venerdì 18 maggio 2012

Guerra dei browser, testa a testa fra Chrome e Internet Explorer

La Stampa


FEDERICO GUERRINI


Testa a testa fra Internet Explorer di Microsoft e Chrome di Google per la leadership mondiale nel campo dei browser più utilizzati. Questa, almeno, la situazione secondo le statistiche di Statcounter, una società di analisi che già alla fine di marzo aveva dato in testa Chrome in tale speciale classifica, ma in quel caso, soltanto per lo spazio di un giorno. I dati di Statcounter, spesso per la verità contestati da Microsoft che ritiene poco affidabile la metodologia di ricerca utilizzata, si basano sul monitoraggio delle visite a più di tre milioni di siti Web in tutto il mondo, per un totale di quindici miliardi di pagine viste al mese.

L'avvicinamento fra Chrome e Ie è stato costante per tutto aprile. Il sorpasso vero e proprio del browser di Google dovrebbe avvenire a breve ed essere qualcosa di più di un fuoco di paglia, se verrà confermata la tendenza in atto che, sempre secondo Statcounter, vedrebbe i due software separati da pochi decimi di percentuale, con il programma di Redmond al 32, 69 % e il concorrente al 32,04 %. Terzo Firefox poco oltre il 25 % di quota di mercato.

Proprio ieri Google ha lanciato l'ultima versione di Chrome, la 19, che introduce alcune migliorie, come la sincronizzazione della cronologia di navigazione e delle impostazioni e secondo alcune indiscrezioni si prepara a sbarcare con il browser anche su iPad e iPhone, finora regno pressoché incontrastato del programma di navigazione di Apple, Safari. Gli analisti della società Macquarie ritengono perciò imminente una nuova “guerra dei browser” simile a quella che aveva infiammato il mercato alla fine degli anni '90.

Un'altra buona notizia per la Grande G, oltre al grande successo di Chrome, arriva dal mercato degli smartphone, dove l'ultimo rapporto Gartner conferma il predominio del sistema operativo Android che nel primo trimestre 2012 ha raggiunto il 56 % di share, nettamente davanti all'iOS di Apple, che si attesta al 22,9 %. Agli altri rimangono gli spiccioli: 8,6 % per il Symbian di Nokia, 6,9 % per il Blackberry e 1,9 % per il sistema operativo di Microsoft, Windows Phone.

Un'altra buona notizia per la Grande G, oltre al grande successo di Chrome, arriva dal mercato degli smartphone, dove l'ultimo rapporto Gartner conferma il predominio del sistema operativo Android che nel primo trimestre 2012 ha raggiunto il 56 % di share, nettamente davanti all'iOS di Apple, che si attesta al 22,9 %. Agli altri rimangono gli spiccioli: 8,6 % per il Symbian di Nokia, 6,9 % per il Blackberry e 1,9 % per il sistema operativo di Microsoft, Windows Phone.




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Spunta una tassa comunale sui proprietari di cani e gatti

di -

Si appresta ad approdare in Aula una proposta che prevede che i Comuni possano istituire una tariffa per i proprietari di cani e gatti per finanziare iniziative contro il randagismo


L'ultima tassa del governo Monti è quella su cani e gatti. Infatti, è in dirittura d'arrivo in commissione Affari Sociali della Camera una proposta che prevede che i Comuni possano istituire una tariffa per i proprietari di cani e gatti per finanziare iniziative contro il randagismo.


Cane



"I comuni possono deliberare, con proprio regolamento, l’istituzione di una tariffa comunale al cui pagamento sono tenuti i proprietari di cani e gatti e destinata al finanziamento di iniziative di prevenzione e contrasto del randagismo", si legge nel testo della proposta di legge. La commissione ha completato l’esame del provvedimento e ora il testo è alle altre commissioni competenti per i pareri e dunque potrebbe presto approdare in Aula. Durante l’iter è stato anche approvato un emendamento dell’Idv che esonera dalla tassa "i cittadini che hanno adottato un cane o un gatto in una struttura comunale". Il provvedimento (Norme in materia di animali d’affezione e di prevenzione del randagismo e tutela dell’incolumità pubblica) aveva iniziato il suo iter nell’aprile 2009 a partire da una proposta di legge di due deputate del Pdl, Jole Santelli e Fiorella Rubino Ceccacci. L’esame è stato completato lo scorso 6 marzo.


È composto di 39 articoli e prevede, tra l’altro, la creazione di un’anagrafe degli animali d’affezione, l’obbligo di segnalare se si trova un animale ferito al servizio veterinario pubblico che deve prontamente intervenire o ancora i cimiteri per gli animali d’affezione. I Comuni sono tenuti a una serie di compiti per la prevenzione e il contrasto del randagismo tra cui "incentivi per l’adozione degli animali, prestazioni medico-veterinarie di base erogate da medici veterinari liberi professionisti in regime di convenzione con i comuni, piani di controllo delle nascite con sterilizzazioni". Ed è a questi fini che l’amministrazione comunale può istituire la nuova tassa. Sul provvedimento la commissione Finanze ha chiesto una relazione tecnica del governo per le coperture. In commissione, secondo quanto riportano i bollettini parlamentari, ieri il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo, ha detto di "concordare in linea di principio con l’istituzione di una nuova tassa sugli animali domestici".




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Blitz dei vigili nella chiesa del '700 «E' finita nelle mani dei clan»

Il Mattino

di Paolo Barbuto

NAPOLI - La serratura è forzata, il portone si apre con una spinta. La puzza di carcasse imputridite aggredisce le narici, i resti di un falò che ha distrutto tutti i manoscritti antichi provoca un moto di rabbia, il pezzetto di affresco che ha resistito all’incuria e all’abbandono provoca tenerezza. Gli scavi in corso nella cripta, invece, mettono i brividi.
Pavimento sollevato, «saggi» per capire cosa c’è nelle viscere di quel luogo: forse la caccia ai tesori che indossavano i morti sepolti lì nei secoli scorsi, forse il tentativo di creare un passaggio sotterraneo verso una banca o una gioielleria nei paraggi. Il giallo è aperto, le indagini appena scattate.

GUARDA LE FOTO

Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, accesso al borgo dei Vergini. La storica facciata si fa largo fra palazzi opprimenti, sta lì dal 1760 ed è un punto di riferimento per la comunità. Anzi lo era. La chiesa è abbandonata definitivamente da diciotto anni, ma anche prima veniva usata sporadicamente ed era in rovina: «Sono usciti i fedeli ed è entrata la malavita», sussurra con amarezza il tenente Filomena Vicario della polizia municipale. Ieri i vigili hanno raccolto l’sos della gente «Andate a vedere, hanno forzato la porta, stanno distruggendo la chiesa», e hanno constatato che il popolo dei «Vergini» aveva ragione. Sant’Aspreno è letteralmente devastata.



Al comando della pattuglia che ha operato c’erano i tenenti Pasquale Peccarino che comanda la sezione «Stella», e Agostino Acconcio, al vertice del nucleo beni culturali: collegamento costante con il comando di via De Giaxa dove il comandante Sementa chiedeva aggiornamenti in tempo reale.

E ogni «aggiornamento» è stato una coltellata. L’altare principale è devastato, degli altri sei rimangono solo brandelli. Alle pareti non c’è più nessuno dei quadri che lasciavano estasiati i nostri avi: «Sugli altari veggonsi alcuni quadri... e sono bellissimi, e ci sembra del secolo decimoquinto un’Annunziata di puro disegno e con colori vivaci», è scritto nell’edizione curata da Chiarini nel 1870 di «notizie del bello» del Celano. Probabilmente sono di quella «Annunziata» dai colori vivaci i resti che si intravedono sul primo altare a destra.
La chiesa è diventata rifugio per disperati.

Lo testimoniano pentole e padelle abbandonate nella cripta sottostante, lo conferma l’osceno incendio di manoscritti antichi usati per appiccare il fuoco dove cucinare. Però negli ultimi tempi è accaduto qualcosa che ha spaventato gli abituali frequentatori. Si nota che non ci sono più abitanti «stanziali»; lo si capisce perché il pavimento è letteralmente costellato di piccioni morti e decomposti, c’è perfino la carcassa di un gabbiano: segno che non c’è cibo, e nemmeno pulizia.

Lo si capisce, però, soprattutto scivolando nell’oscurità della cripta. Laggiù, dove erano sepolti i morti e dove in tempi recenti ci sono stati lavori di ripristino (nel 1994 venne esposto un bel presepe nella cripta), ci sono segni di lavori in corso. In più punti il pavimento nuovo è stato sollevato e al di sotto si è scavato con tenacia. Chi si mette al lavoro lì sotto cerca qualcosa di preciso, forse i gioielli che avevano addosso i morti nel ’700, forse qualcosa d’altro.

C’è chi dice che anche nelle viscere della chiesa dei «Crociferi» ci siano tesori archeologici, ma la polizia municipale che ha appena aperto una indagine, non pensa a ladri «colti», interessati all’archeologia: «Il territorio è ad alta densità malavitosa. Non si fanno scavi in una chiesa abbandonata se il boss non concede il permesso. E sembra difficile che vengano concessi permessi per riportare alla luce antichità». Il giallo sugli scavi resta aperto, la desolazione resta intatta: la bella e antica chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi è ridotta a una poltiglia di macerie, animali morti e storia ridotta a falò. Potrebbe essere un gioiello, è un orrore.

Venerdì 18 Maggio 2012 - 10:54    Ultimo aggiornamento: 11:16

Lancia gli trafigge la testa e cambia personalità Svelato il «giallo medico» di Phineas Gage

Corriere della sera

Studiosi dell'University of California hanno costruito un modello del cranio: «Significativa perdita di materia bianca»



Phineas Gage con il punteruolo che lo ha trafittoPhineas Gage con il punteruolo che lo ha trafitto

MILANO - Era 13 settembre del 1848. Phineas Gage, come al solito, era alle prese con bulloni e travi di ferro sul suo polveroso luogo di lavoro. C'era una ferrovia da costruire e lui era il supervisore del cantiere per la linea Rutland-Burlington nel Vermont. Ma più che per l'opera di viabilità, Gage è passato alla storia per un mistero medico che lo ha visto protagonista. L'uomo stava armeggiando con un punteruolo lungo un metro per pressare dentro una roccia della polvere da sparo. All'improvviso un boato: si innesca accidentalmente un'esplosione e il punteruolo si trasforma in una lancia che trafigge il viso di Gage. L'arnese buca la guancia sinistra, lo trapassa ed esce fuori dalla parte superiore della testa. Inspiegabile quanto accaduto subito dopo: Gage non si accascia, ma addirittura resta lucido. I testimoni dell'incidente racconteranno che l'asta è stata poi ritrovata, «imbrattata di sangue e cervello». Quello di Gage diventa lo strano caso di una morte scampata e di una rinascita: miracolosamente, agli occhi dei neuroscienziati increduli, l'uomo sopravvive a un incidente che gli distrugge gran parte del lobo frontale sinistro.

Una ricostruzione delle lesioni subite da GageUna ricostruzione delle lesioni subite da Gage

UN ALTRO GAGE - Ma ancora più misteriosi per gli esperti sono gli effetti provocati dall'infortunio sulla sua personalità: Gage si trasforma dal 25enne affabile che era in una persona intrattabile, preda di alti e bassi dell'umore, irriverente e blasfema. Una trasformazione che porta i suoi amici ad affermare con decisione che «quello non è più Gage». Diversi scienziati hanno studiato il caso negli anni, l'esatta traiettoria dell'asta nel cervello dello sfortunato manovale, l'angolatura della lesione alla corteccia cerebrale, l'impatto che ha avuto sul carattere. La sua storia torna ora in auge perché si è guadagnata uno spazio sulla rivista Plos One. Un team di ricercatori dell'Ucla (University of California, Los Angeles), sulla base di dati raccolti nel 2001 sul cranio di Gage esposto al museo dell'Harvard Medical School, hanno realizzato per la prima volta una simulazione dell'incidente. Hanno quindi indagato sul danno alle connessioni della materia bianca che legano diverse regioni del cervello. Ed è proprio lì che, secondo gli scienziati, si nasconde la spiegazione del passaggio irreversibile di Gage da dottor Jekyll a mister Hyde.

IL CRANIO RICOSTRUITO - Il cranio di Gage ha ormai 189 anni ed è fragile, dunque non è possibile sottoporlo a esami di imaging. Così gli esperti hanno scovato l'ultima tomografia eseguita, risalente al 2001, che si era persa al Brigham and Women's Hospital, e sono riusciti a ricostruire le scansioni a una risoluzione di qualità più alta che ha reso possibile creare un modellino del teschio di Gage. Il passo successivo è stato simulare l'esatta traiettoria della lancia e integrare le informazioni disponibili con immagini moderne del cervello di un uomo con le stesse caratteristiche e la stessa età di Gage. A quel punto, per gli scienziati è stato possibile ricostruire l'anatomia dell'operaio e valutare i danni dell'incidente. Jack Van Horn, un neurologo dell'Ucla, e i suoi colleghi hanno osservato che anche se circa il 4% della corteccia cerebrale è stato trafitto dall'asta di 6 chili spessa 3 centimetri, in realtà più del 10% della materia bianca è stato lesionato con danni estesi alle connessioni, cosa che ha dato il maggior contributo al cambiamento di personalità. La materia bianca e la sua guaina mielinica collega miliardi di neuroni che permettono di ragionare e ricordare.

MATERIA BIANCA - «Quello che abbiamo osservato è una significativa perdita di materia bianca che connette la regione frontale sinistra e il resto del cervello di Gage - spiega Van Horn - e pensiamo che la distruzione di questa rete del cervello lo abbia notevolmente compromesso». Le connessioni perse si trovavano fra la corteccia frontale sinistra, temporale sinistra, frontale destra e la struttura limbica sinistra del cervello e questo ha avuto effetti sulle sue capacità e sulle sue funzioni emozionali. Il povero Gage ha visto cambiare da un giorno all'altro la sua personalità, ma non tutte le funzioni sono state compromesse, tanto che è riuscito a viaggiare e a trovare un impiego come autista di diligenze per diversi anni nell'America del Sud. È morto a San Francisco 12 anni dopo l'incidente. «L'estesa perdita di connettività nella materia bianca in entrambi gli emisferi è simile a quella di cui soffrono i pazienti con lesioni da trauma cranico - osserva Van Horn - e ci sono analogie anche con alcune malattie degenerative come l'Alzheimer in cui le connessioni neurali si degradano nei lobi frontali e questo si collega a profondi cambiamenti comportamentali».


(Fonte: Adnkronos Salute)18 maggio 2012 | 16:21



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Italian Laundry

Corriere della sera

Ecco come la mafia ripulisce il denaro sporco con il business dei giochi legali e illegali


NAPOLI - Le mafie ripuliscono il loro denaro sporco anche attraverso portafogli e tasse degli italiani. Non è una semplificazione. Soprattutto davanti ad un documento come quello che pubblichiamo: un manoscritto di Renato Grasso nel quale, l'imprenditore condannato per mafia che per vent'anni ha gestito in Italia buona parte del business dei giochi con il placet dell'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato - (Aams) l'organo del Ministero dell'Economia e delle Finanze addetto alla gestione del gioco pubblico -, conferma ai giudici di aver riciclato soldi per i clan. E precisa: non solo ha avuto rapporti con i 22 gruppi mafiosi già individuati dagli inquirenti, ma anche con altre 52 cosche della camorra.

La «lavanderia italiana» che le procure ancora non conoscono. Il che significa che negli anni, ben 74 clan della camorra si sono rivolti a lui per organizzare la loro lavanderia di denaro sporco e che lo hanno fatto usando un meccanismo che riguarda direttamente le tasche dei contribuenti italiani e di quelli che affidano alla fortuna qualche risparmio: il sistema dei giochi legalizzato dal 2004 e gestito dai monopoli di Stato. La lista è impressionante: almeno tre clan per quartiere o area geografica delle varie città campane. Non c'è faida che tenga: la lavanderia è unica anche per i più acerrimi nemici. Infatti nell'elenco ci sono clan che si sono combattuti per anni facendo decine di morti ammazzati e che invece sono uniti nello stesso elenco: affidavano le loro finanze al re dei giochi.



L'ELENCO - Sembra quasi un censimento noir. Un elenco scritto a mano da un signore capace, nonostante una condanna per mafia di diventare socio (con due distinte imprese) della famiglia Mastella e anche della famiglia Iovine. Si, proprio quelle dell'eurodeputato di Ceppaloni ed ex ministro della giustizia e dell'ex superlatitante Antonio Iovine detto 'o ninno', tra i capi dei casalesi, arrestato solo l'anno scorso dopo 14 anni di ricerche. Ma soprattutto un signore capace, con quella condanna definitiva per 416 bis e per estorsione (5 più 4 anni), di ottenere con le società di famiglia, favolosi contratti con i Monopoli di Stato e con due società del calibro di Lottomatica e Sisal (come risulta dai provvedimenti giudiziari a carico di Grasso e anche da un suo memoriale nel quale scrive «I miei fratelli ebbero la grande opportunità di ottenere dei contratti in esclusiva per la distribuzione delle New Slot in tutta Italia a favore di oltre 2.500 ricevitorie e agenzie»). «Le concessioni per le slot - spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società sequestrate a Renato Grasso - sono una decina e Grasso entrò nel business attraverso accordi commerciali di società riconducibili alla sua famiglia con Lottomatica e Sisal». I suoi affari ormai spaziavano dalle scommesse sportive ai giochi on line, dalle slot alle sale bingo. Ma il curriculum penale di Grasso evidentemente non è stato mai un problema.

L'INDUSTRIA DEI GIOCHI - Eppure quella dei giochi è la terza industria in Italia con 120 mila lavoratori e un fatturato che quest'anno sarà vicino a 80 miliardi di euro, tra il 4 e il 5% del nostro Pil. Renato Grasso è sempre stato il re dei giochi leciti e illeciti e dopo aver fatturato 300 milioni di euro all'anno, essere stato latitante e aver conosciuto a più riprese il carcere, forse sta smettendo i panni di «imprenditore testimone» come si era autodefinito per indossare quelli di pentito, anche se non c'è nulla ancora di ufficiale. Uno dei suoi fratelli (ne ha 13) Luciano, non ha retto al peso delle indagini e dopo un periodo di depressione, pochi mesi fa si è tolto la vita con un colpo di pistola. Il suo corpo è stato trovato sul terrazzo del palazzo dove viveva.

Renato Grasso, dopo un primo memoriale consegnato ai pm nel 2009 subito dopo aver bussato al portone del carcere per consegnarsi e mettere fine alla sua latitanza, aspetta due anni prima di vuotare del tutto il sacco. Lo fa in maniera scarna con poche frasi e due elenchi. Innanzitutto spiega perché è pronto a collaborare con la giustizia: «Dopo una lunga riflessione personale ho mutato la mia inutile convinzione, che per il solo fatto di essere stato anche vittima di alcuni clan della camorra, potessi giustificare o eludere le mie reali responsabilità penali. Per tanto ho deciso di rivelare tutto quello che è necessario, di mia conoscenza dei fatti di dar modo alla giustizia di fare il suo corso, con maggiori riscontri (...) Soprattutto per avere la possibilità di recidere definitivamente tutti i rapporti con la criminalità organizzata anche per il futuro.

Tanto premesso confermo e confesso di aver avuto rapporti di interessi economici, relativi alla mia attività lavorativa per la distribuzione del mercato dei videopoker accordandomi con gli esponenti, di volta in volta, anche contemporaneamente egemoni, nei singoli quartieri di Napoli e provincia». Ora arrivano i primi verbali «collaborativi» davanti ai pm Antonello Ardituro e Catello Maresca della dda di Napoli che con le loro inchieste hanno scoperchiato il sistema, datati 7 e 16 giugno e primo luglio 2011. E così “o presidente” (questo il suo soprannome) comincia il suo racconto dettagliato sulle sue società, sui rapporti con tantissimi clan e con boss del calibro di Giuseppe Setola ('o cecato'), su carabinieri, vigili e poliziotti che aveva assoldato per fargli da guardiaspalle e di tanto altro.

GLI AFFARI - Negli anni '80 erano flipper e juebox poi è stata la volta dei videopoker illegali ma una decina di anni fa tutto è cambiato. Gli affari dei Grasso viaggiano su due filoni quello delle slot e quello delle sommesse sportive. Ciò che in Italia fino al 2004 era stato illegale e cioè videopoker e totonero, viene regolato e legalizzato. Così si assegnano le concessioni per i giochi: poche, meno di una decina quelle per la gestione delle «macchinette», molte di più quelle per le scommesse sportive. Viene anche stabilito che chi non ha una serie di requisiti di onorabilità (ovviamente si prevede l'esclusione degli imprenditori coinvolti in indagini di mafia) non potrà mai sperare di diventare concessionario di giochi pubblici. Una regola che invece, come si legge nelle migliaia di carte dei processi che riguardano i Grasso, diventa facilmente carta straccia.

Tanto che il pm Antonello Ardituro auspica maggiori controlli e una modifica legislativa: «Le concessioni dei monopoli vengono assegnate senza che vi siano i necessari controlli antimafia e quindi ci capita di imbatterci in società che sono concessionarie dell'ente pubblico o a partecipazione pubblica che non rispettano i requisiti e le certificazioni antimafia, come è successo per la famiglia Grasso. Nonostante Renato Grasso fosse stato condannato per 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso) con sentenza passata in giudicato, i fratelli riuscivano tranquillamente ad avere questo tipo di concessioni. Sarebbe auspicabile una modifica della normativa in materia».

LE AZIENDE - Nel primo settore, quello delle macchinette, le aziende dei Grasso diventano leader grazie a contratti stipulati da società di famiglia con concessionari dei Monopoli di Stato, Lottomatica e Sisal. Un esempio su tutti potrebbe essere la Wozzup (ora sotto sequestro): in questa ditta che tra il 2006 e il 2008 ha raccolto circa 110 milioni di euro di giocate, Renato Grasso è direttamente socio insieme al fratello Massimo e quindi paradossalmente “'o presidente” accusato di mafia, non si preoccupa nemmeno di procurarsi un prestanome per diventare concessionario di Lottomatica. Un'altra società della famiglia entrata nello stesso affare è la King Slot (anche questa sotto sequestro).

I Grasso, invece, per entrare in affari con la Sisal, usano la DueGi sas, una società anche questa finita più volte sotto sequestro. Nel suo memoriale Grasso spiega che questi contratti diedero l'oportunità alle società di famiglia di distribuire in esclusiva le nuove macchine New Slot su tutto il territorio nazionale in oltre 2.500 ricevitorie estendendo il suo raggio d'azione non solo in Campania ma anche in Lombardia, Toscana, Puglia, Calabria, Abruzzo e Sicilia e riuscendo così a raccogliere fiumi di denaro in giocate pari alla metà dell'intero business italiano dei giochi. Quello delle slot è un affare che permette un po' a tutti quelli che sono nel giro di guadagnare bene e in maniera facile: allo Stato, perché parte delle giocate finisce nell'erario (circa il 12,5%); alle concessionarie e alle loro sub concessionarie in quanto intascano fette consistenti dell'affare; e anche ai singoli bar che installano le macchinette mangiasoldi.

Oltre a trattenere la percentuale prevista, i bar hanno a disposizione liquidi per alcune settimane perché lo scassettamento delle slot (e cioè il prelievo) nella maggior parte dei casi avviene con scadenze piuttosto lunghe. Le organizzazioni criminali, secondo le indagini, hanno buon gioco ad inserirsi in varie fasi dell'affare ma soprattutto, ciò che gli inquirenti intendono scoprire è se in qualche modo abbiano finanziato Grasso all'inizio del business e cioè nel momento in cui andavano acquistate e distribuite le slot. Un investimento non da poco, anche per "o presidente" ma non certo per decine di clan della camorra. Anche la mafia fa capolino nelle indagini sui Grasso: per creare in dieci regioni italiane una delle più fiorenti reti di controllo e gestione di sale Bingo, società e ditte individuali che operavano tutte nel settore delle scommesse pubbliche, “o' presidente” si era affiancato un personaggio siciliano.

Il suo nome è Antonio Padovano. Gli inquirenti lo ritengono contiguo a esponenti della criminalità organizzata catanese alcuni dei quali ai vertici della famiglia "Cosa Nostra Etnea". Fu arrestato alla fine del 2000 per 416 bis e successivamente raggiunto da un ordinanza di custodia cautelare nella quale il Gip di Caltanissetta sottolinea la contiguità ai Santapaola di Catania ed il patto tra lo stesso Padovani e i Madonia per l'apertura di numerose sale scommesse tra Gela e Niscemi e l'assunzione quale responsabile dell'area siciliana del genero di Piddu Madonia. Il nome di Padovani spunta anche in un'inchiesta che dimostra come i casalesi, quelli di Setola, Iovine e Zagaria, attraverso un sistema di scatole cinesi, cessioni di rami d'azienda e prestanomi, abbiano riciclato soldi. Grasso teneva i contatti con la cosca principalmente attraverso Mario Iovine, detto "Rififi". Come? Con l'acquisto di sale bingo, molte delle quali nel salotto buono milanese .

LE SCOMMESSE SPORTIVE - L'altro filone battuto da Grasso è quello delle concessioni per le scommesse sportive. Qui “o' presidente” la fa veramente da padrone riuscendo a raccogliere decine di contratti dai Monopoli. Comincia con la Betting 2000, una società attualmente in amministrazione giudiziaria. La Betting2000 strappa subito la concessione dai Monopoli di Stato e poi arrivano anche la Sistersbet e la Mediatelbet. Insomma dalle tasche dei cassieri dei clan a quelle di Renato Grasso per poi rifluire in una cascata di società che acquistano sale bingo nel nord Italia, piazzano migliaia di slot (praticamente in regime di monopolio) e gestiscono i flussi di scommesse sportive.

Tornando alla Betting 2000, spuntano i cognomi Mastella e Lonardo. Già perchè la Betting come è possibile verificare da semplici visure camerali, è socia della società Sgai betting nella cui compagine societaria figurano Italico e Carlo Lonardo, fratelli della ex presidente del consiglio regionale campano Sandra Lonardo e per un periodo anche Pellegrino Mastella, figlio della Lonardo e dell'ex guardasigilli ed attualeparlamentare europeo Clemente Mastella. «Nel campo delle scommesse sportive – spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società sequestrate a Grasso - le società riconducibili a Renato Grasso, sono entrate acquisendo delle concessioni da una società che ne deteneva una notevole quantità, la Sgai, che aveva tra i suoi proprietari la famiglia Mastella o Lonardo».

Che fine ha fatto la Sgai betting? Le concessioni risultano tutte vendute appena alcuni giorni prima del sequestro. Per il resto la società è svuotata e messa in liquidazione. La politica in senso lato si incrocia anche per altre vie con i destini dei Grasso: Massimo Grasso, fratello di Renato - anche lui accusato di vari reati -, è stato anni fa, il consigliere comunale del Pdl più votato a Napoli e in più convive con una delle gemelline De Vivo, aspiranti subrettine ma ormai più note per le serate del bunga-bunga ad Arcore (vengono citate e intercettate nel fascicolo della procura di Milano sul caso Ruby) che per la loro partecipazione all'”Isola dei famosi”.

I RETROSCENA - La storia di Renato Grasso si arricchirà di particolari se il suo protagonista continuerà a svelare i retroscena della sua «lavanderia» italiana e se gli inquirenti riusciranno a capire se un nuovo re dei giochi si sta affacciando sul panorama italiano al posto di Grasso. Per ora resta da raccontare ancora un paradosso: «Poiché le concessioni sono spesso legate alla personalità dell'imprenditore - spiega il pm della dda Antonello Ardituro - molto spesso assistiamo a delle revoche quali le sospensioni delle concessioni nel momento in cui interviene il sequestro delle società da parte dell'Autorità giudiziaria con l'evidente paradosso che l'impresa mafiosa è stata concessionaria per tanto tempo e nel momento in cui interviene lo Stato con l'amministratore giudiziario, questa concessione viene revocata perché non sussistono più i requisiti con l'effetto molto rilevante sul territorio di dare l'idea che finché l'impresa mafiosa è libera e lavora da la possibilità anche ai cittadini; quando interviene lo Stato con il sequestro, le imprese sono destinate miseramente a chiudere».

Amalia De Simone
17 febbraio 2012 (modifica il 2 aprile 2012)

E panico nel centrosinistra Ecco le rivelazioni di Lusi: "Soldi anche a Rosy Bindi"

di -

Nell’atto d’accusa di Lusi pure doppi rimborsi taxi e piccole spese: "Somme in contanti a Rutelli".


Roma - «Sulla macelleria delle piccole, piccolissime, spese, è meglio che non dica nulla...». Parla Luigi Lusi e nell’aula della giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato scende il gelo.




Basta un accenno ai rimborsi per pochi euro saldati negli anni ai parlamentari dell’ex Margherita ed è il panico. Che diventa terrore quando l’amministratore del partito-fantasma inizia a snocciolare, uno per uno, i big del centrosinistra che passavano da lui a riscuotere presentando fattura. Non ci sono solo Rutelli e la sua Fondazione, la «paghetta» a Enzo Bianco e i bonifici alla società legata al marito della segretaria, oppure il sindaco di Firenze Matteo Renzi e le sue campagne elettorali. C’è molto di più in quest’autodifesa da prendere, ovviamente, con le dovute cautele in attesa di riscontri.


SOLDI PD E «VERDI»

Lusi, per una volta, fa i nomi dei big del partito che hanno sempre negato d’aver percepito un euro. Li cita en passant. «La Bindi, Franceschini, Bianco, Fioroni ed Enrico Letta erano legittimati a chiedere contributi attraverso loro fiduciari». Poi Gentiloni e l’ambientalista Realacci, «legittimati insieme a Rutelli a presentare fatture per la componente democratici». Da questa componente era stato escluso «a me in maniera poco comprensibile Parisi», nonostante fosse presidente del partito e dunque avesse pieno titolo per pretendere la sua parte. Stando al ragionamento di Lusi, Rutelli non voleva che gli venissero pagate le fatture dal 2007 in poi.

MARINI FUORI DAL GIRO

L’ex tesoriere nomina anche l’ex presidente del Senato, Franco Marini, l’unico però «che pur avendone diritto non ha mai chiesto un soldo, nemmeno per il tramite dei suoi referenti». Quando scomoda i pezzi da novanta del Pd non mette accanto cifre, limitandosi a descrivere modalità di riscossione: «Loro - giura Lusi - presentavano le fatture e io saldavo senza contestare nulla», anche quando non era certo che le pezze d’appoggio fossero regolari. «Ero il capo amministrativo e come tale esecutore, non avevo obblighi di controllo, se Rutelli mi diceva di pagare pagavo. Dovevo solo verificare che venisse rispettato il budget della spartizione del 2007: 60 per cento ai popolari, 40 ai rutelliani».

RUTELLI E LE VACANZE

L’ex tesoriere ha raccontato di aver consegnato ingenti somme al leader dell’Api e che i versamenti venivano effettuati in coincidenza di campagne elettorali, vacanze e festività e «contabilizzate in modo da tutelare Rutelli». Il quale avrebbe dato anche l’input di fermarsi a pagare 70mila euro (dei 120mila richiesti) a Renzi. La replica di Rutelli è sferzante: «Lusi è un ladro senza vergogna, un inquinatore pericolosissimo, ha cambiato versione per la quarta volta, presenterò una nuova denuncia».

IL RIMBORSO TAXI-BIS

Al momento della sua nomina Lusi diede seguito a una curiosa «tradizione» in uso alla Margherita, quella di chiedere al partito il rimborso per i taxi e per voci di minore importo nonostante le spese extra fossero già comprese in un forfait del Parlamento: «Ho pagato tanti di quei tabulati (per manifesti, volantini ecc, ndr) che avrebbero riempito mezza Roma».

LA PAGHETTA DI BIANCO

Al presidente dell’assemblea federale dell’inesistente Margherita Enzo Bianco, precisa Lusi, veniva riconosciuto un rimborso mensile di 3mila euro, poi passato a 5.500. Altri 150mila euro sarebbero finiti attraverso bonifici bancari ad una società di Catania riconducibile al marito della sua segretaria. Per la cronaca, anche Bianco annuncia querele.

CON API SI TRASLOCA

Lusi fa cenno pure a un uso «improprio» da parte di Rutelli di personale un tempo impiegato nella Margherita, transitato nel Pd e finito nell’Api. Sul punto l’esponente del Terzo polo in giunta, Bruno, si è irrigidito contestando il passaggio incriminato.

L’INCIDENTE NEGATO

L’amministratore della Margherita non risparmia nemmeno i magistrati che lo vogliono in galera e che a suo dire non sono voluti andare sino in fondo. Negandogli la richiesta di incidente probatorio sui conti della Margherita e limitandosi ad acquisire i libri contabili (lasciando in mano a Rutelli&co fatture e altra documentazione) i pm romani avrebbero impedito il riscontro a quanto raccontato sui flussi finanziari del partito: «Non mi danno modo di difendermi». Anche il Pd in giunta sta facendo di tutto per attenuare l’onda d’urto delle sue parole negando l’uso del registratore in aula. Mercoledì il tesoriere concederà il bis. Che farà il partito di Bersani?



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Lega, ecco il metodo Belsito: da Ginevra al conto del Trota

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Ecco le operazioni spericolate dell’ex tesoriere della Lega, fra le speculazioni in valute estere e le spese per i figli di Bossi


Milano - Non c’erano solo la Tanzania e Cipro ad attirare gli investimenti della Lega, all’epoca in cui il cassiere padano Francesco Belsito metteva a frutto i soldi del finanziamento pubblico al Carroccio.




Mano a mano che i pm milanesi e i loro consulenti frugano e analizzano le carte dell’inchiesta «Lega Ladrona» diventa sempre più evidente che Belsito si muoveva non come un cassiere di partito ma come uno gnomo della finanza, piazzando i quattrini che dovevano servire a pagare manifesti e spot in affari e speculazioni qua e là per il mondo: «In dollari australiani, in corone norvegesi, in Sicav, Pictet Liquidity, in dollari Usa». Laddovesia detto per chi non bazzica il dorato mondo della finanza -Pictet Liquidity indica un colosso da 200 miliardi di franchi con sede a Ginevra, abituato a gestire i patrimoni dei ricchi del pianeta.

A differenziare in modo così minuzioso i quattrini padani, Belsito si era dedicato tra il novembre e il dicembre scorsi, spostando su valute e fondi esteri nove milioni di euro fino aquel punto parcheggiati in obbligazioni della Bpi. Ma il cassiere doveva occuparsi anche di pratiche più spicciole. Ovvero il mantenimento dei figli del grande capo, quel profluvio di mance, rimborsi spese, pagamenti di ogni genere che l’altro ieri ha portato la Procura a incriminare per concorso in appropriazione indebita Riccardo e Renzo Bossi. Non esiste, spiegano fonti investigative,un capo d’accusa specifico per la «paghetta» mensile che i due figli maggiori del Senatùr avrebbero percepito a carico del movimento. Ma ci sono una serie di altre tracce che rendono difficile immaginare che i due Bossi junior non sapessero da dove veniva la grana.

Renzo Bossi, in particolare, sembra avere il vizio di andare in «rosso » sul conto corrente, e a ripianare i buchi doveva accorrere Belsito. Tra il 2009 e il 2010, il cassiere leghista bonifica quattromila euro per permettere al «Trota» di rientrare: il 16 dicembre 2009 mille euro, il 7 aprile 2010 tremila euro con la specifica un po’ criptica «bonifico da Francesco Belsito-conto studiorimborsospese ». Ilfratellomaggiore, Riccardo, metteva in conto al partito le rate dell’università, interessi di mora compresi: due rate, una di 2.723 e una di 690, nel tentativo ( fallito) di laurearsi in Economia all’Università dell’Insubria.

Piccolezze, di fronte alle masse diquattrinichemuoveBelsitosugli scenari internazionali. A descrivere ai pubblici ministeri le tattiche di investimento del tesoriere è la Banca Aletti di Genova, dove il Carroccio appoggiava la maggior parte dei suoi rimborsi elettorali, e che si è trovata ora in una situazione imbarazzante: se non altro per avere lasciato mano libera al cliente, senza segnalare a Bankitalia la vivacità delle sue iniziative. In questi giorni la banca cerca di togliersi d’impiccio in tre modi: «Scaricando» il funzionario che teneva i rapporti con Belsito, di cui ieri annuncia la sospensione; rendendo noto che già dall’aprile 2007,molto prima di essere nominato ufficialmente tesoriere della Lega, Belsito aveva ricevutounadelegaadoperaresenzalimitazione sui conti del partito, a firmadeltesorieredell’epoca, Maurizio Balocchi, che la banca «interpretò» come un’autorizzazioneillimitata.

Ma soprattutto la banca prende le distanze dal Belsito degli ultimi mesi, quando dopo anni di «investimentiprudentieconservativi» consigliati dall’istituto, Belsito all’improvviso si scatena, e si lancia prima sulle valute estere e sui fondi svizzeri, poi su Tanzania e Cipro. Nella sua lettera ai pm, la Banca Aletti ipotizza una spiegazione per questa svolta: la crisi dell’euro, che avrebbe spinto la Lega verso investimenti più sicuri. In Procura, però, pensano che ci siano stati altri motivi.



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Costretti alla protesta

Corriere della sera




Ci risiamo. Come due anni fa, forse peggio. Allora almeno c’era un emendamento alla legge finanziaria da bloccare, e la mobilitazione del 7 luglio 2010 fermò il Parlamento prima che venisse approvato lo scempio di un attacco all’indennità di accompagnamento e di un innalzamento della percentuale di invalidità per ottenere i benefici previsti dalle leggi. Adesso ci sono solo le voci, le indiscrezioni, gli articoli che spaventano le famiglie e le associazioni. Ma la paura è la medesima di due anni fa, accresciuta dal contesto di crisi del Paese e dalla necessità assoluta del Governo di far cassa e di ridurre la spesa sociale. E così dopo la manifestazione delle famiglie di sabato 12 maggio, ora scendono in campo anche i grandi coordinamenti nazionali, la Fand e la Fish, per indire lo stato di mobilitazione e una nuova, grande, manifestazione a Roma il 23 maggio prossimo, fra meno di una settimana.


“In questi giorni il Ministero del Lavoro e quello dell’Economia stanno definendo il testo del decreto che interverrà sull’ISEE e i segnali sono tutt’altro che rassicuranti – scrivono le due organizzazioni in un documento congiunto -. Il nuovo ISEE sarà gravemente svantaggioso per le famiglie in cui è presente una persona con disabilità grave o un anziano non autosufficiente. Le misure in via di adozione prevedono, infatti, di conteggiare come se fossero redditi anche gli aiuti monetari che lo Stato riconosce alle persone con disabilità (assegni di cura, indennità di accompagnamento, pensioni)”. E aggiungono la preoccupazione ancor più pressante e grave: “Circolano insistentemente voci ancora più inquietanti rispetto all’applicazione futura dell’ISEE.

Questo sarebbe applicato anche ai fini della concessione di pensioni e indennità di accompagnamento riservate alle persone con grave disabilità e ad ogni altra prestazione di sostegno all’autonomia personale. Un’ipotesi gravissima e smaccatamente volta a tagliare quel già minimo sostegno economico che lo Stato riconosce in caso di invalidità civile. A pagarne il prezzo sarebbero, ancora una volta, le persone con disabilità e le loro famiglie. Un’ipotesi che le Federazioni delle persone con disabilità respingono decisamente e con sdegno e che nessuna voce ufficiale del Governo ha finora smentito”.


Sono francamente attonito di fronte alla gravità di queste ipotesi. Non c’è dubbio che chiunque conosca da vicino la storia dell’indennità di accompagnamento sa bene che si tratta, in Italia, dell’unica forma per compensare, almeno in parte, le spese maggiori che una persona disabile, e la sua famiglia, sostengono per compensare l’handicap. Non è una pensione, non è un reddito, è semplicemente un risarcimento, di fronte alla constatazione, da parte dello Stato, che al momento non è possibile garantire attraverso i servizi il principio della parità costituzionale dei cittadini. Mettere le mani nelle tasche delle persone con disabilità è un’operazione triste, inaccettabile, perfino incomprensibile.

Ecco perché fino a ieri le grandi associazioni nazionali, che hanno seriamente partecipato ai tavoli di discussione con il Governo, erano ragionevolmente convinte che non si sarebbe arrivati a tanto, neppure in un momento così difficile per il Paese. Tanto più che appare chiaro come, per fare un buon bottino, occorre davvero colpire in basso, aggredendo redditi familiari modesti, altrimenti il numero delle famiglie che si vedrebbero decurtate le prestazioni e l’indennità di accompagnamento sarebbe irrisorio e ininfluente rispetto alle esigenze di cassa.


Questa misura, se fossero vere e confermate le preoccupazioni di Fish e Fand, sarebbe dunque davvero impopolare, vessatoria e destinata a gettare nell’angoscia centinaia di migliaia di famiglie italiane, già colpite dalla disoccupazione, dalle nuove imposte come l’Imu, dalla perdita di potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni, dal taglio secco dei servizi erogati dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni. Questo blog vorrebbe raccontare ogni giorno solo nuove conquiste, nuove storie positive, costruire visibilità attorno a un mondo pieno di risorse e di speranze. Dover parlare oggi di una manifestazione nazionale di protesta, da parte di persone non autosufficienti, in sedia a rotelle, non vedenti, sorde, con disabilità intellettiva, inabili al lavoro, è un dovere civile ma dà anche una sensazione di sconfitta, di amarezza, che solo un pronto riscatto della Politica potrebbe modificare.


Non posso credere che davvero un governo di tecnici ignori le conseguenze di una scelta così dolorosa e ingiusta. Da qui al 23 maggio c’è ancora tempo per rispondere pubblicamente e per rassicurare, in modo concreto, le associazioni e le famiglie. Prima che il mondo veda anche questa vergogna.


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Sanremo, arrivati i soldi di Celentano per i romani più bisognosi

Il Messaggero


Si tratta del cachet percepito dal cantante per la sua esibizione al Festival


ROMA - Sono arrivati i soldi promessi da Adriano Celentano in occasione della sua partecipazione al festival di Sanremo. Ha annunciato ieri il sindaco Gianni Alemanno: «Il Campidoglio ha ricevuto, tramite il notaio di Sanremo Marco Aveta, copia del bonifico disposto dal Clan Celentano da destinare alle quattro famiglie bisognose della Capitale». Si tratta del cachet percepito da Celentano per la sua esibizione al Festival. «Ora Roma Capitale - spiega il sindaco Alemanno - anticiperà la somma donata da Adriano Celentano, persuperare le consuete lungaggini burocratiche denunciate la settimana scorsa dal cantante sul suo blog, e nel giro di pochi giorni saranno versati i soldi a queste famiglie che abbiamo subito provveduto a contattare. Desidero ringraziare ancora una volta Adriano Celentano - conclude Alemanno - per aver voluto donare, con grande generosità, il cachet del Festival di Sanremo a chi in Italia e a Roma ha veramente bisogno».

Prima di questo epilogo, Alemanno aveva scritto tre lettere a Celentano chiedendo perché ancora non erano arrivati i soldi promessi. L’ultima era datata 30 marzo. Dal clan di Celentano avevano spiegato: la Rai non ha ancora pagato. «Appena riceveremo i soldi, ne daremo tempestivamente notizia ai Comuni interessati. Ora la situazione si è finalmente sbloccata».

Venerdì 18 Maggio 2012 - 10:16
Ultimo aggiornamento: 10:25




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Malata di call center, la telefonista rischia di perdere la voce

La Stampa

Torino, inchiesta di Guariniello sui danni causati dal lavoro




La quarantenne rischia di subire un danno permanente alla gola: la disfonia, infatti, è «infortunio» alle corde vocali che può «paralizzare» la voce


MASSIMILIANO PEGGIO
Torino

«Pronto? In che cosa posso aiutarla? Sono l’operatrice numero... Vorrei proporle una nuova tariffa... È un’occasione da non perdere». In nove anni al telefono ha ripetuto frasi del genere milioni di volte, fino a consumarsi le corde vocali. Logorate. Ferite in modo irreparabile. Operatrice di call-center. Nessun volto, solo una voce cordiale all’altro capo. Adesso non ha più neanche quella. O almeno rischia di subire un danno «permanente» alla gola. Si chiama «disfonia». È una sorta di «infortunio» alle corde vocali: malattia professionale che può paralizzare la voce. Malattia da tempi moderni. Da catena di montaggio delle informazioni che corrono al telefono: numeri verdi, servizi on-line in attività 24 ore su 24, tele-promozioni. Postazioni seriali con impiegati a tempo. Spesso precari che accettano di indossare auricolari e microfoni perché non trovano di meglio al di là di quei box. Talvolta anche laureati in attesa di grandi occasioni e con sogni congelati dalla realtà. Proprio come ha raccontato Paolo Virzì nel suo film: «Tutta la vita davanti».

La procura di Torino ha aperto un fascicolo d’indagine su un caso di «disfonia» professionale, partendo dagli accertamenti sanitari effettuati su una donna di 41 anni dal servizio di medicina del lavoro dell’ospedale Molinette-San Giovanni Battista. «Sono stata assunta nel 2003 in un primo call-center e per nove anni ho sempre fatto la telefonista per conto di una società di servizi. Ho parlato fino allo sfinimento» dice. Nel referto medico, acquisito dal pubblico ministero Raffaele Guariniello, si fa riferimento a un «pericoloso esaurimento vocale» che potrebbe provocarle conseguenze permanenti, se non addirittura degenerare in patologie ben più gravi. Al momento, senza ulteriori accertamenti medici, l’inchiesta è a carico di ignoti.

In passato la procura di Torino si era già occupata di una caso di «disfonia» provocata dalle abitudini lavorative. Prima dell’avvento dei numeri verdi, altre categorie professionali erano già considerate a rischio. Tutti lavoratori costretti a mettere a dura prova le proprie corde vocali. Urlatori per necessità, talvolta. Come insegnanti, commercianti ambulanti, ma anche cantanti, oratori, attori. «Professionisti della voce» soggetti ad «alterazioni funzionali o patologiche». Ora, con sempre maggior frequenza, negli ambulatori specialistici capita di valutare «importanti modificazioni della voce» negli operatori di call-center. Patologia da terzo millennio. Curare le corde vocali lesionate per troppo stress è come rimettere in sesto una «chitarra» sfilacciata dicono i medici. Nei casi più gravi bisogna ricorrere a un logopedista per aiutare i pazienti a riappropriarsi dell’uso del linguaggio.

Per il procuratore Guariniello, che da anni si occupa di ambienti di lavoro e fabbriche pericolosi come campi minati, anche tra le postazioni di un callcenter si possono nascondere insidie per la salute. «In questo caso dovremo valutare - spiega il magistrato - quale tipo di sorveglianza sanitaria sia stata adottata negli ambienti di lavoro». Nove anni al telefono di fronte a un computer: come fare la maratona attorno al mondo senza fermarsi. Gli accertamenti disposti dalla procura serviranno a stabilire la durata dei turni da telefonista, e gli orari in cui la donna ha maggiormente sottoposto a stress le sue corde vocali. E soprattutto se le società di servizi presso le quali è stata assunta hanno usato le corrette procedure di prevenzione, informando i dipendenti sui rischi «da usura della voce». La preoccupazione della donna, in cura ora presso un otorinolaringoiatra, è anche quella di non perdere il posto di lavoro. Rispondere al telefono, in fondo, è il suo unico mestiere.




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Ubriaco in bicicletta: scatta la condanna, ma la patente è salva

La Stampa


La sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente prevista dall’art. 186 del codice della strada non si applica se la violazione si realizza alla guida di un mezzo per il quale non è prescritta alcuna abilitazione alla guida. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 10684/12.


Il caso

Un uomo è sulla sua bicicletta sulla quale trasporta anche il figlio. L’andatura non è delle più spedite, l’uomo sbanda e cade più volte tant’è che un testimone chiama il 112. I carabinieri intervengono e rilevano nell’uomo un tasso alcolemico molto alto. Scatta quindi l’accusa di guida in stato di ebbrezza e arriva la relativa condanna ad un mese e mezzo di arresto (convertito nella corrispondente pena pecuniaria) e 1000 euro di ammenda. L’uomo ricorre in Cassazione e lo fa deducendo l’eccezione d’incostituzionalità dell’art. 186 del codice della strada, con riferimento all’art. 3 della Costituzione. A suo dire, il fatto che la norma preveda l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida senza operare una distinzione tra la guida di veicoli a motori e i velocipedi sarebbe appunto incostituzionale. La questione sollevata è priva di rilievo. Nel caso specifico, infatti, la sanzione accessoria non è stata inflitta all’uomo. Tuttavia, il rigetto del ricorso è l’occasione per la Cassazione di ribadire che, comunque, «la giurisprudenza unanime di questa Corte ritiene tale sanzione non applicabile ai casi, come di specie, in cui la violazione si realizzi ponendosi alla guida di un mezzo per il quale non è prescritta alcuna abilitazione alla guida».



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Povertà infantile: crescere al Sud è un percorso a ostacoli

La Stampa



Un'immagine della campagna di sensibilizzazione di "Save the Children"
rosalba miceli

La povertà non è mai solo economica. Povertà di relazioni, isolamento sociale, cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, carenza di servizi e di offerte educative sono tutti fattori che entrano in gioco per definire i mille volti della povertà infantile. Cosa significa nascere e crescere al Sud? Esistono veramente due o più Italie, per quanto riguarda il diritto alla salute, le opportunità per uno sviluppo sano ed equilibrato, che si sperimentano subito, già alla nascita o addirittura ancor prima di nascere? Il diritto alla salute dovrebbe essere uguale per tutti i bambini. Tuttavia se gli adulti si trovano in difficoltà a farne le spese maggiori sono spesso i bambini. Un esempio? Se una famiglia vive in un “basso” di Palermo o di Napoli, poco rischiarato dalla luce, con le pareti sature di umidità, e la polvere che entra a fiotti dalla strada, sarà quasi inevitabile che i bambini soffrano di bronchite ed allergie per buona parte dell’anno, con tutte le conseguenze del caso (perdita di giorni di scuola, lunghe attese negli ambulatori medici, aumento degli elementi stressanti che aggravano la già grave condizione di disagio).

Il diritto alla salute è stato al centro del dibattito del 68° Congresso nazionale della Società Italiana di Pediatria (SIP) che si è svolto a Roma dal 9 all’11 maggio. A conclusione del lavori sono stati presentati i risultati dell’indagine “Crescere al Sud”, che ha incrociato dati statistici e situazioni sociali. La SIP aderisce all’alleanza “Crescere al Sud” promossa da “Save the Children” e “Fondazione con il Sud” nata con lo scopo di coniugare insieme le diverse esperienze che nel Mezzogiorno si occupano attivamente della promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il divario tra il Nord ed il Sud del Paese si evidenzia drammaticamente se si esaminano alcune cifre: circa 1 milione e mezzo di bambini e adolescenti nel Mezzogiorno vive in una condizione di povertà relativa e oltre 350 mila di povertà assoluta (ovvero non dispone di beni essenziali per il conseguimento di uno standard di vita minimamente accettabile), più del doppio che nel resto del Paese.

“Si è osservato - affermano Antonio Correra, vicepresidente della Società Italiana di Pediatria e Paolo Siani, Presidente dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP) - che i bambini provenienti da situazioni economico- sociali svantaggiate presentano maggiori percentuali di ricoveri inappropriati, minor accesso ai programmi vaccinali, ma anche maggiori possibilità di assumere abitudini di vita e modelli comportamentali errati, come fumo e cattiva alimentazione, e di subirne in età adulta le conseguenze (come le malattie cardiovascolari)”. “La condizione sociale influenza fortemente l’accesso ai servizi sanitari - spiegano Correra e Siani -. Sono infatti bambini che vivono in condizioni di basso livello socioculturale a richiedere più visite al Pronto Soccorso e a essere ricoverati. Molte delle consultazioni sono causate da problemi banali e questi bambini sono soggetti a un eccessivo numero di test di laboratorio e radiologici”.

Tra gli indicatori di rischio evolutivo e marginalità il livello di istruzione delle madri è un fattore chiave. Ecco perché si ritiene importante migliorare le competenze dei genitori, in particolare della figura materna: partire dalle madri per assicurare una buona partenza nella vita, con una nutrizione materna adeguata, la riduzione dell’esposizione al fumo, all’alcol, un accesso alle cure adeguate nel periodo preconcezionale, durante la gravidanza e alla nascita. Le differenze tra Nord e Sud si manifestano ancor prima di nascere, se si considera che un bambino del Meridione ha maggiori probabilità di nascere da taglio cesareo piuttosto che da parto fisiologico: la media nazionale 31,9% è superata da Campania (54,3%), Basilicata (46,5%), Sicilia (42%). Anche la mortalità neonatale differisce notevolmente sul territorio nazionale (per fare un esempio, a Trento la mortalità neonatale è di 1,60 casi per 1.000 nati mentre a Reggio Calabria è di 4,82).

In Campania e Calabria si registrano le minori quote di copertura vaccinale obbligatoria. Tuttavia con il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione vaccinale 2012-2014 i vaccini entrano nei LEA (livelli minimi di assistenza) e ciò farà in modo che in Italia tutti i bambini abbiano diritto alle stesse vaccinazioni, eliminando le disparità da Regione a Regione. E veniamo alla prima infanzia: quali differenze di opportunità per i bambini del Sud? In Italia solo un bambino su 10 tra gli 0 e i 3 anni frequenta un nido, ma nel Sud la percentuale è 4 volte inferiore e raggiunge livelli minimi in Calabria e Campania, dove il nido pubblico è una possibilità per 2 bambini ogni 100. Inoltre, frequentare una scuola al Nord offre un vantaggio notevole, valutato in 68 punti OCSE-PISA, come se gli studenti del Sud fossero in ritardo di un anno e mezzo sui programmi rispetto ai coetanei del Nord.

Passiamo allo sport: al Sud sono presenti solo il 20% degli impianti rispetto a quelli disponibili al Nord. Obesità e sovrappeso sono più alte nel Centro-Sud, con Calabria e Campania a fare i conti con i maggiori tassi di obesità infantile. È noto come le condizioni materiali di vita possano avere conseguenze durevoli sullo sviluppo dei giovani, sulla riuscita scolastica, sull’acquisizione di competenze e sui risultati conseguiti sul mercato del lavoro da adulti. Studi in altri Paesi hanno calcolato che gli individui cresciuti in condizioni di povertà hanno una probabilità di occupazione inferiore e una retribuzione in media più bassa del 10%. Situazione che può acuirsi ulteriormente in uno scenario di crisi economica come quello attuale. In questo contesto l’alleanza “Crescere al Sud” vuole essere uno stimolo affinché in Italia si metta a punto un piano nazionale per il contrasto della povertà minorile, con la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali, così come previsto dal titolo V della Costituzione, per evitare che il divario tra le tante Italie, in termini di diritti e di opportunità per i più piccoli, ma anche per i più grandi, tenda ancora di più ad ampliarsi.




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Falcone 20 anni dopo

Corriere della sera

Secondo il procuratore aggiunto l'attentato a Falcone «non può essere solo opera della mafia»


«La strage di Capaci si inserisce in una strategia più ampia e anche le modalità erano tali da puntare non solo all'affermazione della mafia sul territorio ma anche per avere un effetto politico-criminale. Del resto non attribuisco ai capi di Cosa nostra una raffinatezza tale da concepire simili strategie». Così il Procuratore aggiunto a Palermo Antonio Ingroia parla della strage in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. A venti anni di distanza resterebbero nell'ombra quelle stesse menti raffinatissime di cui parlava Falcone dopo il fallito attentato all'Addaura. «E proprio perchè sono menti raffinatissime - argomenta Ingroia- riescono a garantirsi l'impunità» mettendo in atto depistaggi analoghi a quelli scoperti nell'inchiesta per la strage di Via D'Amelio in cui morì Paolo Borsellino.



NUOVO ORDINE - Secondo Ingroia la strage di Capaci aveva finalità «eversive rispetto al sistema politico istituzionale del tempo, mirava a costruire un nuovo equilibrio politico-criminale rispetto al quale Cosa Nostra cercava di buttare le basi per il proprio futuro». Il Procuratore aggiunto parla anche del patrimonio di esperienza lasciato da Falcone. «All'insegnamento di Falcone e Borsellino abbiamo attinto tutti e la loro lezione è diventata anche legge. I pool antimafia «sono oggi le procure distrettuali e così per la direzione investigativa antimafia o ancora per l'idea della circolazione delle idee e delle conoscenze».

LASCIARE PALERMO - Spazio anche per una replica a chi lo accusa di far politica. «Sono lusingato di ricevere le stesse accuse che venivano rivolte a Falcone, ma io non faccio politica. Esercito i miei diritti di cittadino e coltivo il vizio della memoria». Ma ogni tanto fa capolino la tentazione di mollare tutto e lasciare Palermo. «E' una tentazione che a volte viene, ma fino a quando troverò motivazioni, sostegno e risultati concreti rimango al mio posto...poi domani vedremo»

Alfio Sciacca
16 maggio 2012 (modifica il 17 maggio 2012)


Grasso: «Falcone ucciso anche per
bloccare le spinte di Tangentopoli»

Corriere della sera

Il procuratore nazionale antimafia parla dei retroscena sulla strage di Capaci


Della strage di Capaci si conoscono esecutori e mandanti diretti ma resta un secondo livello ancora da esplorare perchè non fu solo Cosa Nostra a volere la morte di Giovanni Falcone. Su questa zona grigia focalizza l'attenzione Piero Grasso secondo il quale la strage aveva anche «finalità terroristiche non tanto eversive quanto conservative per bloccare le spinte che arrivavano dall'inchiesta di Tangentopoli che aveva scardinato il quadro politico nazionale». Il Procuratore nazionale antimafia parla anche del pericolo che possa tornare una stagione stragista. «Oggi la mafia è fortemente indebolita ed ha capito che quella strategia non paga. A meno che Cosa Nostra non diventi braccio armato di altre entità».



LA RELIQUIA DI FALCONE - Spazio anche ai ricordi personali: «Falcone era invidiato da molti perchè essendo un fuoriclasse metteva in luce la mediocrità degli altri». E poi mostra per la prima volta quello che lui considera «una reliquia». Un accendino che il magistrato gli lasciò alcuni giorni prima di morire. «Aveva smesso di fumare -racconta- e alcuni giorni prima della strage mi disse tienilo tu, me lo ridarai se dovessi riprendere a fumare. Mi è rimasto in tasca e ogni tanto penso di doverglielo restituire. E' una reliquia che tengo sempre con me. Nei momenti più difficili lo tocco e trovo conforto pensando a tutti gli attacchi che subì anche Falcone».

30 aprile 2012 (modifica il 16 maggio 2012)


Capaci, il «terremoto» che cambiò
il corso della politica italiana

Le conseguenze della morte di Giovanni Falcone, osteggiato in vita ed osannato da morto

di GIOVANNI BIANCONI



Giovanni FalconeGiovanni Falcone



PALERMO - Insieme allo scoppio ci fu il terremoto. L’epicentro era lì, allo svincolo autostradale per Capaci dove alle 17,58 del 23 maggio 1992 si aprì il cratere che inghiottì Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti di scorta, ma gli effetti arrivarono fino a Roma. Nei palazzi del potere. E proseguirono con la strage che due mesi dopo dilaniò Paolo Borsellino e cinque agenti che avrebbero dovuto sorvegliare sulla sua sicurezza: la scossa di assestamento. Vent’anni fa la mafia ha ucciso Falcone, ma ha pure cambiato il corso della politica italiana. A cominciare dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica avvenuta quarantotto ore dopo l’eccidio, e senza l’esplosione chissà quanto si sarebbe andati avanti e con quali risultati. Le conseguenze del terremoto, quasi uno tsunami, si trascinano ancora oggi con le polemiche sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia avviata tra una bomba e l’altra, e con indagini che anziché chiarire i punti oscuri sembrano indicare ogni volta nuovi buchi neri. Gli esecutori materiali della strage sono stati in gran parte individuati, manca ancora qualche frammento che i magistrati stanno tentando di colmare dopo le ultime dichiarazioni di due nuovi pentiti, e così i mandanti di Cosa nostra.

Capaci, il luogo della strageCapaci, il luogo della strage



EFFETTI DEL TERREMOTO - A differenza di quello di via D’Amelio, dove i depistaggi della prima ora hanno intorbidito le acque e ancora molti aspetti restano misteriosi, quello di Capaci è un attentato quasi «limpido». Organizzato per regolare i conti tra l’organizzazione criminale forse in quel momento più potente al mondo e il magistrato che più di tutti l’aveva compresa e combattuta, ottenendo risultati giudiziari mai raggiunti prima. Questo è sicuro, ma forse c’è dell’altro. Perché un regolamento di conti si poteva realizzare facendo molto meno scruscio, come dicono in Sicilia, meno rumore, e con conseguenze meno negative per la mafia. Per non parlare di via D’Amelio. Invece i boss hanno deciso di agire in quel modo, pagando un prezzo molto alto: per questo si può sospettare che oltre alla mafia ci sia stato altro dietro le stragi. Se così fosse, ci si può solo augurare che si scopra. Non sarà facile, nella patria dei tanti misteri politico-criminali. L’altro dato certo è che con il terremoto si realizzò un tragico paradosso: la bomba tolse dalla circolazione Giovanni Falcone, ma insieme gli consentì di recuperare il rispetto di un Paese che fino a quel momento gliel’aveva negato. Mostrando nei suoi confronti diffidenza, sfiducia e perfino ostilità.
 
AMARE STRANEZZE - Nel ventesimo anniversario di quel terremoto, sarà bene tenere a mente questa amara stranezza. Prima di essere assassinato in un modo che ha fatto capire al mondo intero chi fosse, Giovanni Falcone ha subito molte sconfitte. Troppe. Cominciate subito dopo la sentenza di primo grado al maxi-processo che lui e Borsellino avevano messo in piedi con grande sapienza, scrivendo l’ordinanza di rinvio a giudizio chiusi nel super-carcere abbandonato dell’Asinara perché nella Palermo dove i poliziotti antimafia venivano ammazzati come mosche non era possibile garantire la loro sicurezza. Mentre la corte d’assise infliggeva ergastoli e migliaia di anni di carcere agli imputati portati alla sbarra da Falcone, il Consiglio superiore della magistratura decideva che al posto di capo dell’ufficio istruzione non doveva andare lui ma un altro magistrato, che di mafia sapeva poco o niente. E quando dovette nominare l’Alto commissario antimafia il governo non fu da meno, guardandosi bene dall’indicare Falcone. Il quale a Palermo, con il nuovo capo, non era più in grado di lavorare: diede persino le dimissioni dall’incarico con una lettera in cui spiegava di non poter sopportare l’idea di essere additato come un privilegiato; «perché ciò, incredibilmente, si dice adesso a proposito di titolari di indagini in tema di mafia», fu costretto a scrivere al Consiglio superiore della magistratura nell’estate del 1988, una delle tante «estati dei veleni» palermitane. Decise allora di candidarsi proprio al Csm, per contribuire all’autogoverno della categoria, ma perse anche lì: i suoi colleghi non lo elessero.


L'ex ministro della giustizia Claudio Martelli e Giovanni FalconeL'ex ministro della giustizia Claudio Martelli e Giovanni Falcone



MENTI RAFFINATISSIME - Aveva già subito un attentato nel 1989, quello fallito sugli scogli della villa all’Addaura, che lui ascrisse a «menti raffinatissime», mafiose o meno che fossero; molti dubitarono dell’autenticità di quel progetto, e la repentina nomina a procuratore aggiunto di Palermo fu quasi un collettivo lavaggio delle coscienze. Ma quando da quell’ufficio contribuì alla chiusura di un’inchiesta che non soddisfaceva le aspettative di alcuni politici, fu accusato di tenere le prove chiuse nei cassetti; trovandosi ancora una volta davanti al Csm come imputato, per difendere la correttezza del suo lavoro. La scelta di trasferirsi a Roma, al ministero della Giustizia per guidare l’ufficio Affari penali fu dettata da questa situazione, e la creazione della Procura nazionale antimafia – insieme alle Procure distrettuali – doveva essere la soluzione per evitare che in futuro altri magistrati si trovassero nelle sue stesse condizioni. Anche quel progetto fu accompagnato da un’infinità di polemiche sul giudice che s’era costruito un ufficio a sua misura, per guadagnare posizioni di potere.

CELEBRATO DA MORTO - Con questa giustificazione il Csm si apprestava a indicare un magistrato diverso da lui per guidare la Superprocura, decretandone l’ennesima bocciatura. Sono stati necessari cinquecento chili di tritolo sotto un pezzo di autostrada per far cessare gli attacchi contro Giovanni Falcone. E’ bene non dimenticarlo, nelle commemorazioni che giustamente illustreranno i successi del giudice antimafia per eccellenza, e ne tesseranno le lodi. Perché è vero che è «beato quel Paese che non ha bisogno di eroi», ma ancora più beato sarebbe quel Paese che non ha bisogno di eroi celebrati solo dopo la morte, mentre in vita erano disconosciuti e osteggiati.

5 maggio 2012 (modifica il 15 maggio 2012)


La forza dei simboli

Perchè Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vivono ancora

di ALDO CAZZULLO

L’ Italia, si sente ripetere spesso, è un Paese senza memoria. Un Paese in cui la giustizia non funziona perché non riesce ad accertare le responsabilità. Un Paese in cui il torto e la ragione, i carnefici e le vittime, il male e il bene si confondono in un’immensa zona grigia, popolata da gente in attesa di capire chi vincerà e quindi da quale parte schierarsi. Almeno nel caso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si può dire che non è andata così. «Il 23 maggio e il 19 luglio 1992 non sono due date da ricordare come anniversari di morte, ma come celebrazioni di vite» ha scritto Giuseppe Ayala, ricordando i due colleghi con cui istruì il maxiprocesso di Palermo alla mafia. E, per una volta, non sono parole vane.

Falcone e Borsellino sono vivi perché la foto più vista in questi vent’anni in Italia è quella che li vede uno accanto all’altro, a un convegno, mentre sorridono e si parlano all’orecchio. Sono vivi perché pure i giovani che non li hanno mai conosciuti ricordano - caso rarissimo - i loro nomi. Sono vivi perché l’albero sotto casa di Falcone è diventato uno dei simboli della Palermo di oggi, anche se è mal tollerato dalla Palermo che con la mafia ha sempre convissuto, anzi proprio per questo. Sono vivi non perché siano due immaginette sacre destinate a mettere tutti d’accordo, ma perché il loro martirio - in senso letterale: testimonianza - continua a non lasciare indifferenti, a mettere ognuno di fronte alle proprie responsabilità, a scegliere un campo: o con le mafie o con lo Stato, o con la criminalità organizzata o contro. È vero che «il nostro Stato» - come lo definiva un altro martire, il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno assassinato dalle Brigate Rosse - ha mostrato talora il suo lato peggiore anche nella storia di Falcone e Borsellino. Prima, quando erano vivi, la delegittimazione, l’isolamento, di fatto la consegna ai killer di mafia. Poi, dopo la loro morte, indagini che nel caso di Borsellino hanno preso la direzione sbagliata, al punto da essere messe in discussione anni dopo la strage di via D’Amelio.


Solo adesso scopriamo che tra lo Stato e la mafia ci fu una trattativa, e Borsellino potrebbe essere stato eliminato proprio perché contrario. Ma a ben vedere la delegittimazione era cominciata molto prima. Falcone e Borsellino si sono ritrovati a un tratto esuli in patria perché non si riconoscevano più in quello che gli ambienti della loro formazione erano diventati. In particolare, Falcone fu abbandonato da quella sinistra in cui aveva creduto, e che non gli perdonò di aver collaborato con un ministero guidato dal socialista (allora) craxiano Martelli. Dal canto suo, Borsellino non si riconosceva più in quello che la destra italiana era diventata: la negazione della legalità, del merito, della responsabilità. Vent’anni dopo, si può dire che la loro lezione sia integra, intatta. I loro nomi sono familiari a più generazioni, come non accade quasi mai. Sono molte le scuole, le associazioni, le strade, le iniziative dedicate alla loro memoria. I loro familiari hanno tenuto vivo il ricordo senza mai cedere a quel rancore che talora avvelena le vite dei sopravvissuti. I loro allievi nei palazzi di giustizia e anche tra le forze dell’ordine (molti dirigenti di ps alla guida delle principali questure italiane hanno lavorato con Falcone e Borsellino) hanno inflitto duri colpi alle mafie.

La battaglia non è certo vinta, la criminalità organizzata si infiltra al Nord, investe all’estero, ottiene la collaborazione di prestanome ed esperti negli ambienti più impensati. Però il rifiuto dell’omertà, del pizzo, del racket, dell’usura, dell’umiliazione, del silenzio ha messo le radici nella società meridionale, e non solo. L’eredità di Falcone e Borsellino è ad esempio in iniziative che un tempo non sarebbero state possibili, come quella del torinese Luigi Ciotti, che con l’associazione «Libera» fa fruttare le terre sequestrate alla mafia. Sono molti i libri ispirati alla loro morte e alla loro lezione. Alcuni sono stati scritti da colleghi del Corriere, come Giovanni Bianconi, che con Gaetano Savatteri ha ricostruito la fine di Falcone in L’attentatuni, inchiesta divenuta serie tv. Storia di Giovanni Falcone è la biografia firmata da Francesco La Licata della Stampa, grande reporter di mafia che al magistrato fu molto vicino.

Personalmente amo molto un libro che ho regalato a mio figlio, costruito proprio sulla memoria di Falcone, Per questo mi chiamo Giovanni, scritto da un collega della Gazzetta dello Sport, Luigi Garlando. Giovanni è un bambino di Palermo. Per il suo decimo compleanno, il padre gli regala una giornata speciale: una gita attraverso la città, i luoghi, i segni, i simboli del passaggio di Falcone, per spiegargli come mai, tra tutti i nomi possibili, per lui è stato scelto proprio Giovanni. Il bambino impara così che la mafia o meglio la cultura mafiosa non è una cosa astratta, non è «l’aria che cammina»: è la cultura della sopraffazione, della prepotenza, dell’anti-Stato; è la violenza impunita, l’aggressione senza colpevoli, il silenzio del complice. Ed ecco che la memoria dei due magistrati è sottratta alle celebrazioni di maniera, e pure l’albero di Falcone si libera da qualsiasi aura retorica. Come scrive Ayala, «Falcone se n’è andato. L’albero è rimasto. E mi piace credere che sia diventato un simbolo perché qualcuno ha pensato a quante volte si sono posati su di lui gli occhi di Giovanni. Attraverso quell’albero sentiamo che ci continua a guardare. Ed è molto dolce e consolante sentirsi addosso quello sguardo che nessuno riuscirà mai a spegnere. Perché ci sarà sempre qualcuno che lo terrà vivo».

11 maggio 2012 (modifica il 16 maggio 2012)


E Falcone disse : «Io sono un siciliano, la mia vita quanto un bottone della giacca»

Quel che pensava alla vigilia della partenza per Roma. «A Palermo ho fatto il muratore, ora ci vuole un ingegnere»


di FELICE CAVALLARO



Fallcone durante una missione a MarsigliaFallcone durante una missione a Marsiglia



PALERMO - Alcuni cronisti maturati nella Palermo delle stragi hanno avuto il destino di raccontare drammi e sconfitte, speranze e illusioni di stagioni luttuose sbattendo la faccia contro la devastazione di Cosa nostra con la passione del testimone coinvolto più che col distacco richiesto a un reporter. Ci ripenso quando mi tornano alcune indelebili immagini legate a giornalisti, magistrati, funzionari di polizia, carabinieri, medici conosciuti negli anni e diventati agnelli sacrificali di quel delirio di onnipotenza che ha visto incrociare fatti e misfatti di mafia e politica, economia e servizi segreti in un impasto spesso indecifrabile con le armi del codice penale. Al centro di queste immagini ce n’è una che mi riporta a un tavolo sulla terrazza del Costa Azzurra, fra gli scogli di Ognina, le carezze della risacca sulla battigia di lava nera e sulle palafitte del ristorante più famoso di Catania, quartier generale del boss Nitto Santapaola e dei suoi «picciotti», allarmati un giorno di fine marzo del 1991 quando videro arrivare con i suoi uomini di scorta Giovanni Falcone e tre cronisti già da anni impegnati nelle cronache su mafia e intrighi.

DAVANTI AD UN BRANZINO - Fu lì che, sgranando la crosta di un branzino al sale con uno scatto nervoso della forchetta, Falcone rispose alla mia domanda sul perché lasciasse proprio in quei giorni la Sicilia per andare a Roma, al ministero della Giustizia guidato da Claudio Martelli: «Per costruire il palazzo dell’antimafia». Lo disse senza enfasi e senza retorica, indovinando negli occhi dell’interlocutore il retropensiero dei suoi avversari pronti a insinuare una scelta di potere. Smentita dopo un sorso di vino bianco: «A Palermo ho fatto il muratore, ho sistemato una stanza. Adesso ci vuole un ingegnere a Roma. Perché una stanza imbiancata non basta». Non avevano capito niente tanti soloni, compresi tanti suoi ex amici pronti a sospettare che celasse carte contro i potenti nei cassetti o che addirittura avesse ampliato l’allarme sul fallito attentato dell’Addaura, cosciente invece di essere nel mirino di Cosa nostra, di fiancheggiatori e «menti raffinatissime» come nemico numero uno.

Il ministro Martelli e Falcone Il ministro Martelli e Falcone

IL BOTTONE DORATO - Per questo la domanda successiva trasformò il primo appena percettibile scatto in una reazione destinata a pesare sulle malelingue che avevano visto in quel trasferimento romano una sorta di assicurazione sulla vita. Paura? Ed eccolo schizzare in piedi, afferrare il bottone dorato della sua giacca blu e consegnare una frase scolpita nella memoria: «Io sono un siciliano. La mia vita vale quanto il bottone di questa giacca». Scolpita nella mia memoria e in quella di Attilio Bolzoni e Francesco La Licata, i colleghi di Repubblica e La Stampa, altri due cronisti che hanno dovuto raccontare la Sicilia da testimoni coinvolti con l’anima. Eravamo partiti da Palermo all’alba del 28 febbraio ’91 per sentire Falcone nei panni di testimone all’ennesima udienza del processo per uno dei più gravi delitti eccellenti, il massacro del procuratore della Repubblica Gaetano Costa. Il giorno prima lui aveva ufficialmente lasciato la Procura diretta da Piero Giammanco. Epilogo di mille polemiche, di tante sorde incomprensioni con il procuratore capo, di guerre scatenate all’interno del Csm e negli uffici giudiziari di Palermo, di critiche feroci al giudice antimafia che aveva accettato l’incarico al ministero. Nessun colpo di scena all’udienza conclusa con un’idea balenata fra noi tre mentre ancora si verbalizzava.

L'INVITO A PRANZO - Perché non tentare un approccio con il giudice che lasciava Palermo fuori dal contesto abituale, dalla sua città e dal palazzo dei veleni, magari per qualche battuta, un bilancio, un’intervista? Sapevamo che a questo avrebbe opposto un diniego e così scattò l’ipotesi di un invito a pranzo con i cronisti che lo avevano spesso avuto come interlocutore diretto per tante inchieste seguite ognuno per il proprio giornale. Vai tu, decisero con bonaria perfidia i miei compagni d’avventura. Avanzai con un sorriso spudorato: «Ce lo mangiamo un buon pesce insieme?». E lui, pronto a sventare la simulazione: «E’ un invito a pranzo o una intervista?». «Intervista?», echeggiai sorpreso, bugiardo, ma forse persuasivo.

E lui, di rimando, secco, sornione: «Pesciolino e vino, senza taccuino. Accetta?». «Affare fatto», continuai a mentire, conoscendo i miei colleghi e me stesso. Fu lui a decidere: «Costa Azzurra, fra trenta minuti». Un ristorante che non avremmo mai scelto, pur ignorando allora un diretto interesse di Santapaola. Ma fu niente la nostra sorpresa raffrontata a quella dei camerieri, quando videro arrivare Falcone con la sua cartella di cuoio, preceduto e seguito da cinque guardie del corpo. Gli agenti rimasero a tiro, in un angolo, le spalle alla parete. Noi attorno ad un tavolo rotondo sul bordo della vetrata, un passo dagli scogli di lava lucidati dal mare, fra le barche dei pescatori. Sembrarono lontani mille miglia i veleni. E Falcone si rilassò davvero, chiacchierando con i cronisti che assediavano i suoi giorni come vecchi amici. La conferma di una stima reciproca saldata nel tempo. La conversazione non poteva però ignorare il tema che s’imponeva in quei mesi. E alla tormentata partenza per Roma approdammo.

L'ARRIVO DI GRASSO - Un’ora dopo, la sorpresa. Sulla soglia del ristorante comparve Piero Grasso. Falcone sapeva e attendeva. Era di passaggio pure lui, per lavoro. E s’aggregò consumando il branzino che bastò per tutti, in tempo per seguire lo sfogo del collega, dell’amico inseparabile. «La mia vita vale quanto il bottone di questa giacca. Uno o è un uomo o non lo è. Non penso alla morte». Sapevamo tutti che alla morte Falcone aveva dovuto pensare. Il ricordo del fallito attentato dell’Addaura era ancora vicino. Intuì ed assestò: «Quell’attentato non ha cambiato nulla nella mia vita. Non c’è un prima e un dopo». Parlammo di Giammanco e del giudice Corrado Carnevale, l’ammazzasentenze, di Michele Greco e dei Corleonesi, dei boss liberati dalla Cassazione e del decreto per ricacciarli dentro. Poi dei partiti: «Non c’è un partito del bene e uno del male. C’é una trasversalità, nel bene e nel male». Senza appunti. Senza taccuini, naturalmente. Come si sente facendo le valigie? «Come uno che si tuffa in un mare in tempesta. Per fortuna il nuoto è il mio sport preferito». Ci salutammo con un abbraccio e una raccomandazione: «Abbiamo detto niente interviste, vero?». Nessuno rispose.

BUGIARDI NON VIPERE - Dieci minuti dopo eravamo tutti e tre in albergo, nella mia camera, davanti al mio computer, buttando giù tutto quello che ricordavamo. Scrissi cinque pagine di virgolettati. Su quelle avrebbe potuto lavorare ognuno scrivendo un articolo o un’intervista, pattuimmo fra noi. Ma sapevamo tutti che bisognava comunque informare Falcone. Strappare il consenso. Bugiardi, ma non vipere. Sperammo che, nel rispetto di uno schietto quadro dei ruoli, Falcone avesse già messo nel conto l’ipotesi di un racconto. Ma non avremmo mai usato una riga di quelle pagine tradendo la fiducia data. A chi il compito di chiamare il giudice già volato via da Catania? Gli sguardi di Ciccio e Attilio caddero di nuovo sul sottoscritto. Non protestai. E telefonai arzigogolando che la conversazione era stata utile, che forse si prestava per una riflessione...

L’interruzione fu brusca: «Perché mi fido di voi?». Perché sa che non sbaglia, azzardai. «Non una riga». Solo due righe, insistetti. «Non più di due». Era fatta. O comunque considerai, considerammo di avere ricevuto un via libera. Il giorno dopo uscirono tre interviste. Mai smentite. Sempre citate, da allora. E ricostruite, dopo la strage di Capaci, da una puntata di Mixer ambientata come ci chiese Giovanni Minoli proprio al «Costa Azzurra», con noi tre che raccontavamo quell’ultima chiacchierata a Catania. Attorno allo stesso tavolo. Con un posto terribilmente vuoto. E senza sapere quanto ha recentemente appreso Piero Grasso da alcuni pentiti. Come il procuratore nazionale ha rivelato nel suo ultimo libro, quel giorno a sorprendersi non furono solo i camerieri, ma anche le sentinelle per noi invisibili, i «picciotti» di Santapaola, subito impegnati nella frenetica ricerca del loro boss che per fortuna ritracciarono con ritardo, quando noi stavamo già lasciando il Costa Azzurra. A sua volta, senza il tempo di ottenere l’autorizzazione di Totò Riina a una strage scampata.

Felice Cavallaro15 maggio 2012 | 15:02




La Rai manda in onda le prime immagini dell'inferno di Capaci

L'edizione straordinaria del Tg1 del 23 maggio 1992




Quando Falcone era visto con sospetto

Gli attacchi in televisione alcuni mesi prima dell'attentato




Matrimonio «blindato» nella notte

Si sposò in gran segreto, soltanto con i testimoni. Il giudice non volle avere figli perché «non si fanno orfani»


Mi è capitato quando uccisero Kennedy: ero in un motel, lungo il Mississippi. Sullo schermo televisivo c' era Walter Cronkite, scamiciato, che leggeva tumultuose notizie di agenzia. Sabato sera ero a Milazzo, Sicilia, nella hall di un albergo. una voce ha detto: «Hanno attentato a Falcone». E poco dopo: «È morto». Di fronte a certi fatti ti ritrovi con te stesso, coi sentimenti, e con la memoria. Senti le parole di circostanza: «Sbigottimento, sorpresa, indignazione», e le trovi consunte, e anche un po' sconce. Ho conosciuto, e si è stabilito tra noi un rapporto di amicizia, o di confidenza, tre personaggi essenziali nella vicenda della mafia: Tommaso Buscetta, il primo «uomo d'onore» che ha parlato, Gianni De Gennaro, il giovane funzionario di polizia che lo incoraggiò a liberarsi del passato, e ne raccolse le confidenze; Giovanni Falcone, il magistrato che stese i verbali e tratteggiò la mappa di Cosa Nostra. Ci ha aiutato a capire.

Ero a cena con Giovanni Falcone e con Francesca Morvillo, una sera del 1987, in casa di un amico, Lucio Galluzzo, a Palermo: a mezzanotte andarono a sposarsi. «Come due ladri», dissero poi, solo quattro testimoni, cosi' vuole la legge. Uscivano da tristi vicende sentimentali, e si erano ritrovati, con la voglia di andare avanti insieme, fino in fondo, fino alla strada che dall' aeroporto conduce in città . «Perché non fate un bambino?» chiesero una volta a Giovanni. «Non si fanno orfani, rispose, si fanno figli». L'aria della Sicilia non sa di zagare, di mare o di gelsomini, odora di domande. La prima, la più angosciosa: chi uccideranno adesso, a chi toccherà? E perché proprio in questo momento? Il dottor Giovanni Falcone sapeva. Anche Dalla Chiesa cadde perché era solo, e senza poteri. E qualcuno che adesso piange, farebbe bene, per decenza, a tirarsi da parte. «Perché uccidano, spiegava Falcone, ci vuole una agibilità politica». Debbono sentire che, in qualche modo, sei abbandonato a te stesso. Ti hanno segnato nel libro, e non dimenticano.

Mi ha raccontato Tommaso Buscetta che, quando era un giovanottino, appena arruolato dalle cosche, ricevette l'ordine di far fuori un traditore. «Ma lui, dice Buscetta, era furbo, e andava sempre in giro col suo bambino. Lo teneva per mano, e allora non si sparava ai ragazzi, ai generali e ai magistrati, c'erano delle regole. Abbiamo aspettato dodici anni, poi andò a spasso da solo, e la sentenza venne eseguita». Falcone è stato discusso e combattuto: dal Corvo, che cercava di sporcarne la figura, dagli scontri con Meli, un altro giudice, e poi con Cordova, che lo ha battuto nelle aspirazioni, nella carriera. Buscetta lo aveva anche avvertito: «Se lei va via da Palermo, lei non si salva». Falcone e Buscetta, si può dire, si stimano. Sono tutti e due siciliani: si capiscono e si rispettano. Falcone è coraggioso, acuto, e conosce l'argomento: e tratta l' imputato da uomo. «È onesto, dice Buscetta, e non è un persecutore.

A Vincenzo Rimi sequestrarono anche le vacche, non mangiavano più, nessuno le accudiva, e le bestie creparono. «Il dottor Falcone si muoveva nei limiti della legge; non sbatteva dentro tua moglie se non era indiziata». Quando abbatterono Lima, Buscetta parlò : «Ora tocca a Falcone. Debbono dimostrare che sono loro che comandano, che hanno in mano il bastone e il destino della nostra isola». Si salva, spiega Don Masino, chi fa vita irregolare, niente abitudini, casa, ufficio: «Aveva tanto studiato la mafia, commenta ora, ma non sapeva con chi aveva a che fare. Ho perso un padre, un fratello». Sta da qualche parte, in America, e quando vuole, quando può, passano anche mesi, chiama. Un saluto. La voce è sempre la stessa, l'intelligenza anche: «Non sono un pentito, ribadisce, rinnego Cosa Nostra». Accenna a un politico molto in voga: «È un cretino, un cretino qualsiasi e puzza come un pesce che si secca al sole, da quattro o cinque giorni». La comunicazione si interrompe. Era commosso.

Rivedo la loro storia, come me l' hanno detta i due protagonisti. Il primo magistrato col quale Buscetta si abbandona è il dottor Giovanni Falcone: si incontrano a Brasilia, e il giudice istruttore ha subito l' impressione di trovarsi di fronte a una persona molto seria e dignitosa: «Tutti e due siamo palermitani, dice Falcone. Bastava un giro di frasi, un' occhiata, il riferimento a un luogo e a una vicenda, che ci capivamo. Giocavamo a scacchi». Lo avverte: «Scriverò tutto quello che mi dice, e farò il possibile per farla cadere in contraddizione». E Buscetta replica: «Intendo premettere che non sono uno spione, e quello che dico non è dettato dal fatto che spero di propiziarmi i favori della giustizia; le mie rivelazioni non nascono da un calcolo di interesse. «Sono stato un mafioso e ho commesso degli errori, per i quali sono pronto a pagare interamente i miei debiti, senza pretendere sconti. Voglio raccontare quanto è a mia conoscenza su quel cancro che è la mafia, affinché le nuove generazioni possano vivere in modo più degno e umano».

Falcone elenca le scoperte che il discorso di Buscetta consente. Cosa Nostra ha una sua ideologia, anche se censurabile. Sfrutta certi valori del popolo siciliano: l' amicizia, l' onore, il rispetto della famiglia, la lealtà. Calò butta fuori di casa Buscetta perché sta con una amante. Liggio lo condanna perché è andato con la sorella di un amico. Salamone è offeso perché non ha fatto da padrino al battesimo di suo figlio. L'onorata società strumentalizza virtù e meriti, è un inganno storico. Proclama che organizza i più deboli, invece fa il suo interesse. Ma dopo Buscetta non sarà più come prima. La sua confessione ha messo a posto le tessere del puzzle, e lo Stato acquista una maggiore credibilità . Quando affrontano i temi politici, Buscetta dice a Falcone: «Stabiliamo chi deve morire prima: io o lei?» Ora si sa come è andata. Dal suo capo Stefano Bontate anche Buscetta ha imparato a comandare col sorriso. È discreto e misurato: può accettare un mezzo pacchetto di sigarette, mai una stecca. Perché è un messaggio carcerario, come le arance.

Falcone fuma il sigaro, e Buscetta non lo sopporta: non si lamenta, ma fa sapere a un altro magistrato che quel fetore lo distrae. Mentre lo sta interrogando, c'è una radio accesa col volume troppo alto, e due poliziotti litigano nel cortile. Buscetta si alza e va a chiudere la finestra. Si intendono. Quando è dentro, sulla porta della cella attacca uno di quei cartelli che si usano negli alberghi: «Si prega di non disturbare». È lui che sceglie gli interlocutori, e li mette in guardia: «Se si crea un polverone, tutto va per aria, e crolla anche la poca fiducia della gente in una lotta vera alla criminalità organizzata: vedremo come vi comporterete», dice. La mafia organizza gli attentati al giudice Scaglione, che per Tommaso è una persona per bene, e al questore Mangano, per dimostrare che non sbaglia mai. Non solo uccide, ma toglie anche la reputazione. Buscetta depone senza nascondere la sua parte nel dramma, ammette gesti anche gravi; quando Cavataio si rende responsabile di tradimento, dice: «Giurammo di finirlo», non «giurarono».

Quando parla, in tribunale, nessuno dalle gabbie lo interrompe, lo ascoltano in silenzio. Ha ancora prestigio, ma le regole non sono più quelle di una volta. Falcone ascolta, annota, e anche lui sorride. Sorride anche quando gli arrivano certi avvertimenti: sa che non potrà difendersi quando avrà di fronte i nemici di fuori, e quelli di dentro. Quando va a Roma, al ministero della Giustizia, lo accusano: «Ti sei messo coi tuoi nemici». Quattro anni prima l' onorevole Martelli lo aveva attaccato. Lui risponde: «Io sono coerente coi miei principi; sto con lo Stato». Alle ultime elezioni, non ha votato socialista, ma per il suo collega Ayala, repubblicano. È un laico. Perché proprio ora quei cinque morti, e quella dozzina di feriti? Perché le istituzioni sono fragili, c'è un vuoto al vertice, nessuno comanda. Perché bisogna distrarre l' opinione pubblica da quello che accade a Milano. Per far capire che non dimenticano. Per ricordare che loro sono i più forti.

La strage di Natale, quella del treno 904, fece passare in secondo piano le rivelazioni di Buscetta. Falcone contro Di Pietro. Forse il dottor Giovanni Falcone, giudice, ha reso l' ultimo servizio al suo Paese: a Montecitorio, con un sussulto di dignità , sceglieranno il presidente della Repubblica. Conterà , in particolare, un voto: quello dell' assassinato. Sognava un'Italia più pulita. L' ultima immagine che è rimasta nei suoi occhi è quella di un lembo di Sicilia: il mare, l'erba verde di un pascolo, gli olivi saraceni che tremano nel vento caldo, le buganvillee che stanno sfiorendo. Le lancette dell'orologio di Francesca Morvillo coniugata Falcone sono ferme sulle 18.08, è anche un'ora della nostra infelice storia. Debbono sentire che sei abbandonato a te stesso. Ti hanno segnato nel libro per sempre. L'ultima immagine rimasta nei suoi occhi è un lembo di Sicilia: il mare, gli olivi.


Enzo Biagi
dal Corriere della Sera del 24 maggio 199215 maggio 2012 | 15:10