mercoledì 6 giugno 2012

Linkedin sotto attacco hacker L'invito agli utenti «Cambiate password»

Corriere della sera

La richiesta del social network professionale ai suoi iscritti dopo aver subito il furto di 6,4 milioni di parole chiave


Il tweet di Linkedin in cui viene annunciata falla nella sicurezza
Il tweet di Linkedin in cui viene annunciata falla nella sicurezza

MILANO - «Cambiate le password, siamo stati attaccati». Linkedin, il social network professionale ha comunicato su Twitter di aver aperto un'inchiesta sulla possibilità che 6,4 milioni di password siano state trafugate e postate su un forum russo e di essersi messo subito al lavoro per verificare il furto. Ai clienti è stato subito suggerito di modificare la propria parola d'accesso «come passo precauzionale» in attesa che la notizia sia confermata.

DATI MOLTO SENSIBILI - L'invito arriva dall'esperto di sicurezza Sophos, Graham Cluley che ha sottolineato come la crittografia con algoritmo Sha-1 potrebbe non essere sufficiente. LinkedIn raccoglie utenze soprattutto di professionisti che aprono l'account per essere messi in contatto con gente dei propri settori oppure semplicemente per farsi conoscere. L'account raccoglie un enorme numero di dati personali: se la violazione della privacy fosse accertata il social network rischia di perdere moltissimi clienti.

Redazione Online6 giugno 2012 | 19:47

Google lancia le mappe 3d delle città visibili sui telefonini, anche offline

Corriere della sera

Super G replica a Cupertino con Google Earth in 3d su sistema Android e iOs. E svela il suo segreto: uno zaino per fare foto

Le mappe in 3d di Google arrivano sul telefonino

MILANO - Google non ci sta. E mentre Cupertino annuncia di star studiando una sua app per le mappe, big G lancia a San Francisco la «nuova dimensione». Che tradotto significa Google Earth in 3d disponibile ora per cellulari con i sistemi operativi Android e iOs. Con un'ulteriore novità: le mappe saranno visibili offline in più di 100 paesi.

Le nuove mappe di Google e lo Street View Trekker Le nuove mappe di Google e lo Street View Trekker Le nuove mappe di Google e lo Street View Trekker Le nuove mappe di Google e lo Street View Trekker Le nuove mappe di Google e lo Street View Trekker Le nuove mappe di Google e lo Street View Trekker


Luc Vincent con il TrekkerLuc Vincent con il Trekker

UN ZAINO NELLA MANICA - Migliora la qualità delle immagini, dunque. E anche la fruibilità delle mappe perché saranno visualizzabili anche in metropolitana o in zone senza una connessione dati. A rendere possibile la tridimensionalità è la combinazione di nuove tecniche di rendering con quelle di computer vision, connubio tecnologico che permette di creare automaticamente paesaggi urbani in 3D, completi di edifici, superfici e giardini attraverso un repertorio di immagini aeree scattate con un angolo di 45 gradi. Ma il vero asso nella manica è Trekker, uno zaino dotato di un dispositivo che permette di fotografare le strade e rendere l'immagine in 3d. Si tratte dell'erede delle Google car, del triciclo, delle biciclette sguinzagliate per le strade in modo da mappare ogni singolo centimetro, o, ancora, del trolley usato per fotografare i musei. Già, perché «sulle ruote si può arrivare solo fino ad un certo punto. Esiste infatti un’enorme area inesplorata che è accessibile solo a piedi (si pensi, per esempio, al Gran Canyon)». Trekker permette di arrivare anche laddove non ci sono strade perché. tutta l’attrezzatura necessaria sta in questo zaino. Luc Vincent, ingegnere capo di Google si è messo in spalla lo zaino provandolo sulle piste da sci e ne è rimasto entusiasta per il livello di accuratezza che permette di raggiungere nella realizzazione delle mappe.


OBIETTIVO PERFEZIONE - «L'obiettivo è raggiungere la perfezione», spiega Brian McClendon vicepresidente del colosso di Mountain View a capo della sezione mappe. Ma non solo. Big G punta anche alla quantità, oltre alla qualità. E annuncia che vuole estendere il map Maker (ossia il "correttore di mappe" che sfrutta le indicazioni degli utenti), anche in Sud Africa e in Egitto. Poi, nelle prossime settimane, il servizio sarà esteso ad altri 10 Paesi (Australia, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Liechtenstein, Lussemburgo, Nuova Zelanda, Norvegia e Svizzera). L'obiettivo finale? Mappare aree urbane con una popolazione totale di 300 milioni di abitanti. In 3d, naturalmente.

Marta Serafini
@martaserafini6 giugno 2012 | 20:25

Addio a Herb Reed, l'ultimo dei Platters

Corriere della sera

Tra i fondatori della mitica band di «Only You» e «The Great Pretender», è morto a Boston. Aveva 83 anni

Herb Reed circondato dai ricordi della sua vita con i Platters.Herb Reed circondato dai ricordi della sua vita con i Platters.

Lunedì è morto a Boston Herb Reed, uno dei membri fondatori dei Platters, il gruppo musicale americano doo wop degli anni '50 reso famoso da successi come «Only You». Aveva 83 anni e le sue condizioni di salute erano peggiorate molto negli ultimi tempi, ha raccontato il suo manager. Reed aveva una voce calda e profonda e aveva cantato il basso in «Smoke Gets in Your Eyes», «The Great Pretender», «My Prayer» e «Twilight Time».

Da Kansas City, dopo un'infanzia in povertà, Reed raggiunse a 15 anni Los Angeles. Lì, poverissimo, si unì a Joe Jefferson, Cornell Gunther e Alex Hodge per dare vita al gruppo vocale «The Platters». Era il 1952. Da allora la band ha venduto 53 milioni di dischi. E, negli anni, ha avuto oltre 110 componenti. Ma Herb è l'unico a essere presente con la sua voce in tutte le 400 registrazioni del gruppo. E continuava a fare tour: fino a 200 show all'anno fino al 2011.

Reed era l'ultimo sopravvissuto del nucleo originale dei Platters e ne era diventato il difensore: negli ultimi anni aveva combattuto e vinto una battaglia legale per impedire che il nome dello storico gruppo venisse usurpato. «Non è giusto che qualcuno ci rubi il nome», aveva detto solo alcuni mesi fa. Il gruppo è stato davvero tutto per lui: nell'indirizzo del suo sito - www.herbreedandtheplatters.com - aveva voluto fondere i due nomi.

Redazione online6 giugno 2012 | 7:48

Cesare "Augusto" Battisti, l'imperatore delle bugie

di Stenio Solinas - 06 giugno 2012, 09:25

Il tredicesimo romanzo dell’ex terrorista è l’autobiografia mascherata di uno che si è sempre nascosto. E che ha sempre nascosto la verità


È un romanzo, avverte la copertina di Face au mur , «Faccia al muro» (Flammarion, pagg. 363, euro 11,50). L’ha scritto uno che di nome fa Cesare, racconta la storia di uno che di nome fa Augusto...

Cesare Battisti
Cesare Battisti


Il cognome del primo è Battisti, quello del secondo non si sa: lo chiamano «gringo», ovvero lo straniero, e infatti è un italiano, è in carcere in Brasile, attende di sapere se lo estraderanno o meno, è un uomo in fuga, come Battisti, appunto. È un romanzo, la vita di Augusto, o è un romanzo la vita che Cesare ( Battisti) racconta come fosse la sua, quella vera?

Augusto è «idealista», naturalmente, pur se qualche volta ha ceduto ai «cocktails mondani» in quel di Parigi. Il Brasile è stato per lui «l’inizio della mia via Crucis», anche se al suo termine non c’è stata la crocefissione, ma «la libertà». È arrivato lì per «l’esigenza imperiosa di ricostruire successivamente i ponti un tempo bruciati dietro di sé, in una ritirata ordinata degna di quei grandi ideali capaci di trasformare lo spirito di rivolta in carne da cannone ». Durante «gli “anni di piombo”, sulle scale di un palazzo milanese», ha rischiato di morire per un «proiettile calibro nove»e l’ha salvato Enzo,un«compagno zoppo». Chi l’abbia esploso, non ce lo dice, probabilmente uno senza ideali né spirito di rivolta.

Quarant’anni dopo,però,è consapevole di essere «una macerie degli anni Settanta, un piccolo sognatore all’epoca, e un vecchio coglione sognatore oggi». Adesso che è in galera, s’accorge che «i suoi nemici non hanno più bisogno di nulla, hanno ormai vinto sulla Storia, talmente vinto che non sanno più cosa fare della loro vittoria ». Pensa che allora, «in quell’epoca di transizione fra l’effervescenza rivoluzionaria post-68 e la noia degli anni 1980», vagava «con gli altri nelle nebbie di una clandestinità senza ritorno e senz’altro scopo se non la sopravvivenza. Eravamo i resti di un piccolo esercito in fuga», e lui un «soldato della libertà » che a volte si sorprendeva a pensare che «la Rivoluzione era poco più di una parola, un’astrazione fuori moda, buona appena per innervosire i guardiani dell’ordine e dello Stato,i “nemici del mondo libero”.

Che non erano meno ridicoli di noi, ma che ci trasformavano in bersagli da abbattere, o da mettere in cella per il resto dei nostri giorni ». Fra una citazione di Sartre e una di Nelson Mandela che cita Shakespeare, un pensiero «all’amante e al bambino che vivono nell’anima di uno scrittore», il ricordo delle figlie che non ha visto crescere, Cesare- Augusto in Brasile c’è arrivato dopo «un viaggio troppo lungo, indebolito da anni di persecuzioni, menzogne, minacce e privazioni». Nel racconto, un po’ confuso, da un lato fa capire di essere stato tenuto in caldo e poi «venduto»alle autorità da ex compagni di lotta, ma dall’altro ammette di conoscere bene«lacostituzionebrasiliana,l’articolo 5 mi protegge. Potevo contare a Rio su un contatto politico e su un famoso studio di avvocati, raccomandatomigiàdallaFrancia. Sembrava tutto semplice, poco più di una formalità.

Sei mesi era il periodo che gli altri italiani avevano passato dietro le sbarre, prima di avere il diritto di rimanere in Brasile. Più mi impegnavo in Rio e più trovavo che l’avvocato e gli altri avevano ragione: non c’era da inquietarsi». Cesare-Augusto, idealista, soldato della libertà, scrittore nel cui animo giocano insieme l’amante e il bambino,ha anche«lo spirito del missionario», tutt’uno con il sogno di «una società da cambiare», perché «in piena degenerazione», disposto per questo a «pagare il prezzo più alto, come appunto è avvenuto ». Un uomo, insomma, «ricercato sì, ma per delle cause che ci erano care».Perché poi Cesare-Augusto si sente parte «della vita di una generazione che aveva osato generalizzare la rivolta».

Fortunatamente per lui, c’è sempre il corpo e l’anima di una donna a bilanciare e vincere tutte le illusioni perdute. Cesare-Augusto avrà quello di Janaína, un po’ puttana, un po’ bambina e un po’ spiona per conto di quelli che lo vogliono vendere. Rischierà per questo amore fino in fondo, pronto anche «a lasciarci la pelle».Invece la salva,la pelle naturalmente. E naturalmente anche Janaína, che non si prostituirà più e gli terrà ordinata la casa. È un missionario, Cesare-Augusto, lo abbiamo detto prima. Face au mur si legge con fastidio. Ci sono gli uccellini bianchi, simbolo di libertà, da osservare dalle finestre di una cella, un po’ di folklore locale, foresta amazzonica, favelas, corpi abbronzati, insomma quelle cose lì, poco sesso e molto alcol, qualche storia nella storia allacciata alla bene e meglio. È il tredicesimo romanzo di Battisti, e se gli altri dodici erano così, non mi sono perso nulla.

Il fastidio, va da sé, non è di natura critica: autobiografia mascherata, è il racconto di uno che si è sempre nascosto, fin da quando, camperos e giubbetto di renna, andava in giro ad ammazzare deipoveridisgraziati, «i gendarmi diffusi », «i cittadini poliziotti », ovvero sindacalisti, medici, magistrati, negozianti, guardie carcerarie che i Proletari armati per il comunismo (Pac) avevano scelto come bersaglio rivoluzionario. Nel bel libro di Sergio Turone Il caso Battisti (Garzanti) si può trovare la vera storia di un piccolo rapinatore di provincia traghettato dalla malavita comune alla lotta armata, guidato sempre e soltanto dal proprio istinto di sopravvivenza, non stupido, cinico quel tanto che bastava e se il caso anche di più. Uno che degli anni Settanta ha preso sanguinosamente la coda, e poi li ha ricostruiti scientemente e in modo affabulatorio come se non ci fosse mai stato se non per divenirne capro espiatorio e coscienza critica.

Viene da qui, da questo pasticciato romanzo criminale la credulità di molti suoi difensori sull’essere stato inchiodato da un solo pentito, e per due omicidi commessi contemporaneamente in città diverse, processato in contumacia senza potersi difendere e con falsi mandati ai suoi avvocati, vittima di uno «Stato d’eccezione».Palle,semplicemente. A un’altra faccia si sarebbe dovuto intitolare il libro. Battisti la incarna perfettamente e quando si guarda allo specchio lo sa benissimo. Sia che vi veda riflesso Cesare, sia che vi veda riflesso Augusto.

Automobilista ubriaco ma macchina in sosta? È comunque reato

La Stampa

Alza il gomito (tasso alcolemico rilevato di 2,20 e 2,09 g/l) e viene trovato sulla pubblica via al posto di guida della propria auto, con motore acceso, privo di conoscenza. Il Tribunale di Torino, però, assolve – per insussistenza del fatto - l’imputato dal reato di guida in stato di ebbrezza. Invece il pm, nel ricorso per Cassazione, sostiene che la sosta (e la fermata) dell’auto, conseguente al movimento della stessa, rappresenta una fase della circolazione, pertanto ricorrerebbe, nel caso in esame, la fattispecie contravvenzionale contestata.

La Corte di Cassazione, con la sentenza 5404/12, afferma che il reato di guida in stato di ebbrezza (art. 186 c.d.s.) risulta integrato con «la prova della deliberata movimentazione del veicolo in area pubblica». Tale prova può assumersi – specifica il Collegio - «non solo allorché la persona sia sorpresa nell’atto di condurre un veicolo, ma anche nei casi, come di specie, in cui essa si trovi, a bordo di un veicolo in sosta e nelle condizioni di ripartire, in alterate condizioni psicofisiche».

Più precisamente, la Corte, richiamando un precedente orientamento di legittimità (sent. 10476/10), sottolinea che «ai fini del reato di guida in stato di ebbrezza, rientra nella nozione di guida la condotta di chi si trovi all’interno del veicolo quando sia accertato che egli abbia, in precedenza, deliberatamente movimentato il mezzo in area pubblica o quantomeno destinata al pubblico».
Dunque, con l’annullamento della sentenza si rinvia al tribunale di Torino, che, attenendosi al principio di diritto enunciato, dovrà anche accertare la posizione e lo stato dell’autovettura, il luogo ove la stessa si trovava, nonché le ragioni di quell’anomala (ed in apparenza ingiustificata) presenza sul posto.

La lezione del prof Dagospia: "Politici? Solo dei poveracci"

di Fabrizio De Feo - 06 giugno 2012, 08:51

D’Agostino sale in cattedra alla scuola dei dirigenti di Fli e mette a nudo i potenti: a fregarci davvero sono i banchieri


Per un pomeriggio Roberto D’Agostino mette da parte le sue sortite tra i soliti mostri della politica e dell’economia italiana, abbandona al suo destino l’onomastica beffarda della sua personale commedia dell’arte - il Mago Dalemix, Rigor Montis, la Fornarina Piagnens, Giorgio Banalitano, Caltariccone, Montezuma, Opus Lei, il Celeste Formigoni- e sale in cattedra per una vera lezione di giornalismo.

Rober­to D’Agostino
Rober­to D’Agostino

Lo fa nel covo dei «tipini fini » di Farefuturo che nel frattempo si sono emancipati dal presidente della Camera, «Gianmenefrego », e camminano sulle loro gambe sotto la guida di Adolfo Urso.

È stato invitato a raccontarsi nel corso di «Giornalismo e comunicazione politica al tempo dei nuovi media ». Settore nel quale è difficile non individuare in D’Agostino una sorta di guru, o di «paraguru » come direbbe lui, visto che, partito senza un editore, con Dagospia è entrato nei computer di tutta Italia, ha seminato scoop e chiamato a sé centinaia di migliaia di contatti. Occhiali da sole con lente rossa che non si toglie mai, coppola, giacca scura con rose rosse che richiamano il tatuaggio che ha sulle braccia (rose, appunto), capelli lunghi raccolti, anfibio da cui sbuca il calzino rosso, catena con cornetti, D’Agostino si trova a sua agio in cattedra. L’inizio della sua lectio magistralis è sulla genesi del pettegolezzo.    


«Il gossip è antichissimo: la Divina Commedia è una Novella 2000 divisa in tre settori. Anche la Ricerca del tempo perduto nasce dal gossip. Proust scroccava cene nei salotti parigini e metteva su carta quel che vedeva, lo stesso ha fatto Arbasino con Fratelli d’Italia ». Dalla proiezione storica all’idea che ha cambiato la sua vita. «Avevo una rubrica su l’Espresso ma venne eliminata perché presi in giro Gianni Agnelli. A quel punto mi dissi: “Non posso essere un autarchico invece di frignare?”».

Il taglio mondano-gossiparo venne presto arricchito da una vera immersione nella grande vasca sotterranea della finanza. «Prima nessuno parlava di economia ed erano quelli che ce la mettevano in quel posto. Sono i banchieri la vera casta, non quei poveracci dei politici. Attraverso le mail, compresi che la gente era più interessata a Geronzi e Maranghi piuttosto che alle starlette».E poi l’altro colpaccio sul fronte della «fotografia » del costume: la rubrica Cafonal .

«Cafonal fa il verso a Capital degli anni ’80. Oggi l’io prende il posto del noi e la tecnologia, attraverso i social network , lo permette. La dialettica mediatica ora è pubblicitaria e i politici hanno capito che la comunicazione è la vera politica. Grillo dirà pure un sacco di stronzate ma la sua forza è la comunicazione». D’Agostino dipinge Dagospia come una sorta di refugium peccatorum , uno sfogatoio dell’indicibile, o meglio dell’impubblicabile. «Quando i manager vogliono far saltare operazioni girano le notizie a me. Le notizie arrivano dai centri di potere. Per averle su un personaggio bisogna andare dal suo nemico: prima regola. E poi bisogna mettere fuorilegge le prime mogli lasciate per quelle più giovani, creano un sacco di casini».

Da esperto di comunicazione, il giudizio sullo stato dei media è affilato. «Si prendono troppo sul serio ma hanno la proprietà più volgare che c’è. Le logiche editoriali sono banali. Branko, quello degli oroscopi, vale 20mila copie. Altro che Galli Della Loggia». Il suo rapporto con le querele è complicato. Di diffide legali ne ha ricevute una carrettata. Il più permaloso? Luca Cordero di Montezemolo. «Invece di smentire, mi porta in tribunale accusandomi di diffamazione plurisettimanale ».L’ultima battuta è un distillato di autoironia sul suo percorso di vita, chiosa perfetta di uno abituato a fare surf nella miseria dell’attualità e uscirne asciutto, quasi purificandola con il suo sarcasmo.

«Mi sento un fallito: volevo fare il rocker e invece mi tocca fare Dagospia .Volevo essere l’Uomo Ragno ma ho finito per fare l’Uomo Rogna».

Il Pentagono conquista lo spazio con il super drone del mistero

La Stampa

In orbita da più di un anno ma i generali non svelano il vero obiettivo


L'Orbital Test Vehicle X-37B è decollato nel marzo del 2011 e tornerà sulla Terra nelle prossime settimane. Vola senza uomini a bordo a un'altezza di circa 300 chilometri. Progettato dalla Nasa dal 1999 è già alla sua seconda missione, nel 2011 restò in orbita per 224 giorni

Paolo Mastrolilli
inviato a new york

Di sicuro c’è che sembra uno Shuttle in miniatura, tutto il resto è mistero. Cos’è la navicella spaziale americana X-37B, anche nota come Orbital Test Vehicle? A cosa serve? Perché è rimasta a girare nello spazio per oltre un anno? Che aveva a bordo al momento del decollo, nel marzo del 2011, e quale genere di dati riporterà indietro, quando atterrerà in California dopo la metà di giugno?
Questa vicenda coperta dal segreto militare era cominciata nel 1999, quando la Nasa aveva avviato il programma per costruire una piccola navicella senza pilota, destinata a condurre esperimenti e portare in orbita nuove tecnologie da provare. Il costo iniziale era poco meno di duecento milioni di dollari. Nel 2004, però, l’iniziativa era passata nelle mani della Defense Advanced Research Projects Agency, la mitica agenzia DARPA, quella che fa la ricerca scientifica per il Pentagono e tra le altre cose ha costruito internet.

Da quel momento in poi il segreto ha avvolto la X-37B, che è sparita dai radar della normale comunicazione giornalistica. Si sa per certo che la navicella ha compiuto una prima missione nel 2010, decollando ad aprile e atterrando 224 giorni dopo sulla pista della base di Vandenberg. La seconda missione era cominciata nel marzo del 2011, e doveva completarsi a dicembre scorso, ma l’Air Force ha deciso di prolungarla fino a giugno senza dare troppe spiegazione: «Mantenerla in orbita - ha detto il tenente colonnello Tom McIntyre, direttore del programma - ci offre addizionali opportunità di sperimentazione e ci consente di estrarre il massimo dalla missione». Certo, ma cosa?

La X-37B, costruita dalla Boeing nella sua unità Space and Intelligence Systems di Huntington Beach, è lunga nove metri, alta tre, ha un’apertura alare di 4,5 metri, e pesa 4.990 chili. Sembra uno Shuttle in minatura, e in origne era stata pensata per entrare proprio nella pancia dello Shuttle. Una volta sospeso questo programma, è diventata una navicella autonoma, che decolla da Cape Canaveral a bordo di un razzo Atlas. Cosa vada a fare lassù, però, nessuno lo ha spiegato con precisione. E’ troppo piccola, per essere un prototipo destinato alle esplorazioni spaziali.  Vola senza uomini a bordo ad un’altezza di 300 chilometri, con una inclinazione di 42.79 gradi rispetto all’equatore.

Siccome questa rotta è molto simile a quella della stazione orbitante cinese Tiangong-1, dove Pechino conta di portare i suoi astronauti entro il 2012, alcuni analisti hanno avanzato l’ipotesi che l’obiettivo di X-37B sia spiare proprio il programma spaziale della Repubblica popolare. Diversi scienziati però hanno escluso questa ipotesi, perché la velocità e la distanza tra i due oggetti orbitanti non consente di fare un buon lavoro di controllo. Chi ha seguito il suo percorso, ha rivelato che la navicella passa su Corea del Nord, Iraq, Iran, Pakistan e Afghanistan, e quindi potrebbe avere il compito di osservare questi paesi. I satelliti spia, però, preferiscono in genere la rotta polare, perché consente una visione più completa della Terra, mentre X-37B viagga sull’equatore. Così resterebbe in piedi solo la versone del Pentagono, secondo cui la navicella serve a provare nuove tecnologie, da utilizzare poi su altri mezzi. Questa ipotesi però non convince nessuno, e quindi gira già un’idea affascinante e pericolosa: X-37B è la prima arma spaziale. E’ costruita per distruggere i satelliti nemici e lanciare dall’orbita le sue bombe di precisione sulla Terra. Fantascienza, o nuova frontiera della guerra?

All'ombra del muro di Porta di Fatima Israele e il Libano sempre più lontani

La Stampa

Lungo 2 chilometri, alto 10 metri «aiuterà a prevenire gli attacchi» nella roccaforte di Hezbollah



La striscia di cemento armato è in territorio israeliano, lungo le città di Kfar Kila e Metulla, a pochi metri dal confine con il Libano lungo il quale corre per 118 chilometri anche la Blue Line, dietro la quale nel maggio del 2000  si sono ritirate le forze armate israeliane.

ALESSANDRO ARAMU
Metulla


Un nuovo muro nel mondo. E’ stato costruito da Israele al confine con il Libano nel sud del paese, il cuore della resistenza e delle grandi battaglie nelle occupazioni che hanno lacerato il paese dei cedri. Siamo nei pressi della “Porta di Fatima”, luogo simbolo della resistenza di Hezbollah, a pochi metri dalla torretta con i militari israeliani. La barriera, per ora, è lunga circa 2 chilometri e secondo i progetti dovrebbe essere alta ben 10 metri. La decisione è stata presa lo scorso gennaio e rientra nel nuovo piano di sicurezza deciso dal governo di Gerusalemme, per il quale il muro di cemento “aiuterà a prevenire gli attacchi a fuoco dal Libano, visto che nell’ultimo anno e mezzo ci sono stati diversi incidenti di questo tipo”. La striscia di cemento armato è in territorio israeliano, lungo le città di Kfar Kila e Metulla, a pochi metri dal confine con il Libano lungo il quale corre per 118 chilometri anche la Blue Line, dietro la quale nel maggio del 2000 su ordine di Ehud Barak si sono ritirate le forze armate israeliane.

Ed è qui che sono dispiegati anche l’esercito libanese e i soldati della NATO “UNIFIL” (United Nations Interim Force in Lebanon), una forza militare di interposizione che garantisce una tregua, giacché la pace non è mai stata siglata formalmente, tra Israele e Libano. Nel 2006, nel corso di un conflitto che durò 33 giorni, morirono almeno 1.500 libanesi (in gran parte civili) e oltre 160 israeliani (in gran parte militari). Sono presenti anche circa mille soldati italiani che in questi anni si sono fatti apprezzare da cristiani e musulmani per il loro ruolo nel mantenimento della pace della zona. Gli eserciti dei due paesi oggi si incontrano regolarmente con l’UNIFIL per concordare le misure di sicurezza da prendere al confine. Per Israele la nuova barriera in cemento armato serve a rinforzare proprio la struttura già esistente sulla striscia di terra controllata dai caschi blu per garantire il rispetto del cessate il fuoco in vigore dal 2006.

Con il muro i due paesi si allontanano ancora di più, come se non bastassero i chilometri di filo spinato, recinzioni e campi minati e non ancora bonificati che contrappongono i due Stati. Gli insediamenti israeliani sono a poche centinaia di metri dal Libano e colpisce il contrasto tra le due terre: da una parte il verde dei campi che si perdono a vista d’occhio, le coltivazioni intensive e l’irrigazione che consente alla terra di dare in modo generosi prodotti che vengono esportati all’estero, dall’altra un terreno brullo, quasi arido, che ancora porta le ferite delle occupazioni militari e dei bombardamenti.

Il muro non ha suscitato grandi reazioni in Libano. Le istituzioni fino ad oggi hanno mantenuto una posizione neutrale. Anche Hezbollah, il partito sciita di governo guidato Hasan Nasrallah che da queste parti ha le sue roccaforti e un controllo pressoché totale del territorio, ha minimizzato questa nuova opera di difesa di Israele. Sheik Ali Dagmoush, responsabile delle Relazioni Internazionali del partito di Dio, nel corso di un’intervista con alcuni giornalisti italiani non ha voluto enfatizzare troppo la costruzione di una barriera che alcuni considerano un ulteriore elemento di tensione tra due paesi da decenni in guerra. In realtà quello nel sud del Libano è il quarto muro che Israele erige a difesa del proprio paese. Gli altri tre sono presenti ai confini con la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e con l’Egitto. Quest’ultimo è stato eretto dopo la caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak e sarà lungo ben 225 chilometri per un altezza di 5 metri.

Proprio a pochi chilometri dal muro, nei pressi di Adaisse, località a ridosso dalla Linea Blu, che il 3 agosto del 2010 c’è stato l’ultimo scontro armato tra i due eserciti. Tutto nacque dal tentativo israeliano di tagliare un albero in territorio libanese.Ne scaturì una battaglia tra i due eserciti in cui morirono un soldato israeliano, due soldati libanesi e un giornalista libanese. A poco meno di due anni da quello scontro, nel comune di Adaisse, gemellato con la municipalità di Mandas in Sardegna, è stato eretto un monumento che commemora il sacrificio dei due soldati libanesi.

Internet non è finito e trova nuovo «spazio»

Corriere della sera

Dopo la sperimentazione, arriva oggi il nuovo protocollo Ipv6. Si passa al «web degli oggetti»



MILANO — Alle 2 e un minuto, mentre dormivamo, Internet ha risolto il proprio dilemma esistenziale, non molto dissimile da quello degli uomini: più spazio. E, dunque, più vita. Dopo le sperimentazioni e gli allarmi di un anno fa, oggi i principali Internet provider e gli Over the top come Google, Youtube, Facebook, Bing e Yahoo, hanno acceso ufficialmente l’Ipv6, il nuovo protocollo che prenderà il posto di quello attuale, l’Ipv4. Primo messaggio: nessun timore.

Ci sarà tempo per preoccuparsene prima di diventare digitalmente obsoleti. Semplificando un po’, il necessario, potremmo dire che i vecchi siti continueranno a girare sul protocollo che accompagna la rete fin dai primi esperimenti dei due padri fondatori: Vincent Cerf e Robert Khan. Tra il 1973 e il ’78 i due inventori di quella che oggi è entrata nella nostra vita fino a diventare una commodity per una parte del mondo, e motivo di ritardo per l’altra, pensarono l’Ip, l’esperanto della comunicazione digitale. I 4,3 miliardi di indirizzi sembravano allora impossibili da occupare integralmente. Ma nell’era delle moltiplicazioni delle connessioni — guidate dalla diffusione di sempre più device mobili che stanno aumentando il nostro percepito del reale anche lontani da una scrivania — quel numero è stato sostanzialmente raggiunto.

L’Ipv6, studiato da una task force di cui fa parte lo stesso Cerf, oggi chief evangelist di Google, permette di avere trilioni di combinazioni. Per l’esattezza sono 340 seguito da 36 zeri. Lo ha spiegato in parole semplici lo stesso Cerf in un hangout in Rete: come i vecchi telefoni richiedono un numero da comporre per ricevere la chiamata anche i device hanno bisogno di un numero di riconoscimento per collegarsi al network globale. Già oggi esistono circa 4 miliardi di device che condividono l’Ip e, dunque, è stato sostanzialmente raggiunto il limite massimo. «Non potremo più aggiungere online una nuova persona» aveva lanciato l’allarme Cerf durante una campagna di sensibilizzazione nel 2010 partita dalla Casa Bianca.

In realtà, persone online a parte (gli Internet users nel 2016 dovrebbero essere 5 miliardi secondo le stime), la disponibilità di un numero infinito di Ip apre le porte al sempre meno futuribile Internet degli oggetti. Oggi è un po’ la loro vittoria: l’Ipv6 permetterà di dare un numero di collegamento al network mondiale agli oggetti che usciranno dalle fabbriche con la capacità di connettersi. Computer e tablet, certo, ma anche lavatrici, frullatori, automobili, occhiali per la realtà aumentata e qualunque altro prodotto che così avrà un po’ di vita. Il passaggio sarà molto graduale: l’obiettivo per giugno è trascinare l’1% della rete sul nuovo Internet. Nel frattempo, una provvidenziale idea chiamata dual stack ci salverà: i sistemi dovrebbero poter funzionare in parallelo sui due protocolli.


Massimo Sideri
massimosideri6 giugno 2012 | 9:14

Il terremoto è in linea Ecco che fine fanno i soldi inviati via Sms

di Gabriele Villa - 06 giugno 2012, 08:00

Milioni raccolti in poche ore, ma arrivano alla Protezione civile dopo un lungo giro. Alla fine però gli aiuti sono davvero efficaci


Invio. Fatto, bene. E poi? Chissà. Terremoto, vittime, distruzioni, lacrime, donazioni. Il buon cuore degli italiani, anche e soprattutto degli italiani che faticano ad arrivare a fine mese, si allarga puntualmente sempre di più in queste occasioni. E gli Sms, moderno modo di sborsare e far sborsare quattrini all’insegna della solidarietà, partono a raffica. Due euro spediti con un messaggino al 45500. Il costo di un paio di caffè (di quei caffè a buon mercato, oramai) che entrano così nell’orbita di quel flusso di denaro, tanto denaro, sul quale gli stessi italiani che donano hanno tutto il diritto di interrogarsi.

Che fine fanno, dunque, questi preziosi Sms che tanti di noi si sono affrettati ad inviare e continueranno ad inviare da qui al 26 Giugno, data conclusiva della raccolta di fondi, stabilita dalla Protezione Civile, d’intesa con la Regione Emilia Romagna? Una domandina semplice, quanto lecita, che sta scuotendo, internettianamente parlando, in particolar modo il popolo dei blog, dei post e dei twitter. Vediamo di capirci qualcosa di più, dati alla mano con l’aiuto del Vice Capo Dipartimento della Protezione Civile, Angelo Borrelli. «La cifra raccolta sarà interamente destinata alle popolazioni colpite e, come è già accaduto in passato, le cifre donate non saranno gravate da Iva né alcuna quota sarà trattenuta dai vari operatori di telefonia.

Ma i soldi, questo è bene precisarlo, non arrivano immediatamente nella disponibilità della Protezione Civile, nè degli operatori telefonici. Quella che si fa con gli Sms è infatti una sorta di promessa di donazione e fino a quando Tim, Vodafone, Wind, etc non riscuotono le bollette, non possono entrare in possesso dei soldi e quindi non possono trasferirli alla Protezione Civile sul conto che la stessa Protezione Civile ha presso la tesoreria dello Stato alla Banca d'Italia». Aggiungiamo noi, per ulteriore precisazione, che i tempi tecnici di trasferimento dei fondi sono di circa 60 giorni, in pratica quando il donatore paga la bolletta.

«Detto questo - precisa ancora Borrelli - a gestire materialmente i fondi raccolti questa volta sarà Vasco Errani, governatore dell’Emilia Romagna coadiuvato dagli altri Presidenti delle regioni colpite dal sisma (Lombardia e Veneto) e da un comitato di garanti che si sta formando. Il totale è già cospicuo: al momento siamo a 10 milioni e 55 mila euro, una cifra aggiornata alle 14 di ieri. Ma in internet suonano per la verità anche altre note stonate. E sono gli interrogativi sulla destinazione finale dei soldi raccolti via sms all’indomani del terremoto dell’Aquila nel 2009 qualcosa, tra sms e donazioni varie, come 68.338.754,90.

Ebbene, come conferma sempre il numero due della Protezione Civile, «un dieci per cento circa di questa cifra è stato girato a suo tempo a una Onlus, la fondazione Etimos (convenzione approvata dalla Corte dei Conti) che per un costo di esercizio di 400 mila euro spalmati in nove anni, si è occupata e si sta continuando ad occupare di finanziare in Abruzzo progetti di microcredito attentamente vagliati. Quello che occorre precisare è che alla fine del suo mandato Etimos- aggiunge Borrelli, restituirà interamente il denaro raccolto al governatore della Regione Abruzzo».

In ogni caso si tratta di denaro che è stato usato come garanzia, ma non speso. A fronte della garanzia, le banche hanno erogato microcrediti con fondi propri che funzionano bene, almeno se si considera l’ultimo bilancio. Di fatto in Abruzzo sono stati erogati tramite Etimos oltre 3 milioni e 830 mila euro di crediti da Gennaio 2011 a oggi, con un totale di 191 finanziamenti suddivisi fra imprese (114), cooperative (9) e famiglie (68), per un ammontare medio che si attesta rispettivamente intorno a 27mila, 38mila e 5.600 euro.

Il modus operandi è che si pagano singoli progetti o si sostengono singole famiglie in difficoltà sulla base di una precisa programmazione. Niente è (o sembra) lasciato al «caso», dunque.

Addio Lada, la berlina «sovietica» va in pensione

Corriere della sera

Dopo quasi 50 anni la vettura derivata dalla Fiat 124 cessa la produzione in Russia. Storia di un'icona d'oltrecortina



MILANO- Questa volta ci siamo definitivamente: la storica Lada, nata alla fine degli anni sessanta dall’accordo tra l’Urss e la Fiat, esce di produzione. La vettura che ha motorizzato il paese più grande del mondo e che ancora oggi costituisce il 57% del parco circolante in Russia non arriverà più negli autosaloni.

CARRIERA INFINITA- Per quanto incredibile possa sembrare, l’equivalente della Fiat 124 che smise di essere prodotta a Torino nei primi anni sessanta ancora «andava» sui mercati che si estendono dalla Russia europea all’Asia Centrale, fino a Vladivostok. Da tempo non era più prodotta nella fabbrica Vaz di Togliatti, la città sul Volga dove vennero spostate le linee Fiat a seguito dell’accordo del 1966. La Lada veniva costruita nella fabbrica di auto di Izhevsk, in Udmurtia; la stessa città dove continuano a essere fabbricati (anche se l’esercito russo ha detto che non li acquisterà più) i mitragliatori Kalashnikov. Da quando nel 1970 uscì dalle linee di Togliatti la prima Lada (in Russia chiamata Zhigulì), la vettura è stata rivista profondamente, anche se la sostanza non è cambiata poi così tanto.

SI ASPETTAVA ANCHE 10 ANNI PER AVERLA-Berlina tre volumi e quattro porte, motore anteriore di 1198 cc (poi saliti a 1452 e quindi a 1569, con 80 cv), trazione posteriore e sospensioni posteriori ad assale rigido. Per la Russia la 124 era stata rinforzata, alzata (per essere usata nella neve e su strade piene di buche) e dotata di freni a tamburo posteriori (al posto dei dischi). Le versioni sono state decine, dall’originale 2101 alla 2107, con prezzi rimasti concorrenziali anche dopo l’apertura del mercato alle importazioni. E’ sempre uscita dalla fabbrica assemblata in maniera assai approssimativa (i controlli di qualità erano un miraggio): il fortunato acquirente, che magari aveva aspettato 10 anni in lista d’attesa per averla, la portava subito in officina per stringere tutti i bulloni.

FECE LA FORTUNA DEGLI OLIGARCHI-Alla fine degli anni ottanta le vetture prodotte dalla Vaz fecero la fortuna dell’oligarca Boris Berezovskij, assai ben ammanicato politicamente. Tutti volevano le Lada e la fabbrica, anziché venderle direttamente ai concessionari, le cedeva a prezzo scontatissimo (e con pagamenti dilazionati) alla Logovaz di Berezovskij e soci che poi le rivendevano in contanti con guadagni strepitosi. Ultimamente la Lada andava maluccio, come tutta l’industria automobilistica ex sovietica. E’ tramontato il periodo d’oro delle Volga o delle lussuose Zil di Stato.

LA NIVA RESISTE-L’unica vettura che ha continuato a essere venduta relativamente bene è stata la Niva, un fuoristrada con carrozzeria portante assai rustica e robusta, dotata del motore 1600cc a benzina originariamente ceduto dalla Fiat. Aveva e ha un difetto clamoroso: i consumi. La casa parla di 13,9 litri per 100km, quanto una BMW X6M, dotata di un V8 a benzina da 4,4 litri. La Niva viene ancora venduta all’estero, mentre in Russia circola ora una nuova versione realizzata in collaborazione con la Chevrolet. Anche in questo caso il pregio principale è quello di avere un prezzo concorrenziale rispetto alle auto importate. E così nei primi tre mesi dell’anno le vendite sono aumentate del 41% (in un mercato in netta ripresa, a differenza di quelli del resto d’Europa). Ma la Lada scomparirà definitivamente? Non c’è da giurarci, visto che in alcuni paesi del terzo mondo e dell’Asia Centrale la domanda esiste ancora. I vecchi brevetti Fiat e quello che resta delle linee originarie potrebbero alla fine prendere la via dell’Asia.

Fabrizio Dragosei
5 giugno 2012 (modifica il 6 giugno 2012)

Raccontaci, Pinocchio, la nostra storia

La Stampa

A Genova mostra-evento sul burattino nell'interpretazione di Luzzati e dei più importanti illustratori d'oggi


Pinocchio vende l'abecedario in un disegno di Lele Luzzati per lo spettacolo realizzato nel 1994 dal Teatro della Tosse

Teodoro Chiarelli
inviato a genova


La speranza, o meglio, il sogno, è di avere come ospite sulle banchine del Porto antico Roberto Benigni, il più famoso Pinocchio cinematografico. Ma anche senza il mattatore premio Oscar, la mostra sul burattino per antonomasia che si inaugura oggi a Genova (sino al 13 gennaio 2013) promette di essere un evento per tutti gli appassionati del personaggio di Collodi.

Pinocchio non è una favola. Italo Calvino ha detto che è l’unico vero romanzo della letteratura italiana, con tutti gli ingredienti del caso: il viaggio, l’avventura, l’allegria e lo stupore. Una storia universale che si rivolge a grandi e piccini. Il racconto di un rito di iniziazione, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza di un burattino-bambino alla scoperta del mondo. Il libro di Collodi, I promessi sposi e Cuore, scrive Goffredo Fofi, «continuano a essere i nostri best seller unitari, uno specchio, una metafora, un paragone a cui tutti, prima o poi, dobbiamo tornare per ragionare sulla nostra identità, la nostra storia, la nostra infanzia, su chi siamo e di dove veniamo (dove andiamo? Chissà!)».

Dal bisogno dell’uomo solo nasce l’avventura del bambino, che riflette anche quella del padre. E il padre, attraverso le rocambolesche vicissitudini del figlio, realizza quello che lui non è riuscito a fare e a essere. Nel suo viaggio alla scoperta del mondo, Pinocchio s’imbatte nel Paese dei Balocchi, nel Circo, nel Teatrino di Mangiafuoco, incontra il Grillo Parlante, la Fata Turchina, Lucignolo e i Carabinieri, in un alternarsi di azioni e colori che stravolgono la scena disadorna nella sua povertà quotidiana.

Nata da un’idea di Flavio Costantini, che ha creato appositamente una serie di strepitose tavole, la mostra ruota intorno alla fantasmagorica produzione di Emanuele Luzzati, che dell’ottantaseienne pittore è stato uno dei più cari amici. Dalle tavole per il libro edito da Nuages (1996), alle acqueforti, ai bozzetti, ai teatrini, sino alle scenografie teatrali: Pinocchio e gli altri personaggi della storia così come li aveva immaginati il maestro Lele per lo storico spettacolo realizzato nel 1994 dal Teatro della Tosse. Non mancano, inoltre, pezzi inediti provenienti da collezioni private.

La mostra propone un’iconografia contemporanea del celebre burattino, con oltre 200 opere di artisti e illustratori tra i più importanti nel nostro tempo. C’è il Pinocchio impertinente, ma dolce e tutto sommato rassicurante di Jacovitti; il Pinocchio vizioso di Stefano Grondona, sguardo di sfida e sigaretta in mano; il Pinocchio caleidoscopico e cubista di un ispirato Ugo Nespolo; il Pinocchio «caffettiera» del designer Pratico Dalisi; il Pinocchio fiabesco di Magico Fiorato; il Pinocchio rarefatto e stilizzato di Mimmo Paladino.

Ma non mancano chicche di Roland Topor, Mordillo, Quentin Blake, Andrea Rauch, Roberto Innocenti e Guido Scarabottolo. Sino ai quadri di Jim Dine, esponente della Pop art americana, che sulla creatura di Collodi ha sviluppato per anni una vera e propria ossessione. Un capitolo a parte meritano le tavole di Lorenzo Mattotti, il disegnatore dell’atteso Pinocchio a cartoni animati girato da Enzo D’Alò (La gabbianella) e appena finito di montare. Il suo è un burattino coloratissimo, stilizzato, di ispirazione circense, quasi metafisico, con un che di De Chirico. Gli organizzatori stanno cercando di avere nel prosieguo della mostra anche un trailer del film che contiene la colonna sonora registrata da Lucio Dalla quattro giorni prima che un infarto se lo portasse via il primo marzo scorso a Montreux.

L’esposizione genovese, che ha ricevuto la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, come riconoscimento dell’importanza culturale del progetto, è articolata in due sedi: al Museo Luzzati (diretto da Sergio Noberini, già braccio destro del maestro Lele), nella cinquecentesca Porta Siberia, e nei vicini Magazzini del Cotone. La rassegna è arricchita da un’ampia selezione di materiali video (a cura di Mario Serenellini) e può contare su un ricco catalogo (coedizione Nugae/Il Piviere) di 320 pagine. Fra i contributi si segnalano quelli di Umberto Eco, Dario Fo, Goffredo Fofi e Antonio Faeti. Semplicemente strepitoso il brano di Eco, tratto da Giochi linguistici degli studenti al Corso di Comunicazione (Comix 1995). Un testo composto esclusivamente con parole che s’iniziano con la lettera «p». Un assaggio: «Paradossale! Possibile? Pupazzo prima, primate poi? Proteiforme pargoletto, perenne Peter Pan, proverbiale parabola pressoché psicoanalitica».

Il negozio dei peperoncini irrita la Soprintendenza: «Indecorosi»

Corriere del Mezzogiorno

Lo store folklorisitico di fronte al teatro San Carlo. Il titolare: «Mi hanno chiesto di rimuovere la merce»


NAPOLI – Peperoncini piccanti e indecorosi. Il negozio di prodotti tipici e souvenir di via San Carlo di fronte al Massimo napoletano, sarebbe stato invitato dalla Soprintendenza ai beni architettonici a rimuovere il materiale “folkloristico” dalle vetrine (peperoncini e souvenir vari), perchè giudicato indecoroso. Antonio Esposito, titolare dello store, presidente de “La Regina del Mediterraneo” non ci sta: «Da me passano migliaia di turisti a fare foto. Rappresento la Napoli verace mentre di fronte c'è quella nobile del San Carlo Perché non possono coesistere?».

Il negozio di souvenir in via San CarloIl negozio di souvenir in via San Carlo

RIMOZIONE - «O’ surdato nnammurato”, “Torero”, “‘O paese d'o sole”, sono solo alcune delle canzoni classiche napoletane che accolgono turisti stranieri e visitatori nella bottega di prodotti tipici e souvenir di Esposito, al civico 17 di via San Carlo. Canzoni ma non solo. Anche cascate di peperoncini, bottiglie di limoncello, prodotti caseari che si confondono con le gigantografie del golfo e di una Napoli ottocentesca in bianco e nero. Una ricca scenografia folkloristica che tuttavia, a quanto pare, ha fatto un po' risentire la Soprintendenza ai Beni Architettonici di Napoli, che ne avrebbe chiesto in parte la rimozione poiché giudicata indecorosa rispetto al contesto monumentale dello stabile. «In città come Venezia, Parma, e altre – conclude il nostro interlocutore - negozi simili espongono con orgoglio e vanto il proprio “folklore". Vedi la maschere della Serenissima esposte ovunque. Non comprendo perché qui a Napoli, bisogna nasconderlo» spiega Esposito.



ACCOGLIENZA E TURISMO - «Il mio negozio è meta abituale negli itinerari turistici in città» . Ogni giorno l’esercizio commerciale è visitato da centinaia di turisti provenienti da tutto il mondo che proprio qui trovano calore e accoglienza, indipendentemente dagli acquisti».

VEDI NAPOLI - E i turisti sembrano gradire l’accoglienza di Antonio, ricambiandolo con sorrisi, acquisti, e tante foto ricordo; anche a quelle “cascate” di peperoncini piccanti che tanto hanno fatto irritare i vertici della Soprintendenza. «Li hanno giudicati indecorosi con l’aspetto monumentale del palazzo» commenta Esposito, «eppure a soli pochi metri di distanza la galleria Umberto I è piena di scritte spray che in prima persona mi sono impegnato a rimuovere».


Antonio Cangiano

05 giugno 2012

Il polline rivela: la Sindone è un lenzuolo funebre

La Stampa

Secondo una ricerca universitaria ipollini dominanti nel lino custodito a Torino sono l’immagine del rituale funerario secondo gli usi di 2000 anni fa in Asia Minore


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Marco Tosatti
Roma

Nei giorni scorsi si è svolto a Valencia un convegno sulla Sindone. Ci è sembrato particolarmente interessante il lavoro di una studiosa universitaria, Marzia Boi, ricercatrice presso l’Università delle Isole Baleari. La Boi è una specialista di “palinologia” la scienza che studia i pollini.
Come è noto agli appassionati del genere, il tessuto della Sindone è coperto di pollini; e la relazione della ricercatrice mette in rilievo con chiarezza il fatto che i pollini testimoniano che il lenzuolo custodito a Torino aveva una caratteristica ben precisa: era un lenzuolo funerario, utilizzato secondo rituali presenti nell’area del Medio oriente da oltre due millenni.

La Boi nella sua relazione non lo dice; ma noi ci permettiamo di aggiungere che questa constatazione è un forte elemento contro la tesi della falsificazione medievale. Appare infatti piuttosto incredibile ( e costituirebbe un reale miracolo scientifico) l’idea di un falsario medievale con le conoscenze degli unguenti e degli olii utilizzati nei riti funerari ebraici del I secolo dopo Cristo, e si fosse messo a ricostituire unguenti e aromi secondo quelle disponibilità e formule in attesa che qualche secolo più tardi strumenti di cui non è a conoscenza potessero rivelarlo.

Scrive nella sua relazione a Valencia Marzia Boi: “I pollini del Sacro Lino, che fino ad ora sono stati messi in relazione con l’origine geografica della reliquia, rivelano inoltre gli oli e gli unguenti applicati sia al cadavere che alla tela. Le scoperte aggiungono un significato etnoculturale in relazione a pratiche funerarie molto antiche. Queste particelle, indistruttibili col passare del tempo, fotografano un rito funebre di 2000 anni fa e grazie alle stesse, si sono rivelate le piante usate nella preparazione del cadavere conservato nella tela. Le sostanze oleose hanno permesso che i suoi pollini, quali componenti accidentali, si siano fermati, impregnati e nascosti nel tessuto di lino, quali testimoni invisibili di uno straordinario evento storico”. Secondo la tradizionale ebraica i cadaveri e ciò che li copriva erano trattati con olii e unguenti profumati in un rito minuzioso.

La ricerca della Boi analizza i lavori pubblicati sui pollini della Sindone. Max Frei, il grande studioso svizzero dei pollini della Sindone, ha lasciato un tesoro documentario. Un esame con strumenti più avanzati di quelli di oltre trent’anni fa haanno portato la ricercatrice a correggere alcune identificazioni. Fra queste è particolarmente importante una scoperta: “Posso vedere come il polline di Anemone è in realtà di Pistacia. Il polline di Ridolfia lo identifico come un’Asteracea di nome Helichrysum”.

E fa un’altra scoperta: e cioè che il polline finora identificato come quello di “Gundelia Tourneforti” in realtà non lo è. Gundelia Tourneforti è una delle 23.000 specie di Asteracea al mondo, che cresce nei deserti montani di tutta l’Asia Minore. Nel 1999 due grandi studiosi ebrei, Danin e Baruch nel libro “Flora of the Shroud” nella loro revisione del lavoro di Frei confermano la specie Gundelia come il polline più abbondante nel lino e ipotizzano che la corona di spine sia stata formata da foglie della stessa Gundelia.

Marzia Boi non è di questo parere. L’esame al microscopio elettronico della Boi da’ la risposta: il polline non è nè Ridolfia né Gundelia, ma Helichrysum. E’ il polline più abbondante (29.1%) seguito da Cistaceae con l’8.2%, Apiaceae con il 4.2% e Pistacia con lo 0.6%. “Tutte le piante menzionate sono di pollinizzazione entomofila: i loro pollini si spostano con l’aiuto di insetti e non nell’aria; questo dimostra che ci deve essere stato un contatto diretto o con le piante o con i prodotti di uso funerario...la lista dei pollini rivela la traccia delle piante più usate negli antichi riti funerari.

I pollini riconosciuti chiariscono che il Sacro Lino è stato unto con oli e unguenti, così come probabilmente il corpo che ha avvolto”. Da foglie, frutto e corteccia del genere Pistacia si otteneva un balsamo usato anche come unguento. Ma dall’Helichrysum si produceva un olio di ottima qualità, usato per ungere sia la tela funebre che il cadavere, e proteggerli. “L’uso di questo olio nei rituali funerari antichi è documentato in vari Paesi, dall’Arabia alla Grecia”.

Conclude Marzia Boi: “I pollini dominanti nella Sindone sono l’immagine del rituale funerario secondo gli usi di 2000 anni fa in Asia Minore. Sono i componenti degli unguenti e olii più preziosi dell’epoca che sono rimasti straordinariamente sigillati nella tela…Aver identificato correttamente il polline di Helichrysum, erroneamente chiamato Gundelia, conferma e da autenticità all’importante personalità del corpo avvolto nel lino”.

Rifiuti zero»: un movimento contagioso attraversa l'Italia

Corriere della sera

Un anno fa erano 20 Comuni. Ora sono 75 con 2,5 milioni di cittadini. Tutto è partito da Capannori (Lucca)


MILANO - Rifiuti Zero. Un anno fa erano venti i Comuni che in Italia avevano iniziato a costruire il percorso verso quest’obiettivo. Oggi sono 75. Significa che 2 milioni e mezzo di cittadini sono amministrati da giunte che credono alla strategia no waste, partita da Canberra nel 1995 e da noi avviata nel 2007 a Capannori, 46 mila abitanti in provincia di Lucca.

MOVIMENTO - Prima di sbarcare in Toscana, l’onda no waste sostenuta dallo scienziato statunitense Paul Connet, che si oppone all’incenerimento come metodo di smaltimento dei rifiuti urbani, ha contagiato due terzi delle municipalità neozelandesi, San Francisco, la Svezia, parte della Germania, Buenos Aires, India, Giappone, Filippine, Sudafrica, Norvegia, Taiwan, Irlanda. Insomma, il movimento Rifiuti Zero, è attivo in tutto il mondo grazie a ricercatori e amministratori che credono non solo nel riciclo, ma nella riduzione dei rifiuti
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UTOPIA - «Ci davano dei pazzi. Ci dicevano che la “Strategia Rifiuti Zero al 2020” era un’utopia. Invece è un traguardo raggiungibile: i risultati intermedi sono superiori alle aspettative», racconta Alessio Ciacci, assessore all’Ambiente di Capannori, che fa parte dell’Associazione Comuni virtuosi. «Abbiamo ridotto del 25% la produzione complessiva di rifiuti e non abbiamo fatto niente di più di quello che suggerisce l’Unione Europea», continua Ciacci, che a raffica elenca i risultati: la raccolta differenziata è passata in quattro anni dal 37% all’82% grazie a un “porta a porta spinto”, che raccoglie tutto, comprese potature, oli esausti e pannolini.

Per l’organico il modello scelto è svedese: una compostiera collettiva che trincia i rifiuti umidi e nel giro di due settimane li trasferisce nella “camera di maturazione” si è aggiunta al compostaggio domestico (il composter, come ogni secchio per la raccolta, viene dato in omaggio ai cittadini). Solo questa strategia ha abbattuto del 10% la tassa sui rifiuti, già a “tariffazione puntuale” nel 93% del Comune grazie a sacchetti Rfid (con microchip filigranato) che riconoscono il conferimento.

TANTO SI BUTTA, TANTO SI PAGA - Nessun cassonetto stradale, acqua in brocca nelle mense, le “vie dell’acqua” per il ritiro alla spina da quindici fonti sorgive, latte e detersivi pure alla spina, mercatini di scambi e riusi. Con la raccolta differenziata e un’attenzione mirata alla riduzione dei rifiuti, in cinque anni Capannori ha avviato al riciclaggio oltre 100 mila tonnellate di scarti, ottenendo una riduzione dei rifiuti indifferenziati a smaltimento di circa 40 mila tonnellate. Le municipalità che hanno aderito al progetto di Capannori sono sparse in ogni regione.

POCHI ACCORGIMENTI - «Con pochi accorgimenti lo scorso anno abbiamo prodotto 6 tonnelate di plastica in meno, e siamo solo 1.430 abitanti», commenta Luca Gioanola, sindaco di Mirabello Monferrato (Al). «Ma se passiamo dal micro al macro, la proporzione si fa in fretta». Anche a Mirabello, Zero Rifiuti ha attecchito alla grande. Le “case dell’acqua” erogano sino a 22 mila litri al mese. Il Comune ha rifornito gratuitamente di bottiglie in vetro e cestelli i cittadini. “Alla spina” qui viene venduto persino il profumo, oltre ai detersivi e ai cosmetici: i negozi “leggeri” hanno sgravi sulla Tarsu. Dice il sindaco: «È un fenomeno contagioso. Si è formata una piccola massa critica, e quindici Comuni vicini ci hanno imitati, aprendo le loro “case dell’acqua”.

Ma non solo, i nostri tre “negozi leggeri”, sono frequentatissimi dai vicini». I dati di fine 2011 vedevano Mirabello con il 61% di differenziata contro la media del territorio di 53%, con una produzione di rifiuti in costante diminuzione. «Eravamo a 163 chili di indifferenziato pro-capite nel 2009, siamo scesi a 147 chili nel 2010 e siamo arrivati a 136 nel 2011», elenca Gioanola. «La media piemontese è sopra i 300 chili». Ma ancora non basta. Il compostaggio domestico e la “raccolta puntuale” grazie bidoni dotati di tecnologia Rfid è già attivo, e ora sta per partire il progetto di un Centro riuso e stoccaggio dove oggetti in legno, mobili, vestiti, scarpe, elettrodomestici, biciclette (selezionati) verranno riportati in vita da ragazzi 18-25enni disoccupati che nel centro verranno impiegati e andranno a bottega come fabbri, falegnami, idraulici, ciclisti, sarti.

DAL NORD AL SUD - Dal Nord al Sud, le storie sulle strategie Rifiuti Zero sono varie ed elaborate. «Il mese prossimo lanciamo la campagna Ecopassi. Il pezzo forte? Saranno gli accorgimenti per non utilizzare più l’acqua potabile nei WC», nnuncia Attilio Renzulli, energy manager per il Comune di Benevento, 62 mila abitanti, nel progetto Rifiuti Zero da fine del 2011. «Al momento siamo al 65% di raccolta nella differenziata, con picchi del 70%. La raccolta dell’organico sta dando eccellenti risultati, specie se pensiamo che grandi città come Milano e Roma, nemmeno la fanno. Ma il problema è che, non avendo un impianto anaerobico di trattamento e nemmeno un’autorizzazione regionale», conclude, «siamo costretti a inviare in Puglia e in Lombardia una fonte energetica di ottima qualità che non possiamo sfruttare».

Anna Tagliacarne
5 giugno 2012 (modifica il 6 giugno 2012)