sabato 30 giugno 2012

Come sapere se si ha un debito con lo Stato e come pagarlo

La Stampa

 

Stefano santini

Può capitare di avere un debito con lo Stato e non saperlo; e, magari, accorgersene solo nel momento in cui riceviamo a casa un avviso di Equitalia (la società che in Italia –per legge- è incaricata della riscossione dei tributi) che ci invita a corrispondere un inaspettato pagamento.


Conoscere le proprie pendenze con lo Stato in realtà è piuttosto semplice e non necessita troppa burocrazia. Ecco come fare.
Collegandosi al sito internet ufficiale dell’Inps (www.inps.it) infatti,  si può verificare la propria posizione a partire dall’anno 2000. Il primo passo da effettuare è la richiesta di un codice PIN di accesso ai servizi del sito. Si può farne richiesta on-line, oppure recarsi ad uno sportello INPS e per ritirarlo di persona. La prima delle opzioni non è immediata: bisogna infatti andare sul sito INPS, dalla home page cliccare su il PIN online nella sezione Servizi on line (https://serviziweb2.inps.it/RichiestaPin/jsp/menu.jsp?

bi=32&link=Il+PIN+online); quindi cliccare su Richiedi PIN e inserire il proprio codice fiscale e residenza (italiana o estera). Si aprirà una pagina da compilare inserendo i propri dati anagrafici. Il sistema provvederà in brevissimo tempo ad inviare via e-mail o con un sms sul telefono cellulare la prima parte del codice richiesto; la seconda parte del codice (necessaria per effettuare il successivo accesso) sarà recapitata dopo qualche giorno all’indirizzo del domicilio.

Una volta ottenuto il codice PIN per intero ci si può collegare di nuovo al sito ufficiale dell’Inps e cliccare sulla voce Servizi al cittadino sempre nella sezione Servizi on line, (http://www.inps.it/portale/default.aspx?iMenu=2&iNodo=2&iiDServizio=152&sURL=https%3a%2f%2fserviziweb.inps.it%2fServiziCittadino%2f) e inserire codice fiscale e codice PIN (che è necessario attivare sempre nella sezione il PIN online cliccando su Attiva PIN).

A questo punto si accede ad una pagina con diversi servizi disponibili, tra cui Accesso ai servizi Equitalia. Basta cliccare su questo link per andare a verificare la propria posizione. Nel dettaglio si accede al proprio Estratto conto personale, dove verrà visualizzato in automatico il codice fiscale e dove andrà selezionata la propria residenza. Si può in questa sezione effettuare una ricerca in diverse province nelle quali si è transitati, per verificare ad esempio se abbiamo ricevuto qualche multa di cui non abbiamo avuto notifica e che non risulta ancora pagata. La ricerca inoltre può essere ristretta ai soli documenti da saldare o quelli già saldati (pagati o annullati in seguito ad un ricorso). Cliccando su Ricerca otterremo il dettaglio delle nostre pendenze con Equitalia.

Qualora risultassero dei debiti da saldare è possibile effettuare il pagamento anche on line, se si dispone ovviamente di un servizio bancario che permette la gestione del proprio conto corrente via Internet. Cliccando infatti su Carrello RAV, verrà generato il codice del bollettino RAV necessario per poter effettuare il pagamento on line (si possono generare fino a 3 codici RAV al giorno, validi solo per il giorno in cui vengono emessi). Alcuni documenti (ad esempio piani di rateazione) non vengono visualizzati nel dettaglio delle pendenze perché non possono essere pagati on line, ma solo presso lo sportello dell’Agente della riscossione competente.

L'Antitrust torna all'attacco, ora Apple rischia lo stop di un mese alle vendite

La Stampa

 

L'autorità: l'azienda non rispetta le norme sulla garanzia biennale previste dal Codice del consumo

 

 

L'Antitrust riapre il caso Apple. L'autorità vuole imporre il rispetto delle norme sulla garanzia biennale previste dal Codice del consumo, che l'azienda della mela ha continuato a disattendere nonostante le due multe, per complessivi 900mila euro, comminate a dicembre 2011. Nelle scorse settimane, a quanto apprende l'Adnkronos, l'Antitrust ha infatti avviato un procedimento per inottemperanza, dopo che il Tar ha respinto il ricorso dell'azienda contro le multe per pratiche commerciali scorrette. Secondo l'Autorità, Apple non sta infatti rispettando le indicazioni sulle informazioni da dare al consumatore contenute nel precedente provvedimento. La società fondata da Steve Jobs rischia ora nuove sanzioni che potrebbero arrivare, in base alla legge, fino a 300mila euro.

Soprattutto, se anche dopo questo ulteriore procedimento continuasse a non ottemperare alle delibere dell'Autorità, la società potrebbe addirittura rischiare la sospensione per un mese dell'attività di vendita in Italia. Quella fra l'Antitrust italiano e il colosso americano è quindi una partita ancora del tutto aperta. Dopo le sanzioni e la conferma della prima decisione dell'autorità a maggio, gli uffici oggi guidati da Pitruzzella hanno continuato a monitorare i comportamenti di Apple per verificare se si fosse adeguata alle prescrizioni dell'Autorità.

Constatato il contrario, è arrivata la nuova procedura. A dicembre 2011 l'Antitrust ha multato il gruppo Apple per la mancata applicazione delle norme di garanzia legale del produttore prevista dal codice del Consumo. Al gruppo sono state contestate due distinte pratiche commerciali scorrette. In tutto le sanzioni sono state pari a 900mila euro. Il gruppo, in particolare, presso i propri punti vendita e sui siti internet apple.com e store.apple.com, sia al momento dell'acquisto che al momento della richiesta di assistenza, non informava in modo adeguato i consumatori sui diritti di assistenza gratuita biennale previsti dal Codice del Consumo, limitandosi a riconoscere la garanzia convenzionale del produttore di 1 anno. Non solo.

Le informazioni date su natura, contenuto e durata dei servizi di assistenza aggiuntivi a pagamento AppleCare Protection Plan, unite ai mancati chiarimenti sull'esistenza della garanzia legale biennale, erano tali da indurre i consumatori a sottoscrivere un contratto aggiuntivo quando la 'coperturà del servizio a pagamento si sovrappone in parte alla garanzia legale gratuita prevista dal Codice del Consumo. L'attività dell'Antitrust è oggi seguita con attenzione in Europa e in particolare dalle associazioni dei consumatori europei. La garanzia legale di due anni a carico del produttore è infatti di derivazione normativa europea e in vari Paesi le associazioni dei consumatori si stanno attivando contro Apple sulla scia di quanto fatto dall'Autorità Italiana.

Germania-Italia 1-2, che trionfo Eppure c'è qualcosa che non va

Il Giorno

 

Peggio lo spogliarello di Balotelli o la furia di Buffon? Peggio i raffinati doppi sensi sullo spread o la confusione dei finti tifosi sugli spalti? Peggio i tedeschi che hanno tifato Italia o gli italiani che hanno tifato Germania?

 

Milano, 29 giugno 2012

 

Le cose che di Germania-Italia possono non essere piaciute al compilatore di questa rubrica? Mettiamole in riga, va' là:

1) Balotelli che mostra i muscoli con la virile protervia del tronco ignudo e i tendini del collo tesi come corde d'arco. Ma noi, alla sua età, abbiamo fatto di peggio, pur non segnando due reti alla Germania nella semifinale di un campionato europeo, bensì un gollònzo di sponda al torneo dell'oratorio.

2) Quelli che hanno criticato l'ostensione di Balotelli per sottile invidia muscolare.

3) Lo sfogo di Gigi Buffon: ce l'aveva in realtà con un giocatore tedesco che uscendo dal campo gli ha sussurrato: «E adesso però non crediate che lo spread cali di colpo».

4) Lo sfogo di Gigi Buffon: se al posto della mascotte ci fosse stato Andrea Agnelli l'avrebbe egualmente schivato con malagrazia?

5) Lo sfogo di Gigi Buffon: nervoso perché non trovava l'uscita dopo essere entrato per caso nelle sopracciglia di Andrea Agnelli?

6) Le sopracciglia di Andrea Agnelli, anche se esse non c'entrano - e il loro proprietario men che meno - col tema in questione.

7) Certi titoli di giornale o di telegiornale di squisita eleganza latina: «Gli abbiamo fatto uno spread così» cavallerescamente alludendo ad Angela Merkel, nel solco di qualche precedente di vertice, giocando al cucù con la Cancelliera.

8) La ragion di calcio che porterà in Ucraina i premier Monti e Rajoy a parlare di diritti umani prima e dopo la finale di Euro 2012 e magari anche nell'intervallo.

9) Certe facce di tifosi, che ci hanno dato l'impressione - essendo così tipicamente italiane e così tipicamente tedesche - di essere figuranti prezzolati.

10) Quei figuranti prezzolati che nel marasma hanno sbagliato schieramento: facce tipicamente italiane dipinte in giallo-rosso-nero e facce tipicamente tedesche nel tricolore d'Italia. Alla fine, tarallucci e birra per tutti.

 

di Claudio Negri

Niente rom in oratorio rubano ai miei ragazzini"

Il Giorno

 

La battaglia di don Alberto Sacco, della parrocchia di San Silvestro, che ha appeso un cartello sul cancello: "Ingresso vietato agli zingari"

di Marianna Vazzana

Milano, 30 giugno 2012 

 

«A causa di ripetuti furti gli zingari possono entrare solamente in chiesa». È il messaggio affisso sui cancelli della parrocchia San Silvestro di via Lodovico il Moro 173 nel quartiere di Ronchetto sul Naviglio, estrema periferia al confine con Corsico, di fronte al Naviglio Grande. Ai rom è vietato girare liberamente per gli spazi dell’oratorio, in cortile e negli uffici. «Ordine» del parroco don Alberto Sacco, 76 anni, che a malincuore ha dovuto prendere la decisione drastica alcuni giorni fa, quando due donne nomadi hanno tentato di rubare gli zainetti dei bambini che frequentano l’oratorio estivo.

«La goccia che ha fatto traboccare il vaso», sottolinea il sacerdote. Oltre il Naviglio, nella strada parallela di fronte alla chiesa, la pista ciclabile era stata presa d’assalto per oltre un anno – manco a dirlo – da una banda di nomadi che aggrediva e derubava passanti e ciclisti. Un incubo per i residenti , finito solo quando i carabinieri della zona Barona hanno acciuffato quattro giovani romeni responsabili dei reati. Era la fine di febbraio. Ma i gruppi di zingari, a quanto pare, non hanno smesso di gravitare in zona, accampandosi in rifugi di fortuna in mezzo alla boscaglia tra l’Alzaia Naviglio Grande e la ferrovia e nell’area di piazza Tirana.

E’ un gioco da ragazzi oltrepassare il ponticello che porta in via Lodovico il Moro, dove si trovano abitazioni, negozi e anche la parrocchia di don Alberto. Più di una volta nel quartiere sono state trovate auto danneggiate e svaligiate; e puntualmente scatta la caccia agli abiti usati, raccolti dalla parrocchia in appositi contenitori. «E’ capitato spesso che i rom rubassero vestiti», racconta il prete. Lasciando ammassi di roba «non gradita» in giro, e disordine. A volte “portano via interi sacchi di indumenti, che noi siamo soliti distribuire al sabato. Ma su questi fatti abbiamo sempre chiuso un occhio», continua don Alberto.

La tolleranza, però, è finita quando sono stati presi di mira i suoi ragazzini. «Era un giorno come tanti, intorno alla metà di giugno – spiega – e poco dopo le 17 due donne nomadi sono entrate nel cortile dell’oratorio e hanno preso due zainetti, forse pensando di non essere viste. Invece alcuni adulti della parrocchia le avevano notate e si sono messi a inseguirle, riuscendo poi a recuperare il maltolto». Nulla di prezioso, «negli zaini c’erano solo libri di scuola», precisa il sacerdote, che ha «perdonato» le donne evitando di sporgere denuncia.

L’accaduto, però, lo ha mandato su tutte le furie: «Quando è troppo è troppo», spiega. Così ha appiccicato i cartelli: fuori dall’oratorio si legge che «a causa di ripetuti furti gli zingari non possono entrare». Il permesso ce l’hanno solo per accedere in chiesa a pregare. «Devo proteggere i bambini e i ragazzi che mi sono stati affidati, tutelando loro e i loro oggetti personali», aggiunge don Alberto. I ragazzini apprezzano. «Ma continuiamo a stare attenti», afferma un animatore. «In strada i nomadi continuano a chiedere l’elemosina e ci chiedono in prestito i cellulari per fare telefonate. A un mio amico, l’hanno scorso, il telefono l’hanno rubato».

Il figlio di Rigoni Stern che fa rivivere i pascoli

Corriere della sera

 

Dall'altopiano di Asiago a quello di Srebrenica con mucche e aratri

 

Gianni Rigoni Stern con una vedova di SuceskaGianni Rigoni Stern con una vedova di Suceska

 

Come fosse ieri. «Per questa gente non è cambiato nulla. Ha la guerra dentro, nell'anima». Gianni Rigoni Stern parte di nuovo. Lunedì sarà ancora una volta su quell'altipiano così simile a quello dove vive. A guardare il tachimetro, siamo così vicini. Noi, e loro. Dalla sua casa di Asiago, Italia, al centro di Srebrenica, Bosnia orientale, la città del più grande genocidio avvenuto in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sono otto ore di viaggio in auto. Porterà con sé nuovi doni, non proprio quelli tipici di un Babbo Natale, soprannome che gli hanno dato i bambini bosniaci per via della barba folta e dello sguardo buono: un voltafieno, un aratro, uno spandiletame.

E anche questa volta non riuscirà a farci l'abitudine, guardare la natura e vederci il male degli uomini. Il paesaggio intorno a Srebrenica è fatto di campi abbandonati e malati, boschi che avanzano tra case e stalle bruciate dalle milizie serbe. «La guerra è finita, ma per chi resta c'è ancora, è nella memoria e nelle cose». Quest'estate lo hanno invitato a mangiare la pecora arrosto in una malga. All'ingresso c'erano due kalashnikov. Per tenere lontani orsi e lupi, gli hanno spiegato. La casa era piena di armi. Dopo pranzo, c'è stata una gara di tiro. Gianni ha vinto con facilità, è un cacciatore esperto. Si è subito accorto che gli ospiti lo guardavano in modo diverso. «La loro ammirazione era figlia del bisogno di essere protetti, di quel che hanno vissuto. Anche queste sono le conseguenze della guerra: un uomo non si giudica da come spara».

«Ieri», il passato recente, lo racconta così. Con l'abbandono dei luoghi, il disastro ambientale. Il suo pudore di montanaro gli impedisce di affidarsi ai racconti delle persone che ha conosciuto in questi quattro anni, gli stupri, i figli ammazzati come cani davanti alle madri. Quelle sono confidenze che i salvati gli hanno fatto perché si fidavano, tragici racconti intimi. Nella primavera del 2008 l'autrice teatrale Roberta Biagiarelli andò a casa di Mario Rigoni Stern, il grande scrittore, l'uomo che ci ha raccontato la tragedia della ritirata di Russia e l'amore per la montagna, l'altopiano di Asiago come simbolo di purezza e della vita buona. Voleva coinvolgerlo nel progetto per il recupero del teatro di Srebrenica. «Papà stava già molto male, era vicino alla fine. In quel periodo vivevo con lui per assisterlo».

Perché non vieni tu, fu chiesto a Gianni, forestale in pensione. In fondo è una terra che somiglia alla vostra: perché non vai a insegnare alle vedove come si potano le piante? Nell'agosto del 2009 partì per la prima volta. L'altopiano era davvero simile a quello di Asiago. «È stato come sentirmi a casa». Ma con la stessa miseria che aveva lasciato nelle sue montagne la Prima guerra mondiale. La pulizia etnica aveva lasciato solo povertà, rovine e abbandono.

L'idea di portare manze e manzette a Suceska, un borgo di Srebrenica, nacque così. Gli animali, il primo passo per recuperare un territorio devastato. «Ma soprattutto per sconfiggere la fame». All'inizio fu difficile. «Laggiù lo Stato non c'è ancora, impossibile capire a chi rivolgersi». Tentò con la cooperazione italiana, ma gli uffici di Sarajevo chiusero nel nome dei tagli imposti dalla Finanziaria. Arrivarono in soccorso i vicini di casa, il confine con il Trentino dista pochi chilometri dalla sua Asiago. La provincia autonoma approvò il progetto e nel gennaio 2011 trovò i fondi per l'acquisto di 48 vacche Rendene, razza autoctona della valle omonima. Decisero di donarle alle famiglie con vedove e orfani, e c'era l'imbarazzo della scelta.

Gianni parla in dialetto veneto agli abitanti di Srebrenica. Se non tenete bene gli animali, io vi carico di botte, era la frase che affidava al traduttore. Adesso non ne ha più bisogno. Temeva che le famiglie vendessero gli animali. Quest'inverno ha capito di aver lavorato bene. «Ci sono ancora, accudite e tenute come meglio non si potrebbe. Siamo sulla strada giusta». Ogni mese va in Bosnia, a tenere lezioni sull'allevamento, a insegnare come si fa. Laggiù non c'è più nessuno che possa farlo, la guerra ha cancellato una intera generazione.

Non ama raccontarsi, il figlio di Rigoni Stern. «In tre parole: laureato in Scienze forestali, insegnante per pochi anni, poi responsabile degli alpeggi dell'altopiano. Una moglie, due figli. Un uomo come tanti». La Bosnia ha cambiato la sua vita. Credeva di godersi la pensione, di fare viaggi con la jeep acquistata con la liquidazione. Invece. «Nulla avviene per caso. Papà mi ha parlato tante volte dell'inutilità della guerra, ma solo adesso capisco cosa ha vissuto. Bisogna osservare le sue conseguenze sulla terra e dentro gli uomini. Solo oggi ne capisco davvero la bestialità, e mi sento ancora più vicino a Mario».

Questa piccola cosa delle vacche Rendene, come la chiama Gianni, è diventata sempre più importante, per lui e per loro. Ne sono state acquistate altre, ormai siamo a più di cento. I campi sono tornati ad essere coltivati, non più lande desolate. Sono rinate alcune fattorie, il sogno è quello di aprire un caseificio, che potrebbe portare il nome di Mario, il sergente nella neve. «Non mi illudo di cambiare le cose, so bene che la situazione di questa gente è difficile. Hanno ferite che ancora devono chiudersi. Cerco di migliorare la loro vita, perché loro hanno fatto di me una persona migliore». Perché l'uomo si porta dentro la guerra, ma c'è un altopiano dentro ognuno di noi.

 

Marco Imarisio

30 giugno 2012 | 10:17

Tra Marte e Giove l'asteroide che porta il nome di Saviano

di Lucio Di Marzo - 29 giugno 2012, 12:22

 

Un piccolo corpo celeste, diametro presunto tra 4 e 7 chilometri, da oggi porterà il nome dello scrittore. La dedica? Per meriti giornalistici

 

Roberto Saviano tra le stelle. Non quelle delle letteratura. Qui si parla di stelle vere. Stelle in senso astronomico. Lo scrittore di Gomorra da oggi in poi avrà un asteroide a suo nome.

 

Roberto Saviano

 

Tra Marte e Giove c'è un piccolo asteroide che da ora in avanti si chiamerà Saviano. Una notizia che lascia un po' allibiti, Saviano in testa. "Mai in vita mia mi sarei aspettato di ricevere una notizia tanto incredibile", ha commentato lo scrittore dal suo profilo su Facebook, ringraziando il Dottor Silvano Casulli, responsabile della scoperta del piccolo corpo celeste.

Perché intitolare a Saviano l'asteroide? Meriti giornalistici. La motivazione data dall'International Astronomical Union in originale recita: "Roberto Saviano (b. 1979) is a writer and journalist who exposed the Camorràs organized-crime activities in his 2006 best-seller ’Gomorrah’. As a journalist, he contributes to leading world newspapers"

Dunque l'asteroide si chiamerà Saviano per l'apporto dato dallo scrittore e giornalista alla lotta contro la Camorra e per la sua attività nei "principali giornali internazionali". L'asteroide Saviano ha un diametro (presunto) di 4/7 chilometri e ruota attorno al sole in 6.4 anni, seguendo un'orbita poco elittica tra Marte e Giove.

Celentano adesso s'incarta sul cartoon e poi accusa le multinazionali di cinismo

di Luigi Mascheroni - 30 giugno 2012, 08:10

 

Il Molleggiato contro Sky. Dopo anni di ritardi, la tv chiede la consegna della serie "Adrian", ma il Clan risponde picche

 

Screen 2012.6.30 9-40-30.0

 

Una caratteristica delle grandi opere d’arte è farsi attendere. Quella dei capolavori, è addirittura farsi bramare. Quella delle bufale, di essere eternamente in fase di realizzazione.

 

Un po’ grande opera, un po’ capolavoro annunciato, un po’ impresa in odore di flop (del resto Adriano Celentano è uno abituato a veleggiare tra icone come Azzurro e disastri come Joan Lui) è dal 2009 ormai che si favoleggia nel mondo della televisione di Adrian, il cartone animano pop-apocalittico disegnato sulle fattezze e la storia artistica di Celentano. Una serie in 26 puntate scritta e diretta dallo stesso Molleggiato con la collaborazione del maestro dei fumetti Milo Manara, dello sceneggiatore Vincenzo Cerami e del premio Oscar Nicola Piovani. Un progetto grandioso e costoso, prodotto dal Clan Celentano per Sky, del quale tanto si è parlato (un anno fa Celentano firmava i suoi mega-articoli sul Corriere della sera firmandosi «Adrian», per iniziare a lanciare la serie) ma di cui probabilmente non è stato girato ancora un minuto...

E infatti, ieri, a tre anni dalla firma del contratto tra Celentano e Sky, i vertici della pay tv hanno annunciato all’artista che i tempi concordati per la consegna del prodotto sono scaduti. E, a quel punto, l’apocalittico ha scatenato l’Apocalisse. Nel primo pomeriggio, sferzato dal capo, il Clan ha attaccato con comunicati stampa e minacce di azioni legali l’ormai (c’è da immaginare) ex partner Sky Italia: «Dopo anni di duro lavoro alla nostra serie animata Adrian - afferma una nota del Clan - Sky ha improvvisamente richiesto la risoluzione del contratto con il pretesto di non avere ricevuto in consegna la serie nei tempi previsti».

Poi l’avvertimento tipico dei clan: «contrasteremo in ogni modo questo tentativo di trasformare le esigenze artistiche di creazione di un’opera inedita e ambiziosa, in una inadempienza contrattuale con il consueto cinismo delle multinazionali». C’è scritto esattamente così: «cinismo delle multinazionali». Infine la minaccia di avviare le pratiche legali necessarie ad ottenere l’adempimento del contratto, la richiesta risarcimento danni, eccetera.... rivendicando la «complessità» e «innovatività» (sic) di un’opera artistica di eccezionale originalità.

Artista di grande «innovatività» e di ego eccezionale, in realtà Celentano rischia di schiantarsi su un progetto faraonico, infinito e fumoso. Come ha ricordato Sky, il Clan avrebbe dovuto consegnare chiavi in mano la serie Adrian nel febbraio 2011, mentre non è stato finora mostrato neppure un fotogramma, nonostante Sky abbia già anticipato oltre il 50% del compenso pattuito, ovvero «diversi milioni euro» come recita il comunicato ufficiale (vale a dire 7,5 milioni di euro come riferiscono fonti non ufficiali).

Comunque, la «multinazionale» Sky, non ha affatto annullato Adrian (che è una produzione realizzata nella massima autonomia da Celentano e il suo team), ma solo chiesto di consegnare le 26 puntate entro i tempi previsti, che già Sky aveva più volte accettato di far slittare in avanti. Nel 2010 Celentano aveva infatti chiesto un anno di proroga, giustificandola con la «complessità» del progetto, ma anche, forse, perché l’artista aveva da poco fatto causa al produttore esecutivo Cometa Film e interrotto la collaborazione con Enzo D’Alò, supervisore esecutivo di Adrian.

Subito dopo, il Clan identificò un nuovo produttore: Mondo TV. Ma nel giugno 2011 entrò in causa anche con loro... Dopodiché il Clan confermò a Sky che i tempi di consegna sarebbero stati comunque rispettati. Invece si trovò presto a chiedere un nuovo slittamento della consegna sino al 2014. Da qui il laconico comunicato di Sky, ieri: «Purtroppo anche l’ammirazione profonda per quello che Celentano ha significato per la cultura popolare del nostro Paese non può giustificare oltre tre anni di ritardo...

Accanto all’indiscutibile valore della libertà editoriale, c’è anche quello del rispetto degli impegni professionali presi. Impegni che gli oltre 13mila italiani che collaborano con Sky rispettano ogni giorno». Cosa che, di norma, le multinazionali fanno. Gli artisti, invece, non sempre. Ma si sa. Sono, appunto, artisti.

La guida all’immigrato fa la predica ai giornali Ma salva quelli "rossi"

di Fabrizio Boschi - 30 giugno 2012, 08:00

 

I ministeri di Welfare e Interno vogliono educare i media "allarmistici". Però la morale tocca soltanto al Giornale

 

Comunicare l’immigrazione non è facile. Soprattutto in un Paese, come il nostro, dove dal 1861 ad oggi, gli stranieri sono aumentati del 7%: da 88.639 nell’anno dell’Unità d’Italia, a 4 milioni 570.317 nel 2010.

 

 

Dati freschi freschi pubblicati su Comunicare l’immigrazione - Guida pratica per gli operatori dell’informazione, stampata dalla cooperativa Lai-momo di Bologna, in collaborazione con Caritas e Migrantes, nell’ambito di un progetto del ministero del Lavoro e dell’Interno, finanziato con fondi europei. Centosessanta pagine di informazioni, dati e tabelle. Ma quello che, probabilmente, era stato pensato per essere uno strumento di aiuto per giornali, radio e tv, pagina dopo pagina si impantana in una melma zuccherosa di parole e numeri, la cui litania è: «Anche se gli immigrati commettono un alto numero di reati, non è detto che l’equazione immigrati uguale a criminalità sia fondata». Dalla guida si apprende che oggi in Italia vivono tra i 500 e i 750mila clandestini (l’1,09% della popolazione totale) ovvero il 25,6% di tutti i residenti stranieri nel nostro paese. Ma secondo il Viminale sono solo 150mila i clandestini identificati ogni anno, nemmeno un quarto della presenza irregolare in Italia. Sempre secondo l’Interno il numero di immigrati denunciati è il 31,6% del totale delle denunce e l’80% dei reati è commesso proprio da stranieri irregolari.

Ma per il manuale buonista sono i giornalisti i cattivi. Se la prende soprattutto con certi giornalacci, colpevoli di causare «ingiustificato allarmismo», di peccare di «superficialità ed eccesso di stereotipi» e di parlare di migranti «nel 52,8% dei casi, solo per articoli di cronaca nera». Giornalisti pazzi visionari, che scrivono sugli immigrati solo quando fanno qualcosa di male. E per rafforzare la predica cita Mario Morcellini, preside di Scienze della comunicazione alla Sapienza, che parla di «gigantografia della paura» da parte dei cronisti.

Poi la guida moralista si mette a dare anche i voti. Bocciato Il Giornale che ha interrotto troppo presto la pagina settimanale di Marina Gersony su Milano multietnica, «che ha avuto vita breve (2005-2007)». Promossi, manco a dirlo, altri «quotidiani più attenti alle questioni legate all’immigrazione» come L’Unità, Metropoli di Repubblica e L’Espresso. Secondo il manuale del buon giornalista le «poche eccezioni» in un mondo di giornalisti senza cuore, sono Radio Articolo 1, collegata alla Cgil, e Radio Popolare, vicina ai partiti e movimenti di sinistra. Insomma, per questa guida è eticamente scorretto parlare dei crimini commessi dagli immigrati. Neppure quando, nel 2010, un marocchino, drogato e senza patente, falciò a morte sette ciclisti nel catanzarese. O quando a Genova, nel 2011, una donna venne stuprata da un ghanese clandestino. E neppure se, un mese fa, una banda di romeni e albanesi venne beccata a spacciare droga ai minorenni nella provincia di Como.

Dulcis in fundo, proprio nei giorni in cui il governo Monti vara la riforma delle pensioni, che prolunga di tre anni l’uscita dal lavoro (69 anni), la guida informa: «Lo straniero, al compimento di 65 anni, può richiedere la pensione. Il lavoratore immigrato che vuole tornare nel proprio paese prima di aver maturato il diritto alla pensione, conserva tutti i diritti previdenziali e di sicurezza maturati, e potrà ottenere la totalizzazione dei contributi previdenziali maturati in Italia con quelli versati nel proprio paese».

Giornalisti avvisati.

Aeroporto di Comiso Il fantasma inaugurato e mai più riaperto

La Stampa

 

Nel 2007 la cerimonia con D'Alema, poi il nulla

 

L'aeroporto di Comiso

 

LAURA ANELLO

comiso (rg)

 

Due aerei sono atterrati su questa pista: l’Airbus 319 dell’allora premier D’Alema, arrivato nell’aprile del 2007 per intitolare lo scalo a Pio La Torre, e un modellino telecomandato fatto volare per protesta dal comitato proapertura due settimane fa. Poi più nulla sull’asfalto intonso dell’aeroporto di Comiso, costruito al posto dell’ex base Nato dove gli americani negli anni Ottanta installarono una ventina di missili nucleari Cruise ai quali La Torre si oppose. Niente di niente, se si escludono – ma non hanno ali – le Ferrari che il sindaco Giuseppe Alfano fece rombare l’anno scorso come su un circuito di Formula 1, in un diluvio di polemiche. Per il resto l’aeroporto di Comiso è il fantasma dei fantasmi. Aerostazione, piste, piazzole, torre di controllo. Tutto pronto, anche se non ancora collaudato. Ma neanche l’ombra dei 500 mila passeggeri che da qui, si calcola, transiterebbero ogni anno.

A dispetto dei 36 milioni di fondi europei e del Cipe spesi per la costruzione. E degli appelli, delle mobilitazioni, degli scioperi della fame di amministratori e politici. Oggi l’iniziativa più clamorosa, con l’ex sindaco Pippo Digiacomo (adesso parlamentare Pd all’Assemblea regionale) che guida l’occupazione del terminal Partenze dell’Alitalia a Fiumicino. Qui a Comiso, alle sette di sera di ieri, la partenza dei pullman alla volta di Roma, con centinaia di manifestanti. Digiacomo guida il corteo: «Partiamo non per chiedere elemosine – si accalora - ma perché ci venga riconosciuto il diritto di usufruire di un’infrastruttura vitale per la nostra terra. Una vicenda che per noi era un orgoglio è stata trasformata in una vergogna nazionale». Chissà se tutto questo servirà a convincere l’Enav (controllato interamente dal ministero dell’Economia) ad aprire la cassa per garantire i due milioni di euro l’anno necessari a pagare i controllori di volo.

Questo il problema che finora ha bloccato l’inaugurazione dell’aeroporto tra le colline del Ragusano: la Sicilia del barocco e dell’agricoltura di qualità che sogna di moltiplicare i turisti grazie a un gioiellino che fa gola a Ryanair. Soldi che mancano perché lo Stato non vuole riconoscere a Comiso il rango di scalo pubblico. A costruirlo, con i soldi dei contribuenti di tutta Europa, è stato il Comune, che si è lanciato nell’iniziativa quando D’Alema chiese al sindaco Digiacomo di ospitare seimila kosovari nell’ex base Nato.

Il progetto andò avanti, dal finanziamento alla costruzione, fino alla costituzione della società di gestione da parte del Comune e di due aziende. «Vadano pure avanti – disse allora l’avvocatura dello Stato all’Enac – ma sappiano che lo scalo sarà considerato privato».
Ora i nodi sono venuti al pettine. Ora che, sganciati i 60 vigili del fuoco in sovrannumero in caserma, lo Stato si è impuntato sui controllori di volo. Riunioni, confronti, calcoli. Finora inutili. A decollare sono state solo due inchieste: una penale e una per danno erariale.

Processo Ruby, Procura rinuncia a 40 testimoni, anche Emilio Fede Conceicao si contraddice in aula

Il Giorno

 

Le parole della brasiliana, che accolse in casa sua la giovane marocchina dopo il fermo in questura a Milano, sono così fitte di contraddizioni da rischiare un'incriminazione per falsa testimonianza

Screen 2012.6.30 8-42-29.5

 

Milano, 29 giugno 2012

Procura di Milano rinuncia ad una quarantina di testi che erano stati ammessi nell’ambito del processo sul caso Ruby a carico di Silvio Berlusconi. Per i magistrati è inutile citare e interrogare giovani ospiti di villa San Martino come Barbara Guerra, Raffaella Fico o Iris Berardi e anche Emilio Fede e Daniele Salemi, quest’ultimo agente, ad esempio, di Ambra Battilana e Chiara Danese, parti civili nel procedimento parallelo a carico di Lele Mora, Nicole Minetti ed Emilio Fede. E non è escluso che già dalla prossima udienza la Procura ‘tagli’ altri testi, prima tra tutti “la parte offesa”, cioe’ Ruby.

A dare l’annuncio in aula è stata il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, anche “alla luce anche dell’ultima testimonianza” resa in aula da Roberta Bonasia. Prima di lei, aveva concluso il suo esame Michelle Conceicao, la brasiliana che ospitò Ruby nel suo appartamento dopo il fermo della giovane marocchina in Questura la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010. L’udienza è stata quindi aggiornata al 9 luglio prossimo quando saranno interrogati, tra gli altri, Nicole Minetti e Lele Mora.

BONASIA: "CENE ELEGANTI" - Ultima testimonianza resa, nel pomeriggio, da Roberta Bonasia, l’infermiera professionale e concorrente di miss Italia, più volte ospite nella villa di Arcore come a Villa Certosa, che in aula ha parlato di cene “eleganti e tranquillissime” e ha negato gli spogliarelli nelle serate. Tutto quello che di equivoco è emerso nel corso delle intercettazioni disposte anche nei suoi confronti, la Bonasia lo ha spiegato come uno scherzo o magari una bugia detta li’ per li’.

CONCEICAO SI CONTRADDICE - La testimonianza della brasiliana è così fitta di contraddizioni da rischiare una incriminazione per falsa testimonianza. La teste si contraddice su quando ha conosciuto Ruby, su quando ha registrato il cellulare della ragazza sulla sua agenda elettronica, su una serie di altri particolari rispetto ai quali l’accusa confessa dati documentali. ‘’Ho incontrato per la prima volta Ruby ad Arcore nell’aprile 2010’’, ha raccontato Conceicao. Ma non è vero, e di fronte alle contestazioni del pm Ilda Boccassini, alla fine smentisce tutto: non e’ vero, l’ho conosciuta al ristorante. Mi sono confusa’’. Nei giorni scorsi proprio la Conceicao aveva dichiarato di avere visto Ruby infilarsi nella camera da letto di Berlusconi ad Arcore, ma la donna non è stata a Villa San Martino nelle serate in cui era presente la giovane marocchina. Dai tabulati telefonici risulta che la Conceicao si trovava ad Arcore l’11 luglio 2010, e basta.

Befera: "Niente suicidi per Equitalia" Ma i morti per crisi sono quasi 40

Libero

 

Il direttore dell'Agenzia delle Entrate: "Ci sono situazioni di sconforto, ma non spingono a togliersi la vita"

 

Screen 2012.6.30 8-38-33.7

 

Ci ha messo qualche settimana a tornare sull'argomento, ma Attilio Befera si è recordato dei 'suicidi per la crisi'. Il direttore dell'Agenzia delle entrate e presidente di Equitalia, a un convegno sul tema dei 'Principi e problemi pratici della leale collaborazione tra persone e amministrazione finanziaria', ha detto senza mezzi termini che "non c'è nessun suicidio a causa di Equitalia". Poi, per dare forza alla sua affermazione ha aggiunto che "noi abbiamo concesso rateazioni, bloccato le azioni di recupero laddove era necessario. Il governo, il Parlamento ci hanno dato la possibilità di fare proroghe: e così abbiamo dato 1 milione e 680mila ratezioni per qualche decina di miliardi, siamo attentissimi a questa situazione". Befera ha in parte ammesso il problema, ma negando una connessione con la sua società: "Che la crisi provochi delle situazioni di sconforto, per carità, lo riconosco e mi dispiace, ma attribuire un rapporto diretto di queste vicende con Equitalia è scorretto". Per Befera, insomma, non c'è stato alcun suicidio per crisi: peccato però che se ne sia scordati quasi 40...

L'amico di D'Alema a escort con la scorta

Libero

 

Giovanni Di Cagno, uomo forte del Pd in Puglia e vicino a Massimo, partecipava a incontri hard accompagnato dai carabinieri

 

Screen 2012.6.30 8-34-34.0

 

Il vizietto degli uomini del Pd di andare ad escort, facendosi accompagnare dalla scorta, si è ripetuto anche in Puglia. I fatti emergono  da un’informativa del Gico della Guardia di Finanza, citata ieri sul Fatto quotidiano, nei riguardi dell’avvocato barese Giovanni Di Cagno. Di Cagno, per gli amici “Gianni”, è come si dice al sud, “uomo di mondo”. Il principe del foro, balzato agli onori delle cronache nel 2009 quando - a seguito della maxi inchiesta “Domino” e poi “Domino 2”-  quando venne indagato e poi scagionato per riciclaggio, è  in Puglia figura di spicco del centrosinistra. Di lui si dice che sia uomo di fiducia di Massimo D’Alema, con il quale ha collaborato alla creazione della Fondazione “Italiani-europei”, e di Onofrio Sisto, esponente del Partito Democratico ed ex vicepresidente della Provincia di Bari.

Membro del circolo del Tennis di Bari, ex componente laico di centrosinistra del Consiglio superiore della magistratura, è avvocato di Michele Labellarte, presunto cassiere, morto nel 2009, del clan Parisi, una delle cosche più potenti del capoluogo pugliese.  Proprio Labellarte, di cui meglio parleremo dopo, avrebbe contribuito ai divertissement dell’avvocato.

Gabibbo alla sbarra troppo uguale a mascotte americana

Libero

 

Il celebre pupazzo Mediaset è identico a "Big red", che è il simbolo dell'Università del Kentucky e venne creato 11 anni prima

 

Screen 2012.6.29 21-57-42.9

 

Il Gabibbo alla sbarra in tribunale. Anni fa, il fondatore dello Sportello Antiplagio, Giovanni Panunzio, segnalò per primo la straordinaria somiglianza tra il pupazzo di Ricci e la mascotte Usa “Big Red”, attirando così la curiosità degli americani che da tempo ne rivendicano paternità e diritti (intorno al suo personaggio è nato un vero e proprio mercato che spazia dalla linea di oggetti per la scuola, ai gioielli “Mondo Gabibbo” sino ad arrivare ai costumi di carnevale che lo raffigurano). Nel 2003 la Western Kentucky University ha fatto causa a Mediaset-RTI e a Giochi Preziosi per 250 milioni di dollari, sostenendo che il pupazzo fosse copiato dalla mascotte dell’università. In due gradi di giudizio Ricci l’aveva spuntata, ma alcuni giorni fa il giudice Paola Maria Gandolfi di Milano ha dato ragione, in un’altra causa, all’ex studente americano che avrebbe creato il vero Gabibbo nel 1979, ben 11 anni prima che la mascotte calcasse gli studi di Cologno Monzese con la sua inconfondibile inflessione genovese. Mediaset ha annunciato appello d’urgenza contro la sentenza chiedendo (e ottenendo) la “sospensione immediata dei suoi effetti”. Ignoto il valore del contenzioso.

Morsi promette alla folla: libererò lo sceicco cieco

Corriere della sera

 

Il presidente parla alla folla e preoccupa gli Usa. Omaggio ai martiri della rivoluzione

 

Il nuovo presidente della Repubblica egiziana - sabato si insedierà dopo il giuramento davanti alla Corte costituzionale del Cairo - Mohamed Morsi ha tenuto un discorso alla folla in piazza Tahrir. Dopo aver reso omaggio ai martiri della rivoluzione, ha promesso il suo impegno per ottenere la liberazione di Omar Abdul Rahman, lo sceicco cieco che è stato ritenuto colpevole dell'attentato del 1993 al World Trade Center, in carcere negli Stati Uniti per scontare l'ergastolo

Il "cacciatore di hacker" Rapetto a Telecom

Corriere della sera

 

Il colonnello meno di un mese fa era stato spinto alle dimissioni dalla Finanza. Ora sarà consulente di Bernabé

di  Giuseppe Di Piazza


Umberto RapettoUmberto Rapetto

Dalla Guardia di Finanza alla Telecom, come consulente strategico dell'amministratore delegato Franco Bernabè. Sarebbe questo il nuovo incarico del colonnello Umberto Rapetto, 52 anni, ex comandante del Gat, Gruppo anticrimine tecnologico della Finanza. Come consulente di Bernabè, si occuperà da luglio di scenari digitali e internet.

Dopo anni di successo nella lotta al crimine informatico, ad hacker e truffatori, il colonnello, meno di un mese fa, era stato spinto alle dimissioni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che ha convinto l'ufficiale a sbattere la porta, è stata la decisione dei vertici di spedirlo come studente a un corso dove per sedici anni è stato docente.

Rapetto ha tre lauree (giurisprudenza, scienza della sicurezza e scienze internazionali diplomatiche), è docente universitario, e ha pubblicato molti libri su terrorismo, guerre digitali e organizzazione aziendale.

 

Giuseppe Di Piazza

29 giugno 2012 | 19:55

Celentano-Sky è scontro sul cartoon Adrian. «Tv cinica», «Rispetti i contratti»

Il Messaggero

 

ROMA - È scontro tra Clan Celentano e Sky sul progetto Adrian, una serie animata, ovviamente incentrata su Adriano Celentano, che il Clan avrebbe dovuto consegnare "chiavi in mano" già entro il febbraio 2011 a Sky che invece non ha ricevuto nulla nonostante, afferma la stessa Sky, abbia già anticipato oltre il 50% del compenso pattuito, ovvero «diversi milioni euro». Oggi il Clan ha lamentato, con una nota, che Sky abbia chiesto la risoluzione del contratto.

 

20120629_celentano1


La nota del Clan.

«Dopo anni di duro lavoro alla nostra serie animata 'Adrian' - afferma il Clan - , che ha visto coinvolti grandi artisti (insieme ad Adriano Celentano: Manara, Piovani e Cerami) ai più giovani talenti italiani (come gli sceneggiatori della scuola Holden di Baricco), Sky Italia ha improvvisamente richiesto la risoluzione del contratto sottoscritto con la nostra società, con il pretesto di non avere ricevuto in consegna la serie nei tempi previsti». Tempi - si sottolinea, «concordemente differiti da Clan Celentano e Sky Italia al 2013 (primi 13 episodi) e inizio 2014 (secondi 13 episodi), per la complessità e innovatività del progetto, come è già capitato per analoghe opere artistiche di eccezionale originalità, e la lunghezza della serie in animazione (26 episodi)».

«Ciò - prosegue il Clan Celentano - ha fatto in spregio dei moltissimi materiali prodotto nel frattempo dal Clan, della qualità ricercata, del talento e della passione di chi lavora con noi alla realizzazione di un'opera di particolare ambizione, estrosità e fantasia come Adrian». «Difenderemo strenuamente, ancor più in questo momento di grave crisi economica - aggiunge il Clan -, i posti di lavoro di tutti coloro che collaborano con noi su questo progetto, nonchè i diritti nostri e di Adriano Celentano». E in particolare, «contrasteremo in ogni modo questo tentativo di trasformare le esigenze artistiche di creazione di un opera inedita ed ambiziosa, in una inadempienza contrattuale con il consueto cinismo delle multinazionali». Per questo, conclude il Clan, «avvieremo immediatamente le pratiche legali necessarie ad ottenere l'adempimento delle obbligazioni contratte da Sky Italia nei nostri confronti e il risarcimento di tutti i danni, qualora Sky Italia proseguisse su questa linea».

La replica di Sky.
Ribatte Sky che anzitutto «non ha affatto annullato 'Adrian' che è una produzione del Clan Celentano realizzata nella massima autonomia autoriale ed editoriale da Adriano Celentano e dal suo team. Sky ha semplicemente chiesto al Clan Celentano di consegnare le puntate di 'Adrian' come previsto dal contratto firmato nel 2009. In quella data infatti il Clan Celentano si era impegnato a consegnare a Sky tutte e 26 le puntate di 'Adrian' entro Febbraio 2011». «Nel 2010 il Clan Celentano ha chiesto a Sky un anno di proroga, giustificandola - prosegue il testo - per la complessità e innovatività del progetto ma forse anche perchè il Clan Celentano aveva da poco fatto causa al produttore esecutivo 'Cometa Film' ed interrotto la collaborazione anche con Enzo D'Alò, supervisore esecutivo da loro scelto per 'Adrian'. Nonostante già nel 2010 Sky avesse corrisposto una cifra molto considerevole al Clan per questo prodotto, in considerazione della stima per Adriano Celentano, Sky ha acconsentito ad uno slittamento di un anno delle consegne».

La replica di Sky prosegue sottolineando che «successivamente il Clan Celentano ha identificato un nuovo produttore esecutivo: Mondo TV Spa. Purtroppo il 30 Giugno 2011, via agenzia di stampa, Sky ha appreso che il Clan Celentano era entrato in causa anche con loro. In seguito a quell'annuncio il 1 Luglio 2011 il Clan ha confermato a Sky che i tempi di consegna sarebbero stati comunque rispettati. Dopo un mese però il Clan ha chiesto un ulteriore slittamento di un anno circa. Successivamente, nei mesi scorsi, il Clan ha richiesto a Sky un nuovo slittamento delle consegne sino al 2014. Questo nonostante Sky avesse a già corrisposto anticipi per oltre il 50% del totale, una cifra di diversi milioni di euro».

Purtroppo, anche l'ammirazione profonda per quello che Adriano Celentano ha significato per la cultura popolare del nostro paese non può giustificare -rimarca Sky - oltre tre anni di ritardo e dunque, questa settimana, Sky ha semplicemente richiesto al Clan Celentano di adempiere ai suoi impegni e di consegnare le puntate di 'Adrian', in modo che l'opera possa essere messa in onda nell'interesse dei nostri abbonati».

«In questa vicenda Sky ha garantito ad Adriano Celentano dal primo giorno di essere quell'uomo libero celebrato in una sua grande canzone, accettando di rinviare consegne concordate, qualcosa che si fa davvero di rado, così come ancora meno capita di scoprire dalle agenzie stampa che una produzione perde i pezzi per strada. Ma, accanto all'indiscutibile valore della libertà editoriale, c'è anche quello del rispetto degli impegni professionali presi, impegni che gli oltre 13.000 italiani che collaborano con Sky rispettano ogni giorno, un valore che siamo certi un artista come Adriano Celentano, che nella sua straordinaria carriera ha svolto tutti i ruoli compreso quello di regista, produttore e scrittore, non può non apprezzare», conclude Sky.

Venerdì 29 Giugno 2012 - 19:55
Ultimo aggiornamento: 19:56

Ecclestone porta la F1 a Londra "Meglio delle Olimpiadi"

La Stampa

 

La gara nei luoghi simbolo della città Progetto pronto: costa 35 milioni, pago io

Bernie Ecclestone, 81 anni, gestisce i diritti commerciali della F1

 

stefano mancini

«Questa volta offro io», promette Bernie Ecclestone. Pur di portare la Formula 1 nelle vie di Londra, pur di far risuonare davanti a Buckingham Palace i 127 decibel di una monoposto (il rumore di un jet al decollo prolungato per quasi due ore), il Supremo, come lo chiamano in patria, è disposto a mettere mano al portafoglio. Trentacinque milioni di sterline, 42 milioni di euro al cambio attuale, tanto ha offerto per coprire tutte le spese, riservandosi ovviamente un montericavi che prevede tre volte più ricco. Meriterebbe una controparte che tratti come fa lui con gli altri organizzatori di Gran premi: ce ne dia il doppio e firmiamo subito il contratto.
Ma l'anziano boss sa essere convincente: sarà (sarebbe) lui a coprire i costi della promozione, dei palchi e della chiusura delle strade, oltre a non pretendere dal governo britannico alcun pagamento per i diritti alla corsa. «Pensate a cosa significherebbe per il turismo. Sarebbe fantastico, ottimo per Londra, ottimo per l'Inghilterra - ha detto Ecclestone al Times –.

Molto meglio delle Olimpiadi». Londra diventerebbe come Monaco, con un circuito che tocca Palazzo reale e si snoda accanto ai luoghi simbolo di una delle più affascinanti capitali del Mondo: da Trafalgar Square a Hide Park, dal Wellington Memorial al Parlamento, con traguardo sul Mall e tribune in grado di ospitare fino a 120 mila spettatori. La fattibilità? Gli studi per il tragitto e i costi sono stati finanziati dal Banco Santander, sponsor del Gp d'Inghilterra della prossima settimana, e condotti da Popolous, lo studio di architetti che ha realizzato lo stadio olimpico e ristrutturato il circuito di Silverstone. Un'idea simile Ecclestone l'aveva avuta otto anni fa, accompagnata da un'esibizione in Regent Street, ma l'allora sindaco Ken Livingstone si era lamentato dei costi. L'attuale primo cittadino, Boris Johnson, deve invece decidere su un evento a costo zero. Ma l'abbinamento tra la metropoli e la Formula 1 non funziona automaticamente. Ecclestone aveva già organizzato e inserito nel calendario provvisorio del 2013 il Gp di New York, da disputare in New Jersey con lo sfondo della sky line di Manhattan (lui in questo caso non ci avrebbe messo una sterlina).

La settimana scorsa, l'ottantunenne patron ha annunciato che la corsa è saltata sebbene le previsioni di ricavi fossero altrettanto ottimistiche. Il Gran premio di Londra rimane altrettanto aleatorio (i bookmaker d'Oltremanica lo prevedono a partire dal 2016), però fa bene all'immagine. La Formula 1 ha bisogno di un'energica lucidata. L'ultima macchia l'ha lasciata la condanna di Gerhard Gribkowsky, ex consigliere di amministrazione della banca tedesca BayernLb: 8 anni e mezzo di carcere per una mazzetta di 44 milioni ricevuta da Ecclestone, che sostiene di essere stato vittima di un ricatto.

Se la giustizia tedesca dovesse perseguire Mr Bernie, la Mercedes potrebbe lasciare il campionato, con conseguenze pesanti: la perdita di uno dei due grandi costruttori di automobili rimasti in F1 (l'altro è la Fiat con la Ferrari), nonché fornitore di motori a McLaren e Force India. La Mercedes, tra l'altro, è l'unica grande squadra a non aver ancora rinnovato con Ecclestone il contratto (in scadenza il 31 dicembre) per la spartizione dei diritti commerciali. Il Supremo passa oltre. In tempi recenti è riuscito a far correre il suo giocattolo tra le vie di Valencia e di Singapore, e a portarlo nelle economie in crescita, dall'India alla Cina ai Paesi arabi. Londra è un nuovo progetto visionario, tanto da meritare un investimento personale: se salterà, ci sarà qualcun altro. Perché non Parigi la prossiva volta?

La leggenda dello zulù volante

La Stampa

 

Cyril, l'uomo che inseguendo un sogno sfida i Monti dei Draghi

Lorenzo Cairoli*

 

E’ una bellissima storia. Se ora, navigando in rete, leggessi che un regista come Herzog ha deciso di girarci sopra un film, non mi stupirei affatto. Titoli di testa in Sudafrica, e più precisamente nella popolosa regione di Kwa-Zulu Natal. E’ qui che si trovano i Monti dei Draghi. I bianchi li chiamano Drakensberg, gli zulù, più poeticamente, uKhahlamba, barriere di lance. Sono i monti più alti del paese. Sei di questi svettano abbondantemente sopra i 3000 metri. Nelle caverne di arenaria, turisti, geologi e antropologi trasecolano ogni giorno dinanzi ai graffiti degli aborigeni, lungo i fianchi della catena montuosa si estende invece un parco nazionale che l’Unesco protegge dal 2000 e che comprende le Tugela Falls, le più alte cascate del mondo dopo quelle venezuelane dell’Angelo. I Monti dei Draghi attirano alpinisti da ogni parte del paese ma sono conosciuti soprattutto come il paradiso dei parapendisti sudafricani, un po’ quello che Malibù, Ventura e Topanga Point rappresentano per i surfers californiani.

In uno dei villaggi ai piedi delle barriere delle lance vive un ragazzino zulu di nome Cyril. Cyril passa intere giornate con gli occhi incollati alle montagne aspettando con ansia l’arrivo degli angeli bianchi. Ogni volta che li vede tuffarsi dalle montagne e fluttuare nel vuoto impazzisce di gioia. Un giorno, sogna, volerò anch’io come loro. Ma il giorno non arriva e lui, stanco di sognare, passa all’azione. Si costruisce dei prototipi di parapendio in miniatura. Per le ali si arrangia con la plastica dei sacchetti del pane, per i fasci funicolari con lo spago dei sacchi delle arance. Quando li brevetta i risultati sono sorprendenti. I prototipi volano che è una meraviglia. Cyril decide così che è arrivato il momento di costruirsi un vero parapendio. Si procura corde, fili metallici e sacchi per fertilizzanti. Le ali le ricava dai sacchi che cuce usando per ago e filo, il filo metallico e le corde. Poi, sempre da solo, si costruisce la selletta; il fondo della selletta di solito è rigido ed imbottito, per assorbire eventuali urti dovuti ad un atterraggio troppo violento. La sua la imbottisce gonfiando degli imballi da vino. Dopo una dozzina di tentativi, trova finalmente una perfetta sintonia col suo parapendio. Benché rudimentale e primitivo può trasportare 45 chili e il tredicenne Cyril riesce a compiere evoluzioni che lasciano a bocca aperta i migliori professionisti.

La leggenda del piccolo zulu volante si diffonde a macchia d’olio. Jonathan ‘JJ’ Bass uno dei piloti più famosi ancora oggi ripensando al primo parapendio di Cyril rivela “A vederlo inorridivi; nessuna persona sana di mente avrebbe volato con quel trabiccolo, però a guardarlo nel dettaglio, ti accorgevi che era stato assemblato da un piccolo genio. I fasci funicolari, ad esempio. Non ne mancava uno e tutti erano al posto giusto. Ci vogliono anni e studi seri per riuscire in questo. A Cyril invece bastò solo guardarci volare“. Bass decide di trasformare il piccolo zulu volante in un parapendista da competizione. A 14 anni Cyril ottiene la licenza da pilota. A 16 entra nel circuito professionistico, primo nero nella storia del parapendio sudafricano. Sono però anni turbolenti nel paese; l’apartheid sta per finire, ma prima di lasciare il potere ai neri, la vecchia nomeklatura vende cara la pelle. Un nero che vola liberamente nei cieli sudafricani spaventa. Il sottointeso simbolico e metaforico è pericoloso, può incendiare l’immaginazione di altri adolescenti. Gli mettono bastoni tra le ruote, e altri bastoni se li mette lo stesso Cyril.

Party, ragazze facili, agenti bugiardi che gli promettono contratti con ditte del settore, anche una particina in un film, in cambio di una firma. Lui firma ma resta al palo. E intanto le gare vanno di male in peggio, lui cade in depressione, volare non gli dà più gioia. «Vedevo un parapendio - ricorda Cyril- e mi veniva da vomitare». Lascia il circuito e scompare. Per anni vive da zingaro; cuoco, cameriere, lavapiatti, passando da un capo all’altro del paese. Poi un giorno il parapendista Jo Chananie incontra casualmente a un meeting un amico di Cyril. «Dov’è lo zulù volante?» – gli chiede Jo. «Lavora in un ostello di Durban»– gli risponde l’altro. Jo si fa dare il numero di telefono di Cyril e lo tempesta di telefonate. E Cyril torna a volare. Oggi Cyril ha 31 anni e con l’aiuto di Laura Nelson, figura carismatica del parapendio sudafricano, insegna in una scuola di parapendio e ha ripreso anche a gareggiare. «Ho imparato a volare quando in Sudafrica tutto era turbolento. Adesso che la mia gente è felice e il cielo di nuovo sereno, è giusto che il piccolo zulù torni a far sognare».

*Scrittore, sceneggiatore, blogger giramondo, racconta il mondo di oggi e le sue contraddizioni

Come l'iPhone ha cambiato il mondo

La Stampa

 

Compie oggi cinque anni lo smartphone di Apple: ha rivoluzionato la telefonia, il mondo dei computer e la vita di tutti noi. Anche di chi non lo usa

 

A cinque anni un essere umano è un bambino, ma un gadget o è scomparso o è entrato nella storia. Con l’iPhone, che oggi compie cinque anni, è successo proprio questo: ha rivoluzionato l’industria della telefonia mobile, scardinando gerarchie che parevano inattaccabili, ha inventato nuovi modelli di business, ha stabilito nuovi canoni di design, usabilità, flessibilità. Ha contribuito, prima da solo poi con la spinta decisiva dell’iPad, alla nascita di una nuova era dell’informatica in cui il computer ha smesso di essere l’elemento più importante. 

La prima versione dello smartphone Apple arrivò nei negozi americani il 29 giugno 2007, quasi sei mesi dopo la presentazione. Ci furono le prime lunghe code agli Apple Store, le prime recensioni entusiastiche, i primi commenti negativi. E il primo modello di limitazioni ne aveva: niente Umts, fotocamera da appena 2 Megapixel, zero copia e incolla, tempi di trasferimento dei file via Usb lunghissimi. Non inviava Mms, era piuttosto pesante, la batteria non si poteva sostituire e soprattutto non c’era una tastiera fisica. Da noi non è mai arrivato ufficialmente, ma per mesi è stato il souvenir più ambito per chi tornava dagli Usa, e alle casse dell’Apple Store sulla Fifth Avenue c’era sempre qualche italiano che ne stava acquistando uno (nel settembre 2009, invece, Apple mise in vendita l’iPod Touch, basato sullo stesso sistema operativo, e MondoMac gli dedicò una lunghissima recensione).

Cinque anni dopo, e 250 milioni di esemplari più tardi, Apple è la compagnia più quotata al mondo, non ha più la parola computer nella ragione sociale e non esiste un solo smartphone che non sia ispirato nel design all’iPhone. Perfino quelli più originali, come il Nokia Lumia 800 o il nuovo Samsung Galaxy S3, sono delle tavolette che si comandano col tocco, e al massimo hanno due o tre pulsanti fisici. Ha resistito (ma non troppo) solo Rim, col Blackberry: e non è detto che sia stata una scelta saggia. Android, che nel frattempo ha scalzato il sistema di Apple dal trono del più diffuso al mondo, nella sua essenza non è poi tanto dissimile dall’iPhone OS di cinque anni fa, e se una novità si vede in questo settore è semmai Windows Phone di Microsoft.

Cinque anni più tardi (sarebbe però meglio dire quattro, visto che lo store è arrivato solo nel 2008) esistono ecosistemi di app per quasi ogni apparecchio elettronico: tablet, lavatrici, televisori e chissà che altro. Attraverso gli smartphone passa la maggior parte del traffico internet degli Usa, ma tra poco sarà così anche da noi: gli operatori mobili si affannano a potenziare le strutture di trasmissione dati, che oggi contano (e rendono) più del traffico voce.

Lo smartphone è un compagno indispensabile nella vita di ogni giorno, dove segnare la lista della spesa e rispondere alle mail, leggere libri, prenotare la vacanza e chattare con gli amici. Serve per le foto e i video, ma anche per scrivere articoli e fare interviste, per non perdere la strada e per controllare il conto in banca. Sarebbe stato possibile senza l’iPhone? Forse no, o almeno non così presto, ed è questo il merito più grande che si possa riconoscere all’invenzione di Steve Jobs: aver tagliato i ponti col passato, fatto piazza pulita di tutti i goffi tentativi di costruire un telefonino intelligente aggiungendo funzioni nuove ad apparecchi esistenti (Nokia, ad esempio, aveva in catalogo “computer multimediali tascabili” già nel 2005). Invece l’iPhone era nuovo, intuitivo, amichevole.

Era supertecnologico ma non incuteva timore, e poi era terribilmente cool, come quegli iPod da cui discendeva. Steve Jobs è scomparso il 5 ottobre 2011, qualche ora dopo il lancio dell’ultimo iPhone. Fino all’ultimo ha lavorato a una nuova versione del supertelefonino di Apple, scegliendo di lasciare ad altri i miglioramenti del 4S per concentrarsi sulle nuove funzioni del prossimo modello. Arriverà tra settembre e ottobre e sarà l’ultimo prodotto della Mela a portare la sua firma.

Tifosi in festa, il carabiniere estrae la pistola

La Stampa

 

Momenti di tensione, ieri sera a Piacenza, durante i festeggiamenti per la vittoria dell’Italia. Un video postato su YouTube, che sta suscitando polemiche in città, ritrae il fermo di un giovane che a bordo di un’auto di grossa cilindrata non si sarebbe fermato all’alt dei carabinieri e avrebbe sfiorato un militare, che ha estratto la pistola d’ordinanza. Un gesto, quest’ultimo, che ha scatenato la reazione degli altri tifosi, che hanno accerchiato i militari, indirizzando nei loro confronti insulti e cori di scherno e lanciandogli addosso della birra. Nel parapiglia ripreso dal video si vede un giovane cadere per terra. Medicato al pronto soccorso dell’ospedale di Piacenza, il giovane finito a terra ha riferito di essere stato colpito da spray urticante. Particolare, quest’ultimo, non confermato dai carabinieri, secondo cui «è stata seguita la procedura operativa e il militare che ha estratto l’arma lo ha fatto soltanto quando si è sentito legittimamente minacciato»

 

L'Unesco riconosce la Basilica della Natività Contestazioni da Israele e Stati Uniti

Corriere della sera

 

La più antica chiesa cristiana non viene restaurata da 150 anni Ora è tra i patrimoni dell'umanità. I palestinesi: «Giorno storico»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE Francesco Battistini

 

GERUSALEMME – Sedici sì e un lungo applauso. I palestinesi ce l'hanno fatta e nove mesi dopo la battaglia per una poltrona all'assemblea Onu, dopo essere entrati a pieno diritto nell'Unesco, con un voto che non sorprende sono riusciti a inserire un tesoro artistico della Cisgiordania nell'elenco dei patrimoni mondiali dell'umanità da tutelare. È la prima volta che accade. E accade con la Basilica della Natività di Betlemme. «È un giorno storico – esulta Abu Roudeina, portavoce del presidente Abu Mazen - È una vittoria della nostra causa e della giustizia. È un riconoscimento globale dei diritti del nostro popolo. Perché si tratta d'un sito a rischio, a causa dell'occupazione israeliana e della costruzione del Muro di separazione. Dimostra inoltre che è naturale che il mondo sia con noi e riconosca i diritti del popolo palestinese e lo Stato di Palestina».

VENTI SITI - Il Comitato per il Patrimonio dell'Unesco, riunito a San Pietroburgo sotto la presidenza russa, su richiesta dell'Autorità palestinese ha preso in considerazione il caso Betlemme con una procedura d'urgenza, contestata da israeliani e Usa, stralciandolo dall'elenco dei venti siti da proteggere (da Hebron alle grotte di Qumram, fino ale coste di Gaza) che il governo Fayyad aveva sottoposto nei mesi scorsi all'Onu. Una volta votato il sì all'inclusione di altri tesori assai meno controversi, come la città di Timbuctu o la tomba di Askia in Mali, l'Unesco ha aperto il dossier della Natività e ha deciso rapidamente: solo sei i contrari e due gli astenuti. La decisione era prevista ed era anche stata anticipata nei giorni scorsi, durante la visita del presidente russo Vladimir Putin proprio alla Basilica di Betlemme.

«DECISIONE POLITICA» - Il voto non è, naturalmente, solo culturale. Per i palestinesi, significa un altro riconoscimento nelle organizzazioni internazionali (la città vecchia di Gerusalemme, per esempio, è elencata dall'Unesco fra le zone contese e quindi non attribuibili a uno Stato, nonostante Israele la consideri parte della sua capitale). E per questo, la decisione è considerata dagl'israeliani «totalmente politica, capace di danneggiare l'Onu e la sua immagine». Severi anche gli americani, che si dicono «profondamente delusi»: «Si tratta d'un sito sacro per tutti i cristiani» e «non dovrebbe essere politicizzato», nota l'ambasciatore David Killion. La procedura d'urgenza in particolare, usata assai di rado e solo per le situazioni gravissime, secondo Usa e Israele non doveva essere invocata in questi casi. La Natività non viene restaurata da 150 anni, un recente studio del Cnr italiano ha stabilito che vi sono alcuni punti a rischio di crollo, giudicando l'intervento di restauro «di media complessità».

LA CHIESA PIÙ ANTICA - Per quanto strano, in un elenco che pure comprende il Salto del Bufalo schiantato in Canada o le vecchie fabbriche siderurgiche svedesi, luoghi di sicura bellezza ma forse non conosciutissimi, la più antica chiesa consacrata della cristianità era finora rimasta fuori dall'elenco dei luoghi da salvare, proprio per un incrocio di veti politici e di contese religiose. L'ultima raccolta di soldi per i restauri, per un paradosso, era stata organizzata mesi fa da governi musulmani come l'Arabia Saudita, la Giordania e il Qatar. E anche la gestione dei fondi necessari al restauro, stimati in circa 30 milioni, è stata finora affidata all'Autorità palestinese e al suo ministro per gli Affari cristiani. Contrarie al riconoscimento di patrimonio Unesco, nei mesi scorsi, si sono dette anche la Custodia francescana di Terra Santa, la chiesa armena e greco-ortodossa, che conservano la Basilica secondo una rigida rotazione stabilita dallo storico «status quo»: avrebbero preferito che l'Unesco mettesse sotto tutela l'intera città di Betlemme, lasciando la Natività fuori dal «tentativo di strumentalizzare i luoghi santi a uso politico».

 

Francesco Battistini

29 giugno 2012 | 18:10

Bomba di notte, di giorno non si poteva» Vantaggiato e l'audio della confessione

Corriere della sera

 

Il frammento è relativo all'interrogatorio del 6 giugno. Per la difesa non aveva intenzione di provocare strage

 

 

BRINDISI - «Collocata di notte perché di giorno non si poteva». È sul «collocata», piuttosto che fatta esplodere, che la difesa (l'avvocato è Franco Orlando) punterà tutto per dimostrare che Giovanni Vantaggiato, il 68enne di Copertino, non aveva nessuna intenzione di provocare una strage e quindi nessuna «finalità terroristica», l'aggravante contestata dai pm della Dda, Cataldo Motta, Guglielmo Cataldi e Milto De Nozza, su cui si giocherà la partita dinanzi al Tribunale del Riesame di Lecce, il 3 luglio prossimo. Vantaggiato utilizza il plurale e ciò fa presupporre, lo ritiene l'accusa, che non abbia agito da solo. Per la difesa, si tratta invece soltanto di un difetto di comunicazione, dell'abitudine tutta salentina a usare il «noi». «Alla mattina l'abbiamo...» va avanti il presunto killer che si trova in isolamento nell'ala femminile del carcere di Lecce.

LA TESTIMONIANZA - Il frammento di audio è relativo alla prima confessione di Vantaggiato, quella del 6 giugno scorso. L'uomo ha risposto nuovamente ai pm circa due settimane dopo, quando ha ammesso le proprie responsabilità relativamente a un altro attentato, compiuto a Torre Santa Susanna nel febbraio del 2008.

 

Roberta Grassi

29 giugno 2012

Hitler? Un protettore dei diritti umani»

Corriere della sera

 

Sondaggio choc nelle scuole tedesche: metà degli studenti non sa chi era il Führer e un terzo pensa fosse un democratico

 

BERLINO – Klaus Schroeder, il professore di scienze politiche della Freie Universität di Berlino che ha diretto la ricerca è abbastanza sconsolato: «Forse dovremmo aumentare le lezioni di storia contemporanea e diminuire lo studio delle altre epoche». Il problema, infatti, è che la metà degli studenti liceali tedeschi non sa che Hitler era un dittatore, mentre un terzo di loro pensa che abbia protetto i diritti umani. Per quattro ragazzi su dieci i concetti di democrazia e dittatura si equivalgono. «Democrazia o dittatura? E’ la stessa cosa!», è proprio il titolo dell’articolo di uno dei giornali tedeschi che ha dato notizia dei risultati dello studio, realizzato intervistando 7.400 studenti in cinque tra i maggiori Länder del Paese: Baviera, Baden-Württenberg, Nord Renania- Vestfalia, Sassonia-Anhalt e Turingia. Tre all’Ovest e due all’Est.

E’ ancora Schroeder ad ammettere che «questi studenti non hanno quasi nessuna conoscenza politica e non hanno nessuna idea di concetti come ‘libertà di parola’ o ‘diritti umani’». Secondo la ricerca, due terzi degli studenti non sono in grado di dire se la Repubblica democratica tedesca, nata dopo la seconda guerra mondiale e crollata con la caduta del muro di Berlino, fosse uno Stato totalitario. Solo la metà è capace di affermare che l’ex Germania Occidentale era uno Stato democratico, mentre il 40% per cento dimostra di non conoscere quale sia il tipo di governo attuale del Paese dove vive. Anzi, per il 39 per cento degli interpellati anche la Germania di oggi, quella di Angela Merkel, non è un Paese democratico. Un particolare interessante è che i ragazzi maggiormente in grado di distinguere tra democrazia e dittatura risiedono in un Land che prima faceva parte della Germania comunista come la Turingia.

«Sono troppi a non riconoscere la linea che separa democrazia e dittatura», dice ancora Schroeder. Quali sono i rimedi a questo fenomeno, che si registra tra l’altro in un Paese dove il sistema scolastico è ritenuto particolarmente efficiente? L’opinione del professor Schroeder è che a fianco di un insegnamento più moderno della storia vada rafforzata la preparazione dei giovani sui valori-chiave della nostra epoca, come la libertà, la protezione dei diritti umani, il pluralismo, lo Stato di diritto. Sono molto utili, inoltre, le visite ai luoghi-simbolo del passato. Un accenno significativo, questo, dopo la polemica scoppiata qualche tempo fa per la decisione della federazione calcistica tedesca di inviare solo una ridotta delegazione, e non tutta la squadra nazionale, a visitare l’ex campo di concentramento nazista di Auschwitz.

 

Paolo Lepri

29 giugno 2012 | 18:34