venerdì 8 giugno 2012

Stormfront contro Balotelli: «Negro ed ebreo» La protesta della comunità ebraica: «Ora basta»

Corriere della sera

Il sito neonazista contro il calciatore in visita ad Auschwitz. Daniele Nahum: «Bisogna applicare la legge Mancino»


Il sito Stormfront Il sito Stormfront

MILANO- Il topic di discussione è chiaro: «I genitori adottivi del negro Balotelli: ebrei». E via con i commenti: «Lo scemo del villaggio, potrebbe chiedere di giocare nella nazionale di Israele, ci libereremmo del personaggio una volta per tutte». Su Stormfront, costola italiana del Ku Klux Klan, torna l'antisemitismo. L'occasione per attaccare il centro avanti della Nazionale è la visita degli Azzurri ad Auschwitz. Ma questa volta la comunità ebraica di Milano non ci sta: «Chiediamo la chiusura del sito e l'appicazione della legge Mancino (norma che condanna l'ideologia nazifascista ndr)».

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IL SITO - Non è la prima volta che questo sito che inneggia alla «supremazia della razza bianca» e che ha più volte stilato «liste di ebrei», scatena polemiche. Ora, dopo aver dato appoggio al killer di Tolosa, se la prende con gli Azzurri che mercoledì sono andati ad Auschwitz. Proprio in quell'occasione Mario Balotelli ha raccontato che la madre aveva origini ebraiche. E così cominciano gli insulti: «Ma chi volete che sia la coppia che adotta un negrone? Ebrei, oppure violenti fanatici di estrema sinistra», scrive Godzilla1. Oppure: «Tutto mi sarei aspettato tranne che questo negro miliardario irruento con frequentazioni camorristiche avesse ANCHE i genitori adottivi giudei!». E ancora: «Ecco perchè ad Auschwitz si sentiva a suo agio, come fosse casa sua».

LA PROTESTA- In poche ore la discussione diventa di dominio pubblico in Rete. La prima a reagire è la comunità ebraica di Milano. «Questo è l'ennesimo caso. Il problema è alla base: «Non si applica la legge Mancino», spiega il vicepresidente Daniele Nahum che non nasconde la sua rabbia. «Questa è un caso molto grave, Balotelli è un personaggio pubblico che rappresenta il nostro paese multi etnico e multi culturale». Si appella alle istituzioni: «Chiudete il sito, consegnate i responsabili alla giustizia, questo caso sta diventando imbarazzante». Anche perché «fomenta l'odio razziale, in un momento in cui si stanno intensificando casi di antisemitismo». E annuncia: «Inviteremo Balotelli per dare un segnale all'Italia».


Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it8 giugno 2012 | 13:07

Beatles, la rivelazione: «Paul McCartney scrisse Yesterday sul gabinetto»

Il Mattino

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COLONIA - Yesterday, una delle canzoni più belle e ascoltate della storia del pop, venne scritta da Paul McCartney mentre era seduto seduto al gabinetto. La rivelazione (uno schock per i fan dei Beatles) è stata fatta da Tony Sheridan, musicista che collaborò con i Beatles nei primissimi giorni del loro sodalizio: nelle sue memorie che vengono pubblicate oggi, rivela invece che fu lo stesso McCartney a dirgli di aver scritto quella che è considerata la sua canzone capolavoro in un luogo assai poco poetico, il gabinetto appunto, e che il titolo originale era in realtà Scrambled eggs (uova strapazzate). I fan dei Beatles, secondo quanto narra la leggenda, hanno sempre creduto che la melodia di Yesterday fosse stata scritta da McCartney una mattina del 1964, svegliandosi nell'appartamento della sua fidanzata.

Sheridan, oggi 72enne, incontrò i Beatles in Germania, nel 1961 e con loro registrò vari pezzi sotto il nome di Tony Sheridan & The Beat Brothers, compreso il singolo «My Bonnie». La loro collaborazione fu breve. Sheridan rimase in Germania, mentre i futuri baronetti tornarono in Inghilterra per spiccare il volo e diventare in breve la band di straordinario successo che rivoluzionò il mondo della musica e non solo quello. Tuttavia, Sheridan e i Beatles rimasero in contatto nel corso degli anni, ricorda il musicista. L'audiolibro di Sheridan, «The Beatles - The Audiostory» viene lanciato oggi da Luebbe Audio ed è disponibile per il download sui siti specializzati.

Venerdì 08 Giugno 2012 - 11:28    Ultimo aggiornamento: 12:40

In dieci anni 62 incarichi: ex giudice del Tar condannato a risarcire i danni allo Stato

Corriere della sera

Il magistrato aveva ricoperto i ruoli di dirigente in un Comune e al ministero dell'Economia. Sanzionato anche un quadro della Regione Lazio: decise 25 assunzioni inutili


L'ingresso della Corte dei Conti in viale Mazzini L'ingresso della Corte dei Conti in viale Mazzini

ROMA - Da un lato l'ex magistrato del Tar di Roma, ma anche direttore della divisione affari giuridici Siae, e nel contempo direttore generale del comune di Pomezia nonché dirigente del ministero dell'Economia e dirigente dell'istituto nazionale di Alta Matematica Francesco Severi a Roma; dall'altro un dirigente regionale che, ad ogni modo, di contratti di lavoro se ne intende avendo assunto - inutilmente - 25 persone in una comunità montana del basso Lazio.

AMMINISTRAZIONE DISINVOLTA - Due casi oggetto dell'attenzione della Corte dei conti - sezione giurisdizionale del Lazio - che ha condannato rispettivamente Giovanni Pascone e Raniero De Filippis a risarcire le casse pubbliche per i danni arrecati: nel primo caso, la parziale prescrizione ha ridotto di molto la cifra da rifondere. Sentenze importanti dalle quali emergono esemplari storie di disinvolta amministrazione della cosa pubblica: quella di un avvocato romano e di un commissario di una morente comunità montana laziale. Il primo, da oltre due milioni di euro calcolati all'inizio, dovrà restituirne allo Stato solo 627 mila, già pignorati: il secondo, da un milione e 200 mila stimati, ne avrà per 750 mila. Il tutto salvo appelli che potrebbero tradursi in ulteriori sconti per i condannati.

GLI INCARICHI - L'ultima caso sanzionato dalla Corte dei Conti è quello del plurilaureato Giovanni Pascone e dei suoi 62 incarichi - tanti ne risultano alla Guardia di finanza - ingurgitati in dieci anni e svolti in mancanza di autorizzazione da parte dell'amministrazione di appartenenza, peraltro sempre difficile da individuare. Ebbene, come racconta la sentenza dei magistrati contabili, non proprio a torto Pascone si è difeso facendo presente che l'autorizzazione all'attribuzione di tali incarichi «non era stata rifiutata, ma per lo più non formalmente attribuita sia per la carenza strutturale da parte delle amministrazioni di una precisa regolamentazione, sia per la carente conoscenza della normativa». La Corte dei conti costretta ad alzare le braccia dinanzi all'anarchia.

LA SENTENZA - La sentenza di condanna numero 565/2012 pubblicata il 30 maggio scorso è relativa a due atti di citazione: uno per gli incarichi svolti ad Aprilia e Ardea, mentre Pascone era direttore generale del comune di Pomezia, con cui gli era stato chiesto di risarcire l’erario di 228.109,21 euro; l'altro per le 62 consulenze, collaborazioni, arbitrati e altri incarichi accettati, tra il 1999 e il 2009, mentre l’avvocato era magistrato del Tar, poi direttore della Siae, dirigente dell’Azienda spaziale italiana, dirigente al Ministero dell’Economia e dell’Istituto nazionale di alta matematica, atto di citazione con cui era chiamato a restituire ben 2.119.226,65 euro. Dopo aver sequestrato al professionista beni per oltre due milioni di euro, i giudici della Corte dei conti del Lazio hanno chiuso il procedimento ritenendo che per 43 incarichi, quelli fino al 2004, era scattata la prescrizione. Per altre 19 consulenze e per l’attività svolta a favore dei Comuni di Aprilia e Ardea Pascone è stato condannato a risarcire 627.526 euro, oltre al pagamento di 6.654 euro di spese processuali.

ASSUNZIONI RECORD - Altra storia di clamoroso danno all'erario è quello rappresentato nella sentenza su Raniero De Filippis - classe 1954, originario di Fondi (Latina) - commissario liquidatore della XVI comunità montana dei monti Ausoni con sede a Lenola (la città in provincia di Latina che diede i natali a Pietro Ingrao). De Filippis, nel maggio del 2005, assunse 25 persone a tempo indeterminato nell'ente che stava per chiudere: il personale nell'arco di dieci giorni sarebbe completamente passato in carico alla Regione Lazio.

CLIENTELE - Secondo la procura regionale, De Filippis aveva scelto i concorrenti con un bando «riservato» implicando, «oltre ad un aggravio economico per le casse della disciolta comunità montana per il periodo di dieci giorni, anche il riversarsi di tale personale, attraverso i successivi trasferimenti, sulla Regione Lazio con rilevanti costi effettivi». In altre parole De Filippis avrebbe «recato alla Regione un danno con efficacia permanente, avendo, con evidenti modalità clientelari - probabilmente legate ad altre responsabilità rimaste nell' ombra - proceduto all'assunzione di personale evidentemente non necessario per poi ricollocarlo in altro settore della Regione». Il danno complessivo è stato valutato in quasi cinque milioni di euro, di cui 1,2 imputabili al comportamento di De Filippis, condannato infine ( sentenza 357/2012) al pagamento in favore della Regione di 750 mila euro, oltre a poco meno di 400 euro per le spese di giudizio. Attualmente De Filippis appartiene alla direzione regionale politiche sociali e famiglia, il suo stipendio lordo si aggira intorno ai 155 mila euro l'anno.


Michele Marangon
8 giugno 2012 | 9:34

Zack, il cavaliere (sulla sedia a rotelle) che farà l’impresa

La Stampa

Zachary Kimotho percorrerà 4mila chilometri da Nairobi a Città del Capo. Obiettivo: raccogliere fondi per una clinica dedicata ai paraplegici


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Mauro Pianta
Roma


La storia ce la racconta l’agenzia missionaria Misna. Una storia africana. Una vera e propria impresa. E' quella che si appresta a compiere l’avvocato Zachary Kimotho: oltre 4000 chilometri di cammino, da Nairobi a Città del Capo. Quattromila chilometri non sono pochi, soprattutto, poi, se – come farà Zack – verranno percorsi su una sedia a rotelle.

Lo scopo dell’avventura? Raccogliere i fondi necessari alla costruzione di una clinica per la riabilitazione dei paraplegici in Kenya.

Nel paese dell’Africa Orientale strutture del genere non esistono e pur di sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica, Kimotho è disposto a raggiungere la più vicina percorrendo in quel modo migliaia di chilometri. Accanto a lui, nel corso del viaggio, uno staff di amici e sostenitori che si occuperà della sua sicurezza e di sbrigare tutte le pratiche complementari alla realizzazione dell’iniziativa.

«La mia vita – ha dichiarato l’avvocato al quotidiano The Nation - è cambiata otto anni fa quando durante una rapina, due banditi armati mi spararono alle gambe per rubarmi la macchina. La mia famiglia dovette sobbarcarsi di spese enormi per pagarmi un’operazione e la riabilitazione in Belgio».

Con un gruppo di paraplegici keniani, Kimotho ha acquistato il terreno per la costruzione di una struttura che potrà ospitare fino a 150 posti letto. I fondi ricavati grazie all’impresa di sensibilizzazione – sponsorizzata dall’Associazione keniana per persone paralitiche tramite l’iniziativa ‘Riportiamo Zack a casa’ – serviranno a completare il progetto e far partire la struttura. Centocinquanta posti letto, centocinquanta buoni motivi per Zack.

Rubare le password delle mail Con gli italiani è più facile

Corriere della sera

Il primato causato dalla lingua. Gli uomini più attaccabili. I rischi: Il 75% degli utenti tiene gli stessi dati invariati per cinque anni



L'ultima vittima, in ordine di tempo, è stata Mitt Romney. Pochi giorni fa un appassionato di informatica ha raccontato al sito specializzato Gawker di essere entrato nella casella di posta privata del candidato repubblicano alla presidenza statunitense (mittromney@hotmail.com) e di aver letto decine di mail degli ultimi anni. Posta che è poi finita, in parte, sul sito del Wall Street Journal . La notizia non è stata confermata pubblicamente dallo staff repubblicano che però ha annunciato l'avvio di un'inchiesta per individuare l'autore della presunta violazione.

Nelle stesse ore, 6,5 milioni di password dei profili Linkedin venivano rubate e pubblicate su un forum di hacker russi. Il social network, usato in ambito lavorativo da circa 150 milioni di persone, ha spiegato sul suo blog che sarebbero coinvolti circa il 5% degli account e ha consigliato agli utenti di modificare in tempi rapidi la propria chiave di accesso. Ma, per molte ore, prima dell'ammissione della società, i dati sensibili degli iscritti sono rimasti senza protezione, liberi di circolare in rete e a disposizione di chiunque.

Questa della password sta diventando una delle voci più importanti del web. Soprattutto sotto un profilo economico. Ogni anno i danni causati dal loro furto ammontano a migliaia di miliardi di dollari. Ma a leggere lo studio di Joseph Bonneau, un informatico californiano appena uscito con un Ph.D. dall'Università di Cambridge, a rendere facile il lavoro degli hacker potrebbe essere anche la predisposizione linguistica. Analizzando con tanto di formule matematiche circa 70 milioni di combinazioni alfanumeriche delle caselle di posta Yahoo! , Bonneau ha scoperto che le chiavi di accesso in indonesiano e italiano sono quelle più facili da scardinare.

Usando un «dizionario» informatico - di quelli che contengono tutte le parole e le combinazioni di lettere di una data lingua - il ricercatore ha riscontrato che ogni mille tentativi vengono violate il 14,9% delle caselle di posta indonesiane, il 14,6% di quelle italiane, il 14,3% di quelle vietnamite. Insomma: per gli hacker la nostra è la seconda lingua più facile. Molto più difficile individuare la parola segreta di un account cinese o coreano. Così, oltre alle regole d'oro per creare una password «resistente», forse dovremmo iniziare a usare gli ideogrammi.

L'analisi di Bonneau, oltre a dare agli italiani la brutta notizia, spiega anche come la stragrande maggioranza delle caselle di posta, in tutto il mondo, non abbia mai cambiato la password iniziale: 3 su 4 l'hanno mantenuta a lungo, anche per più di cinque anni. E ancora: gli uomini, di solito, scelgono chiavi di accesso più vulnerabili delle donne (in modalità online) e quelli a cui è stata violata l'e-mail finiscono per optare per password comunque poco sicure.

La conclusione di Bonneau, alla fine delle quindici pagine di analisi, è che non esiste una popolazione con una maggiore predisposizione ad individuare password più resistenti. In parallelo, il fattore linguistico è un elemento penalizzante. «La cosa che però preoccupa di più», ragiona l'informatico, è che, da un punto di vista algoritmico, «le chiavi di accesso variano molto poco da un Paese all'altro».
Non solo. Quando si tratta di scegliere password più sicure, gli utenti fanno lo sforzo minimo, senza preoccuparsi delle conseguenze.

E anche se i sistemi di autenticazione - da quelli delle caselle di posta a quelli bancari - stanno diventando sempre più sofisticati e difficili da «rompere», «le persone sembrano incapaci o disinteressate a capire quanto siano davvero sicure le parole segrete». Quelle che custodiscono gli elementi più importanti di una vita sempre più digitale.

Leonard Berberi
leonard_berberi8 giugno 2012 | 11:05

Putin «tradito» dagli orologi «Valgono 6 volte il suo reddito»

Corriere della sera

La denuncia del partito di opposizione Solidarnost in un video che mostra tutti i gioielli da polso del presidente russo


Il presidente della Russia Vladimir Putin, a PechinoIl presidente della Russia Vladimir Putin, a Pechino

MILANO - Vladimir Putin tradito dalla sua passione per gli orologi di lusso. Il partito di opposizione Solidarnost, mettendo insieme le immagini delle apparizioni pubbliche del presidente russo, ha fatto i conti in tasca allo «zar» puntando l'attenzione sui suoi gioielli da polso. Il risultato: il valore della collezione di orologi di Putin (lui li indossa sul braccio destro) supera di 6 volte il reddito del presidente nel 2011: 22 milioni di rubli (circa 544mila euro) contro i 3,6 milioni dichiarati (cioè cira 89mila euro).




L'ELENCO - Sul «Moscow Times» sono stati pubblicati alcuni modelli dei preziosi orologi: un Patek Philippe Perpetual Calendar da 48 mila dollari, un Leman Aqua Lung Grande Date di Blancpain da 8.400 e anche un A. Lange & Sohne Tourbograph da 400mila euro. Il presidente ha totalizzato così, secondo l'opposizione, almeno 22 milioni di rubli di orologi.

IL COMMENTO - Su YouTube c'è il filmato in cui compaiono i fotogrammi di tutti gli orologi di Putin. «Non ha mangiato o bevuto per sei anni di seguito per potersi permettere di acquistare questa collezione», ha commentato sarcastico l'ex vice premier Boris Nemtsov. Sperando in cuor suo, forse, che presto «scocchi l'ora» politica dell'ex 007, al potere (in un'alternanza di ruoli fra premier e presidente) dal 1999.


Angela Geraci
8 giugno 2012 | 12:06

Paralimpiade, verso il “tutto esaurito”. Anche se si fa il tifo in silenzio

Corriere della sera

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di Claudio Arrigoni

Immaginate un palazzo dello sport con 4000 persone che sono lì a tifare per le due squadre che si incontrano. Immaginate che prima della partita ci sia un po’ di normale tensione ed eccitazione. Immaginate che inizi la gara. E cali il silenzio. Assoluto. Irreale. Solo per chi non conosce. E’ quello che accadrà in alcuni eventi alla Paralimpiade di Londra. Per la prima volta, se le previsioni saranno confermate, tutti i biglietti andranno esauriti. Nessuno posto libero. Nemmeno alle gare di goalball, sport tipico dei non vedenti, dove l’obbligo per il pubblico è quello di stare in completo silenzio. Ci si può chiedere: ma come è possibile? Ma è divertente? Sì! Moltissimo.

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La palla è sonorizzata, i giocatori bendati per mettere tutti nelle stesse condizioni, il senso più importante l’udito. Per chi è abituato al nostro calcio, agli ultras urlanti, ai cori e al rumore, è come farsi un bagno purificante. Sarà esaurito anche l’Excel, il grande impianto che all’interno ha cinque arene, dove si giocherà a boccia, con magnifici atleti che, impossibilitati a muovere il corpo fuorché la testa, proprio con quella danno la spinta alla necessaria alla boccia, dopo minuti di concentrazione e preparazione.

Chi pensa che sport così non possano essere interessanti viene smentito dalle notizie che arrivano da Londra, dove dal 29 agosto al 9 settembre si svolgeranno i Giochi Paralimpici: tutto esaurito. Una gran bella boccata d’ossigeno per lo sport. Era successo in altre edizioni dei Giochi Paralimpici: a Pechino i biglietti staccati furono un numero impressionante, 3,6 milioni, ma quasi la metà furono distribuiti a scuole e associazioni, con 1,82 milioni venduti a prezzi fra 30 e 80 yen (fra 4,5 e 12 euro). Qui è diverso. Perché i biglietti sono tutti a pagamento, nessun omaggio, con prezzi oscillanti fra le 45 (il costo maggiore) e le venti (quasi il 75 % dei biglietti) sterline.

Sono stati già venduti quasi 1 milione e mezzo di biglietti sui 2,2 milioni disponibili e le previsioni sono di un sold out, tutto esaurito, storico. Numeri che fanno pensare al 1948 e alla prima competizione sportiva paralimpica: 16 persone paraplegiche a sfidarsi nel tiro con l’arco nel cortile di un ospedale. Sono passati 64 anni e ci saranno stadi e arene piene di migliaia di persone (e diritti tv venduti in cinque continenti). Con spettatori paganti.

Cosa è cambiato in così pochi anni? Lo sport è un grande grimaldello: ha saputo aprire le porte giuste? Viene da chiederselo, per non cadere nei disvalori che ci giungono da un modello di sport sbagliato e negativo, fra scommesse, doping, farmaci, violenza e agonismo esasperato. Quegli impianti pieni alla Paralimpiade londinese danno speranza: chi sarà in quegli stadi, chi le guarderà in tv (Rai e Sky per l’Italia) sarà fra coloro che apriranno la strada verso un futuro migliore.

Lascia o raddoppia? L'ultima puntata di «Servizio Pubblico» dedicata alla Tv

Corriere della sera

Tra gli ospiti del programma di Michele Santoro, Paolo Mieli, Antonio Padellaro, Paolo Bonolis e Neri Marcorè



MILANO - «"Servizio Pubblico" è nato dalla decisione di Berlusconi di cancellare dalla programmazione della Rai "Annozero". Io non ho mai lottato contro di lui come persona o contro le sue idee politiche, ma solo contro la concentrazione di potere, quello che si chiama conflitto d'interesse». Michele Santoro inizia così l'ultima puntata di «Servizio Pubblico», puntata tutta dedicata alla tv e alla prima edizione del suo esperimento televisivo. Ma non mancano le stoccate contro la politica.





LE AUTORITÀ - «Sono preoccupato - ha precisato Santoro - del vuoto che si è creato nella nostra società, come questo schifo delle Autorità lottizzate. Mi impressiona l'acquiescenza del governo Monti a questa lottizzazione e anche il silenzio del Quirinale, perchè c'è una violazione di un principio sancito dalla nostra Costituzione, così come - prosegue il conduttore - mi meraviglia che l'ex direttore generale della Rai Mauro Masi sia ricevuto in pompa magna ai giardini del Quirinale e i giornalisti scomodi tenuti fuori». Tra gli ospiti della serata Paolo Bonolis, il presidente di Rcs Libri Paolo Mieli, il direttore del Fatto quotidiano Antonio Padellaro, il direttore di Rai 4 Carlo Freccero, Vittorio Sgarbi, gli attori Massimo Ghini, Claudio Santamaria, Neri Marcorè. Tra gli argomenti trattati infatti, anche la crisi del cinema e dell'occupazione a Cinecittà. A chiusura della puntata lo sfogo di Santoro, mentre si parlava di politica e partecipazione: «La verità è che soli eravamo e soli siamo rimasti: come fa un partito che si chiama democratico a non sedersi a un tavolo per vedere cosa dobbiamo fare per la Rai? Sono degli irresponsabili». Poi la chiusura del programma e i saluti al pubblico: «Arrivederci al futuro».


Basta moneta unica. L’Italia ora torni a stampare valuta"

di Andrea Cuomo - 08 giugno 2012, 08:00
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L’idea dell’europarlamentare dell’Eld: "Emettiamo banconote per riprenderci sovranità"


«Un atto di follia». Così Magdi Cristiano Allam definisce la decisione di schierare il suo movimento Io Amo l’Italia alle prossime elezioni politiche. Il target è chiaro (l’elettorato moderato,cattolico, di centro), eventuali alleanze no, perché «è controproducente oggi mescolarsi sia con i partiti che si sono autoscreditati esercitando il potere in modo consociativo sia con un’opposizione che specula su ciò che non va ma è priva di contenuti».

E poi «oggi come oggi chi è in grado di prevedere chi e come si presenterà alle elezioni?».


Allam, solo follia?
«No. L’Italia che Amo vuole essere il punto di riferimento per gli italiani che hanno a cuore i valori che io definisco non negoziabili: centralità delle regole; diritti e doveri; perseguimento del bene comune. Attorno a essi intendiamo chiedere il consenso della gente disorientata che per metà non va a votare e per l’altra metà tende a premiare la novità».

Novità che secondo lei sono prive di vere soluzioni. E le sue, di soluzioni?
«Bisogna partire dalla certezza della realtà per avere la capacità di vedere lontano. Prenda l’euro. Gli esperti dicono che uscirne sarebbe una catastrofe, ma noi abbiamo verificato che non è vero».

Alt. Non è certo lei il solo a proporre l’uscita dall’euro... «Ma la nostra proposta è qualitativamente diversa da quella di Grillo. Noi pensiamo che lo Stato italiano debba tornare a emettere la propria moneta a parità di cambio con l’euro, che continuerebbe ad avere corso legale».

E allora, quali vantaggi ci sarebbero?
«Riacquisteremmo la nostra sovranità monetaria. Ci troveremmo nella condizione di disporre della valuta necessaria per pagare i 100 miliardi che lo Stato deve alle imprese, delle risorse per lo sviluppo. Questo vorrebbe dire fare autenticamente gli interessi degli italiani.
Altro che spread».

Lo spread?
«Ma sì, siamo impazziti per una parola che io in sessant’anni divita non avevo mai sentito, in nome dello spread hanno anche fatto fuori Berlusconi. Ma a me interessano le persone che soffrono, gli imprenditori che si suicidano pur vantando crediti con la pubblica amministrazione, i giovani che a trent’anni non sono nemmeno ancora entrati nel mercato del lavoro e vivono con i genitori».

Un quadro catastrofico...
«Un vero vicolo cieco. E dopo quella monetaria ci vogliono togliere anche la sovranità nazionale. Vede, l’80 per cento delle nostre leggi sono la semplice trasposizione delle direttive europee figlie di una commissione di 40mila burocrati che non sono stati eletti da nessuno e a nessuno rispondono.
L’Europa è profondamente antidemocratica e ciò ha pesanti ripercussioni sull’Italia».

Ci fa un esempio?
«Di recente da una risoluzione sulla lotta all’omofobia in Europa si è approdati alla legittimazione del matrimonio omosessuale. Apice della civiltà è considerato tutto ciò che è lontano dalla vita e dalla nostre radici giudaico-cristiane: aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale. Abbiamo messo in soffitta la ragione. Idolatriamo solo il dio euro».

Le parla anche di Federazione dei comuni. Che significa?
«Il comune è la realtà che più compiutamente può rappresentare gli interessi delle famiglie e delle piccole imprese che rappresentano l’80 per cento del nostro tessuto imprenditoriale. Io immagino di rovesciare la piramide: noi paghiamo le tasse al sindaco, che con vincolo di mandato e responsabilità civile e penale gestisce il territorio, e lo Stato interviene con una sussidiarietà limitata ad alcuni ambiti. Con un presidente della Repubblica elettivo ed esecutivo, che garantisce unità, solidarietà e governabilità, avremmo un nuovo modello di Stato».

Tra i vicini del presunto killer

Corriere della sera


A Brindisi, tra i vicini del presunto killer di Brindisi Giovanni Vantaggiato. La sua barca, le sue terre, la sua casa, la vita apparentemente normale del benestante imprenditore di Copertino accusato di aver azionato la bomba che ha ucciso Melissa Bassi

Berlusconi per me come un buon papà» Barbara Faggioli sentita al processo Ruby

Corriere della sera

«A Villa San Martino si ballava e si cantava, ma niente scene hard». Ioana Visan: «Con Silvio ho una relazione»


MILANO - «Mi ha solo aiutato come un padre e mi ha consigliato di abbandonare questo tipo di mondo», quello del piccolo schermo, «e di rimettermi a studiare». Lo ha raccontato in aula al processo sul caso Ruby a carico di Silvio Berlusconi, Barbara Faggioli, la showgirl tra le ospiti delle feste ad Arcore. La ragazza davanti ai giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano ha ribadito più volte che a Villa San Martino si tenevano solo delle cene «dove spesso si cantava» nelle quali il presidente «raccontava qualche aneddoto, anche qualche vicenda politica» e, rispondendo alla domanda precisa del pm Antonio Sangermano, ha affermato di non aver mai visto scene hard di sfregamenti e toccamenti tra l'ex premier e le giovani invitate. Barbara Faggioli ha detto che il locale dove secondo l'accusa si svolgeva il bungabunga era in realtà un salotto seppur con un palo dove «si ballava e si cantava. Non erano spogliarelli, ma ho visto spettacoli».


Le ragazze di Arcore Le ragazze di Arcore Le ragazze di Arcore Le ragazze di Arcore Le ragazze di Arcore Le ragazze di Arcore


LO CHIAMAVAMO «BETTY» - E quando il pm ha letto in aula alcune telefonate intercettate tra la fotomodella e la consigliera regionale Nicole Minetti con cui la giovane era molto amica ha spiegato a proposito di alcune parole in codice che il termine «scarpe» voleva dire soldi e che l'ex premier era soprannominato «Betty». Inoltre, ha ribadito più volte che «il presidente mi ha sempre dato aiuti come se fosse un padre» cioè soldi e anche il pagamento delle rate dell'affitto dell'appartamento di Milano in cui vive «e lo fa tuttora». La ragazza ha ammesso di aver ricevuto anche in dono dei gioielli tra cui il collier che oggi portava al collo riferendo di averlo ricevuto come dono per un suo compleanno. «Lo ha fatto per galanteria - ha aggiunto - perchè fa parte del suo modo di essere, è molto galante. E per galanteria ha regalato tanti oggetti ai suoi ospiti». La giovane ha negato comunque che regali e soldi che Berlusconi ha dato anche ad altre ragazze fossero compensi per rapporti sessuali.


Marysthell Polanco in tribunale Marysthell Polanco in tribunale Marysthell Polanco in tribunale Marysthell Polanco in tribunale Marysthell Polanco in tribunale Marysthell Polanco in tribunale


IOANA VISAN - Dopo la Faggioli è stata la volta di Ioana Visan, un'altra delle giovani ospiti. «Sono quattro anni che ho rapporti con Silvio Berlusconi, una relazione fatta sui sentimenti. Sono rimasta a dormire là magari tre giorni di fila», ha detto la ragazza, che per più volte si è rifiutata di rispondere alla domanda se fosse mai stata pagata in cambio di rapporti sessuali con l'ex capo del governo spiegando che «i miei rapporti sessuali riguardano la mia intimità». La giovane testimone, dopo aver descritto le cene a Villa San Martino come piacevoli e nelle quali «si mangiava, si cantava e si stava tra amici», ha raccontato di aver conosciuto Ruby. «Ricordo - ha affermato la giovane - che raccontava la sua vita, di avere una mamma famosa in Egitto, una cantante, e che lei aveva 24 anni. A me però non è mai piaciuta».




«LE MUTANDE NO» - Ioana Visan, dopo aver dichiarato di «aver partecipato alle cene ad Arcore dal 2008 fino ad oggi» e aver spiegato di essere stata «aiutata» da Berlusconi, quasi al termine dell'esame, rispondendo a una domanda del presidente del Tribunale Giulia Turri, ha ammesso che durante le feste le ragazze «ballavano divertendosi, muovendosi nel modo femminile ma non le trovavo volgari. Sì, si toglievano la camicetta». E al giudice che le ha domandato se si levavano anche le mutande e il reggiseno ha risposto: «Le mutande no». Infine, la ragazza ha anche detto di vivere tuttora «in un appartamento di proprietà del presidente il quale provvede alle sue necessità».

IL PAPA' DI RUBY - Infine è stato interrogato Mohammed el Marough, il papà di Karima, alias Ruby, la ragazza - minorenne all'epoca dei fatti - a causa della quale è nato lo scandalo dei «bunga bunga» ad Arcore. «Io provengo dal Marocco e Mubarak è egiziano. Il Marocco e l'Egitto sono due cose diverse», ha detto l'uomo, che ha poi negato di aver mai impedito che sua figlia andasse a scuola e di averla picchiata. Inoltre ha aggiunto di non averle mai versato addosso, come lei aveva detto, olio bollente, ma che quell'episodio fu «un incidente domestico» che ebbe in Marocco quando sua figlia aveva un anno. Alla domanda del pm Sangermano che gli ha chiesto per quale motivo la ragazza scappava sempre di casa, il padre di Ruby ha risposto «perché voleva vivere come i ricchi».




Il signor Mohammed el Marough ha anche detto di non aver litigato con la figlia: «Volevo darle solo delle regole». Regole religiose? «No, di vita» ha aggiunto. L'uomo ha anche affermato di aver saputo dai giornalisti che Ruby si era trasferita a Milano e delle sue frequentazioni con Silvio Berlusconi e di aver ricevuto da Ruby denaro in un paio di occasioni, una volta 500 o mille euro e un'altra volta mille euro. Ora l'uomo, come ha spiegato, ha solo contatti per telefono con la figlia e non ha mai visto l'attuale compagno, Luca Risso, da cui la ragazza ha avuto una bambina. Inoltre, più volte ha ripetuto di non averla mai cacciata di casa quando era minorenne: «Io le avevo fatto scegliere tra casa mia e la comunità. Lei aveva scelto la comunità ed è la comunità che deve rendere conto di quel che ha fatto mia figlia».

Redazione Milano online8 giugno 2012 | 15:37

Quante sono le telecamere?

La Stampa


A CURA DI ROSARIA TALARICO

Roma

Il caso della bomba nella scuola di Brindisi è stato risolto grazie alle registrazioni video di alcune telecamere. Ma quante sono in Italia le videocamere come quella?
È difficile fare una stima poiché non essendo necessarie autorizzazioni per installare sistemi di sorveglianza non sono disponibili numeri precisi. Secondo alcune stime, in Italia ci sarebbero quasi due milioni di telecamere, una ogni 35 abitanti. Un altro dato significativo è che in un giorno, quando una persona esce di casa in una grande città italiana, viene scrutata mediamente da circa 100 telecamere.

In Europa quali sono i Paesi con più telecamere installate?
A guidare la classifica è la Gran Bretagna, dove le telecamere sono più di quattro milioni, una ogni 14 abitanti. I cittadini britannici vengono ripresi in media 300 volte al giorno. L’Italia si piazza al secondo posto. A livello mondiale, il record appartiene alla Cina: la regione del Guandong ha appena approvato l’acquisto di 500 mila telecamere.

Chi ha interesse a installare telecamere di sorveglianza?
L’utilizzo di questi sistemi ha visto un’enorme diffusione negli ultimi anni. Il loro impiego è ormai capillare e va dai soggetti istituzionali (comuni, ministeri, scuole) ai singoli cittadini che li usano per aumentare la sicurezza della propria abitazione. Ci sono poi infrastrutture in cui le telecamere sono imprescindibili come aeroporti, stazioni ferroviarie, metropolitane, banche, ambasciate e via dicendo.

Quanto si spende per la videosorveglianza in Italia?
Secondo un dato del 2007, Comuni, metropolitane, banche e aziende hanno speso 440 milioni di euro per la videosorveglianza. L’Associazione sicurezza e automazione edifici afferma che nel triennio 2009-2011 l’aumento nella vendita di telecamere a circuito chiuso è stato del 21,13% per un fatturato che si aggira intorno ai 600 milioni di euro.

Come si concilia l’esigenza della sicurezza con quella della privacy?
È importante trovare un equilibrio tra questi due bisogni essenziali. Il Garante per la privacy si è occupato della videosorveglianza con diversi provvedimenti. Un primo decalogo è stato messo a punto nell’ottobre 2000 per non violare la privacy mediante l’utilizzo di sistemi di videosorveglianza. Nel 2004 ha poi emanato un provvedimento, poiché erano stati segnalati numerose violazioni. In generale le apparecchiature audiovisive non possono rilevare in modo continuativo immagini, eventualmente associate a suoni, relative a persone identificabili, anche con registrazione e conservazione dei dati. L’ultimo provvedimento fu approvato nel 2010.

Quanto possono essere conservate le immagini riprese?
La durata delle registrazioni deve essere limitata a poche ore o, al massimo, alle 24 ore successive alla rilevazione. Il discorso cambia in casi particolari (per le banche i tempi possono essere aumentati fino a una settimana). Le durate possono anche essere modificate in presenza di speciali esigenze investigative.

Qual è stato il lavoro del Garante della privacy rispetto alla videosorveglianza?
L’Autorità nel 2011 ha fornito riscontro a 3.668 tra quesiti, reclami e segnalazioni con riferimento alle seguenti aree tematiche: telefonia, Internet e informatizzazione, sanità e servizi di assistenza sociale, videosorveglianza, rapporti di lavoro. Nell’attività di relazione con il pubblico, sono stati forniti oltre 31.200 riscontri tra contatti telefonici (13.000) ed email esaminate (18.214), che hanno riguardato in buona parte anche la videosorveglianza.

È prevista un’autorizzazione per installare una telecamera?
In generale non è prevista alcuna autorizzazione. Tuttavia, per particolari infrastrutture e tipologie di telecamera è necessaria un’approvazione del Garante per la privacy. Ad esempio, lo scorso febbraio è stata autorizzata l’installazione di un sofisticato sistema di videosorveglianza per una centrale termoelettrica che prevedeva l’impiego di telecamere «intelligenti» in grado di segnalare, tra l’altro, eventuali tentativi di sabotaggio o soggetti in movimento, ma l’Autorità ha ritenuto eccessiva, e non conforme ai principi di pertinenza e proporzionalità stabiliti dal Codice privacy, la richiesta di poter captare suoni fino a 5-6 metri di distanza. L’uso di un tale sistema avrebbe comportato il rischio di ledere la riservatezza di dipendenti o altri. Si tratta di sistemi molto costosi, la cui realizzazione riguarda poche decine di casi l’anno.

Quanto costa una telecamera?
Su Internet è possibile acquistare un kit con circa 400 euro. Nel pacchetto sono incluse quattro telecamere, una centralina di controllo e un videoregistratore. Decisamente più costosi i sistemi «intelligenti» che hanno sistemi di rilevazione del movimento e possono incrociare i dati con altri sistemi.

Napolitano contestato con fischi all'uscita della tendopoli

Corriere della sera

Fischi e cartelli di protesta hanno accolto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al suo arrivo a Mirandola, nel modenese per il primo incontro con le popolazioni terremotate dell'Emilia presso la tendopoli del Campo Friuli

Spatuzza: "Rubai la 126, ma non sapevo che serviva per uccidere Borsellino"

Quotidiano.net

Gaspare Spatuzza procurò la Fiat 126 usata come autobomba ma non sapeva che sarebbe servita per uccidere il giudice Paolo Borsellino. Lo capì - così ha detto - quella tragica domenica del 19 luglio del 92 quando apprese dai telegiornali dell’attentato e collegò i fatti

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Roma, 7 giugno 2012

Gaspare Spatuzza, il collaboratore di giustizia che ha permesso alla Procura di Caltanissetta di aprire un nuovo filone di indagini sulla strage di via D Amelio, procurò la Fiat 126 usata come autobomba ma non sapeva che sarebbe servita per uccidere il giudice Paolo Borsellino. Lo capì quella tragica domenica del 19 luglio del 92 quando apprese dai telegiornali dell’attentato e collegò i fatti. La ricostruzione è stata fornita dal pentito nel corso dell’incidente probatorio davanti al Gip di Caltanissetta, Alessandra Giunta, nell’aula di Rebibbia a Roma.

“Non sapevamo a cosa servisse la 126 nè io, nè Tutino”, ha detto Spatuzza. Il pentito ha affermato che quando consegnò l’auto ai suoi capi erano presenti diverse persone, tra le quali il boss di Brancaccio, Filippo Graviano. All’indomani dell eccidio, Graviano esulto’ per come era andata la strage, ha raccontato Spatuzza: “Graviano - ha detto - era contento e anch’io ero contento perché in qualche modo avevo fornito il mio contributo. Adesso mi pento per quello che ho fatto”.

Spatuzza ha iniziato la sua deposizione chiedendo scusa ai familiari delle vittime per il male che ha provocato, e si è poi soffermato sulla fase preparatoria dell'attentato contro Borsellino. Ha confermato che fu lui ad occuparsi del furto della Fiat 126, a procurarsi l’antenna e le targhe, su mandato del boss Giuseppe Graviano. Il collaboratore ha riferito che durante il suo periodo di detenzione, venne in contatto con Profeta, Scotto, Orofino, Murana, condannati per la strage di via D’Amelio con una sentenza ora rivista. Spatuzza ha sostenuto di aver sofferto perche’ sapeva che in carcere c’erano delle persone innocenti, che stavano scontando una pena per un reato che non avevano commesso.

Il pentito ha detto di aver intuito subito che Scarantino, il personaggio sulle cui dichiarazioni si era basato il primo processo su via D’Amelio, mentiva e di aver collegato quel comportamento alla durezza del regime del 41 bis e a maltrattamenti che i mafiosi subivano nelle carceri dopo le stragi del ‘92 e di cui gli aveva parlato un certo Di Trapani. Secondo Spatuzza, Scarantino potrebbe aver deciso di collaborare perché non sopportava più quei maltrattamenti, ma si sarebbe autoaccusato di cose che non avrebbe mai potuto fare: “Diceva cose che non stavano nè in cielo, nè in terra. Io sapevo - ha affermato Spatuzza - che Scarantino non diceva la verità, perché fui io a rubare la 126”.

Oggi nell’aula bunker di Rebibbia si riprenderà con il controesame di Spatuzza da parte dell’avvocato Flavio Sinatra. Oggi il collaboratore ha risposto alle domande dei Pm Domenico Gozzo e Stefano Luciani.

Caccia all'ultimo super-ricercato per l'attentato al metrò di Tokyo del 1995

Corriere della sera

5.000 poliziotti in cerca di Katsuya Takahashi. Partecipò all'attentato con il gas sarin: 13 morti, oltre 6.000 feriti

Un frame del video della banca con il sospettato (dal «Japan Times»)Un frame del video della banca con il sospettato (dal «Japan Times»)

MILANO - Una traccia concreta dopo 17 anni: la telecamera di sicurezza di un bancomat ha catturato l'immagine di un uomo che potrebbe essere Katsuya Takahashi. Capelli corti e occhiali, sembra molto somigliante all'identikit del 54enne che nel 1995 terrorizzò il Giappone. Il 20 marzo di 17 anni fa Takahashi partecipò all'attentano con il gas nella metro di Tokyo. Morirono 13 persone e oltre 6mila rimasero intossicate: il Paese sotto choc.

RICERCHE A TAPPETO - Cinquemila poliziotti sono sparpagliati a ventaglio nella capitale nipponica e sguinzagliati nelle aree limitrofe: il loro compito è trovare quell'uomo, distribuire foto recenti e il fermo-immagine della banca in modo da impedire che fugga dalla capitale.

IL PASSO AVANTI - La lunghissima ricerca dei responsabili dell'attentato ha subito un'accelerazione all'inizio di quest'anno, quando uno dei ricercati, Makoto Hirata, si è consegnato alle autorità. Lasciando senza fiato il Paese. Domenica scorsa, poi, è stato arrestato un altro sospettato. Resta da trovare soltanto Takahashi.

L'ATTENTATO - Fino a oggi quasi 200 membri della setta «Aum Shinrikyo» sono stati condannati per l'attacco del 1995. Tredici, compreso il guru Shoko Asahara, sono attualmente nel braccio della morte. Un tempo la setta aveva 10mila membri in Giappone e altri 30mila in Russia. Oggi è stata ribattezzata «Aleph» e ha ancora centinaia di adepti. Tutti tenuti sotto stretto controllo dalla polizia. I nuovi leader del gruppo hanno comunque rinnegato pubblicamente il vecchio guru assassino.

Angela Geraci
8 giugno 2012 | 9:08

Il Pd si sfotte da solo Il futuro? In bianco e nero

Libero

La clip dei giovani del partito sembra una parodia. Sfilano tutti i luoghi comuni di sinistra. Ma salveranno il mondo...


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Parte la  musichetta. Il tavolo è apparecchiato per un thriller di bassa lega, per un trailer di un b-movie da guardare tra risate e allegria un po' grottesca. Ma non ci sono né pazzi con seghe circolari né mutanti. "Loro sono i democratici. Democratici, un altro film", conclude la clip la voce fuori campo. I protagonisti sono "loro", i giovani militanti del Partito Democratico. Non si tratta di un thriller, ma del docufilm - così lo chiamano loro - che verrà presentato all'assemblea dei Circoli del Pd il 23 giugno.

Il Pd si sfotte da solo. Guarda il video su LiberoTV

Neri e partigiani - Nel minuto e mezzo del filmato, i giovani di sinistra palesano tutta la loro inesistente freschezza. In una manciata di secondi le nuove leve del Pd mettono in scena tutti i clichè cari alla sinistra. Il nero (incredibile ma vero: a bordo di una barchetta su un lago. Si tratterà di simbologia del clandestino?) che dice: "Ero io l'extraterrestro". Sì, dice "extraterrestro". Poi il reduce di guerra, il partigiano: "Da maggio che è finita la guerra...".

La benefattrice e il sempliciotto - La carrellata di luoghi comuni continua con la presa di distanza radical-chic: "Non sono come gli altri", spiega la signora introdotta dalla profetica (?) voce fuori campo. Quindi la benefattrice: "Voglio dedicare tempo alle persone che hanno bisogno". Cominciate a sentirvi troppo inferiore ai Democratici? Nessun problema, entra in campo la persona semplice: "Non sono né un'eroe né una persona che vuole essere protagonista". Sospiro di sollievo.

Giovinotti e giovinotte - La clip dura ormai da 50 secondi, ma pere essere passata una vita. Spunta il giovinotto sciarpizzato con la ricetta da Libro Cuore: "Testa, cuore, entusiasmo". Poi il giovinotto scettico, ma educato, polite: "Il Paese è un po' dormitorio", la sua critica costruttiva. La voce fuori campo spiega che loro "vogliono cambiare musica, vogliono ricostruire il Paese". Già perché - ce lo spiega la giovinotta frustrata - in quest'Italia che solo loro possono salvare "se tu non sei conosciuto non entri, ma se non entri non sei conosciuto".

Uno scherzo della Brambilla? - Una sfilata di stilizzazioni talmente goffa e grottesca da far pensare a una presa in giro. Ci si chiede se non si tratta di una delle parodie con cui Piero Chiambretti ha riempito la sua televisione. Sorge un dubbio: sarà una burla orchestrata dai circoli della Brambilla? Questi ci parlano di cambiare il mondo, ci parlano di futuro e lo fanno con un video in bianco e nero. E' uno scherzo. E invece niente affatto, è tutto vero. L'autogol mediatico se lo sono confezionati in totale autonomia e lo annunciano in pompa magna. L'ultimo harakiri di sinistra è compiuto. "Loro sono i democratici. Democratici, un altro film". Avevate dei dubbi?

New York, nel mirino finiscono i carretti che vendono Hot-Dog

Il Mattino

NEW YORK - La Grande Mela dichiara guerra a hot dog e kebab. Questa volta però non si tratta di una questione di salute, come nel caso del bando alle bibite gassate in formato extra large. Il problema è il "traffico" pedonale che congestiona i marciapiedi di New York.
A finire nel mirino sono i famosi maxi-carretti ambulanti che vendono hot dog e altri cibi preconfezionati, parte integrante del paesaggio di Manhattan. Il Dipartimento della Sanità ha annunciato un giro di vite contro i carretti non motorizzati, che d'ora in poi non potranno essere più grandi di 1,5 metri per 3.

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In questo caso il progetto non è basato sulla lotta all'obesità dei newyorkesi, ma si cerca di ridimensionare il volume dei mezzi, che negli anni sono cresciuti a dismisura, e in certi casi occupano interamente lo spazio del marciapiede, creando notevoli disagi alla circolazione. I funzionari del sindaco Michael Bloomberg hanno inoltre fatto sapere che chiariranno anche le norme richieste sulla sicurezza alimentare a seconda dei prodotti venduti. I carretti ambulanti hanno dato vita nel corso degli anni ad un vero mercato nero, tant'è che il Department of Investigation ha scoperto che le licenze per uno dei mezzi siano arrivate addirittura a toccare quota 15.000 dollari.

Giovedì 07 Giugno 2012 - 21:38

Gli stranieri non sono obbligati a usare il contante

La Stampa

Commercianti, agenzie di viaggio e tour operator potranno accettare, senza limiti, denaro contante dai turisti stranieri. A stabilirlo è il direttore dell’Agenzia delle Entrate che, con un provvedimento del 23 marzo scorso, ha approvato modello e istruzioni necessari per comunicare l’adesione alla particolare disciplina contenuta nell’art. 3, comma 1, d.l. 16/2012.

La comunicazione agli operatori va effettuata prima di porre in essere la vendita. Per poter beneficiare della deroga, l’acquirente deve essere una persona fisica, non residente in Italia, avente cittadinanza diversa da quella di uno Stato UE o dello spazio economico europeo. Nello specifico, a poter fare la richiesta sono i commercianti al minuto (art. 22 d.p.r. n. 633/1972), chi fornisce prestazioni alberghiere, somministrazione di alimenti e bevande, prestazioni di trasporto di persone, agenzie di viaggi e turismo (art. 74-ter d.p.r. Iva).

L’esercente con la comunicazione aderisce alla disciplina di deroga e si impegna a effettuare gli adempimenti richiesti. Oltre ad inviare telematicamente la comunicazione, all’atto dell’operazione occorre acquisire fotocopia del passaporto del cessionario e/o del committente e un’autocertificazione di costui, dove viene attestato che non è cittadino italiano e nemmeno di Paesi UE. Dopo la vendita e il relativo incasso bisogna versare, nel primo giorno feriale successivo all’operazione, il contante incassato in un conto corrente intestato al cedente o al prestatore presso un operatore finanziario, a cui verrà consegnato fotocopia del passaporto, fattura o ricevuta o scontrino fiscale emesso.

Nessuno sconto a Maradona Cancellati solo 3mila euro

Corriere del Mezzogiorno

L'Agenzia delle Entrate smentisce la cancellazione di cartelle per un totale di cinque milioni


Diego Maradona
NAPOLI - Maradona ha ragione nel contenzioso sul fisco? Falso, o meglio ha ragione solo per qualche migliaia di euro. L'Agenzia delle Entrate smentisce, con un comunicato sul proprio sito internet, le notizie diffuse ieri dal difensore di Diego Armando Maradona, secondo il quale la Commissione tributaria provinciale di Napoli avrebbe annullato, in seguito ai ricorsi dell'ex fuoriclasse , debiti per circa 5 milioni di euro, a fronte degli oltre 37 richiesti dal fisco.

LA NOTA - La cancellazione, si legge nella nota dell'Agenzia, riguarda solo quattro cartelle per un totale di 3.148,53 euro, relative a imposte di registro per atti giudiziari e tre bolli auto. «La Commissione Tributaria Provinciale di Napoli con la sentenza 321/17/12 - si spiega - ha confermato in pieno la legittimità della pretesa tributaria dell'Agenzia delle Entrate e dell'operato dell'Agente della riscossione Equitalia Sud, per quanto riguarda gli avvisi di accertamenti emessi per gli anni dal 1985 al 1990 nei confronti di Diego Armando Maradona. Tale debito è stato integralmente riconosciuto come dovuto per l'importo di 37.423.399,31 euro e cioè per l'importo maturato alla data di presentazione del ricorso. L'importo, quindi, non ha subito alcuna riduzione o annullamento parziale».

ULTERIORE RICORSO - Per i giudici della Commissione tributaria provinciale di Napoli, i difensori «non hanno mai provato o almeno dedotto che il loro rappresentato avrebbe a suo tempo presentato la dichiarazione dei redditi in modo da consentire la verifica circa la sua posizione, debitoria o creditoria. È quindi quanto meno apodittico, se non paradossale, dire che Maradona nulla deve al fisco per pagamento di tributi Irpef».

Nella sentenza, depositata ieri, con la quale si respingono i ricorsi presentati dalla difesa dell'ex campione in relazione al debito fiscale di oltre 37 milioni di euro, i giudici sottolineano che i tributi Irpef «erano e sono ragionevolmente dovuti, quanto meno per i compensi da lavoro dipendente corrisposti dalla società Calcio Napoli al giocatore oltre che, presumibilmente, per gli introiti da utilizzo dell'immagine da parte degli sponsor».

La commissione tributaria provinciale ha anche evidenziato come in relazione alla pretesa del fisco relativa all'Irpef, la Cassazione avesse già nel 2005, con la sentenza n. 3231 passata in giudicato, respinto i ricorsi di Maradona. I difensori di Maradona, Angelo Pisani e Angelo Scala, hanno comunque annunciato un ulteriore ricorso davanti alla Commissione tributaria d'appello.


Redazione online 07 giugno 2012

Perserverare è diabolico

Corriere della sera

Perché le nomine all'Agcom non rispettano la legge


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Più delle parole contano i fatti. E i fatti dimostrano ogni giorno che i vertici di questa classe politica sono da archiviare, perché perseverano nel prendere decisioni contrarie all’interesse generale. Mercoledì il Parlamento ha scelto i nuovi commissari per l’Agcom. La legge richiede indipendenza e riconosciuta competenza nel settore, poiché senza indipendenza la competenza può essere utilizzata per favorire una parte contro l’altra, e senza competenza l’indipendenza è inutile e fonte di decisioni casuali.
Da mercoledì un settore strategico per il nostro futuro come quello delle comunicazioni è nelle mani di Decina, Martusciello, Posteraro e Preto. L’indipendenza di Martusciello è dubbia, considerata la sua storia di ex dipendente Mediaset ed ex deputato Forza Italia, mentre la sua incompetenza specifica nel settore delle comunicazioni (sia sulle questioni tecniche che in quelle di prodotto) è pressoché certa. Idem per Preto (Pdl) e Posteraro (Udc).

Decina (indicato dal Pd), pur essendo competente, è stato consigliere di amministrazione di Telecom Italia ed è, con le aziende di sua proprietà, consulente di moltissimi operatori soggetti alla vigilanza dell’Agcom. In sostanza 4 nomine che violano i requisiti di legge, e che danno vita ad un Consiglio pure squilibrato. È infatti ragionevole attendersi che su tutti i temi di interesse per Mediaset (la gara delle frequenze, le nuove regole sul diritto d’autore, il destino della rete Telecom) i commissari espressi dal Pdl abbiano un punto di vista favorevole all’azienda da cui proviene il commissario Martusciello. Quindi la maggioranza sarà saldamente nelle mani del commissario Posteraro scelto dall’Udc, indipendentemente dall’opinione del presidente (che deve ancora essere indicato dal Premier Monti) e del commissario indicato dal Pd.

In sostanza il commissario Posteraro, con competenze limitate o assenti, deciderà sul futuro delle comunicazioni italiane. E questo dipenderà da dove si posizionerà Casini. Poteva andare diversamente se il Pd, dopo aver sbraitato per mesi su competenza e curricula, avesse indicato e preteso due tecnici autorevoli, indipendenti e competenti. Avremmo ora la garanzia di affrontare nel merito ogni singola questione, e con un importante ruolo “super partes” del Presidente in caso di parità tra i membri di nomina parlamentare. Purtroppo non sarà così e ce ne accorgeremo molto presto.

Alla fine di agosto scadono i 120 giorni che il Decreto Fiscale del Governo Monti ha concesso ad Agcom e Ministero dello Sviluppo Economico per definire il destino delle frequenze da assegnare agli operatori televisivi. Meno di tre mesi per decidere:
1) come riorganizzare i 6 “multiplex” televisivi previsti dal “beauty-contest”; 2) per quanto tempo e con quali diritti d’uso assegnarle; 3) se assegnarle solo alle televisioni o anche agli operatori mobili, e infine come organizzare l’asta, cioè quanto farsi pagare. Dopodiché la mano passa al Ministero dello Sviluppo Economico per la gestione della gara.

Decisioni urgenti e che condizioneranno pesantemente il panorama televisivo italiano. In che modo? L’Autorità potrebbe decidere di destinare le frequenze a nuovi operatori televisivi e non consentire la partecipazione alla gara di Rai e Mediaset. Potrebbe anche decidere di cederne una parte a Tim, Vodafone, Wind e La3, che sarebbero certamente disposti a pagare cifre molto alte a fronte di un aumento del traffico e della qualità del servizio per i propri clienti. L’Agcom potrebbe, infine, decidere di utilizzare una parte dello spettro per soddisfare le legittime richieste di Centro Europa 7 e delle emittenti locali, o per tentare di porre rimedio alla disastrosa ricezione del digitale terrestre Rai che affligge centinaia di migliaia di abbonati del servizio pubblico.

Ma la maggioranza dei commissari potrebbe invece decidere di consentire la partecipazione alla gara di Rai, Mediaset e La7, ma non quella di Tim e Vodafone. La mancata partecipazione degli operatori di telefonia mobile ridurrebbe di molto il possibile incasso dello Stato. Ci sarebbe così meno competizione nell’asta e verrebbero a mancare gli operatori più ricchi. A questo punto l’Agcom sarebbe giustificata a suggerire al Ministero basi d’asta molto basse. Mediaset potrebbe dire “Visto? Le frequenze non le vuole nessuno”, e comperarle per un tozzo di pane. Una bella beffa per tutti coloro che si sono battuti per evitare che le frequenze venissero assegnate gratuitamente.

L’azienda di Cologno invece potrebbe utilizzare quei canali e, fra qualche anno, in presenza di una forte pressione europea per liberare lo spettro dalle trasmissioni televisive a favore della telefonia mobile, potrebbe pretendere un congruo rimborso economico o il diritto di poterle utilizzare per la banda larga e fare concorrenza a Tim, Wind, Vodafone e La3, che l’anno scorso hanno speso più di un miliardo di euro a testa per assicurarsi frequenze analoghe. Come si può capire, due soluzioni dagli effetti economici diametralmente opposti per Mediaset e per i cittadini italiani. Bersani e il suo Pd hanno affidato la “golden share” su questa decisione nelle mani di una persona che, certamente, non ha mai sentito parlare di frequenze, “multiplex” e banda larga mobile.

A breve vedrà la luce una nuova autorità, importantissima e decisiva, quella dei trasporti, che vuol dire Cai, Ferrovie, Alta Velocità, tassisti, trasporti urbani. Qui i regolamenti devono essere ancora definiti. Ci aspettiamo che Monti stabilisca regole e requisiti più stringenti, che renda tutto il procedimento trasparente e garantisca un collegio realmente super partes. Per allinearsi con la parte più civile dell’Europa, più che ai cacciatori di teste, si potrebbe pensare ad un concorso europeo. Quello che non vorremmo vedere è un esperto in telecomunicazioni, o un transfuga dall’autorità per i contratti pubblici, decidere per esempio sulle regole di competizione fra Italo e Frecciarossa.

Milena Gabanelli
7 giugno 2012(ultima modifica: 8 giugno 2012 | 8:39)

Battuti all'asta tombini art di via Montenapoleone

Il Giorno

Il ricavato, pari alla cifra complessiva di 79.500 euro, verrà interamente devoluto all’Associazione “Amici di Edoardo Onlus” per la realizzazione del Progetto “Educativa di Strada”

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Milano, 8 giugno 2012

Battuti all’asta, a Palazzo Isimbardi, i 20 Tombini Art di via Montenapoleone, realizzati da 5 urban painter internazionali su iniziativa di Metroweb, società proprietaria della più estesa rete metropolitana in fibre ottiche d’Europa. Il ricavato, pari alla cifra complessiva di 79.500 euro, verrà interamente devoluto all’Associazione “Amici di Edoardo Onlus” per la realizzazione del Progetto “Educativa di Strada”, rivolto ai giovani delle periferie disagiate milanesi

Ben 6 Tombini Art hanno avuto un unico acquirente, un facoltoso imprenditore cinese che opera nel campo della moda e del lusso che li esporrà in Cina nella città di Chengdu. I Tombini Art di Metroweb, dopo essere stati esposti in via Montenapoleone a Milano, diventeranno così parte integrante dell'arredo urbano di un'altra importante città andando ad abbellire una via del lusso del mercato emergente più importante del mondo. (.... la mostra in parte continua!)

Il Progetto, offrirà importanti occasioni di crescita agli adolescenti in difficoltà o a rischio devianza: si articolerà in interventi di prevenzione del disagio, riduzione del danno e creazione di opportunità professionali ed artistiche finalizzate all’inserimento dei giovani in circuiti attivi. Con queste finalità, saranno predisposti 7 corsi di formazione per fotografi, tecnici fonici, barman, videomaker, autori ed attori. Prevista inoltre la creazione di una rete di cooperazione con aziende, imprese, cooperative ed associazioni di categoria, per concretizzare l’inserimento nel mondo del lavoro.

Con questa iniziativa, Metroweb vuole partecipare attivamente alla realizzazione di quei progetti educativi, e non solo, finalizzati a dare nuovo vigore alla città e all’area metropolitana milanese. Come è noto, la Società è presente in maniera capillare nell’intera area con un’infrastruttura sotto il suolo, in cui corre la fibra ottica. La valorizzazione dei Tombini di via Montenapoleone testimonia al meglio la vocazione mecenatesca di Metroweb che ha accolto con favore l’idea di dare risalto a degli oggetti inosservati e calpestati, portando in evidenza il confine tra la tecnologia infrastrutturale che sta “sotto” e il mondo metropolitano in superfice. Da qui la denominazione “Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la città cablata” per la mostra open air di Tombini giunta con grande successo alla seconda edizione.

“Educativa di Strada” contribuirà a connettere il tessuto sociale della metropoli milanese dal centro alla periferia, nello stesso modo in cui la rete in fibra ottica di Metroweb contribuisce a connettere il nostro Paese al Mondo del web con le più moderne tecnologie.

“Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la città cablata” è un’iniziativa protrattasi dal novembre 2010 al 3 maggio 2012 e che ha coinvolto 5 urban painter internazionali provenienti da 5 capitali mondiali della street art (New York, Berlino, Milano, Londra e Parigi) chiamati da Metroweb a valorizzare i Tombini della più prestigiosa via dello shopping milanese (via Montenapoleone): Shepard Fairey, artista divenuto fenomeno culturale con l’iconografia di Barack Obama, una delle più efficaci illustrazioni della politica americana, ha progettato dei moderni “mandala” astratti, quasi tribali; Space Invader ha proposto i suoi famosissimi alieni “pixelati” ispirati al mitico video game anni ’70; l’italiano Rendo ha invece offerto il suo contributo con opere grafiche, astratte e tridimensionali, che rievocano elementi sospesi nello spazio; Flying Fortress ha stupito con i suoi orsi che rimandano al simbolo di Berlino ed ai suoi “Teddy Troups”; i The London Police hanno reinterpretato i loro giocosi “omini” tutti amore-pace-amicizia.

Kim e il bombardamento: la più famosa foto di guerra ha compiuto quarant'anni

di Massimo M. Veronese - 08 giugno 2012, 08:55

8 giugno 1972: un gruppo di bimbi fugge da un bombardamento aereo. Il fotografo Nick Ut ferma l'immagine di una ragazzina nuda e in lacrime e la consegna alla Storia


Kim non aveva mai visto un aereo così da vicino. Arrivava dalla Statale, volava a bassa quota, lasciò cadere qualcosa che illuminò di curiosità i suoi occhi di bambina, come delle palline colorate che la inseguivano rimbalzando.

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Napalm.

Nick la vide sbucare dai cespugli. Gli correva incontro senza vestiti addosso, con le braccia aperte. Scattò. Il mirino della sua Nikkon si riempì di sfumature color zafferano, fuoco, sangue tramonto. Bellissimo. Poi cominciò a tremare con violenza. Non aveva mai visto tanto orrore in vita sua. Il capitano John Plummer cercava i risultati del baseball sul Stars e Stripes, ma sotto il titolo «Una bomba sull'obiettivo sbagliato» vide la foto di Kim. Il napalm le aveva divorato la schiena fino ai polmoni, il fianco sinistro fino al torace, la nuca fino all'attaccatura dei capelli e tutto il braccio sinistro. Lui lo sapeva bene: la gelatina incendiaria del napalm fa presa su qualunque cosa tocchi, brucia a lungo a temperature di 1200 gradi, fonde i corpi come cera, provoca un dolore oltre ogni immaginazione. Come essere scorticati vivi. Kim aveva solo nove anni. John guardò il soldato al suo fianco e disse solo: «Sono io che ho ordinato quel bombardamento...» La bambina e la foto s'incontrarono per sbaglio sulla strada per Trang Bang, 40 chilometri da Saigon, e da allora nè l'una nè l'altra hanno mai smesso di correre. Dicono che ci sono immagini che parlano da sole, ma qui è diverso. Questa è una foto che urla, «una foto che non ti dà pace» secondo il due volte premio Pulitzer Horst Faas. L'urlo di Munch che si fa carne che brucia.

Pensare che quel fagottino terrorizzato, nel suo villaggio, era famosa soprattutto per il sorriso. E per quel nome, Kim Phuc, che significa «felicità dorata». Gli americani che frequentavano il suo villaggio la chiamavano «Mai», un gioco di parole che voleva dire «America bella». Quella corsa incontro al cielo ha cambiato il modo di vedere la guerra, una corsa che continuerà nei secoli e la ritroverà per sempre bambina, ma ferma in un mondo che non cambia mai, una corsa che l'ha vista sbucare di nuovo nuda e indifesa da una scuola dell'Ossezia, Beslan duemila e quattro. Ma intanto nel tempo la bambina si staccava, fuggiva lungo un'altra strada, con la sensazione addosso di far parte di qualcosa di grande ma di avere sempre qualcosa a metà. In fuga dal destino, «là ci sono i bambini che muoiono» dissero i medici ai suoi che la cercavano dopo le bombe l'ospedale Cho Bay, in fuga dal dolore, quattordici mesi d'ospedale, 17 interventi di plastica, il 35 per cento del corpo ricostruito con trapianti di pelle, dagli incubi atroci che attraversavano le sue notti, in fuga dalla religione di famiglia, il caodaismo, fino nelle braccia del cristianesimo «meglio che ti sposi un comunista che un cristiano», in fuga dalla rovina economica in cui il comunismo gettò la sua famiglia di ristoratori,

in fuga dalla propaganda di regime che la usò senza pietà fino alla fuga quella vera in Canada, durante il viaggio di nozze per chiedere asilo politico in uno scalo tecnico di mezzo tra Mosca e Cuba.  Kim Phuc ha incontrato nel corso di un programma alla Bbc Christopher Wain, il giornalista della Itn che contribuì a salvarle la vita 40 anni fa. L'ultima volta che Chris aveva visto Kim, la bambina giaceva in un letto di ospedale con gran parte del corpo ustionato da un attacco al napalm delle truppe sudvietnamite, alleate degli americani, contro il suo villaggio. Era l'8 giugno del 1972 ed era in Vietnam da sette settimana per la rete Itn. In fuga dalle bombe che le avevano bruciato vestiti e pelle, Kim e altri bambini incontrarono Chris e la sua equipe. Lui le gettò acqua sul corpo mentre i suoi operatori riprendevano. Quelle immagini terribili furono mandate in onda, diventarono il volto della guerra, fecero il giro del mondo.

Con Chris e gli altri c'era anche il fotografo vietnamita Nick Ut, che scattò l'immagine diventata simbolo, denuncia e leggenda. Piangeva. Molti anni dopo, con il suo stesso sorriso di bambina, ha abbracciato anche Plummer, anzi oggi il reverendo Plummer, durante un raduno di veterani del Vietnam: «Mi dispiace, mi dispiace così tanto...» riuscì appena a dirle. «É tutto a posto: ti perdono, John, ti perdono...».  Kim, la «Bambina della foto» come si intitola la sua biografia, oggi vive in Canada, si è sposata l'11 settembre, ha chiamato uno dei figli Binh, «Pace», e creato una fondazione che aiuta le vittime della guerra.
É molto più di una fotografia: «La mia vita è un simbolo d'amore, di speranza e di perdono».

Trovato a Londra il primo teatro di Shakespeare

di Redazione - 06 giugno 2012, 11:02

Scoperte nel quartiere Shoreditch le fondamenta della struttura dove il Bardo rappresentò con la compagnia The Lord Chamberlain's Men le sue opere prima che venisse costruito il Globe.

I resti del leggendario teatro inglese dove per la prima volta una Giulietta disse a un Romeo: «Salutarti è una pena così dolce che vorrei dirti addio fino a domani», sono venuti alla luce a Londra.



Il Curtain Theatre della zona di Shoreditch (nell'Ottocento quartiere popolare e pericolosissimo) fu il primo teatro in cui le opere di William Shakespeare furono rappresentate, prima ancora che nel mitico Globe, che compare in moltissimi gadget scespiriani e al quale le poste di sua maestà britannica dedicarono nei secoli alcuni francobolli. La struttura ritrovata fu smantellata nel 17esimo secolo e il luogo esatto sul quale sorgeva si perse con la memoria dei primissimi spettatori delle opere del Bardo.

Ora ciò che è rimasto della sua platea di acciottolato e delle fondamenta su cui poggiava la struttura in legno è stato trovato da un'equipe di archeologi del Museum of London. Gli scavi hanno per ora rivelato due sezioni delle mura esterne, utili per calcolare le dimensioni del teatro, e un cortile che potrebbe appartenere al teatro o a un insediamento successivo. Che il teatro si trovasse nei pressi di Curtain Road, l'omonima, antica via che ancora oggi scorre nei suoi pressi era noto - una placca per ricordarne l'esistenza è affissa poco distante - ma la sua esatta collocazione, nella vicina Hewett Street, è stata scoperta soltanto adesso.

«Abbiamo eseguito una valutazione e ci siamo imbattuti nel teatro che è assolutamente ben conservato, meglio di qualsiasi altro teatro di Shakespeare - ha detto alla France presse una portavoce del Museum of London - è l'ultimo dei teatri di Shakespeare a tornare alla luce». Il Curtain fu costruito a poche centinaia di metri da un altro teatro, chiamato semplicemente The Theatre, le cui fondamenta sono state rinvenute nel 2008 dallo stesso team di archeologi. Leggenda narra che l'attore e manager del Theatre, James Burbage, dopo una lite con il padrone dello stabile, avesse smantellato la struttura in legno e l'avesse spedita dall'altra sponda del Tamigi, dove fu costruito il Globe.

Dal 1597 per almeno due anni, il Curtain fu usato al suo posto e vi furono rappresentate tragedie come Romeo e Giulietta e Enrico V. The Curtain fu aperto nel 1577 e ospitò i The Lord Chamberlain's Men, la compagnia teatrale con cui Shakespeare lavorò per gran parte della sua vita; fu qui che il drammaturgo portò in scena le sue opere a partire dal 1597, fino a quando non aprì il Globe Theatre, nel 1599. Quando i The Lord Chamberlain's Men si trasferirono al Globe, furono altre compagnie a tenere rappresentazioni al The Curtain, rimasto attivo, riportano le cronache del tempo, fino al 1622, anche se gli storici sono propensi a ritenere che venne usato ancora per altri 20 anni.

La scoperta dei resti del Curtain è stata accolta con grande entusiasmo dai fan del Bardo. Dominic Dromgoole, direttore artistico del Globe, l'ha definita «enormemente emozionante» e ha detto: «Mi piace il fatto che si stia scavando a Londra e che lentamente, sotto ai tristi resti di epoca vittoriana e imperiale, venga alla luce la Londra più selvaggia, anarchica e gioiosa che vi sta sotto. Mi ricorda lo Zocalo di Città del Messico, dove i palazzi spagnoli stanno scomparendo mentre i vecchi templi maya risbucano fuori».

Il sito dove l'antico teatro è venuto alla luce appartiene alla Plough Yard Developments, che intende incorporare i resti archeologici in uno spazio pubblico parte di un nuovo palazzo a utilizzo commerciale e residenziale.