giovedì 7 giugno 2012

La vita allegra dei senatori con la cassa dei gruppi

Quotidiano.net

A Palazzo Madama decine di parlamentari si sono intascati una valanga di soldi

Quaranta le segnalazioni. Saccheggiata la ricca (40 milioni) cassa dei trasferimenti per i parlamentari. Oltre al Pd coinvolti Lega e Udc. E c’è pure chi viene con l’amica e si porta via migliaia di euro

di Andrea Cangini

Roma, 7 giugno 2012


Un senatore in odore di riciclaggio rappresenta un caso di malcostume, decine di senatori in odore di riciclaggio rappresentano una prassi. Ad oggi, le segnalazioni sono una quarantina. E il numero sembra destinato a crescere. Una quarantina di operazioni bancarie ‘sospette’ segnalate dalla Bnl all’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, che provvederà a sua volta a girarle al Nucleo speciale di polizia tributaria della Guardia di finanza e alla Direzione investigativa antimafia. Lo impone una legge del 2007, quando un operatore finanziario «sa, sospetta o ha motivi ragionevoli per sospettare che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio».

Brutta storia. Una storia iniziata quando i vertici della Bnl hanno preso coscienza della gestione allegra dei diversi conti correnti che il tesoriere della Margherita Luigi Lusi aveva aperto o fatto aprire presso l’agenzia che si trova al piano terreno di palazzo Madama, nel cuore del Senato della repubblica. Ricostruiti i movimenti di denaro e interrogati i funzionari, risulta che Lusi non è quel che si suol dire una pecora nera. È un recordman (in negativo), ma alla stessa gara partecipano in molti. La gestione personalistica e disinvolta dei soldi destinati ai gruppi parlamentari non rappresenta infatti l’eccezione bensì la regola. Si sapeva, in effetti, ma si è sempre cercato di non dirlo.

Oltre ai cosiddetti ‘rimborsi elettorali’ e ai finanziamenti per i giornali di partito, un altro canale attraverso il quale il denaro pubblico affluisce nelle casse dei partiti politici è infatti rappresentato dai «trasferimenti ai gruppi parlamentari». Trasferimenti consistenti: solo al Senato la cifra sfiora ogni anno i 40 milioni di euro. Ed è questa una delle ragioni — non l’unica, certo — che rendono particolarmente ambita la carica di capogruppo: il poter disporre di quel tesoretto. Che come spesso accade finisce poi nella disponibilità di molti. Chi infatti pensasse che quei denari vengano interamente spesi per assicurare il buon funzionamento dei gruppi parlamentari e dunque della democrazia rappresentativa sbaglierebbe di grosso.

Dalle segnalazioni giunte in Bankitalia risulta infatti che parte significativa di quei soldi sia effettivamente nelle disponibilità di singoli senatori, i quali ne fanno l’uso che meglio credono. L’andazzo non riguarda solo Lusi e il gruppo del Pd: sono coinvolti anche la Lega e l’Udc. Ed è possibile, per non dire probabile, che almeno un altro gruppo parlamentare a breve s’aggiunga. Lunga e trasversale è dunque la fila dei senatori che nel tempo hanno ritirato ingenti somme di denaro dai conti correnti dei loro gruppi. E l’impressione di chi, da dietro lo sportello, ha assistito ai loro frequenti via vai era che non si trattasse esattamente di denaro destinato ad essere speso per la politica, e men che meno per attività inerenti al gruppo parlamentare.

C’è il senatore che si presenta in compagnia dell’amica ed esce dalla banca con migliaia di euro in tasca. C’è il senatore che ritira contante con regolare cadenza mensile come si trattasse di uno stipendio. C’è il senatore che ha delegato a ritirare una cifra consistente un certo signore noto per svolgere l’attività di ‘spallone’, e non risulta che in Svizzera il senatore in questione o il suo partito svolgano un’intensa attività politica. Si tratta di una minoranza, naturalmente. Ma non così esigua da consentire di archiviare la notizia alla voce «casi personali».

Attentato di Brindisi: la procura conferma Fermato il presunto colpevole

Corriere della sera

Si chiama Giovanni Vantaggiato, ha 68 anni. Avrebbe confessato di essersi costruito da solo la bomba


Giovanni VantaggiatoGiovanni Vantaggiato

MILANO - La svolta è arrivata poco dopo le 22. La conferma poco dopo l'1.30 della notte: avrebbe finalmente un volto e un nome il responsabile dell'attentato alla scuola «Morvillo» di Brindisi in cui è morta la 16enne Melissa Bassi ed altre cinque studentesse sono rimaste ferite. Il procuratore di Lecce Cataldo Motta ha confermato ai giornalisti le voci che si inseguivano da tempo: è stato fermato Giovanni Vantaggiato, un benzinaio di 68 anni di Copertino in provincia di Lecce. A quante pare il benzinaio avrebbe anche confessato, dicendo: «Sì, quella bomba l'ho fatta io da solo. L'ho pensata e l'ho costruita». Sembra anche che l'uomo abbia alternato momenti di lucidità a stati confusionali.





L'AUTO - La sua auto, una Fiat Punto, sarebbe stata ripresa dalle telecamere nei pressi della scuola Morvillo poco prima dell'esplosione. Una circostanza alla quale gli inquirenti attribuiscono grande importanza. Ma le telecamere della zona avrebbero ripreso anche un'altra automobile di un familiare del sospettato. L'uomo è accusato di strage aggravata alla finalità di terrorismo.


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IL MOVENTE - L'uomo avrebbe fatto tutto da solo e il movente sarebbe una vendetta privata. Si parla di rancori non nei confronti degli studenti o di loro familiari ma contro il preside della scuola «Morvillo» Angelo Rampino. Non ci sarebbe dunque alcun coinvolgimento della criminalità organizzata nè di terroristi. Ma il sua il preside della scuola, parlando a Corriere.it, afferma: «Non ho nemici e di sicuro non ho come nemico nessun titolare di pompe della benzina». Ma ci potrebbe essere anche un'altra ipotesi di movente secondo la quale l'uomo ce l'aveva con la giustizia per un torto subito in occasione di un processo. Avrebbe dunque deciso di colpire la scuola «Morvillo» perché intitolata alla coppia di magistrati. Al momento si tratta solo di ipotesi perché in procura il riserbo è massimo.




CAUTELA DELLA POLIZIA - Per tutta la giornata, nonostante le indiscrezioni, la procura di Lecce, che coordina le indagini, ha mostrato estrema cautela per evitare di ripetere gli stessi errori fatti nei giorni successivi alla strage quando venne fermato un cinquantenne subito additato come l'assassino e che per questo rischiò il linciaggio, tranne poi risultare totalmente estraneo all'attentato. Per questo pomeriggio il procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce Cataldo Motta ha cercato di raffreddare gli animi. «Non c'è alcuna novità - ha affermato - novità non ci sono e se ci saranno vi informeremo al momento opportuno». Poi nella notte il capo della polizia, Antonio Manganelli ha voluto fare i complimenti al procuratore Cataldo Motta «e a tutti i magistrati che si sono impegnati in questa indagine con passione e competenza e a dispetto di tutte le teorie emerse in questi giorni».


Bomba davanti alla scuola intitolata a Falcone Bomba davanti alla scuola intitolata a Falcone Bomba davanti alla scuola intitolata a Falcone Bomba davanti alla scuola intitolata a Falcone Bomba davanti alla scuola intitolata a Falcone Bomba davanti alla scuola intitolata a Falcone





CONTROLLI SUL TERRITORIO - La polizia ha invece diffuso i risultati di un'intesa attività di controllo sul territorio. Dopo l'esplosione all'Istituto «Morvillo» la Questura di Brindisi ha avviato «servizi di controllo del territorio eccezionali» con 1.400persone controllate e 32 perquisizioni domiciliari. «L'attività - si legge in una nota- è stata svolta da decine di volanti supportate da altrettanti equipaggi del Reparto prevenzione crimine Puglia». Oltre cento uomini che giornalmente presidiano la provincia di Brindisi. «Gli agenti presenziano all'ingresso e all'uscita degli studenti, monitorano persone e veicoli, osservano, attuano simultaneamente perquisizioni e posti di blocco». Un servizio che ha consentito di denunciare 28 persone per reati contro il patrimonio e un arresto.

Alfio Sciacca
6 giugno 2012 (modifica il 7 giugno 2012)


Brindisi, l'attentatore «taciturno» con lo yacht e quel contenzioso da 300 mila euro
Corriere della sera

I possibili moventi della bomba, l'interrogatorio e i dubbi degli investigatori: «Ha detto di avercela col mondo intero»

ALFIO SCIACCA

BRINDISI – C’è ancora qualcosa che non torna. C’è ancora un pezzo di verità da scoprire e probabilmente dei complici da individuare e magari arrestare. Nonostante i toni (in alcuni casi fuori luogo) di qualche alto magistrato che in conferenza stampa confonde l’esigenza di capire con una sorta di gioco di società nel quale vince chi trova le parole ad effetto per non rispondere ai giornalisti, questa resta ancora una brutta storia. Anche dopo l’arresto del presunto esecutore materiale dell’attentato alla scuola “Morvillo”. E non solo perché c’è una ragazza di 16 anni che non sarà mai più restituita all’affetto dei suoi cari ma anche perché non si è ancora capito quale sia l’innesco che porta una persona, ritenuta da tutti «tranquillo seppur un po’ taciturno», a trasformarsi in un potenziale stragista.




L’INCOGNITA DEL MOVENTE - Dunque anche di fronte alla confessione dell’uomo che ha materialmente ucciso la povera Melissa Bassi troppe cose restano incomprensibili. A cominciare, appunto, dal movente. Perché lo ha fatto? «Ha detto di avercela col mondo intero» è stata la risposta del procuratore antimafia di Lecce Cataldo Motta. Spiegazione che non convince nessuno, a cominciare dagli inquirenti tanto da confessare che «su questo fronte le indagini sono ancora alle battute iniziali». Se questo è vero è altrettanto vero che potrebbe non trattarsi di “semplice follia” ma di qualcosa di diverso. Durante l’interrogatorio Giovanni Vantaggiato ha negato moventi specifici ma ha anche farfugliato frasi incomprensibili del tipo «c’è la crisi, il denaro». Dettagli che, a giudizio degli inquirenti, potrebbero aprire squarci interessanti per comprendere fino in fondo cosa lo abbia spinto a prendere di mira la scuola Morvillo.

UN CREDITO DA 300 MILA EURO - E qui si torna alle ipotesi che circolano da giorni e portano a un probabile contrasto col preside della scuola oppure ad un lungo contenzioso con la giustizia per il recupero di un credito di 300 mila euro relativo ad una fornitura di carburante. Su questo versante resta tutta da esplorare la vicenda del commerciante che aveva accumulato il debito nei confronti di Vantaggiato e che nel corso degli ultimi quattro anni è rimasto vittima di due misteriosi attentati. Da quel che si è potuto capire il presunto attentatore di Brindisi è molto attaccato al denaro e negli anni ha costruito una fortuna, tanto da avere persino uno yacht di proprietà ormeggiato a Porto Cesareo. La lucida follia si potrebbe dunque sposare con l’avidità che lo avrebbe portato a ribellarsi a quello che riteneva un torno da parte della giustizia. L’ipotesi stranissima alla quale stanno lavorando gli inquirenti e che l’obiettivo fosse il Palazzo di Giustizia, simbolo di quella che riteneva un’istanza di giustizia negata. Ma essendo difficile piazzare lì l’esplosivo avrebbe ripiegato sulla scuola poco distante, tra l’altro intitola a due martiri della giustizia come Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.

EVENTUALI COMPLICI - È poi credibile che abbia fatto tutto da solo? Gli inquirenti lo hanno individuato seguendo gli spostamenti di due auto che erano nella sua disponibilità. È vero che potrebbe averle guidate solo lui in momenti differenti com’è possibile che sulla scena dell’attentato sia entrata una seconda persona. Del resto se è plausibile che abbia preparato l’esplosivo difficile immaginare che possa averlo anche trasportato da solo. Alcune intercettazioni hanno inoltre svelato che la moglie di Vantaggiato sapeva o aveva capito qualcosa, resta da accertare se lo abbia anche coperto aiutandolo a tentare di farla franca. In ogni caso gli inquirenti sono portati logicamente ad ipotizzare che ci siano dei complici, all’interno o fuori dal contesto familiare. Individuarli è il prossimo obiettivo che vogliono raggiungere.

7 giugno 2012 | 21:01


«Ho scelto il luogo in modo casuale. Il telecomando? Era sulle Pagine Gialle»
Corriere della sera

Ce l'avevo con il mondo intero, prima si lavorava ora no. Era una forma di protesta


BRINDISI - «Intendo rispondere». Ore 22.20, mercoledì sera, alla Questura di Lecce finalmente si apre il verbale. Dopo otto ore passate a negare, «io quello del video? Ma state scherzando, io quel giorno ero a casa mia e mia moglie Pina ve lo può confermare...». Sempre con quella stessa faccia, Giovanni Vantaggiato, nessuna esitazione, tranquillo, «una maschera terrificante, tra l'indifferenza e la cattiveria» racconta chi c'era. Ma in quel momento, sono passate le dieci di sera, dopo che il procuratore Cataldo Motta è già sbottato, anzi si è proprio infuriato, ha lanciato pure delle carte per terra su negli uffici della Questura, è proprio in quel momento, dunque, che un altro degli inquirenti, fissando in volto quell'uomo chiuso a riccio, gli dice una cosa che sente sgorgare dal cuore: «Ma scusa, dopo quello che hai fatto, non hai paura per i tuoi nipotini? Non hai paura della rabbia dei mesagnesi? Quelli ti scuoiano...». Già, i mesagnesi, i concittadini di Melissa Bassi, vittima innocente della bomba di Brindisi.

È a quel punto che la difesa strenua di Vantaggiato va in tilt, farfuglia qualcosa, un cortocircuito scatta nella sua coscienza. Ore 22.20, questura di Lecce: «Intendo rispondere. È vero che sono stato io a collocare l'ordigno e a farlo esplodere nei pressi della scuola Morvillo Falcone di Brindisi la mattina del 19 maggio scorso...». È l'inizio della confessione.

«Non ho una vera ragione»
Verbale stringato, di due pagine appena, in cui Giovanni Vantaggiato descrive con precisione maniacale come ha fatto a costruire la bomba, anzi gliela disegna proprio sul tavolo agli inquirenti, le bombole di gas, la polvere pirica, la batteria, i fili elettrici, le lampadine, il telecomando: «Ho acquistato il telecomando da un impiantista da me scelto sulle Pagine Gialle, un impiantista che si trova in un paese tra Copertino e Maglie, non ricordo esattamente il nome del paese...». Una bomba nata dalle Pagine Gialle, che ha ucciso una ragazza e ne ha ferite per sempre altre cinque.

Gli inquirenti, naturalmente, battono sul movente, vogliono capire che cosa ha armato tanta distruzione. Ricevono da lui, però, risposte bizzarre: «Non ho una ragione specifica per la quale ho scelto sia la città che il posto. La scelta del luogo è stata del tutto casuale. E l'ho fatto perché ce l'avevo con il mondo intero e, nello specifico, perché prima si lavorava e si guadagnava mentre adesso questo non succede più...». Il benzinaio di Copertino, il venditore di gasolio ad uso agricolo, 68 anni e padre di due figlie, avrebbe dunque messo una bomba davanti alla scuola di Brindisi solo perché stressato dalla crisi? Difficile credergli. Tutto l'interrogatorio viene registrato, il verbale contiene solo un riassunto delle parole dette.

«Io vivevo un momento in cui ero proprio depresso - racconta - ma non volevo ammazzare nessuno». Però quando parla, e questo gli investigatori lo notano, non usa il dialetto, si esprime in un buon italiano e usa spessissimo il «noi», la prima persona plurale: «Noi abbiamo parcheggiato, noi abbiamo fatto...». Così chi lo interroga comincia a insospettirsi: «Noi chi?». E lui allora frena: «Il noi si usa molto dalle nostre parti. Ma io non ho ricevuto aiuto da nessuno nel collocare l'ordigno, nel prepararlo e nel farlo esplodere. L'ho fatto esplodere in un punto di passaggio delle persone ma non avevo nulla contro di loro, in quanto non avevo un obiettivo ben preciso. La mia voleva essere solo una forma di protesta e quando ho premuto il telecomando ero convinto che non passasse nessuno».

Non una parola dolce per Melissa, nessun'ombra di pentimento. «Ho sbagliato a fare quello che ho fatto - dice il benzinaio - ma non avrei mai confessato. Se non foste venuti voi a prendermi, non sarei mai venuto da voi a costituirmi. La fifa era troppa...». Nessuna voglia di costituirsi, anzi: «Avevo lasciato la macchina parcheggiata in via Oberdan e quando sono scappato ho buttato il telecomando lungo la strada per Lecce, poi sono tornato a casa e ho fatto finta di niente, ho pranzato regolarmente». Avrete visto tutti quel video: lui che cammina sotto il chiosco dei panini - «non avevo notato che c'erano le telecamere» - sempre con la mano destra in tasca, tanto che si era pensato che l'Unabomber pugliese potesse avere un handicap, un arto offeso: «No, la verità è che da bambino, mentre giocavo, i miei compagni per scherzo mi infilarono un ferro in questa mano e da allora, quando non serve, la metto in tasca». Come un riflesso condizionato.

«10 chili di esplosivo a bombola»
Un uomo lucido, per niente fuori di testa, supercontrollato. Ecco il racconto da brividi della preparazione dell'attentato: «Ho collocato l'ordigno nella notte tra il 18 e il 19 maggio. Ho trasportato il bidone, che avevo rubato a San Pietro in Lama, all'interno della Fiat Punto bianca intestata a mia moglie e così pure, sempre all'interno della Punto, le tre bombole che avevo rubato qualche tempo addietro, con tutto il materiale necessario per confezionare il meccanismo d'innesco. Una volta giunto a Brindisi mi sono fermato in via Palmiro Togliatti (la via che costeggia la scuola, ndr ), ho scaricato il bidone ed ho caricato al suo interno le 3 bombole e lì ho effettuato i collegamenti. A quel punto ho trasportato il bidone munito di ruote percorrendo il marciapiedi di via Togliatti per poi svoltare verso la scuola».

L'ordigno fai-da-te era così concepito: «In ogni singola bombola (svuotata del gas, ndr ) ho messo circa 10 chili di polvere pirica, comprata in più occasioni da vari rivenditori della provincia di Lecce. Per l'innesco ho utilizzato una centralina collegata ad una batteria, che ho acquistato dalla ditta Greco sulla via per Nardò. La batteria a sua volta era collegata con tre coppie di fili elettrici avvolti intorno alla resistenza di 3 lampadine da 12 volt a cui avevo rimosso il vetro di copertura e che poi avevo inserito all'interno di ognuna delle 3 bombole. Una volta dato l'impulso con il telecomando, la centralina riceve il segnale e lo trasmette alla batteria, la quale dà l'impulso elettrico ai fili che incendiano la resistenza che a sua volta dà l'innesco alla polvere pirica. La mattina dopo sono tornato davanti alla scuola con la mia Hyundai Sonica e ho parcheggiato nei pressi. A piedi ho fatto un primo passaggio davanti al chiosco e verso le 8 meno 20 ho premuto il telecomando...». Ore 00.20. Verbale chiuso. Ecco com'è morta Melissa. Non c'era posto per la pietà, sul libretto delle istruzioni.

Fabrizio Caccia
8 giugno 2012 | 7:23

La strana morte di Li Wangyang, uno dei leader della Tiananmen

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini

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Sono passati soltanto pochi giorni dal 23simo anniversario della repressione di piazza Tiananmen quando ieri uno dei leader delle proteste, Li Wangyang (nella foto a sinistra), in carcere da oltre 22 anni, è morto in circostanze misteriose. L’uomo, 62 anni, reso muto e sordo dalle torture subite durante la prigionia, è stato trovato senza vita ieri mattina in un reparto dell’ospedale di Daxiang nella città di Shaoyang (provincia dell’Hunan) dove era ricoverato per problemi cardiaci e diabete.  A rivenire il cadavere penzolante da una finestra con una fascia legata attorno al collo sono stati  la sorella di Li e suo marito. Per la polizia, che ha portato via il corpo senza il consenso dei familiari, si tratterebbe di suicidio, ma i parenti più stretti escludono l’ipotesi sospettando proprio delle forze dell’ordine.

“L’ho visto ieri sera e non mostrava alcun segno di disperazione – ha raccontato alla stampa il cognato Zhao Baozhu -. Ha sempre avuto una mente lucida e un carattere forte”. Per Human Rights and Democracy in China, gruppo con base ad Hong Kong, non è escluso “che le forze dell’ordine che lo avevano in custodia lo abbiano picchiato talmente tanto da provocarne la morte e che a quel punto abbiano simulato il suicidio” .
Come dissidente Li era sottoposto a stretta sorveglianza e il suo reparto era controllato da oltre 10 poliziotti. Per il suo ruolo nelle proteste del 1989, l’uomo fu condannato a 13 anni di reclusione con l’accusa di aver condotto “attività controrivoluzionarie”; nel 2001 fu rilasciato ma poco dopo venne di nuovo accusato di “incitazione alla sovversione” e condannato ad altri 10 anni di reclusione. Pochi giorni fa, alla vigilia del 23esimo anniversario del massacro, Li Wangyang aveva incontrato alcuni sostenitori. Della pista del suicidio dubitano anche i membri di Chinese Human Rights Defender: “Non si è tolto la vita in 22 anni di brutali sofferenze”.

Dal Giappone all'Oregon

Corriere della sera

La chiatta reperto dello tsunami


Spazzata via dallo tsunami che nel marzo 2011 colpì il Giappone, ha viaggiato per un anno e due mesi attraverso l'Oceano ed è arrivata fino in Oregon, Stati Uniti. Questa chiatta semiricoperta di alghe e arrugginita è un reperto originale dello spaventoso maremoto del 2011 che fece migliaia di morti. È arrivata sulla spiaggia di Agate attirando subito attenzione e curiosità. Le autorità dello stato dell'Oregon hanno confermato che si tratta di una chiatta giapponese: su una placca era infatti riportato il nome del porto di Misawa, prefettura di Aomori.

Rivoglio la casa che ho pagato...

La Stampa


A CURA DI CARLO RIMINI


Ho intestato a mia moglie la casa dove viviamo. Ora ci stiamo separando, ma lei non vuole restituirmi la proprietà. Che cosa devo fare?
Se lei intende dire che l’atto con cui è stata acquistata la casa è stato stipulato da sua moglie come parte acquirente, mentre il prezzo è stato pagato da lei, è difficile ora pretendere la restituzione dell’immobile o del denaro impiegato nell’acquisto. La casa è stata comprata da sua moglie che quindi è a tutti gli effetti proprietaria.

Ma io posso dimostrare che mia moglie non ha messo un euro nell’acquisto. D’altra parte non lavora e non ha mai avuto risparmi, come avrebbe potuto pagare una casa che è costata 400 mila euro?
Immagino che il prezzo sia stato pagato con assegni tratti su un conto intestato a lei, ma suppongo che sua moglie non abbia sottoscritto una dichiarazione nella quale riconosce che il bene è intestato a lei solo fiduciariamente.

Il prezzo è stato pagato in parte da me, in parte con denari dei miei genitori. Ovviamente non ho chiesto a mia moglie di firmare nulla! È mia moglie: c’era la massima fiducia...
Vicende come la sua sono molto frequenti. Tenga conto che sono molte le ragioni per cui una persona può decidere di intestare alla moglie o al marito un immobile. Può essere innanzitutto che colui che paga il prezzo voglia gratificare il coniuge, ricompensandolo per i sacrifici fatti a favore della famiglia, per aver dedicato le proprie energie alla crescita dei figli, sacrificando le sue prospettive di lavoro e di carriera. L’intestazione di un immobile a una persona diversa da colui che paga il prezzo può però avere anche lo scopo di proteggere il bene da eventuali creditori. Infine può avere l’obiettivo di usufruire di una normativa fiscale più favorevole.

È il mio caso: ho intestato la casa a mia moglie perché così ho potuto godere della riduzione dell’imposta di registro per l’acquisto della prima casa. Io non avrei beneficiato dell’agevolazione perché sono proprietario di un altro immobile.
Anche questo è un caso molto frequente. Però, se l’armonia familiare viene meno, il vantaggio fiscale ottenuto al momento dell’acquisto, eludendo le norme sull’imposta di registro, viene pagato a caro prezzo perché le probabilità che il coniuge a cui l’immobile è stato intestato sia costretto a restituirlo a colui che lo ha pagato sono molto modeste.

Perché? Mi hanno detto che devo dimostrare che si tratta di un’intestazione fiduciaria...
Il problema è proprio quello della prova. La prova della intestazione fiduciaria di un bene immobile deve essere data al giudice per iscritto. Questo significa che, al momento dell’acquisto, le parti devono sottoscrivere un accordo nel quale chiariscono che l’immobile non è di colui che appare proprietario nei registri immobiliari, ma dell’altro coniuge il quale deve impegnarsi a trasferire il bene a colui che lo ha pagato qualora quest’ultimo lo richieda. È sufficiente una semplice scrittura privata, non è cioè necessario un atto pubblico sottoscritto davanti a un notaio. In mancanza di questo accordo scritto, non vi sono concrete possibilità di costringere il coniuge a cui l’immobile è stato intestato a restituirlo all’altro.

Temo che non potrò fare nulla per ottenere la restituzione della casa. Potrò almeno ottenere che mia moglie mi restituisca i denari che le ho dato per pagare il prezzo?
Anche questo risultato non è facile da ottenere. Se anche si riuscisse a dare la prova che il prezzo è stato pagato da lei e non da sua moglie, in assenza di un impegno di quest’ultima a restituire il denaro ricevuto, il giudice finirà per presumere che lei abbia pagato per spirito di liberalità o per adempiere a un obbligo morale nei confronti dell’altro coniuge.

Almeno per la parte del prezzo che è stata pagata con denari dei miei genitori, possiamo dunque sostenere che loro hanno fatto un prestito a mia moglie e che quindi lei deve restituire tutto ciò che ha ricevuto?
Il problema è sempre quello della prova. I suoi genitori dovranno in questo caso dare la prova che sua moglie si è impegnata a restituire ai suoceri i denari che ha ricevuto per acquistare l’immobile. Il giudice può ammettere che la prova sia data ricorrendo a testimoni. A questo punto però i testimoni dovranno riferire di avere conoscenza diretta del fatto che la nuora si è impegnata a restituire ai suoceri ciò che ha avuto da loro.

Italia, da mezzo secolo in Sorpasso

La Stampa

1962: esce il mitico film di Dino Risi con Gassman, ironico e attualissimo ritratto del Paese


Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman a bordo della leggendaria Lancia Aurelia

FULVIA CAPRARA
Roma

Sulla via Aurelia, da Roma al mare, dagli edifici anonimi della prima speculazione edilizia ai lidi familiari imbevuti di perbenismo e canzonette, c’era la voglia di correre. Una voglia matta che nasceva dall’eccitazione del boom economico, dal presagio di una libertà sessuale alle porte, dal mito di una vita più facile, lontana, finalmente, dallo spettro della guerra e dei suoi sacrifici: «Alle origini del «Sorpasso» - raccontava Dino Risi - ci sono due miei viaggi, con persone diverse, in epoche diverse. Il primo, nel 1947, con un produttore milanese, l’avvocato Gigi Martello, col quale finii nel Liechtenstein, il secondo con il simpaticissimo organizzatore generale di Mario Cecchi Gori, Pio Angeletti... Feci con lui un viaggio da Roma a Maratea, in Calabria, per i sopralluoghi. Pessimo guidatore, sorpassi in curva, radio a tutto volume, esplorati cinque o sei ristoranti prima di trovare quello giusto. Fornito, diceva, di una memoria topografica di ferro, si rifiutava di consultare la cartina. Arrivati a notte fonda, non trovammo l’albergo e dormimmo in macchina, aspettando l’alba...».

Scomparso il 7 giugno di 4 anni fa, Dino Risi non ha mai amato le confessioni altisonanti, i toni elegiaci, le dissertazioni intellettuali, così la genesi del «Sorpasso», girato 50 anni fa, si riduceva, nei suoi ricordi, alla summa di alcuni semplici pezzi di vita. La verità è che in quel film, cronaca assolata del vagabondaggio di un cialtrone nullafacente (Vittorio Gassman) e di uno studente timido (Jean-Louis Trintignant), c’è il senso di un’epoca intera, restituito con la meravigliosa leggerezza che solo le opere d’arte sanno raggiungere. Oggetto di infinite dissertazioni critiche, di libri, di rievocazioni, di rivisitazioni, «Il sorpasso» è entrato da tempo nel paradiso del grande cinema.

Il Museo d’Arte Moderna di New York lo archivia tra i capolavori europei, Martin Scorsese lo considera da sempre il primo, vero «road movie», Dennis Hopper dichiarò più volte, a suo tempo, che il film era alla base del suo «Easy rider».  E se l’opera di Hopper è stata il manifesto dei mitici anni tra Sessanta e Settanta, la strada, il viaggio, le droghe, quella di Risi è la fotografia eloquente di un’Italia irripetibile, che oggi appare più che mai pittoresca, borghese ma ancora contadina, conservatrice ma anche desiderosa di scrollarsi di dosso vecchi moralismi.

Il paesaggio italiano su cui sfreccia, nel Ferragosto del 1962, la Lancia Aurelia Sport di Bruno, supercompressa e un po’ ammaccata: «Del soggetto mi colpì - rievoca Mario Cecchi Gori nell’autobiografia «Pasta d’uomo» - oltre al racconto, ai personaggi, alle atmosfere, l’anelito dell’evasione: prendere una macchina di buona cilindrata, il più grande desiderio dell’epoca, e andare in giro così, senza quasi sapere dove. A pranzo qui, a cena là, la notte in un altro posto, con l’ottimismo facilone e approssimativo di tempi liberi e fortunati dalle limitazioni e dalle costrizioni belliche e post-belliche. Specchio della spinta vitale che si avvertiva in quel tempo, frutto del boom economico, e in particolare del boom dell’auto, che finalmente era alla portata di molti».

Il regista e gli attori fecero il resto. Da Vittorio Gassman, scelto al posto di Alberto Sordi inizialmente designato per il ruolo («Lo scartammo perchè avrebbe dato al personaggio connotazioni da vigliacco che ne sviavano il significato»), a Jean Louis Trintignant, su cui Risi non aveva mai avuto dubbi: «Il lunedì lo feci arrivare da Parigi, per me era uno sconosciuto. Lo vidi e dissi subito: è lui. Timido, educato, il perfetto antagonista di Gassman, sbruffone, prevaricatore, estroverso».

L’alchimia c’era già. Poi si aggiunsero le canzoni, in vetta alle classifiche del tempo, Guarda come dondolo di Edoardo Vianello, Saint Tropez Twist di Peppino Di Capri, Vecchio frac di Domenico Modugno. E i luoghi, dalle spiagge vicine alla capitale al ristorante di Civitavecchia dove Gassman gusta la zuppa di pesce, da Santa Marinella, appena diventata meta vacanziera borghese, alla Versilia di Forte dei Marmi, dalla Viareggio dei locali alla moda come «La Bussola» a Castiglioncello dove la corsa si conclude.

Nel finale tragico, con l’auto che precipita sulla scogliera trascinando il passeggero più debole, predestinato dalla sua stessa natura, metafora dell’Italia perbene sconfitta dal rampantismo arrogante, Risi vedeva il motivo dell’affermazione dell’opera: «Quando Trintignant vide la pellicola finita - racconta il regista in «Maestro per caso» (Gremese) - rimase sorpreso. Non sapeva di aver fatto un film divertente, a parte il finale. Fu proprio quell’improvvisa frattura, credo, come quando muore qualcuno che si ama, a determinare il successo del film».

Un attimo, solo un attimo, di seria auto-analisi. Poi, come sempre, prevale l’ironia: «Sto attento quando guido scrive nella sua raccolta di massime -. Vedo il titolo: "Muore in un sorpasso il regista del Sorpasso"».

Zippo, cinquecento milioni di accendini sempre accesi

La Stampa

Reso popolare dai Marines è in produzione dal 1932


L’accendino n. 500.000.000, satinato cromato con una incisione a due colori ed un marchio esclusivo sul fondo, porta sul davanti il numero seriale “1” e la data del 5 giugno 2012.


GLAUCO MAGGI
new york

La Zippo ha tagliato il traguardo del suo 500 milionesimo accendino antivento, e ha celebrato la data storica, che coincide con il giorno di nascita del suo fondatore George G. Blaisdell scomparso nel 1978, con una cerimonia nello stabilimento di Bradford (Pennsylvania). Il nipote di George, Duke, che oggi è a capo della Zippo Manufactoring, ha fermato il lavoro alle 10.45 del mattino e ha organizzato un suggestivo evento celebrativo. Quando è stata completata l’incisione dell’accendino storico, i 620 dipendenti si sono allineati a formare una catena umana, dalla fabbrica al museo aziendale, per passarselo di mano in mano fino a quelle di Duke. Il quale, dopo il discorso di rito, l’ha messo nella bacheca a fianco di altri pezzi che hanno fatto la storia della Zippo.

Blaisdell, nato nel 1895, era stato espulso dalla scuola militare quando frequentava la seconda media. Andò a lavorare nella fabbrica di lavorazione dei metalli del padre, ne divenne il padrone prima della Grande Guerra e la vendette nel 1920 per passare al business del petrolio, che fu un successo fino alla Grande Depressione. Ad un ballo, nel 1932, scoccò la scintilla che avrebbe cambiato la sua vita: uscito dalla sala per fumarsi una sigaretta, chiese il fuoco ad un signore distintissimo che, però, aveva un accendino dal funzionamento molto precario. Di qui, la decisione di inventarne lui uno affidabile.

Affittò una stanza a 10 dollari al mese e studiò il design, forte dei suoi trascorsi da meccanico: doveva essere piccolo da stare in una mano, ma soprattutto essere pratico e funzionale. Riuscì bene, si può dire 80 anni dopo, per la qualità del meccanismo di accensione e perché, in effetti, la fiamma non si spegne mai. Ma anche per la scelta felice del brand. Zipper era il nome che la Talon Company aveva dato alla rotellina da applicare all’accendino, e a Blaisdell piacque quel suono, che modificò in Zippo. Da allora, a parte una minima riduzione della dimensione di quasi un centimetro, e l’arrotondamento degli angoli, l’anima dell’accendino nato in Pennsylvania è sempre quella del suo inventore. Lo Zippo ha fatto il giro del mondo e ha clienti in oltre 100 paesi.

Il calo dei fumatori degli ultimi tempi si è fatto sentire sulle vendite: dai 18 milioni all’anno negli Anni 90 sono scese nel 2010 a circa 12 miliomi. Ciò ha convinto la Zippo Manufacturing Co. a diversificare la sua offerta, sfruttando il marchio Zippo per orologi, penne, abiti e profumi. A Vicenza ha sede, nel portafoglio di controllate internazionali, Zippo Fashion Italia. L’accendino n. 500.000.000, satinato cromato con una incisione a due colori ed un marchio esclusivo sul fondo, porta sul davanti il numero seriale “1” e la data del 5 giugno 2012. Nello stesso giorno della celebrazione la Zippo ha prodotto due altri modelli commemorativi per collezionisti: il “500 Millionth Replica” e il “Deluxe in limited edition”, che riporteranno sul fondo un codice specifico utilizzato solo per questa ricorrenza e saranno presto in vendita.

Attualmente, negli Usa il prezzo suggerito al dettaglio è di 13 dollari per il modello di base, ma c’è anche lo Zipper in oro a 18 carati che ne costa 12.676. Gli appassionati vanno a caccia di esemplari rari: per un modello del 1933, tra i primissimi, sono stati pagati 18mila dollari e la stessa Zipper nel 2002 ne ha comprato uno per la propria collezione per 12 mila dollari. Gli Zippo divennero popolari tra i soldati americani durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la società bloccò le vendite al pubblico per dedicare interamente la produzione ai militari. Non ci fu mai un vero contratto di fornitura tra la Zipper e l’esercito, ma furono i soldati stessi a insistere perché li potessero comprare nei punti vendita delle basi. Durante la guerra in Vietnam, scoppiò la moda tra i marines di avere gli Zippo con scritte personalizzate.

Donne che denunciano: Ma che succede dopo? Parlano gli operatori

Corriere della sera

«La pazienza è la nostra fatica quotidiana. Ci sono donne che tornano continuamente sui loro passi, con scuse incredibili. Decidono mille volte di riprovarci e altrettante di ripresentarsi al centro. Dopo quasi vent’anni io faccio ancora fatica a capire. Io mi arrabbio. Ma le operatrici per fortuna sono meravigliosamente tolleranti e sagge. Ogni volta accolgono come fosse la prima. La nostra porta è sempre aperta»

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Alessandra Kustermann conosce le parole per dirlo e le trappole dell’animo femminile. Le delusioni non hanno impedito a questo medico-istituzione per Milano di continuare a credere nelle donne.
«Il grande allarme è nella coppia, lo leggiamo purtroppo ogni giorno»,
dice Kustermann, primario di ginecologia e ostetricia della Mangiagalli che nel 1996 ha fondato il Soccorso Violenza Sessuale, struttura diventata nel tempo piattaforma degli aiuti contro tutte le violenze: «È necessario far emergere l’enorme sommerso che ancora c’è, mettere in sicurezza le famiglie, per salvare la vita alle donne e proteggere quella dei bambini». Far fronte all’emergenza silenziosa richiede investimenti, professionalità, grande organizzazione. Quanto sono preparati gli operatori a questo compito? Di sicuro molto più di un decennio fa, assicurano poliziotti, carabinieri, agenti municipali, avvocati, magistrati, medici e psicologi. Tutti, proprio tutti, concordano: la parola d’ordine è formazione, tema lasciato troppo a lungo all’iniziativa personale o alla buona volontà di singoli dirigenti.

Prendi Torino. La comandante vicaria per la sicurezza urbana Paola Loiacono ha colto al volo la possibilità di avere soldi da un bando pubblico e, a ottobre dell’anno scorso, si è inventata il progetto «Care and investigation». Un protocollo che aiuta, tra gli altri, carabinieri e polizia ad accogliere e trattare nel modo corretto la vittima di violenza.
«Porti la divisa e si presenta davanti a te una donna che afferma di essere stata minacciata, picchiata, maltrattata, perseguitata? Il protocollo ti accompagna in quello che devi dire e non dire, quello che devi fare oppure no — racconta Loiacono — le fonti di prova vanno acquisite, come scrivere il verbale, come qualificare il reato. Magistrati e avvocati hanno dato una mano sul fronte giuridico e un criminologo ha tenuto lezioni sulla gestione e ricomposizione dei conflitti».
«Quando si richiede l’intervento del questore o di un magistrato è fondamentale presentare una richiesta il più possibile documentata» spiega l’avvocatessa Francesca Garisto, da una vita consulente della Casa delle donne maltrattate e dello sportello donne della Cgil di Milano.
«Chi si occupa di queste vicende lo sa bene: l’aiuto è più efficace e accorci di molto i tempi se tu, avvocato, fai una parte del lavoro, cioè raccogli testimonianze, metti assieme eventuali sms, email, referti medici, vai a cercare se l’uomo in questione ha precedenti, sentenze di condanna specifiche… E comunque capita sempre più spesso di trovarsi davanti a persone preparate, soprattutto fra le forze dell’ordine anche se la materia della formazione è tutt’altro che strutturata e la violenza sulle donne è una piaga sempre più aperta».
Nella caserma torinese della vigilanza urbana è stata allestita una saletta per le audizioni protette: «Era doveroso rendere più sereno il clima intorno a chi ha già dovuto patire abbastanza».
Capita, per esempio, di imbattersi in uno dei cinquemila carabinieri (quasi tutti sottufficiali, comandanti di piccole stazioni) che hanno seguito il corso di formazione sullo stalking e sull’approccio alla vittima vulnerabile.

«Un’operazione a tappeto che l’Arma ha organizzato a partire dal 2009, che è servita a una formazione e a una sensibilizzazione di base e sulla quale stiamo facendo aggiornamenti continui» conferma il maggiore Anna Bonifazi, sezione di psicologia investigativa del reparto analisi criminologica di Roma, una delle insegnanti del corso assieme al tenente Francesca Lauria, sezione atti persecutori dello stesso Reparto. La polizia ha in ognuna delle sue squadre mobili un team che si occupa della violenza contro le donne. A Milano il vicequestore aggiunto Alessandra Simone, dirigente della sezione reati contro la persona, ha imparato che preparazione e tempestività sono metà del lavoro. Dice che sono aumentale le denunce per la violenza in famiglia e che
«le vittime vanno sempre comprese mai compatite»
e che ha notato una differenza enorme fra le donne vittime di stalking, «determinate a chiudere la relazione» e quelle che subiscono maltrattamenti in famiglia, «che invece sono più tormentate e spesso ci ripensano, ritirano la querela». Infine ci sono i presidi medici. Ma cosa succede a una donna quando arriva al pronto soccorso? Se il Codice rosa è già procedura avviata in Toscana, nei grandi ospedali del centro-nord l’attenzione è massima ormai da tempo.

«Quando arriva una donna con strane botte e ferite affermando di essere caduta dalle scale scatta subito l’allerta — racconta ancora Kustermann —. Sul tema è stata fatta una formazione specifica ai colleghi del pronto soccorso. Spesso queste donne sono accompagnate da uomini appiccicosi, enfaticamente premurosi, che non mollano un attimo la paziente e pretendono di parlare loro con i medici. Gli accompagnatori in questione vengono allontanati con un escamotage e nella stanza viene fatta entrare una psicologa. Accertati i fatti, viene offerto il percorso, l’aiuto logistico e legale. La denuncia non è obbligatoria per accedere ai servizi, è importante saperlo. Ma ancora più importante è sapere che dal quel momento non si è più sole».

De Pedis, nulla osta dalla Procura la salma del boss sarà trasferita

Il Messaggero

Via da Sant’Apollinare: Renatino sarà cremato

di Cristiana Mangani
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ROMA - Il nullaosta è arrivato ieri dalla Procura ed è stato consegnato agli avvocati della famiglia di Enrico De Pedis: c’è l’autorizzazione a portare via la bara di Renatino dalla chiesa di Sant’Apollinare dove è custodita da un paio di mesi dopo la morte. Nei giorni scorsi, la moglie Carla DiGiovanni si è recata nella basilica per prendere alcuni oggetti che aveva disposto sulla tomba al momento della tumulazione.

L'APERTURA DELLA TOMBA DI DE PEDIS

Un candelabro, la foto con la cornice d’argento che ritrae il boss della Banda della Magliana nel momento di maggiore splendore, e altre suppellettili che guarnivano la piccola cripta. Passerà ancora qualche giorno, però, prima che il feretro venga spostato, anche perché è ormai certo che i resti verranno cremati e ci vorrà un po’ di tempo per smaltire le lunghe liste. Poi nella chiesa che si trova nelle vicinanze del Senato, partiranno i lavori per restaurare la parte nella quale hanno lavorato gli esperti della Scientifica alla ricerca di elementi utili alle indagini. Il pool di tecnici comincerà a breve l’analisi dei reperti presi durante i sopralluoghi: quella parte di ossa che sono sembrate più recenti e dunque da analizzare per accertarne la data.

Tutto questo mentre tra corvi e lettere anonime che affliggono il Vaticano, riemergono vecchie questioni che riguardano monsignor Pietro Vergari, rettore di Sant’Apollinare all’epoca dell’omicidio di De Pedis. Lo stesso porporato che aveva proposto e ottenuto di seppellire nella sua basilica il cadavere del boss.

Un mese fa Vergari è stato iscritto sul registro degli indagati dalla procura della Capitale e su di lui si sono abbattute storie e racconti che lo descrivono come persona non troppo affidabile. E ieri sera nella trasmissione della Rai Chi l’ha visto? è stato presentato un vecchio documento che era stato inviato dal segretario generale della Cei ai vescovi e a tutti i membri della Conferenza episcopale italiana. «Non accogliete i giovani presentati da monsignor Pietro Vergari», è scritto nella nota. E ancora: «A giudizio del dicastero della Santa Sede è necessario che gli Ordinari diocesani italiani non accolgano, né promuovano agli ordini sacri soggetti presentati da monsignor Pietro Vergari, o comunque provenienti dal suo ambiente, e che frequentano, con permessi di soggiorno, sembra ottenuti surrettiziamente, le Università romane». La nota è del 2002. Inoltre, secondo la redazione della trasmissione televisiva esiste anche un secondo documento, sempre riservato, in cui si afferma che don Vergari, senza alcuna autorizzazione, per anni ha attuato un'opera di «discernimento vocazionale». Un’attività certamente difficile da realizzare su Enrico De Pedis, sebbene a lungo il monsignore abbia continuato a definirlo «un benefattore, che ha fatto tanto per la chiesa».

Giovedì 07 Giugno 2012 - 08:33
Ultimo aggiornamento: 08:34