mercoledì 30 maggio 2012

Stragi naziste, nessun risarcimento

La Stampa

Sentenza d'appello della Corte di Cassazione per la strage di Fivizzano: furono uccisi in 350. I famigliari non avranno
i cinque milioni di euro




Non è dei giudici italiani la competenza a decidere sulla questione dei risarcimenti, da parte della Germania, alle vittime delle stragi naziste. Lo ha deciso la prima sezione penale della Cassazione,
accogliendo il ricorso della Germania contro la sentenza d’appello per la strage di Fivizzano avvenuta nell’agosto del 1944, in cui furono uccisi dall’esercito nazista 350 civili italiani. Si trattava del primo processo in Italia dopo la sentenza con cui la Corte dell’Aja aveva stabilito che non spetta ai giudici italiani decidere se lo Stato tedesco debba risarcire le vittime delle stragi naziste.

Con una precedente sentenza, invece, i giudici della Corte militare di Appello di Roma, il 20 aprile del 2011 avevano dichiarato la Germania responsabile civile dell’eccidio di 350 civili rastrellati e uccisi nell’agosto del 1944 tra Fivizzano e Fosdinovo, nella provincia di Massa. Ai parenti delle vittime, circa 60 familiari, era stato riconosciuto un risarcimento di circa cinque milioni di euro. Alla Regione Toscana, costituitasi parte civile insieme ai due Comuni fatti oggetto della rappresaglia nazista, era stata accordata una provvisionale di 40 mila euro. Stessa cifra liquidata, come acconto su un totale da determinare, anche alle amministrazioni comunali di Fivizzano e Fosdinovo.

Evidentemente, oggi la Corte si è allineata alla decisione dell’Aja, resa nota nello scorso febbraio. Il processo sulla strage di Fivizzano era già stato iscritto a ruolo l’8 febbraio scorso, ma era stato rinviato proprio per permettere agli ’ermellinì di studiare la sentenza della Corte internazionale di Giustizia. La prima sezione penale, con la pronuncia di oggi, ha annullato la sentenza emessa il 20 aprile 2011 dalla Corte militare d’appello di Roma limitatamente al punto riguardante la responsabilità civile della Germania. In appello, i giudici avevano condannato 4 ex SS - quelli, tra gli imputati, ancora in vita - all’ergastolo. Tali condanne sono già passate in giudicato, perchè nessuno le ha impugnate in Cassazione.




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Ecco chi era Grillo prima di diventare grillino

Libero

Niente interessi politici, solo donne e soldi nella sua testa


Grillo il giustizialista. Grillo che vuole fare piazza pulita di tutti i politici. Grillo che sogna il parlamento. Ma anche Beppe il tirchio. Beppe che pensa per sé e il suo conto in banca. Beppe che secondo le sue stesse regole non potrebbe entrare in Parlamento.


Contraddizioni - Il comico fondatore del Movimento 5 stelle pensa di conquistare Roma, convinto che gli elettori gli daranno i suoi voti. Ma come capita a tutti coloro che vogliono fare un passo più lungo della propria gamba, i giornali hanno iniziato a indagare sulla sua storia personale (già ben nota peraltro). Così, scava scava, si scopre che il genovese non è sempre stato l'affabulatore di folle che appare oggi. La politica, da giovane, non gli interessava (recitava per le feste del Partito liberale, ma solo se pagato bene), mentre il suo pallino sembra fossero le donne. Il suo ex amico, e ora odiato nemico, Orlando Portento ama raccontare di quando Beppe nascondeva un registratore sotto il materasso per registrare i suoi amplessi con le ragazze che portava a casa. E poi ci sono i soldi. La seconda moglie Parvin Tadjk, intervistata da Maurizio Crozza, ha ammesso che "Beppe controlla ogni singolo scontrino della spesa, una cosa davvero estenuante".

Condannato - Fin qui solo vizi privati. Gli stessi che Grillo ha sempre contestato allo "psiconano" Silvio Berlusconi. Ma c'è un aspetto che, da un punto di vista politico, rende il comico genovese ben più vulnerabile. Da uno che parla sempre di politici indagati e condannati in Parlamento ci si immaginerebbe una fedina penale pulita e immacolata. E proprio qui casca l'asino (anzi, il Grillo). Perché il fondatore del Movimento 5 stelle l'8 aprile 1988 è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a un anno e tre mesi, con la condizionale, per la morte dei coniugi Renzo e Rosanna Giberti e del loro figlio di 8 anni Francesco. Un incidente in macchina avvenuto l'8 dicembre 1981 dal quale Beppe Grillo riuscì a salvarsi con il suo manager Alberto Mambretti. Una tragedia che però i giudici considerarono almeno parzialmente imputabile a Grillo. Che ora reclama fedina pulita per i politici. Me è vero che Beppe non si è mai candidato. Per ora.




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Casaleggio: «Ho scritto io le regole del Movimento 5 Stelle»

Corriere della sera

L'ombra digitale del comico genovese: «Mai stato dietro a Beppe Grillo, ma al suo fianco»



Gianroberto Casaleggio Gianroberto Casaleggio

Caro direttore,

le scrivo in merito al mio ruolo nel MoVimento 5 Stelle. Nel 2003 ho lasciato la mia posizione di amministratore delegato in Webegg di Telecom Italia, un gruppo multimediale che si occupava di consulenza e di applicazioni internet, e ho fondato con altri soci la Casaleggio Associati, una società di strategie di Rete. Internet è un tema che mi appassiona e di cui mi occupo dalla metà degli anni 90. Ho cercato di comprenderne le implicazioni sia nel contesto sociale che in quello politico che in quello della comunicazione. Io credo sinceramente che la Rete stia cambiando ogni aspetto della società e cerco di prevederne gli effetti. Ho scritto molti articoli e alcuni libri sulla Rete. Nel 2004 Beppe Grillo ne lesse uno: «Il Web è morto, viva il Web», rintracciò il mio cellulare e mi chiamò. Lo incontrai alla fine di un suo spettacolo a Livorno e condividemmo gran parte delle idee.

In seguito progettammo insieme il blog beppegrillo.it, proponemmo la rete dei Meetup (gruppi che si incontrano sul territorio grazie alla Rete), organizzammo insieme i Vday di Bologna e di Torino, l'evento Woodstock a 5 Stelle a Cesena e altri incontri nazionali, come a Milano dove, il 4 ottobre 2009, giorno di San Francesco, al teatro Smeraldo prese vita il MoVimento 5 Stelle. A chi si chiede chi c'è dietro Grillo o si riferisce a «un'oscura società di marketing» voglio chiarire che non sono mai stato «dietro» a Beppe Grillo, ma al suo fianco.

Sono in sostanza cofondatore di questo movimento insieme a lui. Con Beppe Grillo ho scritto il «Non Statuto», pietra angolare del MoVimento 5 Stelle prima che questo nascesse, insieme abbiamo definito le regole per la certificazione delle liste e organizzato la raccolta delle firme per l'iniziativa di legge popolare «Parlamento Pulito» e le proposte referendarie sull'editoria con l'abolizione della legge Gasparri e dei finanziamenti pubblici. Inoltre abbiamo scritto un libro sul MoVimento 5 Stelle dal titolo «Siamo in guerra» firmato da entrambi. In questi anni ho incontrato più volte rappresentanti di liste che si candidavano alle elezioni amministrative, per il tempo che mi consentiva la mia attività, per offrire consigli sulla comunicazione elettorale.

Non sono mai entrato nell'ambito dei programmi delle liste, né ho mai imposto alcunché. A chi mi ha chiesto un consiglio l'ho sempre dato, ma in questo non ci trovo nulla di oscuro. Mi hanno attribuito dei legami con i cosiddetti poteri forti, dalla massoneria, al Bilderberg, alla Goldman Sachs con cui non ho mai avuto nessun rapporto, neppure casuale. Dietro Gianroberto Casaleggio c'è solo Gianroberto Casaleggio. Un comune cittadino che con il suo lavoro e i suoi (pochi) mezzi cerca, senza alcun contributo pubblico o privato, forse illudendosi, talvolta forse anche sbagliando, di migliorare la società in cui vive. Sono stato definito il «piccolo fratello» di Beppe Grillo, con riferimento al Grande fratello del romanzo «1984» di George Orwell. È evidente che non lo sono. La definizione contiene però una parte di verità. Grillo per me è come un fratello, un uomo per bene che da questa avventura ha tutto da perdere a livello personale. Per il resto, «Honi soit qui mal y pense». 


Gianroberto Casaleggio
30 maggio 2012 | 9:32





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Il finanziere anti-hacker si dimette "Mi trasferiscono, costretto a lasciare"

La Stampa

Rapetto annuncia su Twitter l'addio alle Fiamme Gialle




Nato ad Acqui Terme nel 1959, allievo della Nunziatella, Rapetto forma il Gat (Gruppo anticrimine telematico), che poi diventa Nucleo speciale frodi telematiche. È il reparto che si occupa di contrastare le truffe via internet, gli hacker e gli attacchi informatici. Un’attività che gli fa guadagnare diversi encomi ed il riconoscimento di Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana assegnatogli nel 2005 dal capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi.


roma

Lascia le Fiamme Gialle il colonnello Umberto Rapetto, comandante del Nucleo speciale frodi telematiche ed antesignano della lotta al cybercrimine. «Chiedo scusa a tutti quelli che mi hanno dato fiducia - ha scritto l’ufficiale su twitter - ma qualche minuto fa sono stato costretto a dare le dimissioni dalla Gdf».

Nato ad Acqui Terme nel 1959, allievo della Nunziatella, Rapetto forma il Gat (Gruppo anticrimine telematico), che poi diventa Nucleo speciale frodi telematiche. È il reparto che si occupa di contrastare le truffe via internet, gli hacker e gli attacchi informatici. Un’attività che gli fa guadagnare diversi encomi ed il riconoscimento di Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana assegnatogli nel 2005 dal capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi. Giornalista pubblicista, autore di diversi libri sul tema, docente in varie università, il colonnello è un personaggio noto per l’anticonvenzionalità del suo approccio che gli ha fatto guadagnare la simpatie dei media, ma probabilmente non quelle delle gerarchie militari rispetto alle quali si è sempre comportato da cane sciolto.

La commissione di avanzamento della Gdf ne boccia così la promozione a generale dopo averlo valutato per tre anni, dal 2010 al 2012. Il Comando generale ne decide poi il trasferimento - a partire da luglio - dal Nucleo per fargli frequentare i corsi al Centro alti studi della difesa. Contro lo spostamento del colonnello insorgono parlamentari di diversi schieramenti che presentano una serie di interrogazioni in cui ne evidenziano «la professionalità specifica e riconosciuta a livello internazionale come esperto di lotta al crimine informatico». Ad una di queste risponde il sottosegretario alle Infrastrutture Guido Improta riferendo le motivazioni addotte dal Comando generale delle Fiamme Gialle. I vertici del corpo sottolineano che le operazioni del Nucleo «hanno frequentemente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica soprattutto da un punto di vista mediatico». Argomentano che si punta ad evitare «eccessive personalizzazioni soggettive in capo ad una medesima realtà operativa» e ricordano che Rapetto ha diretto il Nucleo speciale per oltre dieci anni, «maturando una permanenza nell’incarico del tutto eccezionale e singolare, se confrontata rispetto a quella degli altri ufficiali del Corpo».

Il Comando sottolinea poi «l’elevato numero di attività extraprofessionali svolte da molti anni (partecipazione a convegni, docenze, attività pubblicistiche, ecc)» e assicura che la sostituzione «non costituisce certamente una rimozione ma, al contrario, rientra nella normalità delle vicende che interessano tutti gli ufficiali della Guardia di finanza, nè comporterà pregiudizio alcuno alla funzionalità del Nucleo». Il pensiero di Rapetto al riguardo, neanche a dirlo, viaggia in rete. Nel suo profilo su Facebook, dove sta ricevendo tante attestazioni di solidarietà, così risponde a chi gli ricorda che, con la sua professionalità, dopo le dimissioni dalla Gdf potrà diventare ricco: «grazie, ma mi accontentavo di rimanere povero al Gat piuttosto che esser rimosso e spedito a frequentare un corso al Centro alti studi Difesa dove insegno da oltre 15 anni... e grazie a tutti per la solidarietà: il momento è difficile e indesiderato...».




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Canada, resti umani inviati per posta

Corriere della sera


Un piede mozzato in un pacco recapitato nella sede del partito conservatore a Ottawa. Resti umani anche a Montreal



La polizia porta via i repertiLa polizia porta via i reperti

WASHINGTON - È una storia dell'orrore. In un paese tranquillo come il Canada. Con resti umani inviati per posta e un corpo mutilato rinvenuto in una valigia. Sono passate da poco le 12 di martedì quando un impiegato nella sede del partito conservatore a Ottawa apre un pacco arrivato da poco. Ed ha una sorpresa: appena solleva una delle «alette» della scatola scorge «qualcosa» coperto di sangue. Sembra un cuore, dice ai colleghi. Ma non lo è. Sarà la polizia a precisare che si tratta di un piede mozzato. Gli agenti compiono i rilievi, interrogano i presenti e controllano il pacco. Sulla scatola c'è solo l'indirizzo generico del partito, nessuna intestazione particolare.

IL CORPO NELLA VALIGIA - Un mistero. Che diventa ancora più complesso quando da Montreal segnalano il ritrovamento di una valigia. L'hanno abbandonata per strada, vicino ai sacchi della spazzatura e a vecchi mobili. All'interno c'è un corpo mutilato, senza testa. Esiste un legame con la vicenda di Ottawa? Forse, ma è presto per dirlo. Passano le ore, gli agenti cercano di fare un primo punto, di stabilire eventuali connessioni. Ma c'è altro lavoro in arrivo. Una chiamata urgente dall'Ufficio postale centrale di Ottawa: hanno trovato un pacchetto contenente una mano mozzata. A chi era indirizzato? Non al partito conservatore - precisano gli investigatori - ma ad un indirizzo che e' tenuto «coperto». Il riserbo di chi indaga non permette di sapere se nelle buste ci fosse qualche tipo di messaggio. Ed è ovvio che non si esclude che possano esserci in giro altri «reperti», per questo sono stati invitati i dipendenti delle poste alla massima attenzione.

LE INDAGINI - Inspiegabile per ora il movente di questa storiaccia. Ogni ipotesi è possibile. Dal gesto di un folle al segnale sanguinoso di un killer. Con il bizzarro coinvolgimento del partito conservatore, attualmente al potere. Il Canada, anche se ne all'estero se ne parla poco, ha problemi di criminalità concentrati in due aree. A Ovest, nella bellissima Vancouver, hanno preso piede gang legate al traffico della droga e spesso in affari con i cartellli messicani. A Est, invece, è in corso da anni una faida mafiosa che ha visto l'eliminazione di molti esponenti del clan Rizzuto. Le organizzazioni criminali italiane hanno messo radici e sono coinvolte in attività legali che fanno da paravento per quelle illecite. La costa occidentale tra Vancouver e l'americana Seattle fa invece da sfondo al caso dei piedi mozzati recuperati dal 2007 sulle spiagge della zona. Alcuni appartengono a persone che si sono tolte la vita ma per altri non ci sono spiegazioni sicure, anche se ogni tanto spuntano teorie non sempre convincenti. Si è ipotizzato che si tratti di resti di vittime di naufragi o di qualcuno eliminato dalla mafia (o da un omicida seriale). Oppure di uomini e donne periti nello tsunami asiatico. Ma nessuna di queste tesi ha comunque svelato il giallo.



Guido Olimpio
30 maggio 2012 | 10:22





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Nasce neonato bianco da genitori neri Rabbia del papà, ma il medico: «Caso possibile»

Corriere della sera

Si tratterebbe di un raro episodio di albinismo: tra i nigeriani l'incidenza è di uno ogni 14 mila parti. Stesso «fenomeno» un anno fa a Gela



Un caso di albinismo alla nascita verificatosi in Inghilterra nel 2010Un caso di albinismo alla nascita verificatosi in Inghilterra nel 2010

PALERMO - È il secondo caso in Sicilia. Esattamente un anno fa a Gela, una coppia di colore originaria del Congo diede alla luce un bimbo dalla pelle bianca. Il «fenomeno» si è ripetuto sabato scorso al Policlinico di Palermo, come riporta oggi il Giornale di Sicilia. I genitori, entrambi nigeriani, sono rimasti a bocca aperta, per lo più il marito, quando hanno visto che il loro neonato aveva la pelle bianca, i capelli rossi e gli occhi chiari.

Il neo papà ha quindi iniziato ad andare in escandescenza, gridando la sua rabbia all'indirizzo della moglie. Sono dovuti intervenire medici e infermieri per calmarlo. A questo punto la spiegazione scientifica fornita dal direttore del reparto di Ostetricia e Ginecologia del Policlinico ha tranquillizzato o quanto meno attenuato le ansie della coppia: la madre che non riusciva a spiegarsi il caso, e il padre che immediatamente aveva pensato all'adulterio della compagna. «I casi di albinismo nella popolazione nigeriana non sono comuni, ma non così rari», dice il direttore Antonio Perino, «Ci attestiamo su un caso su 14 mila. Abbiamo spiegato questo al papà del piccolo, che sembra aver capito. Sicuramente si tratta di un evento fuori dal comune. Il neonato sta benissimo, nei prossimi giorni tornerà in ospedale per ulteriori esami dove», ha concluso il medico, «cercheremo anche di stabilire se si tratta di una forma di albinismo oppure una vera e propria mutazione genetica».



Fr. Par. 30 maggio 2012



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McDonald’s intima di togliere dal bar il logo “rovesciato”

La Stampa

La multinazionale ha minacciato di fare causa a un imprenditore novarese: "Non ci siamo ispirati al loro marchio, nessuna concorrenza sleale"




Giuseppe Damiano, imprenditore della ristorazione
carlo bologna

«Quando ho annunciato a mia moglie che McDonald’s voleva farci causa mi ha chiesto se avevamo rubato un panino». Giuseppe Damiano, imprenditore della ristorazione, prova a sorridere ma deve ancora riprendersi dalla sorpresa per quella raccomandata che gli è stata recapitata nei giorni scorsi nella casa di Caltignaga. La McDonald’d International Property Company ltd, il colosso mondiale di hamburger e patatine fritte, ha scritto per difendere il celebre logo del «doppio arco», sostenendo che quello usato da Giuseppe Damiano (al bar Toscano di Novara e in alcuni chioschi con distributore di carburante sulle autostrade del Piemonte) è «sostanzialmente identico».

Le condizioni dell’accordo «bonario» sono poche e chiarissime: che si cessi l’utilizzo del logo in ogni sua forma e contesto e si distrugga tutto il materiale che lo riproduce. «Un’assurdità» dice Damiano mostrando il suo logo: una doppia V (che diventa VV) in carattere boope di colore bianco su sfondo rosso all’interno di una scritta con la dicitura ViVocaffè. «Noi - spiega- volevamo soltanto richiamare le due “v” contenute nella ragione sociale della nostra impresa, la ViVocaffè che deriva dalla ViVoil.
Non ci siamo affatto ispirati a McDonald’s, il nostro marchio si può leggere soltanto in un verso, visto che la scritta sottostante compare sempre. Non si può “rovesciare”. Sono diversi anche i colori e l’attività non è affatto concorrenziale. Noi puntiamo soprattutto sul caffè, al punto che molti clienti ci scambiano per una torrezione. Nessuno ha mai chiesto un cheeseburger o è entrato pensando di essere nel fast food della multinazionale. Un gigante che se la prende contro noi piccoli. Siamo allibiti. Distruggere il nostro marchio, che compare anche sulle divise del personale e sulle porte d’ingresso dei nostri punti vendita ci provocherebbe un danno enorme, almeno 50 mila euro».

Damiano mostra l’attestato di registrazione del marchio al ministero dello sviluppo: «E’ stato accettato, senza contestazioni. D’altra parte ci vuole una bella fantasia ad immaginare che sia la M di McDonald’s capovolta. Mi rendo conto che con le nostre forze sarà difficile opporsi ad una multinazionale. Affiderò le valutazioni al mio legale. Intanto è giusto che si sappia quello che ci accade. Vorremmo opporci a questa richiesta così perentoria con il sostegno di tutto il territorio. Non si tratta di far la guerra a nessuno. Crediamo che per risolvere questa vicenda basti un appello al buon senso. E per quanto ci riguarda siamo certi di essere dalla parte giusta».




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Record a Napoli: il dieci per cento delle escort presenta ricevuta e paga le tasse

Il Mattino

di Cristina Cennamo


NAPOLI - Nel 2012 hanno evaso 2,4 miliardi di euro, vale a dire un aumento del 23,6% rispetto al 2011. Si tratta delle escort italiane e delle hostess d’immagine, che stando ai dati delle polizie amministrative, dell’Agenzia delle Entrate e dell’Istat continuerebbero a non rilasciare la ricevuta fiscale nel 92% dei casi, nonostante la Cassazione abbia ritenuto tassabili i proventi da prostituzione. Napoli, però, vanta un record decisamente insolito. Stando infatti ai dati emersi da un’indagine effettuata da KRLS Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it Magazine, in quest’area il 10% delle lucciole di lusso avrebbero invece optato per la dichiarazione almeno di una parte dei propri proventi probabilmente per giustificare i movimenti di denaro riscontrabili sui relativi conti correnti.

Nel dettaglio, la classifica della illegalità fiscale stilata da Lo Sportello del Contribuente relativa sia a coloro che non hanno emesso fattura sia a coloro che emettendola hanno maggiorato del 21% il compenso pattuito, vede al primo posto le prostitute con il 92,3% degli evasori seguite dalle escort (90,9%) e dalle hostess immagine (87,4%). La classifica delle prostitute che non pagano le tasse vede invece al primo posto quelle di Venezia con il 97% dei casi riscontrati nel corso delle indagini ufficiali, seguite da quelle di Genova con il 96%, di Milano con il 95%, di Aosta con il 94%, di Roma con il 93% e di Verona con il 91%. Le più “virtuose” sarebbero invece le escort di Bari, dove il 15% paga le tasse.

Mercoledì 30 Maggio 2012 - 10:50    Ultimo aggiornamento: 11:21



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Campi di sterminio «polacchi»: Obama si scusa

Corriere della sera

Alla cerimonia per le Medaglie della Libertà cita Auschwitz invece di Buchenwald. Portavoce: «Si è espresso male»



MILANO - Una «gaffe» del presidente Usa, Barack Obama, rischia di causare uno scontro diplomatico con la Polonia. Il presidente americano, consegnando una medaglia al valore civile postuma a Jan Karski, ex ufficiale polacco che testimoniò le atrocità dei nazisti contro gli ebrei, ha infatti usato l'espressione «campo di concentramento polacco» per riferirsi a una struttura in cui i nazisti sterminavano gli ebrei.

LA GAFFE - In occasione delle cerimonie per il Memorial Day e la consegna delle «Medaglie della Libertà», il senatore nero voleva ricordare un episodio bellico che riguardava uno zio entrato nel campo di Buchenwald per liberarlo con l'esercito Usa ed ha invece citato Auschwitz, che fu liberato dai sovietici. Obama aveva affermato che uno zio materno era stato tra i primi soldati americani a entrare nel campo di Auschwitz alla fine della Seconda guerra mondiale.

SCUSE ALLA POLONIA - Il governo polacco è molto attento al modo in cui i media di tutto il mondo parlano dei campi della morte controllati dai tedeschi nella Polonia occupata perchè vuole evitare a tutti i costi che si possa dare l'impressione di una responsabilità polacca in quei massacri. «Ce ne scusiamo, il presidente si è espresso male», ha affermato Tommy Vietor, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale di Obama. «Il presidente si voleva riferire ai campi di concentramento nazisti in Polonia», ha aggiunto. Ma la gaffe, per un candidato presidente alla nomination per la Casa Bianca, viene reputata «molto grave».

LE MEDAGLIE - Il presidente degli Stati Uniti ha premiato martedì, con la medaglia presidenziale della libertà, la massima onorificenza civile, conferita a coloro che hanno dato «un contributo meritorio speciale per la sicurezza o per gli interessi nazionali degli Stati Uniti, per la pace nel mondo, per la cultura o per altra significativa iniziativa pubblica o privata». Obama ha spiegato che si tratta di persone «straordinarie, con una formazione e uno stile di vita differenti, ma ognuna ha fornito un contributo duraturo alla vita della nostra nazione. Ci hanno sfidati, ci hanno ispirati, hanno fatto del mondo un posto migliore».



Redazione online30 maggio 2012 | 11:11



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Corte di Londra: Assange può essere estradato

Corriere della sera

I giudici inglesi bocciano il ricorso del fondatore di Wikileaks. In Svezia è accusato di crimini sessuali



MILANO - La Corte suprema britannica ha bocciato il ricorso presentato dal fondatore di WikiLeaks Julian Assange contro l'estradizione in Svezia, dove è accusato di violenza sessuale su due donne. Cinque giudici su sette si sono pronunciati a favore dell'estradizione. Nei due gradi di giudizio precedenti, il tribunale aveva già dato l'ok all'estradizione. Il fondatore di Wikileaks ha sempre respinto le accuse definendo la richiesta di estradizione avanzata dalla Svezia politicamente motivata. La madre di Julian Assange, giunta a Londra per ascoltare la sentenza ha detto a una tv australiana che si tratta di «un incubo continuo perchè sappiamo che (Julian) non è sicuro, e che i più grandi governi del mondo lo stanno uccidendo».

L'ULTIMA CARTA - L'australiano avrebbe ora la possibilità di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell'Uomo a Strasburgo per evitare il carcere in Svezia. La corte di Strasburgo avrà a questo punto 14 giorni di tempo per decidere se accettare o archiviare il dossier. Se accetterà, la procedura di estradizione sarà sospesa.


Redazione online30 maggio 2012 | 10:45




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Il videogioco degli ayatollah 2.0:«Uccidete il rapper blasfemo»

Il Mattino


Teheran - L'immagine di un seno che ricorda il profilo della cupola di una moschea è stata probabilmente l'ultima goccia. Un sito web ultraconservatore iraniano ha messo in rete un videogioco perchè i veri fedeli possano allenarsi a massacrare Shanin Najafi, il rapper detestato dagli ayatollah e condannato a morte.



Nel sito si specifica che questo videogioco vuole essere una «esercitazione» per tutti i musulmani, al fine di prepararsi a uccidere il giovane rapper iraniano. Najafi è stato condannato per aver titolato con il nome del decimo imam una canzone satirica che affrontava tematiche scomode per il governo di Teheran, come la povertà, la censura, il lavoro minorile e il boom della droga tra i giovani. L'iniziativa ha suscitato le dure reazioni delle autorità politiche e religiose della Repubblica Islamica, che hanno unanimamente condannato il rapper.

Le fatwa di morte emesse nei suoi confronti hanno suscitato le critiche degli intellettuali e dei giornalisti iraniani d'opposizione, che hanno condannato questi editti, defininendoli «medievali». A seguito delle fatwa di morte, il sito ultraconservatore religioso Shia Online ha promesso una ricompensa di 100mila dollari per chi ucciderà il rapper, costretto nel 2005 per motivi politici e le pressioni della censura a lasciare il suo Paese per la Germania.

Martedì 29 Maggio 2012 - 21:22    Ultimo aggiornamento: 21:36




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La lista di Obama dei terroristi da uccidere

La Stampa

Ogni martedì al presidente è sottoposto un elenco di jihadisti pericolosi per gli Usa


MAURIZIO MOLINARI

CORRISPONDENTE DA NEW YORK


E’ il presidente americano Barack Obama ad autorizzare di persona la scelta dei nomi dei terroristi di Al Qaeda che vengono bersagliati e uccisi dai droni della Cia in Pakistan, Afghanistan, Somalia, Yemen e altrove. A rivelarlo è un’inchiesta del «New York Times» sulla «Kill List», la lista dei jihadisti da eliminare che ogni martedì viene sottoposta al Presidente al termine di un processo di selezione che, fra Cia e Pentagono, coinvolge circa cento alti funzionari. Agli incontri nel «Terror Tuesday» il martedì del terrore - partecipano nella «Situation Room» della Casa Bianca il Presidente, il consigliere antiterrorismo John Brennan, con alle spalle 25 anni nella Cia, il consigliere per la Sicurezza nazionale Tom Donilon e lo stratega politico David Axelrod.

E’ un collegamento video dal Pentagono che vede alternarsi specialisti militari e dell’intelligence nell’illustrare a Obama chi è stato eliminato e chi è entrato nella «Kill List», soffermandosi sulle diverse «nomination» di chi è candidato ad essere eliminato. Sono i consiglieri del Presidente a spiegare che la scelta di Obama di assumersi la responsabilità di chi uccidere risale alle sue letture degli scritti sulla guerra di Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino perché lo hanno portato a ritenere di doversi assumere la «responsabilità moderale di tali azioni». «Obama è un Presidente che si sente a proprio agio nell’usare la forza per conto degli Stati Uniti» assicura Donilon.

Per capire come sia stato possibile che lo stesso Obama, contrario al conflitto in Iraq e ostile alla formulazione della «guerra globale al terrorismo» ereditata dal predecessore George W. Bush, sia arrivato a gestire la «Kill List» bisogna partire dal 2009. Nel primo anno alla Casa Bianca infatti Obama si trova di fronte alla strage di Fort Hood - 13 vittime - e al fallito attentato di Natale contro un jet commerciale a Detroit, arrivando alla conclusione che dalle basi in Yemen è Al Qaeda che sta tentando di far deragliare la sua presidenza. Poiché in entrambi i casi il mandante è l’imam yemenita-americano Anwar al-Awlaki è Obama ad ordinare di eliminarlo come avverrà il 30 settembre 2011 - assieme ad un numero sempre più folto di colonnelli, ingegneri, potenziali kamikaze e militanti che minacciano la sicurezza degli Stati Uniti.

Fino al punto che la «Kill List» illustrata a Obama è arrivata a includere numerosi minorenni, compresa una ragazza, spingendo il Presidente a chiedere spiegazioni alla Cia «perché se iniziano a usare i ragazzi entriamo in un nuovo terreno». E’ stato così Obama ad autorizzare dozzine di attacchi in Afghanistan e Pakistan, dall’eliminazione del capo dei taleban pachistano Baitullah Meshud nell’agosto del 2009, al saudita Shakr al-Taifi, numero 2 di Al Qaeda in Afghanistan ucciso ieri con un blitz nella provincia di Kunar. Per avere un’idea dell’intensità delle uccisioni mirate, basti pensare che da inizio aprile sono stati eliminati 14 colonnelli di Al Qaeda in Yemen, 6 in Pakistan e 1 in Afghanistan, con Obama ogni volta personalmente impegnato ad evitare il più possibile vittime civili, partendo dall’assioma che vengono considerati «combattenti» tutti i maschi in età adulta che si trovano nei paraggi dell’obiettivo da colpire.

Secondo la ricostruzione del «New York Times», Obama ha definito una «scelta facile» l’eliminazione di Al-Awlaki e deve al contributo di Brennan l’approccio alla «guerra giusta» teorizzata da alcuni filosofi cristiani, in maniera analoga a quanto fece George W. Bush in occasione dell’attacco all’Iraq nel 2003. Tale impostazione, per la Casa Bianca, non è in contraddizione con l’opposizione di Obama al «waterboarding» negli interrogatori dei terroristi né con la volontà di chiudere il carcere di Guantanamo perché si originano sempre da un approccio da accademico e giurista, basato sul rispetto della legge degli Stati Uniti.



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