sabato 9 giugno 2012

Piccoli e artigianali i birrifici italiani hanno fatto boom

La Stampa

È una nicchia, ma in forte crescita, anche di qualità



 

Roberto Fiori
Roma

Sarà pur vero che chi beve birra campa cent’anni. Ma anche chi la produce non se la passa tanto male. Lo dicono gli industriali di Assobirra, secondo i quali nel 2011 hanno scoperto la birra sette milioni di neo consumatori italiani. E lo dice la straordinaria vivacità con cui sono cresciuti i microbirrifici, raggiungendo vette quantitative e qualitative da far invidia anche ai celebri monaci trappisti del Belgio. Basti pensare che, se nel 1996 i birrifici artigianali attivi nel nostro paese erano solo sette, nel 2012 sono diventati 450.

Di questi, 227 sono recensiti nella nuova «Guida alle Birre d’Italia 2013» edita da Slow Food che sarà presentata domani alla manifestazione romana Vinòforum, sul Lungotevere. Una scelta per nulla fuori campo, se è vero che ormai la birra ha raggiunto il vino nell’immaginario degli italiani. «Easy, versatile e democratica, la birra è insostituibile come i jeans», dice il presidente di Ispo Renato Mannheimer, che da 15 anni studia per Assobirra l’evoluzione dei consumi di chiare, rosse e scure. Lo è soprattutto per i più giovani: nella fascia dai 16 ai 44 anni, la birra è la bevanda preferita, mentre il vino è il prescelto dagli over 45. Ma come per i bianchi e i rossi, anche per le chiare e le scure c’è grande differenza tra le produzioni più semplici e quelle più complesse e articolate.

Così, se da un lato i consumi in generale stanno reggendo di fronte alla crisi, dall’altro in Italia si è assistito in pochi anni all’emergere di un’inarrestabile «nouvelle vague» della birra artigianale. In termini di volume, si tratta di una nicchia: poco più del 2% dei 17,2 milioni di ettolitri consumati in un anno. Ma l’originalità e la qualità di questa produzione ha conquistato i menu di ristoranti e wine bar, stupito anche gli estimatori stranieri più preparati. «A livello internazionale, oggi l’Italia è vista come il secondo produttore più interessante della nuova era, dopo gli Stati Uniti» dice Luca Giaccone, curatore della Guida di Slow Food insieme con Eugenio Signoroni. «I nostri birrai fanno incetta di medaglie alla World Beer Cup, all’European Beer Star e al Mondial de la Bière, dove fino a pochi anni fa non erano neppure ammessi».

Come è arrivato il successo? «Inizialmente, hanno catturato l’attenzione con l’originalità e la fantasia, proponendo birre alle castagne, utilizzando cereali inusuali come il farro e il kamut, contaminandosi con il mondo del vino fino all’uso della barrique e legandosi strettamente al territorio». Ma ormai si è passati dalla curiosità al rispetto vero e proprio. «Oggi c’è una tendenza a semplificare, a cimentarsi nei settori più canonici». E i risultati sono entusiasmanti: il sito americano RateBeer ha decretato che la miglior Classic German Pilsener 2012 è una birra nostrana, la Tipopils del Birrificio Italiano. Ma 10 euro per un litro di birra artigianale, contro 1,5 euro di quella industriale, non sono troppi? «No, perché si tratta di aziende giovani e piccole, che devono sostenere i costi degli investimenti, delle materie prime e del processo di produzione - dice Giaccone -. Quando il mercato sarà più maturo, ci saranno i margini per abbassare un po’ i prezzi».

L'ultima grande fuga da Alcatraz

di Enrico Silvestri - 09 giugno 2012, 17:17

L'11 giugno del 1962 tre detenuti riuscirono a evadere dalla fortezza realizzata su un isolotto nella baia di San Francisco. Di loro non si ebbe più traccia e ancora oggi non si sa se affogarono o toccarono terra sani e salvi


Per mesi rubarono senza farsi accorgere dalle guardie, materiale per costruire tre manichini completi di teste da infilare nei loro letti, dei raschietti per allargare i condotti di ventilazione e una zattera.



E l'11 giugno del 1962 i tre detenuti misero in atto l'audace piano per evadere dalla più celebre prigione al mondo: Alcatraz. La polizia si mise subito sulle loro tracce ma, a parte alcuni relitti trovati in mare, di loro non si ebbe mai più traccia. E da cinquant'anni ancora si discute se siano riusciti davvero a scappare oppure morti nel tentativo di fuga. E per non sbagliarsi gli americani sopra ci fecero anche alcuni film.

Alcatraz è isoletta di appena 85mila metri quadrati di dura roccia, per questo chiamata anche «the rock», nella baia di San Francisco, a due chilometri dalla costa. Deve il suo nome a una particolare tipo di uccello, molto simile al gabbiano, unico «residente» trovato sullo scoglio quando nel 1850 venne realizzato un faro. La seconda costruzione fu poi nel 1909 un carcere che per un solo anno tra il '33 e il '34 fu riservato a detenuti militari. Tradizionalmente vi finivano non tanto i detenuti più pericolosi ma quelli più abili nel concepire e realizzare clamorose evasioni da altre galere americane. La permanenza in celle singole per 23 ore al giorno, la stretta sorveglianza e il braccio di mare pieno di correnti, avrebbero dovuto rendere impossibile qualsiasi tentativo di fuga.

Il carcere rimase poi in attività fino al 1963 quando venne chiuso a causa dei suoi costi proibitivi poiché ogni cosa, dal cibo ai vestiti, dall'acqua potabile ai medicinali, doveva essere portato via mare. Tanto che qualcuno sostenne che se i detenuti fossero stati ospitati in qualche lussuoso albergo, sarebbero costati meno al contribuente. Da qualche anno comunque Alcatraz è stato nuovamente aperto, ma ai turisti e attraverso visite guidate, e oggi è gestito dal National Park Service e fa parte della Golden Gate National Recreation Area.

Oltre ai costi, non fu forse estraneo alla decisione di chiudere la struttura il fatto che la fortezza si rivelò non propriamente inviolabile. Il primo a tentare l'evasione fu Joseph Bowers nel '36, ma il detenuto fu ucciso dalle guardie, mentre l'anno dopo Theodore Cole e Ralph Roe riuscirono a scappare. Roe fu rintracciato in Sudamerica quattro anni dopo e ha sempre sostenuto che il compagno di evasione era morto. Nel 1938 finirono male i tentativi di Thomas Limerick, ucciso dagli agenti penitenziari, e di James Lucas e Rufus Franklin, bloccati e condannati all'ergastolo. Nel 39 tentarono la fuga in cinque: due furono uccisi, tre ripresi. Nel 1943 ci provarono in sette e anche questa volta finì nel sangue, cinque morirono e due tornarono in cella. Il 16 dicembre del 1962 Darl Parker e John Paul Scott sgusciarono tra le sbarre di una finestra delle cucine: il primo fu preso subito, il secondo trovò la polizia ad attenderlo sul molo di San Francisco.

Ma l'evasione della storia fu quella organizzata da Frank Lee Morris e da John e Clarence Anglin. Nato a Washington nel 1926 Morris, mente del colpo, fu probabilmente abbandonato alla nascita dai genitori e passò la maggior parte della sua infanzia presso diverse famiglie. A 13 anni fu accusato di furti e successivamente arrestato per possesso di droga e rapine a mano armata. Rinchiuso ad Atlanta conobbe i fratelli Anglin, John e Clarence nati a Donalsonville in Georgia, rispettivamente nel 1930 e nel 1931. Insieme a un terzo fratello Alfred, a vent'anni si misero a rapinare banche e nel 1956 furono arrestati. Morris e gli Anglin famigliarizzarono immediatamente e altrettanto in fretta progettarono un tentativo di evasione che però fallì. Dopo di che i tre furono separati, salvo ritrovarsi ad Alcatraz dove arrivarono uno dopo l'altro tra ottobre 1960 e gennaio 1961.

Appena ricomposto, il terzetto iniziò a elaborare un nuovo piano di evasione che via via prese la forma definitiva. I tre avrebbero usato dei raschietti per allargare i condotti di areazione e uscire dalla fortezza. Per non fare scoprire subito la loro assenza, e avere così il tempo di percorrere i cunicoli, avrebbero messo dei fantocci con tanto di testa sulle brande. Una volta all'esterno avrebbero recuperato la zattera assemblata in gran segreto e preso il largo. I tre lavorano per due anni al progetto, rubacchiando il materiale necessario per realizzarlo. E l'11 giugno 1962, il piano andrò in porto esattamente come era stato concepito, eccezion fatta per il quarto evaso, Allen West, che all'ultimo momento non riuscì a unirsi ai complici.

La mattina seguente gli agenti di custodia ritrovarono le teste finte nelle brande dei prigionieri e fu dato l'allarme. Il Federal bureau of investigation condusse una delle più grandi cacce all'uomo della storia ma fu solo in grado di trovare sulla spiaggia alcuni resti della zattera, salvagenti e una borsetta impermeabile con gli oggetti personali di Clarence Anglin. Dopo 17 anni di indagini, il 31 dicembre 1979 l'Fbi dichiarò ufficialmente chiuso il caso, non essendoci alcuna prova che i tre uomini fossero ancora vivi. La clamorosa vicenda e l'incertezza sulla sorte degli evasi destò un enorme clamore nel Paese tanto che nel 1979 ne fu tratto un film, con Eastwood nella parte dell'audace Morris, Fred Ward e Jack Thibeau rispettivamente John e Clarence Anglin. Anche la pellicola si chiude con i tre che prendono il largo tra i flutti, senza azzardare ipotesi sulla loro sorte che da cinquant'anni rimane un misero.

Dentro il bunker perfetto: ecco dov'è stato catturato il boss Ciccio Pesce

Corriere della sera

Il potente 'ndranghetista c'è stato nascosto per oltre un anno prima di essere arrestato. Ora è stato richiuso per sempre.

di Andrea Galli


Giorno dopo giorno aveva letto della caccia. Di minuto in minuto vide la sua cattura. Ora non rimane più niente: giovedì i carabinieri hanno chiuso, sigillato per sempre, il bunker che dall'aprile 2010 al 9 agosto 2011 aveva nascosto Francesco Pesce detto Ciccio. Boss giovane, di trentaquattro anni. E potentissimo, visto che comandava su Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, quindicimila abitanti e duecentocinquanta affiliati alla 'ndrangheta.




La signoria del male - Estorsioni, droga, amici fra i politici, controllo degli appalti, omicidi, riciclaggio di denaro sporco, armi. Il clan Pesce, scrisse un giudice, aveva in mano Rosarno a modo di signoria. E l'ultimo rifugio era una fortezza di rara perfezione, parola degli investigatori pur abituati alla ricca, creativa, a volte perfino avveniristica specializzazione delle cosche nella costruzione di bunker. In quello di Ciccio c'erano aria condizionata, due camere, cucina, televisione. Sui letti (tre) numerosi i quotidiani calabresi, dai quali il boss apprendeva l'evoluzione delle ricerche dei carabinieri; un maxischermo appeso alla parete e diviso in sedici quadratini trasmetteva le immagini esterne filmate dalle telecamere a protezione del nascondiglio.

Professione bunkerista - Nei pozzi a pelo d'acqua. Sotto i fienili. Botole azionate da congegni elettronici. Non è un caso che in Calabria esiste - non istituzionalizzata ma riconosciuta e ricercata - la figura professionale del bunkerista. Che individua e studia la tipologia del terreno e degli ambienti, che sceglie il materiale, che realizza come nel caso di Pesce ingegnosi sistemi per il ricambio dell'aria sottoterra. E che realizza soprattutto pareti e soffitti di infinita potenza e solidità. Il bunker perfetto non rimanda mai il rumore di vuoto quando carabinieri e poliziotti percuotono ogni singolo centimetro alla ricerca di un indizio acustico. Il rumore di vuoto significa che dietro c'è qualcosa. E invece per scardinare il soffitto del bunker di Ciccio, giovedì mattina, nell'intervento disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nelle persone del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del pm Alessandra Cerreti, la ruspa ha dovuto penare.

Velo di cemento - Uno strato fitto di ferro. Cemento e ferro. Ferro, un mare di ferro. La ruspa andava puntualmente a cozzare. Come scavare un buco nell'asfalto con una forchetta. Fin quando si è aperto uno spiraglio. La diga ha iniziato a cedere. Un varco. Una parte del soffitto, in coincidenza del bagno del bunker, è crollato. Gli operai hanno introdotto pietre e sassi, a getto continuo, per spargerli sia nel bagno sia nelle stanze attorno. Hanno steso un velo di cemento sopra a chiudere. E a seppellire il nascondiglio. A lavorare c'era anche Antonio Pronestì, 45 anni, il proprietario della Demolsud, l'area industriale di Rosarno - un'area composta da magazzini, autorimesse e depositi di camion nascosti alla vista e persi nelle campagne calabresi di ulivi e kiwi scelta da Pesce per realizzare il rifugio. Dopo un'estenuante ricerca i carabinieri del Ros, il Raggruppamento operativo speciale, avevano scovato il bunker. Per riannodare i fili erano partiti da una delle amanti del boss, avevano ricostruito la rete dei fiancheggiatori ed erano risaliti alla Demolsud di Pronestì. I lavori di chiusura del bunker, ricreato sotto un piazzale e a fianco di un pollaio, è stato obbligato a pagarli lui. Sudava, sotto il sole.

Andrea Galli
9 giugno 2012 | 17:45

Auto, uno specchietto contro il «punto cieco»

Corriere della sera

Il matematico Andrew Hicks ha brevettato uno specchietto laterale che allarga la visione a 45 gradi dai 15 attuali


Lo specchietto inventato da Hicks (dal sito http://www.math.drexel.edu/~ahicks/driverside/) Lo specchietto inventato da Hicks (dal sito http://www.math.drexel.edu/~ahicks/driverside/)

MILANO - La ricerca è del 2008, ma, da poco esiste il brevetto, premessa di una futura commercializzazione. L'oggetto dello studio permetterebbe di risolvere uno dei problemi più sentiti dagli automobilisti, quello della limitata visione degli specchietti laterali. Un nuovo specchietto retrovisore laterale potrebbe infatti eliminare il fastidioso «punto cieco», la zona che il guidatore non riesce a vedere alle sue spalle.

L'INVENZIONE - Lo specchietto, leggermente curvo, ha infatti un campo visivo di 45 gradi, a differenza dei normali specchietti in cui il campo è di 15 -17 gradi. Lo ha realizzato Andrew Hicks, matematico del Drexel's College of Arts and Sciences negli Stati Uniti: tramite un algoritmo Hicks ha calcolato il modo di creare uno specchio curvo riducendo al minimo la distorsione. Come in una sfera da discoteca, la superficie sferica offre una maggiore possibilità di osservare gli oggetti alle proprie spalle» ha spiegato Hicks, che ha descritto la sua invenzione sulla rivista Optics Letters e che ha recentemente registrato il brevetto. «Tuttavia, una curvatura leggera non si traduce in una distorsione dell'immagine».

LE ALTERNATIVE - In attesa che il nuovo tipo di specchio retrovisore diventi realtà, l'industria automobilistica ha da tempo affrontato il problema. Già diversi anni fa la Volvo poi seguita da diverse altre case automobilistiche ha introdotto il Blis (la sigla sta per Blind Spot Information System) un sistema elettronico che avverte il guidatore che sta cambiando corsia che potrebbe entrare in potenziale contatto con un veicolo «invisibile» in quanto situato nel suo angolo «cieco».

Redazione Online9 giugno 2012 | 11:41

Il Vaticano «preoccupato» per il caso Gotti Tedeschi

La Stampa

Una nota della Sala Stampa: «Siano rispettate le prerogative sovrane della Santa sede». La sfiducia al presidente non c'entra con la trasparenza

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

0ccef70bbd


La vicenda IOR e il sequestro delle carte dell’ex presidente Ettore Gotti Tedeschi rischia di far salire la tensione fra la Santa Sede e la magistratura italiana. Questa sera la Sala Stampa della Santa Sede ha reso noto un comunicato nel quale si afferma «sorpresa e preoccupazione» per quanto accaduto in questi giorni, manifestando fiducia che le «prerogative sovrane» del Vaticano saranno rispettate e informando che si esamineranno «con la massima cura» l’eventuale «lesività delle circostanze». Nella nota si afferma anche che la sfiducia a Gotti è stata motivata da problemi legati alla «governance» interna allo IOR e non ha nulla a che vedere con una «presunta opposizione» alla trasparenza.

Ecco il testo della nota vaticana: «La Santa Sede ha appreso con sorpresa e preoccupazione le recenti vicende in cui è stato coinvolto il professor Gotti Tedeschi. Ripone nell’autorità giudiziaria italiana la massima fiducia che le prerogative sovrane riconosciute alla Santa Sede dall’ordinamento internazionale siano adeguatamente vagliate e rispettate». «La Santa Sede – continua il comunicato – conferma inoltre la sua piena fiducia nelle persone che dedicano la loro opera con impegno e professionalità all’Istituto per le Opere di Religione e sta esaminando con la massima cura l’eventuale lesività delle circostanze, nei confronti dei diritti propri e dei suoi organi».

«Si ribadisce, infine – conclude la nota della Sala Stampa – che la mozione di sfiducia adottata nei confronti del professor Gotti Tedeschi da parte del Consiglio di Sovrintendenza è stata fondata su motivi oggettivi, attinenti alla governance dell’Istituto, e non determinata da una presunta opposizione alla linea della trasparenza, che anzi sta a cuore alle Autorità della Santa Sede, come all’Istituto stesso».

Il comunicato arriva dopo il sequestro delle carte private del banchiere piacentino da parte dei magistrati italiani nell’ambito di un’inchiesta su Finmeccanica. Tra queste carte era presente una consistente documentazione riguardante lo IOR, che Gotti Tedeschi intendeva presentare al Papa attraverso il suo segretario per difendersi, facendo la storia dei tre anni passati alla guida della banca vaticana e delle difficoltà che aveva incontrato. Il presidente dello IOR era stato sfiduciato lo scorso 24 maggio e il giorno successivo era stato divulgato il documento durissimo contenente nove contestazioni contro di lui, a firma di Carl Anderson, uno dei membri del board e leader dei Cavalieri di Colombo.

Quel testo, che demoliva moralmente e professionalmente Gotti Tedeschi, lasciando anche balenare un suo coinvolgimento nelle vicende dei «corvi», rappresenta un fatto inedito nella recente tradizione comunicativa della Santa Sede.

Tv via cavo, palestre e calcio Guantanamo sembra un hotel

Libero

Obama voleva chiuderlo e invece lo ha trasformato in un "villaggio vacanza" per terroristi al costo di 140 milioni di dollari l'anno


Screen 2012.6.9 16-31-0.8

Era il terribile carcere di massima sicurezza dove venivano rinchiusi i pericolosi terroristi di Al Qaeda catturati in tutto il mondo. Fra loro gli uomini che hanno organizzato l'attentato alle Torri Gemelle, tuttora sotto processo. Il presidente Barack Obama, appena arrivato alla Casa Bianca, aveva annunciato la chiusura di quel luogo che rappresentava il triste passato dell'amministrazione di George W Bush. E invece, non solo non lo ha chiuso, ma ha portato avanti un massiccio piano di ristrutturazione, offrendo ai detenuti comfort che molti carcerati si sognano.

Al posto delle controverse gabbie ci sono spazi comuni dove si può guardare la tv via cavo. Per chi non vuole starsene di fronte al teleschermo, sono stati realizzati un nuovo campo da calcio (costo esorbitante di 750 mila dollari) e un ampio centro sportivo. Come se non bastasse, per i prigionieri che hanno orchestrato attentati e ucciso innocenti c'è un'ampia biblioteca, con una selezione di libri che va dai testi sacri ai bestseller, come Harry Potter, tradotti in varie lingue.

Non mancano i dvd e i giornali arabi. Tenere in piedi tutto questo sta avendo costi esorbitanti. Secondo la televisione Nbc, che ha realizzato un servizio sul rinnovato carcere sull'isola di Cuba, ogni anno i contribuenti devono sborsare ben 140 milioni di dollari per mantenere i 169 detenuti, facendo di Guantanamo la prigione più costosa degli Stati Uniti. Si tratta, all'incirca, di 800 mila dollari per ogni terrorista. Per molti di loro il penitenziario all'interno della base americana di Gitmo è diventato una vera e propria casa.

Alcuni sono lì sin da quando è stato aperto, nel 2002, per ospitare i cosiddetti “combattenti irregolari”. Oggi trascorrono il tempo pregando - possano farlo cinque volte al giorno -, e frequentando i vari corsi che sono stati introdotti dopo l'arrivo di Obama alla Casa Bianca. C'è quello di pittura, con tanto di “opere” dei carcerati esposte in un'ala della prigione, come se si trattasse di artisti affermati. E quelli di scrittura del proprio curriculum vitae e di “finanza personale”, per gestire la propria vita una volta usciti dal campo. Anche se nessuno di loro sa quando questo sarà possibile.

Così i lavori vanno avanti e già si progetta un nuovo ospedale al posto di quello di oggi, più grande e con nuove sale operatorie. Il vero problema è cosa farne di questi 169 detenuti. Qualcuno di loro, come successo a un algerino, chiede di rimanere nel carcere, preferendo tutti quei comfort alle torture nel proprio Paese. E anche i penitenziari negli Usa non li vogliono. A New York si sono opposti ad ospitare il processo ai cinque mandanti dell'attacco alle Torri Gemelle.

Il sindaco Michael Bloomberg si è messo di traverso, dicendo che sarebbe costato 400 milioni solo per le spese della sicurezza. Ma soprattutto il Congresso si è opposto. I repubblicani sono perfino riusciti a inserire nell'ultima finanziaria una postilla che vieta al Pentagono di usare propri fondi per trasferire i detenuti di Guantanamo sul continente. E nell'aprile del 2011, lo stesso ministro della Giustizia, Eric Holder, ovviamente malvolentieri, ha dovuto accettare la sconfitta, rinviando il caso a una Corte Militare, quindi a Gitmo.

di Alessandro Carlini

Niente soldi all’ex moglie. Reato procedibile d’ufficio

La Stampa

C'è un assegno divorzile di 650 euro da corrispondere alla ex moglie, che però non vede un soldo da giugno a settembre 2005.

Marito querelato, ma poi arriva il ripensamento della donna: remissione della querela e dichiarazione di improcedibilità da parte del Tribunale. Secondo i giudici di merito, infatti, il reato di omessa corresponsione dell’assegno divorzile, punito dall’art. 12 sexies l. n. 898/1970 – richiamante il trattamento sanzionatorio previsto per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.) – è procedibile a querela di parte. Ma, il Procuratore Generale non è dello stesso avviso e si rivolge alla Suprema Corte per ottenere la cassazione della sentenza.

Secondo il procuratore, il reato contestato all’uomo deve considerarsi procedibile d’ufficio, poiché il rinvio alle pene stabilite dall’art. 570 c.p. «investe il solo profilo sanzionatorio e non è estensibile anche alle condizioni di procedibilità». La Cassazione (sentenza 12309/12) accoglie il ricorso del procuratore e afferma che «il reato di omessa corresponsione dell’assegno divorzile è, infatti, procedibile di ufficio». Risulta, dunque, priva di rilievo la remissione di querela dell’ex coniuge accettata dall’imputato. E il Tribunale di Ancona, ora, dovrà tener conto dell’indicata procedibilità d’ufficio e decidere nel merito.

Un suicidio al giorno tra i soldati americani

Corriere della sera

Nei primi 155 giorni dell'anno, 154 militari statunitensi si sono uccisi: il 50% in più rispetto ai morti negli scontri con talebani


Record di suicidi tra le truppe americane. Non accadeva da un decennio che tanti soldati Usa, la maggior parte dei quali dispiegati in Afghanistan, si togliessero la vita. Nei primi 155 giorni del 2012 ben 154 membri delle Forze armate statunitensi (l'anno scorso erano «solo» 130) si sono uccisi. In media un suicidio al giorno. Cifre che hanno sbalordito anche i capi militari americani che non si aspettavano un'impennata così vertiginosa. Nei due anni precedenti infatti il tasso di suicidi tra le truppe si era stabilizzato e gli analisti del Pentagono avevano pronosticato per il 2012 un'inversione di tendenza.

CAUSE - Il numero dei soldati che si suicidano è superiore del 50% rispetto a quello delle truppe americane uccise dai talebani sui campi di battaglia in Afghanistan. Secondo i funzionari statunitensi le cause del fenomeno sono molteplici. I soldati più esposti sono quelli che hanno alle spalle più anni di combattimento. Ma una parte sostanziale dei militari che si tolgono la vita sono persone che non hanno mai combattuto in prima linea. Tra le altre motivazioni di questo impressionante picco di suicidi ci sono lo stress prolungato per piu' di un dislocamento al fronte, problemi post-traumatici, abuso di farmaci e la debole economia americana che spesso non riesce a offrire un nuovo lavoro ai veterani una volta che questi sono tornati in patria:

«A questo punto siamo molto preoccupati - ha dichiarato Jackie Garrick, capo del nuovo ufficio della Difesa che si occupa di prevenire i suicidi nell'esercito - Le statistiche ci dimostrano che sono sempre di più i soldati che si uccidono, mentre eravamo certi che il tasso quest'anno sarebbe diminuito». Il problema è stato affrontato recentemente anche dal segretario della Difesa Leon Panetta. «Bisogna eliminare i pregiudizi che colpiscono i soldati che soffrono di stress post-traumatici e altri problemi di salute mentale - ha dichiarato Panetta - Non si può più tollerare alcuna azione che minimizza, umilia o ostracizza qualsiasi individuo, soprattutto quelli che richiedono o sono responsabilmente alla ricerca di servizi professionali"

SOTTOVALUTAZIONE DEL FENOMENO - Spesso i ragazzi che hanno combattuto al fronte non riescono a reintegrarsi nella società civile. Kim Ruocco, moglie del maggiore John Ruocco, impiccatosi nel 2005, ha raccontato alle agenzie americane dalla sua casa di Boston la tragedia vissuta da sua marito, incapace di chiedere aiuto: «Aveva tanta paura - dichiara la donna - Temeva che la gente potesse considerarlo un debole. Aveva timore che i suoi concittadini pensassero che stesse solo tentando di uscire dall'esercito o che volesse un nuovo impiego, invece lui era malato. Aveva subito una ferita in combattimento e aveva sofferto anche di depressione e non si era curato per anni. E per questo si è ucciso».

I critici affermano che l'esercito in realtà faccia troppo poco per prevenire il dramma dei suicidi. Un mese fa ha provocato grandi polemiche un post (poi ritrattato) pubblicato su un blog da un alto generale dell'esercito americano attraverso il quale il militare ha attaccato senza mezze misure i «soldati deboli»: «Sono personalmente stufo dei soldati che scelgono di togliersi la vita così da permettere ad altri di sollevare un putiferio - scriveva il generale - Siate adulti, comportatevi come persone mature e cercate di risolvere i vostri problemi come fa il resto delle persone».

Francesco Tortora
9 giugno 2012 | 15:23

All'asta Apple 1 Primo computer ideato da Jobs

Corriere della sera



Un Apple 1, il primo computer creato da Steve Jobs e Steve Wozniak nel 1976, sarà venduto all'asta da Sotheby's a New York il prossimo 15 giugno. Completo della sua interfaccia originale e con tanto di manuale con le istruzioni per l'uso, Apple 1 ha un valore stimato intorno ai 180 mila dollari. Al mondo dovrebbero esisterne ancora una cinquantina di esemplari di cui solo 6 funzionanti. All'epoca della sua commercializzazione, l'Apple 1 aveva un prezzo di 666,66 dollari.

Ecco la meritocrazia: la sinistra assume un no global violento

di Fabrizio Boschi - 09 giugno 2012, 08:56

L’ex leader di un centro sociale ha avuto guai con la giustizia. Ma incassa 46mila euro come "consulente per i diritti umani"


Screen 2012.6.9 10-9-42.8

Da «no global» a funzionario delle istituzioni. Da antagonista, con precedenti penali, a uomo di fiducia di un ente pubblico. Da disobbediente a consulente della Provincia che ha attaccato per anni.

Succede anche questo nel Paese delle contraddizioni a colpi di parate «sobrie», di tasse sulle patatine fritte e sulle macerie, nel Paese dei Lusi e dei Belsito. Questa volta succede nell’autonoma Provincia di Trento. Autonoma proprio in tutto. Dopo anni di contestazioni e lotte violente, il compagno Federico Zappini, 29 anni, ex leader del centro sociale «Bruno» di Trento, protagonista di tante occupazioni di edifici pubblici, tra cui l’ex Dogana (tuttora occupata), di proprietà della Provincia, è stato assunto dalla Provincia stessa. Senza alcun bando.

Il presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dorigatti (Pd), tre legislature alle spalle, col vizio di pontificare sui tagli ai costi della politica, ha affidato un incarico da 46.704,84 euro lordi (scadenza giugno 2014) a Zappini per «progetti e iniziative concernenti l’attività del Forum trentino per la pace e i diritti umani». Per essere più chiari, a un ex contestatore delle leggi è stato affidato il compito di diffondere la cultura della legalità e della pace. Una scelta, tra l’altro, raccomandata dallo stesso presidente del Forum, Michele Nardelli che, coincidenza, è anche consigliere provinciale del Pd.
 
Sprechi, insomma. Mentre vengono imposti sacrifici a tutti e i giovani non trovano lavoro, Zappini da oppositore del potere e delle lobby, si trova ora nel libro paga della pubblica amministrazione. Bel colpo, per uno che fino ad un paio di anni fa era segnalato dalla polizia come leader di un movimento violento di area antagonista. Nel 2007, Zappini e i suoi compari furono anche condannati a 4 mesi di carcere (pena sospesa), per l’occupazione di un’area.

Inutile dire che a Trento la notizia, riportata dall’Adige (la consulenza è pubblicata anche sul sito del Consiglio provinciale), ha scatenato il finimondo. Nella città del Concilio un «no global» che gironzola nei palazzi delle istituzioni fa venire i brividi. E non solo all’opposizione. Anche la sinistra mugugna, leggasi Partito autonomista trentino e Idv. Ma c’è imbarazzo anche nel Pd, che parla di opportunità ai giovani meritevoli, che porta avanti battaglie sulla trasparenza dei posti pubblici, che vuole tagliare le consulenze, e che poi fa l’esatto opposto. «Ma perché proprio uno come Zappini?», si domandano tutti. «Perché - spiega Nardelli - Zappini ha svolto il servizio civile al Forum dando un contributo importante». E poi è sicuro che «Zappini non ha appartenenze politiche precise». E lo trova persino «una persona di rara intelligenza».

Sarà, ma vederlo a sbraitare nelle piazze o a digrignare i denti mentre due celerini lo trascinano via da una delle sue scorribande, fa venire come minimo qualche dubbio. «Un incarico che offende le istituzioni - dice Giorgio Leonardi, coordinatore provinciale del Pdl trentino - e che premia chi ha fatto azioni illegali». E il capogruppo provinciale della Lega, Alessandro Savoi, ironizza: «È proprio vero che a 20 anni si è incendiari e a 30 si diventa pompieri». Il diretto interessato, che qualcosa da dire l’ha sempre avuta, stavolta tace. «Aspetterei volentieri un attimo». Ma siccome non tutto è come appare, una spiegazione, forse, c’è.Gli orsetti del «Bruno» alle elezioni comunali o provinciali non hanno mai fatto mancare i voti al centrosinistra che governa Palazzo Thun e Piazza Dante.
Tutto spiegato.

Anonymous oscura Grillo. Lui: «Non sono stati loro» . E gli hacker si dividono

Corriere della sera

Le accuse:«Non candida stranieri, sostiene cure dannose e distrugge la natura. Non sia più il volto del M5S»


La foto in cui, secondo Anonymous, Grillo fa il saluto romanoLa foto in cui, secondo Anonymous, Grillo fa il saluto romano

«Salve Beppe Grillo, Anonymous oggi ha deciso di regalarti un po' della sua attenzione». Inizia così il comunicato in cui i web hacktivist italiani annunciano di aver hackerato il sito dell'ex comico genovese alle 15:40 di venerdì pomeriggio. Il sito risulta tutt'ora inaccessibile. Un'azione abbastanza atipica, soprattutto per quanto riguarda la scelta del bersaglio. Tanto che Grillo attraverso il suo profilo Facebook e Twitter dice: «L'attacco contro www.beppegrillo.it non è opera di Anonymous. Chiedo aiuto alla Rete, e ovviamente anche ad Anonymous, per identificare il gruppo che ha bloccato il sito». Subito dopo un esponente del movimento conferma a Corriere.it di aver preso parte insieme ad altri hacker all'attacco
.
UN SOTTOGRUPPO - Il tutto mentre su Twitter e su Facebook si rincorrono voci e smentite, con alcuni che si schierano dalla parte del leader del Movimento Cinque Stelle e altri che lo accusano di censura. E con gli hacker stessi che si dividono. «Non è in linea con quello che Anonymous fa di solito», è il grido di molti. «Sono cani sciolti, noi di solito non attacchiamo chi fa informazione», scrivono altri. Molti sostenitori di Grillo e anche parecchi pirati si ribellano. Così il comunicato viene prima rimosso. E poi nella notte ne viene rilasciato un secondoin cui l'azione viene attribuita a un sotto gruppo di Anonymous che avrebbe deciso l'azione senza consultarsi con tutti. Tutto possibile, dato che Anonymous non ha capi e non ha leader. Nel frattempo il blog del comico genovese riprende a funzionare. .

IL SALUTO ROMANO E IL MICROSCOPIO - Sia quel che sia la situazione appare abbastanza ironica, Beppe Grillo si erge a difensore del malcostume e della corruzione, lanciando strali dal suo blog, uno dei siti più frequentati d'Italia. E loro, i vendicatori della rete (o, almeno, una parte di loro), lo sbugiardano due volte. La prima imputandogli una serie di colpe. E poi smentendo la sua smentita. Salvo poi creare una spaccatura profonda all'interno del gruppo di web hactivist italiani. La «punizione» è il tango down del suo sito, ossia la messa fuori uso di beppegrillo.it, fuori uso da parecchie ore. Nel primo comunicato postato su uno dei blog ufficiali degli Anonymous (e poi rimosso) Grillo viene tacciato di varie scorrettezze.

Si va dall'accusa di aver proibito l'accesso agli stranieri alle liste del Movimento Cinque Stelle, passando da un saluto romano testimoniato con una fotografia. Poi il suo sostegno alla medicina alternativa che «invece provoca il cancro» e la «distruzione della barriera corallina, causata dalla sua barca». Fino al caso più «deplorevole». Grillo viene accusato per la scomparsa di un microscopio elettronico «che serviva ai ricercatori per dimostrare che il plasma utilizzato negli inceneritori di ultima generazione è peggiore ai metodi precedenti». Secondo Anonymous infatti, l'ex comico genovese prima ha sostenuto la ricerca, poi l'ha tacciata di plagio sottraendo il microscopio «che (preventivamente) avevi fatto intestare ad una Onlus ai ricercatori, impedendo così il loro lavoro».

SPETTACOLI IPOCRITI - Ma non solo. Gli Anonymous si spingono oltre. E chiedono a Beppe Grillo «di liberare il movimento dal suo nome». «Ti ringraziamo - scrivono ancora gli hacktivist - per aver fatto tremare la politica italiana (seppur blandamente), ma da bravo cittadino, con la massima deferenza, dovresti dare le chiavi del tuo movimento a chi porta avanti la causa, cioè al cittadino stesso, evitando di speculare e lucrare ancora sui tuoi spettacoli che di candido non hanno nulla ma sono sordidi di ipocrisia e menzogne».

Marta Serafini
@martaserafini8 giugno 2012 (modifica il 9 giugno 2012)

Alfasud, quel mito industriale del Mezzogiorno tra ascesa e declino

Corriere del Mezzogiorno

Giuseppe Pesce e Aldo Zappalà raccontano la nascita  e il declino della fabbrica di Pomigliano d'Arco in un documentario Rai (La storia siamo noi)

NAPOLI - 26 giugno del 1977. Una strada deserta di Pollena Trocchia sotto il Vesuvio. Vittorio Flick, responsabile dei rapporti con il personale dell'Alfa Sud di Pomigliano, è nella sua auto in attesa di un collega, quando gli si parano davanti due terroristi incappucciati che mirano alle gambe. L'azione «punitiva» viene rivendicata dagli Operai Combattenti per il Comunismo. Nella grande fabbrica di automobili la produzione si ferma. Si fanno assemblee spontanee nei reparti, ma c'è anche indifferenza. Un volantino sindacale recita: «La grave provocazione di oggi mira a bloccare il processo nuovo che si è avviato, oltre che fra gli operai, fra le altre categorie di lavoratori, gli enti locali, le forze politiche democratiche, i disoccupati».

LO SUNTO DA UNA TESI - Dirà Vittorio Flick ricostruendo, anni più tardi, il ferimento di Pollena: «Solo a posteriori ho capito che nell'ambito del gruppo di fuoco c'erano delle persone che conoscevo e che i fiancheggiatori erano dei delegati sindacali con cui mi confrontavo quotidianamente». È puntigliosa (e in qualche snodo drammatica) la ricostruzione che Giuseppe Pesce e Aldo Zappalà fanno della nascita e del declino della fabbrica di Pomigliano d'Arco nel documentario Rai (La storia siamo noi) Un'auto chiamata Sud. La vera storia dell'Alfaromeo e dell'Alfasud (lo spunto del film è stata una tesi Valeria Amitrano, laureanda in Imprenditoria e Creatività per Cinema, Teatro e Televisione presso l'Università Suor Orsola Benincasa).

Alfa, che sta per «Anonima lombarda fabbrica automobili», si caratterizzerà subito come incubatrice di auto sportive (al volante anche un giovanissimo Enzo Ferrari). Poi entrerà in scena un ingegnere di Sant'Antimo, Nicola Romeo, che nel 1915 rivelerà l'Alfa, trasformandola in una grande fabbrica che produce non solo auto, ma anche treni e motori per aerei (il primo motore sarà su licenza inglese, il Bristol Jupiter a stella) con un polo aeronautico a Pomigliano d'Arco. Nel '28 Nicola Romeo lascia l'azienda, anche se nel logo col biscione resterà il suo nome. Negli anni Trenta, con la nascita dell'Iri, l'Alfa diventa pubblica, fiore all'occhiello del fascismo soprattutto per le vittorie di Nuvolari. Canta Lucio Dalla: «Corre se piove/ o corre dentro al sole/ tre più tre per lui/ fa sempre sette/ con l'Alfa rossa/ fa quello che vuole/ dentro al fuoco/ di cento saette».



LE BOMBE AMERICANE - Le bombe americane colpiscono ripetutamente le officine Avio di Pomigliano così come le strutture produttive al Nord. Per fortuna negli anni '50-'60 l'Alfaromeo conoscerà una nuova, intensa stagione progettando due modelli formidabili per gli stabilimenti di Portello e di Arese: la Giulietta e la Giulia. Racconta Carlo Cavicchi, direttore di «Quattroruote»: «La Giulia diventa subito la macchina della polizia, perché i poliziotti dovevano avere le auto più veloci, ma diventa anche, veloce e grintosa com'è, la macchina dei delinquenti in fuga». Ora alla testa dell'Alfa vi è un grande manager: Giuseppe Luraghi.

1968 e dintorni. Tensioni sociali crescenti e disoccupazione endemica nel Sud convincono il governo a spostare parte della produzione dell'Alfaromeo proprio a Pomigliano con un'auto che vuole essere nuova di zecca: l'Alfasud. Il comitato interministeriale per la programmazione economica finanzia il progetto con 300 miliardi di lire. Sarà Aldo Moro a porre la prima pietra dello stabilimento, ma quando la produzione si avvia, è il 1971, ecco le prime grane. Domenico De Masi ha un ricordo impietoso di quei giorni: «Facevo parte del gruppo che affiancava la selezione del personale. E se servivano cento operai, i raccomandati erano 300. Ogni politico si sentiva in dovere di raccomandare da solo 5000-6000 persone». I «Zezi» cantano tra gli operai la «Tammurriata dell'Alfasud».

QUELL'AUTO INNOVATIVA - A Pomigliano la microconflittualità diventa subito endemica e basta lo sciopero di trenta-quaranta persone a bloccare le linee di produzione. Anche l'assenteismo contribuisce alla ingovernabilità di Pomigliano. Nel gennaio del 1979, un articolo de «l'Unità», a firma di Eleonora Puntillo, denuncia gli sprechi di produzione con la «rottamazione» sospetta di migliaia di «pezzi» forniti quotidianamente dalle aziende dell'indotto. L'Alfasud è comunque un'auto innovativa: trazione anteriore, tenuta di strada che un vecchio alfista definisce nel documentario «pazzesca», nuovo, efficiente motore «boxer» di 63 cv a cilindri contrapposti.

COLLAUDO IN AFRICA - La macchina viene collaudata in avventurosi raid tra Africa e Asia e sembrerebbe perfetta per conquistare i mercati, se accanto ai pregi non emergessero anche vistose carenze, come la ruggine che corrode la carrozzeria. Qualche volta il motore «fonde». Le cose peggioreranno quando l'Alfaromeo creerà una joint-venture con la Nissan per costruire una nuova vettura che sfrutti la meccanica dell'Alfasud. Nonostante gli slogan che accompagnano il lancio del modello («Arna, e sei subito Alfista») le auto costruite a Pratola Serra rimangono a marcire malinconicamente nei piazzali. L'Alfaromeo, che è ormai un'azienda decotta, viene venduta alla Fiat. È il 1986. Nel 2008 Pomigliano d'Arco ha preso il nome di «Stabilimento Giambattista Vico». Sergio Marchionne spera ancora nel successo della "Nuova Panda Ecologica", ma il mercato delle auto boccheggia, con le mogli dei cassintegrati che proprio oggi scendono in piazza a difendere il lavoro dei loro uomini.


Sergio Lambiase

Alemanno e l'eredità di Lucio Dalla: «Sono prigioniero in casa mia»

Corriere della sera

Il compagno: «I parenti negano l'evidenza e mi hanno tolto le chiavi. Piansi al funerale e mi dissero che recitavo»


Marco Alemanno e Lucio DallaMarco Alemanno e Lucio Dalla

ROMA - «Sono prigioniero in casa», dice Marco Alemanno. Si era detto che attorno all'eredità di Lucio Dalla non ci sarebbero state guerre. Ma il cielo, protagonista di tante sue canzoni, è carico di nuvole, turbolenze in arrivo. Da una parte ci sono i parenti, cugini: in prima linea Simone Baroncini, primo corno all'Orchestra del San Carlo di Napoli, e sua madre, capo dei vigili a Bologna. Dall'altra la persona che negli ultimi nove anni è stata più vicina al cantautore: Marco Alemanno, il giovane attore pugliese di 32 anni. Al funerale, per la commozione, gli si strozzarono le parole in gola. Lucio era l'artista, Marco organizzava l'attività di un mondo che condividevano.

Il «caso» è sulla Fondazione nel nome di Dalla, scomparso improvvisamente in Svizzera il primo marzo, a 68 anni, che dovrebbe raccogliere la sua eredità artistica. Nei giorni che seguirono, il cugino in un'intervista al Corriere disse: «Nessun contrasto e non chiedo soldi, la maggior parte dei parenti è d'accordo sulla Fondazione».

Dice ora Alemanno: «I parenti fanno finta che io non esista, negano l'evidenza, da due mesi non ho più contatti diretti». I problemi sono nati subito: «Dopo che è morto Lucio, tutto lo staff è venuto da me, che ero la persona più vicina, chiedendomi se ci fosse il testamento. A me risultava che non avesse lasciato scritto niente, comunque cercate e vedete, risposi. Io non ero nelle condizioni... Come si fa in questi casi, in assenza di testamento, l'avvocato ha depositato l'eredità giacente in Tribunale, che ha chiamato un curatore. I familiari si sono risentiti».

Prima ancora, all'orazione funebre finita tra le lacrime, gli «aventi diritto» dissero che «avevo messo in scena una commedia, recitato una parte». Lui continua ad abitare a Bologna, nella casa di Dalla in via D'Azeglio, fatta su più livelli, 2200 metri quadrati. «Ma sono prigioniero nella mia casa, perché io la chiamo casa mia. Ho un letto, bagno e cucina. Da sei anni sono residente-possessore, come dice la legge. Se devo andare in un altro spazio della proprietà, dove ci sono i miei oggetti o le opere d'arte che Lucio mi ha regalato, deve esserci un testimone, attento, chissà, che non rubi nulla.

Mi hanno tolto le chiavi, cambiato le serrature. Ho solo la parte mia. C'è un curatore, che sta in mezzo, tra me e i cugini. Fui obbligato a fare un inventario, perfino sul mio computer. I parenti quel giorno presero a darmi del lei, mi chiamavano per cognome. Quando cominciarono a discutere su una lampada, andai su tutte le furie. Poi ci fu mio padre che risultava assunto come custode della casa alle Tremiti. Anche da questo fatto è nata una questione».

Un giorno gli chiesero chi avesse e dove fossero gli effetti personali di Dalla: portafogli, orologio, bracciale... «Chi doveva averli, e dove mai potevano essere? La notte, quando provo a dormire, apro il cassetto con i suoi oggetti per poter sentire ancora il suo profumo. Ma di questo a loro forse non importa o comunque non credo possano neanche immaginare che cosa voglia dire davvero».
Lucio e Marco si videro la prima volta nel 1997. «Passeggiavo per Bologna, ci incontrammo per caso». L'anno dopo Marco andò a fare lì l'università. Si dava da fare per vivere: «La mattina pulivo le scale, il pomeriggio provavo nel teatro off, la notte barista in un centro sociale.

Lucio si era intenerito «del piccolo pugliese di Nardò dal futuro incerto», e nel 2004 lo prese a lavorare con sé. Riguardo alla Fondazione, i cugini la immaginano come «un centro di attività, concerti, mostre, teatro, registrazioni e altro». «Lucio ed io ne parlavamo da un anno e mezzo. Lui voleva concentrarsi su una delle sue passioni: il talent scout. Voleva individuare nuovi talenti, musicisti o pittori, in collegamento con l'università. Una settimana prima di partire per l'ultima tournée ci proponemmo di cominciare a cercare fondi e spazi».

Come andrà a finire? «Rispondo con un gigantesco non lo so. Si farà la Fondazione? Non lo so. Ne farò parte? Non lo so. Resterò in via D'Azeglio? Non lo so». Infine ci sono i colleghi e amici di Lucio: Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia, Franco Battiato, Renato Zero, Mimmo Paladino, Toni Servillo. «Mi hanno detto: gli volevamo bene, qualunque cosa succeda, siamo con te». Il 27 giugno al Festival di Taormina ci sarà un omaggio a Dalla. Marco Alemanno interpreterà un racconto da un libro di Lucio: «È intitolato Bella Lavita , come fosse un nome e un cognome, è ambientato tra Taormina, i paesini dell'Etna e Catania. Il protagonista è un ragazzo siciliano, Carmelo, e il proprietario di un autogrill del Nord innamorato del Sud. C'è tutto l'amore di Lucio per la Sicilia».


Valerio Cappelli
9 giugno 2012 | 8:00

Lo strano caso dell'aereo che si frantuma in volo

Corriere della sera

Il velivolo si schianta in Florida dopo aver perso alcuni «pezzi». A bordo una famiglia di 6 persone. Giallo sul corpo di uno dei figli


WASHINGTON - Un aereo piccolo ma robusto. A bordo i Bramlage, una famiglia di sei persone. E una fine improvvisa, dovuta ad «un evento catastrofico». Il velivolo, infatti, si è schiantato in una palude della Florida dopo aver perso dei «pezzi» in volo. Una dinamica che - in parte - ha sorpreso gli ispettori dell'Ntsb, l'agenzia federale per l'aviazione Usa.

LA RICOSTRUZIONE - È giovedì, Ron Bramlage, 45 anni, ricco imprenditore, è al comando del suo aereo. In cabina la moglie e i quattro figli, di età compresa tra gli 8 e i 15 anni. Un volo iniziato alle Bahamas e che, dopo uno scalo, deve concludersi, a Juction City, in Kansas. Ma sulla rotta nasce un problema inaspettato. Come si evince da un tracciato diffuso dalle autorità il pilota cambia rotta in modo repentino. Una brusca virata di 90 gradi verso Est. Manovra seguita da un'emergenza. Bramlage lancia un SOS senza specificare di cosa si tratta.

Sono gli ultimi segnali. Il Pilatus precipita nella riserva di Tiger Creek, 70 chilometri a sud ovest di Orlando. Quando i soccorritori arrivano - in elicottero in quanto è una zona selvaggia - si accorgono subito di alcuni elementi «strani». Rottami dell'aereo sono sparsi in un'area di circa 4 miglia, mancano parte dell'ala destra ed altre componenti. Sul lato destro della carlinga uno squarcio. Sorpresa anche all'interno: a bordo ci sono solo 5 vittime. Manca il corpo di uno dei ragazzi. Lo troveranno dopo un giorno di ricerche a 800 metri di distanza.

IPOTESI - Gli ispettori disegnano questo scenario: il Pilatus ha perso i pezzi in volo e il ragazzo è stato risucchiato all'esterno dopo che si è prodotta una «frattura» nella carlinga. Un testimone aggiunge un paio di particolari. Prima ha sentito cadere come dei frammenti, poi ha visto l'aereo che ondeggiava da una parte all'altra. Un volo fuori controllo con il conseguente impatto nella palude. Ma quale è stata la causa? Gli investigatori non danno troppi particolari, parlano di un evento eccezionale e questo ovviamente suscita l'interesse dei media. Una delle ipotesi è che c'entrino le condizioni atmosferiche avverse. «Il velivolo ha incontrato dei temporali - ci spiega l'esperto aeronautico David Cenciotti.

E le sollecitazioni causate dalla violenta turbolenza con correnti ascensionali di forte intensità possono anche portare al cedimento strutturale. Si innesca una sorta di reazione a catena con conseguenze irreparabili». Cenciotti, in sintonia con valutazioni espresse da osservatori statunitensi, sottolinea un altro aspetto, tutto da esplorare: «Colpisce che il cedimento strutturale abbia coinvolto un aereo di una famiglia di velivoli noti per la robustezza. Oltretutto si trattava in questo caso di un modello con circa 6 anni di vita». Per questo si prevede che l'inchiesta richiederà diversi mesi.

Guido Olimpio

@guidoolimpio9 giugno 2012 | 8:33

Alabama senza più pomodori verdi fritti

La Stampa

Legge anti-immigrati mette in fuga i braccianti

CHIARA BASSO

Se cercate un messicano, negli Stati Uniti, vi basta andare nel retro della cucina di qualsiasi ristorante. Il problema sorge quando cercate di parlare con lui. Continuerà a tagliare le verdure, sorridendo timidamente e facendo finta di non capire anche quando conosce benissimo l’inglese. La stragrande maggioranza degli immigrati dal Sud America ha troppi scheletri nell’armadio da nascondere, un passato in fuga per raggiungere il Sogno Americano e documenti inesistenti o falsificati. Parlare con uno di loro in Alabama, dove una legge simile a quella dell’Arizona permette alla polizia di arrestare chiunque abbia l’aria di essere un immigrato illegale e sia sprovvisto di documenti (che magari sono semplicemente stati dimenticati a casa), diventa un’impresa disperata.

E invece ancora una volta ho avuto la fortuna di imbattermi nelle persone giuste. Domenica scorsa ero al Dreamland BBQ di Birmingham, Alabama. Parlo con Robert, cameriere kenyano e gli spiego che vorrei parlare di questa legge con qualcuno che conosce il problema molto da vicino. “Chiedo in cucina” mi dice lui, come se dovesse chiedere se è rimasto ancora il pollo alla griglia. Poco dopo se ne esce insieme a Jesus Santiago, 26 anni, maglietta rossa e berretto con visiera blu del ristorante. Jesus si scusa per il suo inglese, che in realtà è ottimo, e inizia come un fiume a raccontare la sua storia.

A soli 13 anni ha attraversato da clandestino il confine tra Messico e Arizona insieme a uno zio e ad alcuni cugini. Doveva raggiungere il padre che già lavorava in Florida, ma questi muore poco dopo. In Messico rimangono la madre e le due sorelle a cui Jesus continuerà anche ad oggi a inviare denaro. Il ragazzino prova ad andare a scuola, ma la paura di essere scoperto è troppa e così decide di lavorare e basta. Per sette giorni a settimana prendendo due se non tre lavori per volta. Sempre con quella paura di essere rispedito in Messico “dove corri il rischio di essere arruolato dai cartelli della droga – mi dice – e con loro guadagni bene, ma prima o poi ti chiederanno di uccidere qualcuno e se non lo fai…”.

“Ti uccidono” provo a indovinare. “No, peggio, uccidono la tua famiglia” mi corregge. Cinque anni fa Jesus ha avuto una bambina con la sua ragazza, che ha origini messicane ma è nata negli Stati Uniti. Due anni fa si sono sposati e oggi Jesus, in attesa della green card, è quasi in regola. Ma la paura che ti ha accompagnato da anni, non se ne va dall’oggi al domani, soprattutto in uno Stato così severo con i latinos. E così preferisce farsi due ore di bicicletta tutti i giorni per raggiungere il Dreamland: “Tanti fanno così, altrimenti in macchina la polizia ti ferma anche se rispetti tutte le regole della strada”.

Ma che succede ai bambini di immigrati illegali che sono nati su territorio Usa e quindi sono cittadini americani di diritto? Ci vanno a scuola? Chiedo. “Sì, ma spesso i genitori pagano qualcun altro che li vada a prendere perché hanno paura di essere scoperti”. Una vita vissuta in clandestinità anche tra le proprie mura di casa, dove nessuno invita più gli amici. Si rimane lì, dietro le persiane, a spiare il tempo e la vita che scorre. “Fermano perfino mia moglie e la mia bambina anche se sono nate qui. Hanno la faccia da sudamericane, ecco il problema” mi dice Jesus. E qual è la soluzione da quando un anno fa è passata la legge? La fuga, per molti. “Quasi tutti i miei parenti se ne sono andati in altri Stati americani. Qualcuno è tornato in Messico.

Delle venti persone che lavoravano nell’altro ristorante in cui cucino, ne sono rimasti solo cinque”. E tu perché rimani in Alabama? “Il lavoro qui è buono, gli affitti sono bassi e solo così posso continuare a spedire soldi alla mia famiglia in Messico” spiega Jesus che non vede madre e sorelle da oltre tre anni. “E poi le scuole sono buone. Spero che mia figlia abbia un futuro migliore”. Si rialza per tornare in cucina e aggiunge: “Dicono che noi rubiamo il lavoro. Ma nessuno vuole fare quello che facciamo noi, né bianchi né neri. Ora offrono anche dodici dollari all’ora per andare a raccogliere pomodori, ma nessuno ci va”.

E così vado a caccia di contadini nelle campagne dell’Alabama per sentire la loro versione dei fatti. Di domenica le colline attorno a nord di Birmingham sono deserte. Pascolano vacche sonnolente, cavalli infastiditi dalle mosche, ma di agricoltori non c’è traccia. Chiedo informazioni a una coppia di vecchietti che sta prendendo un po’ d’aria sotto il portico di una casetta prefabbricata bianca. Lui resta a cullarsi sulla sedia a dondolo, lei si avvicina perché non ci sente bene. “I pomodori? Ma non sono ancora pronti, non li trova nemmeno verdi” mi dice. E mi viene in mente quel film ambientato nel profondo sud di un’America anni Trenta, “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”. Una storia di amicizia, razzismo, speranza.

A pochi chilometri di distanza, all’uscita di una chiesa metodista incontro un gruppo di fedeli. Le signore sono una versione agreste delle “Desperate Housewives” ma con un tocco di seriosità anglosassone che mi ricorda il dipinto “American Gothic” di Grant Wood. “Difficile che trovi contadini in giro oggi, prova domani alle otto del mattino alla cooperativa. Si incontrano sempre là” mi dice una signora con aria vaga. L’amica però la smaschera: “Suo marito ha un’azienda agricola”. “Quindi lei, signora, sa quanto prendono all’ora i braccianti”. “Mi dispiace, sono affari di mio marito, non ne ho idea”. Gira i tacchi e se ne va. Continuo a vagare tra le colline piene di pianticelle di pomodori alte appena due spanne e intanto il cielo incomincia a imbrunire.

Ma ecco che vedo spuntare dai cespugli qualcosa. E’ di un trattore. Ancora una volta un po’ di fortuna. Si tratta di Brian, 34 anni, contadino da cinque generazioni e 145 acre coltivati a pomodori. Un ragazzone piacente, biondo, occhi azzurri. “A me è andata bene – mi spiega – non ho avuto problemi a trovare i lavoratori, ma molta gente qui si lamenta”. Finalmente mi svela i prezzi: un immigrato illegale prende due dollari per ogni cassa di pomodori da 12 chili raccolta. “Dipende da quanto sei veloce, ma si possono fare anche 300 dollari al giorno. E’ adesso, durante la stagione della semina e dopo che si prende meno.

La raccolta inizia il primo luglio”. L’autunno scorso, quando era uscita la legge, Brian e gli altri farmer erano stati presi d’assalto dai reporter. Ora, anche se l’attenzione è calata e le telecamere hanno lasciato i campi, il ragazzo dice che non vuole parlare più con i giornalisti, almeno quelli americani, perché non vuole che gli altri contadini sappiano che lui i braccianti li ha trovati. Riaccende il trattore e se ne va.   Guardo il filare di pomodori e mi chiedono se, verdi o rossi, qualcuno se li mangerà o se finiranno per marcire li dove sono.

Svizzera, la vittoria di Street View "Sfocare i volti non è obbligatorio"

La Stampa

Capovolta la sentenza che ordina a Google l'anonimato totale. Resta il divieto per le fotografie di giardini privati



In Svizzera, il servizio Google Street View non avrà l’obbligo di sfocare al 100% i volti e le targhe. Il Tribunale federale, ultima istanza nella Confederazione, ha infatti in parte capovolto una precedente sentenza stabilendo che Google Street View può utilizzare un software di oscuramento di volti e targhe anche se non è infallibile al 100%. Ma le persone che lo desiderano devono poter facilmente chiedere l’oscuramento dei dati che le riguardano, ha precisato il Tribunale federale citato oggi dall’agenzia di stampa svizzera Ats.

Nell’aprile 2011, il Tribunale amministrativo federale (Taf) aveva obbligato Google Street View a pubblicare su internet soltanto immagini nelle quali tutti i visi sono irriconoscibili, nel rispetto della privacy delle persone. Nella sentenza, il Tribunale federale ritiene la limitazione eccessiva: Google ricorre ad un software che consente di sfumare le caratteristiche personali nel 99% dei casi e per i giudici sarebbe sproporzionato chiedere di rendere totalmente irriconoscibili tutti i visi e le immatricolazioni di automobili ritratte dal servizio che consente di esplorare in rete strade e città tramite i filmati della Big G.

C'è baruffa su Volunia, l'anti-Google italiano Il fondatore : «Mi hanno fatto fuori»

Corriere della sera

Massimo Marchiori, mago italiano degli algoritmi, annuncia l'addio da direttore tecnico prima del debutto di Volunia


Il 14 giugno Volunia - l'anti-Google, la piattaforma di navigazione tutta italiana - spalancherà le porte all'universo della rete. Ma sarà un battesimo amaro. Venerdì 8, Massimo Marchiori, il padre della creatura, comunica con una lunga lettera l'addio al progetto. «Non sono più direttore tecnico», esordisce, sottolineando di aver inizialmente accettato di non essere l'amministratore delegato della società perché «in tutta la mia vita finora, avevo sempre lavorato con persone che mettevano in prima piano passione, fiducia, onestà».

MI HANNO CACCIATO - «Come si fa a lavorare con una gestione di questo tipo?» dichiara Marchiori a Corriere.it. «Non solo hanno fatto quello che ho scritto nella lettera, ma a un certo punto, prima del lancio, mi hanno cacciato. Sono stato fatto fuori dalla posizione di direttore tecnico», prosegue l'ingegnere e docente padovano. E si dice pronto a (ri)prendere in mano i progetti che aveva accantonato per dedicarsi all'ormai ex pargolo: «Io di idee ne ho sempre avute a pacchi, c'è un universo di cose da fare sul web e ho i taccuini pieni di spunti».

«QUALCUNO VUOLE IL MIO POSTO» - Il sodalizio con l'ad Mariano Pireddu non ha funzionato. Marchiori lo scrive chiaro e tondo alla fine della sua lettera. «Lascio la direzione tecnica perché qualcun altro vuole farla al posto mio. Vuole poter decidere tutto, senza di me. E si è quindi sostituito alla mia posizione» spiega.

LA PIATTAFORMA -Volunia ha debuttato lo scorso 6 febbraio sotto l'errata definizione di motore di ricerca. Era stato battezzato, visti i trascorsi di Marchiori nella definizione dell'algoritmo di Mountain View, l'anti-Google italiano. Si tratta, in realtà, di una piattaforma che aiuta gli utenti a socializzare durante la navigazione: mentre scorrazzi in rete, ti permette di dialogare con chi si trova fra le stesse pagine.




I PUNTI CRITICI - La grafica rudimentale, una gestione non ottimale della comunicazione e il tentativo iniziale di associare la soluzione a un motore di ricerca proprietario, che all'esordio non era ancora pronto, avevano scatenato le critiche post presentazione. Nella lettera, Marchiori prende le distanze da queste decisioni maturate, scrive, contro il suo parere. Il 18 maggio, data del lancio della seconda versione, si è aggiustato il tiro affidando a Bing l'attività di ricerca e concentrandosi sulla missione iniziale, ma il creatore di Volunia non andrà oltre questo passaggio.

Martina Pennisi
8 giugno 2012 | 20:43

Gli ex attori di Happy Days fanno causa per 40 milioni

La Stampa

LOS ANGELES
happy_days01g

A volte tornano e a volte tornano infuriati. A 26 anni dalla messa in onda dell’ultima puntata di Happy Days, il suo mito è ancora vivo nella memoria, tanto da generare guadagni che continuano ad arrivare puntuali nelle casse della Cbs, la rete televisiva americana che mandò in onda la serie dal 1974 al 1984. Oggi Happy days, torna ma questa volta per fare causa alla Cbs: cinque attori che fecero parte del cast hanno chiesto alla rete statunitense 40 milioni di dollari per i ricavi mai presi sui gadget derivati dalla serie. Questo almeno riferisce la Corte superiore di Los Angeles. La produzione della celebre serie che metteva in scena le avventure del bullo Fonzie (Henry Winkler) e del buon Richie (Ron Howard), ha chiuso ma i suoi personaggi sono ancora un business nei cartoon, abiti, biglietti d’auguri, dvd, poster e videopoker.

Allora ecco che Anson Williams, (Warren “Potsie” Weber, amico di Richie), Don Most, (Ralph Malph, amico di Richie e Fonzie), Marion Ross, (Marion Cunningham, madre di Richie e di Joanie), Erin Moran (Joanie Cunningham sorella di Richie) e gli eredi del defunto Tom Bosley (il papà Howard Cunningham) hanno reclamato i soldi mai intascati.

I personaggi della serie sono diventati «icone della cultura americana. In tutta l’America le famiglie si riunivano davanti alla tv rapiti dalle avventure dei Cunningham e dei loro amici. Il telefilm ha avuto un effetto di lungo corso sugli statunitensi e fa ancora parte della cultura popolare» si legge nella denuncia. Inutili gli sforzi della Cbs che ha cercato un accordo con gli attori. E che infatti ha replicato in modo breve dicendo di riconoscere di dover dei soldi ai querelanti, aggiungendo però di «aver cercato per lungo tempo di arrivare ad un accordo, senza esito» vista anche la distanza tra l’offerta (circa 10.000 dollari a testa) e le richieste (40 milioni di dollari).


Gli "Happy Days" sono finiti adesso Sottiletta vive in roulotte
La Stampa

Erin Moran, star della serie tv, è in miseria dopo il successo "Aspetto ancora i soldi dei dvd"


Erin Moran con i genitori di Happy Days Tom Bosley e Marion Ross

Gli Happy Days prima o poi finiscono e scoprire che Erin Moran, l’attrice che nella serie interpretava la sorellina di Richie Cunningham, adesso vive in una roulotte è un brusco risveglio. Dopo la fine delle riprese del telefilm, «Sottiletta», che oggi ha 51 anni, ha accumulato qualche parte minore, fino all’ultima comparsa televisia, nel 2008, al reality «Celebrity Fit Club».
Una tappa, durata un lampo, nella lunga parabola che l’ha portata in un parcheggio di New Salisbury, nell’Indiana, un divorzio alle spalle e un futuro tutto legato alla maxi-causa intentata dal cast di Happy Days contro la Cbs e la Paramount Pictures per delle royalities mai corrisposte sui dvd della serie.


Happy Days & C. il musical celebra la nostalgia
La Stampa

ADRIANA MARMIROLI
MILANO


Dici il titolo e sai di che parli: Happy Days, la serie simbolo degli Anni 50, che però risale ai 70. Ma da allora ha lasciato il segno nell'immaginario collettivo. Garry Marshal, che l’aveva ideato nel 1974, non è presente (è sul set) ma dà la sua benedizione: verrà. Aveva 40 anni allora, e Happy Days lo avrebbe reso un mito della Tv (sue anche le altre serie derivate: Mork e Mindy, Shirley e Laverne, ma niente in confronto al successo che gli avrebbe decretato un «filmetto» come Pretty Woman). Certo non immaginava che quella serie adolescenziale che già allora raccontava la nostalgia di un'epoca e di un'età, di uno stato dello spirito, innocente e ottimista, sarebbe diventato un musical, con le musiche e il libretto di Paul Williams: partito in sordina dalla profonda provincia americana, sarebbe giunto trionfalmente a Broadway, diventandone un hit.

La Compagnia della Rancia lo porta in scena a Milano dal 24 marzo (a Torino dal 10 al 15 maggio al Teatro Alfieri). Forte di un'esperienza che risale a Grease, il musical che ha aperto la strada a una moda, ancora una volta Saverio Marconi ha scelto un titolo sicuro e noto, il piacere di immergersi nel passato, adeguando una produzione internazionale al nostro paese (tutte le canzoni sono state tradotte, solo la celebre sigla resta in inglese). «È una questione di certezze, un titolo noto attira il pubblico - spiega Marconi -, lo rassicura, gli dà il piacere di trovare qualcosa che conosce e ama». Forse non la storia ma certo i personaggi , Fonzie, Ricky, suo padre Howard Cunningham, Joanie, Chachi, Pinky e le Pinkettes, il bar di Alfred, le moto d'epoca, gonne a ruota e ragazzi col ciuffo.

A vedere il musical ci si va genitori e figli, e talvolta anche nonni. Nostalgia canaglia insomma. Un'esperienza che Marconi per primo in Italia ha maturato, a partire da Grease. («Happy Days non è che la risposta a Grease», puntualizza). E che dimostra, malgrado la crisi che colpisce anche questi spettacoli per famiglie, di poter funzionale alla grande: Mamma mia (che il 7 apre il backstage del Teatro Nazionale di Milano al pubblico), gli Abba, le loro canzoni trascinanti e allegre, gli abiti sgragianti ed eccessivi. We Will Rock You, che ripercorre il repertorio arcinoto dei Queen ambientando il tutto in un ipotetico futuro in cui il rock è vietato e si pratica di nascosto.

Lo stesso è per Flashdance adesso in scena a Torino: un film impresso nella memoria tanto da far dimenticare che le canzoni su cui si scatenava Alex erano un pugno. C'è stato spazio persino per un ritorno dell'eterno Jesus Christ Superstar e di un Pianeta perduto con Lorella Cuccarini. La riconoscibilità per tutti quindi, che prescinde - per una volta - anche dalla notorietà degli interpreti. Ma soprattutto il passato, che pareva migliore dell'oggi. E induceva a cantare e a sperare.

Quando il gelato dà alla testa

Corriere della sera

La rapida dilatazione e costrizione di un'arteria del cervello sarebbe la miccia che innesca l'emicrania associata al consumo di cibi e bevande freddi



MILANO – Anche il cervello soffre il freddo. È probabilmente per questo motivo che gelati, ghiaccioli e bibite fredde possono rivelarsi delle vere e proprie bombe a orologeria, capaci di far scoppiare quasi istantaneamente un fortissimo mal di testa non appena arrivano a contatto con il palato. Il meccanismo che scatena questa tortura sarebbe infatti da ricercare nella rapida vasodilatazione e costrizione di una specifica arteria che irrora una parte del cervello, come dimostra uno studio presentato al convegno Experimental Biology 2012 a San Diego, in California.

LO STUDIO – A volte bastano pochi sorsi di una bibita gelata per far partire un brivido freddo che dal palato arriva dritto al cervello. Lo sanno bene i ricercatori guidati da Jorge Serrador della Harvard Medical School di Boston, che per ricreare il classico mal di testa da gelato in laboratorio hanno chiesto a 13 volontari in buona salute di bere un bicchiere di acqua fredda e uno di acqua a temperatura ambiente usando una cannuccia puntata contro il palato. Grazie a una tecnica a ultrasuoni, il doppler transcranico, i ricercatori hanno valutato la circolazione del sangue nel cervello in queste due diverse situazioni, e hanno constatato che si registrava una significativa vasodilatazione della cosiddetta arteria cerebrale anteriore

nel momento esatto in cui i volontari alzavano la mano per indicare la comparsa del mal di testa. Il repentino aumento di afflusso di sangue al cervello, a cui corrispondeva il picco di dolore, era poi rapidamente seguito dalla vasocostrizione dell'arteria nel momento in cui i volontari rialzavano la mano a indicare la scomparsa dei sintomi.

UNA DIFESA CONTRO IL FREDDO – Dura ormai da diversi anni il dibattito sulle possibili cause del mal di testa da gelato, e il rapido susseguirsi di vasodilatazione e costrizione dei vasi sanguigni del cervello era già tra i potenziali indiziati. Gli stessi autori dello studio ipotizzano che questo fastidioso fenomeno altro non sia che un meccanismo di difesa messo in atto dal nostro organismo. «Il cervello è uno degli organi più importanti del corpo e per questo deve essere sempre funzionante - spiega Serrador -. È piuttosto sensibile alla temperatura e perciò – aggiunge - la vasodilatazione potrebbe servire per far affluire più sangue caldo in modo da mantenere il giusto calore». Il problema sta nel fatto che il cranio è una struttura chiusa, e per questo un aumento repentino dell'afflusso di sangue può causare quindi dolore. La successiva vasocostrizione servirebbe quindi a ridurre questo rischio.

UN MODELLO PER NUOVE CURE – Il mal di testa da gelato sembra essere più comune nelle persone che solitamente soffrono di emicrania. Per questa ragione, l'alterazione dell'afflusso di sangue al cervello potrebbe essere la miccia che innesca diversi tipi di mal di testa, e non solo quello associato al consumo di cibi e bevande freddi. Se ulteriori ricerche confermeranno questo sospetto, nel futuro potranno essere messe a punto nuove terapie capaci di bloccare in modo selettivo la dilatazione dei vasi sanguigni incriminati. In questo senso, lo stesso mal di testa da gelato può rivelarsi un modello molto utile per la future ricerche scientifiche.

Come ricorda lo stesso Serrador, infatti, il mal di testa viene oggi studiato in laboratorio usando farmaci e molecole che possono generare effetti collaterali che rischiano di depistare le indagini, mentre in altri casi viene studiato su pazienti già alle prese con i sintomi conclamati, non riuscendo così a monitorare quella fase cruciale in cui il mal di testa si sviluppa. Il mal di testa da gelato rappresenta invece un modello utile, rapido da ricostruire e poco costoso. In altre parole, semplice come bere un bicchiere d'acqua.

Elisa Buson
8 giugno 2012 | 17:09

Napolitano dal Pci al Quirinale «Il modello sovietico fu una prigione»

Corriere della sera

E sull'Europa: «Non c'è alternativa all'unità»


«Il sentiero della mia vita è un processo passato attraverso prove ed errori. Sono partito dagli ideali che in gioventù ho sposato - più che per scelta ideologica - per impulso morale e sensibilità sociale, guardando alla realtà del mio paese. Nell'arco dei decenni, ho cercato di andare al di là degli schemi entro i quali all'inizio era rimasta chiusa la mia formazione». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano passa in rassegna il suo passato e il percorso che lo ha portato dalle file del Partito Comunista a uomo delle istituzioni. Fino al Colle. Lo fa alla vigilia della sua visita in Polonia con un'intervista al direttore della Gazeta Wyborcza, Adam Michnik, uscita in contemporanea anche su la Repubblica.

ANALISI - Nella lunga intervista con Michnik, che fu esponente del dissenso verso il regime comunista, Napolitano non ha problemi a mettere in discussione quelle che furono le sue origini politiche. Precisa che il Partito Comunista «non era un partito stalinista come molti altri in quanto aveva una fondamentale matrice antifascista e democratica e comprendeva forti componenti liberali, ma era pur sempre nato nel solco dell'Internazionale Comunista». Elementi originari, dice, «diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi». «Il grande equivoco - spiega ancora Napolitano - fu quello del carattere rivoluzionario del partito. Secondo questa visione mitica, il partito non poteva rinunciare all'idea di un'altra società, di un altro sistema». Berlinguer, aggiunge, «appariva consapevole già dagli anni '70» che il modello sovietico era più una dittatura che un modello da perseguire, «manifestò - ricorda - un grandissimo coraggio, quando nel 1977 andò al congresso del Pcus a Mosca per dire (è una sua frase famosa) che "la democrazia è un valore universale". Ma esitò a trarne tutte le conseguenze». Il distacco di Napolitano dal modello sovietico è avvenuto invece, «a partire da Dubcek»: «la Primavera di Praga - spiega - fu per me assolutamente rivelatrice».

UNIONE EUROPEA - Il capo dello Stato parla anche di Europa. «Non c'è alternativa all'unità» dice. «Mi è rimasta in mente l'opinione espressa un mese fa da Angela Merkel durante l'incontro con il nostro premier Mario Monti e con me: dobbiamo capire che gli europei costituiscono appena il 7% della popolazione mondiale; o riusciamo ad operare uniti o diventiamo irrilevanti». Secondo Napolitano «è molto importante che l'abbia detto la leader della Germania, paese in cui potrebbe facilmente trovare terreno l'illusione dell'autosufficienza. Invece nemmeno il paese europeo più popoloso, dinamico e competitivo può contare davvero nel mondo se non si integra con gli altri paesi dell'Unione». Per il presidente della Repubblica «il futuro dipenderà dalla piena consapevolezza che ne avranno tutti i governi nazionali, e dipenderà dalla loro volontà e capacità di condividerla con i cittadini, con gli elettori».

Redazione Online9 giugno 2012 | 9:31