lunedì 25 giugno 2012

Bagnati e in ritardo

La Stampa

 

YOANI SANCHEZ

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Piove sull’Avana, cade una pioggerella insistente che da questa mattina non ci fa vedere il sole. Se non fosse per il fango nelle strade e il pericolo di crolli, direi che questa città non sembra mai così bella come quando è bagnata. Tutto si fa lento, tranquillo; ogni angolo di prato e zolla di terra sprigionano un odore che sembrava ormai estinto in questa grande città. Le facciate degli edifici mostrano crepe che dopo vengono completamente inzuppate da quella pittura naturale… acqua al cento per cento, che non costa niente ricevere. Le pozze ci fanno lo scherzo di duplicare nei loro riflessi i balconi, le porte e le arcate di certi porticati. Perfino i rozzi edifici prefabbricati del quartiere dove vivo acquistano un certo fascino inzuppati di pioggia, forse perché l’acquazzone li fa tornare a quei luoghi freddi e grigi dove furono progettati da architetti dell’Europa dell’Est.

Siamo nel mese di giugno, in estate, in un’Isola con un clima tropicale, dove gli uragani e le precipitazioni formano parte integrante della nostra vita. Malgrado ciò è evidente il torpore che ci assale nelle giornate piovose. Come se non fossimo per niente abituati a un acquazzone. Cadono quattro gocce dal cielo e subito si riduce la frequenza a scuola, le pratiche burocratiche si bloccano perché il funzionario di turno non esce di casa spaventato dall’acquazzone. I trasporti pubblici sono in condizioni peggiori del solito e persino gli scambi commerciali subiscono un rallentamento a causa di una semplice pioggia. La caratteristica mancanza di puntualità diffusa in tutto il paese si acutizza, nessuno rispetta gli orari di apertura e di chiusura per il semplice fatto che “sta piovendo…”. Sembriamo fragili zollette di zucchero in pericolo di sciogliersi se colpite da una goccia.


Inoltre, gli indumenti e gli utensili per proteggersi dalla pioggia scarseggiano e hanno prezzi molto cari. In questa città comprare un ombrello può essere un compito difficile e costoso, capace di far spendere una cifra compresa tra un terzo e la metà di un salario medio mensile. Nei mesi caratterizzati da intense precipitazioni non si avverte un aumento di produzione e importazione di mantelli, impermeabili e neppure di altri indumenti per difendersi dalla pioggia. Non sono tanto allarmanti le difficoltà da superare per acquistare un ombrello e non bagnarsi, quanto il fatto che sin da piccoli cresciamo con l’idea che un acquazzone sia un motivo valido per arrivare in ritardo, assentarsi o cancellare l’intero programma quotidiano. Diventiamo adulti considerando la pioggia un fattore estraneo e inconcepibile, che ci coglie sempre impreparati.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Hawking, scienziati cercano di entrare nel suo cervello

La Stampa

 

iBrain è uno strumento per captare le onde cerebrali

 

Stephen Hawking

 

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Stephen Hawking sta collaborando con i ricercatori della Standford University per sviluppare un iBrain, uno strumento che capta le onde cerebrali e le trasmette via computer. Lo scienziato britannico, che soffre di atrofia muscolare progressiva e ha perso l'uso della parola 30 anni fa, attualmente utilizza un computer per comunicare, ma con il passare dei mesi sta perdendo la capacità di usare le dita delle mani. «Vogliamo cercare di trovare un sistema per bypassare il suo corpo» ha spiegato Philip Low al Telelegraph. Il professore della Stanford è l'inventore dell'iBrain, uno scanner del cervello che ne misura l'attività elettrica.


I ricercatori presenteranno i risultati dei loro studi il mese prossimo a Cambridge e faranno una dimostrazione pratica su Hawking della loro tecnologia. Low ha spiegato in una preconferenza stampa come il fisico e matematico britannico abbia imparato a creare sentieri di impulsi immaginando il movimento delle sue mani e delle labbra. «E' estremamente eccitante per tutti noi - ha spiegato Low -perché ci consente di aprire una finestra sul cervello. Stiamo costruendo una tecnologia che consentirà all'umanità di avere accesso per la prima volta al cervello umano». L'iBrain potrebbe anche eessere utilizzato per curare o disturbi del sonno, depressione e forse anche autismo.

Afghanistan: attentato in un campo Carabiniere morto, altri due feriti

La Stampa

 

Razzo contro un nucleo addestrativo della polizia afghana. La vittima, 30 anni, lascia la moglie e un bimbo di 8 mesi. Il cordogio di Napolitano

 

Il carabiniere scelto Manuele Braj

 

VIDEO

Afghanistan, Al
Quaida colpisce
per visita Obama

Afghanistan,
gli spari nel cuore di Kabul

Afghanistan, è
morto il 40°
soldato italiano

Tema del giorno
Obama: via
dall'Afghanistan

 

FOTOGALLERY

Afghanistan,
in strada
rivolte anti-Usa

Afghanistan
Violente proteste in tutto il Paese

Viaggio nel cuore
dell'Afghanistan
Gli scatti d'autore

Afghanistan,
10 anni dall'inizio della guerra

Assalto taleban
in Afghanistan,
strage di soldati

 

Un carabiniere di trent'anni è morto ed altri due sono rimasti feriti in seguito ad una esplosione avvenuta stamani in un campo di addestramento della polizia afghana, ad Adraskan, nell'Afghanistan occidentale.  L'esplosione in cui è stata la conseguenza di «un attentato compiuto con il lancio di un razzo dall'esterno della base di addestramento della polizia afgana ad Adraskan». E' quanto ha detto il portavoce del contingente italiano ad Herat, tenente colonnello Francesco Tirino.


L’attentato è avvenuto alle 8.50 locali (le 6.20 in Italia) in prossimità di una garitta di osservazione installata a ridosso della linea di tiro del poligono.  L’esplosione ha coinvolto 4 militari dell’Arma appartenenti al PSTT (Police Speciality Training Team) uno speciale nucleo addestrativo della polizia afghana. In seguito all’esplosione un carabiniere è morto e due sono rimasti feriti alle gambe, mentre il quarto è illeso. La vittima è il carabiniere scelto Manuele Braj, 30enne di Galatina (LE), effettivo al 13° Rgt. “Friuli-Venezia Giulia” . Lascia la moglie, 28enne, e il figlio di 8 mesi. Gli altri due militari  sono in servizio alla 2°  Brigata Mobile di Livorno e al 7° Rgt “Trentino- Alto Adige”:

Sono feriti alle gambe e sono stati elitrasportati presso l’ospedale militare USA (ROLE 2) di Shindand, dove sono ricoverati non in pericolo di vita. La zona dell’esplosione è stata isolata per permettere i rilievi di rito e la ricostruzione della dinamica. 
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «appresa con profonda commozione la notizia del tragico attentato in cui ha oggi perso la vita un carabiniere e altri due sono rimasti gravemente feriti, mentre svolgevano i propri compiti operativi nella missione internazionale Isaf in Afghanistan, esprime i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari del caduto, rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese». Il Capo dello Stato «formula l’accorato auspicio che i militari feriti nell’attacco possano superare questo critico momento».  «È una notizia tristissima - ha dichiarato il ministro degli esteri Giulio Terzi. : abbiamo perso un giovane valoroso italiano impegnato a costruire un futuro più sicuro per i nostri figli e un Afghanistan in cui gli afghani possono decidere il loro futuro».

Bambole addio, meglio i videogames

Corriere della sera

 

I giochi elettronici sono i più ambiti anche dalle bambine. Ma secondo uno studio la bambola non morirà mai

 

MILANO – Per anni ha avuto il monopolio. Poi è arrivata la concorrenza, ma è riuscita a mantenere il primato indiscusso per decenni: la bambola, per le femmine, è sempre stato il gioco numero uno, anche per la sua capacità innata di replicare il mondo degli adulti, imitando di volta in volta la mamma, le amiche della mamma, la sorella. Poi arrivò la Barbie, tra tutte le bambole la più moderna, dimostrando di sapersi adeguare ai tempi con una versatilità più unica che rara. Venne la Barbie sposa, la Barbie nera, la Barbie dottoressa e persino la Barbie tatuata. Ma alla fine, nonostante le bambole ce l’abbiano messa proprio tutta, lo storico sorpasso è avvenuto e i giochi elettronici le hanno battute, rubando loro quel posto speciale nel cuore delle bambine.

LO STUDIO - Oggi le bambine moderne preferiscono i videogame. E’ la prima volta nella storia del gioco che i videogames sorpassano le bambole, con tutto quello che comporta, compresa una differenza di genere meno evidente nei passatempi ludici. La Barbie e il Cicciobello sono stati definitivamente sorpassati dai giochi elettronici e le ragazzine sono ormai più orientate verso il Nintendo, seguendo un trend iniziato già timidamente negli anni Ottanta. Lo sostiene uno studio della società energetica E.ON, che ha coinvolto duemila bambini e che mette la vecchia bambola solo al terzo posto in ordine di preferenza.

MUTAMENTI STORICI - Cambiano in genere i giocattoli, ma anche il modo di giocare, sia per i maschietti che per le femminucce. E se le bimbe del terzo millennio non sono più quelle di una volta, anche i ragazzini dimostrano un sostanziale mutamento nelle proprie abitudini: iPod, Playstation e Xbox sono ormai oggetti dei desideri infantili molto più dei giochi di costruzioni come i Lego, che in tutti i casi resistono (un po’ come le loro colleghe bambole), grazie a uno zoccolo duro costituito dal 18 per cento dei bimbi, che continua a ritenerli i loro giocattoli preferiti. In questa rivoluzione chi ha sofferto più di tutti sono stati i giochi da tavola, abituati a primeggiare per decenni e ora finiti a essere scelti solo dal 3 per cento della popolazione infantile.

LE BAMBOLE NON MORIRANNO - Ma la bambola, secondo gli esperti, non andrà mai in pensione, proprio perché come fa notare Adrian Voce, pubblicitario del settore ludico ed ex direttore di Play England, “è un giocattolo capace di giocare molti ruoli e risponde all’esigenza infantile di mettere in scena il mondo dei grandi”. Un sedici per cento delle bimbe non smette di nominarlo come giocattolo del cuore, così come i bambini scelgono i Lego (e simili), perché soddisfano quella voglia di costruire e demolire tipica soprattutto del genere maschile. Alla fine gli studiosi definiscono positiva questa crescente affezione dei piccini nei confronti dei giocattoli tecnologici, anche perché sono un’ottima palestra verso un mondo che parla sempre più il linguaggio tecnologico e dei computer. “L’importante è che i bambini non si limitino – continua Voce – all’interazione dello schermo, fondamentalmente a due dimensioni e lacunose su altri fronti”. Insomma, l’esperienza del gioco è fondamentale per la crescita psicologica e fisica e ci vuole tutto. La cosa più importante, come non smettono di ribadire gli esperti, è che i piccoli giochino sempre e comunque. Inutile dire che ci sono bambini che giocano con un elastico e un pezzo di legno. E si divertono pure.

 

Emanuela Di Pasqua

25 giugno 2012 | 12:48

Che faccia da c... la mamma di Federico Aldrovandi"

Libero

 

Insultata su Facebook da uno dei quattro poliziotti condannati per la morte di suo figlio

 

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Che faccia da c….. incapace di crescere un figlio morto non certo per un presunto pestaggio ma per altre cause”. La frase, apparsa su Facebook, come riporta Vanity Fair, è stata scritta su un gruppo del social network e si riferisce a Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, il giovane morto la notte del 25 settembre 2005 dopo essere stato pestato da quattro poliziotti durante un controllo a  Ferrara. La Moretti ha querelato per diffamazione due uomini, fra cui un agente che picchiò suo figlio, e una donna.

Giovedì scorso, subito dopo la condanna definitiva della Cassazione che aveva definito i quattro agenti - “schegge impazzite in preda al delirio” - si erano scatenati i commenti sulla pagina di “Prima difesa due”, gruppo su Facebook dell'omonima associazione fondato da Silvia Cenni, secondo la quale Federico Aldrovandi “non è stato pestato” ma “è morto per la compressione del fascio di hiss, dovuta non a una botta ma all'assunzione di droga”.

Sulla bacheca scrive tale Sergio Bandoli: “Se la madre se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un cucciolo di maiale, ma un uomo!”. Subito dopo si aggiunge uno dei quattro poliziotti condannati, Paolo Forlani: “Adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie”.

New York sott’acqua entro il 2300

Corriere della sera

 

Il livello dei mari destinato ad aumentare di 2,7 metri per il riscaldamento globale. A rischio soprattutto la East Coast

 

Nel film «The day afetr tomorrow», Nel film «The day afetr tomorrow»,

 

Anche se i grandi della Terra si mettessero immediatamente d'accordo su obiettivi seri per la tutela del clima, il livello dei mari è destinato ad aumentare inesorabilmente nei prossimi secoli. Lo sostiene uno studio elaborato da un team internazionale di scienziati climatici. Più che un allarme, uno scenario apocalittico è invece il quadro dipinto da una seconda ricerca: per l'anno 2300 il livello dei mari potrebbe crescere fino 4 metri.

«INONDAZIONI NELLA GRANDE MELA» - Il valore stimato più probabile, calcolato dagli esperti per quanto riguarda l'aumento del livello del mare in questo scenario apocalittico, si ferma a 2,7 metri. Ciononostante, le conseguenze per le città e le regioni costiere sarebbero drammatiche, ha sottolineato il co-autore dello studio, Stefan Rahmstorf, dell'Istituto di Potsdam per la ricerca sugli impatti climatici (PIK).  «A New York City, per esempio, l’aumento di appena un metro moltiplicherebbe la frequenza di gravi inondazioni: da una ogni secolo a una ogni tre anni». La costa orientale degli Stati Uniti è perciò una «sorvegliata speciale». Lungo i mille chilometri di litorale su cui si affacciano la Grande Mela, Baltimora, Philadelphia e Boston, il livello del mare sta crescendo ad una velocità fino a quattro volte superiore rispetto al resto del mondo. Da una parte all'altra del pianeta sono però centinaia di milioni le persone che vivono in aree costiere relativamente basse: un aumento del livello del mare interesserebbe in maniera drammatica anche i Paesi più poveri, soprattutto quelli in via di sviluppo, ma anche importanti metropoli in Asia. La conseguenza? Come si evince da una seconda ricerca pubblicata anch’essa sulla rivista scientifica Nature Climate Change, i danni economici sarebbero incalcolabili con il rischio di un vero e proprio esodo di rifugiati.

PUNTO DI NON RITORNO - Le probabilità di restare entro la soglia di 2 gradi esplicitamente inserita nell’accordo di Copenaghen diventa una chimera, sostengono gli scienziati. La continua crescita delle emissioni ha reso tale obiettivo - considerato da molti esperti il punto di non ritorno per il pianeta - estremamente difficile e probabilmente impossibile da raggiungere. Con un forte innalzamento delle temperature di 3 gradi, il livello dei mari salirebbe tra i 2 e i 5 metri, riferiscono dal PIK. L'autore principale dello studio è il ricercatore climatico olandese Michiel Schaeffer. Del team fa parte anche lo scienziato australiano Bill Hare. Entrambi lavorano presso Climate Analytics, un ente no-profit con sede a Berlino, che si occupa di clima e collabora con il PIK.

 

Elmar Burchia

25 giugno 2012 | 12:52

Una task force per gli animali terremotati

Corriere della sera

 

Volontari e veterinari sui luoghi del sisma per aiutare gli amici a quattro zampe e i loro padroni

 

 

Le volontarie dell'Enpa a San Felice sul Panaro Le volontarie dell'Enpa a San Felice sul Panaro

 

SAN FELICE SUL PANARO - Alle otto del mattino Flaffy, Peggy e Ciro sono in coda davanti alla tenda dell’Enpa, ai margini del Campo allestito a San Felice sul Panaro dai volontari delle Misericordie. Il pronto soccorso per i pet terremotati distribuisce farmaci e cibo, un veterinario visita cani e gatti. Pamela Lupo, Umberto di Bonaventura, Nicole Biscardi, Caterina Capelli, Ermanno Giudici e Irene Franco, la veterinaria, sono i volontari arrivati domenica sera da Milano. Resteranno una settimana. A sostituirli, poi, toccherà ai ragazzi della sezione torinese dell’Enpa. Non c’è tregua. Il termometro segna già 40 gradi in questa tendopoli allestita ai margini della provinciale 468 che collega Carpi e Finale Emilia, la ‘dorsale’ del sisma, dove da oltre un mese vivono 350 sfollati. È bastato il passaparola e in poche ore qua fuori s’è radunato il mondo di chi “ho perso tutto, m’è rimasto solo lui” il quattro zampe. “Il mio veterinario jha l'ambulatorio distrutto”, ripetono Sabrina, Mario, Antonio, Davide. Simona è sfollata ma i suoi due cani li ha lasciati nel giardino di casa: “C’è ombra, sono più tranquilli. Noi andiamo avanti e indietro a dare loro da mangiare”.

 

I volontari dell'Enpa sui luoghi colpiti dal sisma I volontari dell'Enpa sui luoghi colpiti dal sisma I volontari dell'Enpa sui luoghi colpiti dal sisma I volontari dell'Enpa sui luoghi colpiti dal sisma I volontari dell'Enpa sui luoghi colpiti dal sisma I volontari dell'Enpa sui luoghi colpiti dal sisma

 

INTRAPPOLATI - Sono tutti off limit gli ambulatori veterinari, in zona rossa o distrutti dalle scosse. Una squadra fa tappa negli altri campi, disseminati nella campagna immensa e costellata di rovine e distruzione, Cavecchio, Mirandola, Carpi. Si recuperano gli animali rimasti intrappolati nei crolli. Come a Rovereto sul Secchia e Novi, i due comuni presi sotto l’ala dalla Polizia locale di Milano. Squadre di trenta agenti s’alternano giorno e notte in attività di antisciacallaggio nei due paesi fantasma, dove non c’è abitazione che non sia lesionata: ci sono case letteralmente sbriciolate, altre dove hanno retto solo i muri perimetrali e dentro il nulla. E i vigili del fuoco arrivati dalla Capitale demoliscono condomini che sembrano fatti di cartone. Ma prima mettono in salvo il micio, che si è sottratto all'abbraccio disperato della padroncina in fuga dal crollo.

 

Paola D’Amico
pdamico@corriere.it24 giugno 2012 (modifica il 25 giugno 2012)

Polpetta avvelenata al cane: condannato

Corriere della sera

 

L'autore del gesto era il vicino di casa: quattro mesi, pena sospesa. L'animale salvo grazie alla sua padroncina

 

MILANO - Una bimba sente abbaiare il proprio cane, s'affaccia al balcone, nota qualcosa che scivola lungo la recinzione del giardino, proprio dove c'è il quattrozampe che annusa e poi addenta quel qualcosa. La piccola lancia un urlo, i genitori accorrono e il cane viene costretto a sputare una polpetta che, dopo attente analisi di laboratorio, si scoprirà essere imbottita di topicida. Il fatto è avvenuto quattro anni fa. L'autore del gesto, il vicino di casa, che negli istanti immediatamente successivi al ritrovamento della polpetta avvelenata era stato visto nel proprio giardino, nascosto dietro la staccionata, e nel cui garage gli investigatori avevano in seguito trovato pesticidi e insetticidi in quantità, è stato condannato a quattro mesi (pena sospesa) e duemila euro di risarcimento dei danni morali, per il delitto di «uccisione di animali sotto forma di tentativo».

Infatti, nonostante, il cane fosse stato costretto dai proprietari a sputare il boccone imbottito di veleno per topi e quindi non avesse subito alcuna conseguenza, dalle analisi effettuate è risultato che la polpetta aveva una carica di tossicità in grado di ucciderlo e non solo di provocare una lesione. Il caso assume una grande rilevanza, perché «sino ad ora la giurisprudenza non aveva mai affrontato il tema del "tentato animalicidio" - spiega Marianna Sala, presidente Lav (Lega anti vivisezione) Milano -. Il problema era di individuare la linea di demarcazione tra il tentativo di uccisione di animali e il loro maltrattamento».

Determinante proprio il fatto che la polpetta aveva una carica di tossicità in grado di uccidere, non solo a provocare lesioni come richiesto dalla norma sul maltrattamento. Con la pronuncia, il Tribunale di Milano ha dimostrato «di essere sensibile ai nuovi valori sociali che stanno emergendo in relazione alla tutela giuridica degli animali - conclude Marianna Sala -. Per primo ha dimostrato la dovuta attenzione nel giudicare la realizzabilità del delitto in forma tentata, valutandolo alla stessa stregua degli altri delitti previsti e puniti dal nostro codice penale».

 

Paola D'Amico

25 giugno 2012 | 10:22

Il Dalai Lama martedì a Milano «La cittadinanza? Non è un problema»

Corriere della sera

 

Il pubblico lo potrà seguire dalla sala Alessi, per l'occasione aperta e dotata di maxischermo

 

MILANO - Comincia martedì la visita milanese del Dalai Lama: alle 10.30 il leader tibetano, Tenzin Gyatso, entrerà a Palazzo Marino per il colloquio privato con il sindaco. Alle 11 terrà un discorso in Consiglio comunale: il pubblico lo potrà seguire dalla sala Alessi, per l'occasione aperta e dotata di maxischermo. Ci sarà anche una diretta streaming sul sito del Comune. La massima autorità spirituale buddhista ha accettato l'invito a Palazzo di Giuliano Pisapia dopo la mancata consegna della cittadinanza onoraria di Milano, promessa ma poi annullata per non urtare i rapporti con la Cina.

Per il Dalai Lama il veto al riconoscimento - arrivato direttamente dal governo nei giorni scorsi - «non è un problema»: l'aveva fatto intendere accettando l'invito di Pisapia e l'ha confermato ieri ai cronisti che lo hanno intervistato durante la sua visita a Matera. «Preferisco non creare difficoltà alle istituzioni, per me non è un problema», ha detto, specificando che il suo compito è «girare il mondo per dialogare con la gente e divulgare gli ideali della pace». Prima di arrivare in Basilicata il Dalai Lama ha visitato i terremotati di Mirandola (Modena), promettendo aiuti per altri 50 mila dollari, oltre ai 50mila già donati alla Croce Rossa per l'assistenza ai terremotati. La guida buddhista si fermerà a Milano fino a giovedì 28 giugno: dopo l'appuntamento a Palazzo Marino, che terminerà alle 12, il Dalai Lama sarà impegnato a tenere lezioni spirituali al Forum di Assago.

 

Alessandra Dal Monte

25 giugno 2012 | 10:33

L'arte dimenticata di scrivere a mano

Corriere della sera

 

Tra tastiere, computer e telefonini in media passano almeno 41 giorni prima di prendere carta e penna in mano

 

Appunti

In tempi di tastiere e touchscreen, carta, penna e calamaio stanno diventando sempre più «old fashion», al punto che un adulto può passare in media anche 41 giorni senza scrivere qualcosa a mano. Un valore già di per sé impressionante, ma che per una persona su tre schizza addirittura a oltre sei mesi, se il messaggio in questione si intende scritto in una forma comprensibile al mondo. Già, perché per i due terzi dei 2mila partecipanti alla ricerca commissionata dal servizio di stampa online «Docmail», la scrittura a penna è spesso «solo per i loro occhi», nel senso che quegli scarabocchi non li capisce quasi nessuno a parte loro.

CALLIGRAFIA- Non a caso, uno su sette ammette di vergognarsi dei messaggi scritti di proprio pugno, mentre quattro su dieci confessano di usare regolarmente dei programmi di scrittura intuitiva per l’ortografia e uno su quattro di ricorrere alle abbreviazioni, modello messaggini. Insomma, è finita la moda dei post-it appicciati ovunque per ricordarsi di fare qualcosa (del resto, c’è un’app anche per questo) o dei messaggi lasciati sul tavolo della cucina prima di andare al lavoro, magari per dire qualcosa di carino al partner: ora basta un sms e il gioco è fatto, con il risultato di rendere le future generazioni sempre più completamente dipendenti dalle tastiere.

A SCUOLA- Un pericolo di cui molti insegnanti sono già consapevoli, visto che sempre più spesso lamentano l’incapacità degli alunni di usare una penna o un pastello nel modo corretto, e che trova conferma anche nella stessa ricerca, con un intervistato su sei che ha definito “inutile” insegnare a scrivere ai bambini delle scuole. «E’ davvero un peccato che la scrittura a mano sia così in declino – ha sottolineato Dave Broadway, direttore di DocMail, sul Daily Mail – perché questa forma di comunicazione ha un valore affettivo intrinseco che non si può cancellare. Oggi però le persone cercano continuamente scorciatoie che facilino la vita e in questo caso la tecnologia fa al caso loro, perché permette di comunicare in maniera chiara e soprattutto rapidamente e poi mette tutti sullo stesso livello, perché per scrivere con la tastiera non serve avere una bella calligrafia. Ma sono comunque convinto che la scrittura a mano, seppur così in disuso, vada in qualche modo preservata, per evitare il rischio di dipendere totalmente dalla tecnologia».

 

Simona Marchetti

25 giugno 2012 | 12:30

La motocicletta Audi degli anni Settanta che fece sognare Piëch

Corriere della sera

Sul prototipo il piccolo motore della Volkswagen Polo




INGOLSTADT (Germania) - L'acquisto della Ducati per 860 milioni di euro a metà aprile ha fatto scalpore. Ma la storia dell'Audi, famosa per le berline, le famigliari, i suv e le sportive di prestigio, affonda parte delle sue radici proprio nel mondo delle due ruote.

FU REALIZZATA DI NASCOSTO-L'acquisizione da parte della Dkw, uno dei più grandi produttori di motociclette tra le due guerre, è storia risaputa. Così come l'ingresso successivo della Nsu nella galassia Volkswagen, diventata nel frattempo proprietaria di Audi. Il progetto di una moto Audi è invece più misterioso e risale alla metà degli anni Settanta, quando a capo del reparto ricerche e sviluppo di Ingolstadt c'era Ferdinand Piëch, lo stesso uomo che quarantasei anni più tardi, giunto al vertice del colosso tedesco, ha deciso di aggiungere il marchio bolognese all'elenco delle sue proprietà. Forse per concretizzare un suo vecchio sogno, più probabilmente per realizzare un progetto industriale di cui ancora sfuggono i contorni. Ma di sicuro con un senso appagato di soddisfazione.      Perchè è sempre stato appassionato di moto, che da giovane ha posseduto. Lui ha sovrinteso al progetto affidato a due tecnici fidati, Gumpert e Treser, che realizzarono la moto quasi di nascosto, nel 1976, con un budget di appena 2.500 marchi (su per giù equivalenti a 1.250 euro di oggi). Il prototipo, rimasto senza sigla e nemmeno citato nella storiografia di Audi, fu realizzato negli intervalli di lavoro, di sera, lontano da occhi indiscreti. La proprietà Volkswagen evidentemente non gradiva l'idea.

CICLISTICA DELLA BMW-Ma la squadra di Piëch «era in un momento di grande creatività», come ricorda Ralf Fries, storico di Audi Tradition. E forse, aggiungiamo, pativa il ruolo di «semplice» fabbrica a cui Ingolstadt (dove si costruiva il celebre Maggiolino) era costretta dal management di Wolfsburg. Comunque il lavoro fu ultimato, pur senza la certezza di uno sbocco produttivo.
La moto tutt'ora esiste, funzionante e conservata nel museo Audi, dove è rimasta pressoché nascosta. Raramente viene esibita e solo una volta è stata fotografata. Fino a oggi, quando è stata mostrata in esclusiva al Corriere della Sera . Certo, a prima vista tradisce i mezzi scarsi di cui disponevano i suoi artefici: motore a parte la ciclistica fu ripresa di sana pianta da una BMW 90S comprata di seconda mano e a cui, vagamente, s'ispira. Il motore fu invece scelto nella propria produzione automobilistica: il quattro cilindri frontemarcia della Audi 50, più conosciuta come Volkswagen Polo. Era il propulsore più piccolo a disposizione, ma fu necessario modificare il telaio per farcelo entrare, inoltre fu eliminato l'avviamento elettrico, sostituito da quello a pedale, e fu modificata la trasmissione primaria. Alla trasmissione finale a cardano fu preferita la cinghia dentata. Cupolino, serbatoio e sella furono realizzati dai tecnici Audi.

UNA STORIA TRAVAGLIATA-Una volta completato, il prototipo pesava circa 250 kg e accusava gli inevitabili difetti di gioventù, tra cui la debolezza del cambio e della frizione. Ciò nonostante Gumpert in persona s'incaricò dei collaudi su strada. Una volta fu persino scoperto da un giornale cittadino, a cui non erano sfuggiti gli strani movimenti motociclistici nei dintorni della fabbrica. La potenza sviluppata era di 60 cv, quindi superiore ai 50 che davano il nome all'omonima Audi. A conti fatti e vista la cilindrata di 1.100 cc, notevole per quei tempi, avrebbe potuto diventare una buona moto da turismo, in un momento in cui il settore due ruote era in crescita e in campo automobilistico l'attenzione si spostava ai modelli utilitari dopo la recente crisi petrolifera. Invece non se ne fece nulla. Di lì a poco lo stesso reparto tecnico avrebbe sfornato soluzioni destinate a rivoluzionare la produzione Audi (una su tutte, la trazione integrale), ma Ferdinand Piëch non deve avere mai smesso di pensare alla «sua» moto. La Ducati era da tempo nei suoi pensieri. Intanto, in attesa di scoprire il piano industriale (una volta ottenuto il placet dell'Antitrust), quattro modelli rossi e fiammanti sono già arrivati da Bologna: sono la prima cosa che si vede entrando nell'Audi Forum di Ingolstadt. Sarà un segno?

Paolo Lorenzi
25 giugno 2012 | 11:40

Multe a raffica sulla superstrada dei mobili

Corriere della sera

 

Gli artigiani brianzoli minacciano una class action
di Roldano Radaelli

 

Nuovi autovelox: molti tra gli artigiani brianzoli si sono rivolti all'Unione artigiani per protestare. Su queste provinciali negli ultimi 4 anni ci sono stati 5 morti per l'eccessiva velocità, 262 feriti gravi. «La gente corre perché deve fare le consegne per il giorno dopo, la vita a Milano è frenetica». La velocità massima consentita è di 80 chilometri all'ora.

Possibile che il sale faccia così male?

Corriere della sera

 

Qual è il modo migliore per ridurne il consumo senza traumi eccessivi, quali patologie si rischiano mangiandone tanto

 

 

MILANO - Dobbiamo davvero ridurre drasticamente il consumo di sale, come sottolineano nutrizionisti e cardiologi? È utile proficuo tagliarne l'uso da un giorno all'altro o è meglio agire in modo graduale? Quali patologie rischiamo mangiandone tanto? A queste domande risponde nella video intervista il dottor Andrea Poli, direttore scientifico della Nutrition Foundation of Italy.

 

Redazione Salute Online25 giugno 2012 | 10:21

E morto a 100 anni «Lonesome George» L'ultima tartaruga delle Galapagos

Corriere della sera

Era l'unico esemplare rimasto della sua specie. L'attesa di un erede si è sempre rivelata vana


«Lonesome George»«Lonesome George»

Alla fine, Lonesome George (George il solitario), è morto scapolo, a cent’anni. Se ne va per cause ancora da chiarire, l’ultimo esemplare maschio della specie di «Geochelone abingdoni», le tartarughe giganti dell’isola di La Pinta, alle Galapagos – nel Pacifico, a mille chilometri dalle coste dell’Ecuador. La razza si riteneva estinta finché, nel 1972, non fu trovato George, che viveva solo soletto sull’isola. In poco tempo era diventato una delle icone più famose degli ambientalisti. Gli scienziati non si erano mai dati per vinti riguardo all’estinzione di questa specie. Tentare di trovargli degli eredi era diventato un simbolo della lotta per la salvaguardia della biodiversità sull’isola. Nel 1993 si era anche cercato di farlo accoppiare con due tartarughe femmine di una diversa sottospecie. Ma l’attesa di un tartarughino o di una tartarughina si è sempre rivelata vana.


DA DARWIN ALLE FOLLE DI TURISTI - Le tartarughe giganti delle Galapagos, che possono vivere fino a 200 anni, sono state tra le specie che aiutarono Charles Darwin a elaborare la sua teoria sulla evoluzione, nel XIX secolo. Adesso la scomparsa della tartaruga avrà probabilmente un impatto anche sull’economia locale. «Jorge el solitario», come veniva chiamato affettuosamente sull’isola, attirava ogni anno migliaia di turisti: oltre 180 mila solo nel 2011. Ora il Parco Nazionale delle Galapagos sta valutando l’opportunità di imbalsamare il corpo di George, in modo che possa comunque essere visto dai turisti. Un portavoce del Parco nazionale delle isole ha spiegato che si farà un esame necroscopico sul cadavere della testuggine per capire quale sia la causa esatta della sua morto.

Federica Seneghini2
5 giugno 2012 | 8:22

Schwarzy contro Google: «Giù le mani da Venice Beach». «È la rivincita dei secchioni»

Corriere della sera

 

L'attore ed ex governatore difende la mecca del culturismo Usa dall'invasione dei cervelloni

 

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


NEW YORK - È la capitale bohémienne d'America dai tempi della Beat generation, molto più di Woodstock, beneficiaria di un concerto che non ha voluto, o di San Francisco, già in declino alla fine degli anni 70. Ma adesso Venice Beach, il leggendario distretto ovest di Los Angeles affacciato sul Pacifico rischia di fare la stessa fine di Soho e dell'East Village, i due quartieri newyorchesi un tempo più alternativi, vittime della «gentrificazione» che ha trasfigurato il volto delle metropoli americane.

 

Arnold Schwarzenegger ai tempi in cui si allenava a Venice Beach(Ap)Arnold Schwarzenegger ai tempi in cui si allenava a Venice Beach(Ap)

A lanciare l'allarme, in una lunga intervista al New York Time , è l'ex governatore californiano Arnold Schwarzenegger, preoccupato dallo sbarco di Google nella cittadina che oltre ad ospitare il circo hippy più famoso del mondo - artisti di tatuaggi, skateboarder, Hare Krishna, spacciatori, prostitute, homeless - è da sempre la mecca del culturismo a stelle e strisce.
«Il gigante web ha comperato tutto quello che era disponibile», punta il dito Schwarzenegger nel commentare la decisione del colosso di Mountain View di trasferire un esercito di dipendenti in due edifici di Venice Beach. Dopo aver acquistato un'area di oltre 9.200 metri quadrati, Google sta negoziando nuovi contratti per altri 9.200 metri quadri. Inclusa la Gold's Gym, la palestra simbolo di una cittadina dove, 44 anni orsono, è partita la sua carriera di body builder: appena sbarcato in California dalla natia Austria, a Venice iniziò la lunga avventura che l'ha portato prima a Hollywood, e quindi alla guida dello Stato, tra il 2003 e il 2011.

L'invasione ha scatenato un rovente dibattito tra gli abitanti della zona, che di recente hanno organizzato un boicottaggio per fermare il debutto nel quartiere di una celebre e costosa catena di gelati. La strategia messa a punto da Google è stata più scaltra: prima di traslocare i sui dirigenti hanno organizzato un incontro pubblico, esortando gli abitanti ad esprimere il loro parere.

Ma nonostante le rassicurazioni del suo portavoce Jordan Newman («Google non ha intenzione di chiudere la palestra»), gli erculei frequentatori di Gold's Gym non si fidano. «È la vendetta dei nerd», teorizza il culturista Nathanial Moon, secondo cui «stiamo assistendo alla rivincita dei cervelloni che venivano rinchiusi negli armadietti dai compagni di classe più forti e muscolosi che ai balli della scuola scippavano regolarmente le loro ragazze».

Ad avvalorare i loro timori è il fatto che, come quartier generale, Google abbia scelto il celebre edificio progettato da Frank Gehry dove all'entrata troneggia la statua di un enorme paio di occhiali, simbolo della cultura dei nerd che spazza via quella dei muscoli senza cervello. Ma a minacciare il futuro dei body builder e della variopinta armata Brancaleone di Venice non è solo Google. «Lo stesso ex governatore della California oggi è tra i massimi imprenditori immobiliari della città», scrive il New York Times , che rivela come negli anni scorsi Schwarzy abbia «acquistato un'altra leggendaria palestra, la World Gym, dove lui stesso andava ad allenarsi regolarmente, chiudendola per sostituirla con negozi e uffici di lusso». Un investimento destinato a lievitare dopo che, sulla scia del ripulisti in stile tolleranza zero alla Rudy Giuliani messo in atto dal Los Angeles Police Department, la rivista degli yuppie GQ ha nominato Abbot Kinney Boulevard, un tempo la strada più malfamata di Venice, come «l'isolato più cool d'America».

 

Alessandra Farkas

25 giugno 2012 | 10:50

Garconniere San Paolo, i segreti dello stadio «dell'amore»

Il Mattino

di Paolo Barbuto

NAPOLI - I racconti sono sempre diversi dalla realtà, permettono all’immaginazione di volare e rendono affascinante qualunque cosa, anche una garçonniere dentro lo stadio; La realtà, invece, è cruda e orribile: è un box spoglio e minuscolo con un materasso; è puzza di pipì che si cuoce al sole; è una saracinesca che s’apriva di giorno e di notte per andare in un postaccio gelato d’estate e bollente d’inverno a sfogare istinti sessuali.

 


Stadio San Paolo, dopo la bufera sulle foto a pagamento per gli sposi a caccia di ricordi particolari, e dopo lo scandalo sulle stanze dell’amore ricavate nel tempio del calcio, c’è un elemento che subito salta agli occhi: è un materasso. È stato gettato in mezzo ai rifiuti sotto la tribuna, è decisamente singolare. Dentro uno stadio puoi immaginare che l’immondizia sia fatta da lattine di bibite, buste di patate fritte e «sementi», magari ci può stare l’asta rotta di una bandiera o uno striscione a brandelli; pensi che possano esserci strappi di biglietti usati, cicche di sigaretta, bottigline di plastica: ma perché dovrebbe esserci un materasso nell’immondizia dello stadio? Se lo saranno chiesti anche a palazzo San Giacomo, forse è per questo che hanno avviato una indagine interna per capire chi, e quando, apriva le porte dello stadio a sposini con fotografo al seguito o a coppie in cerca di una singolare intimità nel luogo che uno s’immagina come il più affollato del mondo.


E invece quando il calcio è in vacanza, questo posto, lo stadio San Paolo, puzza d’abbandono e solitudine. Le stanze dell’amore individuate dall’indagine interna di palazzo San Giacomo sono due. E si trovano quasi all’opposto dell’ovale di Fuorigrotta. Una è posizionata dentro la tribuna ospiti, a ridosso della curva «A»: si tratta di un box di cemento protetto da una saracinesca e chiuso da una porta a vetri. Oggi lì dentro c’è solo un mobiletto con una manciata di detersivi; fino a qualche tempo fa la stanzaccia era arredata con un paio di materassi, l’uno sull’altro. Nessuno dirà mai ufficialmente che si trattava di una stanza «dell’amore», in via ufficiosa, però, tutti lo sussurrano. L’altra garçonniere si trova in area «distinti»: attualmente è invisibile perché la serranda di protezione è calata e bloccata con la serratura. Chi l’ha vista la racconta non dissimile dalla prima: cemento, mura spoglie, e un letto, stavolta, non solo materassi gettati per terra.


All’interno dello stadio ci sono i lavoratori del San Paolo che sono molto arrabbiati per quel che s’è detto. Non vogliono essere tutti trasformati in delinquenti e lenoni, pretendono che si faccia chiarezza e che, se ci sono responsabilità, vengano individuate con certezza, per lasciare limpida l’onorabilità di tutti gli altri lavoratori. Finché non ci sarà chiarezza, però, intorno allo stadio continuerà ad aleggiare l’ombra che c’è adesso, nel caldo afoso che annuncia l’estate vera. Un’ombra che, proiettata all’esterno, conserva un pizzico di romanticismo tipo «andiamo a fare l’amore dove si esibiscono i nostri idoli», ma che, vista da dentro, è completamente diversa: è fatta di materassi gettati per terra e puzza di pipì che si diffonde nell’aria.

 

Lunedì 25 Giugno

2012 - 10:22    Ultimo aggiornamento: 10:27

Decapitazioni record in Arabia: quattro esecuzioni in un giorno

La Stampa

Carla Reschia

Condannati per omicidio e sequestro, ma anche per "possesso di talismani". Sono già 39 i cittadini messi a morte dall'inizio dell'anno

Giusto per non parlare solo dell'Iran e delle sue incivili impiccagioni sulla pubblica piazza, Nessuno tocchi Caino, nella sua puntuale segnalazione delle esecuzioni capitali in giro per il mondo dedica un capitolo corposo all'Arabia Saudita. Nessuna indiscrezione. La fonte è l'agenzia di stampa ufficiale saudita SPA e la notizia è che appena pochi giorni fa ben quattro persone sono state decapitate nel giro di 24 ore. Si tratterebbe di due fratelli egiziani, Mohammed bin Nafe e la sorella Jamalat bint Nafe, che avrebbero “rapito una bambina di nove anni nella Moschea del Profeta a Medina, torturandola e tenendola rinchiusa per sei anni e mezzo nella loro residenza”. “Mohammed ha ripetutamente violentato la bambina durante questo periodo e i due egiziani avevano progettato di portarla fuori dal Paese”, recita l'agenzia. Inoltre, “I due inoltre hanno trascurato la salute dei rispettivi bambini e commesso violenze nei loro confronti, provocando la morte di due figli di Mohammed”.

I due egiziani sono stati decapitati a Medina. Lo stesso giorno Ali bin Mohammed Al Qahtani, cittadino saudita, sarebbe stato decapitato per l'omicidio di un connazionale nella regione di Asir. E se fin qui siamo nella norma, per quanto odiosa, di delitti noti anche a noi come tali, più misteriosa risulta la condanna alla pena capitale di un altro saudita, Muree bin Ali Al Asiri, della provincia di Najran, accusato di “stregoneria, magia e possesso di talismani”. En passant, forse convinto dai metodi persuasivi dei mutawwi'a, i poliziotti che vigilano sulla purezza della fede, l’uomo avrebbe anche confessato di aver commesso adulterio con due donne.
Con queste ultime quattro decapitazioni giungono a 39 le persone giustiziate in Arabia Saudita dall’inizio dell’anno. Sulla base, bene precisarlo, di notizie ufficiali e cioè di quello che il governo stesso intende far conoscere. E anche per i cultori della pena di morte, di cui non faccio parte, resta da interrogarsi sul reato di stregoneria, che getta un'ombra fosca su tutto il sistema nel suo complesso.

Prima operazione al fegato eseguita interamente da un chirurgo-robot‎

La Stampa

 

L'intervento a Palermo

 

 

Palermo

 

Eseguito all’Ismett (Istituto mediterraneo trapianti e terapie ad alta specializzazione) di Palermo un intervento chirurgico di resezione e prelievo del lobo epatico di destra con tecnica robotica mini-invasiva a scopo di donazione per trapianto d’organo.
Il sistema robotico utilizzato per l’intervento è il «Da Vinci», l’unico per ora disponibile sul mercato. È il primo caso al mondo di prelievo condotto interamente ed esclusivamente con tecnica chirurgica robotica: solo le braccia meccaniche hanno operato all’interno dell’addome del donatore. In passato, alcuni interventi di donazione di fegato da donatore vivente sono stati eseguiti negli Stati Uniti utilizzando il robot, ma con l’ausilio del chirurgo che, con la sua mano introdotta attraverso un’incisione addominale, eseguiva insieme al robot parte dell’intervento.


Grazie all’utilizzo dell’automa, per eseguire l’intervento di resezione sono bastati appena 5 fori ed un’incisione di soli 9 centimetri. Il robot è stato utilizzato nel donatore, un uomo di 46 anni, per la resezione e il prelievo del lobo epatico destro, che è poi stato trapiantato al fratello di quarantaquattro anni, affetto da cirrosi epatica e in lista di attesa per trapianto di fegato presso l’Istituto mediterraneo. In sala operatoria un’equipe formata da decine fra medici e infermieri di Ismett e guidata dal direttore dell’Istituto, Bruno Gridelli, e da Marco Spada, responsabile della Chirurgia addominale e dei trapianti d’organo.


L’intervento robotico è durato circa dieci ore. Il decorso postoperatorio di entrambi i fratelli è stato regolare e senza maggiori complicanze. Il donatore è stato dimesso dopo nove giorni ed è tornato alle sue normali attività. Il ricevente è stato dimesso qualche settimana più tardi. La robotica consente di associare i benefici offerti dalla chirurgia mini-invasiva tradizionale alla precisione e sicurezza proprie dell’automa che, grazie a strumenti articolati, può compiere movimenti preclusi alla mano del chirurgo sarebbe in grado di eseguire. Ciò si traduce nella possibilità di eseguire in modo mini-invasivo interventi chirurgici molto complessi, come il prelievo di una parte di fegato per trapianto, di ridurre il rischio emorragico durante l’operazione e di garantire un rapido recupero al paziente.


L’intervento è stato realizzato in collaborazione con l’equipe dell’azienda ospedaliera universitaria Cisanello di Pisa, guidata dal professore Ugo Boggi. «L’impiego nella chirurgia dei trapianti di nuove tecnologie emergenti quali quella robotica -ha detto Bruno Gridelli, direttore di Ismett- è molto importante poichè riducendo il trauma operatorio potrà favorire un incremento delle donazioni d’organo da vivente e, quindi, del numero di trapianti. Il trapianto di fegato da donatore vivente effettuato presso l’Istituto mediterraneo rappresenta un importante esempio di fattiva collaborazione tra Centri rrapianti di diverse regioni italiane e dimostra come collaborazioni di questo tipo possano favorire il progresso in campo trapiantologico».


Il sistema robotico Da Vinci è composto da un carrello, posto al letto del paziente, con quattro bracci meccanici che controllano altrettanti strumenti articolabili, introdotti nella cavità addominale attraverso piccoli fori di meno di un centimetro di diametro. Il dispostivo è provvisto di una console che permette al chirurgo operatore di avere una visione tridimensionale ingrandita dell’interno della cavità addominale e di seguire movimenti delle dita e delle mani che vengono tradotti in tempo reale in azioni del robot.

La guida con tutti i consigli per viaggiare con cane e gatto

Libero

 

Obbligatori microchip, passaporto e vaccinazioni. Le dritte per muoversi in auto, traghetto, aereo e treno

 

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In arrivo la prima compagnia di volo solo per animali. Fido e Micio, fateli partire a stomaco vuoto. E se avete bisogno una carrozza tutta per loro..

Tutti insieme anche in vacanza. Cani, gatti & Co. Magari a Modena, Pordenone e Torino, i comuni italiani eletti pet friendly. Oppure a Milano, città che conta più amici pelosi che bambini, in proporzione agli abitanti. Ormai il 48% degli italiani si fa accompagnare al mare o in montagna da un amico a quattro zampe. Del resto, stanno con noi da quando l’umanità era bambina. Loro erano già adulti tanto da insegnarci a cacciare per sopravvivere. Perché mai dovremmo separarcene andando in ferie? Basta guardare alla Toscana e Umbria, le due regioni con il maggior numero di agriturismi e strutture rurali (598 e 491) amici degli animali. Il Piemonte è in terza posizione. Decisamente meno virtuose la Basilicata e la Calabria. Di alberghi, pensioni, ristoranti, campeggi, strutture ricreative e di ristoro, residence, spiagge e piscine aperte per cani e gatti, si occupa il portale www.vacanzea4zampe.info (in collaborazione con il ministero della Salute) a disposizione dei 22 milioni di connazionali possessori di un animale domestico.

Altro che abbandonarli. Non ci si annoia a fare dog trekking tra i boschi o frisbee in riva al mare. Dog bike in montagna o caccia al tesoro in spiaggia. Per non parlare delle gare al grattino per tutti i mici al seguito. Certo, non che tutti siano diventati di colpo animalisti, per carità. Ma accanto a certi atteggiamenti anche cinici, cresce la cultura dell’amico a quattro zampe, a volte migliore di un umano a due gambe. E poi è in aumento la tolleranza. Così c’è un’impennata dei luoghi dove sono ben visti. Addirittura a Cortona (Ar), il Relais & Chateaux Il Falconiere ha scomodato il Santa Sanctorum delle essenze, la duecentesca Officina di Santa Maria Novella a Firenze, per dare il benvenuto ai gatti con un delicato profumo alla rosa, e ai cani con essenze al muschio. Comunque, una volta decisa la destinazione, è fondamentale riservare molta attenzione al mezzo di trasporto per la vacanza.

«Se si può scegliere, come Enpa consiglia una località vicina raggiungibile in automobile - spiega Rosanna Zanardi, presidente della sezione genovese dell’Ente nazionale protezione animali - l’automobile rimane il mezzo di trasporto migliore per gli animali, perché è possibile organizzare soste frequenti per farli sgranchire». Avendo cura di tenere gli animali a digiuno prima del viaggio, o, se è molto lungo, somministrargli brevi spuntini, preferibilmente di cibo secco. E tenere sempre a portata di mano dell’acqua fresca, mettete poi il guinzaglio in valigia, pet passport, microchip valido per l’identificazione dell’animale e libretto di vaccinazione. Raccomandata una polizza di responsabilità civile per eventuali danni causati dal quadrupede.

di Roberta Maresci

 

In auto: partenza a stomaco vuoto
I gatti possono soffrire l’auto come i bambini, per motivi fisici (cinetosi) o psicologici. Lo manifestano con nausea, vomito, paura e agitazione. Bisogna abituarli gradualmente al viaggio (portandogli dietro  il suo giochino preferito o facendo brevi prove di percorso qualche giorno prima della partenza). Mettete i gatti come i cani nell’apposito spazio dietro i sedili, fissato attraverso la cintura di sicurezza, avendo sempre a disposizione dell’acqua. Fate soste ogni 200 chilometri o ogni 2 ore per fargli sgranchire le zampe e bere. Applicate delle tendine parasole ai finestrini per evitare la luce diretta del sole; e se c’è l’aria condizionata non tenetela al massimo (gli animali corrono il rischio di raffreddarsi). Portate dietro i documenti sanitari e passaporto. Niente cibo: è meglio farli viaggiare a stomaco vuoto per evitare che stiano male.

In aereo: arrivano i voli solo per Fido e Micio
Il  gatto soffre d’ansia, ma alcune compagnie aeree (tra cui Alitalia) consentono il trasporto dei pet in cabina purché resti per tutto il viaggio in un trasportino omologato Iata (ente internazionale che stabilisce le norme per il trasporto aereo), che gli consenta di potersi girare, accucciare e che sia ben areato e impermeabile. Nel trasportino ( 40x20x24 cm), possono viaggiare fino a  5 animali della stessa specie, a condizione che il peso totale (compreso di cibo e trasportino) non sia superiore ai 10 kg. Se comunque l’animale reca disturbo ai passeggeri, il comandante può trasferirlo nella stiva. Fino a quando non arriva in Europa la PetAirways, compagnia aerea che provvede al trasporto di cani e gatti, indipendentemente dalla taglia, viaggiano in cabina con tutti i comfort. I costi sono proibitivi, ma il guaio è che gli unici passeggeri ammessi sono gli animali!

In traghetto: ogni compagnia ha le sue regole
A bordo dei traghetti Tirrenia non sono ammessi animali nelle  cabine, salvo gatti e furetti sistemati in gabbie; i cani  viaggiano sistemati nel canile di bordo muniti di museruola e in cabina possono entrare se di piccola taglia. La Corsica Ferries, consente di tenere il proprio animale vicino (e per quelli di piccola taglia non si deve nemmeno pagare il biglietto). Sui traghetti Moby i pets  si imbarcano muniti di biglietto (devono avere la museruola e tenuti al guinzaglio). Grimaldi Lines acconsente che cani e gatti vengano raggiunti dai loro padroni (responsabili della loro pulizia e vitto), che possono portarli in giro sui ponti esterni col guinzaglio. Le tariffe?  Se state pensando a una crociera non illudetevi: nella maggior parte dei casi gli animali non sono benvenuti e, comunque, per Micio preparatevi al mal di mare e problemi annessi.

In treno: ogni compagnia ha le sue regole
Gli animali di piccola taglia, dentro il trasportino (misure 70x30x50), possono viaggiare gratuitamente su tutti i convogli Trenitalia incluse le Frecce. Quelli di taglia maggiore su Intercity, Intercity notte, Espressi e tutti i convogli regionali alla metà del prezzo di un biglietto di seconda classe.  Per un viaggio in carrozze con cuccette, vetture comfort, vagoni letto e vetture Excelsior devi acquistare l’intero compartimento (biglietto  con tariffa di seconda classe ridotta del 50%): fa eccezione solo il cane guida della persona non vedente e comunque, fuori dal compartimento,  il cane va  al guinzaglio e munito di museruola. Dal 4 Luglio Arenaways ha attivato trenhotel per le tratte Torino-Reggio Calabria e Bari dove c’è anche la carrozza dedicata a chi viaggia con animali al seguito.

Lusi: ecco le lettere di Rutelli sui soldi

Corriere della sera

 

Appunto con le indicazioni per la gestione di un milione e mezzo di euro. Rutelli e Bianco, possibili nuovi interrogatori

 

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ROMA - Ha sempre sostenuto di non essersi occupato della gestione finanziaria del partito «perché a questo avevamo delegato il tesoriere». E invece sarebbero proprio i documenti consegnati due giorni fa da Luigi Lusi ai magistrati romani a smentire la tesi di Francesco Rutelli. Tra le carte depositate durante l'interrogatorio che si è svolto sabato pomeriggio nel carcere di Rebibbia ci sono infatti due lettere, una a mano e una al computer, scritte proprio da Rutelli. Ed entrambe riguardano la destinazione dei rimborsi elettorali ottenuti dalla Margherita dopo lo scioglimento e la fusione con i Ds nel Partito democratico avvenuta nel 2007. Non solo. Altri appunti si riferiscono alle somme versate a diversi esponenti del partito, in particolare Enzo Bianco e Matteo Renzi. «E le indicazioni - ha sostenuto Lusi - arrivavano dal segretario con il quale avevo un confronto costante, anche se spesso riuscivamo a parlarci per non più di dieci minuti». Subito dopo ribadisce che «lui era perfettamente a conoscenza degli investimenti immobiliari, tanto da suggerirmi la creazione di una società estera». Versione smentita da Rutelli che su questo ha già depositato una querela.

LE DISPOSIZIONI DEL 2009 - Il confronto a distanza dunque non è terminato, anzi, promette scintille. Perché da questa mattina cominceranno le verifiche affidate alla Guardia di Finanza e al termine è possibile che Rutelli, ma anche Enzo Bianco e altri leader del partito vengano nuovamente interrogati dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal suo sostituto Stefano Pesci, i titolari dell'indagine avviata nel dicembre dello scorso anno su alcune operazioni bancarie sospette che hanno consentito di scoprire un ammanco di oltre 25 milioni. Soldi che Lusi è accusato di aver rubato insieme alla moglie, ad altri familiari e a due commercialisti.

 

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L'APPUNTO DI RUTELLI - Nell'appunto scritto a mano, che Lusi colloca nel 2009 ma senza poter specificare la data precisa, Rutelli parlerebbe della destinazione di un milione e mezzo di euro, di cui almeno 600 mila per la sua corrente. Soldi che il tesoriere avrebbe dovuto gestire. Poi rimprovererebbe Lusi per aver restituito al Parlamento europeo alcuni fondi destinati al Pd di Bruxelles di cui il senatore amministrava le finanze. Anche nell'altra lettera, scritta al computer e datata 10 novembre 2009 si parla di denaro, ma su quale sia l'uso che ne deve essere fatto bisognerà adesso effettuare alcuni accertamenti perché, come sottolineano gli inquirenti, «si tratta di comunicazioni molto sintetiche e non esplicite, dunque si dovrà capire dove sono effettivamente finite le somme».

LE MAIL DI LUSI - Molto più dettagliate sono le mail che Lusi spediva a Rutelli, anch'esse consegnate durante l'interrogatorio di fronte al giudice Simonetta D'Alessandro che ha ordinato l'arresto del tesoriere e ha ottenuto il via libera all'esecuzione dall'aula di Palazzo Madama con un voto che non ha precedenti visto che mai prima d'ora era stata autorizzata la cattura di un senatore. In tutto agli atti sono state allegate una decina di pagine nelle quali il tesoriere fa presente che i «soldi saranno destinati a singole persone» e questo, ha affermato rispondendo alle domande del giudice, «dopo aver preso la decisione di spartire il denaro dei rimborsi per evitare che dopo la fusione finissero nelle casse del Pd». In particolare c'è una mail nella quale Lusi avrebbe proposto di far confluire i fondi sui conti di «associazioni e fondazioni» cosa che effettivamente è poi avvenuta, almeno in parte. Ed è proprio quando affronta l'argomento relativo a questa presunta spartizione che Lusi cita Bianco e Renzi.

CASE E VILLE - Secondo il tesoriere la scelta di spartirsi i finanziamenti tra le correnti dei rutelliani e dei popolari risale al 2007. Un mese fa, durante la sua audizione di fronte alla Giunta del Senato, aveva sostenuto che anche gli investimenti immobiliari rientravano in questa politica di divisione e che lui era di fatto il «fiduciario» dell'operazione. Ieri ha aggiunto nuovi dettagli, e anche su questo bisognerà adesso cercare eventuali riscontri. Perché Lusi sostiene che quegli acquisti di appartamenti e ville furono «fatti per conto dei rutelliani e decisi ben prima dello scioglimento della Margherita».

LA TESI - che è accusato di aver rubato circa 25 milioni di euro al partito una parte dei quali utilizzati proprio per comprare lussuose proprietà al centro di Roma e in campagna, ma anche per ristrutturare appartamenti che già possedeva in Abruzzo - è che «fu Rutelli ad autorizzare quegli acquisiti consigliandomi anche di utilizzare una società estera, visto che mia moglie è canadese». L'interessato ha smentito parlando di «bufale pronunciate da un ladro», ma ora Lusi aggiunge un nuovo dettaglio: «Accadde prima del 2007», dunque quando la Margherita era ancora un partito autonomo e Rutelli era vicepresidente del Consiglio con il governo guidato a Romano Prodi. L'ennesima bordata in una guerra che appare senza fine.

 

Fiorenza Sarzanini

25 giugno 2012 | 8:55

Ecco il piano per il super-Inps, in mobilità 5.000 dipendenti

Il Mattino

 

Con l’accorpamento di Inpdap e Enpals saltano 90 direttori

 

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di Giusy Franzese

ROMA - Ventitrè direttori generali in meno, settanta direttori di secondo livello eliminati, cinquemila dipendenti in mobilità. Prende forma il super-Inps con l’accorpamento dei tre enti previdenziali Inps, Inpdap ed Enpals, un colosso che dovrà gestire un bilancio tra i 500 e 700 miliardi di euro. Il documento con le linee d’indirizzo per il percorso di integrazione e il conseguente piano industriale è pronto e Il Messaggero è in grado di anticiparlo. E’ già stato firmato dal presidente Antonio Mastrapasqua. Obiettivo: ridurre i costi complessivi di funzionamento relativi ai tre enti previdenziali di almeno 20 milioni di euro nel 2012, 50 milioni di euro per il 2013 e 100 milioni di euro a decorrere dal 2014.


Già entro la fine di questo mese si partirà con i primi adeguamenti delle funzioni centrali e territoriali. Parte centrale della spending review del colosso che nascerà dalla fusione dei tre istituti, sarà la razionalizzazione logistica. Molte sedi saranno dismesse, gli spazi saranno riorganizzati e razionalizzati. Nel documento si parla esplicitamente di «contrazione degli spazi utilizzati attraverso la liberazione di aree contigue» e nel caso di strutture distribuite su più stabili «mediante l'accorpamento del personale in un unico immobile». Ed ecco che, entro il 30 settembre prossimo, la Direzione Regionale dell’Inps e degli enti soppressi sarà accorpata in un unico stabile, stesso destino per le direzione provinciali e quindi i loro capi.


La razionalizzazione comporterà anche «la restituzione di immobili in locazione passiva o la riduzione delle superfici locate con la relativa ricontrattazione del contratto di affitto e del canone». Vi rientrano anche quelli presi in affitto dall’Agenzia del Demanio. Per liberare spazi è prevista «l’ottimizzazione degli archivi cartacei», molti saranno «dematerializzati». Le operazioni di razionalizzazione logistica dovranno essere completate entro la fine di gennaio 2013.


La razionalizzazione dovrà interessare anche le spese per forniture, servizi e lavori. E’ previsto il coordinamento a livello centrale delle politiche di acquisto (con la centrale unica acquisti); la standardizzazione dei comportamenti delle strutture preposte alle attività negoziali; la realizzazione di economie di scala e l'aumento del livello di concorrenza tra gli operatori dì mercato; lo sviluppo e la diffusione di strumenti telematici a supporto degli acquisti. Entro fine giugno sarà completata la banca dati unica dei contratti in essere, la redazione del piano dei fabbisogni unitario, del piano acquisti unitario, e l’unificazione dell’albo fornitori informatizzato e dell’albo professionisti


Per quanto riguarda il personale è prevista la mobilità inter-enti e la predisposizione di adeguati meccanismi per la valutazione delle performance. Entro il 30 settembre 2012 ci sarà la rilevazione dei fabbisogni di personale connessi alla nuova organizzazione centrale e territoriale, un mese dopo partirà il processo di assegnazione del personale alle strutture. Nel documento non ci sono numeri relativi ad eventuali esuberi, ma dalle prime stime dovrebbero essere almeno 5.000 i dipendenti che risulteranno superflui una volta completato il processo di accorpamento e che quindi saranno messi in mobilità.

 

Lunedì 25 Giugno 2012 - 08:55

Quei depistaggi anti Cav su uno scandalo che è targato sinistra

di Gian Marco Chiocci - 25 giugno 2012, 08:00

 

Trattativa Stato-mafia, per provare gli (inesistenti) accordi tra i boss e Berlusconi i pm hanno persino retrodatato la nascita di Forza Italia. Fallendo ogni volta

 

Il Cavaliere, i boss, la trattativa con Cosa nostra. Una ossessione. Più indagavano sulla mediazione con la mafia ai tempi di Berlusconi e più l’evidenza dei fatti, giorno dopo giorno, li costringeva a fare i conti coi silenzi, le omissioni o le bugie di personaggi di centrosinistra.

 

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Più dicevano che c’era la vecchia mafia nella cassaforte dell’uomo di Arcore, e più erano costretti a rimangiarsi le conclusioni smontate da consulenze contabili. Più sfornavano pentiti anti Cav e più si scontravano con l’inesistenza dei riscontri e i disastrosi confronti in aula (vedi il processo Dell’Utri con Spatuzza).

A un certo punto, disperati, si sono affidati all’oracolo Massimo Ciancimino, figlio del mafioso don Vito, che dopo aver tenuto fuori Silvio dai suoi ragionamenti cambiò versione in un crescendo di taroccamenti e copia e incolla giudiziari in qualche modo collegati all’esistenza – si fa per dire - di pupari e agenti segreti dai volti sfregiati e dai nomi vari, Carlo o Franco. Anche qui è finita come doveva finire. Male. Il supertestimone in cella per calunnia all’ex capo della polizia De Gennaro e la sua attendibilità fatta a pezzi da altri pm (Caltanissetta) in disaccordo totale coi colleghi di Palermo che consideravano Massimuccio nostro «un’icona antimafia». Senza ripercorrere le «bufale» seriali del ragazzo che sotto intercettazione giurava di essere in grado di sapere tutto sulle inchieste avendo accesso alla banca dati della procura di Palermo, va detto che si è arrivati persino a perquisire il giornalista-senatore Lino Jannuzzi pur di dare un senso a quell’unica linea (spezzata) di continuità che collega più precedenti «trattative», tutte incompatibili con la discesa in campo del Cavaliere nel 1994.

Una prima mediazione sarebbe avvenuta all’indomani della morte di Lima (marzo ’92), la seconda a cavallo tra le stragi di Falcone e Borsellino con improbabile protagonista Mori e i suoi carabinieri del Ros (maggio ’92), la terza con i governi Amato e Ciampi che ammorbidirono il 41 bis (nel 1993), la quarta è di fine novembre ’93 stando a quel che rivela il pentito Spatuzza che dal boss Giuseppe Graviano disse d’aver appreso che il Paese era stato consegnato nelle mani di Cosa nostra da Dell’Utri e Berlusconi (rivelazioni non confermate da Graviano e nel suo complesso definite dalla corte di appello del processo Dell’Utri, «inconsistenti e frutto di inammissibili congetture»). A ciò aggiungeteci la quinta trattativa, nuova di qualche settimana, avviata nel 2003 per l’arresto, o meglio una resa condizionata, del capomafia Provenzano.

Nel festival della trattativa perenne ce l’hanno messa tutta per retrodatare la nascita di Forza Italia agli inizi del ’93 così da farla combaciare con le prima bombe di maggio a Roma e Firenze, e le seconde di luglio a Milano e Roma. Prove? Pochine. Qualche pentito (Brusca che cerca di avvicinare Mangano a settembre ’93, molto dopo le stragi, quando scopre dall’Espresso che lo stalliere lavora ad Arcore) e qualche libro di politica contraddetti da testimoni come l’ex presidente Cossiga che parla di Forza Italia nata i primi mesi del’94. Eppoi c’è un interrogatorio di un ex consigliere politico di Berlusconi, tale Paolo Cartotto (riesumato in queste ore per dimostrare l’esistenza della trattativa con la pubblicazione di un’intercettazione del 2011 nella quale si metteva d’accordo per un appuntamento con Berlusconi a cavallo del faccia a faccia coi pm di Palermo) che fa cenno a una «intenzione» di Dell’Utri di scendere in campo «maturata» a maggio-giugno ’92, un mese prima della strage di Capaci.

L’ipotesi fa a cazzotti con la storia e con la sentenza nissena che ha archiviato Berlusconi e Dell’Utri quali mandanti esterni delle stragi. Non regge nemmeno con la successiva sentenza di Firenze dell’ottobre 2011 sulle stragi del ’93 (quando governava il centrosinistra) che ha spedito all’ergastolo il boss di Brancaccio, Francesco Tagliavia, laddove si scrive che la trattativa fra Stato e Mafia «certamente vi fu» come dimostrano i provvedimenti morbidi sul 41 bis, ma Forza Italia non ebbe alcun ruolo come mandante o ispiratrice delle stragi né Dell’Utri fu il referente di Cosa nostra presso Berlusconi. E che dire del processo (da rifare) al senatore siciliano il cui presunto concorso esterno alla mafia, per i giudici, scade nel ’92, a due anni dalla costituzione di Fi, a uno dalle stragi del ’93.

Nonostante sia chiaro a ciechi e sordi che l’allentamento del 41 bis è avvenuto col centrosinistra, nella «chiusura inchiesta» palermitana sulla trattativa troviamo ancora riferimenti a Silvio per il tramite di Dell’Utri quale «interlocutore» dei mafiosi dopo l’omicidio di Lima (per conto di chi non si capisce) che agevolò la trattativa fino a Berlusconi del ’94. Incredibile. Su questo patto con la mafia il centrosinistra è inchiodato dai fatti. L’ex ministro Mancino (indagato) finisce prima nei guai per colpa dell’ex collega Martelli (ondivago e tardivo sulle sue dichiarazioni sul Ros, accusato dal direttore delle carceri Nicolò Amato di aver detto no a 5mila provvedimenti di 41 bis per i boss) e quindi viene beccato mentre chiede a Napolitano di intervenire sui pm di Palermo.

Per tenere in vita il centrodestra restano, si fa per dire, i collaboranti Brusca, Spatuzza e Ciancimino. Ma i fatti, riscontrati, raccontano questa verità: Cosa nostra ottiene l’ammorbidimento del carcere duro nel 1993, con Oscar Luigi Scalfaro già salito al Colle sull’onda degli attentati a Falcone e Borsellino. Al governo c’è Carlo Azeglio Ciampi, il Guardasigilli è Giovanni Conso (indagato), ed è lui che firma la revoca del carcere duro a oltre 400 mafiosi dopo la cacciata dell’ex capo del Dap Amato ad opera di Scalfaro perché notoriamente contrario a rivedere le sue politiche carcerarie denunciate in una lettera allo stesso capo dello Stato inviata da un gruppo di mafiosi («signor presidente, se chi sta in cella muore, è colpa sua»).

Scalfaro, interrogato, ha detto di non aver mai saputo nulla della sostituzione di Amato. Falso, secondo due cappellani delle carceri che hanno ammesso il ruolo di regista di Oscar nel defenestramento di Amato e nella nomina di un successore meno talebano.

E Conso? Ha ritrovato la memoria l’anno scorso, con ciò smentendo quanto dichiarato nel 2002 ai pm di Firenze («sono stato sempre contrario al 41 bis») e quanto scritto nel rapporto conclusivo del governo Ciampi («il 41 bis è rimasto inalterato nella sua struttura e funzione»). Nel 2011 in commissione antimafia ha confessato le revoche del carcere duro «per frenare la minaccia delle stragi» aggiungendo che fece tutto da solo. Non disse niente a Ciampi (che mai, nemmeno in futuro, fiatò sulle quelle revoche). Disse qualcosa a Mancino, che però lo smentisce (a sentire Brusca l’ex ministro dell’Interno usò la mafia e poi la tradì da referente di Riina). Non una parola sulle due lettere ricevute dal Ros di Mori nelle quali si chiedeva a tutti i costi il mantenimento del 41 bis per i mafiosi. Ciampi ha spiegato che le stragi del ’93 erano contro di lui e dopo la decisione in «solitaria» di Conso, governò tranquillo fino a scadenza mandato nel maggio ‘94. Quando a sorpresa sbucò quell’outsider Silvio Berlusconi che rovinò i programmi del centrosinistra, sicuro di vincere sulla scia di Tangentopoli e delle inchieste su Andreotti.

Col senno di poi, con le evidenze dei fatti concreti, occorre chiedersi: cui prodest? A chi giovarono le bombe del ’92? Perché non ne esplosero più dopo le revoche del governo Ciampi? Un indizio potrebbe ritrovarsi in ciò che in tempi non sospetti disse candidamente il pentito Giovanni Brusca (cui vennero concessi i benefici di legge solo dopo aver tirato in ballo i carabinieri del Ros). Il pentito, già al centro di vivaci polemiche per aver viaggiato sullo stesso aereo dell’ex presidente della commissione antimafia Violante (un altro che sulla trattativa non ha fatto una gran bella figura) al processo Dell’Utri, parlando di stragi, se ne è uscito così: «La sinistra sapeva». Sapeva della trattativa e sapeva pure delle bombe?

Io lavoro”, che opera d’arte!

Corriere della sera
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di Franco Bomprezzi
L’arte del possibile. Nel vero senso della parola. Sono rimasto affascinato dall’intuizione di due donne in gamba, a Gallarate, provincia di Varese, appassionate entrambe di arte. Una, Viviana Innocente, è una educatrice dell’Anffas Ticino, l’associazione famiglie di disabili intellettivi e relazionali. L’altra, Francesca Marianna Consonni, lavora al Dipartimento educativo del Maga, il Museo d’Arte di Gallarate, una struttura modernissima, a pochi chilometri da Milano, che starebbe benissimo in qualsiasi grande città di cultura europea.
Bene, solo a due donne tenaci e colte può venire in mente di mettere insieme, con lucida follia, un percorso espositivo di opere realizzate da uomini e donne con disabilità intellettiva, che raccontano, attraverso immagini, quadri, collage, piccole sculture, animazione teatrale, il loro modo di vivere il lavoro. Nessuna improvvisazione né superficiale buonismo nel loro agire, assieme ovviamente all’associazione Anffas e con il contributo della locale Fondazione comunitaria del Varesotto. Anzi, un’attenzione certosina, un ascolto lungo e competente, una costruzione rigorosa del pensiero degli autori, prima chiamati ad esprimere sensazioni, emozioni, desideri, e poi avvicinati, in base alle personali attitudini, a una forma di espressione artistica.
“Io lavoro” è il risultato, una mostra che con grande dignità ha trovato posto per alcuni giorni accanto a opere di Depero, Carrà, Morlotti, nelle splendide sale del Maga. Alcuni di questi lavori hanno una forza, una tensione creativa, una originalità, che lascia di stucco. E in una mattinata densa di parole è venuto fuori un vissuto bellissimo, la restituzione di una possibile alternativa alla tristezza di questi tempi nei quali si ritiene che lavoro e disabilità siano inconciliabili, per colpa di una crisi che lascia in piedi – forse – solo i più efficienti, i più “performanti”, quelli disposti a tutto.
Nel mondo delle imprese, ma anche nell’opinione comune, ammettiamolo, c’è la convinzione che il lavoro alle persone disabili sia quasi una generosa concessione, un modo come un altro per far trascorrere del tempo, per uscire dall’isolamento, per dimostrare la “responsabilità sociale”. Ma niente di più, e se possibile si evita di assumere, e appena la crisi lo consente, si licenzia. I dati, impietosi, lo confermano. E accanto a questo fenomeno c’è l’altro, più subdolo e ipocrita: limitarsi a integrare nel mondo del lavoro quei disabili che presentano “difetti” minimi, tanto insignificanti da non creare problemi, da non costringere a quel ripensamento del modello organizzativo (non è quasi mai una questione di barriere o di ostacoli fisici) che la presenza di una persona con disabilità comporterebbe.
Eppure quando succede (e Gallarate dimostra che succede) ci si accorge che una persona con disabilità intellettiva, opportunamente formata e seguita, esce dalla dimensione di eterno bambino cui spesso le famiglie, inconsapevolmente, la confinano e diventa “adulto”, con una propria dimensione di orgoglio, di capacità, di competenza, di qualità. Le aziende e le cooperative sociali che hanno accettato questa sfida in genere non si sono mai pentite, e quei lavoratori apparentemente speciali, giorno dopo giorno, si rivelano insostituibili, favoriscono anche relazioni umane al di fuori del lavoro, modificano l’ambiente, danno un senso, uno scopo, che va al di là della busta paga a fine mese.
Il punto vero, ancora difficile da ammettere, e dunque da superare, è il mantenimento di stereotipi, di luoghi comuni, di pregiudizi radicati, che costituiscono il vero handicap per le persone con disabilità che aspirano a una vita normale, che tenga conto certo delle singole diversità, ma non per affossare ed emarginare.
Sarebbe bello che qui, nel fantastico mondo degli InVisibili, arrivassero tante storie, i racconti di chi è riuscito, e anche di chi non ce l’ha fatta. Perché dalla crisi, inutile dirlo, dovremo uscire tutti insieme, non solo i “sani”. Cioè quelli che ci hanno condotto a precipizio in questa situazione…

Domani la giornata contro la tortura, praticata in 102 Paesi del mondo

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini

 

Domani sarà la giornata internazione a sostegno delle vittime della tortura che è praticata, secondo i dati diffusi da Amnesty International nel rapporto 2012, in 102 Paesi soprattutto nei confronti di persone che hanno preso parte a manifestazioni antigovernative. In alcuni Paesi dell’Africa subsahariana le forze di sicurezza hanno usato armi letali contro i dimostranti. In Medio Oriente e Africa del Nord manifestanti e dissidenti hanno subito violenza e repressione senza che i responsabili fossero puniti. In Egitto, Libia e Tunisia, nonostante le rivoluzioni, sono proseguite le violazioni che avevano luogo sotto i precedenti , come la tortura, l’uso eccessivo della forza e la restrizione della libertà di parola.  E questi sono soltanto alcuni esempi.

 

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Un rifugiato su quattro, di quelli che arrivano in Italia, è stato vittima di tortura.  Chi sbarca sulle nostre coste è segnato da ferite e traumi che richiedono risposte specifiche, in grado di ricostruire ciò che la violenza della tortura e dell’esilio hanno distrutto: la loro identitá personale, legale, economica, politica, culturale, sociale.   Il Consiglio Italiano per i Rifugiati ha assistito circa 3.000 persone sopravvissute a torture e  attualmente  ha in carico circa 600 nuclei familiari di richiedenti asilo e rifugiati sopravvissuti a tortura.

Domani in Italia  le associazioni per i diritti umani, la società civile e molti politici chiederanno nuovamente che sia inserito nel nostro codice penale il reato di tortura. La Commissione Giustizia del Senato da alcuni mesi sta esaminando il disegno di legge che dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento giudiziario la tortura come reato specifico. Nella stessa commissione è all’esame un altro disegno di legge per ratificare il protocollo “Opcat”, che prevede un meccanismo di monitoraggio interno e di prevenzione per i reati di tortura, attraverso la creazione di un Garante dei diritti dei detenuti.

Di tortura come reato specifico si parlava giá nella Convenzione Onu del 1984, ratificata dall’Italia quattro anni dopo ma mai attuata. Ora il momento potrebbe essere arrivato: “La prossima settimana in Commissione Giustizia – ha detto all’Adnkronos il senatore Pietro Marcenaro, presidente della commissione diritti umani - si fisserá il termine per gli emendamenti. Da quel momento – entro 15 giorni il testo dovrebbe essere licenziato dalla Commissione”.

  Nella maggior parte dei Paesi europei le violenze commesse dalle forze di polizia sono punite con uno specifico reato e non derubricate a reati comuni, come accade in Italia. Le associazioni umanitarie come Amnesty International e Antigone hanno fatto più volte  lanciato appelli in tal senso.  Nel disegno di legge n°3267, i cui relatori in commissione giustizia sono i senatori Felice Casson del Pd e Alberto Balboni del Pdl, la tortura è configurata come delitto contro la libertá personale e morale. È considerata “reato comune”, che può compiere chiunque, con l’aggravante nel caso si tratti di pubblico ufficiale. In quel caso, la pena base, fissata tra i 3 e i 10 anni, sale a 4-12 anni. Inoltre, è punibile anche l’istigatore del reato e chi non ottempera all’obbligo giuridico di impedire la tortura.

Questa volta il Parlamento riuscirà ad approvare il disegno di legge e a mettere l’Italia al passo con l’Europa?