mercoledì 27 giugno 2012

La valigia perfetta di Fido: le vacanze con i nostri cuccioli

Il Messaggero

di Annalisa Fantilli

 

ROMA - Per gli appassionati di animali progettare una vacanza insieme al proprio micio o al proprio cagnolino è un grande piacere. Sempre più italiani decidono di portare al mare, in montagna o perfino in campeggio il cucciolo di casa, a cui durante l’inverno spesso non si riesce a dare mai la giusta attenzione. Le strutture ricettive, così come le spiagge, ormai da qualche anno si stanno adeguando, ma prima di partire occorre controllare di aver portato con sé tutto l’occorrente.

 

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Alla vigilia della partenza. Partire con gli amici a quattro zampe è una vera passione, ma richiede anche impegno e dedizione. Bisogna quindi pianificare il viaggio. Oltre a scegliere strutture adeguate si deve pensare alle esigenze degli animaletti anche durante il tragitto. Se si viaggia in auto sarebbe bene effettuare delle soste, per permettere al cucciolo di bere, e mettere le tendine parasole ai finestrini, per creare un po’ di fresco.


La valigia del cane. Se viaggiate con il vostro cagnolino, in valigia non dovranno mancare: museruola e guinzaglio, a cui Fido deve già essere abituato; le ciotole dell’acqua e del cibo, che deve essere uguale a quello che mangia abitualmente; libretto sanitario e medicinali, perché non si sa mai; spazzola e shampoo, per la pulizia del pelo, e i sacchetti igienici, se dovesse sporcare dove non si può.


La valigia del gatto. Non dovranno mai mancare nella valigia del vostro micio: il libretto sanitario e i medicinali, per ogni evenienza; la ciotola del cibo e dell’acqua, sarebbe meglio portare con sé i croccantini che mangia anche a casa; i giochini e il tiragraffi; la lettiera; la paletta e i sacchetti igienici.


Precauzioni per il trasporto. Se si viaggia nell’Unione Europea è obbligatorio che il cucciolo abbia il passaporto europeo. Fate controllare l’animaletto dal veterinario qualche settimana prima della partenza e segnalate al dottore la destinazione delle vostre vacanze, in modo che possa, eventualmente, consigliarvi dei trattamenti specifici. Ricordate, inoltre, di controllare che i dati identificativi sulla medaglietta del vostro cane o gatto siano chiari e leggibili.


Avvertenze! Il micio, si sa, non ama lasciare il suo territorio, ogni piccolo cambiamento può causargli malessere. Ecco perché i primi giorni in cui si arriva in un nuovo posto è meglio non farlo allontanare, diamogli il tempo di ambientarsi! Il cane è pronto già dopo qualche mese di vita a seguire il proprio padrone. Vacanze, gite o semplici escursioni: Fido vi accompagnerà fin da subito nel tempo libero, ma attenzione deve essere ben educato.

Mercoledì 27 Giugno 2012 - 16:57
Ultimo aggiornamento: 16:59

Sappiamo quello che stai facendo" E lo pubblichiamo su Internet

La Stampa

 

Il sito «We Know What You're Doing»", creato da un diciottenne americano, mostra come in molti ancora non si rendano conto che non è il caso di inserire su Interent contenuti compromettenti, potenzialmente visibili a tutti

FEDERICO GUERRINI

 

Qualche tempo fa, aveva attirato l'attenzione della stampa internazionale un sito chiamato PleaseRobMe! Un paio di programmatori avevano mostrato come fosse facile, per un eventuale malintenzionato, venire a conoscenza di abitazioni senza inquilino, semplicemente controllando i tweet e i check-in su Foursquare di persone che comunicavano ai loro follower di dover assentarsi per un po'. Niente però di paragonabile a quanto sta accadendo con un esperimento simile, un sito chiamato We Know What You're Doing , che il programmatore diciottenne Callum Haywood ha messo online per sensibilizzare i navigatori a non divulgare troppe informazioni sul proprio conto sui social network. Specie se si tratta di informazioni e affermazioni che non si avrebbe piacere fossero note al vasto pubblico.


Leggi: il fatto che si è reduci dai postumi di una sbronza, le imprecazioni e le lamentele nei confronti del proprio capo ufficio, l'ammissione di assumere sostanze stupefacenti, il proprio numero di telefono. Se si permette che dati come questi siano accessibili a tutti tramite il Web, inutile poi lamentarsi se il capo ti licenzia, ricevi molestie telefoniche, o la polizia decida di bussare alla tua porta per un controllo. La comprensione di questa semplice verità sembra però ancora fuori dalla portata di molti internauti, come reso palese dai numerosi commenti “inappriopriati” che Haywood, senza adoperare alcun particolare trucco da hacker ma limitandosi ad attingere a quanto reso pubblico tramite le intefaccie di programmazione (quelle adoperate dagli sviluppatori esterni per costruire le proprie app) di Facebook e Foursquare: quindi non solo aggiornamenti di stato, ma anche check-in degli amici.


“Ero scioccato dal tipo di cose che le persone rivelavano nei loro post su Facebook – ha raccontato Haywood a Cnn – e questo è uno dei motivi per cui ho lanciato il sito”. A far scattare l'ispirazione era stato anche un video visualizzato su YouTube, la clip di un intervento al raduno Ignite di Londra, intitolato in modo assai pertinente, “I know what you did five minutes ago”.
Messo on line lunedì notte il sito di Haywood per la sera del martedì aveva già totalizzato più di 120.000 visitatori unici e 5.000 “mi piace” su Facebook, oltre a qualche critica che ha indotto l'autore a porre maggiore attenzione nella pubblicazione dei post, rendendo irriconoscibili, ad esempio, i numeri di telefono. Resta il fatto che, come sottolinea egli stesso, “tutte le informazioni visibili sul mio sito, sono di dominio pubblico sul Web”. Oscurare We Know What You're Doing non risolverebbe perciò il problema di base, che è quello di educare chi naviga su Internet a regolare in modo efficace i controlli di privacy.


Quelli di Facebook, riconosce lo stesso Callum, se usati in modo appropriato, sono ottimi. L'importante è non accontentarsi delle impostazioni predefinite e, recandosi nella pagina apposita, controllare in maniera granulare la visibilità dei contenuti. Un'operazione di cui purtroppo molti utilizzatori del social network ancora non fanno uso.

I Park Art, e sulle strisce blu si parcheggia l'arte

Il Giorno

 

L'idea di occupare i parcheggi in maniera creativa è venuta a Mattia Rizzi nel 2009. E il 1 luglio, l'evento sarà riproposto in piazzale Minniti, in zona Isola

di Andrea Ruscitt

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Milano, 27 maggio 2012

 

Pagare per poi parcheggiare un'auto non rientra nella normalità degli artisti. La soluzione allora è I Park Art, il progetto creato da Mattia Paco Rizzi nato per adattarsi a qualsiasi clima e latitudine. Per realizzarlo non serve infatti altro che: strisce blu, parcometri e, naturalmente, pezzi d'arte. Inserendo nell'apposita fessura una manciata di monetine, scultori, pittori, ballerini e musicisti, sono chiamati a pagare il suolo pubblico, e solo allora occuparlo, ma con un occhio sempre fisso all'orologio, perché non scada il tempo.


Il battesimo è stato a Genova, nel 2009. “Mi sono laureato in architettura portando una tesi sullo studio delle nuove vie del fare artistico, che portino ad esporre fuori dalle mura dei musei, a diretto contatto con le persone”, ricorda Mattia, che oggi vive a Parigi, da dove continua a supervisionare la sua creatura, impegnandosi però anche in altri progetti con base sia in Francia che a Bruxelles.


C'è voluto un po' di tam tam su internet, quindi su Facebook; finchè nel 2010 è stato organizzato il primo I Park Art Day, l'occupazione artistica dei parcheggi che si tiene in contemporanea in diverse città. I numeri, prima piccoli – cinque città partecipanti, di cui tre italiane – si sono gonfiati, fino a toccare le 28 adesioni nel 2011, con città che andavano da Milano, a Roma, Torino, Crema, Cagliari, fino a Parigi, Lima, Città del Messico, Londra, Lisbona, Russia e Filippine.


“Parigi ha dato grandi soddisfazione. Gli artisti, cinquanta in tutto, sono partiti da un parcheggio, poi lentamente si sono espansi fino a riempire un'intera strada. Il concetto di fondo è trasformare i luoghi in qualcosa d'altro. Non ci sono selezioni di artisti, non conta il curriculum, c'è solo la voglia di autoaffermarsi. Il mio scopo è uscire dalla logica delle gallerie d'arte, creando qualcosa che non abbia alcun fine commerciale”.


Con il passare degli anni, il progetto ha cominciato a camminare con le proprie gambe, e nelle città sono nate tante piccole cellule autonome. Tra queste quella di Milano: “stavo facevo zapping in Internet quando ho scoperto I Park Art – racconta Francesca Maio, grafica e web designer che assieme all'amica Lucia Formato ha creato l'Associazione Logo, che oggi si occupa dell'evento milanese -. Ho amato l'idea; l'ho voluta a Milano”.


L'occupazione artistica non è nuova nella terra della Madonnina, ma manca ormai da qualche tempo. “Il 19 di maggio, in diverse città italiane, si è festeggiato l'I Park Art Day; a Milano però non è stato fatto nulla causa tempo. Ecco allora la nostra proposta: domenica 1 luglio, dalle 15 alle 20, tutti a pagare il parcheggio in piazzale Minniti, in zona Isola, confidando che i milanesi non preferiscano andare al mare”.

Tra gli artisti che già hanno aderito, questa la formazione: lo scultore Lain Steel, grande amante del metallo riciclato; il fotografo sassarese Genesio Pistidda, l'illustratore Christian Olivieri, l'artista appassionato di videoinstallazioni Robert O'Donnell, ed un gruppo di danza che improvvisa su musiche che vanno dall'India ai Balcani

ipamilano@gmail.com - www.iparkart.com

Compro oro», debuttanti allo sbaraglio: un anello finto valutato 228 euro

Corriere della sera

L'esperimento di una giornalista con un monile fasullo: riconosciuto dai gioiellieri ma non da altri centri


MILANO - Non sempre comprano oro. I negozi che promettono affari mirabolanti con il metallo giallo, infatti, a volte non lo sanno nemmeno riconoscere. Così, capita che siano disposti ad acquistare un anello color ocra di nessun valore a 228 euro.


E' quello che è accaduto nel nostro mini-test per valutare le competenze dei compratori d'oro milanesi. Per aprire le attività di compro/vendo oro, la legge non prevede di essere professionisti e la mancanza di esperienza si vede. Non sempre, peraltro, va a favore del cliente. Anzi. Le truffe, spiegano l'associazione dei professionisti dell'oro (Anopo) e quella antiriciclaggio (Aira), sono in agguato. E proliferano anche le attività illecite, spesso a nome di qualche ignaro cliente.

Del «giallo dell'oro», di quanto la compravendita del metallo stia spopolando attirando businessmen, ma anche la criminalità organizzata, parliamo sul Corriere Milano, nella rubrica «Il Corriere per voi - Uso e consumo», in edicola mercoledì 27 giugno. La prova per verificare la professionalità di alcune attività di compro oro milanesi avviene nel tardo pomeriggio di un giorno infrasettimanale. La scelta dei punti acquisto-vendita è casuale: si cammina, e quando si trovano scritte allettanti sulle vetrine, si entra.

Poi, davanti all'operatore, si svuota un sacchetto in velluto contenente un anello di nove grammi regalato da un ragazzo rom in cambio di denaro per la benzina, un piccolo ciondolo, un paio di orecchini con perle e un altro anello sottile. Peso totale: 14,20 grammi. Il primo negozio si trova a nord di Milano, entro l'anello delle tangenziali. Fuori, la scritta «pago contanti» e dentro, alle pareti, un foglio con il timbro della Questura di Modena, forse a dare una parvenza di serietà al tutto. Il commesso osserva con una lente gli oggetti, prende appunti, fa calcoli e telefona. Dopo qualche minuto emette la sentenza: 326 euro. Ringraziamenti e saluti: «Sono ancora indecisa». Anche se la tentazione di vendere il finto oro c'è tutta.

«Questo non è oro». Il titolare di una gioielleria, a una prima occhiata scosta con la mano l'anello da nove grammi e pesa il resto. «Negli orecchini andranno tolte le perle, quindi posso fare una valutazione indicativa», dice. L'offerta è di 100 euro «circa». Anche il responsabile di un vicino «Compro oro» non ci casca. Pesa tutto, poi osserva da vicino l'anellone. «Se fosse tutto oro, sarebbero circa 350 euro», dice. E sottolinea quel «se». Dopo aver chiesto spiegazioni, l'operatore gratta l'anello e gli altri oggetti su una carta scura e la bagna con un liquido apposito. «Vedi, questa linea sta scomparendo. Significa che al 99% l'anello non è d'oro». E a questo punto comincia a dubitare anche degli altri oggetti. La stima complessiva è quindi di «75 euro».

L'ultimo punto acquisto ha un aspetto moderno. Poltrone di design per l'attesa, riviste appoggiate su un tavolino, vetro tra l'operatore e l'acquirente. Dietro il banco, due ragazze. Una svuota il sacchetto, pesa il tutto e spiega che – tolte le pietre – il valore è «più o meno» di 360 euro. Caspita. «Guardi, visto che sono qui ne approfitto. Ho un problema familiare, e bisogno di liquidi. Se vengo qui con altri oggetti di valore ben oltre i mille euro, potete pagarmi in contanti?». L'operatrice spiega che «in teoria» la legge lo vieta, ma che esistono soluzioni. «Possiamo pagarti con assegno o in via del tutto eccezionale farti appoggiare alla nostra banca che potrebbe venirti incontro – continua -, oppure fai tante operazioni da 999 euro». Semplice, no?

Quel negozio non rientra nella lista degli operatori professionali della Banca d'Italia (per consultare l'elenco, clicca qui) inserendo la Provincia, la città o la Regione d'interesse), ma non è detto, è bene sottolinearlo, che un non iscritto sia un delinquente, o che professionista sia sinonimo di onestà. Importante è tenere gli occhi aperti. E, di fronte a un'offerta troppo alta, farsi qualche domanda.

Francesca Lombardi
27 giugno 2012 | 16:23

La dieta Atkins (e le sorelle) di nuovo nel mirino Il rischio di infarti e ictus aumenta del 5%

Corriere della sera

 

La percentuale di rischio sale al 60% per le donne che per lunghi periodi privilegiano proteine ed eliminano carboidrati

 

La dieta Atkins è ricca di proteineLa dieta Atkins è ricca di proteine

 

Seguire una dieta come la Atkins, ovvero privilegiare le proteine al posto dei carboidrati, fa sì dimagrire più velocemente, ma negli anni a venire può anche aumentare il rischio di infarti ed ictus del 5%. Percentuale che schizza addirittura al 60% nel caso in cui le giovani donne si sottopongano ad un regime alimentare così restrittivo per un lungo periodo di tempo. A puntare l’ennesimo dito contro la Atkins e le sue sorelle è uno studio pubblicato sul British Medical Journal e condotto dall’Università di Atene, in collaborazione con il German Institute of Human Nutrition e il Max Delbruck Centre for Molecular Medicine di Berlino, su 43.396 donne svedesi fra i 30 e i 49 anni, che hanno risposto ad un questionario legato allo stile di vita e al consumo di 800 alimenti diversi, e seguite in media per 15,7 anni. Di loro, 1.270 hanno sofferto di problemi cardiocircolatori: un valore relativamente elevato, che ha però spinto gli scienziati a lanciare l’allarme, anche se sul Daily Express i responsabili della Atkins definiscono la ricerca «estremamente fuorviante» perché l’aumentato rischio di patologie cardiache non è legato alla dieta, «bensì ad un ridotto apporto di carboidrati accompagnato ad un aumento nel consumo di proteine».

LE CRITICHE - «Malgrado la popolarità di queste diete che privilegiano le proteine al posto dei carboidrati, indipendentemente dalla fonte delle prime e dalla natura dei secondi, è sempre meglio sconsigliarne il loro uso costante e sul lungo periodo – ha spiegato la professoressa Pagona Lagiou dell’Università di Atene – perché abbiamo riscontrato un legame evidente fra questi sistemi dimagranti e le malattie cardiocircolatorie». Una preoccupazione che accompagna da tempo anche il professor Lucio Lucchin, presidente dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI), che mette in guardia dal proliferare delle diete iperproteiche, spesso riproposte con nomi diversi (vedi la Dieta Dukan o quella a zona) per attualizzarle, ma sempre potenzialmente pericolose per la salute.

«Queste diete vengono camuffate e riproposte come miracolose, ma in realtà di miracoloso non hanno nulla – spiega il nutrizionista - e vengono consigliate solo perché danno maggiori risultati in poco tempo, senza però spiegare adeguatamente i rischi ad esse correlate. Questo sistema dimagrante, che a volte consiglio anche io, soprattutto in casi particolari, va infatti seguito per poche settimane, 3 o 4 al massimo, e solo dietro rigoroso controllo medico, perché un abuso può portare non solo ai problemi cardiocircolatori di cui parla lo studio, ma anche a patologie renali ed epatiche piuttosto gravi e causate da un surplus di lavoro di questi organi per smaltire le proteine assunte».

PATOLOGIE DOPO MOLTO TEMPO - Insomma, niente diete fotocopia per imitare l’amica che sfoggia due taglie in meno o, peggio ancora, la celebrità di turno che giura di aver ritrovato la forma perduta abolendo pane e pasta, ma un regime alimentare tagliato su misura e quindi ideato da un esperto, che mixi tutti gli alimenti e non imponga di sceglierne uno piuttosto che un altro. «Non bisogna pensare che tutti i cosiddetti Vip siano intelligenti e sappiano quindi cosa fare quando si parla di diete dimagranti – conclude il professor Lucchin - . Purtroppo, però, sempre più persone tendono a seguirne i consigli strampalati, senza capire che così facendo mettono a repentaglio la loro salute: le patologie causate da lunghi periodi di diete sballate possono infatti manifestarsi anche dopo molto tempo, quando ormai il danno potrebbe essere irreparabile. Ecco perché è necessario tornare al più presto ad una comunicazione corretta e non più dominata dal marketing, perché in ballo c’è la salute della gente e con quella non si può scherzare».

 

Simona Marchetti

27 giugno 2012 | 16:55

Germania, tribunale vieta circoncisione ai minori per religione: proteste di islamici ed ebrei

Quotidiano.net

 

Prevale il diritto del bambino alla sua integrità fisica

La sentenza di un tribunale di Colonia è destinata a sollevare parecchie polemiche. La circoncisione di minori per motivi religiosi costituisce un reato è una sentenza inaccettabile per ebrei e musulmani

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Berlino, 27 giugno 2012

 

La comunità islamica tedesca ha criticato la sentenza di un tribunale di Colonia, che ieri ha stabilito che la circoncisione di minori per motivi religiosi costituisce un reato, e l’ha definita un attacco smisurato alla libertà di religione.

Il presidente della comunità religiosa islamica, Ali Demir, ha detto che la circoncisione è un intervento innocuo, con migliaia di anni di tradizione e con un alto valore simbolico.

Anche la comunità ebraica ha risposto con veemenza alla sentenza: il Consiglio centrale degli ebrei di Germania ha parlato di un “intervento gravissimo e senza precedenti nelle prerogative delle comunità religiose”.

La circoncisione “è un elemento essenziale della religione ebraica ed è praticato da migliaia di anni ovunque nel mondo”, ha sottolineato il presidente del Consiglio, Dieter Graumann.

Secondo il tribunale di Colonia la circoncisione “è contraria all’interesse del bambino che dovrà decidere più tardi e consapevolmente della sua appartenenza religiosa”, si legge nelle motivazioni della sentenza.

“Il diritto del bambino alla sua integrità fisica” quindi “deve prevalere sul diritto dei genitori” in materia di educazione e di libertà religiosa. La sentenza del tribunale di Colonia riguarda un caso specifico, ma è destinata a fare giurisprudenza.

In Germania la circoncisione riguarda prevalentemente ebrei e musulmani. Ogni anno viene praticata su decine di migliaia di bambini su richiesta dei loro genitori. Nella religione ebraica l’intervento viene praticato entro l’ottavo giorni di vita.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità in tutto il mondo il 30% dei maschi di età superiore ai 15 anni è circonciso.

Negli Stati Uniti la maggioranza dei bambini maschi viene sottoposta all’intervento per motivi legati all’igiene personale.

Quegli strani ebrei che odiano Israele e preferiscono Hitler

Libero

 

Presi gli autori del raid vandalico al memoriale della Shoah 

di Gerusalemme: erano tre ebrei ultraortodossi

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GERUSALEMME - «Hitler grazie per l’Olocausto, è solo grazie a te che abbiamo uno Stato». È questo uno dei graffiti negazionisti e antisionisti con cui tre settimane fa mani ignote avevano imbrattato lo Yad VaShem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme. Oggi la vernice non sfregia più i colori candidi delle pareti di pietra dedicate al ricordo dell’Olocausto, e i perpetratori hanno dei nomi, ma il gesto, oltraggioso come mai prima, continua a bruciare e a far male.

Ieri mattina la polizia israeliana ha arrestato tre uomini compresi tra 18 e 37 anni, tutti ebrei ultra-ortodossi, tutti appartenenti al gruppo estremista “Neturei Karta”, tutti irriducibilmente antisionisti e negazionisti dell’Olocausto.

Sono accusati di essere i colpevoli del più grave atto di vandalismo perpetrato negli ultimi anni in Israele: aver imbrattato con scritte negazioniste il santuario del ricordo delle vittime dell’Olocausto a Gerusalemme. Undici graffiti, sei nella piazza che ricorda il Ghetto di Varsavia, e cinque in uno dei vagoni ferroviari utilizzati dai nazisti per la deportazione degli ebrei al campo di sterminio di Auschwitz.

Orlando, quando ti dimetti?

di Domenico Ferrara - 27 giugno 2012, 12:53

 

Il 26 aprile scorso Orlando aveva promesso: "Tra 15 giorni mi dimetto da parlamentare e da presidente di un'importante commissione, quella sugli errori sanitari. Mi dimetto e farò il sindaco". La previsione di diventare primo cittadino l'ha azzeccata. Quella sulle dimissioni ancora no: cosa sta aspettando?

 

E' il re delle promesse. Mancate o ritardate, però. Leoluca Orlando, il paladino della trasparenza, della legalità, dell'anti casta diventato per la quarta volta sindaco di Palermo ha realizzato un record.

 

Leoluca Orlando

Leoluca Orlando

 

Ha già smentito se stesso.

Il 26 aprile scorso, durante un intervento dal palco del teatro Massimo di Palermo, aveva promesso: "Tra 15 giorni mi dimetto da parlamentare e da presidente di un'importante commissione, quella sugli errori sanitari. Mi dimetto e farò il sindaco".

La previsione di diventare primo cittadino l'ha azzeccata. Quella sulle dimissioni ancora no. La legge e la Corte Costituzionale stabiliscono l’incompatibilità tra gli incarichi di sindaco e di deputato. Ma Orlando è sopra la legge, almeno per ora.

Sono passati due mesi, e lui ha ancora il suo scranno in Parlamento. Non contento, l'ex portavoce dell'Italia dei Valori il 4 maggio scorso ad uno dei comizi di chiusura della campagna elettorale palermitana era tornato sull'argomento ribadendo che "fra tre giorni mi dimetterò da parlamentare, ma sarò sindaco di Palermo".

Poi tutto venne rimandato al ballottaggio del 21-22 maggio, ma tre giorni prima Orlando ripetè la promessa. Non succede nulla. Se non che il 31 maggio il neo sindaco dichiara alla stampa di aver spedito "una raccomandata con ricevuta di ritorno alla Giunta della Camera dicendo che si sarebbe dimesso nei termini della legge" e fuga ogni dubbio sulla sua conoscenza delle leggi: "Mi sono candidato per fare il sindaco di Palermo, ben sapendo che tale carica non è compatibile con quella di Deputato. Sono e sarò il Sindaco per i prossimi cinque anni".

Passano i giorni e non succede ancora nulla. Se non che la giunta vota l'incompatibilità di Orlando. Per legge, il neosindaco ha trenta giorni per "optare per una due delle due cariche". Orlando non ha ancora optato.

"E' da più di un mese sindaco di Palermo e non si è ancora dimesso da deputato come invece aveva solennemente annunciato in campagna elettorale e come dice ogni settimana da ormai più di un mese; un pessimo esempio per uno che si definisce -solo a parole- anticasta ed invece si comporta come il massimo esponente di una casta che bada solo al potere e al doppio stipendio. Inoltre, la legge gli imponeva di dimettersi e per non avere ottemperato la Camera ha iniziato qualche giorno fa una procedura di espulsione che si concluderà entro 30 giorni. Una pessima storia per uno che si definisce paladino della legalità (altrui)", ha tuonato Giuseppe Vatinno, primo dei non eletti nella circoscrizione Lazio 1 Camera, che subentrerebbe ad Orlando.

Secondo quanto riportato da LInkiesta, che cita una fonte romana, "Orlando starebbe facendo tutto ciò perché spinto da Di Pietro, il quale avrebbe chiesto ad Orlando di rallentare". Motivo? "Giuseppe Vatinno, non sarebbe più dell'Idv, ma oggi sarebbe con Rutelli".

Il 5 giugno scorso, Usinnacollando parlando a Radio24 continuava intanto a reiterare la promessa. Repetita iuvant. "Mi dimetto appena divento sindaco. Settimana prossima presumibilmente il Consiglio comunale verrà insediato: io giurerò, solo in quel momento per la legge siciliana, che è a Statuto speciale, si diventa sindaci. E mi dimetterò subito dopo", ha spiegato l'ex fondatore de La Rete.

Non contento, Orlando ha spiegato meglio le sue intenzioni: "Il giorno dopo la proclamazione io ho mandato una lettera al presidente della Giunta per le elezioni confermando le mie intenzioni di dimettermi dalla Camera e confermando che mi sarei dimesso il giorno del giuramento davanti al Consiglio comunale. Io sono già formalmente dimissionario".

Sarà pure formalmente dimissionario, ma al momento è ancora formalmente un parlamentare italiano. Alla faccia della trasparenza. Ma Orlando non è nuovo a questo genere di comportamenti. Basti ricordare tutte le volte che aveva assicurato che non si sarebbe mai più candidato a sindaco di Palermo, giurandolo in tutte le lingue del mondo (persino in aramaico), per rendersi conto che le promesse di Orlando sono solo parole al vento.

Fiat, le antenate di tutte le citycar: le auto che hanno segnato un secolo

Il Messaggero

 

Il libro dello storico Marchesino racconta come i piccoli modelli della casa torinese (500 e 600) siano state le più amate dagli italiani nel ventesimo secolo. Un legame strettissimo con lo sviluppo del Paese

 

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di Sergio Troise

 

NAPOLI - Grande protagonista del Novecento, l’automobile è ancora oggi - nel cuore del nuovo millennio - al centro di studi e dibattitti: un fenomeno industriale, ma anche di costume e di consumo, da analizzare in chiave storica, per capire il secolo rombante in cui siamo cresciuti, passando dal carro trainato dai buoi (cavalli, somari) alle evoluzioni più spinte del motore a scoppio.In questa ottica ha lavorato Daniele Marchesini, già professore di storia contemporanea all’Università di Parma e autore de “L’Italia a quattroruote, storia dell’utilitaria” (Il Mulino, pagg. 230, euro 24,00), un libro che ricostruisce la crescita industriale e l’evoluzione della motorizzazione nel nostro Paese, concentrando “inevitabilmente” - come lo stesso autore nota - la massima attenzione sulla Fiat, dalle origini agli anni 70.


Dall'utilitaria alle citycar. L’ispirazione, se così può dirsi, arrivò da Henry Ford, l’inventore della catena di montaggio e della Ford T, prima auto di serie accessibile a tutti (1908-1928). Sull’esempio americano si sviluppò anche in Italia un’impresa industriale senza precedenti per quell’epoca. E fu così che la Fabbrica Italiana Automobili Torino (FIAT) avviò, dopo il modello Zero (prima vettura di cilindrata ridotta, costruita dal 1912 al 1915, di cui stranamente il libro non fa cenno), la produzione della 501, seguita dalla 509, dalla Balilla e dalla 500-Topolino (510.000 unità dal 1936 al 1955). La svolta, in termini di produzione (e mercato) tra il ‘55 e il ‘69, con 2.700.000 Fiat 600, cui si aggiunsero, dal ‘57 al ‘75, 3.680.000 Nuova 500.


Un percorso lungo, che ha trovato sbocchi nelle citycar dell’era moderna, tuttora in produzione ma del tutto diverse dalle loro progenitrici. Quelle ebbero infatti un ruolo sociale specifico: dare lavoro a chi le costruiva, strappandolo alle campagne e a un’Italia sottosviluppata e rurale, e motorizzare il Paese contribuendo alla sua Un processo non facile, ma ormai concluso, che viene raccontato in tutte le sue sfaccettature, cogliendo alcuni aspetti vicini all’attualità. Un esempio per tutti: il duro rapporto tra azienda e sindacato, in particolare Fiom-Cgil.


Sindacato-azienda: ieri come oggi. Accadde nel passaggio tra la Topolino e la 600, negli anni 50. Il sindacato più vicino al Pci contestava alla Fiat di ostinarsi nel programmare auto di dimensioni, cilindrata e prezzo troppo alti, mentre era necessario puntare su una utilitaria moderna ma più economica della Topolino, di cilindarata ridotta e dai consumi limitati, un’auto alla portata di tutti, anche della classe operaia. Di fronte alla riservatezza della Fiat (che in realtà – riconosce l’autore – stava lavorando da tempo a un progetto affidato all’ingegnere Dante Giocosa, noto come il teorico della semplicità) il sindacato scese in campo con una plateale provocazione: alla festa del 1° maggio 1952, e alle varie feste dell’Unità di quell’anno, presentò il prototipo realizzato da tecnici di propria fiducia, di una utilitaria destinata ai lavoratori, “quella che l’azienda non vuole mettere in produzione per privilegiare auto più grandi e costose.

Quando finalmente la Fiat si decise a sostituire la ormai vecchia Topolino con la 600 (1955), il sindacato dei metalmeccanici tornò alla carica rivendicando il proprio ruolo nella svolta. Addirittura l’azienda venne accusata di aver copiato il progetto e venne stampato un manifesto in cui si leggeva: “I lavoratori salutano la 600, importante realizzazione della capacità degli operai, dei tecnici e degli impiegati della Fiat, sulla linea indicata dalla Fiom”. Ne scaturì uno scontro legale, non approdato però in tribunale. Alla dirigenza Fiat bastò sentirsi “risarcita” dalla pesante sconfitta subita dalla Cgil nelle elezioni per le commissioni interne del 1955, quando Cisl e Uil balzarono dal 21,8 al 62% della rappresentanza, mettendo in difficoltà il sindacato vicino al Pci.


Da Mussolini a Berlinguer. Questo dell’auto popolare, “bene democratico alla portata di tutti”, è stato uno dei temi portanti del 900. E ha contribuito anche a sottolineare certe distanze tra Nord e Sud. In proposito, Marchesini cita un articolo di Giovanni Ansaldo, datato agosto 1960, in cui il direttore del Mattino osservava: “L’Italia è anche il Mezzogiorno, dove non l’automobile di tutti ma il ciucciariello di troppi è ancora indice di arretratezza”. In quegli stessi giorni, il Corriere della Sera pubblicava in prima pagina un articolo di Luigi Einaudi intitolato “L’automobile per tutti”.


Il dibattito tra gli anni 50 e 60 - la ricostruzione storica di Marchesini lo spiega bene - aveva radici profonde: sin dai tempi del fascismo il tema della mobilità individuale era stato al centro dell’attenzione. Nel 1929 Mussolini teorizzava che “proletarizzare l’automobile significa deproletarizzare le masse”. E notava: “Non vi sarà movimento rivoluzionrio in America perché ogni operaio ha la sua Ford”.
A cose fatte (Italia industrializzata e motorizzata) nel 1972 Enrico Berlinguer rivelerà che in realtà il Pci non era mai stato del tutto favorevole alla motorizzazione di massa cavalcata dalla Fiat, rivendicando “il merito dei comunisti di non essersi lasciati ubriacare dal cosiddetto miracolo economico”.

Quel Pci era contro i simboli del consumismo e gli status symbol della modernizzazione. Voleva addirittura che il listino della 600 fosse fissato dal Comitato Interministeriale dei prezzi, cioè dallo Stato. E la Cgil - come racconta Marchesini - era perfettamente allineata su posizioni intransigenti. Salvo fare mea culpa, anni dopo, ricorrendo alla profonda onestà intellettuale di Vittorio Foa (ex segretario generale di Fiom e Cgil), che riconoscerà pubblicamente di “aver sbagliato tutta la politica sindacale degli anni 50 e 60”.


Le più amate dagli italiani. Il libro non si schiera, ma tratteggia bene lo spirito del tempo non colto prontamente da tutti. E diventa godibile quando si sofferma su alcuni particolari solo apparentemente marginali, come il mutamento del linguaggio che accompagnò la crescita della motorizzazione (da “perdere le staffe” passammo a “prendere una sbandata”; da “andare a briglia sciolta” a “andare a tutto gas”…) e quando ci rimanda all’euforia dei primi viaggi sull’autostrada del Sole, realizzata a tempo di record tra il 1956 e il 1965, alla scoperta degli esodi estivi, anche a bordo della piccola 600 e della piccolissima 500. Le utilitarie più amate dagli italiani.

 

FOTOGALLERY

 

Fiat 500

 

Fiat 600

 

Martedì 26 Giugno 2012 - 12:23    Ultimo aggiornamento: 21:19

Soldi anche per i vestiti di Bossi"

La Stampa

 

Indagini sui rimborsi elettorali del Carroccio: fra le spese personali del Senatur spunta l'abbonamento a Sky

 

Umberto Bossi, ex leader della Lega

 

PAOLO COLONNELLO

milano

 

Poteva mancare la mitica canottiera del «Capo», simbolo della Lega di «lotta e di governo», tra le allegre spese della segreteria di via Bellerio attinte a piene mani dai soldi dei rimborsi elettorali?


Certo che no, perché a pensarci bene, tra tutte le spese per diplomi di dubbia provenienza, lingotti d’oro e diamanti nascosti dietro gli armadi, la «canotta» è forse l’unico vero investimento politico per quello che era diventato un «brand» della Padania che fu.
E allora ecco che alla voce «abbigliamento», nei libri contabili del Carroccio, gli investigatori hanno trovato uscite per 24 mila euro destinati a «Umberto Bossi» o «per il Capo» con scontrini (quando va bene) o generici giustificativi che testimoniano come tra il 2008 e il 2011, il Senatur, attualmente indagato per truffa ai danni dello Stato, si sia pagato vestiti, mutande, canottiere, calzini, scarpe e persino un pigiama grazie ai soldi pubblici dei rimborsi elettorali, elargiti dal munifico ex tesoriere Francesco Belsito.


Circostanza che, quando i periti contabili nominati dalla Procura depositeranno il loro lavoro di analisi sui flussi di cassa sequestrati nei mesi scorsi dalla Guardia di Finanza, potrebbe far scattare per l’ex leader della Lega una nuova ipotesi di reato: quella di concorso in appropriazione indebita, accusa di cui già devono rispondere due dei suoi figli, Renzo detto «il Trota» e Riccardo, detto «il pilota», beneficiari, tra le altre cose, della famosa «mancetta» da 5.000 euro al mese. Tornata sotto traccia da qualche settimana, in realtà l’inchiesta aperta dalla Procura di Milano, quella di Napoli e di Reggio Calabria sui finanziamenti e gli investimenti illegali del Carroccio, ha continuato a macinare materiale, seguendo in alcuni casi la pista dei conti esteri (come gli investimenti in Tanzania) e dei rapporti con la malavita organizzata, in altri quella delle spese personali, quasi tutte destinate alle maggiori comodità del «cerchio magico». Infine i soldi destinati a scomparire nei bilanci inesistenti del Sin.pa, il sindacato padano del vicepresidente del Senato, Rosy Mauro, ormai da tempo nel mirino della Procura milanese.


Il materiale ritrovato durante le perquisizioni delle Fiamme Gialle pare sia voluminoso e vario, per questo il lavoro dei periti cui è stato affidato risulta essere abbastanza complesso. Si calcola infatti che tra il 2009 e il 2011 dalla contabilità della Lega sia uscito un flusso di cassa pari a 3 milioni e 800 mila euro, poco più insomma di un milione di euro all’anno, per spese che a prima vista si direbbero molto lontane dall’attività politica di un partito.


Di questi soldi, tra l’altro, ci sono giustificativi solo per un terzo delle spese, pari a un milione e 267 mila euro. E il resto? Mancia, come si dice in questi casi. Qualche spesuccia però, gli esperti delle Fiamme Gialle sono riusciti a ricostruirla. Ecco dunque che oltre alla voce «abbigliamento» risulta un’improbabile costo di 7.400 euro in omaggi floreali che rivelano un insospettabile animo romantico dei «barbari» di via Bellerio. Mazzi di fiori imponenti non si sa bene destinati a chi. Si prosegue con 2.200 euro per «gioielli» acquistati chissà dove (in molti casi, le uscite di cassa sono accompagnate da generici appunti) e persino con 612 euro e 70 centesimi versati nel 2008 dall’ex segretaria di Bossi, Maura Locatelli, per pagare un abbonamento Sky a Gemonio, dove vive il Senatur.


Tornano perciò le spese per pagare l’università a Riccardo Bossi - due bollettini postali del 2009, relativi all’anno accademico 2008-2009, da 690 e da 2.723 - forse nell’ipotesi che l’appassionato di rally un giorno potesse magari assurgere a qualche pubblico incarico.
Speranza smentita però dalla sua costosa passionaccia per le belle auto, come dimostrano i pagamenti per il leasing di una Bmw X5 in uso al «pilota» Riccardo: 15.850 euro versati nel 2008. E siamo solo agli inizi: la necessità per gli inquirenti è di avere «il dettaglio» di tutte le uscite, in fondo alle quali poi si tireranno le somme. Non contabili ma giudiziarie.

I maestri e la casta del tempo pieno

La Stampa

Flavia Amabile

 

E' l'ultima novità in fatto di tempo pieno, il frutto di tre anni di tagli che hanno trasformato il tempo pieno a volte in una lotteria, a volte nell'ennesimo privilegio a cui si accede se si hanno alcune caratteristiche che a volte possono trasformarsi in un abuso.


Le domande ormai sono sempre superiori a quanto le scuole possono offrire, quindi ogni istituto ha definito dei criteri per le ammissioni al tempo pieno. In genere prevedono parametri più che comprensibili: alunni residenti nel comune o nella circoscrizione, alunni in condizione di handicap, alunni con entrambi i genitori al lavoro fino al pomeriggio.


Da qualche anno, però, alcuni istituti hanno inserito fra i criteri anche gli alunni con genitori che lavorano nel'istituto, spesso fornendo loro una priorità assoluta nell'accesso al tempo pieno rispetto ad altri. Un po' come dire che su quell'istituto - pur essendo pubblico - hanno più diritto di altri visto che ci lavorano.


Gli esempi di scuole dove i dipendenti sono garantiti sono molti, basta farsi un giro in rete a spulciare i formulari con i criteri per il tempo pieno e trovarne un bel po' da nord al centro.

Due punti per i figli dei dipendenti dell'istituto comprensivo della via Cassia a Roma.
Ottavo posto nella graduatoria dei criteri di preferenza al Quarto Istituto Comprensivo di Padova, preferiti a disabili, figli di entrambi i genitori che lavorano o separati.
Priorità assoluta al 198mo circolo didattico a Roma insieme con handicap e alunni con uno o più fratelli che frequentano la stessa scuola.
Priorità assoluta all'Istituto Comprensivo Calderini di Acilia (Roma), più degli alunni con handicap, problemi familiari o figli di genitori disoccupati.
Priorità assoluta anche all'istituto comprensivo di Campagnano a Roma, anche in questo caso più degli alunni con handicap, con problemi familiari o con genitori disoccupati.


Quando al Ministero dell'Istruzione hanno saputo di quest'usanza sono stati molto netti: 'Chiederemo agli Uffici Scolastici di intervenire per eliminare questi criteri che non hanno ragione di esistere'.

Diliberto alla canna del gas si vende pure la vecchia Croma

Libero

Senza lo straccio di un seggio a Roma e a Strasburgo, i Comunisti italiani hanno le tasche vuote: 22 dei 24 dipendenti in cassa integrazione


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Non ce l’ha fatta a entrare nel parlamento nazionale nel 2008, niente seggi alle europee 2009. Così Oliviero Diliberto, leader del partito dei comunisti italiani, è restato quasi a secco dell’unica benzina che fa girare il motore dei partiti politici: quella del finanziamento pubblico e dei rimborsi elettorali. Il Pdci ha chiuso il bilancio 2011- pubblicato ieri- con una perdita di 395.463 euro riassorbita da quel poco di avanzo patrimoniale che ancora c’era per i fasti del passato. Ma per non chiudere definitivamente baracca e burattini Diliberto ha dovuto vendersi se non l’argenteria di famiglia, qualcosa di molto simile. Addio alla comoda Nuova Croma intestata al partito e utilizzata ancora in qualche campagna elettorale. Il Pdci è riuscito perfino a realizzare con la vendita una plusvalenza da 4 mila euro, che è andata a limitare i danni in bilancio.
Ma la separazione più dolorosa è avvenuta a Ferrara, dove Diliberto ha dovuto vendere un appartamento in via Mortara 52. Ha realizzato una plusvalenza di 172.800 euro rispetto ai 242.426 euro ancora segnati in bilancio, ma certo ha dato un dispiacere grande a una generosa militante comunista, Delia Oppo, che se ne era privata donandolo al partito e sperando in ben altro destino. Il tesoriere del Pdci, Roberto Soffritti, ha colto comunque l’occasione per «ringraziare ancora una volta la signora Oppo che crede nei nostri valori e generosamente si batte per offrire al partito la possibilità di continuare ad esistere».
Senza grandi entrate pubbliche (arrivano ancora poco più di 600 mila euro l’anno per vecchie regionali), Diliberto ha dovuto tagliare i costi fissi del partito, che si sono dimezzati nell’ultimo anno. A farne le spese sono stati soprattutto i 24 dipendenti ancora in forza, visto che per 22 di loro la scelta è stata quella della cassa integrazione. Il partito invece resta in piedi e si è pure trovato una nuova sede nazionale a Roma a due passi da Villa Borghese, in corso Italia 19, grazie a una fidejussione di Banca Carige che garantisce sulle rate di affitto. Al resto ci penserà quel che resta dei rimborsi pubblici. Con tanto di ringraziamenti a Pierluigi Bersani cui si «riconosce lo sforzo di avere imposto il principio della necessità di non cancellare il finanziamento pubblico per i partiti». Salvando la casta Bersani ha salvato anche Diliberto. Che non se lo dimenticherà…

di Ric Foscheban

O mia bella Madonnina: c'è il rischio che crolli

Il Giorno

 

Il Guglione della cattedrale ambrosiana è instabile. Il presidente della Veneranda Fabbrica: "Allerta massima, fare in fretta"

di Bruna Bianchi

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Milano, 27 giugno 2012

 

Lassù, ingabbiata fino alla cintola, la Madonnina tutta d’oro è instabile: «C’è il rischio di crolli parziali ma significativi, che altererebbero l’equlibrio delle strutture del Duomo». Le guglie minori che la guardano da sotto hanno tremato a febbraio, e altre due volte durante le scosse che - a raggera - dall’Emilia sono arrivate a quelle 132 statue di 600 anni fa. La Veneranda Fabbrica che con la cattedrale gotica è nata (era il 1386) non lo dice più sottovoce, per bocca del suo presidente Angelo Caiola: «I lavori alla guglia maggiore sono in stadio avanzato, tuttavia dovrebbe essere ancora più avanzato, ma mancano risorse». Insomma, il Guglione che si staglia con fierezza da secoli e divenuto un simbolo di Milano per tutto il mondo, costretto nel mezzo di movimenti infinitesimali non ne uscirebbe indenne.

Nel 2009, appena conclusi i lavori conservativi alla facciata che l’hanno coperta con un telone alla vista per sei lunghi anni, è iniziato il restauro della guglia maggiore. Un ponteggio fatto apposta per non sfiorare neppure di un millimetro le guglie, si è levato da quota 65 metri e si sono fatti i conti: 30 milioni di euro e quattro anni di lavori spediti per salvare un capolavoro che usa dal 1300 lo stesso marmo della cava di Candoglia. Ogni anno, cinque milioni di turisti vengono a visitare questa meraviglia (senza pagare il biglietto d’entrata) e non sanno che da cinque anni il governo ha eliminato i contributi annuali per i restauri, né che il Senato ha negato i fondi anche per il solo Guiglione con queste parole: «Estraneità della materia».

E se il Duomo è a metà tra il monumento storico e la chiesa, ecco allora che bisogna inventarsi tante inziative per salvarlo: dalle visite guidate ogni mercoledì e giovedì di luglio alle terrazze per vedere il tramonto, all’adozione di una guglia, fino a una piccola Scala ai piedi dell’altare, tutti espedienti che l’arciprete della cattedrale monsignor Luigi Manganini ha definito «un adeguamento ai tempi». Il 2 luglio, per la prima volta due originali celebrazioni: l’opera lirica «Assassinio nella cattedrale» di Ildebrando Pizzetti e il 5 luglio la prosa. Donazioni sostanziose obbligatorie, per non fare cadere giù la Madonnina.

 

bruna.bianchi@ilgiorno.net

Le immagini di cibo spazzatura ci fanno venire più fame

La Stampa

 

Più il cibo è grasso o zuccherato più ci viene voglia di mangiare o, in questo caso, mangiarselo. Ecco come la pubblicità o le immagini del cibo influenzano lo stimolo della fame e ricompensa nel cervello

 

Le immagini di cibo spazzatura influenzano la nostra risposta alla fame e alla ricompensa

 

Più un cibo fa male e più ci piace, si usa dire. E, in effetti, pare che quando vediamo delle immagini che ritraggono del cosiddetto cibo spazzatura s’innesca un meccanismo nel cervello che fa venire proprio voglia di un certo tipo di alimento.
Ed è proprio del potere del cibo sul meccanismo di ricompensa e appetito insito nel nostro cervello che si è incentrato il dibattito al meeting annuale della Endocrine Society a Houston, Texas, quando i ricercatori dell’Università della California del Sud (USC) hanno presentato i risultati del loro studio.


«Gli studi hanno dimostrato che i messaggi pubblicitari che caratterizzano gli alimenti ci fanno pensare di mangiare, ma la nostra ricerca ha analizzato come il cervello risponde agli stimoli alimentari e il modo che la fame aumenta e il desiderio di certi alimenti – ha spiegato la dottoressa Kathleen Page, professore di medicina clinica presso la Keck School of Medicine della USC e autore principale dello studio – Questa stimolazione delle aree di ricompensa del cervello può contribuire al sovrappeso e all’obesità, e ha importanti implicazioni per la salute pubblica».


Nel comunicato USC si legge che per questo studio Page e colleghi hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per misurare le risposte cerebrali di un gruppo di donne obese di età compresa tra i 15 e i 25 anni che sono state esposte alla visione di immagini ritraenti diversi tipi di cibi.


La scelta di coinvolgere donne con problemi di sovrappeso è stata dettata dalla maggiore sensibilità agli stimoli del cibo delle partecipanti dovuta alla loro condizione. La risposta del cervello agli stimoli visivi del cibo è stata misurata due volte. Una prima fase prevedeva la visione di alimenti ad alto contenuto calorico come fritti, hamburger, biscotti e torte. La seconda fase prevedeva la visione di alimenti a basso contenuto calorico come frutta e verdura.

Durante la visione dei diversi cibi e a metà delle due sperimentazioni, alle volontarie è stato fatto bere prima un bicchiere di bevanda contenente 50 grammi di glucosio; a metà della seconda fase, un bicchiere di bevanda contenente 50 grammi di fruttosio.
Dopo aver visionato i diversi cibi le partecipanti sono state invitate a riportare la misura della propria fame e il desiderio di cibo dolce o salato. La valutazione prevedeva una scala da 1 a 10.


«Avevamo ipotizzato che le aree di ricompensa nel cervello delle donne sarebbero state attivate quando stavano guardando il cibo ad alto contenuto calorico, ed è ciò che è accaduto – ha sottolineato Page – Quello che però non ci aspettavamo era che il consumo di glucosio e fruttosio ha fatto aumentare la loro fame e la voglia di cibo salato». In più, sia lo stimolo della fame che il desiderio di cibo salato si è mostrato si è mostrato maggiormente quando le partecipanti hanno assunto il fruttosio, che non con il glucosio.
Ecco, anche se non del tutto chiarito, dimostrato che il cibo spazzatura ha su di noi un potere attrattivo particolare e che, nonostante tutte le campagne informative e l’esortazione a mangiare più sano, i ristoranti e i locali dove si serve questo genere di alimenti sono sempre pieni.


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Foto: ©photoxpress.com/dinostock

Medico sbaglia diagnosi e il paziente muore d’infarto: è omicidio colposo

La Stampa

 

La Corte di Cassazione (sentenza 14930/12) ha rigettato il ricorso di un medico condannato per omicidio colposo a causa di un approccio terapeutico e diagnostico negligente ed erroneo che aveva portato alla morte di un paziente. Il sanitario, dopo ben due visite compiute in una settimana, aveva escluso che i persistenti dolori al petto riferiti fossero determinati da problemi cardiaci e per contro aveva diagnosticato una gastrite e problematiche ansiose, ritenendo superflua una più approfondita visita ospedaliera.
Il medesimo giorno della seconda visita, a causa di un peggioramento delle condizioni, il paziente si era recato in ospedale dove l’acutizzarsi dell’infarto, in atto da giorni, lo portò alla morte.

Nel ricorso il medico lamenta l’impossibilità, in assenza di autopsia, di identificare le patologie tra la prima e la secondo visita e la mancata considerazione da parte dei giudici di merito delle valutazioni peritali che non avevano riscontrato errori professionali nelle visite domiciliari. In realtà, sostiene la Suprema Corte, tutti gli elementi, le testimonianze e le diagnosi degli ospedalieri convergono senza alcuna incoerenza sulla grave mancanza del medico di famiglia che, oltretutto, aveva sì consigliato una visita cardiologica ma non con urgenza bensì rinviabile alla settimana seguente.


Se ne inferisce una grave imprudenza concretatasi nel non valutare i sintomi chiaramente indicativi di una grave patologia cardiaca. «Tale apprezzamento è logicamente appropriato e vale a collocare correttamente l’indagine eziologica nella cornice condizionalistica della causalità omissiva; sicché il giudizio di probabilità logica sull’effetto salvifico delle condotte omesse è rapportato alle specifiche contingenze dell’occorso e conduce a  ritenere ragionevolmente dimostrata la risolutività di una condotta conforme alla leges artis».

All’attacco dei rossi nel nome di Dio e del Re cattolicissimo

di Rino Cammilleri - 27 giugno 2012, 08:40

 

Può sembrare strano, a noi contemporanei, immaginare un soldato del XX secolo andare all’assalto alla baionetta recitando il rosario e invocando la Vergine. Più strano ancora se a farlo sono interi battaglioni di volontari, arruolatisi in un’armata esplicitamente e programmaticamente cattolica.

 

 

Invece una tale armata ci fu, i cosiddetti Requetés «carlisti» che combatterono contro i rojos (i «rossi»: comunisti e anarchici) nella guerra di Spagna del 1936-39. Il loro essere nuovi crociati stava nello stile a cui si assoggettavano per giuramento: soccorso dei nemici feriti e preghiere di accompagnamento per i nemici caduti, rispetto massimo della popolazione civile, niente bordelli e ubriachezze, messe e comunioni al campo, vita liturgica compatibilmente con le operazioni di guerra.


Militavano nel campo dei nacionales, evidentemente, ma con le debite distanze ideologiche da Franco e, soprattutto, dai falangisti, che consideravano servi dei nazisti tedeschi (non di rado tra questi e i requetés iniziava con sfottò e finiva in risse, subito sedate dagli ufficiali). Li si riconosceva dal basco rosso, visibilissimo in combattimento, per cui venivano chiamati tomates (pomodori) o amapolas (papaveri). «Carlisti» perché i loro avi avevano combattuto, nell’Ottocento, ben due guerre a favore del pretendente al trono Carlos, fratello del re Ferdinando: il primo prometteva di restaurare l’antica monarchia tradizionale spagnola, cattolica e rappresentativa dei fueros locali; il secondo era sostenuto da liberali e massoni, nonché da italiani dello stesso credo, come Cialdini e Durando, arruolatisi appositamente. Internazionale era anche la composizione del volontariato carlista, che annoverava anch’esso italiani accorsi per difendere la civiltà cristiana.


Questa fu l’esplicita motivazione che convinse uno di loro, il romagnolo Alfredo Roncuzzi, a partire per la Spagna. Tenente requeté ma anche uomo di lettere (era scrittore e commediografo, amico di Raimondo Manzini e Piero Bargellini, sulla cui rivista Frontespizio scriveva), è il solo che abbia affidato allo scritto il resoconto di quei giorni di guerra vissuti in prima persona, dalla partenza via nave al ritorno a conflitto finito. Oggi le Edizioni del Girasole ne propongono le memorie: L’altra frontiera. Un requeté romagnolo nella Spagna in guerra, a cura di Pier Giorgio Bartoli (pagg. 262, euro 20).


Ferito più volte nel suo Tercio, racconta de visu quel che la storia ci ha tramandato: la strage di preti e suore, il terrore comunista, le distruzioni di chiese, le fucilazioni rituali delle statue di Cristo. Ma anche il clima tetro che vigeva nel campo avverso, di contro alla serena allegria nelle trincee requetés; i miliziani costretti ad avanzare con la pistola alla nuca e che, alla prima occasione, disertavano, nostalgici dei canti religiosi che sentivano nella trincea opposta. Ma quel che desta meraviglia, nelle pagine del Roncuzzi, è l’esatta coscienza del motivo per cui lui e i suoi commilitoni si erano arruolati: un regno spagnolo (nelle speranze, primizia per il resto d’Europa) realmente rappresentativo, un parlamento coi «rappresentanti di ceti qualificati e categorie produttive: esponenti del clero, delle forze armate, delle corporazioni, delle municipalità, dei sindacati ecc., non di un popolo indifferenziato, valevole solo

numericamente». C’è anche una perfetta analisi del processo di scristianizzazione, cominciato dal Rinascimento e passato per la rivolta luterana, l’Illuminismo, il giacobinismo e finito, logicamente, con i seminatori di odio puro per tutto ciò che esiste.
«Il marxismo, del resto, è così: protesta, sciopera, scatena tutte le tempeste per arrivare al potere e, giuntovi, non sa più che fare di quello Stato per la cui distruzione si era mosso»; così, «impone il collettivismo, che nessuno vuole, perché tutti intendono la solidarietà nella misura del proprio benessere non soggetto quotidianamente a sorveglianza speciale, dà agio all’ateismo di diventar religione di Stato».

E poi, l’amara constatazione: «Come diceva Donoso Cortés, le rivoluzioni avanti tutto sono malattie della gente ricca». Di fronte alle solite accuse alla Chiesa: «La Chiesa nel suo umano svolgersi presenta una società in cui il dispotismo può introdursi, in certe evenienze, di soppiatto e contro la sua dottrina; l’antichiesa, invece, è una chiesuola in cui il dispotismo è di casa e perpetuo».

Alluvione, spariti i soldi della colletta dei politici

di Diego Pistacchi - 27 giugno 2012, 08:20

 

Il consiglio regionale diventa una farsa. Banchi della giunta deserti mentre si parla degli aiuti mai arrivati agli alluvionati. Ma loro lo stipendio lo prendono

 

Agli alluvionati, niente. A loro, inteso come componenti della giunta regionale, quasi trecentomila euro al mese, per lasciare i banchi deserti e non stare neppure a sentire quando si parla di soldi che non arrivano ai liguri che hanno perso tutto nell’inverno scorso.

 

Consiglio regionale vuoto

 

La vergogna va in scena nella sala del consiglio regionale. Fuori della porta un cartello annuncia che tre consiglieri/assessori sono in congedo. Il presidente Claudio Burlando, la sua vice Marylin Fusco e l’assessore alla Sanità Claudio Montaldo hanno altri impegni e presentano la giustificazione. Gli altri in teoria, dovrebbero essere tutti al loro posto. La mattinata trascorre invece con le poltrone della giunta completamente deserte.

Gli assessori si presentano a fatica quando proprio devono rispondere a qualche interrogazione e mentre magari è in corso l’illustrazione del problema, parlottano amabilmente con qualche consigliere. Tutti, ovviamente, risultano presenti e a fine mese non avranno detrazioni sugli stipendi che, sommati insieme costano quasi trecentomila euro alla collettività. Il peggio però arriva quando sono costretti a rendere conto del loro operato. E devono magari ammettere che non sono ancora riusciti a far avere un centesimo ai liguri colpiti dai disastri dell’alluvione.

Capita ad esempio con l’assessora Renata Briano, incalzata da un’interrogazione che arriva dalla sua stessa maggioranza. Dopo tanti rinvii, è costretta a rendere conto a Maruska Piredda dell’Idv che le chiede perché non sia arrivato ai cittadini un solo centesimo dei milioni raccolti con gli sms solidali attraverso la sottoscrizione di La7 e Corriere della Sera. Del perché, chiedendo agli italiani «un aiuto subito per le popolazioni colpite», sia stato invece deciso su consiglio del commissario straordinario Claudio Burlando, di usare quei soldi per rifare le fognature di Cassana a Borghetto Vara e di mettere in sicurezza un tratto del Fereggiano davanti alla scuola Giovanni XXIII.

L’assessora prende la parola e ripete esattamente quello che aveva appena detto Maruska Piredda, fa la cronistoria degli sms leggendo le carte che le hanno preparato per far finta di non essere impreparata, cita articoli e date delle delibere della Protezione civile. Poi chiosa nel modo più disarmante possibile: «Sì, i soldi non sono stati destinati ai cittadini. Si è preferito usarli per mettere in sicurezza un tratto del Fereggiano, che poi non è neanche una messa in sicurezza. Per quello ci vorrebbe ben altro». Detto questo, ammesso cioè che gli italiani non vedranno i loro soldi destinati allo scopo promesso ma per realizzare opere che dovrebbero essere realizzate con altri fondi, l’assessora può prendere borsa e golfino e lasciare l’aula. Vuota.

 

L’obolo sparito


Tocca ancora una volta al presidente dell’assemblea, Rosario Monteleone, provare invano a riprendere gli assenteisti. Così come tocca a Monteleone provare a replicare a Edoardo Rixi che chiede perché le sue interrogazioni sui fondi per l’alluvione non vengano mai discusse. Al di là della spiegazione ufficiale, l’imbarazzo della giunta dev’essere notevole. Perché Rixi voleva sapere dove fossero spariti i soldi stanziati per aiutare le popolazioni colpite. «Ho parlato con il sindaco di Brugnato, forse il più devastato dall’alluvione nello Spezzino - tuona il consigliere della Lega -. Mi ha detto che non ha ancora ricevuto un euro. Ma la Regione ha aumentato l’accisa sulla benzina fin da novembre. L’Unione Europea ha promesso soldi. Ma dove sono? Il presidente Burlando è anche commissario straordinario del governo a questa emergenza, ma i sindaci non hanno visto ancora nulla».


E non vale neppure la scusa della burocrazia, che pure sarebbe gravissima. Perché i politici, gli stessi consiglieri e assessori regionali, persino quelli delle passate legislature, hanno versato un contributo volontario per aiutare gli alluvionati. «Come i colleghi ho dato mille euro, soldi versati su un conto corrente dedicato - tuona Rixi -. Le donazioni o altri atti di liberalità effettuati a favore delle collettività liguri, come espressamente previsto, dovevano essere a disposizione senza difficoltà. Ma vorrei sapere dove sono finiti quei soldi. A chi e se sono stati dati». Un atto dovuto nei confronti di politici che, sempre nel mirino della demagogia spicciola, stavolta avevano messo mano al portafoglio per un gesto concreto.

 

Aula deserta


Finito il caso alluvione e preso atto che i banchi della giunta non si sono mai riempiti, la seduta si è trascinata fino a uno scambio di interventi quasi pepati tra maggioranza e opposizione sulla soppressione del «Centro regionale per la ricerca e l'innovazione». Un ente inutile per il quale però alla fine si è deciso di rinviare a oggi la votazione. Scoccata l’ora del pranzo, i banchi si sono svuotati definitivamente non prima di aver nominato Ivan Pitto, indicato dalla Lega, a componente del consiglio di amministrazione della «Società per Cornigliano». Ci sono cose più importanti che dare una mano agli alluvionati.

Macché first lady d’Egitto: "Sono la serva di mio marito"

di Fausto Biloslavo - 27 giugno 2012, 08:25

 

Non chiamatela first lady, altrimenti la «sciura» islamica si arrabbia. Naglaa Mahmoud, la consorte del nuovo presidente egiziano, ha dichiarato che in nome di Allah «chi comanda è servitore del popolo, come una moglie con il marito ».

 

 

La cinquantenne, con il velo che lascia libero solo il volto, ma copre la testa e mezzo busto, ha decisamente chiarito che «respinge qualsiasi nuovo titolo come prima donna d’Egitto». Della moglie di Mohamed Morsi, il primo presidente egiziano dei Fratelli musulmani, si sa poco, ma basta per capire che sarà ben diversa dalle first lady precedenti. Naglaa Mahmoud è nata nel 1962 nel governatorato di Sharqiya, nel nord dell’Egitto.A soli 17 anni si è sposata con il futuro presidente egiziano. L’aspetto curioso è che ha vissuto i primi anni delle nozze negli Stati Uniti dove si è specializzata come interprete studiando l’inglese a Los Angeles. Due dei figli della coppia, Ahmed e Shaimaa, sono nati in California e hanno la doppia cittadinanza. Mentre lei traduceva dall’arabo il marito faceva l’assistente universitario. La signora Mahmoud è sempre stata convinta della vittoria elettorale a tal punto che nelle rare dichiarazioni ai giornali egiziani pronosticava il successo del «candidato dei Fratelli musulmani fin dal primo turno». La sua visione del ruolo della first lady è quelle di devota al marito e alla fede musulmana. «L’islam ci insegna che le guide del popolo sono i loro servi, come una moglie. Lei (la consorte) deve aiutare il marito come lui serve la gente. Respingo qualsiasi titolo come prima donna d’Egitto».

Nel mondo musulmano, compresa la Turchia, ci sono altre first lady che portano il velo, ma Naglaa Mahmoud sarà la prima ad ostentarlo al palazzo presidenziale del Cairo,come una bandiera.Esattamente all’opposto di Suzanne, la moglie dell’ultimo faraone, Hosni Mubarak, acconciatura al vento, che amava vestirsi con eleganti capi occidentali. La nuova first lady porta il Khimar, il velo che lascia libero il volto, ma copre la testa, i capelli e gran parte del busto scendendo sulle spalle come un mantello. In rete e via twitter le prime foto della conservatrice signora Mahmoud hanno provocato una valanga di commenti sarcastici o irriverenti. I più compiti la bollano come «impresentabile con questa uniforme» da islamica dura e pura. Mahmoud Salem, un attivista politico egiziano, sottolinea le critiche non certo dettate da «classismo», perché il modo di presentarsi «di una first lady è il simbolo del paese».

Nonostante il velo conservatore la signora Morsi è l’unica moglie di un candidato alle presidenziali che ha accompagnato il marito in alcuni appuntamenti della campagna elettorale presentandosi in pubblico. Lei preferisce farsi chiamare semplicemente «Om Ahmed», la madre di Ahmed, il primogenito. La first lady è convinta che la moglie di un presidente non debba ricoprire alcun ruolo politico e nemmeno sociale. Però diceva che vedrebbe meglio il marito come primo ministro. E non si è tirata indietro nella propaganda dichiarando: «I Fratelli musulmani hanno un progetto per l’Egitto. Un sistema in cui la sanità,l’educazione, gli investimenti e l’economia si svilupperanno per il bene del paese». Il messaggio sottinteso era rivolto alla cricca di Mubarak accusata di aver sfruttato il potere soprattutto per il proprio benessere.

Mohammed Morsi giurerà sabato probabilmente davanti alla Corte costituzionale. Chissà se al suo fianco vedremo la pia Naglaa velata fin sulle spalle. Ieri il Rais ha incontrato i generali per trovare un compromesso sulla spartizione del potere.

Ed il suo portavoce ha rivelato che il primo Rais della Fratellanza islamica nominerà come vicepresidenti una donna e un cristiano.

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Grillo, parla il portavoce della sinagoga a Milano "Ha problemi con ebrei"

di Alberto Giannoni - 26 giugno 2012, 19:42

 

La sinagoga Bet Shlomo: "Passiamo giorni a combattere contro pregiudizi. Poi arrivano parole come le sue e rischiano di rovinare tutto"

Per ora nessuna iniziativa ufficiale, «ma c'è un passa-parola inquieto» nel mondo ebraico italiano. E non (solo) per le notizie di tensioni che arrivano da Israele, sempre più al centro di una morsa fondamentalista.

 

Davide Romano, portavoce della sinagoga

Davide Romano, portavoce della sinagoga

 

Oggi a preoccupare sono le uscite di un nuovo protagonista della politica italiana qual è - volente o nolente - Beppe Grillo. «Noi - spiega il portavoce della sinagoga milanese Bet Shlomo, Davide Romano - passiamo giorni, mesi e anni nelle scuole - e non solo nelle scuole - a combattere contro i pregiudizi e gli stereotipi. Poi arrivano parole come le sue e rischiano di rovinare tutto».

Il riferimento, ovviamente, è ai giudizi che il leader del «Movimento 5 stelle» ha reso nei giorni scorsi sull'Iran e sulla politica estera, in un'intervista al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Parole contestatissime, discutibili, ma che per gli ebrei italiani non sono una novità: «Grillo ha già negato, praticamente, il negazionismo del presidente iraniano Ahmadinejad, e qualche anno fa aveva già difeso le parole deliranti con cui l'attore americano Mel Gibson, ubriaco, aveva offeso gli ebrei».

«Grillo - è l'opinione di Romano - è sicuramente in buona fede ed è anche un non violento, ma forse ha un problema, non solo con Isreale, ma anche con gli ebrei». «Personalmente - aggiunge Romano - l'ho ascoltato nel corso di uno dei suoi comizi, e devo dire che una battuta, anche sulla presunta avarizia degli ebrei, ci può stare, se fatta con garbo. Quando però queste battute diventano troppe o troppo insistite, allora subentra una sensazione di disagio, di amarezza, negli ebrei e non solo». «Comunque - continua Romano - Grillo sembra non rendersi conto che ha una responsabilità ulteriore, se ci sono tante persone che lo seguono. Non si rende conto che la violenza può essere armata anche dalle parole».

In effetti la possibilità che il suo movimento possa essere rappresentato in Parlamento sembra essere, dentro la comunità ebraica italia, un'eventualità preoccupante: «Ci domandiamo - dice Romano - cosa accadrebbe se avesse una responsabilità di politica estera, per esempio. E se sarebbe coerente con queste dichiarazioni, che sembrano ispirate a un vecchio anti-americanismo, da anni Cinquanta».

In realtà, questo è il giudizio del portavoce del tempio Bet Shlomo, nessuna delle tante anime della sinistra italiana si era mai spinta così avanti (o indietro): «Non dico Fausto Bertinotti, ma neanche un Oliviero Diliberto aveva detto su Israele e gli ebrei le cose che dice lui - osserva Romano - e sembra che, quando Grillo parla di certi personaggi, si dimentichi che siamo in presenza di autentici assassini, torturatori, dittatori, le cui prime vittime, è bene ricordarlo, sono proprio i musulmani o gli arabi che magari Grillo, ripeto in buona fede, pensa di difendere». «Spero che capisca che su certe cose non si scherza».

La giunta rossa di Firenze sperpera 140mila euro per le ossa di Monna Lisa

di Luca Nannipieri - 27 giugno 2012, 08:10

 

A caccia delle ossa di Monna Lisa, la modella di Leonardo da Vinci. Con questo altissimo e nobile obiettivo, in tempi di grossa crisi, la provincia di Firenze ha deciso di spendere 110mila euro di soldi pubblici, in un’indagine archeologica, per pagare le ricerche e gli scavi nell’ex convento di Sant’Orsola e per ritrovare femore, mandibola o dente canino di Lisa Gherardini del Giocondo, la nobildonna che posò per La Gioconda.

 

 

Erano già stati sganciati 30mila euro dalla Provincia, guidata dalla giunta di sinistra che ha assessore alla Cultura, Carla Fracci, ma la musa di Leonardo non si è fatta trovare. Ora è stato approvato questo secondo finanziamento. Il curatore dell’operazione è Silvano Vinceti, presidente del comitato per la valorizzazione dei beni culturali. Il fatto è che i soldi finora spesi non hanno prodotto nulla. Tanto clamore, zero risultati.


Con questo ulteriore finanziamento la Provincia sottoporrà le mandibole o le tibie a esami istologici, al carbonio 14, fino alla prova del Dna comparato con quello delle salme dei figli di Monna Lisa riesumati dalla chiesa della Santissima Annunziata.
Un’operazione, questa, portata avanti anche in collaborazione con Palazzo Vecchio. Quando il sindaco, Matteo Renzi, disse di voler trovare La battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci dietro l’affresco del Vasari, si conquistò le prime pagine dei giornali. Disse anche che i 250mila euro che servivano ce li avrebbe messi la National Geographic.

Ora che le indagini stanno portando zero risultati e si sono impantanate nella burocrazia del ministero, il sindaco e il direttore delle ricerche hanno chiesto aiuti allo Stato facendo leva su un particolare: «Abbiamo trovato dietro al Vasari una traccia di nero che assomiglia al nero della Gioconda». Chissà che lo stesso appunto non venga fatto anche dai ricercatori che stanno perlustrando gli ossari: abbiamo trovato un femore che assomiglia al femore della Gioconda. La realtà è che a Firenze l’idea culturalmente più seguita è aggrapparsi ai miti del passato e vivere passivamente di questi. Cercare Leonardo dentro Palazzo Vecchio, cercare la modella di Leonardo nei cimiteri, studiare la capigliatura del David di Michelangelo, fare una pubblicità mai vista a Dante interpretato da Benigni.


La celebrazione del glorioso passato rinascimentale e medioevale, riadattato in mille salse, è la sola strategia culturale che la sinistra sa mettere in campo (non è un caso che le due proposte più futuriste che il sindaco rottamatore ha lanciato in questi anni, e finite in un bicchier d’acqua, siano state rifare la facciata della chiesa di San Lorenzo come voleva Michelangelo e rimettere i mattoni di cotto in piazza della Signoria come era nel Quattrocento). Nessun orgoglioso investimento su progetti culturali audaci, nessuna sfida per il XXI secolo, nessuna innovazione «turbante», nessuna ricerca di identità contemporanea. Troppo rischio, troppo timore di non portar a casa nulla. Almeno andando dietro alle ceneri della Gioconda o all’affresco di Leonardo, il risultato sarà pure zero, ma la visibilità mediatica sarà sempre molta. A spese nostre, ma pazienza