domenica 17 giugno 2012

Morto Rodney King: il suo pestaggio «innescò» le rivolte di Los Angeles

Corriere della sera

Ritrovato morto in circostanze misteriose l'uomo che nel' 92 venne picchiato selvaggiamente da quattro poliziotti bianchi


Rodney King in un immagine recente: aveva 47 anniRodney King in un immagine recente: aveva 47 anni

MILANO - Quei pochi fotogrammi hanno segnato la storia d'America, squarcio indelebile nel mito del melting pot: il pestaggio brutale, nel marzo del 1992 a Los Angeles, di Rodney King, camionista nero allora 26 enne, fermato per eccesso di velocità. Pestaggio ad opera di quattro poliziotti bianchi, ripreso da una furtiva telecamera dal balcone di un vicino. A poco più di vent'anni da quei fatti, King è stato trovato morto domenica mattina, in circostanze misteriose, all'interno della piscina della sua casa di Rialto, in California.

55 MORTI - La sua scomparsa ha immediatamente riaperto, nell'opinione pubblica americana, le ferite legate alle vicende del 1992. Dopo che i quattro vennero assolti al processo, aperto contro di loro anche sulla base di quelle immagini, scoppiò la terribile rivolta di Los Angeles, a fine aprile: in cinque giorni la comunità afroamericana mise a ferro e fuoco la città, ingaggiando scontri durissimi con le forze dell'ordine ( ma anche con la minoranza coreana) che causarono alla fine 55 morti, il più grave episodio di violenze interrazziali nella storia degli Stati Uniti.

 

 

FECE RIFLETTERE MOLTO - Una deflagrazione che fece riflettere molto sui rapporti tra bianchi e neri in un'America dove l'era Obama era ben al di là da venire, ma dove sembrava lontana anche la vergogna della segregazione. Una deflagrazione che vide un'altra rivoluzionaria novità: ben prima di internet e di cellulari, segnò il trionfo delle immagini fatte in casa. Per la prima volta, la mediazione dell'informazione tradizionale non sembrò più necessaria.

TRAVOLTO - E King? Inizialmente venne travolto da un enorme slancio di solidarietà. E di indiretta celebrità: il rapper Tupac gli dedicò una canzone e Spike Lee mise le famigerate immagini del pestaggio nella intro del monumentale biopic su Malcolm X. Ma poi le cose si misero male: se sul suo caso venne fatta parziale giustizia - due dei quattro poliziotti vennero trovati colpevoli nella revisione del processo - , King si lasciò decisamente andare. Fermato diverse volte per ubriachezza alla guida, coinvolto in una sparatoria nel 2008, finito nel calderone della tv spazzatura (partecipò a un reality sul rehab, il recupero dalla dipendenza di alcool), King ha avuto insomma una vita piuttosto convulsa. Fino al misterioso epilogo di domenica.


Matteo Cruccu
ilcruccu17 giugno 2012 | 19:53

Messico, poliziotti collusi coi narcos Arrestano e poi uccidono tre persone

Corriere della sera

In un video ripreso il fermo in un albergo di Lagos de Moreno. Spesso le forze dell'ordine "collaborano" con i trafficanti


L'arresto nell'albergo L'arresto nell'albergo

WASHINGTON - Il video è stato diffuso pochi giorni fa dalla Procura di Jalisco, Messico. Mostra un gruppo di agenti arrivare, nel cuore della notte, davanti un hotel di Lagos de Moreno. I poliziotti entrano, chiedono alla reception qualcosa e poi riappaiono mentre portano via delle persone ammanettate. I tre arrestati saranno trovati senza vita qualche giorno dopo: li hanno prima picchiati e poi soffocati. L’episodio, avvenuto nel gennaio di quest’anno, ha portato ad un’inchiesta che si è conclusa con la cattura di alcuni poliziotti coinvolti nel delitto.

I POLIZIOTTI COLLUSI COI NARCOS - In numerosi stati messicani dove agiscono i cartelli della droga interi dipartimenti di polizia collaborano con i narcos. Diversi i motivi: complicità in cambio di denaro, rapporti personali, accordi locali tra funzionari e una banda per dare battaglia ad un’altra gang. Per questo il presidente - uscente - Felipe Calderon ha impiegato in modo massiccio l’esercito e in alcune località il ruolo della polizia è stato assunto dai soldati. Ma neppure i militari sono rimasti immuni dal «contagio». Di recente quattro generali sono finiti sotto inchiesta per collusione con i narcos.


55MILA VITTIME DAL 2006 - Nella narco-guerra messicana non esistono «angeli». I cartelli, come abbiamo raccontato molte volte, sono crudeli e non si preoccupano di quante persone fanno fuori. Ci sono agenti che pagano con la vita la loro fedeltà allo Stato ma altri che tradiscono. Ancora: le forze dell’ordine - secondo molte denunce - ricorrono a sistemi non meno brutali. E sono anche emersi legami tra reparti e questo o quel gruppo criminale. Nel senso che gli agenti non sono neutrali ma partecipano alla faida. Intanto la lista delle vittime si allunga. Quante sono? Alcune stime parlano di 55 mila a partire dal 2006, altre ritengono che siano molte di più.

Guido Olimpio
@guidoolimpio17 giugno 2012 | 18:23

Grillo: "Norimberga per i politici con diritto di sputo virtuale"

La Stampa

Il comico sul blog: "Processo pubblico aperto a tutti i cittadini"


Beppe Grillo. Il suo movimento, secondo i sondaggi, sarebbe al 20%

 

torino

Un processo «pubblico» ma «senza violenza» alla classe politica, che conceda ai cittadini il diritto di «sputo virtuale»: lo invoca nel suo blog Beppe Grillo in un post intitolato «Norimberga all'italiana». «Un processo pubblico alla classe politica è necessario. Senza violenza. Siamo - scrive Grillo - un popolo civile. Truffato, spolpato, fottuto, immiserito, deriso, ma comunque civile. Nessuno può pensare di sostituirsi alla magistratura o di evocare nuove piazzale Loreto. Saint Just e Robespierre non sono esempi da imitare, anche perchè finirono, pure loro, sul carretto che conduceva i condannati alla ghigliottina. Il processo deve essere morale, collettivo. Ogni cittadino deve avere il diritto di sputo virtuale».

«Chiunque abbia ricoperto nella Seconda Repubblica un'importante carica pubblica, tra questi i parlamentari, i ministri, i sottosegretari, i presidenti di regione, i sindaci dei capoluoghi di provincia, i presidenti di provincia, oltre ovviamente ai presidenti del Consiglio e ai presidenti delle Camere - dice ancora - dovrà rendere noto pubblicamente in Rete il suo patrimonio PRIMA e DOPO la sua investitura. Motivare, se esistono, le ricchezze accumulate durante il suo incarico. Case, patrimoni, regalie inconsapevoli. Un atto dovuto che premierà chi non ha nulla da nascondere».

«In questo Paese - rileva - si è radicata l'idea, sbagliata, che sia naturale per un politico arricchirsi, in effetti è difficile trovare un politico in miseria o qualcuno uscito dai Palazzi del Potere con le pezze al culo. Lo stipendio e i benefit che ricevono i politici, pur eccessivi, non sono sufficienti per diventare benestanti. Quindi le fonti, in caso di ricchezza, devono essere state altre. I cittadini vorrebbero sapere quali e anche i magistrati. Conoscere, ad esempio, i motivi per cui il ministro Z o il senatore B si è ritrovato a fine legislatura con un paio di appartamenti in più o mezzo milione di euro sul conto della moglie. Un'analisi patrimoniale, in piena trasparenza, che copra il periodo della Seconda Repubblica, con il disprezzo dei cittadini e l'isolamento sociale verso chi ha abusato dello Stato per i propri interessi e l'intervento della magistratura in caso di reato. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure», conclude Beppe Grillo.

Alberto Sordi, dal web a Trastevere ecco la targa nella via dove nacque

Il Messaggero

L'idea di un romano, Massimo Casavecchia, per ricordare l'Ottavo Re di Roma nella via in cui nacque

di Laura Bogliolo

20120617_albertosrodi

ROMA - Alberto Sordi, l'Ottavo Re di Roma, può non avere una targa nella via in cui nacque? La risposta decisa l'ha data Massimo Casavecchia, 53 anni, romanissimo, che attraverso Facebook haorganizzato una sorta di rivolta popolare nel cuore di Trastevere. Il 15 giugno, il giorno del compleanno di Albertone, ha dato appuntamento a centinaia di romani in via San Cosimato 7, dove il piccolo Albertone nacque.

A rispondere all'appello lanciato sul web i fan dello storico attore che avevano aderito all'iniziativa sulla pagina Facebook "Una targa per Albertone". "Qui di fronte al civico 7 di una casa che non c'è più il 15 giugno 1920 nasceva Alberto Sordi" si leggeva sulla targa affissa nel vicolo trasteverino. Casavecchia lo ha fatto, di sua iniziativa, pagando 200 euro a un marmista, amico di famiglia, che solidale con l'iniziativa in pochi giorni ha preparato la targa. Il trasteverino doc ha fatto stampare anche delle magliette con al scritta "Una targa per Albertone, io c'ero", tutto a sue spese. La targa verrà affissa ufficialmente non appena i condomini del palazzo di via San Cosimato 7 daranno l'approvazione definitiva. «Hanno detto tutti di sì - spiega Massimo - sono tutti solidali».

L'idea della targa. «Per me Albertone è un mito, un attore, ma anche un maestro di vita» dice Casavecchia che mentre parla di Sordi quasi si commuove. «Ho chiamato addirittura il mio cane Alberto proprio in un suo onore». Due mesi fa l'idea. «Sapevo che si avvicinava il compleanno di Albertone, allora ho creato quasi timidamente una pagina Facebook "Una targa per Albertone". Ho visto che in poco tempo l'iniziativa ha riscosso grande successo e l'affetto dei fan di Albertone mi ha dato coraggio». Casavecchia è un appassionato di internet e di Trastevere e ha diffuso la sua idea anche sul gruppo facebook dedicato all'antico Rione XIII.

I contatti con il I Municipio. Massimo Casavecchia ha contattato il I Municipio e il consigliere comunale Sergio Grazioli il 12 giugno ha anche scritto una lettera in relazione all'apposizione della targa. «Ho voluto coinvolgere anche il I Municipio perché mi sembra giusto - dice Massimo - credo che Roma debba essere riconoscente verso un uomo come Alberto Sordi».

Quell'incontro con Albertone. Il trasteverino Massimo è sempre stato un fan di Sordi e ha avuto occasione di incontrarlo due volte. «La prima volta, negli anni settanta, porta le mazze da golf in un circolo famoso ed ebbe la fortuna di incontrarlo: era un mito e anche molto generoso, mi diede ben cinque mila lire come mancia, tantissimo per quei tempi». «A moro nun te vergogna'! Vie', certo che te lo faccio l'autografo, mi disse anni fa - racconta - quando lo incontrai di nuovo in un bar ai Parioli».
laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Domenica 17 Giugno 2012 - 16:26
Ultimo aggiornamento: 17:00

Il primo Apple venduto all'asta per oltre 370mila dollari

Il Messaggero

NEW YORK - Uno dei primi computer Apple costruiti da Steve Jobs e dal suo socio Steve Wozniak nel 1976 è stato venduto per oltre 370mila dollari, quasi 300mila euro. La casa d'aste Sotheby's di New York è riuscita ad incassare più del doppio del valorestimato.Non si tratta di un computer assemblato ma di una scheda madre e svariate altre componenti che andavano poi messe insieme.


20120617_apple-asta


VIDEO
Apple 1 venduto all'asta


Nel pacchetto sono compresi anche manuali per l'uso. Ad aggiudicarsi il reperto hi tech un anonimo compratore telefonico che ha battuto tutti i presenti offrendo una cifra stratosferica. A rendere questo "Apple 1" ancora più raro è il fatto che sia funzionante. Al mondo ne esistono circa una cinquantina di esemplari ma per la maggior parte sono rotti. Ma su tutti resta il fascino un po' feticista del pensiero che da questo pugno di microchip costruiti in un garage da due ragazzi, sarebbe nata una delle più potenti aziende tecnologiche al mondo.


Domenica 17 Giugno 2012 - 10:46
Ultimo aggiornamento: 10:48

Ritrovato in Inghilterra il «Cristo» rubato nel 1989 a Castiglione Olona

Corriere della sera

La tela seicentesca, di Daniele Crespi, è stata riconosciuta dai figli del collezionista derubato. Si spera in una restituzione


Il Cristo «Salvator Mundi» di Daniele Crespi Il Cristo «Salvator Mundi» di Daniele Crespi

VARESE - Questa volta l'Italia è parte offesa, nel senso che un quadro rubato in un palazzo di Castiglione Olona è stato rintracciato dai carabinieri qualche giorno fa, mentre nel 1911 i carabinieri beccarono un italiano di Dumenza, l'imbianchino Vincenzo Peruggia, che aveva rubato la Gioconda al Louvre e se l'era portata sul Lago Maggiore nascosta nel paltò. Almeno in quello siamo stati onesti: l'abbiamo restituita, con tante scuse. Speriamo che facciano altrettanto gli inglesi, ai quali è stata inviata dal pm Massimo Politi della Procura di Varese una rogatoria per la restituzione in Italia di un quadro del primo Seicento. Si tratta del «Ritratto di Cristo», noto sul mercato internazionale come «Christ as Salvator Mundi», dipinto da un maestro di Busto Arsizio, Daniele Crespi, esponente di una casata di pittori legati alla Milano del Seicento e oltre. Un autore molto quotato, tanto che alcune sue opere si possono ammirare anche in musei importanti, come il Prado a Madrid.

L'opera trafugata venne prelevata nella notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1989 a un collezionista d'arte che aveva numerosi oggetti di pregevole valore. Il proprietario nel frattempo è morto, ma i figli hanno riconosciuto l'opera quando i carabinieri del comando Tutela patrimonio culturale di Roma e di Monza l'hanno mostrata loro. La tela era infatti apparsa in una vendita all'asta da Sotheby's (estranea ai fatti) nel 2004 a Londra, e gli inquirenti l'hanno rintracciata monitorando un sito specializzato che censisce risultati d'asta di tutto il mondo.

Ai carabinieri risulta che il bene non sia mai stato presentato presso gli uffici competenti per ottenere una licenza di esportazione, pertanto è plausibile ipotizzare un ingresso clandestino nel Regno Unito. La Procura di Varese indaga per ricettazione e riciclaggio e ha già richiesto il recupero del bene sulla base della Convenzione europea di assistenza giudiziaria. Circa un anno fa, a Varese, la Guardia di Finanza del confine di Gaggiolo aveva sequestrato cinque dipinti su tela del Seicento, del valore di 2 milioni di euro, a un olandese che li stava espirando illegalmente.

Roberto Rotondo
17 giugno 2012 | 11:53

C'è il relitto di un Ufo nel mar Baltico»: l'annuncio ufficiale scatena il caos

Il Mattino

STOCCOLMA - C'è fermento nel mondo degli appassionati ufologi. Un team specializzato in ricerche subacquee si è imbattuto, sul fondo dei mari ghiacciati della Svezia, nei resti di quello che viene rappresentato come un oggetto volante non identificato.

Screen 2012.6.17 11-28-12.1



La squadra che sta operando sul fondo del mare si chiama Ocean Team X e si trova nel mar Baltico. Nel corso di rilievi oceanografici gli scienziati si sono imbattuti in qualcosa mai visto prima. Pensavano che si trattasse semplicemente di una strana formazione nelle rocce ma, dopo approfonditi esami l'oggetto è apparso più come un enorme fungo che si sollevava di 13 metri dal fondo del mare, con i lati arrotondati e bordi irregolari. L'oggetto ritrovato ha un foro a forma di uovo conduce all'interno dall'alto. In cima all'oggetto gli scienziati hanno trovato anche strane formazioni che sembrano piccoli camini e sono annerite da fuliggine o qualcosa di simile.
"Durante i miei 20 anni di carriera subacquea, quasi 6000 immersioni, non ho mai visto nulla di simile. Normalmente le pietre non bruciano. Non riesco a spiegare quello che abbiamo visto, bisogna approfondire ancora", ha detto Stefan Hogeborn, uno dei subacquei di Ocean Team X che ha diffuso un comunicato ufficiale sul ritrovamento.

Domenica 17 Giugno 2012 - 10:28    Ultimo aggiornamento: 10:31

Il carabiniere che rubava perdonato dai giudici

La Stampa

Cacciato dopo il furto di 80 euro, il Tar lo reintegra: «E' giovane e inesperto»


Molti i casi analoghi: essere licenziati sembra impossibile

 

PIERANGELO SAPEGNO
torino


Il perdono dev’essere cosa giusta, per noi che siamo un Paese cattolico. Ma il perdonismo è una specie di malattia. Non si applica sempre e segue regole incomprensibili. Cancella la pena, non la colpa. A suo modo, è una forma di ingiustizia. Adesso ne ha beneficiato un giovane carabiniere di Collegno, che s’era tenuto gli ottanta euro di un portafoglio smarrito da una signora per le vie della città. Era andata così, nell’anno 2006, che un bravo cittadino l’aveva ritrovato e l’aveva portato in caserma. Il militare aveva pensato di restituirlo senza consegnare i soldi. Un’indagine interna l’aveva scoperto e i superiori l’avevano espulso «per condotta biasimevole», con un provvedimento disciplinare che si richiamava pure ai doveri di un buon carabiniere, a quei «principi di moralità e rettitudine che devono improntare l’agire di un militare».

Anche il Tribunale l’ha condannato: un anno e 4 mesi per peculato, sia pure con la condizionale e la non menzione. Lui aveva presentato ricorso al Tar. Ieri i giudici amministrativi hanno ordinato di reintegrarlo. Motivo: «Perché appare non ragionevole l’inflizione della massima sanzione, e ciò in considerazione delle molteplici circostanze che avrebbero consigliato una più attenta e motivata ponderazione, che tenesse conto dei suoi precedenti di carriera, tutti pienamente commendevoli, della giovane età e dell’inesperienza al momento dei fatti a lui addebitati (era al suo primo anno di servizio), oltre che della particolare tenuità del rilievo penale...». Cioé: 80 euro sono poca cosa, ed è stato solo un errore di giovinezza. Il perdonismo è questa roba qua, e se anche l’Arma, l’ultimo baluardo della rettitudine e della severità, è costretta ad accettarlo, dobbiamo rassegnarci.

Appartiene a tutti gli effetti alla nostra società. Poi succede come a Malpensa, quando le telecanere del circuito interno hanno ripreso dei dipendenti della Sea che rubavano tranquillamente dalle valigie, scegliendo persino le cose buone e quelle brutte, che buttavano senza vergogna di là dalla rete: l’indagine del 1997 aveva coinvolto 34 lavoratori accusati di associazione a delinquere, furto aggravato e ricettazione, riammessi al loro posto, magari come F.D.A., reintegrato dal giudice in base al principio secondo cui «la Sea non ha indicato gli oggetti del furto contestato e le eventuali denunce dei passeggeri». Così i furti ripresero e continuarono allegramente, di nuovo scoperti da una telecamera 5 anni dopo, come se niente fosse successo. Al perdonismo basta la forma. Una norma del 1995 stabilisce che in caso di sentenza penale di assoluzione il lavoratore ha diritto a essere reintegrato. Giusto.

Ma si dà il caso che anche un lavoratore colto in flagrante e poi assolto per qualsiasi motivo puramente formale o per prescrizione del reato, cioé per mera insufficienza del sistema giudiziario, possa venire riassunto. Il 21 dicembre del 2000 un cassiere di banca fu licenziato per essersi concesso un prestito, attingendo dalla cassa e dimenticando di restituirlo: fu reintegrato dal giudice «in considerazione della depressione fisica di cui sarebbe stato oggetto» (Tribunale di Milano). Un altro lavoratore fu licenziato per truffa ai danni della sua azienda, eppure dovettero reintegrarlo «in considerazione della complessità delle indagini per accertare il reato». Ci vuole tempo per scoprire se è in colpa, quindi tenetelo. Si badi bene, da un punto di vista garantista, può sembrare assurdo, ma è giusto. Solo che a distanza di anni, il giudice diede atto che il reato era stato commesso, confermandogli però il posto perché «nel frattempo l’imputato si è comportato in modo ineccepibile dando così prova di ravvedimento» (Tribunale di Messina, 15 luglio 1999).

Alla fine il perdonismo nei suoi percorsi imperscrutabili sembra fare figli e figliastri. Se ci sono magistrati costretti a rinunciare a delle indagini e al loro lavoro, come accade nei film americani, solo perché dall’alto cadono divieti e steccati, un gip di Vicenza, la dottoressa C. C., si prendeva lunghissimi congedi per malattia con certificati medici che accertavano una «lombartrosi spiccata», salvo poi andarsene tranquillamente a spasso in giro per il mondo con la barca a vela, a bordo del suo 60 piedi «Mer Verticale», dall’Isola di Wight a Dunkerque, e partecipando pure alla Rolex Fastnet Race, in attesa di passare l’Oceano dalla Francia al Brasile. Ammonimenti, articoli, sanzioni. E alla fine la Corte dei Conti l’ha condannata per colpa grave, a pagare 6728 euro da rimborsare alla collettività. All’incirca, un mese di lavoro.

Ma nella società del perdonismo, forse è proprio il lavoro l’unica colpa. Se a Bergamo, un operaio si picchia in fabbrica e viene licenziato dall’azienda, il giudice lo reintegra perché «le sanzioni devono essere proporzionate alla gravità dell’infrazione».Solo che la gravità è un’altra variabile impazzita, come il perdonismo. A Torino, un altro operaio che si era messo in malattia, se n’era andato la sera dell’8 settembre 2010 a contestare il segretario della Cisl Raffaele Bonanni davanti a tutte le telecamere della tv e agli occhi del suo padrone, che l’aveva così licenziato, «essendo venuto meno il rapporto di fiducia tra le parti». Lui se n’era uscito di casa dopo la visita fiscale. Ma non c’era colpa, ha deciso il giudice: è che la sua patologia gli impediva solo «il compimento di sforzi ripetuti durante otto ore di lavoro». Il resto poteva farlo tranquillamente. Beh, almeno non chiedeteci di capire.

Tunnel del Frejus, viaggio nella galleria della discordia

La Stampa

In Francia scavati 3400 metri della canna di sicurezza, da noi i lavori si sono avviati con un anno di ritardo Scoppia la polemica sullo studio di fattibilità per il raddoppio del senso di marcia, costerebbe 100 milioni in più


Il versante francese. La talpa scava 25 metri al giorno e i lavori potrebbero essere ultimati nel febbraio dell’anno prossimo. Già operativo un nuovo rifugio di sicurezza



VIDEO
I "segreti" della nuova galleria del Frejus


Maurizio Tropeano
inviato al frejus

La talpa si sta mangiando 25 metri al giorno di questa montagna. Di questo passo i lavori per la costruzione della galleria di sicurezza del tunnel autostradale del Frejus, dal lato francese, saranno completati nel febbraio dell’anno prossimo. Finora sono stati scavati 3400 metri e lì dentro l’eco delle polemiche che in Italia stanno accompagnando l’inizio dei lavori di adeguamento non arriva.
Qui si buca. A Bardonecchia si sta ancora preparando l’area del cantiere e lo spiazzo dove sarà montata all’aperto, la fresa gemella. Arriverà ad aprile. Siamo in ritardo di 12 mesi (tanto è durata una causa di fronte al Tar) e mercoledì Sitaf ha organizzato, tra le polemiche, una pubblica presentazione delle finalità dei lavori. A chi lavora dentro la montagna poco importa che gli ingegneri delle due società di gestione del traforo stiano studiando la fattibilità della trasformazione della galleria in corsia per la marcia ordinaria di Tir e macchine. La parola d’ordine è una: sicurezza.

E poi il secondo turno delle elezioni politiche in Francia ha congelato ogni contatto diplomatico con l’Italia. I lavori no. Si scava in orizzontale in direzione Torino a cinquanta metri di distanza dal tunnel in funzione. Italia e Francia stanno spendendo 200 milioni a testa per garantire la sicurezza di questo tunnel lungo 13 chilometri. La galleria in costruzione ha un diametro di 8 metri. Il buco della talpa è più largo per lasciare spazio ai conci prefabbricati che costituiscono il rivestimento della galleria. Conci auto-prodotti nel cantiere che vengono montati in contemporanea con lo scavo. Dentro la galleria non girano camion ma solo piccoli mezzi che bagnano il terreno per contenere le polveri che, comunque svolazzano, impercettibili. Il materiale di scavo viene montato su nastri e poi trasferito direttamente alla discarica, 500 metri più in basso. Serviranno per riqualificare la vecchia cava di Socamo.

E si scava in verticale per creare rifugi sicuri in caso di incidente. Spazi difesi da porte in acciaio speciale in grado di resistere all’assalto frontale di fiamme e fuoco fino ad una temperatura di mille gradi. La prima è già operativa e serve anche come via di fuga per i lavoratori del cantiere: 240 persone, una parte significativa assunta localmente. Entro la fine dell’anno diventeranno cinque. Dentro il rifugio ci sono due sedie, acqua, collegamento telefonico e un’illuminazione che dà sicurezza come l’azzurro delle pareti. Ogni due chilometri sarà realizzato uno spazio di manovra per permettere ai mezzi di soccorso di transitare da una galleria all’altra. Funzionerà così anche dal lato Italia dove i lavori dovrebbero essere ultimati entro la fine del 2014. La novità di questi giorni è stata la decisione della Cig, la conferenza intergovernativa, di affidare l’incarico alla Sitaf per lo studio di fattibilità del raddoppio.

In questa ipotesi la galleria di servizio dovrebbe essere usata per i collegamenti dall’Italia verso la Francia con la corsia di sicurezza realizzata a sinistra. Occhio e croce si dovrebbe trattare di una spesa aggiuntiva di un centinaio di milioni. Ma al di là del costi la decisione si sta portando dietro un mare di polemiche. Più a valle, a Chiomonte, i No Tav annunciano un’estate di lotta contro il supertreno e il fronte del sì alla nuova linea ferroviaria è sceso in campo contro il raddoppio. Dal presidente della provincia, Antonio Saitta, al parlamentare Pd, Stefano Esposito, tutti a denunciare le contraddizioni di una scelta che potrebbe portare all’aumento del traffico merci su gomma mandando a rotoli alta capacità e trasferimento modale.

La Regione, invece, ha dato il via libera e anche il sindaco di Bardonecchia chiedendo però il contingentamento dei passaggi. Lo scontro politico è in piena evoluzione. L’autostrada è quasi deserta. Nell’oretta che abbiamo passato sul piazzale del Frejus abbiamo contato il passaggio di una settantina di veicoli pesanti. Zero code, traffico scorrevole. I numeri, certificati da Sitaf, parlano di una media giornaliera di 1863 passaggi. Nei primi cinque mesi del 2012 si sono registrati 48 mila Tir in meno dell’anno scorso, in parte, ma solo in parte, a causa delle proteste del movimento No Tav. E il Bianco, adesso, copre il 47% complessivo dei due valichi alpini.

Fra i tibetani in fuga in Nepal "La Cina ci segue anche qui"

La Stampa

Ai posti di frontiera sull’Himalaya, soldati, commercianti e spie  «Pechino finanzia lo sviluppo, ma il prezzo è la fine della libertà»



Paramilitari cinesi pattugliano il palazzo del Potala a Lhasa. Era stato la residenza principale del Dalai Lama fino a che il 14º non fuggì in India a Dharamsala dopo l’invasione cinese. Oggi è un museo


ilaria maria sala
bhote koshi (nepal)

Da un lato, i pendii himalayani, dall’altro le acque infuriate del Bhote Koshi: Kodari, 1600 metri sul livello del mare, quattro ore da Kathmandu su una strada spesso dissestata dal panorama magnifico, è un caotico luogo di frontiera fra il Nepal e il Tibet, perso nei fumi neri che escono dai tubi di scappamento dei camion a benzina adulterata. Il lato nepalese è percorso da monaci tibetani avvolti nella tunica amaranto, commercianti cinesi in occhiali da sole che si spostano in taxi, newari che camminano piegati sotto carichi enormi, soldati nepalesi in tuta mimetica, trekkers occidentali e turisti indiani, a cui si accompagna un viavai fitto di personaggi improbabili. Spie? Viaggiatori eccentrici? Guru in dialogo con gli spiriti delle montagne? I romanzi di Kipling e i saggi di Peter Hopkirk saltano alla mente, e si respira un profumo di Grande Gioco contemporaneo, eccitante e pericoloso.

Oltre il fiume, invece, solcato dal Ponte dell’Amicizia che unisce le due rive, a Zhangmu, l’ordine cinese incombe come un monito severo. Dall’altro lato si può solo scrutare: la Cina ha chiuso il Tibet agli stranieri, dopo l’immolazione di due monaci a Lhasa a fine maggio, e dalla sponda nepalese del Bhote Koshi anche fare fotografie verso l’altra riva è rischioso. I soldati nepalesi, che rispondono al barcollante governo maoista insediatosi a Kathmandu dopo anni di sanguinosa guerra civile, chiudono un occhio davanti alle incursioni di agenti cinesi nel loro territorio, e questi fotografano chi arriva a Kodari e pretendono di controllare e fotocopiare documenti, o anche che vengano cancellate dalle macchine fotografiche e da presa le immagini del Tibet prese da lontano.

Sul lato cinese, di fianco a un nuovo muro in costruzione, c’è la bandiera rossa a cinque stelle nazionale, la città di Khasa con edifici squadrati un po’ orwelliani, numerose telecamere e le code di camion che scaricheranno dal lato nepalese prodotti di utilizzo quotidiano – materassi, spaghettini, thermos per l’acqua calda, carta igienica e bacinelle di plastica – prodotti in Cina e utilizzati qui. Malgrado l’inasprirsi dei controlli di frontiera, dal 2008 (anno della ribellione anti-cinese) dai 600 agli 800 tibetani riescono ogni anno a scappare. La maggior parte di loro lo fa arrivando qui a Kodari dopo aver attraversato le montagne, spesso a piedi, accompagnati da guide che fanno la spola. Primo rifugio è il Nepal, ma ormai questa nazione montuosa, sotto spinta cinese ha smesso di garantire lo status di rifugiato che offriva la possibilità di farsi accogliere da un paese terzo.

Diki Jigme (non il suo vero nome), una giovane tibetana, racconta che «il governo di Kathmandu, o quello che ne resta al momento, ammette di ricevere forti pressioni da Pechino. I tibetani che abitano qui non hanno più il diritto di manifestare, e quando scendiamo in strada contro la Cina veniamo schedati, picchiati, detenuti, intimiditi. Anche i buddhisti nepalesi fedeli al Dalai Lama sono messi sotto controllo, adesso».

In gennaio, un viaggio lampo del premier cinese Wen Jiabao ha offerto più di 100 milioni di euro al Nepal, e firmato diversi accordi, fra cui anche quello di uno scambio di informazioni su chi ha varcato la frontiera illegalmente dal Tibet. Ma del resto le strade, i progetti idroelettrici, gli aiuti allo sviluppo sono già da tempo per lo più cinesi. A tanto aiuto economico si accompagna però la volontà di impedire che il Nepal resti il principale luogo da cui si diffondono le informazioni su quanto accade sull’altipiano. «Pechino sostiene che le politiche cinesi in Tibet sono a vantaggio della popolazione locale, che ne è felice. È falso, ma tutti i canali d’informazione che contraddicono la linea ufficiale sono bloccati», dice Nicholas Bequelin di Human Rights Watch a Hong Kong.

Le notizie che si ottengono a Boudha, il quartiere tibetano di Kathmandu dove sorge la sacra stupa di Boudhanath, raccontano di un Tibet dove hanno luogo arresti di massa e scontri armati, di espulsioni forzate di chi è privo di permesso di residenza nella capitale tibetana, e difficoltà di ogni tipo per i tibetani, che qui sono circa 6000. Oggi, intorno a Boudanath, fra l’odore di burro di yak e il mormorio dei fedeli che camminano intorno alla stupa sacra, le conversazioni hanno luogo in sordina, nel timore di essere uditi dalle onnipresenti spie: «Il Nepal ha fatto tantissimo per noi tibetani. Il problema è che l’interferenza cinese è sempre più invadente», dice Tenzin Wangyal (non il suo vero nome): «Il diminuire delle libertà a causa della pressione cinese è un pericolo per l’intera società nepalese, non solo per i tibetani».

Maggiordomo e corvi a rischio scomunica per le carte sottratte

Corriere della sera

Interrogatorio per scoprire i complici L'udienza Il Papa ha ricevuto la commissione cardinalizia che indaga sul caso


CITTÀ DEL VATICANO - Chi ha trafficato con i documenti del Papa rischia fino alla scomunica. Non è affatto detto che la vicenda dei «corvi» si concluda con l'inchiesta penale condotta dai magistrati vaticani. In settimana Paolo Gabriele - il maggiordomo che aveva in casa documenti rubati allo studio privato del Papa - sarà di nuovo interrogato, per gli inquirenti la fonte è «una» e negli ultimi dieci giorni hanno verificato e approfondito le sue dichiarazioni nei primi due interrogatori, l'attenzione si concentra su eventuali appoggi interni e contatti esterni. Ma oltre all'aspetto strettamente «penale-civile» che riguarda lo Stato della Città del Vaticano - il furto al Papa, la violazione della corrispondenza di un capo di Stato e così via - per la Chiesa c'è anche quello «penale-canonico». Le due cose non si sovrappongono e hanno tempi diversi ma il processo canonico, chiariscono Oltretevere, potrebbe seguire a quello civile.

La materia, in questo caso, è tuttora disciplinata da una «istruzione» approvata da Paolo VI il 4 febbraio 1974 e firmata dal suo Segretario di Stato, il cardinale Jean Villot. Si intitola Secreta continere , dalle prime parole del testo sul rispetto del «segreto pontificio». L'articolo III, paragrafo 2, prevede che «colui che è accusato di violazione del segreto sarà giudicato da una commissione speciale» costituita «dal cardinale preposto al dicastero competente», o «dal presidente dell'ufficio». Ma soprattutto spiega che «la commissione infliggerà delle pene proporzionate alla gravità del delitto e al danno causato». Il testo non indica alcun limite di pena e questo significa che potrebbe essere applicata come misura estrema anche quella più grave: la scomunica, in questo caso ferendae sententiae , cioè non automatica ( latae sententiae ) ma inflitta con un provvedimento.

Dal punto di vista canonico il caso è arduo, anche perché non se ne ricordano di simili. Il segreto pontificio tutelato dalla minaccia di scomunica (automatica) è quello del conclave, la scomunica è prevista anche per chi «usa violenza fisica» alla persona del Papa. Nel caso di Vatileaks si tratta tuttavia di un «segreto pontificio» violato in senso strettissimo, visto che sono documenti rubati al Pontefice. La situazione è così grave, del resto, che Benedetto XVI ha nominato fin da aprile, per fare «piena luce» sulla rete dei corvi al di là dell'indagine dei magistrati, una commissione di tre porporati che è presieduta dal cardinale Julián Herranz, è la sola ad avere avuto l'autorità di sentire anche cardinali e risponde direttamente al Pontefice: proprio ieri pomeriggio il Papa li ha ricevuti in udienza, per la prima volta in forma ufficiale, segno che il quadro della loro inchiesta è già abbastanza definito.

Le persone tenute al segreto, oltre a «cardinali, vescovi, prelati superiori, officiali maggiori e minori, consultori, esperti, personale di rango minore» e tutti quelli a cui è stato imposto, sono pure coloro che «in modo colpevole avranno avuto conoscenza di documenti e affari coperti dal segreto pontificio» e anche quelli che, «pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal segreto pontificio», si legge nell'articolo II dell'«istruzione».

Almeno sulla carta, come si vede, lo spettro è ampio e potrebbe riguardare anche chi ha ricevuto i documenti. Come del resto è ampia, pure senza arrivare alla scomunica, la casistica delle pene. Ecclesiastici o laici possono subire anche la «privazione» o la «sospensione» dal proprio «ufficio», spiegano Oltretevere. Nel caso di chi «presta servizio» nella Curia romana, del resto, l'«istruzione» rimanda al regolamento generale della Curia del 30 aprile 1999: se la violazione del «segreto d'ufficio» comporta la «sospensione», all'articolo 76 si prevede il «licenziamento» per chi, tra l'altro, viola il «segreto pontificio». E basterebbe la solennità del giuramento in latino richiesto a «coloro che sono ammessi al segreto pontificio», come si legge in Secreta continere : «Sono cosciente che il trasgressore di tale segreto commette un peccato grave. Che mi aiuti Dio e mi aiutino questi suoi santi Vangeli che tocco con la mia mano...».

Sacerdoti o laici, non fa differenza. Se invece risultasse coinvolto qualche cardinale - si è parlato di due, ma la Santa Sede ha smentito - ne risponderebbe «direttamente al Papa». Nella storia, peraltro, ci sono stati porporati allontanati da proprio ruolo e, come caso limite, la vicenda del cardinale Louis Billot, che sosteneva l'Action française condannata dalla Santa Sede: fu richiamato da Pio XI e il 13 settembre 1927 uscì dallo studio del Papa senza zucchetto e anello cardinalizio.

Gian Guido Vecchi
17 giugno 2012 | 8:58

Forbidden Voices

La Stampa

YOANI SANCHEZ

Screen 2012.6.17 7-31-26.9

Si è messa in testa di avere gli stessi diritti di cui gode un uomo nel suo paese. Ha usato la tecnologia come un megafono per denunciare le leggi che in Iran la rendono indifesa e in posizione subordinata rispetto ai maschi. Farnaz Seifi, blogger e femminista, è andata in esilio in Germania dopo essere stata arrestata e minacciata diverse volte nella terra dove è nata. Ha dovuto cominciare a scrivere sotto pseudonimo di fronte alla crescente coercizione di cui è stata vittima la sua famiglia. Il dramma che vive è millenario, ma lei sa che un giorno quella situazione assurda potrà finire, modificandosi in un istante.



Questa piccola speranza l’ha convinta a non rassegnarsi e a entrare a far parte del movimento “Cambiamento per l’uguaglianza (http://we-change.org/english/)”, creato da una ventina di attivisti. Usa la tastiera per fermare le ingiustizie e le reti sociali come percorso di denuncia contro gli oltraggi che tante donne non osano narrare. Zeng Jinyan, invece, è sostenuta dall’amore. L’affetto che la unisce a Hu Jia il famoso difensore dei diritti umani in Cina. Il suo sposo ha denunciato sistematicamente i maltrattamenti subiti dai malati di AIDS e i danni provocati all’ecosistema in un paese dove un partito unico promuove la sola versione ammissibile della realtà. Zeng ha raccontato grazie a Internet i momenti più difficili dei suoi ultimi anni, la detenzione e la prigione del marito, i lunghi periodi di arresti domiciliari che lei ha dovuto subire insieme al suo bambino e il tenero abbraccio del nuovo incontro quando il compagno è stato liberato.

Curiosi paradossi provocati dalla tecnologia: le vietavano di uscire di casa, ma il ciberspazio riduceva la distanza tra lei e i suoi lettori. Sono stata inserita pure io accanto a queste due donne ammirevoli, in un documentario che analizza l’uso dei nuovi mezzi di comunicazione come arma contro la censura. Con il titolo “Forbidden Voices”, la regista svizzera Barbara Miller ha riunito immagini, interviste e scene domestiche che completano l’essere umano nascosto dietro uno spazio Twitter, una persona virtuale molto più libera di quella reale. Questa è di sicuro la storia di quattro donne, tre di loro desiderose di trovare rispetto e spazio nelle rispettive società, e una quarta, l’autrice della pellicola, che munita di un obiettivo e molta pazienza esprime la sua ribellione grazie a un mezzo visivo.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Contro la vivisezione, in 10mila a Roma «Chiudete il lager di cani Green Hill»

Corriere della sera

Manifestanti da tutta Italia per chiedere di chiudere l'allevamento di beagle Green Hill: «Ogni mese mandati a morte 250 cani». «Stop alla lobby farmaceutica»


ROMA - Da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni, oltre 10 mila manifestanti da tutta Italia hanno sfilato sabato a Roma «per chiedere l'immediata chiusura di quel lager chiamato Green Hill, dove ogni mese oltre 250 cani vengono mandati a morte certa». Il corteo contro l'azienda di Montichiari (Brescia) che alleva beagle per i laboratori di vivisezione è stato organizzato dal movimento Occupy GreenHill e dal Coordinamento antispecista del Lazio.

IN PIAZZA - Quasi trenta i pullman arrivati nella Capitale da diverse città italiane. Tra queste Brescia, Milano, Bologna, Firenze, Venezia, Genova, Viterbo, Pisa, Torino, Napoli e Bari. La manifestazione è partita attorno alle ore 15.30 da piazza della Repubblica e tre ore dopo ha raggiunto piazza San Giovanni: previsti gli interventi degli organizzatori, dei ragazzi che sono stati arrestati il 28 aprile all'ultima manifestazione organizzata da Occupy GreenHill a Montichiari, di alcuni esponenti del mondo scientifico che si oppone alla vivisezione e di rappresentanti di altre campagne europee che lottano contro altri lager in cui si pratica vivisezione.


Stop a Green Hill Stop a Green Hill Stop a Green Hill Stop a Green Hill Stop a Green Hill Stop a Green Hill


L'ALLEVAMENTO - Gli animalisti in piazza a Roma hanno sottolineato che «Green Hill è un lager in cui sono rinchiusi 2.700 cani, animali, identificabili solo da un numero, che nascono per morire e sono condannati a soffrire. Ogni anno inoltre, solo in Italia, quasi 1 milione di animali sono sottoposti a esperimenti crudeli, che non forniscono neppure dati utili alla salute umana. Le alternative già esistono e in molti casi hanno completamente sostituito l`utilizzo degli animali. Il diritto alla vita non è solo un privilegio di alcuni, bensì di tutti gli esseri viventi».

A Roma flashmob anti-vivisezione A Roma flashmob anti-vivisezione A Roma flashmob anti-vivisezione A Roma flashmob anti-vivisezione A Roma flashmob anti-vivisezione A Roma flashmob anti-vivisezione


DISCUSSIONE IN SENATO - «In questi giorni nella XIV commissione al Senato - hanno aggiunto gli animalisti - si stanno decidendo le sorti di questo allevamento, tramite l`inserimento del divieto di allevamento di cani, gatti e primati su tutto il territorio nazionale per vivisezione. Tale legge è osteggiata dalla lobby farmaceutica che sta cercando in ogni modo di bloccarla e permettere a Green Hill di continuare ad esistere. Sabato mostreremo al Parlamento come la gente è stanca che le leggi si pieghino al volere delle lobby: la volontà popolare espressa in questi due anni in maniera assolutamente chiara e senza mezzi termini chiede la fine della vivisezione».


«VIVISEZIONE OBSOLETA» - Favorevole al disegno di legge in discussione al Senato è l'ex ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, che in occasione della manifestazione di sabato ha presentato davanti all'ingresso principale di Palazzo Madama il manifesto ufficiale della campagna «Vogliamo una vera giustizia». L'obiettivo, ha chiarito Brambilla in una nota, è richiamare l'attenzione del Senato «sull'eclatante contraddizione tra leggi obsolete e superate dalla scienza e ciò che la coscienza degli italiani reclama a gran voce».

«MEDIOEVO» - Opposto il punto di vista dei radicali: «Chi manifesta contro la sperimentazione animale abbia l'onestà di riconoscere che si batte per un Medioevo fatto di ignoranza e oscurantismo, caratteristica di ogni inquisizione». Lo ha dichiarato Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale, presidente onorario dell'Associazione Luca Coscioni, che ha promesso: «L'Associazione Luca Coscioni per la liberta di ricerca scientifica si opporrà con tutte le sue energie» al disegno di legge che vuole recepire la normativa europea.

INSULTI E SPINTONI - È stata una manifestazione pacifica, a parte due incidenti tra un piccolo gruppo che si è separato dal corteo e i «botticellari». L'intenzione degli animali di controllare i cavalli infatti non è piaciuta ai titolari delle carrozzelle. Così a piazza Navona un «botticellaro» ha tirato dell'acqua ai giovani anti-vivisezione. E in piazza di Spagna cè stto un tafferuglio con insulti e spintoni.

Redazione Roma Online16 giugno 2012 | 20:54