lunedì 11 giugno 2012

Georgia, il Ku Klux Klan vuole «adottare un'autostrada»: è bufera

Corriere della sera

Il gruppo razzista fa domanda per gestire un tratto le autorità dello Stato, a maggioranza nera, si oppongono


MILANO - Nelle intenzioni del legislatore americano, era un proposito animato da buonissime intenzioni: con «Adopt a Highway» adotta un pezzo di autostrada, si invitava la società civile ad occuparsi del bene pubblico, supplendo magari alle lentezze dell'amministrazione. Insomma bravi cittadini che raccolgono la spazzatura e puliscono il tratto a loro affidato.


Il cartello che ringrazia il Ku Klux Klan nel MissouriIl cartello che ringrazia il Ku Klux Klan nel Missouri


ANCHE NEL MISSOURI - Cosa succede però se a far richiesta di "adozione" è un gruppo considerato socialmente "indesiderabile" tranne che per i suoi affiliati? Già le autorità della Georgia sono in penoso imbarazzo, perchè la domanda di "adopt a highway" à arrivato dagli incappucciati bianchi del Ku Klux Klan. I suprematisti non sono nuovi a simili iniziative: già nel 1997, un loro gruppo del Missouri fece analoga richiesta. Inizialmente rifiutata dallo Stato perché le regole d'appartenenza al gruppo erano soggette a discriminazione razziale: ma il Klan fece ricorso alla corte federale e riuscì ad avere il pezzo di strada con tanto di cartello "ringraziante". Che è poi la ricompensa in cambio della buona azione.

IL KLAN INSISTE - Pare che la Georgia, stato a netta maggioranza afroamericana, non si arrenderà così facilmente: il deputato nero Tyrone Brooks sostiene che il programma di assegnazione limita la partecipazione a a gruppi " con senso civico". «Mio Dio, è difficile immaginare che il Ku Klux Klan possa essere considerato tale». La Georgia dovrebbe contrastare in tribunale la richiesta del Klan e se perde «dovrebbe mettere fine al progetto». Il rappresentante del gruppo estremista nello Stato, Harley Hanson. dal canto suo, dice :«Noi vogliamo mantenere le strade pulite. Noi amiamo la nostra razza. Noi non promuoviamo la violenza». Come a dire, delle tranquille educande.

Matteo Cruccu
ilcruccu11 giugno 2012 | 20:10

Il consiglio dei ministri approva il contrassegno europeo

Corriere della sera
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di Simone Fanti
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Eccomi di ritorno dall’Olanda con tante storie da raccontare. La prima, assolutamente banale, mi permette di introdurre una piccola riflessione che porta con sé anche una notizia. Giusto una settimana fa infatti mi trovavo a Leida, una bella cittadina universitaria, regno incontrastato di biciclette e studenti. Il centro storico, come spesso accade, è chiuso al traffico automobilistico, con dissuasori elettronici con telecomando, così decido di lasciare la vettura su un posto riservato alle persone con disabilità. Espongo il contrassegno, quello arancione per intenderci – e mi accingo a fare il tratto di strada che mi separa dal centro. Poi voltandomi indietro vedo che accanto alla mia macchina è ferma la polizia…

Avranno visto la targa straniera – penso – e controlleranno il contrassegno. Torno così sui miei passi, si fa per dire, mentre vedo un poliziotto che scende a vedere sul cruscotto. Li raggiungo e in inglese dico che la vettura è mia e – come possono vedere – sono un portatore di disabilità. Con educazione mi raccontano che loro non riconoscono il contrassegno italiano e mi chiedono perché non espongo quello europeo chiamato Cude (Contrassegno unificato disabili europeo). Provate voi a fargli capire che dal 4 giugno del 1998 (data in cui fu pubblicata la raccomandazione del consiglio europeo per l’unificazione del contrassegno) ad oggi l’Italia non aveva ancora trovato il tempo di “ratificarlo” e adattarsi.

Provate a spiegare che per una norma legata alla legge sula privacy in Italia si adotta il cartoncino arancione e negli altri paesi europei quello blu. Tutto si risolve, ma mi dicono che in altre città mi avrebbero potuto fare la multa (cosa che in realtà poi non è successo). Ma a qualcuno è successo di prendere multe all’estero per questo problema? Tornato in Italia, la bella scoperta il 25 maggio, il consiglio di ministri ha dato il via libera al Cude (alla lettera G)… un piccolo passo verso l’Europa.

Il figlio di Bogart fa causa a Burberry: mio padre indossava un Aquascutum

Il Messaggero

LONDRA - Un'icona di Hollywood e un'icona della moda: sembrava, come si dice in inglese, un 'match made in heaven'. Ma anzichè trasformarsi in un connubio creato in paradiso, quello tra eredi di Humphrey Bogart e Burberryè diventato un groviglio di azioni legali, e il tutto a causa di un impermeabile che, ironia della sorte, potrebbe addirittura non essere un Burberry. Stephen Bogart, il figlio del divo di Casablanca e di Lauren Bacall, ha fatto causa al marchio britannico accusando Burberry di aver usato illegalmente un'immagine del padre nel leggendario film del 1942 con Ingrid Bergman per promuovere i propri prodotti sulle sue piattaforme di social network da Facebook a Twitter.

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A sua volta Burberry ha contrattaccato difendendo l'uso dell'immagine come «non direttamente connessa con la vendita di nessun capo di vestiario» e affermando di aver comunque pagato i diritti d'autore a Corbis, l'agenzia fotografica proprietaria dell'immagine. Burberry ha usato l'immagine di Bogey per creare una sequenza storica dei suoi prodotti che risalgono addirittura a metà Ottocento. Gli eredi Bogart, scrive oggi il Daily Mail, chiedono «danni non specificati» che potrebbero ammontare a milioni di sterline perchè temono il precedente: «La prossima che vedremo è una società di sigarette che si appropria dell'immagine di mio padre solo perchè era un fumatore», ha detto Stephen secondo cui c'è la forte probabilità che l'etichetta dentro il trench di Casablanca non fosse affatto quella di un Burberry: «Tutti sanno che mio padre è stato un fedele cliente di Aquascutum per tutta la vita».

Lunedì 11 Giugno 2012 - 18:45
Ultimo aggiornamento: 18:51

Caso Orlandi, entro la fine dell'estate il risultato sulle ossa a Sant'Apollinare

Il Messaggero

ROMA - Si saprà entro la fine dell'estate a chi appartanegono le ossa trovate nella Basilica di Sant'Apollinare durante i sopralluoghi voluti dalla Procura di Roma in relazione al sequestro di Emanuela orlandi edi Mirella Gregori. Il sopralluogo ha visto anche il riconoscimento della salma di Enrico De Pedis, sepolto nella Basilica.

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Conclusa la perquisizione a Sant'Apollinare. E' stato proprio il Procuratore capo Giuseppe Pignatone a far sapere che i risultati della consulenza tecnica disposta dalla Procura di Roma arriveranno entro la fine dell'estate. Nella nota diffusa dalla Procura si spiega che «nei giorni scorsi si è conclusa la perquisizione locale della cripta e della tomba eseguita dalla Squadra Mobile e dalla Polizia Scientifica». Il procuratore, infine, «ringrazia per la fattiva e ampia collaborazione prestata nel corso della complessa attività espletata la Cappellana della Basilica, il Rettore Don Pedro Huidobro, il Rettore della Pontificia Università della Santa Croce, monsignor Luis Romera e l'amministratore dell'Università, Alex Ayxela».

Lunedì 11 Giugno 2012 - 12:58
Ultimo aggiornamento: 13:04

L'astrofisica Margherita Hack compie 90 anni

Il Mattino

NAPOLI - Sono 90 le candeline per Margherita Hack. L'astrofisica toscana, "amica delle stelle", nata a Firenze il 12 giugno del 1922, festeggerà il prossimo martedì i suoi 90 anni. «Non farò nulla di speciale, parteciperò solo a una semplice cerimonia organizzata in prefettura», ha risposto in modo secco ma gentile Margherita Hack, che da anni vive a Trieste, alla domanda su come pensava di festeggiare i suoi novant'anni, di cui quasi settanta dedicati alla passione per l'astrofisica.

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Laureatasi in astrofisica con una tesi sulle Cefeidi, una tipologia di stelle "pulsanti" fondamentali nella misurazione delle distanze delle galassie, nel 1945, la Hack ha iniziato la sua carriera di docente universitaria nel 1964, quando entrò a far parte del corpo docenti dell'Università di Trieste insegnando astronomia, ottenendo inoltre l'incarico di direttore del piccolo Osservatorio astronomico che sotto la sua conduzione ha assunto rilevanza internazionale.

Una passione nata quasi per caso, ha confessato più volte la ricercatrice: «La mia scelta all'Università, mentre i miei volevano mi iscrivessi a Lettere, in realtà nacque quasi per caso, durante il liceo dove cominciai ad amare la fisica, forse anche per merito del professore, nonostante fosse un fascista e io rischiai di farmi cacciare da tutte le scuole del Regno per antifascismo».

L'attività di Margherita Hack ha da sempre convissuto con una vocazione per la divulgazione. Nel 1978 ha infatti fondato una rivista bimensile, "L'Astronomia" e decine di libri divulgativi, tra cui il saggio autobiografico "L'amica delle stelle"; una passione sempre legata a un forte senso sociale e politico: «In Italia - ha spiegato Hack in occasione del ricevimento di un recente premio per la divulgazione - c'è una tradizione umanista secondo cui la vera cultura era quella delle lettere, ma la scienza è altrettanto creativa».

In politica ha fatto sentire spesso la sua voce, in particolare per la libertà di ricerca, ad esempio a favore del nucleare, e la laicità dello Stato che «dovrebbe essere un dato acquisito. L'Italia è uno Stato laico e quindi per esempio non dovrebbe esserci nessun simbolo delle varie religioni negli edifici pubblici, nemmeno della religione di maggioranza».

Lunedì 11 Giugno 2012 - 14:10

Usa, ha compiuto 350 anni la prima parrocchia cattolica

La Stampa

Si trova nel Maryland ed è dedicata a San Francesco Saverio

Maria Teresa Pontara Pederiva
Roma

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Può sembrare strano a noi che a Roma possiamo “leggere” ancora duemila anni di cristianesimo, ma a riflettere un po’ l’evangelizzazione ha impiegato anni e, talvolta, secoli per raggiungere altre terre. Come le Americhe, ad esempio. E dove pure il senso della storia è assai diverso da qui.  Così accade che in California si festeggi il 50° della fondazione di una città o che addirittura ne vengano oggi ancora costruite di nuove. E se in America si può celebrare il 350° anniversario di qualche avvenimento, allora la festa è in grande. Come accaduto nella St. Francis Xavier Parish nel Maryland del Sud, sabato scorso alla presenza del card.  Donald Wuerl. La chiesa parrocchiale, dedicata a San Francesco Saverio, conta infatti un autentico primato: è la più antica chiesa cattolica degli Stati Uniti, se intendiamo il nucleo degli stati fondatori, vale a dire le mitiche “13 colonie”.

"Guardiamo al futuro con la stessa fede e la fiducia che ci ha sostenuto nella nostra fede per tanti secoli", ha detto il pastore di Washington in riferimento alla comunità cattolica che ha contribuito alla costruzione della città – Newtown - e della contea, la St. Mary County, in un’epoca di diffusione di attività agricole e commerciali, ma anche caratterizzata da un forte impulso evangelizzatore. Tra i pionieri sbarcati allora su queste coste nel 1634 c’era anche il gesuita Andrew White e la celebrazione della sua prima eucaristia in terra americana ha costituito per i fedeli di allora un “segno forte di unità e identità”. Da allora iniziò anche lì l’attività missionaria dei gesuiti, spesso anche osteggiati dalla popolazione di fede protestante, finché nel 1661 i coniugi William e Temperance Bretton donarono loro un appezzamento di terreno dove costruire una chiesa e cimitero attiguo. Nel 1662 la consacrazione solenne.

Un anniversario che non poteva passare sotto silenzio – ha detto il card. Wuerl – perché anche oggi siamo tutti chiamati alla missione, anche se “il mondo è cambiato, è più laico e materialista”. La chiesa mostra tutti i segni della storia, anche cristiana – come il Test Act del 1704 – ma lungo gli anni ha continuato a rappresentare un luogo di identità per tutti i cattolici della zona finché nel 1967 i Gesuiti si ritirarono dalla gestione della parrocchia che venne assunta dall’arcidiocesi di Washington per mano dell’allora pastore, James Hickey.

"Quello che celebriamo oggi, quindi, è la fedeltà di questa porzione della famiglia di Dio alla missione della Chiesa, al piano di Dio e alla sua Parola – ha dichiarato Wuerl - tuttavia non ci limitiamo a celebrare il passato, ma guardiamo anche al presente e al futuro. E’ ancora l’ora di trasmettere la fede come hanno fatto i nostri antenati tutti questi anni. La celebrazione odierna è anche la celebrazione della fede di questa comunità e del modo con cui essa ha diffuso e amato il Vangelo”. L'arcidiocesi di Washington conta oltre 600.000 cattolici che vivono tra Washington, DC, Maryland e altre cinque contee: Calvert, Charles, Montgomery, Prince George e St. Mary.

Tutti pazzi per le «Havaianas»: le infradito compiono mezzo secolo

Il Mattino

ROMA - Cinquanta anni di colore, di allegria, di estate. Le Havaianas, le infradito più celebri del mondo, festeggiano il mezzo secolo di vita. E a ben vedere non mostrano neppure una ruga o il più piccolo cedimento. In cinque decadi, furono create nel 1962 in Brasile, sono riuscite a conquistare i cinque continenti, da Los Angeles a New York, da Madrid a Berlino, da Tokyo a Sidney, diventando una sorta di icona e oggetto di culto di vip e gente normale. E per festeggiare l'importante ricorrenza, le Havaianas hanno trovato un modo originale: distribuire in negozi e punti vendita un plico di buste da lettera, una dentro l'altra e tutte rigorosamente colorate, che raccontano le tappe fondamentali della storia del brand conosciuto ormai in tutto il pianeta.

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Con i tacchi, con veri diamanti, firmate da stilisti famosi (tra le collaborazioni più recenti quella con Missoni), a edizione limitata: in 50 anni di vita le ciabattine si sono aggiornate, innovate, riproposte in mille forme e mille colori. Partite negli anni Sessanta, con un unico modello dalla suola bianca e le strisce blu, le flip flop in caucciù sono rimaste fedeli alla loro fonte di ispirazione - le Zori, le tipiche infradito giapponesi di stoffa nera con la suola della canna della pianta di riso - riproducendo ancora oggi sulla suola la grana di riso, che le rende inconfondibili.

All'epoca furono una vera e propria rivoluzione per i piedi dei brasiliani. Quello che ancora nessuno sapeva è che sarebbero state una rivoluzione per i piedi del mondo intero. E in parte avvenuta per un caso, anzi per un errore tecnico. Negli anni Settanta, infatti, un intero lotto di infradito invece che nel classico blu, viene prodotto per sbaglio in verde. Quello che poteva essere un disastro industriale, si rivela un'innovazione di straordinario successo. L'errore dà all'avvio a una produzione multicolore, un arcobaleno che oggi è il segno distintivo del marchio.

Nel giro di pochi anni, le Havaianas diventano così popolari in Brasile, che negli anni Ottanta vengono catalogate dal Governo come «beni di necessità». Il 1994 è l'anno in cui la moda dirompente tra i consumatori di girare la suola per nascondere la parte bianca, spinge l'azienda a creare i modelli monocolore della linea Top: dagli 8 colori iniziali, si arriva a 20. Nascono anche le linee speciali e quattro anni dopo Havaianas crea un nuovo modello verdeoro per celebrare la Coppa del Mondo di calcio in Francia: sulle stringhe appare per la prima volta la bandierina del Brasile.

E sono già più di 60 i Paesi dove si possono acquistare. Nel 2003 vengono disegnati modelli esclusivi per i candidati all'Oscar del cinema, l'anno successivo la collaborazione con il gioielliere Stern porta alla creazione di un sandalo-gioiello sul quale sono incastonati dei diamanti, mentre nel 2006 nasce il modello Slim, quello per le donne, più sottile, delicato e aggraziato. Tra il 2007 e il 2008 il brand sbarca negli Stati Uniti e in Europa, dove apre un quartier generale a Madrid. Nel 2010, la produzione si amplia e apre alle scarpe sportive chiuse, l'anno successivo è quello degli stivali da pioggia: colorati come solo Havaianas avrebbe potuto immaginare. Insomma 50 anni e non sentirli. E per l'occasione il brand ha lanciato una nuova edizione limitata, 50 mila pezzi, i cui proventi andranno a sostegno dell'Unicef.

Domenica 10 Giugno 2012 - 22:11

Legittimo il burqa in pubblico"

La Stampa

La Procura chiede l'archiviazione dell'inchiesta aperta nei confronti di una donna di fede islamica denunciata a Chivasso



Secondo la procura l’uso del burqa in luogo pubblico non viola la legge Reale, a patto che la persona che l’indossa sia pronta a scoprire il volto in caso di controllo da parte delle forze di polizia.


Torino

L’uso del burqa in luogo pubblico non viola la legge Reale, a patto che la persona che l’indossa sia pronta a scoprire il volto in caso di controllo da parte delle forze di polizia. È su questa base che la Procura di Torino ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta aperta nei confronti di una donna di religione islamica che era stata denunciata a Chivasso (Torino) da un privato cittadino.

Il procuratore aggiunto Paolo Borgna, nella richiesta di archiviazione, ha fatto presente che la donna, di origine egiziana, indossa il burqa «in ossequio ai principi della religione islamica» e non per rendere difficoltoso il riconoscimento della sua persona, dal momento che, in diverse occasioni, alla richiesta delle autorità aveva regolarmente mostrato il volto. E allora il divieto di circolare a capo scoperto deve coniugarsi con il diritto di manifestare la propria fede e appartenenza religiosa.

A presentare la denuncia era stato un cittadino che si era presentato ai carabinieri segnalando di avere visto l’egiziana in un supermercato «coperta da un sudario scuro» che presentava «solo una fessura per gli occhi». L’uomo era anche in possesso della fotocopia della carta di identità (che, osservano i pm nella richiesta di archiviazione, si era procurata «chissà come») in cui la si vedeva con il viso scoperto ma il capo velato: questo per lamentare il rifiuto, da parte degli impiegati dell’ufficio anagrafe di Chivasso (Torino), di rilasciarle il documento di identità perchè nelle foto tessera calzava un casco da cantiere. Ma in questo caso, per la procura di Torino, si tratta di un accessorio professionale che non ha nulla a che fare con un abito religioso. A questo proposito, la procura cita una circolare del ministero dell’Interno del 1995 in cui la questione era già stata affrontata.

La Resurrezione di Lazzaro restaurata

Il Messaggero
di Fabio Isman

ROMA - DOPO 60 anni esatti, Caravaggio è tornato dal medico e si è fatto curare: la Resurrezione di Lazzaro, tarda meraviglia eseguita nel 1609 a Messina dove è, sarà mostrata a Palazzo Braschi, da venerdì al 15 luglio, dopo sette mesi di lavori all’Istitutocentrale del Restauro che ha restituito colori e leggibilità all’opera, assolutamente ossidata e spenta, regalando anche tante sorprese.

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Il Messaggero ha ammirato in anteprima il risultato, e discusso con i medici che hanno guarito l’immensa tela, tre metri e 80 per due e 75, pagata, per Francesco Susinno, lo sproposito di mille scudi dal genovese Giovanni Battista de’ Lazzari (e per Lazzari, Caravaggio dipinge Lazzaro), amico d’un committente ligure dell’artista, Ottavio Costa. A Messina, Lazzari aveva una banca, il porto era allora tra i più rilevanti nell’intero Mediterraneo e non solo; la tela era per una sua cappella.

«Abbiamo scoperto che Merisi usa solo prodotti locali: la calce della preparazione contiene perfino resti fossili di conchiglie», racconta Anna Maria Marcone, che all’Istituto dirige i laboratori ed ha capeggiato l’intervento; «nella preparazione scura, ci sono le sue tipiche incisioni: per delimitare le figure, o indicarne l’inclinazione. E ancora, abbiamo scoperto che il quadro è costituito da cinque teli verticali e uno orizzontale; la cucitura orizzontale è più grossolana; la banda in basso, senza figure, è certamente successiva: l’opera era già stata inchiodata, ed abbiamo trovato i fori, prima che venisse aggiunta. Probabilmente, Caravaggio ha dipinto senza conoscere le misure dell’altare al quale la pala era destinata».

Il Genio aveva una gran fretta. «Ci sono mani dipinte per metà: il resto è preparazione; anche dei volti. Risaltano ancor meglio le lame di luce da cui cava le figure, come diceva Cesare Brandi, che nel 1951 restaurò l’opera per la prima volta. Sull’osso al bordo inferiore, l’artista crea la luce dipingendovi sopra una semplice serpentina». Occupa solo metà dell’immensa tela: la parte superiore è priva di figure. Accenna appena le pennellate sul corpo di Lazzaro: «Sembra arte moderna; ricorda l’ultimo Tiziano, il suo non finito», spiega Daila Radeglia, funzionaria che ha diretto l’operazione.

«La luminosità del dipinto era perduta al 70 per cento», dice Fabio Aramini, del laboratorio di Fisica dell’Istituto, compiendo le misurazioni: finalmente, ora le figure risaltano. Nel 1951, i mezzi erano quelli che erano: si usò una resina naturale ormai caduta in disuso, che, nel tempo, ha creato problemi; gialla, poco trasparente, aveva causato quasi un cretto, tante crepe. «Il quadro è fragile; abbiamo usato un gel speciale, per non far penetrare negli strati di pittura i solventi», spiega Anna Maria Marcone. E il risultato è del tutto imprevisto, superiore a qualsiasi attesa; un capolavoro oggi ritrovato, che da sempre aveva dato grandi problemi. Andrea Suppa, che lo restaurò quando il quadro aveva appena 60 anni, morì d’infarto credendolo perduto nel tentativo di dargli luce.

Gisella Capponi, la direttrice dell’Istituto, ricorda quello che, oggi, pare un paradosso: la Resurrezione era nella chiesa dei Crociferi (e si ignora come fosse la sua cappella), demanializzata e distrutta nel 1879 per creare la Camera di Commercio. E per fortuna non era più lì, ma in deposito, quando arriva nel 1908 il terremoto: distrutto l’edificio, ma salva la tela.

A guardarla, ci si ritrovano numerosi soggetti tipici di Caravaggio: una mano è analoga a quella della Cattura di Cristo di Dublino; la Maddalena, all’Annunciazione di Nancy; e su tutto, vicino al Cristo, l’autoritratto di lui: le mani giunte, quasi a supplicare il perdono. Il documento siciliano di questo quadro lo definisce ancora «cavaliere gerosolimitano»: non lo era più; a Malta lo avevano buttato fuori (e in carcere); era fuggito dall’isola come già da Roma nel 1606, per l’uccisione di Ranuccio Tomassoni. Gli restavano un anno da vivere, la fuga a Napoli, quella vana verso la capitale dei papi e la grazia. Chissà perfino se è passato da Palermo: la Natività, rubata dalla mafia nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo, magari l’ha spedita.

Resta da dire chi ha compiuto questo miracolo, e chi lo ha reso possibile. Con Anna Maria Marcone, altri due docenti dell’Istituto, Carla Zaccheo e Emanuela Ozino Caligaris, «aiutati da cinque bravissimi allievi», dice la Marcone, «pagati duemila euro per sei mesi di lavoro; devo citarli: Mauro Stallone, Giorgia Pinto, Federica Cerasi, Alessandra Ferlito, Elena Santoro». Questi e altri fondi li ha forniti Metamorfosi, un’associazione culturale romana che realizza esposizioni (soprattutto con Casa Buonarroti a Firenze e la Biblioteca Ambrosiana a Milano), di cui è presidente Pietro Folena, un passato politico nei Ds. Spiega: «Più che essere mecenati, proviamo a risolvere problemi. In mostra, grazie alla Rai, ci sarà un video del 1974 di Giorgio Bassani, con la storia del restauro del 1951 e dell’Istituto, che poi accompagneranno la tela a Messina». Il resto è organizzato da Zetema, che gestisce il Palazzo e i musei romani.

Un ultimo codicillo: adesso che la Resurrezione è stata restaurata come si deve, non la si faccia viaggiare, per favore, di continuo. Ai quadri, fa male. Sei Caravaggio, dopo essere andati a Mosca, sono ora a Belo Horizonte, in Brasile, alla Casa Fiat della Cultura. Saranno ambasciatori d’italianità; ma per loro, ogni viaggio è uno stress grave.

Lunedì 11 Giugno 2012 - 13:40
Ultimo aggiornamento: 13:49

I genii dell'informatica per disabili premiati da Google a Zurigo

La Stampa

Davide Mulfari e Selvakumar Ramachandran sono i due studenti di facoltà italiane che hanno vinto quest'anno la Google Scholarship dedicata al mondo della disabilità. Hanno curriculum di tutto rispetto, capacità e talenti fuori dal comune e progetti innovativi in tasca. Noi li abbiamo intervistati per scoprire chi sono e come ragionano i costruttori dell'informatica del futuro

MARINA.PALUMBO@MAILBOX.LASTAMPA.IT



Davide Mulfari ha 27 anni ed è iscritto alla Laurea specialistica in Ingegneria informatica dell’Università di Messina. E’ affetto da tetraparesi spastica ed ha appena vinto il concorso internazionale di Google dedicato agli studenti disabili: settemila euro di borsa di studio, più la possibilità di partecipare ad un workshop a Zurigo, a stretto contatto con gli ingegneri di Google Europe e con altre menti brillanti provenienti da tutto il mondo. Un’occasione unica, che in passato ha offerto ad altri giovani la possibilità di una collocazione lavorativa internazionale, oltre alla chance di vedere realizzati i propri progetti prototipo e di stringere forti e stimolanti amicizie che attraversano i continenti. Davide non è completamente autonomo, si sposta usando una sedia a rotelle ed ha potuto studiare grazie all’uso del computer, cui accede tramite una tastiera normale dotata di uno scudo.

Che progetto ha proposto per il concorso?
«Da qualche mese mi sto dedicando al mio progetto di tesi specialistica ed è questo che ho sottoposto all’attenzione della commissione di ingegneri e ricercatori. Consiste un sistema informatico orientato al “cloud computing”, basato su macchine virtuali in grado di fornire servizi ad utenti disabili».

Provi a spiegarcelo in maniera semplice
«Tento di dare risposta alle esigenze di mobilità degli utenti disabili, quando si trovano ad utilizzare dei computer occasionalmente, come in una biblioteca o in un laboratorio o in un Internet caffè. Per vissuto personale, so che ogni volta che ho bisogno di usare un computer sono costretto ad attivare le opzioni di accessibilità e non sempre ho le autorizzazioni per farlo. Lo stesso vale per i non vedenti che usano i programmi di lettura vocale: questi devono essere sempre attivi e configurati opportunamente in tutti i computer che l’utente  utilizza e non sempre possono essere installati in caso d’uso sporadico».

E quindi?
«Per superare questa barriera, l’utente disabile può usufruire dei servizi che l’architettura di rete da me progettata può offrirgli. Utilizzando un qualunque computer connesso in rete, via browser, l’utente disabile avrà accesso sempre al suo stesso computer virtuale e lo potrà utilizzare immediatamente perché lo troverà sempre personalizzato secondo le sue esigenze. In pratica al posto di una macchina fisica, che può variare, si troverà ad utilizzare sempre la sua stessa macchina virtuale».

Una bella idea, che potrebbe piacere anche a chi disabile non è…
«Nella stessa documentazione che ho redatto per la domanda di borsa di studio di Google, ho descritto anche il mio precedente progetto, realizzato per la tesi di laurea triennale. E’ un software che permette di interagire col computer attraverso i movimenti del corpo, rilevati da un speciale sensore che si chiama accelerometro».

Che cos’è?
«L’accelerometro è uno strumento molto diffuso nell’elettronica di consumo, come i videogiochi tipo il WiiMote di Nintendo, o diversi smartphone. Può essere posizionato in modo non invasivo in varie parti del corpo (come testa, mani, piedi). Così si possono rilevare i movimenti residui, anche minimi, che un disabile motorio può compiere ed associarli ad azioni eseguite da uno strumento informatico. In pratica ho intercettato questi movimenti e li ho usati per controllare il movimento del mouse, ma lo stesso sistema si può utilizzare per pilotare anche telecamere motorizzate e bracci robotici».

Da dove ha tratto l’ispirazione?
«I miei due progetti si muovono in quella che è la filosofia di base del mio lavoro: studiare come piegare le nuove tecnologie ICT, inizialmente sviluppate per essere destinate agli scopi che il mercato di massa richiede, verso applicazioni che possano tenere in maggior conto le reali esigenze di tutti gli utenti e, in particolare, possano recare benefici tangibili agli utenti disabili, che di regola sono quelli di cui ci si occupa di meno».

Progetti per il futuro?
«Intraprendere un Dottorato di ricerca o lavorare presso un produttore di software».

Cosa fa la differenza tra una persona qualsiasi ed una che arriva ad eccellere in un qualsiasi campo, come ha fatto lei, nonostante un handicap?
«Non credo assolutamente di “eccellere” in nulla, anche se mi piacerebbe. Eccome, se mi piacerebbe! Però ho la tigna: sono perseverante, testardo e di fronte ad un problema mi applico con tutte le mie forze finché non ne vengo a capo. E poi mi hanno aiutato molto i miei genitori. Mio padre è un informatico e ha sempre fatto di tutto per trovare i dispositivi tecnologici che mi permettessero esprimere al meglio le mie possibilità. Per questo penso che se tanti non riescono a comunicare, non è perché non lo possano fare in assoluto, ma perché non gli viene dato lo strumento giusto. E’ a loro che vorrei dedicare il mio futuro».




Avere a che fare con Selvakumar Ramachandran dev’essere una bella sfida per chiunque, perché questo ragazzo indiano di etnia Tamil che gli amici romani chiamano simpaticamente “Selvone” parla cinque lingue, fa sport, è autore di due libri di racconti, in inglese, svedese e nella sua lingua d’origine, oltre che ingegnere di successo. Sta facendo un dottorato all’Università Tor Vergata di Roma. La sua disabilità? «Quando avevo un anno ho preso la poliomelite ad entrambe le gambe e sono rimaste paralizzate, sicché non ho mai camminato».

Che progetto ha proposto per il concorso?
«Per la competizione di Google ho proposto una cosa su cui sto lavorando anche al Nestor Lab dell’Università di Roma e che fa parte del mio progetto di ricerca. E’ un progetto di navigazione facile all’interno delle mappe di Google che utilizza sensori cinetici per individuare la direzione in cui l’utente vuole muoversi. I sistemi cinetici captano anche i più piccoli movimenti delle mani che possono quindi trasferire al computer le istruzioni di navigazione».

Lei è indiano, ma ha vinto il premio come ricercatore di una università italiana. Come è arrivato a Roma?
«Mi sono laureato in ingegneria a Madurai, in India, e dopo la laurea ho lavorato in una compagnia che produceva software, la Lasersoft Infosystems. Mi occupavo di applicazioni finanziarie e programmi per le banche. Un bel giorno ho deciso che volevo fare qualcosa di diverso nella mia vita e con la mia carriera. Volevo perseguire studi di livello superiore in Europa, stare a contatto con un diverso mondo accademico e lavorativo».

A quanto pare ci è riuscito.
«Prima di venire in Italia sono stato in Svezia. Sono stato ammesso al Blekinge Institute of Technology di Karlskrona per seguire un master e mentre ero lì ho lavorato per la Telenor, una compagnia di telecomunicazioni internazionale. In quel periodo sono anche riuscito a pubblicare un paio di articoli su rinomate riviste di IT. Poi, nel 2011 mi sono spostato a Stoccolma e ho cambiato azienda, ma mentre ero lì è arrivata la chiamata per lavorare all’Università di Roma».

Progetti per il futuro?
«Sono venuto in Europa a studiare e lavorare perché spero di crearmi una buona rete di contatti che mi aiuti a realizzare un sogno: quello di mettere in piedi un' istituzione che si occupi dell’istruzione per le persone con disabilità nel Tamil Nadu, la regione dell’India da cui provengo, o nella parte Tamil dello Sri Lanka, una zona martoriata dalle guerre. Mi sono dato come obiettivo i prossimi otto anni di tempo per acquisire denaro, influenze, conoscenza e contatti».

Cosa fa la differenza tra una persona qualsiasi ed una che arriva ad eccellere in un qualsiasi campo, come ha fatto lei, nonostante un handicap?
«Essere Tamil decisamente aumenta l’attitudine a non darsi mai per vinti. E poi devo sicuramente ringraziare i miei genitori per avermi dato un approccio positivo alla vita. Da quando me lo ricordo, mi hanno sempre detto che l’istruzione è il più grande equalizzatore e meglio studi, meglio farai nella società. In retrospettiva, devo dire che ho sviluppato un carattere per cui non rifiuto mai l’aiuto o la solidarietà di qualcuno. Dopotutto, è una forma di affetto. Io sono indipendente, ma allo stesso tempo, se qualcuno si offre di spingermi, di aiutarmi a salire sull’autobus, di darmi un passaggio o semplicemente mi parla con gentilezza e simpatia, lo accetto con piacere. E’ indubbiamente un privilegio».

Fa sembrare l’essere disabili una fortuna…
«No, in realtà le barriere sono ovunque. Però colui che è pronto a superarle finisce tra i vincitori. Io non mi lamento mai delle barriere, siano esse di accessibilità o barriere razziali o di conoscenza, qualsiasi cosa dev’essere superata e la vita è bella. Quando vuoi raggiungere qualcosa, l’intero universo cospira a tuo favore. Ognuno è il centro del suo universo e l’universo esiste per lui. Io credo in questo. La cosa migliore è evitare la gente negativa o che ti scoraggia. Un ambiente, positivo, amici positivi e una buona istruzione possono tirare fuori il meglio di noi».

twitter@A_Ruota_Libera

Come si cresce se mamma (o papà) è omosessuale?

Corriere della sera

Uno studio americano valuta il benessere fisico, psicologico e sociale dei figli di coppie gay. Molti i dubbi e le polemiche


La rivista scientifica Social Science Research lancia nel numero del 10 giugno 2012 un dibattito intorno al tema della genitorialità omosessuale, con ben tre articoli che riflettono sull’impatto nella prole. Tra questi, lo studio del sociologo Mark Regnerus, dell’Università del Texas, rivendica un impianto metodologico inedito quantitativamente e qualitativamente, anche perché per la prima volta fa parlare direttamente i figli (ormai cresciuti) di genitori omosessuali e dimostra che crescere in un nucleo famigliare tradizionale non è propriamente la stessa cosa che crescere in una famiglia omosessuale e che questa diversità si traduce in uno svantaggio per la prole.

LA VERA RICERCA – Svuotando il dibattito da contenuti ideologici il sociologo ha voluto verificare quale e quanto sia l’impatto di una crescita atipica come quella dei bambini di genitori omosessuali, ma molti articoli, divulgando i risultati della ricerca, hanno erroneamente parlato di crescita con due mamme (o due papà) contro un’esperienza di crescita con mamma e papà. Lo studio in realtà si propone di esaminare il livello di benessere dei figli i cui genitori hanno avuto genericamente relazioni omosessuali ma, anche considerati gli anni a cui fa riferimento, si tratta quasi sempre di figli di precedenti relazioni eterosessuali, qualche volta di adozioni e mai di genitorialità volute e pianificate di coppie omosessuali.

Regnerus ha preso in esame 2.988 persone tra i 18 e i 39 anni, compresi 163 adulti cresciuti da coppie di mamme lesbiche e 73 adulti cresciuti da padri gay con l’intento di analizzare le nuove strutture famigliari americane attraverso 8 tipologie differenti. Il sociologo ha poi sottoposto il campione di volontari a una serie di domande chiave che richiedevano un’autovalutazione e ha riscontrato che i figli di genitori che avevano avuto esperienze affettive con persone dello stesso sesso spesso denunciavano uno svantaggio su vari fronti.

DISAGIO SOCIALE - In sostanza dallo studio americano è emerso che questi ex bambini da adulti pensano di più al suicidio (dodici per cento contro il 5 per cento dei figli di coppie regolari), sono più propensi al tradimento (40 per cento contro il 13 per cento), sono più spesso disoccupati (28 per cento contro l’8 per cento) e in una percentuale superiore (19 per cento contro l’8 per cento) sono in terapia psicologica. Inoltre nel 40 per cento dei casi hanno contratto una patologia trasmissibile sessualmente (contro l’8 per cento dei figli di coppie normali).

Pare infine che siano genericamente meno sani, più poveri e più inclini al fumo e alla criminalità. Insomma socialmente sono più problematici, anche se come tiene a sottolineare Regnerus lo studio non vuole assolutamente esprimere un giudizio sulle capacità genitoriali delle coppie dello stesso sesso (peraltro quelle che prende in esame sono nella maggior parte diventati genitori in seguito a un’unione etero), ma prendere semplicemente atto di una diversità di questi figli che si traduce spesso in un problema.

IL PARERE DELL’ESPERTO - L’articolo di Regnerus, come sottolinea il sociologo Luca Trappolin, va contestualizzato all’interno di quella che è stata l’evoluzione nel tempo dei principali studi di questo settore. «Inizialmente – spiega Trappolin - a partire dalle prime ricerche su questo tema, prevaleva la teoria della non differenza e l’orientamento era dunque quello di negare diversità di crescita significative tra i bambini di coppie eterosessuali e omosessuali. In seguito si sono imposte ricerche, spesso promosse dagli stessi gruppi di difesa dei diritti gay, che tendevano a sottolineare addirittura una crescita migliore da parte dei figli di omosessuali.

Mark Regnerus ha voluto invece riequilibrare le posizioni e rispondere a entrambe le teorie proponendo un approccio differente e metodologicamente innovativo». Inoltre, come suggerisce Luca Trappolin, è probabile che il disagio sociale di questi ex ragazzi sia da addebitarsi spesso a famiglie disastrate, dove magari la genitorialità non era stata voluta e l’omosessualità scoperta o rivelata al bambino nel coso della crescita (con evidenti implicazioni traumatiche).

POLEMICHE – Non potevano tardare comunque le polemiche, come quella di Cynthia Osborne della stessa Università del Texas, che si oppone al collega nonostante l’intento di Regnerus di proporre un’analisi empirica e oggettiva dei nuclei famigliari. «È impossibile isolare questa variabile da altre situazioni che possono esistere nelle coppie omosessuali come in quelle eterosessuali», fa notare Osborne. «Senza contare il ruolo della società, ancora stigmatizzante nei confronti di queste realtà, finendo spesso col creare problemi sia pratici che psicologici ai figli di genitori "same-sex"».

Il dibattito rimane acceso e la dialettica non si spegne: chi continua a sostenere senza se e senza ma che due genitori dello stesso sesso siano in grado di amare e crescere armoniosamente un figlio e chi sostiene che siano necessari due ruoli differenti (espressi da due generi differenti) per lo sviluppo psicologico completo e sano (il sociologo Pierpaolo Donati addirittura sostiene che la famiglia da favorire sia formata da uomo e donna con più figli).

L’ESPERIENZA DI CHI CONOSCE - Ma secondo Tommaso Giartosio, dell’ufficio stampa dell’associazione Famiglie Arcobaleno (l’associazione italiana dei genitori omosessuali), «quando capita di organizzare un dibattito sulla genitorialità omosessuale e si cerca per par condicio anche un parere contro si ha difficoltà a trovare tra i pediatri e i professionisti del settore una voce che possa sostenere con cognizione di causa che i bimbi cresciuti in questi nuclei siano meno sereni». «La schiacciante maggioranza degli studi – fa notare ancora Giartosio – mostra dati estremamente rassicuranti sulla omogenitorialità (come quelli di Judith Stacey), tanto che se non si trattasse di un tema che soffre di un pregiudizio così forte i dati sarebbero considerati evidenze scientifiche indubbie».

Senza contare il classico errore di metodo di cui peccano molti studi, che confrontano i dati relativi ai genitori omosessuali a quelli relativi alla comunità omosessuale anziché (come sarebbe naturale in assenza di pregiudizio) ai dati delle famiglie con figli in genere. Infine ci sono state anche ricerche a riguardo che hanno falsificato i dati, condizionando le conclusioni alle quali sono approdate e causando la radiazione dall’albo di più di uno specialista. Come nel caso dello psicologo americano Paul Cameron, espulso dalla American Psychological Association proprio per i suoi metodi dubbi e l’utilizzo di dati in forma controversa.

IN ITALIA - In Italia le famiglie composte da genitori dello stesso sesso registrate e iscritte all’Associazione Arcobaleno sono circa 300, e queste hanno a loro volta 200 bambini: la maggioranza è composta da coppie di donne (la percentuale più alta) o uomini che hanno deciso di avere figli insieme mentre una minoranza è composta da persone che hanno avuto figli da precedenti relazioni eterosessuali. Ma i dati, vista la difficoltà a emergere di tali situazioni, in un Paese in cui oltretutto le coppie di fatto non sono riconosciute dalla legge, sono difficili da interpretare.

In Italia i numeri più vicini alla realtà sono quelli registrati da un’indagine del 2008, “Modi di”, progetto finanziato dall’Istituto Superiore di Sanità, da cui risultava, tra i molti dati, che in Italia ci sarebbero 100mila bambini con almeno un genitore omosessuale. Ma il numero di coppie omosessuali con figli è senz’altro maggiore: come racconta l’Associazione Arcobaleno, è difficile che queste storie emergano, perché in genere, soprattutto nel caso di figli nati da relazioni eterosessuali, vi sono molti problemi personali da superare e il processo di emancipazione e presa di coscienza è spesso lungo e doloroso.

Emanuela Di Pasqua
11 giugno 2012 | 15:59

Lotta al traffico illegale di pneumatici usati

Corriere della sera

Dai porti italiani partono in direzione di Africa, Estremo oriente ed Est Europa



MILANO - I principali produttori di pneumatici lavoreranno con l'Agenzia delle dogane per combattere il traffico di pneumatici fuori uso (Pfu) dall'Italia verso alcuni Paesi asiatici e dell'Est Europa. È stato infatti recentemente firmato un protocollo d'intesa tra dogane ed Ecopneus, consorzio che si occupa della raccolta e del trattamento dei Pfu, e di cui fanno parte produttori come Bridgestone, Continental, Dunlop e Michelin. Secondo Ecopneus, il 10% delle inchieste della magistratura sui traffici di rifiuti illegali internazionali riguardano i pneumatici fuori uso, e dal 2005 a oggi in Italia sono state individuate quasi 1.500 discariche illegali di Pfu.

ACCERTAMENTI - Ecopneus, dice una nota, «metterà a disposizione dell'Agenzia delle dogane i dati del proprio sistema informativo per controlli e accertamenti sulle movimentazioni transfrontaliere» e potrà fornire anche perizie e analisi di laboratorio per rintracciare l'origine dei Pfu, che in Estremo oriente, secondo il consorzio, vengono usati come combustibili. Dal settembre scorso, quando è scattata l'attuazione di uno specifico decreto ministeriale, Ecopneus ha avviato a trattamento in Italia oltre 190 mila tonnellate di pneumatici.

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TRAFFICI - I traffici illeciti di rifiuti negli ultimi anni hanno coinvolto 19 regioni italiane e, sia come porti di transito sia come meta finale di smaltimento, 23 Stati esteri, tra cui Cina, Hong Kong, Malaysia, Russia, India, Egitto, Nigeria e Senegal. I traffici organizzati di Pfu si muovono prevalentemente lungo le rotte oceaniche e la tecnica maggiormente utilizzata consiste nella falsificazione dei formulari di identificazione dei carichi di rifiuti che vengono spacciati per «cascame o avanzo di lavorazione» oppure per «pneumatici ancora riutilizzabili». I Pfu vengono così sottratti a una molteplicità di utilizzi legali, come la realizzazione di superfici sportive, la produzione di presidi per la sicurezza stradale, elementi di arredo urbano, polverino di gomma per il conglomerato bituminoso.

Redazione Online11 giugno 2012 | 14:42

Caorso: smantellato l'edificio turbina della centrale nucleare

Corriere della sera

Decontaminate in tutto 9.400 tonnellate di sistemi e componenti metallici, di cui il 98% è stato riciclato


La centrale nucleare di CaorsoLa centrale nucleare di Caorso

MILANO - Dopo quasi 26 anni dalla fine della produzione e a 22 anni dalla definitiva chiusura, sono terminati nella centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, i lavori di smantellamento e decontaminazione dei componenti dell’edificio turbina. Dopo la rimozione delle turbine e del turboalternatore, altre 6.500 tonnellate di materiali e componenti metallici del ciclo termico dell’edificio turbina sono stati smantellati e decontaminati. Durante i lavori sono state effettuate oltre 77 mila misure radiologiche sui materiali smantellati. Lo rende noto la Sogin, la società statale che si occupa della bonifica ambientale dei siti nucleari e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi provenienti dalle attività medico-ospedaliere, industriali e di ricerca.

COMPLESSITÀ - «La complessità di questo lavoro ha richiesto la programmazione e lo svolgimento ordinato di ogni intervento», ha dichiarato Giuseppe Nucci, amministratore delegato di Sogin. «Per terminare la bonifica dei siti nucleari, la più grande bonifica ambientale della storia in Italia, sono previste attività per 5 miliardi di euro e circa 2,5 miliardi per la realizzazione del Parco tecnologico, comprensivo del Deposito nazionale per i rifiuti radioattivi».

SMANTELLAMENTO - A Caorso sono state finora complessivamente smantellate, decontaminate e allontanate dal sito circa 9.400 tonnellate di sistemi e componenti metallici, il 62% del metallo originariamente presente. Ogni elemento è stato contrassegnato con un codice identificativo e una scheda riassuntiva delle sue caratteristiche radiologiche e delle lavorazioni a cui è stato sottoposto, per consentirne la tracciabilità di ciascun componente fino al conferimento in fonderia di ogni singolo elemento. Le attività hanno consentito di riciclare il 98% del metallo derivante dallo smantellamento.

Redazione Online11 giugno 2012 | 15:34

Barbareschi rompe telecamera delle Iene, si prende il cellulare e si barrica nello studio

Corriere della sera

I due inviati di Italia Uno sul set dell'attore e regista (e deputato): ci ha aggrediti, picchiati e derubati dell'Iphone. Sul posto i carabinieri: «Ma non ci dicono nulla»


ROMA - «Complimenti per lo sbarco in Cina!». Ma Luca Barbareschi non ha gradito. Ha preso la telecamera della Iena, l'ha lanciata per terra, calpestata e distrutta. Poi ha spintonato l'altra Iena, e prima di scapparsene via nel suo studio, ha strappato il cellulare di mano alla prima Iena e se l'è portato con sé. Fuori, la forza pubblica, con i carabinieri che cercano da oltre tre ore di convincerlo almeno a riconsegnare il telefonino all'inviato della trasmissione di ItaliaUno.

RISSA SUL SET - Succede a Roma, in una fabbrica in via dei Monti Tiburtini, dove si gira il film «Mi fido di Te»: attore, regista e produttore Luca Barbareschi, che tra le varie cose, è anche deputato, iscritto al Gruppo Misto della Camera. Le sue «vittime» sono le due Iene dell'omonimo programma tv di Mediaset Filippo Roma e Marco Occhipinti. Racconta Roma: «Siamo andati sul set, non aspettati ovviamente, abbiamo cominciato a scherzare, fare qualche battuta, lo staff ci ha accolto con simpatia». Luca Barbareschi lo è stato di meno. «Al suo arrivo Barbareschi ci ha aggredito: ha preso la telecamera dalle mani di Marco (Occhipinti, ndr), l'ha gettata per terra, calpestata, fatta a pezzi». Poi, continua Filippo Roma, «mi ha messo le mani addosso e mi ha spinto: quando ha visto l'iPhone in mano a Marco glielo ha preso ed è scappato via, rinchiudendosi nel suo studio».

«NON ESCE» - Le Iene hanno quindi chiamato i carabinieri. Sono arrivati quelli della compagnia di Casal Bertone. «Sono nello studio con Barbareschi - dicono ora le Iene -, ma non intervengono in alcun modo: non rispondono alle nostre domande e non ci riportano il cellulare». E «Barbareschi non esce». Protesta Occhipinti: «Mi ha derubato: quello è un telefono personale, con dati sensibili, le foto di mio figlio». Si chiede Roma: «Perché non lo arrestano?». L'attesa continua.

Claudia Voltattorni
twitter @clavolt11 giugno 2012 | 17:55

Lanciò un estintore al corteo degli Indignati: «Er Pelliccia» condannato a 3 anni

Corriere della sera

Fabrizio Filippi colpevole di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Ma il tribunale lo ha assolto dall'accusa di devastazione. Lui: «Sentenza giusta»


ROMA - È stato condannato a tre anni «Er pelliccia», il ragazzo fotografato nell'atto di lanciare un estintore durante gli scontri del 15 ottobre 2011 a San Giovanni. Fabrizio Filippi, 24 anni, di Bassano Romano (Viterbo), studente di Psicologia nella romana Università telematica «Guglielmo Marconi», era stato fermato a tre giorni dalla guerriglia urbana esplosa durante la manifestazione organizzata dagli Indignati contro la crisi economica. Lunedì 10 giugno, al termine del rito abbreviato, il gup Tiziana Coccoluto lo ha riconosciuto colpevole, ma solo di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Assolto, invece, dall'accusa di devastazione: «È una sentenza giusta, è quello che speravo», ha commentato il ragazzo. Per i due reati il pm Francesco Minisci aveva chiesto otto anni.

Qui

IL TATUAGGIO - I carabinieri del Ros avevano identificato Filippi grazie ai fotogrammi del volto e a una frase di una canzone in inglese tatuata sul fianco sinistro: «Nonostante tutto l'odio con cui il vostro mondo è stato plasmato il mio amore continuerà a vivere». Dopo essere stato scarcerato, «Er pelliccia» si era difeso: «Mi dà la nausea quell' immagine. Hanno detto che quell' estintore lo stava lanciando contro i carabinieri, ma in quella foto non si vede nessun carabiniere. L' ho solo preso per terra e l' ho tirato in aria. Non volevo colpire nessuno».

Giulio De Santis e Redazione Roma online
11 giugno 2012 | 16:47

Pizzo per il ciak di Gomorra" Saviano, imbarazzato, tace

di Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo - 11 giugno 2012, 08:00

A Napoli si indaga sui cachet alle comparse del film: nuove accuse dopo le mazzette pagate dal regista Garrone. Un attore rivela: "Auto, moto, vestiti e case gestite dai clan"


Ciak, si paga (la tangente). La procura di Napoli sta indagando senza troppa pubblicità sul film «Gomorra» per un presunto giro di mazzette ai boss casalesi. È la legge del contrappasso (antimafia) che imbarazza Robero Saviano abituat a twittare contro il pizzo: la pellicola in odore di Oscar, che ha consacrato lo scrittore tuttologo star mondiale della lotta alla camorra, è finita in un fascicolo della Dda dopo le dichiarazioni del pentito Oreste Spagnuolo che ha raccontato di una bustarella da 20mila euro allungata dal regista, Matteo Garrone, al capoclan Alessandro Cirillo, detto ’o sergente.


Il regista Matteo Garrone
Il regista Matteo Garrone


La classica «tassa della tranquillità »: soldi in cambio di protezione. Garrone, fresco di premio a Cannes per «Reality», è stato sentito per due volte in Procura dai pm Cesare Sirignano e Giovanni Conzo. Ha confermato di aver incontrato Cirillo, che si trovava a quel tempo agli arresti domiciliari, ma ha smentito categoricamente di averlo pagato. Ad accompagnarloall’appuntamento il boss dei Casalesi (e attore di Gomorra) Bernardino Terracciano, oggi in galera dopo la condanna a otto anni di carcere. Anche lui è stato preso a verbale dagli inquirenti.

Ha svelato che pure il superkiller casalese Giuseppe Setola voleva incontrare il regista (ma non se ne fece niente) e che le azioni di disturbo dei «guaglioni» del boss Cirillo contro la troupe a Casal di Principe terminarono, improvvisamente, subito dopo il faccia a faccia tra ’o sergente e Garrone. Anzi, da quel momento in poi, il clan avrebbe mandato una «scorta» sul set. Nel suo verbale, Terracciano ha ammesso che, oltre al compenso come comparsa, ha incassato altri soldi dalla produzione per il fitto di una «masseria» per girare alcune scene. I cachet e i «benefit» ai camorristi-attori sono la chiave di volta dell’intera inchiesta.


Roberto Saviano


Se i pm scoprissero che sono fuori mercato, il quadro investigativo muterebbe. E di molto.

Il Giornale è riuscito a rintracciare uno del cast. È un ex malavitoso, con un lungo curriculum criminale alle spalle. Ha deciso di raccontare com’è che funzionava sul set in cambio dell’anonimato. È la sua versione. «Tutti quelli che ho incontrato durante la lavorazione del film erano parenti o amici di camorristi. Abbiamo ricevuto un gettone, ma i veri soldi giravano quando bisognava fittare un’auto, una moto o un appartamento per esigenze di copione. Chi li forniva faceva parte del «sistema » e guadagnava parecchio». Fino a 500 euro al giorno, secondo le stime dell’attore,per il noleggio di un paio di stanze nelle complesso edilizio delle Vele.

«E poi capitava sempre, immancabilmente, che a fine giornata il proprietario andasse da Garrone per lamentarsi che, durante la registrazione, qualcosa si fosse rotto: «Matteo, si è scassato il vetro…Matteo,si è fuso il motore...». E via altri soldi». Gli attori, soprattutto quelli di Secondigliano, secondo quanto risulta al Giornale, si sarebbero rifiutati di indossare i costumi di scena. Avrebbero chiesto e ottenuto che fossero acquistati nuovi abiti presso «negozi di fiducia», spesso intestati a padrini del posto. «Ricordo benissimo che, durante le riprese, c’era una signora della Fandango che girava con delle buste bianche piene di banconote, ma non so a chi finissero».

Le prime ombre sul film risalgono a un paio di anni fa, quando i carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna interrogano un confidente e scrivono che «in occasione delle riprese per la pellicola cinematografica Gomorra il regista Matteo Garrone, per girare le scene nel quartiere Scampia, ha dovuto chiedere autorizzazione al clan competente in quel territorio».A dare l’ok sarebbe stato il boss Raffaele Stanchi, «che tra l’altro- asseriva la fonte- gode di spiccate conoscenze nell’ambiente televisivo tanto da essere spesso invitato a numerose trasmissioni ». Qualche mese fa, Stanchi è scomparso di casa. Il cadavere lo hanno trovato, mezzo carbonizzato, vicino al cimitero di Melito, dove di notte i killer degli «scissionisti » incontravano segretamente i rivali del clan Di Lauro per siglare la pace dopo la faida da settanta morti ammazzati.

La «maledizione» di Gomorra, dopo il pizzo pagato al concerto pro Saviano nel 2008 a Castelvolturno, ha colpito pure tanti attori: oltre allo stesso Terracciano, sono finiti in galera il casalese Giovanni Venosa ( che, in un backstage, si rivolge a Garrone e gli urla: «Adesso ti faccio vedere come si ammazza un cristiano»,brandendo una pistola finta) e un altro paio di banditi, tra cui il narcos Salvatore Fabbricino riconosciuto al cinema dal pentito Maurizio Prestieri. Nella «black list» c’è finito anche Pisellino , il ragazzo pelle e ossa che spara a pallettoni sull’acqua impugnando un kalashnikov. Si chiama Ciro Petrone. Dopo Gomorra e una comparsata alla Fattoria, è stato fotografato dal Ros al matrimonio del figlio di un boss.

Era l’ospite d’onore. Tante, troppe coincidenze. Nel rap «Mumento d’onestà», il gruppo di Secondigliano «Co Sang» canta: «Perché è tutto una denuncia e poi ci sta collaborazione? Allora è proprio vero che i soldi fanno stare bene a tutti quanti? E poi un’altra cosa: come hanno fatto a girare nelle Vele un mese sano? Ve lo siete mai domandati? A me viene da ridere. E poi so anche altre cose che non mi va di dire…». E Saviano cosa sa?

Svizzera, numero verde per i bancari all'estero «I viaggi negli Stati Uniti sono sconsigliati»

Corriere della sera

A seguito dell'accordo transnazionale Usa-Svizzera, l'Asib teme per l'arresto di dipendenti (e consulenti) di undici banche


Il logo di Ubs, la banca svizzera che nel 2010 chiuse l'accordo con gli Stati Uniti fornendo il nome di circa 4mila correntisti Usa che avevano 'esterovestito' il proprio patrimonio, sfuggendo alle maglie del fiscoIl logo di Ubs, la banca svizzera che nel 2010 chiuse l'accordo con gli Stati Uniti fornendo il nome di circa 4mila correntisti Usa che avevano 'esterovestito' il proprio patrimonio, sfuggendo alle maglie del fisco


MILANO - Il telefono ha già squillato una decina di volte, dicono dall'Asib (l'associazione svizzera degli impiegati di banca). La richiesta? «Che rischio corriamo?». Soprattutto - ammettono da Berna - chiedono come possano rivalersi nei confronti del proprio datore di lavoro in caso di arresto sul suolo americano.

LA DENUNCIA - «Semaforo rosso. Non soltanto negli Usa». E' il consiglio di Rudolf Wyss, professione avvocato, soprattutto ex vice-presidente dell'Ufficio federale della giustizia svizzero. Proprio il massimo organismo elvetico nella risoluzione di controversie di questo tipo. A rischiare di più i consulenti. Sì, proprio loro. Quelli che in veste di amministratori patrimoniali, all'interno o all'esterno di banche, hanno contribuito a far sottrarre al fisco grandi patrimoni americani e hanno giocato un ruolo attivo nell'intero processo di occultamento fiscale, ad esempio con il sostegno nella fondazione di società di comodo.

La necessità di un supporto ai banchieri che hanno "esterovestito" grandi patrimoni yankees si origina da un'indiscrezione, mai confermata dal governo, secondo la quale l'esecutivo elvetico avrebbe recentemente autorizzato undici delle banche implicate nel conflitto fiscale con gli Usa a trasmettere i nomi dei collaboratori coinvolti nelle transazioni bancarie. Di più, la questione avrebbe provocato persino un'interpellanza del consigliere nazionale Jean Christophe Schwaab, alla quale il governo ha preferito non rispondere alimentando ancora di più i rumors su questo accordo - sottobanco - con gli Stati Uniti.

LE INFORMAZIONI - D'altronde questo tipo di consulenti, se parlassero, sarebbero una fonte inesauribile di informazioni per l'erario a stelle e strisce, consentirebbero di poter chiarire con assoluta certezza la straordinaria "filiera" di attività off-shore di migliaia di correntisti (all'epoca dell'accordo chiuso con Ubs si parlava di oltre 4mila nomi di cittadini americani) che per non essere scoperti dall'amministrazione americana sono diventati clienti di queste undici banche proseguendo nell'evasione fiscale e facendo così perdere le tracce del loro patrimonio. Finora sul nome degli istituti di credito coinvolti c'è un assoluto riserbo, soprattutto perché una fuga di notizie provocherebbe un forte danno reputazionale per le banche coinvolte (e autorizzate a fornire il nome dei collaboratori), così - denuncia l'Asib - tutto ciò finisce «per aumentare l'insicurezza e a far temere per la loro incolumità». Di più - rincara l'associazione che attivato una serie di numeri verdi in diverse lingue (inglese, francese, tedesco e italiano) - questa presunta operazione-glasnost del governo svizzero si configura come una sorta di "spionaggio", reato chiaramente indicato dal codice penale della Confederazione.

Fabio Savelli
@FabioSavelli11 giugno 2012 | 14:52

La "spending review" non risparmia l'Arma

La Stampa

Il comando generale prevede tagli per almeno 113 milioni di euro



È previsto anche un taglio al parco macchine dei carabinieri di circa 9000 unità

Roma

Anche l'Arma è stata chiamata a fare la sua parte nella "spending review" generale. E anche se l'imperativo è di mantenere inalterata la capacità operativa, e anzi se possibile aumentarla, questa volta si taglia sul serio. Il comando generale dei carabinieri conta di risparmiare 113 milioni di euro, ma potrebbero essere di più perché si stanno esaminando molte opzioni per quanto riguarda le sedi di stazioni e compagnie, abbandonando gli immobili presi in affitto negli anni e trasferendole in edifici demaniali oppure confiscati alla criminalità.

Un esempio per tutti: nei mesi scorsi si dava ormai per scontato che avrebbe chiuso la storica stazione "Via Veneto", ospite di un immobile privato in via Boncompagni, il retro di una chiesa, in una posizione cruciale perché a pochissima distanza dall'ambasciata americana, da diversi ministeri e dai grandi alberghi della Dolce Vita. Troppo oneroso il canone di affitto. Ma siccome un presidio in quel quartiere è davvero indispensabile, i carabinieri resteranno, sia pure traslocando in un altro edificio, a canone molto più ragionevole.

E' uno sforzo corale, quello che riguarda gli immobili, in cui sono stati chiamati a darsi da fare sia i generali che comandano le Legioni, sia i comandi provinciali, fino ai marescialli che comandano le stazioni perché si trovino soluzioni a costo zero o quasi.
Per una volta, insomma, sotto l'urto di una crisi che davvero non ha precedenti, la polizia e i carabinieri stanno affrontando il problema della riorganizzazione sul territorio. E lo fanno assieme. Al proposito resta memorabile un'istantanea, il 2 giugno, poco prima della Parata: il generale Leonardo Gallitelli, comandante dell'Arma, in grande uniforme, è arrivato sottobraccio con il prefetto Antonio Manganelli, capo della polizia, in grisaglia ministeriale blu. Confabulavano come vecchi amici che stanno riuscendo in un'operazione titanica.

Gli elicotteri, per dire, sono sempre stati un reparto a sé. Polizia e carabinieri avevano i loro. In nome della "spending review", l'Arma ha deciso di sopprimere 3 Nuclei elicotteristici e di contrarre i numeri in quelli restanti. Saranno dismessi i velivoli più vecchi, quelli che sono anche più costosi in manutenzione e in uso. Là dove restano i carabinieri, però, chiude la polizia. E viceversa.
Stesso discorso per le motovedette. In futuro non capiterà più, salvo casi eccezionali, di vedere un'imbarcazione della polizia dondolarsi all'attracco accanto a una dei carabinieri. L'Arma chiude la metà dei siti e mette in disarmo la metà dei natanti. Sostanzialmente restano attive solo le motovedette d'altura per le esigenze delle isole minori e del contrasto all'immigrazione clandestina. Anche i reparti di subacquei vengono ridimensionati, in coordinamento con la polizia: ai carabinieri ne resteranno 3 in tutt'Italia.

La sforbiciata non risparmierà alcuni simboli. La cavalleria ne esce ridimensionata. Viene quindi ridotto l'organico dello squadrone Corazzieri e vengono chiusi anche 4 Squadre a cavallo in giro per l'Italia. I quadrupedi, purtroppo, costano molto in termini di stalle, veterinari, mangimi. Ma i risparmi maggiori, quelli che determinano il successo o l'insuccesso dell'operazione, verranno da alcune iniziative che si potrebbero definire "manageriali". I nuovi software hanno permesso di sfoltire i reparti di comando, amministrativi e logistici e quindi da qui si risparmiano 2.337 militari che andranno a rafforzare la rete territoriale. Complessivamente, poi, i carabinieri fanno a meno di 9000 automobili.

Come tante famiglie qualsiasi, poi, i carabinieri investono sui telefoni cellulari (le cui tariffe convenzionate sono ottime) a discapito dei telefoni fissi; abbandonano le linee Isdn e Adsl private superate da nuovi acquisizioni di reti digitali e satellitari. Infine si sa provvedendo ad ammodernamenti in alcune caserme più significative in termini di risparmio energetico e impianti fotovoltaici. L'Arma si fa "green" e intanto risparmia anche sulla bolletta.

Scritte antisemite allo Yad Vashem Profanato il simbolo della Memoria

Corriere della sera

Frasi inneggianti a Hitler al Museo dell'Olocausto

Dal nostro corrispondente FRANCESCO BATTISTINI

La scritta «Hitler, grazie per l'Olocausto» allo Yad Vashem (Ohad Zwigenberg, da ynetnews.com)La scritta «Hitler, grazie per l'Olocausto» allo Yad Vashem (Ohad Zwigenberg, da ynetnews.com)

GERUSALEMME – Lì, non avevano mai osato: «Hitler, grazie per l’Olocausto». E poi: «L’Olocausto è tutta colpa del sionismo». E ancora: «Il regime del male sionista ci mette in pericolo». Dieci scritte spray sui muri. In ebraico. Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme, il più famoso e visitato dopo quello di Auschwitz, è stato profanato nella notte con alcune frasi neonaziste.

LE INDAGINI - A scoprirlo sono stati i custodi, questa mattina, al momento d’aprire i cancelli: «È stata trovata una scritta – dice Micky Rosenfeld, portavoce della polizia – proprio sullo spiazzo dell’ingresso. Le altre, in vari punti del memoriale». Yad Vashem si trova alle porte della città, su una collina della foresta di Gerusalemme, in una zona un po’ isolata. Proprio per questo, l’area è di solito sorvegliata, anche durante la chiusura al pubblico, ed è attivo 24 ore su 24 un circuito interno di telecamere. «Indaghiamo in tutte le direzioni – dicono gl’investigatori -: possono essere ragazzini, vandali o individui spinti da altri motivi».


Poco credito viene dato alla pista araba: di solito, la protesta palestinese non tocca un tema sensibile come la Shoah. Il direttore del museo, Avner Shalev, sostiene piuttosto che le scritte possano essere di ebrei ultraortodossi: della frangia più estremista, quella che combatte il sionismo e non riconosce l’esistenza dello Stato d’Israele. Una pista porterebbe anche alla campagna «Il prezzo da pagare»: coloni di destra che, da mesi, vandalizzano e incendiano moschee e abitazioni di pacifisti, lasciando scritte razziste. In questi giorni, è furiosa la polemica col governo Netanyahu (e con l’autorità giudiziaria) per la decisione di sgomberare un insediamento illegale in Cisgiordania. Proprio domenica notte, una decina d’auto palestinesi sono state danneggiate in un quartiere di Shuafat, a Gerusalemme Est.

DA WAGNER AL GENERALE - Chiunque sia stato, la profanazione colpisce. Non è la prima volta che Israele si scopre i neonazisti in casa: in passato, ci sono stati anche processi che hanno impressionato l’opinione pubblica. Perché la Shoah, e il rispetto che vi si deve, resta un tema di dibattito, soprattutto in un Paese come Israele. Nelle ultime settimane, non sono mancati argomenti di discussione, anche politica. L’università di Tel Aviv, per esempio, ha appena cancellato l’esecuzione di un’intera sinfonia di Wagner – il musicista amato da Hitler, incubo di milioni d’ebrei costretti ad ascoltarlo nei lager – che, in prima assoluta, si sarebbe dovuta tenere in Israele: le polemiche dei sopravvissuti hanno spinto gli organizzatori a cambiare programma.

E sempre in questi giorni, è finito nella bufera un parlamentare della destra religiosa Shas, partito alleato del governo Netanyahu, che a Bruxelles ha partecipato (peraltro su invito d’un eurodeputato leghista italiano, Fiorello Provera) a una tavola rotonda sulla pace in Medio Oriente, con esponenti del partito neonazista austriaco. Il comportamento dell’onorevole, da qualche giornale, è stato messo a confronto con quello del generale Amir Eshel, un autentico eroe dell’opinione pubblica, che nelle stesse ore ha invece rispedito al ministero della Difesa la nuova macchina di servizio che gli era stata assegnata: «La mia famiglia è stata sterminata nei lager – ha detto -, non guiderò mai una Volkswagen tedesca». Fra gli applausi, s’è fatto ridare la sua vecchia Chevrolet.

11 giugno 2012 | 11:10

Grillo al Ft: «Siamo il secondo partito in Italia e voi mi paragonate a Mussolini...»

Corriere della sera

Lettera al Financial Times del leader del Movimento 5 Stelle in risposta a un editoriale critico di Beppe Severgnini


La lettera di Beppe GrilloLa lettera di Beppe Grillo

«Sono stato paragonato a Benito Mussolini, un dittatore. Per me, questo è un oltraggio». Beppe Grillo scrive una lettera al Financial Times che il 5 giugno aveva pubblicato un editoriale di Beppe Severgnini molto critico sul Movimento 5 Stelle. E su suo fondatore accusato di «Populismo 2.0»: un capo che domina completamente il suo partito e che ricorda non solo Berlusconi, ma «lo showman più scuro, la figura più pericolosa: Benito Mussolini».

ATTACCO AL MOVIMENTO - Nella sua lettera, intitolata «Internet movement and democracy for Italy», Grillo ribatte alle critiche mosse da Severgnini. Secondo il leader si tratta di «un deliberato attacco al movimento democratico che io rappresento». E aggiunge «Il Movimento 5 Stelle è stato accusato di Populismo 2.0. È esattamente l'opposto. In Italia, i partiti politici hanno occupato ogni spazio nell'industria, nelle banche, nei media, ecc. Non viviamo più in una democrazia, ma in una partitocrazia. Al contrario degli altri partiti, noi abbiamo rifiutato ogni finanziamento pubblico» .

LA SECONDA FORZA POLITICA IN ITALIA - Grillo rivendica anche i successi del Movimento attualmente «accreditato al 20 per cento dei voti». Quindi «a soli due anni e mezzo dalla sua costituzione» il Movimento 5 Stelle è «la seconda forza politica in Italia».

PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI - Il motivo per cui Grillo è sceso è uno solo: «Consentire una maggiore partecipazione dei cittadini, senza l'intermediazione dei partiti» alla vita pubblica «raggiungendo così l'obiettivo di una democrazia reale». La filosofia del Movimento 5 Stelle - spiega ancora Grillo - può essere riassunta in due parole: trasparenza e partecipazione, due cose possibili grazie alla diffusione di internet«.

I PUNTI CRITICI DI GRILLO - Nel suo articolo Beppe Severgnini cercava di spiegare l'exoploit elettorale del comico Grillo alla platea anglosassone. Immancabili i paragoni con la politica presente: «Spettacolo, empatia, la comunicazione unidirezionale e lo stretto controllo del suo partito: non vi ricorda qualcuno? Silvio Berlusconi, naturalmente senza il fattore donne. Oppure Umberto Bossi, senza gli scandali finanziari che hanno tormentato la Lega Nord» scrive Severgnini.

IL DUCE - Non mancano i paragoni con un altro leader della nostra storia. «Agli italiani 'piace essere governati con il pugno duro' ha scritto l'ambasciata americana al Dipartimento di Stato nel 1920. Allora, lo showman era più scuro, la figura più pericolosa: Benito Mussolini. Ma abbiamo davvero un debole per i leader forti? La risposta è sì, e noi non siamo soli - scrive Severgnini - Quando i tempi sono duri, la via da seguire parti dolorose e tradizionali offrono alcuna speranza, le democrazie sono tentate da facili soluzioni formulate dai leader istrionici. Ovviamente, le tattiche e gli strumenti sono cambiati. In principio, era un palco e un campo in una piazza, poi radio e film, poi tv, e ora è internet. Potremmo chiamarlo 2,0 populismo».

Carlotta De Leo
11 giugno 2012 | 13:01

Cieco da 18 anni guidava l'auto. Il pm: "Deve essere processato"

La Stampa

L'uomo, 69 anni di Arona, accusato di aver percepito indebitamente dall'Inps la pensione di invalidità

 

L'uomo era stato filmato dalla Guardia di Finanza

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Falso cieco
in bicicletta
ad Arona

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Marco Benvenuti

Sembrava davvero un pensionato come tanti altri. Ogni giorno a fare la spesa con la «minicar». D’estate in bici per andare in posta. Quando attraversava la strada prestava la dovuta attenzione ai mezzi in transito. Ma per l’Inps era cieco totale, tant’è che da diciotto anni percepiva una pensione di invalidità e un’indennità di accompagnamento: circa mille euro al mese. Per Alessandro Dell’Acqua, 69 anni, aronese, tutto è filato liscio per quasi un ventennio, fino a quando gli uomini della Sezione tutela spesa pubblica della guardia di finanza di Novara, nel corso di un controllo, non hanno scoperto l’inghippo. Denunciato a dicembre per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, l’indagine è stata chiusa in tempi rapidi: per l’uomo è già tempo di presentarsi in tribunale. Il pm verbanese Luca Periani ne ha chiesto il rinvio a giudizio e il processo è stato fissato il prossimo 10 ottobre.

Quando i finanzieri l’hanno fermato fuori dagli uffici dell’Inps di Novara, dove era stato convocato per una visita di revisione, aveva cercato di giustificarsi in tutti i modi: «Adesso qualcosa in più ci vedo perché sono migliorato, ma prima…». E dietro di lui la moglie: «Te l’avevo detto che prima o poi sarebbe finita male». In realtà era stata proprio la Finanza, che lo teneva d’occhio dall’estate, a sollecitare quella visita: dopo un controllo incrociato tra i nominativi di coloro che erano titolari di una pensione d’invalidità con quelli titolari di un patentino per minicar, ci si era accorti che in quella storia qualcosa non quadrava.

Occhiali neri, passo incerto e malfermo come si addice a un cieco totale, in realtà Dell’Acqua, ex operaio meccanico residente in un piccolo condominio di Arona con la compagna (i figli hanno una propria famiglia e vivono in altra regione) vedeva abbastanza bene e si godeva la pensione. Dal ‘94 usufruiva di entrambi i sostegni per la cecità assoluta. Peccato che pochi anni fa, nel 2005, era riuscito a ottenere la patente per «minicar», superando visita medica e prova pratica a Domodossola. A fine dicembre, ad attendere che uscisse dalla visita alla quale si era presentato accompagnato da un conoscente che lo scortava per un braccio, si era dunque trovato gli uomini delle Fiamme gialle: l’avevano avvicinato, si erano qualificati, e lo avevano invitato a seguirli al comando.

Fine della commedia: tolti gli occhiali neri, aveva indossato quelli da vista e si era allontanato da solo. Dell’Acqua ha sottolineato che l’inizio di tutto era stato quando lavorava alla Volkswagen di Arona: «Mi scoppiò una lampadina in faccia. Allora non mi curarono bene, mi rimasero i pezzi di vetro negli occhi. Poi, con il tempo, ho cominciato a vedere meglio». Ora dovrebbe restituire tutti i soldi, circa 160 mila euro (13 mila solo per l’anno 2011), ma lui non vuole sborsare neanche un centesimo: «Non ho soldi da parte, mi mandino pure in prigione». Rischia una pena da uno a sei anni in caso di condanna. Famiglia e amici l’hanno subito difeso: «Ha tutti i certificati».

La scarcerazione dello stupratore Lo Stato risponda»

Corriere della sera
di Maria Gabriella Carnieri Moscatelli

Egregia Ministra Severino,

addolorata, allibita e infuriata ho letto con sgomento questa mattina sul Corriere della Sera che l’ex caporale dell’esercito che è accusato di aver stuprato e quasi ucciso una giovane ventenne tre mesi fa all’Aquila, ha avuto gli arresti domiciliari. Da quando si è diffusa la notizia, abbiamo ricevuto centinaia di mail, il mio telefono ha squillato in continuazione, tutte le volontarie, le amiche e gli amici della nostra associazione ci manifestano con un’onda irrefrenabile il loro dolore e la loro incredulità. Mi chiedono non solo di dare solidarietà e aiuto alla giovane vittima, ma di porre a Lei, Signora Ministra, preparata, competente e stimata alcune domande.

Sono 25 anni che operiamo al fianco delle vittime, invitandole innanzi tutto a denunciare. Una percentuale bassissima (i nostri dati dicono l’8%) di donne trova il coraggio di farlo. Ci dica, signora Ministra, dopo una decisione simile con quale animo possiamo continuare il nostro lavoro? Tre mesi fa questa giovane ventenne non solo è stata stuprata, ma ha rischiato di morire. Oggi il nostro sistema giudiziario consente gli arresti domiciliari all’accusato, infliggendo alla vittima un ennesimo terribile dolore.
Con che forza possiamo dire alle donne di denunciare e a questa ragazza di credere nella giustizia? Come possiamo, Ministra Severino, trovare ancora motivazioni in questa lotta immane se non sentiamo vicino a noi una giustizia degna di questo nome? E come può il fenomeno della violenza non restare sommerso e venire alla luce in tutta la sua profondità, se questo è il messaggio che diamo alle donne e agli uomini, ai giovani e alle giovani del nostro Paese? In un momento cosi duro per la nostra società, noi abbiamo il dovere rispondere con fermezza a situazioni simili o di mettere in campo nuovi strumenti, se evidentemente quelli esistenti non sono adeguati. 
Se questo non accadrà continuerà la barbarie del femminicidio, della violenza domestica, degli stupri e di tutte le forme di violenza sulle donne che nella nostra civilissima Italia, hanno numeri spaventosi. Signor Ministra, quale sarà il suo impegno per non farci sentire mai più così umiliate e umiliati? Quale l’impegno del Governo Italiano e del Parlamento tutto? Chiudo questa mia lettera a lei, Ministra Severino, con un abbraccio alla vittima che in questo dramma si è sentita sola, non protetta dalla giustizia ed ha perso fiducia nel nostro Paese. A lei diciamo che noi del Telefono Rosa ci siamo, siamo pronte ad aiutarla. Ma è lo Stato italiano che questa volta non può restare in silenzio e fermo.
Maria Gabriella Carnieri Moscatelli
Presidente Ass. Nazionale Telefono Rosa

I ministeri spendono un miliardo al giorno

Corriere della sera

Ogni anno previste uscite per 283 miliardi, la metà serve solo a farli funzionare


ROMA - Spese dei ministeri ancora sotto pressione per garantire il successo della prima fase della spending review , quella che dovrebbe assicurare risparmi non più per 4,2 bensì per 5 miliardi. La correzione, resasi necessaria per i danneggiamenti del terremoto in Emilia, dovrebbe essere varata nella riunione di lunedì del Comitato interministeriale, guidato dal premier Mario Monti.

In questa sede saranno abbozzate le linee guida del decreto legge che dovrebbe essere varato a fine mese e che punta a scongiurare l'aumento delle aliquote Iva, a ottobre, di almeno un punto, oltre a garantire risorse per il dopoterremoto.

Ma come si recupereranno queste cifre? Ridurre la spesa pubblica di 5 miliardi tra giugno e dicembre del 2012 equivale ad avere circa 8,5 miliardi di risparmi strutturali dal 2013. Tre miliardi dovrebbero derivare dal taglio della spesa di cui si sta occupando il commissario Enrico Bondi. Il resto dovrebbe essere recuperato da ulteriori tagli alla spesa corrente dei ministeri. Il Servizio del bilancio del Senato ne ha analizzato tutte le voci di spesa, pari a 283 miliardi (comprensivi di stipendi) sui 779 complessivi spesi dallo Stato. Metà delle risorse, cioè 108 miliardi, servono al semplice funzionamento della «macchina», rispetto ai 36 miliardi che vanno in conto capitale.

Il servizio studi ha segnato con un cerchietto gli stanziamenti più consistenti rispetto al totale previsto dai vari ministeri per il 2012. Ad esempio sui 79 miliardi spesi dal ministero dell'Economia si evidenziano i trasferimenti a società pubbliche: 1,8 miliardi a Ferrovie, Anas e Enav; 4,3 miliardi all'Inps a copertura del disavanzo fondo pensioni per il personale Fs. Curioso il dato dei versamenti alle confessioni religiose, pari a 1,1 miliardi. Tra le spese di funzionamento, spiccano quelle legate al potenziamento della lotta all'evasione fiscale: 1,4 per l'attività della Guardia di finanza e 2,6 per la repressione di frodi e violazioni fiscali. Il ministero dello Sviluppo che costa 7 miliardi, ne spende 6,6 in spesa in conto capitale.

Il servizio studi segnala alcune spese di funzionamento: 17 milioni di trasferimenti all'Autorità per la concorrenza e i mercati, 122 milioni trasferimenti all'Ice, 158 milioni dotazione capitale Enea. Il ministero del Lavoro che esprime una spesa da 100 miliardi ne versa ben 98 in interventi di politica sociale; 300 milioni vanno al funzionamento degli uffici territoriali. Sui 7 miliardi spesi dalla Giustizia, 3,2 servono al funzionamento dei Tribunali, un cerchietto segnala una spesa di 848 milioni in spese per intercettazioni. Sul miliardo e sette speso dagli esteri pesa per 579 milioni il funzionamento delle sedi estere e per 461 milioni i contributi a organismi internazionali.

Sui 44 miliardi per l'Istruzione 40 vanno alle spese per l'istruzione scolastica e 444 milioni alle università: si segnalano 269 milioni per il sostegno alla scuola paritaria e 84 milioni alle università private. Sul conto da 11 miliardi dell'Interno, 486 milioni sono da addebitare al funzionamento delle Prefetture. Si evidenziano 54 milioni per la protezione collaboratori di giustizia e 200 milioni per i servizi di accoglienza a stranieri. Costa 7,5 il ministero delle Infrastrutture e trasporti, di cui 5,5 in investimenti, tra gli interventi, 581 milioni di sgravi per le imprese armatoriali. La Difesa pesa 19 miliardi, 17 dei quali per il suo funzionamento, tra gli investimenti più cospicui, 1,9 miliardi per la costruzione e l'acquisizione di impianti e servizi.


Antonella Baccaro
11 giugno 2012 | 8:11

Orso bianco tenta la fuga scagliando sassi contro il vetro dello zoo

Il Mattino

AMSTERDAM - Vicks è il nome di un orso polare che si trova allo zoo di Rotterdam. Fino all'altro ieri era considerato alegro e giocoso: ora i dubbi crescono. Venerdì pomeriggio, mentre due visitatori si trovavano nella parte sottostante la piscina, per assistere alle evoluzioni in acqua del plantigrado, l'orso ha preso un grosso masso e lo ha scagliato contro il vetro nel tentativo di romperlo per darsi alla fuga.



Fortunatamente il vetro, realizzato per resistere anche ai colpi più violenti, non ha ceduto e si è solo lesionato. I due visitatori sono fuggiti spaventati e l'orso è stato trasferito per consentire la riparazione della vasca.


Domenica 10 Giugno 2012 - 14:07    Ultimo aggiornamento: 14:10