ora si sposta in Cina

Corriere della sera

 

A Wenzhou, guidatore di autobus "morde" la faccia di una donna aggredendola al naso e alla bocca. Solo la polizia riesce a fermarlo

 

Le immagini dell'aggressione Le immagini dell'aggressione

 

In America è già scattata la psicosi: diversi casi di cannibalismo si sono succeduti nelle ultime settimane, il più terrificante quello di Miami, dove un uomo ha letteralmente divorato la faccia di un homeless, prima di essere ucciso dalla polizia.

IL CONTAGIO SI ESPANDE ?- Ebbene il "contagio" sembra essersi diffuso anche in Cina: nella città sudorientale di Wenzhou, come rivela il Daily Mail, un guidatore di autobus, apparentemente ubriaco, è sceso dal veicolo che stava conducendo. Ed è saltato sopra il cofano di un auto guidata da una signora. Che ha iniziato a urlare chiedendo aiuto, prima di tentare di uscire dalla macchina e cercare di fuggire.

SALVA GRAZIE SOLO ALLA POLIZIA - L'uomo le è saltato addosso è ha iniziato a morderle la faccia, inevitabilmente sfigurandola. Diversi passanti han provato a fermarlo, ma solo la polizia, e non senza fatica, è riuscita a salvare la povera donna . Che ora dovrà ricorrere alle cure di un chirurgo plastico per ricostruire le labbra e il naso. Una ferocia che, secondo alcuni, sarebbe dovuta a nuove droghe introdotte sui mercati degli stupefacenti.

 

Redazione Online3 luglio 2012 | 15:22

Incendio doloso: in fiamme il grano dei «paccheri» antimafia di Libera

Corriere della sera

 

Il rogo nella notte in località Cento Moggi dove la cooperativa le Terre di don Diana lavora i campi confiscati ai bossi casalesi: in fumo metà raccolto

 

Il terreno nel quale è avvenuto l'incendioIl terreno nel quale è avvenuto l'incendio

 

CASERTA – Incendio nella notte, brucia a Pignataro Maggiore uno dei terreni di Libera contro le mafie, sottratti ai clan e adibiti a coltivazione di uso sociale. Ad andare in fumo oltre metà del raccolto di grano, come conferma la rete di Libera nel Casertano che denuncia la natura dolosa del rogo. Il terreno confiscato, che si trova in località Cento Moggi, è gestito dalla cooperativa sociale Le Terre di don Peppe Diana, prima coop di Libera Terra in Campania. Con il grano coltivato a Pignataro vengono prodotti i “paccheri” anticamorra, il formato di pasta firmato dall’associazione e in vendita in tutte le botteghe dei sapori della rete antimafia. Domani, martedì, la parte di raccolto che ha resistito all’incendio, sarà sottoposta a mietitura per evitare nuovi incidenti e salvaguardare la produzione di pasta.


L’IMPEGNO - Valerio Taglione, del direttivo provinciale di Libera Terra e Le Terre di don Diana, si dice convinto della necessità di andare avanti nel lavoro negli ormai ex campi dei boss senza demordere: “Staremo accanto ai soci cooperatori e continueremo a lavorare per liberare questo territorio dai soprusi e dagli interessi criminali. Non è possibile che qualcuno pensi ancora di intimidirci e non è pensabile che ce ne staremo zitti e buoni lasciando che anni di impegno e di lotta per il riscatto sociale di questa provincia vengano gettati al vento”. Taglione si richiama agli esempi positivi delle terre saccheggiate in passato dalla criminalità: “La cooperativa ed i soci non sono mai stati soli e mai lo saranno - sottolinea -, perché come loro e con loro abbiamo la responsabilità etica e morale della memoria e dell’impegno, nell’ottica di una produzione sociale capace di essere alternativa ed antidoto dell’economia criminale”.

 


LA SOLIDARIETA’ - E nei prossimi giorni potrebbero essere indette manifestazioni in sostegno di Libera, che incassa intanto la solidarietà del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala dop. L’associazione, che si è appena dotata di certificazione antimafia, con il presidente Domenico Raimondo condanna il gesto doloso di questa notte: «L’incendio ai danni del terreno confiscato a Pignataro Maggiore su cui Libera coltiva il grano destinato a produrre la pasta della legalità è un atto vile, che deve chiamare a raccolta tutte le forze sane del territorio. A Libera e alla cooperativa Le Terre di Don Diana va la vicinanza e il sostegno del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop».

LO SDEGNO DI DON CIOTTI - "Nei giorni scorsi - commenta don Luigi Ciotti, presidente di Libera - il tentativo di incendio su quattro ettari di aranci a Lentini in Sicilia, cinque ettari di legumi distrutti a Isola Capo Rizzuto, stanotte bruciati dodici ettari di grano a Pignataro Maggiore pronti per la mietitura per realizzare i paccheri Don Peppe Diana. Continua l'aggressione ai beni confiscati, una rappressaglia continua e reiterata con il chiaro intento di colpire chi lavora per ristabilire legalità e sta realizzando un' economia giusta e sana nel nostro paese. Le mozzarelle, il vino, la pasta, il succo d'arancia, le passate, i tarallini fanno paura sono prodotti che coniugano il gusto della qualità con la corresponsabilità. Non possiamo piu' pensare a delle coincidenze, esprimiamo gratitudine verso il corpo forestale, il ministro dell' Interno, le forze dell'ordine per il loro contributo per garantire la sicurezza di quelle realtà".

 

Sandro Di Domenico

02 luglio 2012 (modifica il 03 luglio 2012)

Pestato a Milano, un video incastra i poliziotti

Corriere della sera

 

Le immagini dell'aggressione al 63enne preso a calci e pugni da due agenti

Le immagini dell'aggressione al 63enne preso a calci e pugni da due agenti di Carlotta De Leo Due agenti della questura di Milano sono stati arrestati per aver selvaggiamente pestato un 63enne a pugni e calci in faccia - l'uomo ha riportato lesioni permanenti, «un impressionante numero di fratture». Il gip Alessandra Clemente ha emesso a loro carico un'ordinanza di custodia cautelare in carcere su richiesta del pm Tiziana Siciliano.