lunedì 2 luglio 2012

Nazionale: Grillo, Travaglio e il tifo contro Abete: «Mi vergogno di chi non tifa Italia»

Corriere della sera

 

Il comico, il giornalista, i «No tav» e Radio Padania «contro» gli azzurri

 

 

«Stringiamci a coorte?». Sì, ma non tutti. «Siam pronti alla morte?». Vabbè, con calma e senza spingere. Altro che «Fratelli d'Italia», domenica sera c'è chi ha tifato contro la Nazionale di Prandelli. Radio Padania ad esempio. Ma dalle onde verdi del Sole delle Alpi c'era d'aspettarselo, loro sono campioni del mondo dei popoli che devono ancora determinare la propria sovranità. Insomma dei potenziali avversari, un giorno... Ma a saltellare al coro «Spagna! Spagna! in valle di Susa domenica sera c'erano anche i «No Tav». Nelle stesse ore della goleada iberica hanno organizzato una specie di «contropartita» con clown, sbandieratori, cantanti e rapper davanti alle reti del cantiere a Chiomonte. E poi c'erano gli italiani indifferenti. Infatti a Siena, la partitella Spagna-Italia è stata considerata alla stregua di una amichevole di fronte alla «vigilia del Palio»: c'era la cosiddetta «prova generale». Ma a destare tante polemiche, sono state, ancora una volta, le prese di posizione di Marco Travaglio e Beppe Grillo.

GRILLO - Per quest'ultimo ecco le contraddizioni del calcio italiano: «L'Italia ha perso, l'Italia ha vinto. Chi ha perso? Gli italiani, come al solito, ma forse per loro questa sconfitta vale più di cento vittorie». Beppe Grillo scrive sul suo blog all'indomani della disfatta e fa un bilancio di chi domenica ha vinto: «Contro la Spagna lo spread è stato di 4 a 0 a favore degli iberici. Noi abbiamo fatto la parte del toro, o forse del bue. Chi ha vinto? Le banche spagnole, che hanno finanziato il calcio (senza di loro non esisterebbero né Barcellona, né Real Madrid attuali) e che oggi vengono salvate dalla Bce, e quindi anche dall'Italia, con 100 miliardi. Ha vinto il calcio più indebitato». «Ha vinto - prosegue Grillo - il presidente ucraino che ha avuto sul palco d'onore i primi ministri della Ue, Rigor Montis compreso, che si sono salvati l'anima mandando la letterina di Babbo Natale a Viktor Yanukovich, mentre la Timoshenko continua a marcire in carcere. Ha vinto la corruzione nel calcio italiano che, vittoria dopo vittoria della Nazionale, è scomparsa dal radar dell'informazione. Hanno vinto i giornalai e le Istituzioni che hanno usato il calcio per nascondere il nostro cratere morale e economico». «Hanno vinto - aggiunge - anche i calciatori e l'allenatore premiati con un invito dal Quirinale e la sconfitta più pesante della storia centenaria del calcio italiano in una finale o in una semifinale». Insomma, conclude, hanno perso solo «gli italiani, come al solito, ma forse per loro questa sconfitta vale più di cento vittorie».

TRAVAGLIO - «Eroi in mutande», ecco chi sono gli azzurri per il vicedirettore de Il Fatto, Marco Travaglio. Il problema è che ogni vittoria lava via i peccati come il detersivo che lava più bianco, ecco il rischio che si corre secondo Travaglio. A cominciare dallo scandalo del calcio-scommesse. Per questo motivo Travaglio aveva detto, prima, di tifare Germania e, poi, praticamente di non augurarsi una vittoria italiana in finale: «Io vorrei sapere, che si vinca o si perda, cos'è quel milione e mezzo di euro versato da capitan Buffon a un tabaccaio di Parma. Vorrei sapere quali e quanti calciatori coinvolti nell'inchiesta di Cremona per essersi venduti le partite in barba ai tifosi e alla lealtà sportiva, sono colpevoli o innocenti. Nessuna vittoria all'Europeo può cancellare lo scandalo», ha scritto Travaglio nel suo editoriale.

 

 

ABETE - A questo punto è intervenuto Giancarlo Abete, presidente della Federcalcio. All'indomani della sconfitta, Abete ha risposto al giornalista e a tutti coloro che avevano ipotizzato un'amnistia sullo scandalo scommesse: «Voglio tranquillizzare il dottor Narducci (ex pm ed ex assessore a Napoli che aveva parlato di «rischio di colpo di spugna») e il dottor Travaglio: nessuno mai ha pensato a indulti o colpi di spugna. Neanche se avessimo vinto noi 4-0. Chi ha commesso degli errori paga». E poi lancia un fendente: «Una sola cosa dico - conclude il presidente Figc - : io ho sempre tifato Italia, e mi vergogno di chi non tifa Italia». Insomma sempre la stessa storia: il salto da Mameli, «Uniti per Dio, chi vincer ci può?», a Gaber, «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono», è breve.

 

n.l.2 luglio 2012 | 17:05

Tra Italia e Spagna hanno vinto le banche e il calcio indebitato»

Il Messaggero

 

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ROMA - «L'Italia ha perso, l'Italia ha vinto. Chi ha perso? Gli italiani, come al solito, ma forse per loro questa sconfitta vale più di cento vittorie». Lo scrive sul suo blog Beppe Grillo, all'indomani della finale degli europei. Il fondatore del M5S fa un bilancio di chi ieri ha vinto: «Contro la Spagna lo spread è stato di 4 a 0 a favore degli iberici. Noi abbiamo fatto la parte del toro, o forse del bue. Chi ha vinto? Le banche spagnole, che hanno finanziato il calcio (senza di loro non esisterebbero nè Barcellona, nè Real Madrid attuali) e che oggi vengono salvate dalla Bce, e quindi anche dall'Italia, con 100 mld. Ha vinto il calcio più indebitato».


Grillo e Timoshenko. «Ha vinto - prosegue Grillo - il presidente ucraino che ha avuto sul palco d'onore i primi ministri della Ue, Rigor Montis compreso, che si sono salvati l'anima mandando la letterina di Babbo Natale a Viktor Yanukovich, mentre la Timoshenko continua a marcire in carcere. Ha vinto la corruzione nel calcio italiano che, vittoria dopo vittoria della Nazionale, è scomparsa dal radar dell'informazione. Hanno vinto i giornalai e le Istituzioni che hanno usato il calcio per nascondere il nostro cratere morale e economico». «Hanno vinto - aggiunge - anche i calciatori e l'allenatore premiati con un invito dal Quirinale e la sconfitta più pesante della storia centenaria del calcio italiano in una finale o in una semifinale». Insomma, conclude, hanno perso solo «gli italiani, come al solito, ma forse per loro questa sconfitta vale più di cento vittorie».

Lunedì 02 Luglio 2012 - 17:16
Ultimo aggiornamento: 17:17

Quando Scalfaro cercò una soluzione politica per chiudere Tangentopoli

di Luca Fazzo - 02 luglio 2012, 12:38

 

Spunta un inedito sull'inchiesta che spazzò via la Prima Repubblica: l'ex capo dello Stato avrebbe inviato il pm Di Maggio in procura a Milano per cercare una via d'uscita politica

 

Le mani di Oscar Luigi Scalfaro su Mani Pulite, la discesa in campo del Quirinale per modificare il corso delle indagini su Tangentopoli e indirizzarle verso una "soluzione politica". A più di vent'anni di distanza dall'indagine che ha spazzato via un'intera classa politica, un brandello di luce arriva - inatteso, e forse per caso - dai margini di un'altra inchiesta, quella in corso in Sicilia sulla presunta trattativa tra Stato e Mafia.

Il pm Francesco Di Maggio, morto nel 1996 a 48 anni

Il pm Francesco Di Maggio, morto nel 1996 a 48 anni

 

Una testimonianza e un pezzo di carta dicono che dal Collle più alto della Repubblica partì tra il 1992 e il 1993 un tentativo di condizionare il corso dell'indagine milanese, e che per questo Scalfaro scelse un suo uomo che facesse da "ufficiale di collegamento" con la Procura milanese.

Scelse un uomo di cui si fidava, e che anche i pubblici ministeri milanesi conoscevano bene, perché era stato a lungo uno di loro: Francesco Di Maggio (nella foto), per anni pm a Milano, poi inviato a Vienna come consulente giuridico presso l'Onu, e ufficialmente rientrato in Italia nel giugno 1993 per essere nominato numero 2 del Dap, la direzione delle carceri. Ma tra i due incarichi, si scopre ora, ci fu una "finestra" in cui nel più totale segreto Di Maggio avrebbe lavorato per conto del Quirinale come rappresentante del Palazzo presso la "giurisdizione Padana", ovvero il pool Mani Pulite. Obiettivo, una "soluzione politica" per Tangentopoli, una via d'uscita che consentisse alla Prima Repubblica - o almeno a una parte di essa - di sopravvivere alle indagini della Procura milanese.

La notizia - che scivola via nell’ultima colonna di un articolo di domenica sul "Corriere della sera" - costringerebbe a riaprire quel pezzo di storia patria, se non altro perché in nessun articolo della Costituzione, del codice o di altre leggi sta scritto che il capo dello Stato possa interloquire in questo modo con la magistratura; né, parallelamente, che la magistratura possa rispondere ad "avances" di questo tipo provenienti dal Colle. Eppure la fonte sembra solida, e per alcuni aspetti incontrovertibile: è lo stesso Di Maggio.

Recentemente il nome di Di Maggio è stato tirato in ballo nell’inchiesta sulla trattativa con la mafia come responsabile dell’allentamento del carcere duro per i boss: ipotesi risultata immediatamente inverosimile e quasi risibile per chiunque l’abbia conosciuto. Di Maggio è morto nel 1996, e quindi non si può difendere. Nessuno dei suoi ex colleghi si è preso la briga di tutelarne la memoria. Così è toccato a suo fratello Tito uscire allo scoperto, documentando la contrarietà di Di Maggio alla linea morbida verso i detenuti di Cosa Nostra.

Ed è Tito Di Maggio, quasi di sfuggita, a raccontare che in realtà il fratello non tornò da Vienna per andare al Dap, ma perché «Scalfaro gli chiese se poteva fare da "trait d’union" con i magistrati milanesi, lui accettò e lavorò a quella soluzione politica di Tangentopoli poi abortita». Di un simile incarico a Di Maggio da parte del Quirinale non si era mai saputo niente. Ma traccia documentale ne emerge in uno scritto del magistrato scomparso: «Qualcuno aveva conservato memoria della mia assiduità al lavoro, e concepito di affidarmi le funzioni di ufficiale di collegamento tra la giurisdizione Padana e il Palazzo». Singolare, nel racconto di Tito Di Maggio, l'origine dei rapporti privilegiati tra suo fratello e Scalfaro: "L'aveva conosciuto quando lui faceva il pm a Milano e aveva raccolto le confessioni di Angelo Epaninonda, il quale chiese protezione per i suoi familiari; Franco investì della vicenda il ministro Scalfaro che tramite il cardinal Martini trovò rifugio ai parenti del boss in un istituto religioso. Da allora nacque un rapporto di stima di cui il presidente si ricordò all'inizio del 1993 quando l'inchiesta Mani Pulite stava creando grossi problemi alla politica".

Tutto avviene dunque in un arco di tempo breve: nel maggio 1992 Scalfaro diventa presidente, ma - stando al racconto di Tito Di Maggio - è solo diversi mesi più tardi, "all'inizio del 1993" che il capo dello Stato sente il bisogno di trattare con la Procura di Milano; e il tentativo di Di Maggio si conclude sicuramente prima del  giugno 1993, quando Di Maggio passa al Dap. Il problema è che di questo ruolo di «ufficiale di collegamento» tra Procura e Quirinale svolto dall’ex pm non c’è traccia non solo nei documenti ma neanche nei ricordi dei protagonisti, ovvero i componenti del pool milanese: «Ho letto anche io  questa storia - dice Antonio Di Pietro - e sono caduto dalle nuvole. Premetto che conoscevo bene Di Maggio, ed è più probabile che il sole domani non sorga piuttosto che Di Maggio si sia prestato a azioni poco legali. Ma di un suo interessamento alle nostre indagini su Tangentopoli non ho mai avuto alcun segnale. Non mi ha mai chiesto niente».

Ancora più "tranchant" l’ex procuratore della Repubblica, Francesco Saverio Borrelli: «Sono stupito. Escludo assolutamente di essere stato al corrente di un incarico a Di Maggio o di una sua iniziativa. Per quel che ricordo io, da Vienna andò direttamente a Roma, al Dap. Certo, può darsi che sia passato da Milano, a salutare i colleghi. Ma escludo che abbia svolto un ruolo di collegamento tra noi e la presidenza della Repubblica, a meno che la cosa non sia avvenuta nell’ombra e a nostra insaputa: ma è una eventualità che tenderei a scartare». L’unico “no comment” arriva da Piercamillo Davigo, che tra i membri del pool Mani Pulite era sicuramente quello più vicino a Di Maggio, avendo lavorato a lungo con lui proprio all’inchiesta sul clan Epaminonda, e quindi quello con cui è più verosimile che Di Maggio si potesse confidare: «È da escludere che io rilasci alcuna dichiarazione», dice Davigo, oggi giudice in Cassazione. E allora? Dovendo escludere che Di Maggio si sia inventato tutto, quale fu esattamente la missione che gli venne affidata dal Quirinale a Milano?

Qual era la veste formale che gli venne assegnata? Quali i suoi interlocutori nel pool Mani Pulite? Qual era la «soluzione politica» che Scalfaro aveva in mente per l’inchiesta milanese e che poi sarebbe abortita? Sono domande già complicate di per sé, che rischiano di diventare un rompicapo inestricabile se si "contestualizza" la missione di Di Maggio a Milano in quei mesi. Perchè la verità è che in quei mesi le strade di Mani Pulite e le vicende della lotta alla mafia si incrociano a ripetizione, e non sempre è difficile distinguere le vicende di un fronte da quelle dell'altro. All'inizio del 1993, quando Di Maggio assume il suo misterioso incarico, Giovanni Falcone è morto da pochi mesi, e Ilda Boccassini ha denunciato pubblicamente la diffidenza che il pool Mani Pulite mostrava nei confronti del collega, al punto da inviargli una rogatoria senza gli allegati:.

L'anno dopo, in coincidenza con la parte finale del tentativo di Di Maggio per conto di Scalfaro, arriveranno le bombe di Roma, Firenze e Milano, e soprattutto quest'ultima verrà vissuta da Borrelli anche come un attacco al pool. Ma il momento in cui l'intreccio si fa più vistoso arriva pochi mesi dopo, all'inizio dell'autunno, e coinvolge anche Di Maggio: un pentito antimafia si presenta a Milano e dice che la Procura di Firenze e il Gico della Guardia di finanza lo stanno spingendo a gettare accuse contro il pool Mani Pulite e contro la Procura di Milano, sostenendo che alcuni pubblici ministeri meneghini coprivano le attività dei clan catanesi dell'Autoparco di via Salamone: un posto dove si incrociavano criminali comuni, confidenti, gente legata ai servizi segreti.

Tra i pm di cui il Gico voleva la testa, c'era Antonio Di Pietro ma c'era anche lui, Francesco Di Maggio, che pure sui catanesi dell'Autoparco aveva indagato per anni, e con successo. Si rischiò lo scontro frontale tra le due Procure, da una parte Borrelli, dall'altra Pierluigi Vigna. L'inchiesta fiorentina sull'Autoparco finì su tutte le prime pagine, e venne catalogata tra le manovre contro Mani Pulite. Poi la cosa venne lasciata cadere. Ma quando tre anni dopo Di Maggio si ammalò, e in poche settimane morì, la rabbia per quel fango non gli era ancora passata.

Vienna, ladro musicofilo profana la tomba di Brahms per collezionare i denti

Corriere della sera

 

Il tombarolo confessa su Internet il furto di centinaia di denti, compresi quelli di Strauss. Obiettivo: aprire un museo

 

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La tomba di Brahms  allo Zentralfriedhof di ViennaLa tomba di Brahms allo Zentralfriedhof di Vienna

 

MILANO - La polizia austriaca alla caccia del tombarolo che ruba i denti dei celebri compositori. Gli insoliti furti sono stati compiuti all'inizio dell'anno, ma gli inquirenti di Vienna hanno deciso di rendere pubblica la notizia solo negli ultimi giorni dopo che un video, girato presumibilmente dallo stesso criminale, è stato postato sul web. Il ladro si sarebbe introdotto nello Zentralfriedhof, il cimitero centrale della capitale austriaca e avrebbe profanato le tombe dei due grandi musicisti del XIX secolo Johann Strauss e Johannes Brahms. Successivamente avrebbe estratto un paio di pinze con la quali ha portato via i denti dei due compositori.

FILMATO - Nel video postato su Internet il malvivente, di origine slovacca e identificato dai media locali con le sole iniziali G.U., ha filmato la profanazione della tomba di uno dei due musicisti e dallo stesso sepolcro ha poi estratto un cranio. Il tombarolo ha dichiarato nel filmato di aver rubato già centinaia di denti dalle tombe del cimitero viennese e secondo gli inquirenti il suo fine sarebbe quello di aprire un museo dedicato ai denti di personaggi famosi. Adesso la polizia austriaca sta portando avanti controlli su altre importanti tombe presenti nello stesso cimitero, tra cui quelle di Beethoven, Schubert e Arnold Schoenberg per scoprire se siano stati portati a termini furti simili.

INDAGINE – Già nel 2008 i custodi del cimitero viennese avevano denunciato agli inquirenti l’apertura di alcune tombe, ma la polizia al tempo aveva deciso che non valeva la pena indagare: «L'ufficio federale di polizia criminale in un primo momento aveva stabilito che nessun danno era stato fatto» ha riferito il sito d’informazione Austrian Times. Solo dopo la comparsa del video online e la scoperta che tra i loculi profanati dal tombarolo c'erano anche quelli dei due famosi compositori le indagini sono partite. Se il ladro fosse acciuffato, rischia di passare diversi anni in galera e dovrà rispondere di furto con scasso e disturbo della quiete dei defunti. Il cimitero viennese - racconta il Daily Mail - ospita le tombe di tanti personaggi famosi ed è una delle mete turistiche della capitale austriaca. Esiste anche un tram - il numero 71 - che porta i visitatori direttamente al cimitero e la linea è diventata così popolare che i viennesi quando devono annunciare la morte di qualcuno usano l'espressione «ha preso il tram numero 71».

 

Francesco Tortora

2 luglio 2012 | 13:16

Germania, il capo dei servizi segreti si dimette per lo scandalo della cellula neonazista

Corriere della sera

 

Fromm è accusato di aver distrutto i fascicolo sul gruppo

 

I servizi segreti sapevano della cellula neonazista. Sapevano che erano in grado di uccidere. Anzi, secondo le accuse, lo avevano già fatto. Ma non li hanno fermati. Addirittura li avrebbero usati come informatori. Così il capo dei servizi interni tedeschi, Heinz Fromm, ha rassegnato le sue dimissioni al ministro dell'Interno Hans-Peter Friedrich.

TERRORISMO DI DESTRA- Continua l'inchiesta sul gruppo neonazista tedesco «Clandestinità nazionalsocialista» (Nsu), accusato di aver ucciso almeno dieci persone di origini straniere in Germania dal 2000 al 2010. Omicidi rimasti insoluti fino al 2011. Poi la svolta, gli inquirenti sono riusciti a collegarli alla cellula terroristica. L'inchiesta sta cercando di far luce sui numerosi punti oscuri sulla vicenda. Uno di questi è appunto il ruolo dei servizi segreti tedeschi.

L'AGENZIA- E infatti, secondo le accuse, i servizi segreti sapevano delle attività del gruppo. Anche perché dall'Italia sarebbero arrivate informative sul gruppo che a sua volta finanziava frange in Alto Adige. Tutti i documenti relativi alla Nsu dell'agenzia tedesca sono stati distrutti nel momento in cui è stata avviata l'inchiesta nel novembre 2011. Il sospetto che si sta facendo largo a Berlino è che i servizi non solo sapessero, ma usassero componenti dell'organizzazione come informatori. Così le dimissioni di Fromm sono arrivate al titolare del ministero dell'Interno. Dimissioni accettate.

IN ITALIA- Ma l'inchiesta non si ferma. Si cercano legami con altri gruppi europei. Una sorta di rete, secondo il pm di Bolzano Guido Rispoli, attiva anche in Italia. Infatti secondo il magistrato la cellula tedesca ha finanziato gruppi sudtirolesi. «In Alto Adige resta alta l'attenzione sui gruppi neonazisti ed ai loro collegamenti con la Germania dalla quale è accertato che provengano forme di finanziamento», ha dichiarato alla stampa tedesca.

 

B.Arg. 2 luglio 2012 | 13:24

Perché si dice che il collerico è una persona «biliosa»

Corriere della sera

 

La definizione risale a Ippocrate, secondo il quale gli attacchi d'ira erano dovuti a una eccesso di bile nel sangue

 

MILANO - Il collerico è sempre una creatura interessante, soprattutto se non rappresentiamo l’oggetto delle sue attenzioni. Lo è per lo psicologo che ne registra la labilità emotiva e lo è per la caratteriologia. René Le Senne, che nel 1945 pubblicò un autorevole trattato su tale materia, ci assicura che il soggetto in questione è denotato dai seguenti tratti: attività, emotività, primarietà. Qualcuno, a dire il vero, preferisce le soluzioni antiche per individuare un collerico. Per esempio, se si riaprono i testi di Ippocrate — il medico greco che s’interessava alle cause naturali delle malattie e attribuiva solo alla Natura il potere di guarirle si scopre che il povero paziente soffrirebbe di un eccesso di bile nel sangue. Non è così semplice o scontata la sua spiegazione. E poi occorre stabilire di quale colore sia questa dannata bile.

Ippocrate aveva cercato di comprendere la natura umana attraverso quattro umori base, ovvero bile nera, gialla, flegma (ciò che è prodotto dalle mucose nelle vie respiratorie) e sangue. Il buon funzionamento di un organismo dipendeva dall’equilibrio che si instaurava. Ma la sua, oltre a essere una teoria eziologica della malattia, consentiva agli umori di gettare luce sulla personalità: l’eccesso di uno dei quattro avrebbe condizionato carattere, temperamento e la cosiddetta «complessione». Il malinconico, per esempio, soffre di sovrabbondanza di bile nera (si presenta magro, debole, pallido, sostanzialmente triste); il collerico, invece, denuncia un eccesso di bile gialla. Anch’egli è magro, ma è altresì irascibile, permaloso, a volte è colto da generosità, sovente diventa superbo. La teoria delle passioni era all’inizio, ma se un collerico si fosse presentato a Platone, ne avrebbe sentite di tutti i generi passando tra i diversi suoi dialoghi, dal Fedro al Timeo.

Forse avrebbe fatto meglio a presentarsi ad Aristotele che, tra l’altro, oltre ad avere difeso la collera, gli avrebbe ricordato il termine orgé. Di cosa si tratta? Semplicemente dell’agitazione che gonfia il cuore, il sentimento o la passione, in particolare l’irritazione. È complementare, per taluni aspetti, a thumos, il soffio della vita, il muscolo cardiaco come sede delle passioni, in particolare di coraggio e collera. Ma senza entrare nelle questioni anatomiche, Seneca avrebbe risposto — come ha scritto nel De ira che alla collera sono da attribuire i delitti più gravi, dall’omicidio alle lotte civili, dai dissensi familiari alle guerre, anche se essa resta «il desiderio, non la possibilità concreta di infliggere un castigo». Tutti in quel tempo, ad Atene e a Roma, ricordavano l’ira di Achille, che si legge ancora oggi sui banchi di scuola quando si apre l’Iliade di Omero, e allora come ai nostri giorni ci si rende conto che essa ha determinato gran parte dell’andamento del celebre poema.

Non tutte le collere sono uguali e, come osserva con arguzia Gisèle Mathieu-Castellani che ha appena pubblicato un Éloge de la colère dall’antichità al Rinascimento (Hermann Éditeurs, pp. 452, 35), «merita che noi la consideriamo come una risposta ragionevole, una reazione tutta naturale a un atto di ingiustizia che non possiamo tollerare con il pretesto di preservare la nostra tranquillità egoista». Gli effetti dello squilibrio degli umori a volte lo accettiamo, altre volte ci provoca orrore. Due esempi? Il più classico dei collerici che apprezziamo è Gesù, così come il Vangelo di Giovanni lo descrive in un momento in cui ricorre alle mani: «[13]Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. [14]Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco.[15] Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, [16]e ai venditori di colombe disse:

"Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato"» (2, 13-16). L’altro, che non è facile condividere, è l’uccisione dello zar Paolo I. Prendiamo in prestito la descrizione lasciataci da Maurice Paléologue nel suo saggio dedicato al figlio dell’assassinato, il vincitore di Napoleone Alessandro I (Mondadori 1938): «Lo zar non sospetta nulla. È nel primo sonno, quando un rumore formidabile, una visione spaventosa lo buttano giù dal letto. I congiurati, dopo aver sfondato la porta della sua stanza, si precipitano, la più parte ubriachi, sul disgraziato sovrano, gli squarciano il cranio e il petto a colpi di spada, a pugni, a calci, e, finalmente, lo strangolano con una sciarpa. E poiché il cadavere, a tratti, sembra rabbrividire ancora, uno degli assassini gli salta sul ventre a piè pari, "per fargli uscir l’anima"». Era impazzito, ma non meritava un simile trattamento. La collera che alimentò con le sue follie, va comunque ricordato, aveva superato ogni immaginazione.

Che aggiungere? L’ira di Gesù è buona e quella dei congiurati russi no? Mentre ogni lettore cercherà la sua risposta, ci limitiamo a notare che, partendo proprio dai testi antichi e di Aristotele in particolare, i teologi gesuiti — quelli che stavano sullo stomaco a Blaise Pascal — riuscirono a stabilire che l’ira, o collera che la si voglia intendere, al pari di tutte le passioni non ha una moralità propria e può essere diretta a compiere sia il bene che il male. Ovviamente ci fu qualcuno che notò come, intesa quale sentimento, si possa trasformare in desiderio di vendetta. Ma i figli di Sant’Ignazio risposero che proprio questo desiderio, se rimane tale, non ha ancora ragione di peccato.

 

Armando Torno

2 luglio 2012 | 9:46

Il freno automatico salvavita che i costruttori snobbano

Corriere della sera

 

L'Euro Ncap lo inserirà nei suoi criteri di valutazione dal 2014, ma non è ancora disponibile sul 79% delle vetture

 

Il freno automatico sulla Volkswagen up!Il freno automatico sulla Volkswagen up!

 

MILANO - Dallo smartphone nella plancia alle centraline invisibili disseminate sotto le lamiere, l'elettronica sta cambiando il modo di guidare e di vivere l'auto. In meglio, secondo l'Euro Ncap, l'ente europeo che fa i crash test dei nuovi modelli in commercio. Perché chip e sensori possono dare una mano importante alla sicurezza stradale. Soprattutto quelli di nuova generazione, come l'«Aeb» (Autonomous emergency braking, il freno automatico d'emergenza) ancora poco noto, ma tremendamente efficace, dicono gli esperti di Bruxelles, nel ridurre le conseguenze di un incidente.

L'INDAGINE EUROPEA-Di che cosa si tratta? Di un radar o di una telecamera collegata con i freni attraverso una rete di sensori: intervengono sul pedale del freno in caso di impatto imminente se il conducente non fa nulla per evitare l'ostacolo che ha davanti. Un antidoto alla distrazione o agli errori di calcolo della distanza, cause di tanti tamponamenti. Perché se è vero che i morti calano, il bilancio resta pesantissimo: 30 mila ogni anno in Europa e oltre un milione e 300 mila feriti. Cifre inaccettabili - ripetono da Bruxelles - soprattutto se i rimedi già esistono. Basterebbe questo dispositivo a evitare il 27% dei sinistri e a salvare 8.000 vite, sostiene l'Euro Ncap, che sul sito internet ha pubblicato l'elenco di tutte le vetture che ce l'hanno. Gocce nel mare: sul 79% delle auto in vendita non è disponibile e più della metà delle case (il 66%) non lo prevede su nessuno dei modelli in gamma, nemmeno su quelli più recenti.

ANCORA POCO DIFFUSO-Eppure dal 2014 il freno automatico sarà inserito nel sistema di valutazione delle prove di urto: chi ancora non ce l'avrà non riuscirà a ottenere le 5 stelle, cioè il massimo del punteggio. Parola di Michiel van Ratingen, segretario generale dell'Euro Ncap: «La tecnologia è ormai matura ma la diffusione è scarsa, perché gli automobilisti non conoscono i vantaggi dell'Aeb e le informazioni che ricevano dai costruttori sono poco chiare e incomplete. Spesso non sanno nemmeno a cosa serve». A complicare le cose, poi, il proliferare di sigle: l'Audi lo chiama «Pre sense plus», la Mercedes «Collision prevent assist», la Volvo «City safety», solo per citarne alcuni.

Per ora a offrirlo sono soprattutto i marchi di lusso, ma qualcosa inizia a muoversi anche ai piani più «bassi»: fra le citycar ce l'hanno almeno come optional la Volkswagen Up! e la Fiat Panda, poi arriverà anche sulla 500L. Ford Focus, Honda Civic e Mazda CX-5 spiccano fra le vetture di medie dimensioni. «Segnali incoraggianti», osserva van Ratingen «ma siamo ancora agli inizi, l'obiettivo è che diventi di serie». Come è già successo con l'Abs e come sta per succedere con l'Esp, dispositivi che hanno evitato migliaia di morti sulle strade. Il problema, però, è che per il freno automatico non esiste uno standard comune: «Stiamo studiando quale siano i sistemi più efficaci, alcuni agiscono fra i 30 e i 50 km/h, altri fra i 30 e i 200, altri ancora da 70 a 200. Così per chi vuole compare un'auto è impossibile confrontarli». Un rompicapo al quale l'Europa dovrà trovare al più presto una risposta.

 

Daniele Sparisci
danielesparisci2 luglio 2012 | 10:19

Apple paga 60 milioni di dollari per chiudere disputa su nome iPad in Cina

Corriere della sera

 

Cupertino costretta a sborsare la cifra a una compagnia cinese che rivendicava la proprietà del marchio «iPad»

 

Sessanta milioni di dollari. Per usare il nome iPad in Cina. È la cifra sborsata da Apple alla compagnia cinese Proview Technology in modo da chiudere la disputa legale sulla proprietà del nome del tablet.

UN COMPUTER PER UFFICIO O UN TABLET? - Lo rende noto l'Alta corte del popolo di Guangdong, precisando che la società fondata da Steve Jobs ha raggiunto l'accordo grazie a una mediazione. Apple sostiene di aver acquistato nel 2009 dalla compagnia cinese i diritti per l'uso del nome iPad in tutto il mondo, ma secondo le autorità di Pechino il copyright in Cina non era mai stato trasferito. D'altro canto l'azienda cinese - che fino al 2009 aveva commercializzato un pc da ufficio denominato «iPad» aveva citato la Apple in tribunale affermando di detenere i diritti del marchio e Pechino aveva cercato di proibire le vendite in Cina del tablet della Apple. Così dopo un accordo fra le due società firmato il 25 giugno scorso il gigante statunitense ha versato 60 milioni di dollari in cambio del diritto esclusivo ad utilizzare la denominazione «iPad».

PATENT TROLL - Un altro caso di patent troll, dunque. Ma grazie all'accordo si chiudono le possibili complicazioni legali per la vendita del tablet nel Paese asiatico, uno dei mercati più importanti per Apple. La compagnia aveva comprato nel 2009 i diritti sul marchio iPad dalla Proview di Taiwan ma la filiale cinese dell'azienda affermava che quest'ultima non aveva il diritto di vendere anche i diritti per la Cina continentale.

Redazione Online2 luglio 2012 | 9:55

Etilometro obbligatorio sulle strade francesi

La Stampa

 

Senza il test a bordo si verrà multati Nelle farmacie sono già andati esauriti

Una guidatrice francese sperimenta l’etilometro, ora obbligatorio

 

ALBERTO MATTIOLI

corrispondente da parigi

 

Da ieri «tutti i conduttori di veicoli terrestri a motore» in movimento sulle strade francesi sono tenuti ad avere a bordo un etilometro per il controllo del tasso alcolico nel sangue. Unica eccezione, gli scooter fino a 50 cc, insomma i cinquantini, esenzione fortemente criticata dall’associazione «Prévention routière» che fa notare come i ragazzi dai 14 ai 18 anni siano particolarmente a rischio alcol.
Per tutti gli altri, obbligatorio il test, il che significa, in teoria, che a bordo bisogna averne sempre o almeno due di quelli chimici «usa e getta» (costo, da uno a tre euro) oppure uno di quelli elettronici riutilizzabili (da 90 euro in su). L’obbligo è scattato in coincidenza con il primo esodo vacanziero, previsto per il prossimo fine settimana. Ma il governo è stato clemente: fino al 1° novembre prossimo c’è l’obbligo ma non la multa, per dar modo ai francesi di abituarsi dolcemente alla nuova regola. Da novembre, la sanzione ci sarà, ma assai contenuta: 11 euro. Pochissimi rispetto ai 135 per chi dimentica il gilet catarifrangente o il triangolo. Del resto, secondo l’ultimo sondaggio, appena il 37% dei francesi si è già procurato l’etilometro.

Il limite previsto dalla legge è di mezzo grammo di alcol per litro di sangue. E naturalmente fra la bevuta e il test deve passare almeno mezz’ora, il tempo necessario perché l’alcol entri in circolo. Le statistiche sono impressionanti: nel 2011, in Francia l’alcol ha fatto 1.150 morti sulle strade, il 31% del totale. Nel Regno Unito sono il 17%, in Germania il 10. Visto che il consumo di alcol è più o meno lo stesso nei tre Paesi, le autorità ne hanno dedotto che fuori dalla Francia la sensibilità degli automobilisti al rischio di mettersi al volante alticci è maggiore. L’etilometro dovrebbe rimediare.

Non fa però l’unanimità. La novità, decisa dal governo precedente, è considerata insufficiente da molti. «Una misuretta», attacca Chantal Perrichon della Lega contro la violenza sulle strade. «Una misura solo simbolica», rincara la dose Vincent Julé-Parade di «Vittime e cittadini». Lo stesso François Hollande, in campagna elettorale, giudicò l’obbligo «non sempre adatto» perché «la grande maggioranza degli incidenti è causata da guidatori che sanno di superare i limiti di velocità», e contro di loro non c’è etilometro che tenga.

Insomma, alla fine pare che gli unici davvero felici siano i produttori dell’aggeggio. I farmacisti denunciano aumenti dei prezzi e carenza di prodotti. Il mercato è sostanzialmente dominato da due fabbricanti, uno francese e l’altro sudafricano. Quest’ultimo, che produce solo etilometri chimici, prevede un aumento del suo giro d’affari da 3 a 12 milioni di euro all’anno. E il mercato dovrebbe arrivare a 100 milioni di pezzi l’anno. Forse è una misura per la crescita anche questa.

 

 

Come funziona l'etilometro?

 

A CURA DI FLAVIA AMABILE

roma

 

Da ieri in Francia automobilisti e motociclisti devono portare con sé un kit monouso per il test etilometro. E in Italia?
Dopo molte polemiche e inutili tentativi nel 1992 è stato introdotto il primo limite per guida in stato di ebbrezza. Da quel momento in poi l'etilometro è entrato a far parte degli strumenti usati durante i controlli stradali, in particolare quelli del sabato sera. Il limite di tasso alcolemico per il guidatore in Italia è fissato a 0,00 g/l per coloro che possiedono la patente da meno di tre anni e in 0,50 g/l per gli altri guidatori.

Che cosa accade a chi supera la soglia?
Le sanzioni variano a seconda della fascia in cui rientra lo stato di ebbrezza accertato dall'etilometro. La prima soglia, ovvero una guida in stato di ebbrezza tra lo 0,5 e gli 0,8 g/l, non costituisce reato a differenza delle successive due, una modifica introdotta nel 2010. L'ammenda parte da 500 e arriva fino 6.000 euro, inoltre sono previsti l'arresto fino a un anno e la sospensione della patente di guida fino a 2 anni e, in alcuni casi, anche la confisca del veicolo. Le pene si aggravano se il conducente in stato di ebbrezza ha provocato un incidente stradale, anche di lievissima entità. Non ci si può sottrarre al controllo senza motivi giustificati, si rischiano anche l'arresto, la revoca della patente e la confisca dell'auto.

Molti sostengono che la misurazione è iniqua. Come mai?
Grassi e uomini sarebbero favoriti. Peso, sesso ed età, infatti, influenzano il metabolismo dell'alcol e possono essere determinanti nel raggiungimento o meno del limite previsto dalla legge. In una persona di 60 chili per raggiungere il limite previsto basta 1 bicchiere da 125 ml di vino, oppure 1 lattina da 330 ml di birra, o 1 bicchiere piccolo da 40 ml di superalcolico, o 1 bicchiere da 80 ml di aperitivo. Qualcuno ha provato anche a sostenere che mangiando mentine si possa eludere il controllo dell'etilometro ma non esistono prove scientifiche di questa tesi e numerosi esperimenti indipendenti hanno dimostrato che si tratta più che altro di una leggenda metropolita.

Anche in Italia si sta facendo qualcosa per la presenza di kit a bordo?
Il decreto sulle liberalizzazioni approvato a marzo ha introdotto alcune novità in materia di Rc auto fra cui un risparmio per chi abbia in auto oltre alla scatola nera installata, anche dei dispositivi per rilevare l'idoneità fisica degli automobilisti. Quali saranno i dispositivi dovrà essere poi definito dal Ministero dei Trasporti.

Che effetto hanno avuto queste misure?
Il numero degli incidenti resta alto ma la severità ha avuto conseguenze positive. Innanzitutto si conferma anche nel 2011 la tendenza al calo degli incidenti considerati nella loro totalità. Ma nei primi quattro mesi del 2012 l'ebbrezza alcolica o da droghe è stata accertata con sicurezza solo in 13 casi, pari all'11% (ma non è stato possibile verificare il risultato in tutti gli incidenti). Cifre che non devono far pensare che la battaglia sia stata vinta: l'alcol alla guida è ancora la causa principale di morte - subito dopo l'eccessiva velocità - sulla strada e tra i giovani rappresenta in Italia addirittura la prima causa. Ogni anno il 25 per cento delle morti su strada è dovuto all'alcol, la percentuale sale al 35% se ci si riferisce alle morti dei soli conducenti. Guardando all'Europa il 2% di automobilisti che circolano su strada lo fanno con un tasso di alcol nel sangue superiore a quello consentito.

Come ci si difende nel resto d'Europa?
In Olanda il governo ha deciso di far installare un etilometro sulle auto di chi ha già commesso infrazioni a causa dell'alcol impedendo l'avviamento se il controllo risultasse positivo. è un sistema già sperimentato in Svezia. L'installazione è prevista per due anni, prolungabili fino a sei nel caso di recidivi. Nel caso di ulteriori infrazioni la sospensione della patente sarà di cinque anni con obbligo di ripetere l'esame di guida.

E l'Unione Europea che cosa sta studiando?
L'Unione Europea, a quanto si sa, è al lavoro per far approvare una direttiva che renda obbligatorio l'alcolock per tutti i guidatori del Continente. Si tratta di un mini-etilometro collegato alla centralina del motore e integrato nella chiave di avviamento. Se il dispositivo registra un tasso alcolico superiore alla norma, l'auto si blocca. L'obbligo potrebbe essere introdotto fra le misure che l'Ue vuole varare nell'ambito del piano per la sicurezza stradale e potrebbe entrare in vigore entro il 2020. L'idea è di renderlo obbligatorio progressivamente. Si partirebbe da autotrasportatori e conducenti professionali, nonché dai privati che risultano recidivi per guida in stato di ebbrezza.

Cane bagnino" salva quattro turiste in balìa della corrente

Il Messaggero

 

Le bagnanti erano in difficoltà nel tratto che porta al canale: Dafny s'è tuffato con l'istruttore e le ha portate tutte a riva

 

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VENEZIA - Un dobermann e il suo padrone, con l'aiuto di un bagnino, hanno salvato 4 giovani turiste romene che stavano per finire sott'acqua trascinate dalla corrente, mentre facevano il bagno a Caorle.È accaduto nel tardo pomeriggio in località Falconera dove la Scuola italiana cani salvataggio è presente con i propri volontari in appoggio ai bagnini della spiaggia.
All'improvviso il bagnino dello stabilimento balneare 13 ha lanciato l'allarme dopo aver scorto in mare 4 persone in gravi difficoltà a raggiungere le boe di salvataggio anche perché spinte da una forte corrente verso il vicino canale. Allertato, uno dei volontari della Scuola, Marco Ceccon, di Vicenza si è tuffato in mare assieme a Dafny, una dobermann di 4 anni, e ad un altro bagnino. Quest'ultimo ha raggiunto una delle giovani caricandola sul proprio barchino, mentre Ceccon ha preso sotto le sue cure una seconda romena, mentre le altre due si sono 'agganciate' a 'Dafny' che ha poi trainato tutti e quattro a riva.

Domenica 01 Luglio 2012 - 22:19
Ultimo aggiornamento: 22:24

Due navi da crociera, doppio inchino alla costiera amalfitana

Corriere della sera

 

Ravello, i giganti del mare vicinissimi alla costa

 

Clicca per ingrandire

 

SALERNO - Due navi da crociera di compagnie straniere passano sotto costa a Ravello. Un inchino doppio. Uno spettacolo per chi è a bordo e per chi lo osserva dalla terraferma. Ma il ricordo del naufragio all'isola del Giglio, e dei 40 morti, è ancora troppo fresco per non osservare la scena con un filo di brivido. Una delle due navi è della Azamara Quest, compagnia maltese finita alla deriva nel Pacifico nel marzo scorso con 600 turisti a bordo.

«RIDATECI L'ACCOSTO» - Del resto, l'«inchino», ossia l'avvicinamento spettacolare dei giganti del mare alla costa, resta una pratica molto richiesta anche dalle imprese del settore alberghiero. Almeno a giudicare dalle parole spese da Federalberghi e Ascom Confcommercio che a maggio addirittura hanno chiesto al governo di mitigare la stretta sugli accosti decisa dopo la tragedia della Concordia: «Nel solo 2011 - scrissero le associazioni della categoria - sono sbarcati ad Ischia 7500 crocieristi ma l'emanazione del decreto 2/3/2012 contenente disposizioni per limitare o vietare il transito delle navi mercantili per la protezione di aree sensibili nel mare territoriale, vanifica di fatto tutti gli sforzi operati per rendere appetibile la visita e la sosta per il nostro territorio troncando completamente tutte le condizioni di lavoro create, comportando la cancellazione di tutti gli accosti programmati per l'anno 2012 e lasciando nel più assoluto sconcerto aziende e lavoratori impegnati in tale attività». E, direbbe Totò, ho detto tutto.

 

Redazione online02 luglio 2012

La Rai oscura l'inno spagnolo: in onda lo spot

Il Messaggero

 

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ROMA - Che la Rai non abbia brillato un granchè durante questo Europeo con trasmissioni old style è stato detto spsso dai maggiori critici televisivi nazionali, ma in occasione della finale dell'Europeo c'è stata una chicca in più: oscurato l'inno spagnolo con uno spot pubblicitario. Pecunia non olet, in barba ai tanti tifosi spagnoli che sono in Italia, ma anche dei tifosi italiani che sanno apprezzare le emozioni.

Domenica 01 Luglio 2012 - 20:50
Ultimo aggiornamento: 23:35

La miniera di Marcinelle diventa patrimonio Unesco

La Stampa

 

In Vallonia nel 1956 morirono 136 minatori italiani Oggi il luogo della strage è un museo e un memoriale

Il memoriale nel museo industriale di Bois du Cazier oggi

 

FOTOGALLERY

Marcinelle è patrimonio dell'Unesco

 

MARCO ZATTERIN

corrispondente da bruxelles

 

Forse non c’era bisogno del certificato. Il Bois du Cazier è scolpito nel patrimonio di tutti, da quell’8 agosto di 56 anni fa in cui nelle viscere della terra persero la vita 262 minatori tra cui 136 italiani. La tragedia della miniera di Marcinelle ha impiegato poco a diventare il simbolo di un’epopea drammatica e gloriosa, un luogo della memoria fra i più simbolici per l’emigrazione del dopoguerra, la seconda più grave sciagura nel suo genere dei tempi moderni. Era un lembo di ricordo collettivo eppure è stato a lungo sul punto di diventare un supermercato. Ora è chiaro che non succederà più. L’Unesco l’ha riconosciuto, insieme con altri tre siti minerari della Vallonia, patrimonio dell’umanità, come il centro storico di Firenze o Mont Saint-Michel. E l’ha salvato per sempre dalla speculazione.

Il carbone al Cazier non lo estraggono dal 1967. Dalla fine del conflitto sono stati 140 mila gli italiani venuti in Belgio per scavare sino a mille e passa metri nel sottosuolo. I loro posti di lavoro venivano scambiati per carbone da importare, 200 chili al giorno per emigrato, e col tempo s’è scoperto che il prezzo imposto dalle autorità di Bruxelles (nazionali) non era poi così conveniente. Era la ricchezza del Paese eppure, una volta chiusi gli impianti, c’era chi era pronto a dimenticare.

«All' inizio degli Anni 90 le strutture della miniera erano in stato di totale abbandono», racconta Maria Laura Franciosi, autrice di un libro («Per un sacco di carbone») che ha contributo molto a sensibilizzare l’opinione pubblica. I minatori in pensione e i loro eredi si sono battuti perché la storia non finisse. Oggi il sito nei pressi di Charleroi è un museo sull’industria d’antan, oltre che un toccante memoriale. Jean-Louis Delaet, direttore del centro e promotore della campagna Unesco, lo definisce «luogo di confluenza culturale che ha assimilato scambi di tecnologie e apporti di conoscenze umane di origine assai diversa». Un luogo vivo, senza dubbio. Adesso ancora di più.

Bandiera con la svastica, arrestato

La Stampa

 

La sventolava a Roma durante la finale degli Europei di calcio

 

FOTOGALLERY

 Al Circo Massimo con la svastica,
arrestato 23enne

 

 La Spagna vince nei siti web dei
quotidiani esteri

 

  Spagna-Italia:
protagonisti (e non) della finale

 

È stato identificato dagli uomini della Digos della Questura di Roma un ragazzo di 23 anni che ieri sera durante la finale degli europei di calcio Euro 2012  sventolava la bandiera non con il tricolore, ma con la svastica. Il 23enne è stato arrestato nella notte per resistenza, e denunciato per apologia di reato.
Si chiama Enrico Zaccardi, ha 23 anni: già noto alla Digos è stato videoripreso dalla polizia scientifica mentre inneggiava al duce sventolando anche la bandiera in questione al Circo Massimo, durante la finale Italia-Spagna che era trasmessa su un maxi-schermo.
Nella perquisizione a casa sua, i poliziotti hanno trovato e sequestrato una bandiera come quella sventolata durante la partita di calcio, volantini e altro materiale inneggiante al fascismo e oggetti atti a offendere. Arrestato, sempre per resistenza, anche un altro romano, Ivan Simoncioni 19 anni, che era in compagnia di Zaccardi, e che è stato videoripreso mentre lanciava oggetti pericolosi verso il maxischermo e il pubblico. Identificati infine gli altri due componenti del gruppo tra cui una donna, che sono stati denunciati in stato di libertà perchè trovati in possesso di materiale pirotecnico.

L'uomo che salvò il cane Leo (e il cane Leo che salvò l'uomo)

Corriere della sera

 

Premio al meticcio che fermò un'auto prima del burrone. «Mi è saltato sulle gambe e mi ha costretto a frenare»

 

Non è un incrocio tra un San Bernardo e un pastore scozzese come Buck, il cane coraggioso del Richiamo delle foresta . E non siamo neanche in California o in Alaska. È un giovane bastardino di nome Leo, un cagnetto bruno con le zampe bianche e un muso dolce e nerastro da volpino, ma anche lui è un piccolo eroe, che il 16 agosto verrà premiato a San Rocco di Camogli, per la festa patronale, con il Premio Fedeltà del Cane: San Rocco protegge i cani e Leo, nel suo piccolo, non è un leone ma protegge gli uomini, se può.

Siamo in mezzo al Parco Nazionale delle Cinque Terre, montagna che guarda il Mar Ligure, a strapiombo. Leo arriva dalla Serbia il 15 settembre 2011, destinazione Prevo, dove abita Pierpaolo Paradisi, che sorridendo si definisce «il guardiano del faro», visto che in quel nucleo antichissimo, «il posto più bello e selvaggio delle Cinque Terre», è rimasto solo. Tre mesi prima aveva chiesto di adottare un cane, attraverso l'associazione HumAnimal, impegnata nel mettere in salvo gli animali domestici abbandonati dopo la guerra nell'ex Jugoslavia: sono migliaia di cani e gatti randagi lasciati al loro destino dalle famiglie riparate nei rifugi sotto i bombardamenti. Finita la guerra, si sono moltiplicati all'infinito, in parte muoiono ancora di freddo e di fame, in parte vengono accalappiati, e siccome i canili non possono contenerli tutti e non dispongono di siringhe per l'eliminazione indolore, vengono soffocati dentro sacchi della spazzatura o ammazzati a bastonate. I preferiti di San Rocco, come Leo, strappati al macello, riescono a emigrare.

Nell'ottobre scorso Leo è da un mese a Prevo, un paio di chilometri da Corniglia, che si trova su uno sperone a picco sul mare, ed è felice nella casa di sasso di Pierpaolo, giardino, panchine di legno, piante, arbusti, prati, scalette polverose, archi, ruderi, dodici gatti con cui giocare, l'orizzonte da osservare oltre gli sterpi, una palla colorata da rincorrere e un cuscino su cui dormire. Il paradiso di Paradisi, il suo padrone, single sardo cinquantenne, che si è dedicato per anni al volontariato nel Varesotto e che da tre anni lavora all'Osservatorio sulla povertà della Caritas di La Spezia. Leo è a Prevo da un mese e probabilmente ha ancora negli occhi e nel naso il terrore di Belgrado. La mattina del 25 ottobre, c'è un tempo maledetto e Pierpaolo non ha voglia di andare in treno a La Spezia, lasciando Leo in giardino. Decide per la prima volta di caricarsi in macchina il cagnetto e di partire con la sua Nissan Serena.

Verso l'una e mezza, i tuoni e i lampi fanno paura e l'acqua viene giù a secchiate. Meglio chiedere il permesso e rientrare prima, non si sa mai. Con i temporali, da queste parti, le strade non sono mai sicure, specie i 30 chilometri che da Riomaggiore portano a Corniglia, tutti strettoie e curve ripidissime sui dirupi. Di solito si apre un panorama fantastico, ma quel giorno il pomeriggio è già buio e bisogna accendere i fanali, già a Manarola una grandine mai vista con chicchi grandi come noci bombarda il parabrezza. Dopo una mezz'ora di terrore, la strada si biforca, da una parte verso Vernazza, dall'altra si innalza verso San Bernardino e Corniglia. Leo finora è rimasto immobile dietro, dove Pierpaolo gli ha fatto spazio togliendo il sedile posteriore.

Sotto quell'inferno, l'auto procede a passo d'uomo, ma dopo 200 metri dal bivio, Leo cambia improvvisamente umore e con un salto fulmineo si ritrova sulle gambe del suo padrone, che deve inchiodare di colpo. Pierpaolo con il cuore in gola fa in tempo a spostare il cagnetto tremante sul sedile di destra e mentre lo sente guaire, vede davanti a sé la montagna che collassa, sprofonda giù in un vuoto senza fondo che inghiotte tutto. «Davanti a noi - ricorda Paradisi - ho visto una Panda trascinata dalla frana. La frana ha sfiorato il muso della nostra auto e se Leo non mi avesse dato l'allarme saremmo precipitati: ha sentito il pericolo e mi ha urlato fermati, fermati, salviamoci, non andiamo incontro alla morte!». Pierpaolo se lo riprende in grembo e rimangono abbracciati con le pulsazioni a mille: «Eravamo insieme da poco più di un mese e da quel momento ci siamo sentiti inseparabili».

Restano fermi così, per dieci minuti, con il rombo delle frane che ancora si muovono e la grandine che non cessa. Pierpaolo non ha idea di quel che si è scatenato in tutta la Liguria, chiama i carabinieri che gli rispondono dopo 20 minuti: «È il finimondo, non possiamo mandare nessuno, mettetevi in salvo come potete». Pierpaolo parla in prima persona plurale: «A quel punto ci siamo fatti coraggio, siamo riusciti non so come a fare retromarcia e a girare l'auto, era tutto quel che potevamo fare. Siamo scesi e a piedi abbiamo cercato di raggiungere Corniglia per arrivare a casa, non sapevamo che a Vernazza l'alluvione stava per trascinare via anche la stazione». Fatti pochi passi, Pierpaolo e Leo capiscono che non si può andare avanti e tornano indietro, la terra non smette di sprofondare e il cielo non finisce di mandare acqua: «Abbiamo desistito e siamo tornati in auto, fradici, zuppi, avremo dormito in tutto un'oretta, fino al mattino, al freddo, al buio, e senza notizie. Solo l'indomani...».

Il giorno dopo i due sentono gli elicotteri volare bassi, non c'è anima viva nei dintorni: «Abbiamo deciso di muoverci e camminando ci siamo ritrovati dentro uno scenario di guerra, pieno di frane e di disperati, pezzi di asfalto e di guard rail ovunque, si sentivano poche voci, qualcuno che cominciava a darsi da fare con pala e piccone, qualcuno chiamava e nessuno rispondeva, un elicottero sorvolava una barca a vela naufragata». La casa di Pierpaolo e Leo è rimasta intatta, ma la gigantesca frana caduta sotto San Bernardino ha fatto sprofondare la Provinciale e ha resa inagibile l'abitazione: niente acqua e niente elettricità. «Per fortuna a La Spezia avevo una camera in cui, per i turni di notte, potevo dormire con i profughi nigeriani... Poi un amico mi ha lasciato la sua casa, a 50 metri dalla nostra. Ora stanno lavorando a ricostruire la montagna: ci sono dei cartelli con su scritto: Lavori di somma urgenza ». Il piccolo grande Leo scodinzola sulle gambe del suo padrone. San Rocco lo guarda con un sorriso.

 

Paolo Di Stefano

2 luglio 2012 | 8:49

Omaggio della Scala a librettista patriota

di Enrico Silvestri - 29 giugno 2012, 19:25

 

Dal 30 giugno al 14 luglio va in scena al Piermarini "Don Pasquale" opera che Donizetti trasse dal libretto di Angelo Anelli che pagò il suo attaccamento alla causa italiana con il carcere, la perdita del posto del lavoro e l'ostracismo da Milano

 

Con il «Don Pasquale», in programma dal 30 giugno al 14 luglio, la Scala rende in qualche modo omaggio ad Angelo Anelli, uno dei suoi più prolifici librettisti a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento.

 

 

Ma soprattutto un patriota che pagò con l'arresto, il licenziamento e l'ostracismo da Milano la sua adesione, mai rinnegata, al Regno D'Italia durante la turbinosa avventura napoleonica. Costretto a trasferirsi a Pavia, di fatto esiliato dagli austriaci, sopravvisse solo tre anni, prima di morire in estrema ristrettezza. I suoi libretti, intrisi di satira e ironia, continuarono però a vivere, tanto che vent'anni dopo la sua morte, Gaetano Donizetti riprese il «Ser Marcantonio» per realizzare nel 1843 uno degli ultimi suoi capolavori.

La storia di don Pasquale, un po' come tutte le farse dell'epoca, si gioca sugli equivoci e sui travestimenti, una sorta di «Barbiere» a ruoli rovesciati. Nella trama delineata da de Beaumarchais, don Bartolo cerca di sposare la sua pupilla Rosina, innamorata però del conte di Almaviva che, con i buoni uffici di Figaro si introduce nella casa travestito prima da soldato poi da maestro di musica. Nell'opera donizettiana non c'è una pupilla ma un «pupillo» Ernesto che nelle intenzioni di don Pasquale dovrebbe sposare una ricca e nobile zitella. Lui è però innamorato di Norina che si infilerà nella casa, sotto mentite spoglie e grazie agli uffici del dottor Malatesta.

L'intreccio originariamente era stato scritto nel 1810 per Stefano Pavesi dall'eclettico Anelli, intellettuale nato a Desenzano del Garda nel 1761. Compiuti i primi studi nel seminario di Verona, dedicandosi soprattutto alla letteratura e alla poesia, si trasferì a Padova dove si laureò in legge nel 1795. Quattro anni dopo lo ritroviamo a Milano, librettista del Teatro alla Scala per il quale scrisse circa 40 libretti, quasi tutti di genere buffo. Insegnò al Liceo di Brescia e poi nel 1802 ottenne la cattedra di Eloquenza Pratica Legale nelle Regie Scuole Speciali di Milano, suscitando l'ira di Ugo Foscolo che, avendo concorso per la stessa cattedra, si sentì umiliato per essere stato preferito a un autore di libretti d'opera.

Foscolo per questo, convinto di essere il più grande poeta italiano vivente, riempì le sue lettere agli amici di epiteti ingiuriosi contro il rivale. Anelli fu anche uomo politico, attivo durante la fase della Repubblica Cisalpina per conto della quale presiedette come commissario la giunta amministrativa prima del Dipartimento del Bénaco poi della Franciacorta. Sopravvenuta la reazione austro-russa, finì in prigione per due volte, quindi perse la cattedra e infine nel 1817 fu trasferito all'Università di Pavia, supplente di procedura penale e notarile. Iniziò quindi lui un periodo di difficoltà economiche che lo portò in breve alla morte nel 1820.

Angelo Anelli ebbe tuttavia in vita molti estimatori, tra i quali Stendhal. Dopo avere ricordato che «di solito le sue pièces hanno solo due rappresentazioni perché alla seconda la polizia le vieta» Marie-Henri Beyle affermava che nel suo stile «si ravvisano tratti di Dancourt, di Gozzi e di Shakespeare». La qualità più apprezzata da Stendhal era la sua capacità di fare satira in modo intelligente, perfettamente comprensibile in un dato contesto, ma abilmente dissimulata ai profani. In tal modo si spiegava come fosse riuscito a far rappresentare «L'Italiana in Algeri», musicata da Gioacchino Rossini, in cui la carica di «Pappataci», caratterizzata dal «mangiar bene e ben dormir» adombrava in realtà una severa critica al Senato d'Italia. E chissà chi avrà voluto colpire Anelli nel «Ser Marcantonio», vecchio caparbio che vuole sposarsi una ragazza giovane e finisce così per essere messo alla berlina da tutti i protagonisti.

Mamma, mi ubriaco col gel. E' nuovo allarme fra i giovanissimi

La Stampa

 

La notizia arriva dagli Stati Uniti, dove il fenomeno ha già iniziato a destare preoccupazione: l'ultima tendenza sembra essere quella di utilizzare l'igienizzante per le mani per amplificare gli effetti dell'alcol

 

 

D.R.

 

Lo aggiungono alle bevande per renderle super-alcoliche o lo consumano addirittura puro, dopo averlo accuratamente distillato, seguendo semplici istruzioni facilmente reperibili su diversi siti internet. L'ultima tendenza d'oltreoceano in fatto di sballo fra i giovanissimi non riguarda droghe o sostanze stupefacenti prodotte appositamente allo scopo, ma l'apparentemente innocuo gel igienizzante per le mani, molto diffuso anche nei luoghi pubblici all'interno di dispenser, peraltro gratuiti.


Basta che ingerisca una quantità molto piccola di questo gel e un adolescente sarà completamente ubriaco. Non c'è alcun dubbio che si tratti di qualcosa di molto pericoloso" ha dichiarato Cyrus Rangan, direttore dell'Ufficio tossicologia del Children's Hospital di Los Angeles, evidenziando come questo fenomeno potrebbe in breve tempo assumere dimensioni veramente preoccupanti, vista la facilissima reperibilità del prodotto. Persino i bambini più piccoli corrono dei rischi poiché, avendo accesso incontrollato al gel igienizzante, potrebbero ingerirlo anche involontariamente.


Negli ultimi mesi sono sei gli adolescenti finiti al pronto soccorso nella San Fernando Valley per avvelenamento legato all'utilizzo di questo dispositivo medico, composto al 60-70% da alcol etilico e per i medici americani ci sono pochi dubbi: dopo colluttori e sciroppi per la tosse, il gel igienizzante è l'ultima trovata della fantasia degli adolescenti per ubriacarsi. Purtroppo molti ragazzi, in questa difficile e complessa fascia di età, sono disposti ad ingerire ogni genere di cosa pur di provare sensazioni di euforia e sballo.
Nello specifico, per l'attuale allarme legato al gel igienizzante, il consiglio degli esperti per i genitori è di acquistare il disinfettante in formato schiuma, meno facile da ingerire o da distillare rispetto al gel, per ottenere l'alcol. O, meglio ancora, di cercare di tenere questi dispositivi medici lontano dalla portata dei figli.

Bimbi d'estate: il vademecum dei pediatri

Corriere della sera

 

Coinvolgerli nell'organizzazione del viaggio, inserendo tappe ad hoc. Essenziali gli snack e il primo soccorso

 

MILANO - Cappellino, crema solare, occhiali da sole e farmaci pronti per ogni evenienza. Senza dimenticare il giocattolo preferito, l'eventuale "copertina di Linus", carta e colori. Sono alcuni degli oggetti da non scordare per una valigia a misura di bambino. I consigli ai genitori in partenza con figli al seguito arrivano da Alberto Ugazio, presidente della Sip (Società italiana di pediatria). «Negli ultimi anni - sottolinea l'esperto - si è assistito a un progressivo aumento del numero di viaggi, anche verso destinazione lontane, che coinvolgono tutti i componenti il nucleo familiare, compresi bambini molto piccoli». Di conseguenza è «progressivamente cresciuta la richiesta di informazioni e consigli riguardanti le principali norme di sicurezza necessarie in vista del viaggio. Fondamentale a questo proposito risulta un adeguato councelling preliminare da parte del pediatra o, quando necessario, dello specialista infettivologo». Ecco quindi il vademecum dei pediatri per una vacanza sana e rilassante, ma anche rispettosa delle esigenze del piccolo di casa.

 

1) Se l'età lo consente, coinvolgete i vostri bambini nell'organizzazione del viaggio fin dalle prime fasi, mostrando loro i posti che visiterete e cercando di renderli il più interessanti possibile.

2) Se viaggiate in aereo, il momento del decollo e dell'atterraggio potrebbero risultare i più fastidiosi, soprattutto se i vostri bambini soffrono di otite o catarro tubarico. Ai più piccoli date da bere con il biberon durante queste due manovre, a quelli più grandi offrite invece un chewingum da masticare.

3) Non dimenticate di portare con voi tutti quegli oggetti (giocattoli, peluche, copertine, cassette con le musiche preferite, carta per disegnare) che sono particolarmente cari ai vostri bambini e che li aiuteranno a sentirsi più rilassati.

4) Siate flessibili: un buon programma di viaggio è importante per una bella vacanza, ma è necessario adattarsi di volta in volta anche a quello che i bambini desiderano fare. Inserite quindi in agenda alcune soste o momenti ad hoc, come una semplice corsa in un prato o una visita a qualche parco divertimenti.

5) Prima e durante il viaggio è importante offrire cibi leggeri, digeribili e in dosi contenute, privilegiando pasti piccoli e frequenti ed evitando condimenti, cibi grassi o fritti, per ridurre il rischio di mal d'auto, mal d'aria o mal di mare.

6) È molto importante garantire un adeguato apporto di liquidi per mantenere una buona idratazione. Il caldo e l'aria condizionata aumentano infatti la quantità di liquidi persi attraverso sudorazione e traspirazione. Acqua minerale, tè o succhi di frutta diluiti dissetano e reintegrano i sali minerali, senza appesantire con troppe calorie. Le bevande non dovranno mai essere troppo fredde per evitare il rischio congestione. Se il vostro bambino è abituato a bere utilizzando il biberon o un particolare bicchiere, non dimenticate di portarlo con voi.

7) Mettetevi in viaggio con una con una scorta di piccoli snack: biscotti, cracker, piccoli panini e omogeneizzati, così da poter essere autonomi per alcune ore.

8) Per i più piccoli ricordatevi un cambio adeguato di pannolini e vestiti confortevoli, e per chi viaggia in aereo anche una copertina (a bordo l'aria condizionata è spesso troppo fredda).

9) Ricordate sempre le fondamentali misure di igiene: non dimenticate di avere con voi salviette umide e gel disinfettante per le mani, fazzoletti, bicchieri monouso e copriwater di carta. Le più frequenti forme di diarrea del viaggiatore possono essere prevenute evitando l'assunzione di cibi poco cotti, frutta che non si possa sbucciare e verdura cruda, salse fatte in casa, dolci e budini di produzione artigianale, ghiaccio e acqua non imbottigliata o ben sigillata.

10) Portate sempre con voi un'adeguata farmacia da viaggio che contenga almeno un termometro, cerotti e disinfettanti per la cute, disinfettante per ciucci e biberon, paracetamolo per la febbre, fermenti lattici, soluzioni reidratanti orali, un antibiotico a largo spettro che non richieda di essere conservato in frigorifero e una soluzione fisiologica. È inoltre di fondamentale importanza non dimenticare mai creme solari ad alta protezione, cappellino e occhiali da sole, una pomata per eventuali scottature e un collirio.

11) Informatevi se il luogo di vacanza prescelto richiede determinate vaccinazioni o profilassi (per esempio la profilassi malarica). In tal caso, informatevi per tempo rispetto al tipo di vaccino o profilassi necessaria (il farmaco e la modalità di somministrazione possono variare in base all'età) e alle tempistiche. Alcune vaccinazioni o profilassi devono essere effettuate anche mesi prima della partenza.

 

(Fonte: Adnkronos)

26 luglio 2010

Al diavolo i censori. Perché si può dire psiconano e non si può scrivere culona?

di Vittorio Feltri - 01 luglio 2012, 17:17

 

Invettive contro Il Giornale dopo il titolo "Ciao ciao culona". La solita indignazione a due velocità

 

Leggiamo qua e là invettive contro Il Giornale per il suo titolo: «Ciao ciao culona», riferito alla sconfitta calcistica della Germania opposta all’Italia nella semifinale dell’Europeo, che si conclude stasera con la partita tra i nostri e gli sbruffoni spagnoli.

 

 

Ci accusano di volgarità inammissibile, di mancanza di rispetto verso Angela Merkel ( proprietaria dei mastodontici glutei ispiratori del suddetto titolo galeotto). E ci invitano perentoriamente a chiedere scusa ai tedeschi per aver osato sfottere la cancelliera e, di conseguenza, tutti i tognini che si sono identificati quali vittime del nostro dileggio, bonario nelle intenzioni e non negli effetti prodotti, viste le reazioni politicamente corrette. Prendiamo atto che «culona» non si può dire, altrimenti si offendono non solo i fratelli teutonici, ma anche i delicatissimi compatrioti. Accettiamo le critiche, però chiediamo agli indignati perché non si fossero scandalizzati quando, per un centinaio di volte, il leader politico maggiormente in auge, Beppe Grillo, definì Silvio Berlusconi «psiconano». Forse che «nano» sia un’espressione più gentile di «culona »?

Far leva su certe caratteristiche fisiche di un politico per prenderlo in giro, ci rendiamo conto, non è chic. Confesso, ho peccato anch’io: in una circostanza scrissi che Renato Brunetta non avrebbe mai potuto fare il sindaco di Venezia per la sua incompatibilità con l’acqua alta. Mi era sembrata una battuta divertente, e invece era solo sgradevole. Me ne pentii. Ma nessuno mi rimproverò di aver colpito alle spalle l’allora ministro della Funzione pubblica. Perché, invece, aver dato della «culona » alla Merkel ha scatenato i censori? Molti altri esempi dimostrano che dalle nostre parti si usano due pesi e due misure nel giudicare le trivialità dei giornalisti, in particolare titolisti. Indro Montanelli, giustamente considerato oggi il migliore di tutti, mentre un tempo si diceva di lui, «a sinistra», che scriveva per le portinaie (allora aborrite dai progressisti, anzi comunisti),

Indro Montanelli, dicevo, discettando di Amintore Fanfani, lo qualificò così: mezzo toscano, alludendo alla sua statura fisica nettamente inferiore alla norma. In un’altra circostanza, lo stesso Indro ipotizzò che Camilla Cederna simpatizzasse per la classe operaia perché inebriata dagli afrori ascellari del proletariato. Frase elegante? Non tanto, eppure nessuno si stracciò le vesti. Come commentare, poi, le vignette di Altan in cui si ammirava un ombrello ficcato nel fondo schiena, dove le carni si fanno morbide, del cittadino fregato dal Cavaliere? Immagine carina? Non voglio farla lunga, anche se il materiale per proseguire nella elencazione delle «porcate» editoriali non mancherebbe. Ne cito solo una conclusiva e concomitante con l’uscita in edicola del nostro titolo, «Ciao ciao culona», e di quellodi Libero , «Vaffanmerkel»,che consiste in un apprezzamento della tv tedesca relativo ai calciatori azzurri Mario Balotelli e Antonio Cassano: cani randagi ( e bastardi). Intendiamoci, personalmente stimo i cani almeno quanto i tedeschi, non solo pastori, e non meno della culona.In ogni caso,bisognerebbe sentire l’opinione dei due attaccanti italiani: meglio cani o culoni? De gustibus. L’importante è smetterla di valutare un titolo di quotidiano con lo stesso metro con cui si misura il pregio di un aforisma di Arthur Schopenhauer.

La favola del bambino sordo che aiuta gli altri a sentire

Corriere della sera

 

L'albergatore di Trinità dei Monti e il laboratorio per 60 studenti «Raccontavo con i segni e mio padre mi fermava. Tutti i non udenti possono avere una vita normale»

 

«Quando due genitori si ritrovano con un figlio nato sordo, qui in Italia, spesso non sanno cosa fare. Si sentono in difficoltà. Li trattano come malati. Io dico: dovete accettarli come sono! Lasciateli muovere, fateli esprimere, e li capirete. Ma quale malattia. E' solo una diversità». Conoscere Roberto E. Wirth significa incontrare un vincente che ha scommesso con la vita su diversi tavoli e non ha perso una mano. La sua diversità, prima di tutto. E' nato sordo profondo nel 1950, quinta generazioni di albergatori che hanno segnato la storia dell'ospitalità non solo in Europa ma anche, per esempio, al Cairo col mitico hotel Semiramis. La prima scommessa vinta è quella della comunicazione: impossibile non capire quest'uomo alto, elegante e atletico come un attore americano. La sua energia espressiva supera ogni ostacolo, bastano poche battute e la sua voce, sostenuta da rapidi gesti, diventa «normalissima». La carica gli permette di dirigere da 34 anni ogni giorno, e nel minimo dettaglio, l'Hotel Hassler di Roma a Trinità dei Monti, albergo-culto amato da Woody Allen, Melanie Griffith e Antonio Banderas, Bill Gates, Madonna, e sono solo alcuni nomi. «Non ho l'udito ma ho sviluppato una grande, immediata capacità di percezione. Mi sento come un' aragosta che si orienta e capisce utilizzando le antenne»

Lo scoglio iniziale lo trovò in famiglia, in quel padre tutto d'un pezzo, modello inevitabilmente da seguire, Oscar Wirth: «Non posso dire che mi capisse. Aveva una evidente difficoltà, con me. Quando gli dissi che avrei voluto fare anch'io l'albergatore, provò a scoraggiarmi. Rispose subito: "Mi sembra difficile. Il nostro lavoro è basato sulla comunicazione: capire ed esprimersi in più lingue, comandare...". Da adolescente studiavo a Milano in una scuola specializzata per sordomuti. Tornavo a Roma, magari prendevo un gelato con la famiglia. Sono sempre stato un comunicatore, cominciavo a raccontare gesticolando, com'ero ormai abituato. E mio padre: "metti le mani sotto il tavolo"». Frutto della tipica educazione formale che ha scarsa dimestichezza con i sentimenti e con le diversità. Eppure il ritratto paterno ora troneggia all'ingresso: «Lui era fatto così, ma era mio padre e volevo imitarlo». Com'era, essere un bambino sordo profondo? «Giocavo molto spesso con me stesso. Ero convinto di parlare. Mi raccontavo storie, molto spesso in solitudine».

Poi cominciarono le scommesse. Il trasferimento negli Stati Uniti, col sostegno di sua madre Carmen Bucher, anche lei erede della stessa dinastia di albergatori che discendeva dal bisnonno di Robert E. Wirth, Franz-Joseph Bucher, nata a New York e quindi più allenata a una società che non sottolinea le diversità: «Provai a studiare in una scuola alberghiera in Italia ma mi scoraggiai, non riuscivo a seguire cosa diceva il professore. Poi ho scelto gli Stati Uniti. Volevo mettere a fuoco la strada da imboccare nella vita. Sono riuscito a entrare alla Cornell University e mi sono laureato in Hotel Management. Lì ho trovato la mia identità. Ho capito che sarei davvero stato un albergatore. Sentivo dentro di me una grande energia: posso farcela, sono forte». E la famosa diversità? «Con i sordomuti mi sentivo normale, "uguale". Con gli altri percepivo la differenza». E oggi? «Oggi no. Qui in Italia quando scoprono che sono sordomuto mi dicono ancora: "mi dispiace". Ma mi dispiace di che? A me non dispiace, anzi ormai dico: e chi se ne frega!»

Negli anni americani, la percezione della «differenza» lo ha spinto a un'altra scommessa: insegnare American Sign Language, la lingua dei segni usata negli Stati Uniti, ai gestori di diversi hotel. Poi la direzione di alberghi a Washington, Los Angeles e Honolulu: «Lì ho presieduto la Silent Aloha Association, che radunata sordi e sordomuti». Infine il ritorno in Italia, la decisione di guidare l'hotel di famiglia, di acquistare le quote del fratello e diventarne proprietario unico. Da 34 anni l'Hassler è il suo lavoro, la sua casa, le sue radici e il suo futuro.

Poi, nel 1992, l'istituzione della borsa di studio «Robert Wirth» per giovani sordi meritevoli che intendono specializzarsi nell'ambito della sordità infantile. E dal 2004 la nascita del Centro di assistenza per bambini sordi e sordociechi Onlus (il nuovo nome assunto quest'anno, dopo Roberto Wirth Fund Onlus) diretto dalla dottoressa Stefania Fadda (www.cabss.it). Qui Wirth ha scommesso qualcosa che riguarda il se stesso bambino isolato, mal compreso dal padre: il centro assicura servizi di supporto psicologico ai bambini nati in quella condizione e soprattutto alle loro famiglie, programmi di intervento precoce , progetti in ambito psicopedagogico, indicazione di percorsi abilitativi e riabilitativi. Scopo, come si legge nel progetto: «Raggiungere un positivo sviluppo cognitivo, affettivo-emotivo, sociale, comunicativo e linguistico per un'ottimale qualità della vita».

Insomma, il traguardo tagliato da Wirth. Ora i bambini assistiti nel laboratorio multisensoriale in via Nomentana 56 sono sessanta ogni anno, altri cento vengono seguiti nelle scuole dell'infanzia, primaria e media soprattutto nel 173° Circolo didattico: «Finanzio con la mia quota il progetto, poi ci sono altri contributori, i fondi del 5 per mille. Se arriveranno altri contributi, aumenteremo i servizi anche a casa, come vorremmo. Sono orgoglioso, di tutto questo». E «tutto questo» perchè? «Sono stato aiutato. E adesso voglio aiutare. Contribuire a far capire ai genitori che i loro figli possono avere una vita normale. Mi trattavano da malato, e quando gesticolavo c'era chi pensava che fossi uscito da poco da un manicomio». Invece il 31 luglio 2012, tra pochi giorni, riceverà a Las Vegas uno degli 8 premi internazionali di Deafnation che raduna un milione di non udenti nel mondo.

Ma le scommesse no, non sono finite. Roberto Wirth ha un nuovo progetto, per i suoi due gemelli di vent'anni, un ragazzo e una ragazza, la sesta generazione: «Imporre il brand Hassler nel mondo, aprire altri alberghi a Milano, a New York, non so dove altro... Cercherò soci internazionali e credo che ce la farò». Come non credergli, dopo tutta questa vita.

 

Paolo Conti

1 luglio 2012 | 10:22

Bambino affetto da epilessia , il campo estivo chiede una quota maggiorata

Corriere della sera

 

La famiglia lo ha iscritto al campo estivo comunale che ha chiesto oltre 1.000 euro per garantire l'assistenza

 

CREMONA - Lorenzo convive da sempre con l'epilessia e una disabilità grave per una encefalopatia epilettica dalla nascita. E' disabile al 100%, ha quasi nove anni e ha frequentato la prima elementare. Non cammina e non mangia da solo, è incapace di parlare e non è in grado di rispondere a comandi anche elementari. Quando si addormenta ha spesso una crisi epilettica. Ha bisogno dunque di assistenza continua e qualificata. Lorenzo vive a Spino d'Adda, nel cremonese. La sua è una storia di ordinaria insensibilità. Emilia e Marco, i genitori, lo hanno iscritto in aprile al campo estivo organizzato da domani al 10 agosto dal Comune insieme alla sorellina Francesca, 5 anni, che non ha disabilità.

«Dopo avere accettato l'iscrizione, i responsabili del Campo hanno comunicato alla famiglia che il bambino non sarebbe stato accolto per tutta la durata, ma per un tempo inferiore, e che la sua accoglienza era comunque subordinata al pagamento di un contributo economico pari a otto volte quello pagato dagli altri iscritti». Insomma, l'assistenza era a carico della famiglia. Lo ha reso noto la Fie, Federazione Italiana Epilessie, denunciando «il comportamento delle istituzioni gravemente discriminatorio, lesivo della dignità umana e dei diritti civili: si pone in aperto contrasto con la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, che lo Stato italiano ha ratificato, con la Costituzione e con la legge 67/2006 che vieta ogni tipo di discriminazione a causa di disabilità». Stessa cosa hanno dovuto fare altre due famiglie con figli con disabilità, anche se i bambini necessitavano di meno assistenza rispetto a Lorenzo. Era già accaduto durante il Grest parrocchiale, quando la famiglia aveva dovuto contribuire per una parte dell'assistenza: «Siamo arrivati a contrattare l'assistenza di un bimbo di 8 anni», dice sconsolata la mamma Emilia. E, ancora, durante l'anno scolastico, il costo per il doposcuola di un pomeriggio era stato pagato dai genitori.

Il sindaco di Spino d'Adda, Paolo Riccaboni, farmacista, ha incontrato mercoledì i genitori di Lorenzo. Assicura che la questione verrà risolta. «Mi sono preso un impegno: se il servizio è dovuto farò in modo che questo avvenga senza costi aggiuntivi. Il Comune non ha risorse infinite, ma nel mio programma la disabilità ha grande attenzione e non voglio discriminazioni». Ma alle parole non sono seguiti i fatti: venerdì, poco dopo le 21, con una mail, l'assessore ai servizi sociali chiedeva alla famiglia se intendesse avvalersi di 136 ore di assistenza, cioè meno di quelle necessarie. Il resto, a carico della famiglia, per una cifra aggiuntiva superiore ai 1000 euro. E domani comincerà il campo estivo.

 

Claudio Arrigoni

1 luglio 2012 | 16:42