giovedì 21 giugno 2012

Stato-mafia, Napolitano: campagna di sospetti basata sul nulla

Corriere della sera

 

Intercettazioni, «questione da risolvere con largo consenso»

 

Giorgio Napolitano Giorgio Napolitano

In questi giorni è stata condotta «una campagna di insinuazione e sospetto sul Presidente della Repubblica e i suoi collaboratori costruita sul nulla». Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lasciando la caserma della Guardia di Finanza di Coppito, in provincia dell'Aquila, dove ha presieduto alla cerimonia per il 238esimo Anniversario della fondazione del Corpo. Per poi aggiungere che quelle apparse sui giornali sono «interpretazioni arbitrarie e tendenziose, talvolta persino versioni manipolate» che riferivano di atti di indagini giudiziarie sulle «più sanguinose stragi di mafia degli anni Novanta».

 

LA VICENDA- Napolitano risponde così alle indiscrezioni apparse su diversi giornali a proposito di un suo intervento a difesa delò'ex ministro dell'Interno Mancino, indagato per falsa testimonianza dalla procura di Palermo per quel che riguarda la trattativa tra Stato e mafia. Agli atti dell'inchiesta condotta dai pm Ingroia e Di Matteo ci sono numerose conversazioni intercettate tra lo stesso Mancino e il consigliere del Quirinale per gli Affari giuridici Loris D'Ambrosio. Proprio sulle intercettazioni il Capo dello Stato ha poi aggiunto: «È una questione da risolvere con largo consenso».

«IO SERENO»- «Ho reagito con serenità e la massima trasparenza» agli attacchi che hanno investito il Quirinale. Napolitano ha spiegato che continuerà «ad andare avanti nel modo più corretto ed efficace anche attraverso i necessari coordinamenti dell'azione della magistratura».

 

Redazione Online 21 giugno 2012 | 18:01

Fiom, Fiat condannata per discriminazione: dovrà assumere 145 lavoratori a Pomigliano

Corriere della sera

 

Landini chiede «garanzie sul futuro degli stabilimenti» Passera: «Sentenza di cui tenere conto». La Fiat annuncia ricorso

 

MILANO - Una sentenza che emoziona. Maurizio Landini, numero uno della Fiom, si è commosso durante la conferenza stampa convocata dopo la sentenza del Tribunale di Roma che impone alla Fiat di assumere a Pomigliano 145 operai iscritti al sindacato. La voce si è incrinata quando il leader dei metalmeccanici della Cgil ha ringraziato «tutti gli iscritti dentro gli stabilimenti della Fiat per le discriminazioni pesanti subite. Se siamo qui è anche grazie a loro» ha detto. Il Lingotto ha fatto sapere di voler presentare ricorso. Lo si apprende dall'azienda che non fa per ora alcun commento sul merito della sentenza. Il ricorso dovrà essere presentato entro trenta giorni.

 

RISPETTARE LA SENTENZA - «Mi aspetto che la Fiat rispetti la sentenza. Troverei singolare che qualcuno vada via dal Paese perchè in Italia si devono rispettare le leggi e la Costituzione» ha detto il segretario della Fiom. Non devono rientrare solo i 145, è il momento che rientrino tutti i 5mila» lavoratori che erano in forza a Pomigliano. Al momento ne sono stati assunti solo 2.000. «Così non si potrà dire che ci sono quote garantite», aggiunge Landini

GARANZIE SUL FUTURO DELLA FIAT - Landini ha poi chiesto garanzie all'esecutivo sul futuro degli stabilimenti Fiat in Italia. «Chiediamo un intervento esplicito del governo perché venga garantito che Fiat faccia quello che deve fare, a cominciare dagli investimenti». Per Landini infatti «c'è un vuoto sul futuro degli stabilimenti Fiat in Italia» ed esiste «un rischio molto concreto che un intero settore industriale salti con prezzi altissimi per tutti i lavoratori».

NO COMMENT DELLA FORNERO - Dal ministro del Lavoro Elsa Fornero, arriva un «no comment» sulla sentenza a favore del reintegro dei lavoratori Fiat di Pomigliano. Dal Lussemburgo, dove è arrivata per il Consiglio dei 27 ministri del Lavoro Ue, ha detto che «sarebbe improprio da parte del ministro del Lavoro commentare a caldo questa notizia». La notizia era stata resa nota in mattinata dalla stessa Fiom che aveva precisato che 19, sui 145 lavoratori con la tessera del sindacato di Maurizio Landini che dovranno essere assunti nella fabbrica, avranno anche diritto a 3.000 euro per danno. Di tenore opposto il parere del ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera: «Non conosco le motivazioni della sentenza ma è qualcosa di cui tener conto», ha affermato al termine di un'audizione alla commissione Trasporti della Camera.

«UNA POSSIBILITA' SU DIECI MILIONI» - Nel passaggio tra la vecchia Pomigliano e la Newco che aveva riguardato l'assunzione di circa 2000 operai, nessuno di costoro era iscritto al sindacato dei metalmeccanici: negli atti presentati al procedimento dalla Fiom, la possibilità che ciò accadesse casualmente risultavano meno di una su dieci milioni.

ERANO CASSINTEGRATI - In base di una normativa specifica del 2003 che recepisce direttive europee sulle discriminazioni. la Fiat è stata dunque costretta ad assumere nella newco i 145 iscritti al sindacato di categoria, cassintegrati nella vecchia Pomigliano, chiusa e attualmente in liquidazione. In Fiat gli iscritti alla Fiom erano passati da 382 a 207, tutti facenti parte della fabbrica che sta chiudendo.

 

Redazione Online21 giugno 2012 | 18:22

McDonald's, ecco come si «trucca» un panino

Corriere della sera

 

Un dirigente mostra perché nelle pubblicità sembrano più buoni

 

Perché i panini della pubblicità di McDonald's sono più invitanti di quelli dei negozi? E' la domanda postata da una cliente sul sito canadese della catena di ristoranti. La risposta arriva dal direttore marketing di McDonald's Canada, Hope Bagozzi, che in questo video svela i trucchi per rendere gli hamburger più appetitosi e invitanti prima degli scatti pubblicitari. La composizione del panino viene infatti studiata all'interno degli studi fotografici e l'hamburgher ricomposto in modo da valorizzarne l'aspetto estetico.

 

La «Lettera di Colombo» in mostra In esposizione il testo trafugato

Corriere della sera

 

Scritta dall'esploratore a bordo della Niña descrive le meraviglie scoperte in America

 

La sala del Mappamondo a FermoLa sala del Mappamondo a Fermo

  Foto

FERMO - Hanno intrapreso un viaggio che li porterà, scavalcando l'Atlantico, dal caveau della Biblioteca Civica Romolo Spezioli di Fermo a Parigi, più precisamente nella sala Mirò del Palazzo dell’Unesco, dove rimarranno da ieri 20 giugno al 6 luglio. Sono quattro fogli non numerati in carta di puro straccio di lino, perfettamente conservati e stampati in caratteri semigotici su otto facciate, in lingua latina. Esteticamente non fanno una gran scena: di sicuro saranno più ammirate le altre trenta opere in mostra, come il delicato e preziosissimo crocifisso in avorio del Dodicesimo secolo, opera con la quale i quattro fogli non hanno nulla a che spartire se non il destino comune di essere stati trafugati e poi ritrovati dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, primo organismo europeo del genere nato in Italia nel 1969.

LA MOSTRA - La mostra parigina, non per niente, si chiama «Trésors retrouvés» e mira, grazie alla presenza nelle sale di carabinieri dello speciale Comando, a spiegare al pubblico il lavoro investigativo dell’organismo italiano e i suoi rapporti con le polizie e le autorità giudiziarie degli altri Paesi per il recupero dei beni culturali illecitamente trafficati. Se le quattro carte in mostra nella capitale francese non brillano per valore estetico, hanno un valore storico che sorpassa quello di ogni altra opera esposta. Inestimabile, si potrebbe dire, anche se un «prezzo» ce l’hanno, essendo state assicurate per due milioni di euro. I caratteri tipografici ancora un po’ incerti da incunabolo trascrivono, infatti, la calligrafia di un uomo che cambiò per sempre la storia del mondo: Cristoforo Colombo. E non danno vita a parole qualsiasi: ma a quelle che scrisse in forma di due epistole a bordo di una Niña sempre più esausta sulla via del ritorno tra le tempeste del Mar delle Azzorre.

OLTRE LE COLONNE D'ERCOLE - Sono le parole che Colombo sceglie per descrivere ciò che vide durante il suo primo viaggio oltre le colonne d’Ercole, verso l’ignoto di un oceano mai esplorato per cercare le Indie e, invece, trovare le Americhe. Le due lettere manoscritte furono con tutta probabilità spedite alla Corte di Spagna dallo stesso Colombo dopo aver finalmente toccato la rassicurante terraferma europea a Restelo, presso Lisbona, il 4 marzo 1493. Tese a informare Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia del suo ritorno vittorioso, sono formalmente indirizzate al banchiere di origini ebraiche Luis de Santàngel, ministro delle finanze del Regno e suo principale alleato nel convincere la regina a patrocinare il viaggio, e a Gabriel Sanchez, tesoriere dei sovrani.

I primi stampatori europei fecero carte false per avere le copie delle due epistole e poterle stampare per soddisfare la curiosità di tutti gli uomini di scienze e di lettere di un Continente che era invecchiato in pochi mesi anche se ancora non lo sapeva. Una versione in spagnolo della lettera a Luis de Santàngel fu stampata a Barcellona tra la fine di marzo e l’inizio di aprile del 1493 mentre la versione in latino, tradotta dallo spagnolo dal letterato Leandro de Cosco, uscì in una decina di copie da una stamperia di Roma il 29 aprile dello stesso anno, sotto il pontificato di Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Ed era naturale che il libertino pontefice, padre di Lucrezia Borgia e di Cesare detto il Duca del Valentino, fosse interessato a leggere ciò che il navigatore scriveva poiché era nato a Valencia, e quindi molto interessato alle vicende spagnole.

IL PRESTITO - La copia della lettera che Fermo ha prestato a Parigi per la mostra dell’Unesco è proprio una di quelle stampate a Roma il 29 aprile. Entro il 1493 altre otto edizioni in latino uscirono dalle tipografie di Basilea, Parigi, Anversa e ancora Roma ma quella della Biblioteca marchigiana è, secondo la maggioranza degli studiosi, l’editio princeps, cui seguirono tutte le altre in latino. Nessuno sa quando e perché sia finita a Fermo. Si può solo ipotizzare che vi arrivò poco prima della fine del Seicento quando la cittadina viveva già da oltre un secolo lo splendore culturale che le regalò il suo vescovo Felice Peretti, che rimise a regime l’Ateneo nel 1585. Diventato un centro studentesco, Fermo aveva bisogno di una biblioteca che, infatti, aprì i battenti nel 1688 grazie al cardinale Decio Azzolino, amico della regina Cristina di Svezia e del suo medico personale Romolo Spezioli, cui è dedicata l’istituzione grazie all’importanza del suo lascito librario.

A proprie spese Azzolino fece allestire il primo nucleo della raccolta in una sala del Palazzo dei Priori fino a quel momento adibita a teatro e poi detta «del Mappamondo» quando nel 1782 vi fu installato lo splendido globo terracqueo in carta di Fabriano realizzato dall’arciprete fermano Filippo Antonio Morroni e disegnato dal monaco silvestrino Amanzio Maroncelli nel 1713. Ma il tesoro epistolare di Colombo non fu scoperto appena varcò i cancelli della biblioteca. Fu solo nel 1877 che Filippo Raffaelli, rovistando tra una miscellanea di carte non ancora archiviate, trovò i quattro fogli della lettera rilegati in una copertina in pergamena coeva allo scritto. L’interesse per questo preziosissimo incunabolo non si destò solo in Raffaelli e nella cerchia degli intellettuali fermani ma attraversò i decenni e portò, nel 1986, al suo furto. L’opera, con i fogli rifilati e privati quindi delle barbe originali e senza più la sua legatura, sostituita da una in pelle assai più moderna, fu recuperata, dopo sei anni di lavoro investigativo, dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale a New York dove stava per essere battuta a un’asta di Sotheby’s.

Dopo la trasferta parigina, la “Lettera” tornerà a casa, a Fermo. Da quando è in quella sede i fogli hanno viaggiato parecchio, un po’ come il loro autore: nel 1986 scavalcarono una prima volta l’Atlantico nella valigia di chi li portò illecitamente a New York; nel 2004 furono spostati temporaneamente nella sale del Palazzo Ducale di Genova per un'esposizione molto simile a quella parigina che sta per iniziare: «TesoRitrovati, Carabinieri per l’arte e nell’arte». Infine, nel 2006, si trasferirono in Spagna per una grande mostra su Colombo a Valladolid, dove cinquecento anni prima il loro autore era morto in disgrazia. Autore che, sul recto del quarto foglio della lettera a Sanchez della biblioteca di Fermo, nella traduzione in italiano di fine Ottocento di Monsignor Giuseppe Santarelli, dà il via inconsapevolmente all’età del colonialismo scrivendo: «Rallegriamoci ancora noi, tanto per l’esaltazione della nostra Fede, come per l’incremento delle cose temporali delle quali non solo la Spagna ma tutta intiera la Cristianità ne sarà per usufruire. Queste cose come sollecitamente compiute, così pur brevemente ho narrato. Sta sano. Lisbona, 14 marzo 1493. Cristobal Colom, ammiraglio della flotta dell’Oceano».

 

Giorgia Rozza

21 giugno 2012 | 16:31

Il Vietnam fa sul serio: divieto di fumo in tutti i luoghi pubblici

Corriere della sera

 

La legge votata quasi all'unanimità: proibite anche le pubblicità del tabacco e la sua vendita ai minori di 18 anni

 

MILANO – Quattrocentoquaranta voti a favore su quattrocentosessantotto: la maggioranza schiacciante dei deputati dell’Assembrla Nazionale vietnamita ha detto il suo no, senza se e senza ma, alla sigaretta nei luoghi pubblici.

 

IL DECRETO INUTILE - E per non ripetere l’esperienza del 2010, anno in cui un decreto governativo aveva già provato senza successo a vietare il fumo in pubblico, questa volta il Vietnam ha deciso di usare il pugno di ferro. Sarà rigorosamente proibito, a partire dal prossimo maggio, accendersi una sigaretta in qualsiasi luogo: scuole, uffici, ospedali, mezzi di trasporto. Ma mentre al primo tentativo le sigarette erano reperibili senza difficoltà nella maggior parte dei chioschi sparsi per le strade della capitale e l’atteggiamento delle stesse istituzioni era stato di chiudere un occhio, a questo giro sarà severamente bandita la vendita di qualsiasi prodotto inerente il tabacco ai minorenni, così come non sarà permesso pubblicizzare il fumo. Insomma, l’atteggiamento appare molto differente rispetto al primo tentativo in questa direzione. Segno che forse finalmente c’è la cultura giusta per recepire le leggi.

RIVOLUZIONE – «Siamo molto felici», ha dichiarato il direttore della Southeast Asia Tobacco Control Alliance (SEATCA), definendo l’iniziativa legislativa una pietra miliare di una rivoluzione ormai inevitabile. Finalmente, secondo la SEATCA, anche il Vietnam inizia a essere in linea con le legislazioni di molti altre nazioni sparse per il mondo, dove gradatamente, a suon di leggi, di multe e di sensibilizzazione, si sa creando una cultura anti-fumo adeguata. La rivoluzione contro il fumo partita dall'America sta iniziando infatti da tempo ad avere i suoi effetti anche negli altri Paesi. E non solo in quelli europei.

L’ITALIA E GLI ALTRI – In Italia è proibito fumare nei luoghi pubblici a partire dal 10 gennaio 2005. Oltreoceano lo stato precursore è stato la California, mentre un’altra nazione particolarmente illuminata e pioniera si è dimostrata essere l’Irlanda. Il Bhutan infine è il solo posto al mondo smoke-free, dove cioè è completamente proibita la vendita e la pratica di fumare il tabacco. In Vietnam i fumatori risultano essere 15,3 milioni e si stima che il 47,4 per cento della popolazione maschile adulta fumi. Ogni anno in questa nazione la sigaretta uccide circa 40mila persone ed entro il 2030, secondo gli esperti, la cifra salirà a 70mila.

 

Emanuela Di Pasqua

21 giugno 2012 | 13:46

No cash day", una giornata dedicata alla moneta elettronica

La Stampa

 

Ispo: pagare in contanti costa al Paese 10 miliardi all'anno

 

MILANO


Quasi tutti posseggono la carta di credito (96 per cento) ma solo il 57 per cento degli italiani che utilizzano Internet la utilizza frequentemente. Lo rivela la ricerca Ispo, presentata in occasione della seconda edizione del "No cash day", il primo evento internazionale dedicato ai sistemi di pagamento elettronico.


Secondo il sondaggio "Cash? No grazie. Sempre più italiani tradiscono il contante", rappresentativo della popolazione italiana che naviga su Internet e presentato ieri a Palazzo Pirelli da Renato Mannheimer, circa l'ottanta per cento degli intervistati si dichiara molto o abbastanza favorevole ai sistemi di pagamento elettronico, anche se solo il 37 per cento del campione (quota che cresce col crescere dell'età) è a conoscenza del fatto che i contanti costano al sistema-Paese oltre 10 miliardi di euro l'anno. Secondo Dave Birch, l'inventore del Digital Forum di Londra e uno dei maggiori esperti in materia di moneta digitale, entro il 2050 l'utilizzo del contante diventerà "un'attività assolutamente minoritaria, in quanto le operazioni no cash registrano un tasso di crescita annuale del 6 per cento in Europa e del 5 nel Nord Europa".


Secondo i dati forniti da Birch, i quattro quinti dei 388 miliardi di transazioni europee al dettaglio sono ancora regolati in contanti e il costo totale dell'accettazione, distribuzione, gestione, movimentazione, trattamento e riciclo dei contanti viene stimato in 84 miliardi: questo rappresenta lo 0.6 del Pil, oppure 130 euro per singolo europeo. E potrebbe sssere un dato basso: una stima di McKinsegy lo eleva a circa 200 a persona. Tra gli internauti italiani, secondo la ricerca, il 79 per cento del campione è d'accordo che per contenere i costi del contante è necessario incentivare l'utilizzo della moneta elettronica. E la maggioranza degli intervistati concorda con la necessitò di incentivare commercianti, artigiani e studi professionali a dotarsi di lettori di carte di credito per i pagamenti.


(TMNews)

+ Il sito del «No cash day»

Ha due mesi di vita», lui scappa alle Figi e spende tutto: ma i medici sbagliavano

Corriere della sera

 

Frank, 69 anni, con la moglie Wilma sono sul lastrico

 

Le isole Figi  Le isole Figi

 

Il consulto medico era stato davvero infausto per Frank: «cancro», per la seconda volta. Era il maggio del 2010 e per l’uomo della Nuova Zelanda quel responso è stato un cortocircuito: il 69enne non se la sentiva di combattere un'altra volta contro la malattia. Già nel primo caso gli fu asportato una parte del polmone a causa di una proliferazione delle cellule tumorali nel cuore. La chemioterapia gli causò terribili dolori al petto e da quel giorno riusciva a stento a respirare. Frank e sua moglie decidono quindi di godersi la vita - un’ultima volta.

TRAMONTO ALLE FIGI - L’immagine a ultrasuoni dopo una visita di controllo e i risultati di laboratorio davano un quadro molto chiaro: la terribile malattia era tornata. I medici avevano fatto credere all’allora 67enne di «non avere più nulla da perdere». «Solo due mesi di vita», sessanta giorni che Frank vuole vivere in pieno. Il presunto malato terminale si sbarazza di tutta la merce del piccolo negozio di ferramenta a Auckland (per un valore di 19 mila euro); vende la casa a Wairoa (rimettendoci 44 mila euro) e disdice l’assicurazione sanitaria. Vuole scappare al più presto alle Figi con la moglie Wilma, 65 anni, per godersi le spiaggie, i tramonti. Ricomincia a fumare, a bere caffè. La sua testa, infatti, inizia a prendere qualche (ragionevole) sbandamento.

ASPETTANDO LA MORTE - La coppia vuole realizzare i desideri di una vita, danno fondo ai risparmi: in appena dieci giorni sperperano oltre 30.000 dollari in ristoranti stellati, hotel a cinque stelle, escursioni e battute di pesca. «Abbiamo trascorso un bel periodo», ha raccontato Wilma al quotidiano New Zealand Herald. Il conto salatissimo per gli ultimi momenti vissuti tra gozzoviglie e bagordi sarebbe infine stato saldato grazie alla liquidazione dell’assicurazione sulla vita dell’uomo. Prima di ritornare a Wairoa, la coppia vola dalla figlia in Australia - per dirle addio, per abbracciare un’ultima volta i due nipotini. Poi per Frank inizia l’attesa, aspetta che la malattia degeneri, di morire da un momento all’altro. «Se fossero iniziati i dolori mi sarei ucciso, ma i dolori non sono mai iniziati. Tutti erano abbastanza sorpresi di trovarmi ancora vivo», spiega Frank. «Mi sentivo in forma e sano». I tanti disturbi che aveva predetto il medico, infatti, non sono mai arrivati.

ERRORE - Ci sono voluti 23 mesi prima che un infermiere dell’assistenza a domicilio per i pazienti terminali arrivasse da Frank con delle novità da parte del medico. «Oggi lei mi vede per l’ultima volta», dice l’infermiere all’uomo. «Per quale motivo?», chiede Frank. La risposta: «Ebbene, lei non ha il cancro, non lo sapeva?» A quel punto inizia a farsi strada l'ipotesi di una diagnosi errata e non corrispondente al vero. E in effetti l’analisi di una seconda immagine agli ultrasuoni rivela che Frank è sano come un pesce. L’ospedale, il Hawke’s Bay Hospital, ha ammesso nel frattempo l’errore, difende però i medici e la loro affermazione di allora, «l’unica possibile» sulla base delle informazioni disponibili in quel momento.

SOMMERSI DAI DEBITI - Certo, Frank e Wilma sono felicissimi: la malattia non c’è. La coppia ha tuttavia perso completamente la fiducia nella medicina e nel sistema sanitario del Paese. Ora hanno presentato una denuncia e il caso verrà approfondito dalla Commissione Salute della Nuova Zelanda. Oltre a ciò, si trovano in un mare di debiti: almeno 80 mila dollari, oltre 50 mila euro, che non sanno dove trovare. Sani sì, ma sul lastrico. Ciononostante, i due non si pentono di quella vacanza nel lusso: «Cosa avreste fatto voi in una situazione simile?», chiede la moglie. «Per me era ovvio: tutto ciò che mio marito chiedeva, lo otteneva».

 

Elmar Burchia

21 giugno 2012 | 13:17

Viale Montello 6, sgomberato dopo 40 anni il «fortino delle cosche»

Corriere della sera

 

Nello stabile i Cosco, coinvolti nel caso della donna sciolta nell'acido, avevano creato una roccaforte dello spaccio

 

MILANO - Blitz delle forze dell'ordine giovedì mattina in viale Montello 6, lo stabile tristemente noto come il «fortino delle cosche». Dopo quarant'anni, finalmente è stata espugnata la più longeva roccaforte di spaccio e racket di Milano, creata dalla famiglia Cosco, coinvolta nel caso di Lea Garofalo, la donna sciolta nell'acido. Per il delitto, il 30 marzo 2012 sono stati condannati all’ergastolo 6 imputati, tra cui l’ex convivente Carlo Cosco, uno degli occupanti abusivi di viale Montello. Strada chiusa al traffico, impiegati una settantina di uomini delle forze dell'ordine tra polizia e carabinieri per liberare l'edificio di via Montello e quello adiacente di via Canonica 77 .

 

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GLI INQUILINI - L'operazione si è svolta in collaborazione con la Fondazione Policlinico, proprietaria dello stabile, dell'Aler e del Comune di Milano, oltre al fondamentale supporto strategico della Direzione Antimafia della Procura della Repubblica e della Questura di Milano. Vi abitavano circa 200 persone in 80 appartamenti. Alcuni degli inquilini - si trattava soprattutto di famiglie di immigrati cinesi ed eritrei, ma anche italiani, affittuari dei Cosco ma senza alcun legame con la 'ndrangheta - erano già stati allontanati nei giorni scorsi.

LA STORIA - Nello stabile di viale Montello già a partire dagli anni ’70 si erano verificate le prime occupazioni abusive, mentre in via Canonica le irregolarità erano iniziate nel 1992. Negli anni successivi il fenomeno si è acuito ulteriormente: «E' diventato impossibile valorizzare gli stabili, così come si è rivelato anti-economico procedere con le opere di manutenzione», riferisce la Fondazione Policlinico. Dopo aver perseguito le procedure ordinarie di sfratto, la Fondazione nel 2011 ha depositato per la prima volta denunce di tipo penale per tutte le 56 situazioni di occupazione abusiva. Nel luglio dello stesso anno è stata stipulata una convenzione con Aler Milano per censire le situazioni di irregolarità (in totale 71), occuparsi degli abusivi meritevoli di tutela sociale, mettere in sicurezza gli stabili sgomberati e collocarli all’asta.

 

ALLOGGI ALTERNATIVI - Dal dicembre 2011 ad oggi si sono svolti diversi Tavoli istituzionali per la sicurezza, e la Fondazione ha trovato un alloggio alternativo ai 15 nuclei regolari degli stabili, mentre Aler ha concluso l'assegnazione di 52 alloggi per altrettanti nuclei abusivi meritevoli di tutela sociale, prevalentemente di nazionalità eritrea. Gli immobili, ora liberi dall’occupazione abusiva e messi in sicurezza, sono in via di collocazione all’asta.

CASTELLANO E MAJORINO - «La città – dichiara l’assessore alla Casa e Demanio Lucia Castellano – lancia un segnale forte contro la criminalità organizzata e l’illegalità. Dopo anni di tolleranza, le istituzioni hanno lavorato insieme intensamente per questo importante risultato». L'assessore conferma che alle famiglie di eritrei è stato assegnato un alloggio, e che gli altri nuclei di africani, molti dei quali si sospetta pagassero un affitto ai Cosco, sono stati sistemati in appartamenti Aler e del Policlinico. «Per quanto riguarda, invece, la famiglia Cosco, abbiamo fatto partire i decreti di decadenza di assegnazione nei confronti di due persone imparentate con il clan e assegnatarie di alloggi popolari. A breve dovranno lasciare gli appartamenti». «Oggi – dichiara l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino – viene sanata una situazione di illegalità inaccettabile, tollerata e fatta degenerare negli anni. Abbiamo seguito i nuclei più fragili, proponendo soluzioni di emergenza per tutte le famiglie bisognose, con particolare attenzione verso quelle con minori».

 

Simona Ravizza, Cesare Giuzzi e Redazione Milano online

21 giugno 2012 | 12:24

Studio e amici, è il nuovo Sollecito «Ora vede un futuro a Verona»

Corriere della sera

 

Raffaele ricomincia dal Veneto. Il padre: «Sta bene. Ora ha bisogno di tranquillità»

 

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VERONA — Maglietta verde, sulle spalle lo zaino con i libri di scuola. Uno studente universitario come ce ne sono a migliaia in una città come Verona. Per Raffaele Sollecito sembra essere questa la priorità: restare in disparte, non dare troppo nell’occhio. Riconquistare quella normalità perduta per colpa del caso mediatico-giudiziario più seguito della storia italiana, che l’ha visto condannato per omicidio e poi assolto in secondo grado, assieme all’americana Amanda Knox che i pm avevano indicato come la sua complice nel delitto della giovane studentessa britannica Meredith Kercher, avvenuto la notte tra l’1 e il 2 novembre del 2007 a Perugia. Dalla fine del processo, nell’ottobre del 2011, Raffaele ha iniziato una nuova vita, in attesa che la Cassazione esprima la sentenza definitiva. Il ventottenne originario di Giovinazzo (Bari) da metà aprile si è trasferito a Verona, per concludere gli studi in Ingegneria informatica che ha intrapreso nell’ateneo scaligero.

E mercoledì, a distanza di due mesi dal suo arrivo nella città del sindaco-sceriffo Flavio Tosi, per la prima volta è stato «paparazzato» a due passi da casa, mentre stava per salire in auto per poi dirigersi in Facoltà. Vuole specializzarsi nel ramo della realtà virtuale, che mette insieme quelle applicazioni che servono per muovere macchine e robot, dalla chirurgia ai videogiochi. «A Verona sta bene - racconta il padre, Francesco Sollecito - è stato accolto senza pregiudizi. Non era scontato: il suo caso ha diviso l’opinione pubblica tra chi ha accettato la verità emersa durante il processo e chi resta colpevolista. Ma professori e compagni dell’università non hanno dimostrato alcun preconcetto nei suoi confronti e hanno fin da subito accettato di relazionarsi con lui». Gli esami procedono bene. «Si impegna molto. Quando si trovava in carcere lo studio era la sua ancora di salvezza per sperare ancora nel futuro. Ora è a Verona per ritrovare la serenità perduta». Il padre non aggiunge altro, si limita a sperare che il figlio «sia lasciato tranquillo». E anche Raffaele non parla: «Mi dispiace ma non posso rilasciare interviste», spiega con gentilezza.

Dietro questo desiderio di riservatezza ci sarebbero anche i rigidi paletti imposti dall’accordo per l’uscita negli Stati Uniti del libro nel quale racconterà l’omicidio di Metz dal suo punto di vista. Un’operazione simile a quella di Amanda Knox, che avrebbe ceduto i diritti per il suo libro di «memorie» in cambio di 4 milioni di dollari. I suoi compagni di studi lo descrivono come «un bravo ragazzo, molto serio». Ha la passione per le nuove tecnologie, a cominciare dai videogiochi. «Si è integrato benissimo. Qui c’è un rapporto molto stretto tra gli studenti e lui ha fatto subito amicizia», spiega Roberto Segala, il professore che coordina i corsi di laurea magistrale e che, nei giorni dell’arrivo di Sollecito a Verona, aveva il compito di favorirne l’inserimento. «Il primo giorno l’ho accompagnato da un gruppo di studenti che stava sperimentando un nuovo prodotto della Microsoft in grado di trasferire i movimenti del corpo sullo schermo. Lui è rimasto a guardare, scambiando le sue impressioni con i compagni. E un attimo dopo era già uno di loro. È stato un bel momento». È questa la nuova vita di Raffaele a Verona. Scorre tranquilla, tra studio e (poche) uscite. C’è chi dice che voglia trasferirsi, un giorno, negli Stati Uniti. Ma anche di questo lui non parla. Per scoprirlo non resterà che leggere il suo libro.

 

Andrea Priante
20 giugno 2012 (modifica il 21 giugno 2012)

Emanuela Orlandi, il testimone: pedinata dalla banda della Magliana

Il Messaggero

di Laura Bogliolo

La confessione inedita a Chi l'ha visto di un amico della ragazza: «Il giorno prima della scomparsa ci seguirono»

 

ROMA - Non ci sono solo le dichiarazioni di Sabrina Minardi a collegare la scomparsa di Emanuela Orlandi con la banda della Magliana. Una testimonianza inedita trasmessa ieri durante la trasmissione Chil'ha visto apre nuove prospettive nell'inchiesta sul rapimento della giovane cittadina vaticana. «Il giorno prima della scomparsa di Emanuela due ragazzi ci hanno pedinati». A parlare è un amico di infanzia della ragazza che svela un particolare fondamentale della lunga e intrigata trama sul caso Orlandi.

 

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Un pomeriggio spensierato. Ventiquattro ore prima del sequestro un gruppo di giovanissimi decide di andare a visitare un nuovo negozio di video giochi che era stato aperto in viale Giulio Cesare. L'appuntamento per quella comitiva spensierata è davanti a Porta Angelica. Dalla città del Vaticano esce la piccola Emanuela che saluta gli amici. Tra loro c'è anche quel ragazzino di appena 14 anni che ieri ha ripercorso quel pomeriggio davanti alla telecamere di Chi l'ha visto. «Abbiamo avuto tutti l'impressione che quei due ragazzi ci stessero osservando» ha detto il testimone. Quel ragazzino oggi uomo racconta: «C'erano due ragazzi davanti a noi che continuavamo a fissarci, stavano dall'altra parte della strada».


Il pedinamento. Il testimone insiste: «Tutti noi abbiamo avuto l'impressione che ci stessero fissando». I saluti tra gli amici, la comitiva che si incammina verso piazza Risorgimento. «Mi sono girato - prosegue il testimone - e quei due ragazzi stavano dietro di noi, ci stavano pedinando, tanto che ho detto a Emanuela: mi sa che ti stanno venendo appresso». Arrivati a piazza Risorgimento uno dei ragazzi se ne va, resta a pedinare il gruppo il secondo giovane. La comitiva prosegue il suo percorso su via Ottaviano, poi volta a sinistra per entrare nel nuovo negozio di video giochi, proprio davanti alla fermata della metro Ottaviano.


I ragazzi restano nel negozio una ventina di minuti. Poi escono. «E quel ragazzo era ancora là. Mi sono spaventato, avrei voluto avvicinarmi, ma a quei tempi ero timido» racconta il testimone, appena quattordicenne nel 1983. Il pedinamento non finisce. Quel giovane continuerà a fissare e a camminare dietro Emanuela. «Siamo tornati in via di Porta Angelica, abbiamo saluto Emanuela e appena lei è entrata nella citta del Vaticano, mi sono girato e quel ragazzo era scomparso».


Il testimone aveva raccontato tutto ai carabinieri. Aveva 14 anni, era affezionato a Emanuela e il giorno dopo, in quel maledetto 22 giugno, quando Emanuela scomparve, il ragazzino ha chiesto il permesso ai genitori di raccontare quella storia ai carabinieri della stazione di via In Selci. Tramite la testimonianza vennero creati due identikit.


Anni fa il testimone è stato chiamato dagli inquirenti. A distanza di anni, intanto, tra depistaggi e false rivelazioni, l'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi subisce un'accelerazione. La telefonata a Chi l'ha visto sulla sepoltura di Enrico De Pedis nella Basilica di Sant'Apollinare, le dichiarazioni di Sabrina Minardi sul coinvolgimento della banda della Magliana. Ma dietro il sospetto degli inquirenti che dietro il sequestro ci sia l'organizzazione criminale capitanata da De Pedis, c'è anche la testimonianza dell'amico di Emanuela sul pedinamento del 21 giugno. Il testimone ha riconosciuto in foto quel ragazzo che avrebbe seguito Emanuela: «Si tratterebbe di Angelo Cassani, detto Ciletto» ha spiegato Federica Sciarelli durante la trasmissione confrontando l'identikit e la foto di Ciletto.


Ciletto: io non c'entro. Cassani ha sempre negato di essere stato coinvolto nel rapimento di Emanuela Orlandi ma anche di aver fatto parte della banda della Magliana.


La scomparsa di Mirella Gregori. Ieri, negli studi di Chi l'ha visto c'era anche la sorella di Mirella Gregori la giovane scomparsa il 7 maggio 1983 sempre a Roma, un caso da sempre collegato al rapimento di Emanuela. La sorella della ragazzina ha raccontato che anche Mirella era stata seguita. «Il giorno in cui stavamo inaugurando il nostro bar, due ragazzi entrarono nel locale e fecero un cenno con la testa, indicando mia sorella. Mia madre ebbe subito l'impressione che quei due stessero pedinando Mirella». La Sciarelli ha spiegato che dalle descrizioni fatte dalla madre di Mirella, vennero tratteggiati due identikit «molto simili a quelli fatti grazie alle testimonianze dell'amico di Emanuela».

 


laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Giovedì 21 Giugno 2012 - 09:34
Ultimo aggiornamento: 11:31

Vaticano, Paese musulmano diventa sponsor di una catacomba a Roma

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

CITTA' DEL VATICANO - La terza catacomba per grandezza esistente a Roma, dedicata ai santi Marcellino e Pietro, ha trovato uno sponsor d'eccezione: i restauri necessari per conservare gliaffreschi del III secolo saranno finanziati da un Paese musulmano. E' la prima volta che accade e questo si deve ad un accordo raggiunto dal cardinale Gianfranco Ravasi, ministro della cultura del Papa nonchè presidente della Pontificia accademia di archeologia sacra e la first lady dell'Azerbajan, Mehriban Aliyeva, presidente della Fondazione Heydar Alieyev.

 

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«E' la prima volta che una grande nazione di religione islamica, sciita, manifesta la generosa disponibilità a sostenere i costi del restauro di uno dei luoghi più cari alla memoria storica e alla fede cristiana qual è una catacomba, e in particolare quella straordinaria e finora ignota dei santi Marcellino e Pietro. Si tratta di un segno di nobile attenzione e di grande valore simbolico destinata a ampliare il dialogo interreligioso» ha spiegato il porporato che in precedenza ha mostrato alla signora Aliyeva e all'ambasciatore dell'Azerbajian il ciclo di affreschi dedicati al tema del convito. Proprio la bellezza delle pitture esistenti nella catacomba situata sulla via Casilina hanno catturato la moglie del presidente assai sensibile all'arte e mecenate.


Attualmente la catacomba non è accessibile al pubblico, dato che viene aperta solo la prima settimana di giugno o su autorizzazione del Vaticano. Gli esperti sono concordi nel ritenere che questo luogo risalga al III secolo dopo cristo anche se ebbe il massimo sviluppo nel IV, in coincidenza con l’istituzione dei cimiteri cittadini. I santi a cui è dedicata sono martiri: Pietro era un esorcista e Marcellino un prete. Entrambi furono martirizzati sulla via Cornelia, in una località chiamata Sylva Nigra che, dopo la loro morte, fu denominata Sylva Candida. I corpi vennero sepolti in una cripta di questa catacomba, dove vi rimasero fino al pontificato di Gregorio IV (826), quando vennero traslati in Francia e poi in Germania, dove ancora si trovano a Seligenstad, vicino a Magonza.


Da quando Ravasi è presidente della Pontificia accademia di archeologia sacra – dalla quale dipendono le oltre cento catacombe sparse in Italia – è iniziata una operazione per sensibilizzare enti pubblici e privati alla necessità di provvedere ai restauri. Spesso il cardinale ha organizzato visite guidate a gruppi di ambasciatori nelle catacombe solitamente chiuse per mancanza di personale, o non ancora attrezzate ad accogliere visitatori. Tempo fa quando in Vaticano è transitato il presidente della Commissione Ue, Barroso Ravasi l'ha accompagnato, assieme ad alcuni archeologi a visitare la catacomba dell'Ipogeo degli Aureli, uno dei complessi funerari più importanti della Roma imperiale ma ancora chiusa al pubblico perché non facilmente raggiungibile Per accedervi, infatti, è necessario calarsi da una specie di botola situata su Viale Manzoni.

Mercoledì 20 Giugno 2012 - 18:37
Ultimo aggiornamento: Giovedì 21 Giugno - 12:08

Uccisa dalla puntura di un calabrone mentre cura le piante sul terrazzo

Il Mattino

di Simona Chiariello
SALERNO - Stava innaffiando le piante, che curava con meticolosità ogni giorno quando è stata punta da un calabrone: il suo viso si è gonfiato a dismisura, segno dell'edema, e dopo qualche ora è morta. La vittima dell'assurda tragedia è Sara D'Alessio , ottantaseienne di Cava de' Tirreni molto conosciuta in città per la sua lunga carriera all'ospedale Santa Maria dell'Olmo prima come cuoca, poi come infermiera nel reparto di medicina interna ed ancora oggi a fianco di malati, medici e paramedici come volontaria dell'associazione Avo.
«É stato un calabrone - racconta ancora sconvolto dal dolore il nipote che viveva con l'anziana, vedova di Ulderico Salvati, nella loro casa al centralissimo Corso Umberto I - Lei curava sempre le sue piante che sono sistemate sul terrazzino. É uscita per innaffiarle e quando è rientrata mi ha detto di essere stata punta da un calabrone».
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Il veleno iniettato dall'insetto ha provocato nella donna, che con buona probabilità era un soggetto allergico, una reazione letale meglio nota come shock anafillatico. «Ho subito capito che non stava bene - continua il nipote - il suo volto si è gonfiato: la sua faccia era come deformata». L'edema, visibile con il gonfiore del volto, è stato il primo sintomo, ma non certo l'unico. La donna su consiglio di un medico, contatto telefonicamente, ha preso dei farmaci contro le allergie. Ma non è bastato, anzi con il passare del tempo le sue condizioni sono peggiorate. Insieme all'edema è comparsa anche la sudorazione e soprattutto gravi difficoltà respiratorie. É stato allora che i familiari hanno deciso di accompagnare l'anziana in ospedale, ma una volta giunta al Santa Maria dell'Olmo il suo quadro clinico era ormai inevitabilmente compromesso.

I medici del pronto soccorso e i loro colleghi della divisione di rianimazione hanno tentato di tutto per salvarla e per contrastare la reazione allergica, ma purtroppo per Sara D'Alessio non c'è stato più nulla da fare. L'anziana è deceduta poco dopo in ospedale a causa di complicanze innescate dalla grave reazione allergica. «Siamo davvero dispiaciuti: oggi è un giorno veramente molto triste - commentano i medici del Santa Maria dell'Olmo che erano soliti scambiare qualche chiacchiera con l'anziana che frequentava quasi quotidianamente le corsie ospedaliere per stare accanto ai malati». Stessa tristezza anche negli uffici dell'ospedale: «Era una donna minuta eppure molto forte. Nonostante la sua età era molto attiva - dicono le operatrici degli uffici del Santa Maria dell'Olmo - ed impegnata. Aveva sempre una parola buona per tutti e un sorriso rassicurante».  Una banale puntura di insetto ha spento per sempre quel sorriso. Non è il primo caso di shock anafillatico letale. Cinque anni fa un'altra anziana è deceduta per uno shock anafillatico provocato, questa volta da una dose di sciroppo antibiotico. L'anziana fu soccorsa dal 118 ma non riuscì a salvarsi.

Giovedì 21 Giugno 2012 - 12:24    Ultimo aggiornamento: 12:25

Cesar Millan in Italia, animalisti sul piede di guerra: usa metodi coercitivi

La Stampa
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Il conduttore di "Dog Whisperer" nel nostro Paese per registrare alcune puntate del programma, ma le associazioni animaliste non ci stanno e invitano i canili e i rifugi a non collaborare con lui


Cesar Millan, conduttore del programma «Dog Whis

FULVIO CERUTTI (AGB)

In tv è molto seguito. I suoi consigli sono molto rispettati e ascoltati da chi ha un quattrozampe dal carattere un po' difficile.
Ma la fama di Cesar Millan, protagonista assoluto del programma Dog Whisperer, va di pari passo con le polemiche che sempre più lo vedono al centro delle proteste per i suoi metodi che, secondo molte associazioni animaliste, «prevedono un uso sistematico della forza, coercizione, maltrattamento fisico e psicologicodel cane». A dimostrarlo anche molti video pubblicati in rete (guarda qui) dove si vede il conduttore assestare dei calci o colpi di tacco sul fianco dei malcapitati quattrozampe che, comprensibilmente, diventano immediatamente mansueti.


Ora però la tensione delle associazioni animaliste sale. L'Oipa, Enpa, Lav, Lega nazionale per la difesa del cane e Leidaa, a nome della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente invitano i canili e i rifugi italiani a non collaborare con il nuovo show televisivo di Cesar Millan. Il programma Dog Whisperer, trasmesso in Italia dal canale satellitare di Sky National Geographic e dal canale del digitale terrestre Cielo, prevede la registrazione di alcune puntate in canili italiani, inglesi e olandesi. Per fare questo il canale National Geographic sta promuovendo un reclutamento di cani ospitati nei canili di questi tre Paesi e lo staff dell’addestratore sta contattando associazioni e gruppi animalisti per avere supporto. Il tutto con l'obiettivo di dare una seconda possibilità a cani difficili che, grazie alla tecniche rieducative di Millan, potrebbero così essere adottati.

Tuttavia molte associazioni italiane di cinofilia e veterinaria, come Anmvi, Sisca, Scivac, Asetra, e le principali associazioni per la protezione degli animali hanno già fortemente condannato i metodi di Millan:  «Oltre a non educare ed informare i proprietari al rispetto del benessere dell’animale, avallando quindi accessori come i collari a strozzo con punte interne - si legge in una nota comune -,  lui stesso impiega come ausilio nell’addestramento il collare elettrico, il cui uso in Italia è vietato dalla legge perché considerato maltrattamento».

twitter@fulviocerutti

In Aula con l'incubo delle monetine del '93

Corriere della sera

Stesso clima di 20 anni fa, il voto fermerà il «discredito»?


Bettino Craxi, storico segretario del Psi, già travolto da Tangentopoli, viene contestato mentre esce dall'Hotel Raphael di Roma: è il 17 dicembre del 1992. Bettino Craxi, storico segretario del Psi, già travolto da Tangentopoli, viene contestato mentre esce dall'Hotel Raphael di Roma: è il 17 dicembre del 1992.

Stavolta votano sì all'arresto di un loro collega politico. C'è lo spettro del biennio di Mani Pulite a tormentarli. C'è il fantasma di un'epoca storica in cui cinque parti vennero demoliti e in cui Beppe Grillo era solo un comico a cui ogni tanto scappavano battute feroci sui socialisti. C'è l'incubo della valanga, dell'ondata che, dopo aver distrutto la Prima, rischia si sgretolare anche la Seconda Repubblica. C'è un'atmosfera di terrore in cui i toni contro Luigi Lusi, ex tesoriere di partito ora reietto, perché calamiti su di sé la «rabbia» dei cittadini e salvaguardi, almeno per un giorno, l'onore generale.

Stanno sulla difensiva, i politici in Senato. Solo che stavolta non scavano una trincea come hanno fatto in passato per erigere un muro tra se stessi e il resto del mondo. No, si mettono sulla difensiva mostrandosi paladini dell'anti-Casta. Non si arrendono, beninteso. Solo che fanno finta di passare per caso per il Palazzo e sacrificano un politico con la speranza di salvare tutto il resto. Uno spettacolo stupefacente. Rovesciano su Lusi sarcasmo e indignazione per trasmettere il messaggio: è lui il reprobo, noi detestiamo i privilegi della politica. Sembrano degli alieni, digiuni di politica, immacolati, pronti a stupirsi delle cifre di cui godono partiti ed ex partiti grazie al finanziamento pubblico di quegli stessi partiti ed ex partiti ribattezzato pudicamente «rimborsi elettorali».

Il presidente Follini fa il paragone tra quanti milioni ha maneggiato (illecitamente) Lusi e gli stipendi di operai e insegnanti: ha gioco facile lo stesso Lusi a chiedere lo stesso paragone tra gli stipendi di operai e insegnanti e l'ammontare complessivo, centinaia e centinaia di milioni di euro, dei finanziamenti statali dei partiti (formalmente leciti, anche se in violazione di un referendum popolare). Un senatore del Terzo polo si scandalizza perché Lusi a Venezia si è fatto venire a prendere nientemeno che da un motoscafo. Adesso, solo adesso deve aver scoperto lo sciupio di macchine blu, alberghi a cinque stelle, voli aerei in prima classe di cui i politici si trastullano da qualche decennio con ostentazione spesso pacchiana, comunque impudica. Ma si sa, c'è l'ondata dell'«antipolitica» da arginare (la «valanga del discredito», evocata con costernazione da Luigi Zanda), c'è la paura di essere travolti come nel biennio tra il '92 e il '93 a riempirli di sgomento: sacrificarne almeno uno per salvare il salvabile.

Perché la paura è alimentata dal ricordo che, allora, ben pochi si salvarono. Il voto che in Parlamento non diede il 29 aprile del '93 l'autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, evento analogo a quello vissuto ieri in Senato, fu solo l'acme di un uragano che aveva già demolito i pilastri della Prima Repubblica. Quel voto rischiò di far abortire il nuovo governo Ciampi con le dimissioni dei ministri del Pds e di Francesco Rutelli (l'eterno ritorno?). Alimentò la gogna del Raphael con il lancio di monetine che mimava il gesto del ghigliottinamento mediatico e della piazza scatenata prima ancora che giudiziario. Ma intanto un deputato leghista si era già munito di cappio da agitare contro i suoi colleghi, tutti i suoi colleghi, di destra e di sinistra, equiparati a un'accolita di ladri da mandare all'impiccagione.

C'erano i missini capeggiati da Buontempo («Er Pecora») e da Gramazio («Er Pinguino») che fecero un circolo attorno al Parlamento e dai megafoni gridavano rauchi: «Arrendetevi, siete circondati». C'erano stati già due referendum elettorali che avevano rappresentato altrettanti plebisciti contro la classe politica. Erano i giorni, aprile del '93, in cui era scattata l'incriminazione per Giulio Andreotti a Palermo. Cadevano tutti i partiti del governo e dell'area di governo: anche Claudio Martelli che tentò tardivamente di smarcarsi dalla tutela di Craxi (già dimessosi da segretario del Psi); anche Giorgio La Malfa, che aveva lanciato la formula del «partito degli onesti». Quasi tutti vennero sommersi. Ci furono i «salvati», che pensavano di rifarsi una rispettabilità mettendosi al riparo dell'ombrello pidiessino, dato per sicuro vincitore nelle nuove elezioni. Mai scommessa fu meno prudente.

Oggi il clima assomiglia a quello di vent'anni fa. Le ondate di «discredito» sembrano altrettanto potenti. E nel Palazzo della politica molti sentono di essere arrivati a un tornante decisivo della loro vita. Mostrarsi cedevoli nei confronti della sorte personale di Lusi avrebbe significato un altro colpo micidiale alla stessa possibilità di una sopravvivenza (politica). Allora la modifica dell'articolo 68 della Costituzione, liquidata come un'intollerabile immunità per la politica, costituì il tentativo estremo per darsi un tono, per dire all'opinione pubblica dei cappi e delle ghigliottine che ogni peccato sarebbe stato emendato. Oggi ci si prostra davanti al mito del « fumus persecutionis », l'espressione più menzionata nei corridoi e nell'Aula del Senato. Tranne i senatori della Giunta, pochissimi hanno letto tutte intere le carte per stabilire se un loro collega dovesse essere sbattuto in galera senza l'ombra del terribile « fumus ». Hanno votato (o non votato, come quelli del Pdl) a prescindere. Ordini di partito, più che voti di coscienza. Ultima spiaggia prima di rischiare l'affogamento dei profeti dell'«antipolitica». Che il voto sull'arresto di Lusi sia sufficiente, questa, come già accadde nel '93, è una scommessa molto imprudente.

Pierluigi Battista
21 giugno 2012 | 7:34

Alì Agca: «Emanuela è viva, sta bene È stata rapita per farmi liberare»

Corriere della sera

«La Orlandi è in Turchia, ma non so l'indirizzo. La banda della Magliana e i pedofili coinvolti? Menzogne e favole»


Alì AgcaAlì Agca

ROMA - L'attentatore di papa Giovanni Paolo II, Mehmet Alì Agca, è un uomo solitario e attento alla scrittura. Meno alle virgole. In questa intervista, la prima dopo la sua scarcerazione nel 2010, chiede «di non toccare contenuto e senso linguistico», errori compresi. Invita a «correggere solo la punteggiatura». Poi, tra una mail e l'altra, si fa vivo con una telefonata. La voce è quella di sempre: lenta, ispirata. «Europa sotto la guida di Santa Chiesa cattolica - proclama - è la civiltà migliore! Se fallisce, muore democrazia mondiale!» Dalla sua casa vicino Istanbul, a 29 anni esatti dal sequestro Orlandi, Agca risponde a (quasi) tutte le domande.

Signor Agca, come si sente?
«Io sto bene, grazie a Dio. Trascorro le mie giornate studiando il Vangelo. Ho intrapreso una nuova vita».

In Italia si è tornati a parlare molto del caso Orlandi. Vuole, in coscienza, fornire elementi utili?
«Io, giurando davanti a Dio, dichiaro che Emanuela Orlandi è viva».

Ha indizi, un documento?
«Fornire una prova significa danneggiare il buon esito. Emanuela sta in Turchia, ma naturalmente non nelle mie mani ed io non conosco indirizzo esatto. Posso aiutare per la sua liberazione se governo vaticano ed italiano ascolteranno la mia voce».

I mandanti - lei disse al fratello Pietro nel vostro incontro a Istanbul due anni e mezzo fa - furono il Vaticano, la Cia e il Sismi. Conferma?
«Nel passato ho mentito molte volte per motivi diversi, ma ora devo dire solo verità: nessun Paese, nessuna istituzione e nessun servizio segreto occidentale è coinvolto nel rapimento».

I sequestratori volevano la sua scarcerazione o fu un depistaggio?
«Emanuela Orlandi fu rapita soltanto per ottenere la mia liberazione. Tutte le altre ipotesi e speculazioni sono state inventate da personaggi malati, mitomani, paranoici».

Pochi giorni dopo la scomparsa, lei ritrattò le accuse ai bulgari di complicità nell'attentato. Perché?
«Non è il tempo migliore per rispondere a questa domanda».

Perché ha detto a Pietro Orlandi di parlare con il cardinal Re?
«Per avere un colloquio, un contatto diretto con il governo vaticano. Il cardinale Re non ha voluto incontrarmi, perché il Vaticano teme di essere sospettato e calunniato da una certa stampa anticlericale, il che avviene puntualmente nel caso di don Vergari innocente, che avrebbe aiutato il peccatore Renato De Pedis a convertirsi».

La vedo informato, più o meno.
«Da sette anni in Italia si parla della banda della Magliana. Si aspettava di scoprire qualcosa dalla tomba di De Pedis, ma era una menzogna assoluta».

L'inchiesta è aperta.
«Sono pronto ad incontrare i magistrati, solo nel territorio italiano».

E la pista di Boston, dove scoppiò lo scandalo dei preti pedofili?
«Famiglia Orlandi sarà illusa-delusa con queste favole inutili. Ogni altra teoria di motivi sessuali o Banca Ambrosiana-Ior è menzogna».

Lei promette sempre.
«Io garantisco che tornerà a casa. Emanuela sta bene, non ha subito violenza infame. Viene trattata umanamente: rimane cattolica e prega ogni giorno. Spero che il cardinale Bertone possa occuparsi del caso, per portarla da Turchia in Italia. Il Papa Ratzinger non sa nulla e il documento del portavoce Lombardi esprime la verità».

Però due anni fa, parlando da una tv turca, fu lei ad accusare il Vaticano di essere stato il mandante dell'attentato di piazza San Pietro.
«Nell'intervista a Trt io ho mentito, ho fatto una ingiustizia gravissima contro il cardinal Casaroli. Poi ho fatto un profondo esame di coscienza: il Vaticano è innocente sia nell'attentato sia nel rapimento. Ma allora quale governo li ha ordinati? Io, Ali Agca, dico che non è il tempo per rivelarlo».

Conferma di voler venire in Italia, sulla tomba di Wojtyla?
«Ho immenso desiderio di baciare la tomba del grande Papa Giovanni Paolo II, mio fratello spirituale. In questo cambiamento fu determinante l'incontro celeste nel mio sogno del 13 maggio 2012, dove il Papa mi ha chiesto di convertirmi e per questo io devo smettere di perseguitare il Vaticano innocente».

E intanto Emanuela non torna.
«Sarà liberata più presto se il governo italiano farà un terzo di quello che ha fatto per i due marò in India».

Signor Agca, basta menzogne.
«Dio sa che ho detto la verità».

Fabrizio Peronaci
21 giugno 2012 | 7:19

La trattativa Stato-Mafia "Da Scalfaro a Conso Ecco chi si piegò ai boss"

di Gian Marco Chiocci e Patricia Tagliaferri - 21 giugno 2012, 08:18

L'ex direttore del Dap Amato accusa gli uomini ai vertici dello Stato: "Io cacciato per la mia strategia sul carcere duro". E tira in ballo Gifuni


Ecco la prova della «trattativa» fra Stato (il centrosinistra dell’epoca) e Antistato (quello mafioso delle bombe del ’92 e del ’93). Il memoriale consegnato alla commissione Antimafia dall’ex direttore delle carceri, Nicolò Amato, inchioda i massimi vertici istituzionali che ammorbidirono il carcere duro ai boss per evitare nuove stragi.




Dieci pagine che «fanno luce sulla vera, mai rivelata e inconfessabile ragione della mia improvvisa destituzione il 4 giugno 1993». Amato è pronto a consegnare nuove prove. Nel frattempo fa parlare i «fatti» per dimostrare come nel ’93, «Cosa nostra abbia esercitato sullo Stato una illecita pressione, basata sulla commissione di stragi e sulla implicita minaccia di commetterne altre».

LE SETTE PROVE

I «fatti» li elenca di seguito.

Spiega che dopo Capaci fu lui a riaprire le carceri di Pianosa e Asinara per metterci i boss. Che fu ancora lui a disporre il trasferimento nelle isole di tutti i mafiosi, eccezion fatta per una cinquantina costretti a cambiare cella per volontà di Martelli intenzionato a dare un segnale dopo la morte di Borsellino («la decisione venne però sempre presa da me insieme al direttore dell’Ucciardone»). Fu sempre lui, Amato, a insistere con Martelli per non risparmiare il carcere duro a 532 mafiosi, e poi per altri 567, per allargarlo a 121 carceri e sezioni dove voleva far trasferire 5mila detenuti di mafia. «Ma egli ha rifiutato di firmare, seguendo due pareri contrari al mio (...). Con ciò confermandosi, documentalmente, che sulla via della più intransigente risposta del carcere alla criminalità organizzata io ero più avanti del ministero e dello stesso ministro». Al successore di Martelli, Giovanni Conso, Amato chiese un inasprimento ulteriore del 41bis per bloccare ogni comunicazione dei detenuti e depotenziarne il prestigio: collegamenti audiovisivi al posto dei trasferimenti in aula (come poi avverrà otto anni dopo) e controlli audio-video nei colloqui (come stabilito sedici anni dopo).

MORTI SULLA COSCIENZA

«Ho, quindi, il diritto di chiedere quante comunicazioni illecite e quanti delitti sarebbero stati evitati se la mia proposta del marzo 1993 non avesse dovuto attendere tanti anni prima di diventare legge dello Stato; e di chiedere se la disattenzione o l’intenzionale disinteresse che hanno, purtroppo, accompagnato tale proposta comportino una responsabilità soltanto politica e morale o anche di rilevanza giuridica». Amato ribadisce di essere stato l’unico a non aver mai ceduto ai boss. «Fino al 4 giugno del 1993 nessun detenuto di mafia di un certo livello si è sottratto al regime del 41bis e nessuno dei decreti 41bis emanati è stato revocato o lasciato decadere». Altro «fatto» è la lettera contro il carcere duro inviata dai familiari dei mafiosi al presidente Scalfaro con la quale chiedevano di cacciare Amato e i suoi «aguzzini».

LA LETTERA DEI MAFIOSI

Di questa lettera «nessuno mi ha mai informato», così come solo recentemente Amato è venuto a sapere che Scalfaro, ricevuta la missiva, convocò monsignor Curioni, capo dei cappellani carcerari, e monsignor Fabbri, suo segretario, «per comunicare che la mia permanenza al Dap doveva aver termine, invitandoli ad aiutare Conso a scegliere il mio successore». Perché, si chiede Amato, Scalfaro e non il Consiglio dei ministri decise il cambio? Perché anziché le naturali sedi istituzionali vennero informati, della «sostituzione», i due cappellani inseriti nel circuito penitenziario fin da quando trattarono coi brigatisti detenuti per liberare Moro? «È un fatto - l’ennesimo - che dopo solo tre mesi dall’arrivo del papello di Cosa nostra, e pochi giorni dopo la richiesta di intervento dei due cappellani, io sono stato sostituito con Capriotti» al quale venne imposto come vice Francesco Di Maggio «senza grado e senza esperienza in materia penitenziaria», grande amico del capo della polizia, Vincenzo Parisi e «vicino ai servizi segreti». L’ultimo «fatto» raccontato si riferisce alla «nuova politica» penitenziaria, molto più soft dopo il suo defenestramento, che ha ridotto da 1.300 a 400 i detenuti in 41bis. Amato denuncia l’occultamento di «cinque appunti del Dap» da giugno a dicembre ’93 con le nuove linee guida.

IL BIGLIETTO: «OK DAL MINISTRO»

In quello del 26 giugno si puntava a non rinnovare i decreti di 41bis emanati dal Dap, a procrastinare solo quelli per «detenuti di particolare pericolosità» per evitare di «inasprire inutilmente il clima negli istituti di pena» così da lanciare «un segnale positivo di distensione». A chi era diretto il segnale, si domanda Amato, posto che vi era un biglietto con su scritto «l’onorevole ministro è d’accordo»? C’entrano niente le riserve del capo della polizia (come riferito da Capriotti nella sua audizione in Antimafia) e del Viminale sul 41bis? Di fronte a tante evidenze, insiste Amato, come fa l’ex ministro Conso a sostenere d’aver fatto da solo all’insaputa del Dap? «Quali altre iniziative o responsabilità il ministro ha inteso coprire con la sua generosa, ma inesatta assunzione di una “piena responsabilità” diretta e personale?».

IMBARAZZO E BUGIE DI CONSO

Chiosa l’ex direttore del Dap. «Mi ero sempre chiesto perché mai Conso sviasse il discorso e non volesse pronunciarsi sul mio appunto del 6 marzo 1993 (dove chiedeva spiegazioni sulle riserva di Parisi e il Viminale, ndr) nonostante glielo avessi consegnato personalmente (...). Solo ora capisco il drammatico imbarazzo che ho cagionato, proponendo, pochi giorni dopo la lettera di Cosa nostra, addirittura un inasprimento del trattamento penitenziario per i suoi detenuti. Giacché Conso non poteva certo dire di no a una richiesta di maggiore severità nei confronti della criminalità organizzata. Ma non poteva neppure dire di sì, stante la preoccupazione – a me ignota – di non accentuare ulteriormente lo scontro aperto con la lettera appena arrivata». E così, per togliersi dall’imbarazzo, «Conso ha scelto il silenzio, lasciando l’appunto nel cassetto». La scelta era già stata fatta. Ma Amato non lo sapeva. Il suo tempo al Dap era finito con la lettera dei mafiosi della quale nessuno gli parlò.

IL SEGRETARIO GENERALE SAPEVA

Anche perché, come «fa chiaramente intendere Gaetano Gifuni» segretario generale sotto Scalfaro e Ciampi «tutti sapevano che ciò sarebbe equivalso a buttare la lettera là dove meritava di finire», e cioè «nella pattumiera». Interrogato a Palermo, Gifuni ha affermato di non sapere perché Amato venne sostituito anche se ha confessato che era notorio il fatto che «caratterialmente veniva considerato spigoloso e non particolarmente collaborativo». Dunque, non utile alla causa? Amato ne è convinto. «Difficile che Gifuni, così vicino a Scalfaro e Ciampi, non conosca la vera ragione della mia destituzione (...). Si è trattato di una motivazione inconfessabile, che nessuno, pur conoscendola, rivelerebbe, per pudore o vergogna, preferendo, come qualcuno ha già fatto, di portarla con sé nella tomba». Il riferimento a Scalfaro non è casuale. E così «per un meccanismo dell’inconscio che avrebbe reso felici Freud e Reik, Gifuni, mentre dice di ignorarla, in realtà, rivela, sia pure in una forma allusiva destinata a smorzarne l’impatto dirompente, la vera ragione della mia destituzione, identificandola nella mia indisponibilità a collaborare con chi mi avesse chiesto cedimenti, rinunce o compromessi. Occorreva solo mandarmi via, subito, in silenzio». Così è stato.

Cuba sta cambiando ma noi vogliamo scappare lo stesso”

Corriere della sera
di Benedetta Argentieri

A volte basta solo un po’ di brezza a far dimenticare il caldo torrido dell’Avana. Un vento che si intrufola nelle strade della città vecchia. Invade i portici e i balconi di case colorate che cadono a pezzi. Arriva leggero, ma tanto basta per scompigliare i capelli di Sonia che nonostante siano legati da forcine, un ciuffo ribelle la tormenta.  Spinge la sedia a dondolo con i piedi. Il ritmo è regolare, lento. E  tra una boccata di sigaretta e l’altra, racconta il suo Paese. La sua città. E sconsolata sospira: “Non c’è rimasto altro che la fuga”.

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I suoi occhi scuri guardano lontano. Oltre il Malecon (il lungo mare della capitale) c’è un altro mondo.”La verità che qui non c’è futuro”, ripete questa ragazza di 27 anni, laureata in Filosofia e in attesa di insegnare la sua materia alla facoltà di Medicina. Lei fa parte di una generazione cresciuta da genitori che hanno creduto fermamente nella rivoluzione. Un sogno che però si è spezzato. “Il nostro sistema non funziona. La gente ha fame da troppi anni. Per chi studia e lavora non ci sono prospettive”. Già, considerando che un medico prende la metà se non un quarto di un agricoltore, le alternative sono poche. Quindi chi può, chi ci riesce, prova ad andarsene. Europa, Canada, Australia. ”Lo sappiamo che c’è la crisi, non c’è lavoro. Ma sono pronta a fare qualsiasi cosa. Anche perché oramai la maggior parte dei miei amici vive all’estero”. Famiglie spezzate, non c’è nessuno che non abbia almeno un parente che abbia lasciato l’isola.

“Attenzione però, il socialismo non è tutto male, il problema è che non siamo mai riusciti a cambiare”, ci tiene a sottolineare Natalia, 28 anni. Architetto come sua madre, ha lunghi capelli scuri che le incorniciano il viso dai tratti delicati. Nonostante creda nel suo Paese, alla fine ha scelto di partire. Direzione: Stati Uniti. “Ho un ricongiungimento familiare nel 2014. Tornerò per trovare i miei genitori che non hanno alcuna intenzione di andare via”. Un addio a malincuore. “Ma necessario”. Per andare avanti. Anche se, “le aperture del regime di Raul Castro stanno cambiando profondamente Cuba”.

Dalla proprietà privata (ora è possibile comprare casa) alle aperture dei negozi. Passando per le libertà di culto, gli omosessuali e internet. Anche se rimane caro e molto lento.  Le continue partenze producono effetti devestanti. “Un esempio? In alcuni paesi mancano i maestri, così lo Stato arruola ragazzini di 17 anni per fare gli insegnanti. Mi chiedo cosa possano insegnare questi ragazzi”, continua Natalia. Ma non si può protestare, pensare di scendere in piazza “a meno che siano manifestazioni pro governo”.

Il dissenso continua a non essere gradito. “Un contingente di polizia in tenuta antisommossa è sempre pronta nel caso ci siano contestazioni”, ma a parte questo, secondo Sonia, la tensione si è molto smorzata. ”Il Cdr (Comitato di difesa della rivoluzione) presente in ogni quartiere, non controlla più le nostre vite come una volta. Gli unici ancora nel mirino sono i blogger”. Le fa eco Natalia. “La libertà è importante, ma ora dobbiamo sopravvivere.

Questo è il nostro problema. Non abbiamo abbastanza da mangiare. Non abbiamo soldi. Le case cadono a pezzi. E ci sono crolli quasi ogni giorno”. Quando lo dice la sua voce si incrina. Indica i palazzi colorati. Alcuni sono dei ruderi, ma la gente continua a viverci dentro. “I fondi per ristrutturarli non ci sono e le persone non hanno dove andare”. Le casa in stile coloniale stanno diventando dei ruderi. I colori pastello hanno perso l’antico smalto. Il mare e il vento hanno fatto il resto.

La scelta di Bersani

Corriere della sera

Martedì prossimo si vota in vigilanza il Cda Rai. Nell'ultima settimana sono stati inviati 300 curricula. Qualcuno li leggerà?



Il Cda Rai è scaduto il 4 maggio scorso. Siamo a fine giugno e la Commissione di Vigilanza non ha ancora nominato i 7 membri che deve votare per il nuovo Consiglio. Dieci giorni fa il Presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, che aveva scritto che utilizzare i curricula e le autocandidature sarebbe stato improprio, ha cambiato idea e quindi adesso vanno esaminati rapidamente. Perché il voto, previsto per giovedì 21 giugno, è già slittato a martedì 26. Intanto anche il Pd ha cambiato idea e, se prima aveva detto: «Se resta la legge Gasparri non partecipiamo al voto», adesso ha dei candidati da votare, espressi da 4 associazioni della società civile alle quali Bersani ha chiesto indicazioni.

Poi c’è chi si candida in proprio, chi per altre associazioni e così i curricula sono diventati 300. Ma che senso ha sollecitare l’invio delle proprie esperienze professionali se poi nessuno le leggerà, visto che alla fine, in qualche modo, i partiti si stanno organizzando per votare i loro?

Giovanna Boursier
giovanna.boursier@reportime.it
21 giugno 2012 | 7:27

Quando il marito non paga l'assegno

La Stampa



A CURA DI CARLO RIMINI
professore ordinario di diritto privato all’universitÀ di milano

Sono separata da mio marito. Abbiamo due figli. Provvedo io a tutte le loro necessità. Lui si limita a portali al ristorante e a fare loro regali anche troppo costosi. Non è giusto...
Il giudice che ha pronunciato la separazione ha certamente definito come il padre debba adempiere all’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, in proporzione ai suoi redditi e alle sue sostanze.

Il tribunale ha stabilito che lui versi un assegno di 600 euro al mese. Ma mio marito non paga perché dice che c’è la crisi!
Se la situazione economica di suo marito fosse peggiorata rispetto al momento in cui la separazione è stata pronunciata, egli avrebbe la possibilità di ottenere che il giudice riduca la misura del suo contributo al mantenimento dei figli. Non può invece limitarsi a non pagare, o pagare l’assegno in una misura ridotta.

Invece fa proprio così: non paga nulla. Lui peraltro non sembra risentire della crisi. Si è appena comprato una macchina sportiva, che piace tantissimo ai bambini. Mi fa impazzire di rabbia.
La sentenza di separazione è un titolo esecutivo. È come una cambiale in scadenza tutti i mesi, che lei può far valere nei confronti di suo marito. Questo significa che lei può ottenere l’esecuzione del suo credito, eventualmente facendo espropriare i beni del debitore che non adempie.

Ma io sono stanca... Ho il lavoro, devo badare alla casa e ai bambini. Non posso passare il tempo dall’avvocato per costringere mio marito a fare il suo dovere! E poi lui troverebbe il modo per fingersi nullatenente.
Tenga però presente che il credito relativo ad un assegno di mantenimento non pagato è tutelato dalla legge in modo particolare. Innanzitutto lei può ottenere che il giudice ordini al datore di lavoro di suo marito di pagare una parte dello stipendio direttamente a lei: l’assegno le sarebbe pagato ogni mese da un debitore affidabile.

Sarebbe fantastico. Peccato che mio marito non sia un lavoratore dipendente.
Fa l’artigiano e non ha uno stipendio.

In questo caso, lei può ottenere altre garanzie: innanzitutto può iscrivere un’ipoteca sugli immobili di cui suo marito è proprietario. Per questo non è necessario neppure un nuovo provvedimento del tribunale: è sufficiente la sentenza di separazione che è un titolo per l’iscrizione dell’ipoteca nei registri immobiliari.

Ma mio marito non è proprietario di immobili. Il mio avvocato mi ha spiegato che la casa dove vive e l’officina sono intestati alla società che lui utilizza per la sua attività.
Si può allora ottenere dal giudice un sequestro dei beni di suo marito e quindi anche delle quote della società di cui lui è titolare. Sono siciro che suo marito, nel momento in cui vedesse messa in discussione la possibilità di gestire liberamente la propria attività, inizierebbe a versare l’assegno con la puntualità di un orologio svizzero!

Lo credo anch’io, ma renderebbe malissimo la mia iniziativa.
Quando lo si tocca sul suo lavoro... Non ci sono altri strumenti, magari più semplici, per convincerlo a rispettare lal egge?
In teoria sì. Il mancato pagamento dell’assegno previsto in una sentenza di separazione oppure di divorzio è un reato punito con pene severe: fino a un anno di reclusione. È sufficiente non versare quanto è previsto nella sentenza, indipendentemente dal fatto che il coniuge che deve ricevere l’assegno riesca a mantenere sé stesso e i figli con le proprie forze.

Bene, allora non ho bisogno neppure dell’avvocato. Andrò dai Carabinieri con la sentenza e spiegherò che lui non paga. Ci penseranno loro a far capire a mio marito la gravità del suo comportamento.
È una buona idea. È possibile che effettivamente i Carabinieri convochino suo marito; speriamo che gli spieghino anche che sta commettendo un reato piuttosto grave. In teoria dovrebbe essere tutto semplicissimo: si tratta di un reato molto facile da accertare. In tempi rapidissimi suo marito potrebbe essere chiamato davanti ad un giudice per rispondere del suo comportamento, come avviene nella maggior parte degli Stati con cui siamo abituati a confrontarci per civiltà giuridica. Ma fra la teoria e la pratica vi è purtroppo la drammatica inefficienza del nostro sistema giudiziario, all’ombra della quale si consumano ogni giorno ingiustizie e soprusi.

In quelle case segrete per ricominciare

Corriere della sera

Le guardi con il sorriso stampato sulle labbra, la musica di sottofondo le omelette con lo zucchero e quasi ti sembra di essere in una casa come tutte le altre. Solo un po’ più affollata.

A Gallarate, provincia di Varese, le donne ospitate nella Comunità Solamore condividono una cucina con due fuochi, tre divani nella sala, mobili ingialliti e in qualche caso tenuti in piedi con lo scotch. «Ma si sta bene» assicurano. A Marco, 11 anni, basta mettere una parrucca in testa con i riccioli neri per sentirsi una rockstar, poi però ascolta al computer una canzone di Tiziano Ferro e abbassa gli occhi: «Voglio tornare a casa» sussurra alla madre. Lei non risponde. La loro casa da un anno è questa struttura protetta nata alla fine del 2006 che accoglie donne con bambini inviati qui da un decreto del Tribunale. Sei camerette, sette educatrici di cui tre psicologhe, una dozzina di posti letto, una cucina e quattro donne che hanno subito maltrattamenti. Dal marito, dal compagno, mani di uomini alzate in qualche caso anche su di loro, i bambini.

Di case protette, in Italia, ce ne sono circa 74, fa sapere il dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, rifugi a cui si aggiungono comunità dei servizi sociali come quella di Gallarate, dell’azienda 3SG. In trincea il lavoro di due reti: quello di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza, 60 centri in tutta Italia, almeno 20 in difficoltà economiche), che si mescola con quello di Arianna (ovvero il 1522 che dipendente dalla Presidenza del Consiglio, con i suoi 165 centri). Un fitto sistema di protezione con 700 posti letto secretati (5.700 sarebbero quelli necessari secondo la direttiva europea).

Luca, 10 anni, da tre mesi al Solamore, racconta delle gare in Formula 1 con la playstation: «Sempre primo – garantisce – con il Nintendo sono anche più bravo, ma i miei giochi sono rimasti tutti a casa». Laura, 44 anni, sua madre, spiega che sono dovuti scappare senza riuscire a prendere un granché. «Mi ha rotto tre costole – racconta Laura riferendosi all’ex compagno – portavo i bambini a scuola la mattina e cospargevo la casa di cacao così al ritorno sapevo subito se lui c’era o no. Poi mi sono affidata ai servizi sociali e sono arrivata qui. Non è facile, così come non è facile denunciare – assicura lei – prima o poi ti scontri con la realtà, il giudice che chiama a testimoniare i vicini di casa e quelli che presentano i certificati medici perché hanno paura. E poi i tempi del tribunale, che prima di prendere una decisione sulla tua vita ci impiega mesi». Mesi che aggiungono botte alle botte. «Quando finalmente arrivi in comunità, ti accorgi che lui è fuori in libertà e tu sei reclusa in una casa che non senti mai tua».

Marisa Guarneri, presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano, ha aperto il primo centralino anti-violenza d’Italia nel 1988, seguito nel 1991 dalla prima “casa” creata grazie ai 40 milioni donati dalle milanesi. «Il 24 giugno c’è il processo al marito che potrebbe uscire, occorre far presto, lei è sola, non ha famiglia, deve entrare subito in comunità con il suo bimbo di due anni. Farò pressione sull’assistente sociale: se non salta fuori un posto, la colpa è vostra». Caterina, da 6 anni operatrice della Casa della donna maltrattata, ha appena ricevuto una telefonata della responsabile dell’asilo nido che si è presa a cuore il caso di una giovanissima mamma di Affori. Siamo al terzo piano di una palazzina color ocra, in via Piacenza 14: tre stanze arredate in modo spartano sono un luogo di donne, pronte all’ascolto e alla difesa di altre donne che hanno perduto la capacità di difendersi. Una trentina di operatrici, avvocatesse, psicologhe, educatrici, volontarie lavorano in una struttura composta, oltre che dal centro di accoglienza, da 6 piccoli appartamenti segreti dove vengono protette e seguite le vittime di abusi.

In 25 anni di lavoro fatto con passione («altrimenti non avremmo resistito») sono state seguite 23mila donne e ne sono state ospitate 620. Squilla ancora il telefono, a rispondere è Sara, l’altra operatrice, che è psicologa. «Una donna giovane mi ha raccontato di essersi spaventata per un violento litigio con parole molto aggressive a cui ha assistito il figlio. Cercava solo un consiglio legale, ma dalle sue parole concitate filtrava molto malessere. Le ho fissato un colloquio». Perché spesso è proprio nell’incontro vis-à-vis che emergono paure e bisogni inespressi. Poi ci sono le «ragazze con la valigia», che si presentano al centro quasi senza preavviso. «L’uscita di casa comporta una strategia, dei passaggi, ma quando c’è l’emergenza saltano – racconta Marisa Guarneri -. Abbiamo aiutato donne di tutte le età a fuggire in modo quasi rocambolesco. Alcune si travestivano con la parrucca. Ricorderò sempre una che si era messa addosso tutto l’oro che aveva in casa e il marito l’aveva apostrofata: “ma dove vai così conciata”? L’assistente sociale l’aspettava fuori in auto».

Come spiega Patrizia De Rose, capo del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio, per sostenere i centri «negli ultimi due anni, grazie al piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking, sono stati stanziati circa 20 milioni di euro». Ma come mai allora i centri chiudono e lamentano i tagli di fondi? Dice Titti Carrano, presidente della rete D.i.Re: «Stiamo aspettando con ansia che venga sbloccato il bando di dieci milioni per il finanziamento di nuovi centri o il sostegno a centri già esistenti, la situazione è grave, il 18 giugno il centro antiviolenza di Napoli è stato costretto a chiudere perché dal marzo del 2009 non riceveva soldi dal Comune».

Se al Nord la rete di aiuto è più diffusa (17 centri in Lombardia, altrettanti in Emilia Romagna, 14 in Veneto) al Sud ci sono Regioni quasi sguarnite (1 centro in Basilicata e 3 in Calabria). «Nu poc ’e mazzate… jamme, che sarà mai? Facciamo fatica a scrollarci di dosso pregiudizi e ipocrisie» confessa Clementina Ianniello, la mamma coraggio del Casertano che sta portando avanti la battaglia in nome di sua figlia, Veronica Abbate, la diciannovenne uccisa per un «no» dall’ex fidanzato, allievo della Guardia di Finanza. Era il 3 settembre del 2006. Sei anni dopo, in quello stesso giorno, Clementina inaugurerà una casa protetta in una località segreta sul litorale domizio. «È in una villa sequestrata alla camorra che ci ha assegnato il comune di Mondragone: cinque stanze per ospitare donne scappate da una situazione di pericolo».

Una rifugio sicuro dove trovare anche assistenza legale e psicologica. «Mi piace pensare che tutto quello che sto facendo riporti in vita Veronica, che il 3 settembre lei sarà lì con me. Ma non è così. Lei non c’è più e una gran parte di me è andata via con lei. Lavoro affinché la sua morte non sia veramente inutile». Clementina si batte per la certezza della pena, e ha presentato una proposta di legge. Ha fondato l’associazione «Veri» che organizza incontri nelle scuole («perché i ragazzi possano vedere l’ondata gigantesca di dolore che c’è dietro la violenza»), corsi di difesa personale e ora gestirà la casa protetta. «Gli occhi di mia figlia, verdi come il mare, continuano a ispirarmi. Rivedo il suo sguardo nelle ragazze che stiamo aiutando. E che piano piano ce la fanno».