lunedì 14 maggio 2012

Ingroia a Grasso: «Lui più politico di me» E su Berlusconi: «Non merita premi»

Corriere della sera

Il pm di Palermo replica al procuratore antimafia

Ingroia replica a Grasso: «Anche i pm hanno diritti»


A «Un giorno da pecora» su Radio2 MILANO
«Un premio a Berlusconi per la lotta del suo Governo contro la mafia? Non diamo meriti a chi non ce li ha». La pensa così il magistrato Antonio Ingroia, che intervistato ad Un Giorno da Pecora su Radio2 ha risposto alle dichiarazioni di Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia che aveva lodato l'esecutivo berlusconiano per alcune leggi che hanno agevolato la confisca dei beni mafiosi.

Parole frutto dalla provocazione dei giornalisti della Zanzara, parzialmente rettificate dallo stesso Grasso (intanto Radio24 conferma fino alle virgole riproponendo la registrazione della puntata di venerdì scorso). Il capo della Dna aveva commentato negativamente anche l'intervento del suo collega procuratore aggiunto di Palermo ad alcuni eventi politici: «Io non credo di aver mai fatto politica - gli risponde Ingroia - ho solo espresso valutazioni sulla Costituzione e Riforma della giustizia, senza attribuire premi speciali a destra e a sinistra, come ha fatto Grasso parlando del premio a Berlusconi. Forse è più politica quella dichiarazione che le mie».




La versione integrale dell'intervista di Grasso. Alla «Zanzara» su Radio24 I MERITI DI BERLUSCONI
«Non è mai merito del Governo in carica, perché il Governo non ha nessun potere sulla magistratura, che opera in modo autonomo e indipendente». Ha aggiunto Ingroia, aggiungendo sulla possibilità che alle prossime politiche si candidi «Non credo. Ma non posso privarmi in anticipo di quello che è un diritto costituzionale».

A. Cas.
@gorazio14 maggio 2012 | 20:38

Inchiesta di Woodcock, Barbato ora si autosospende

Corriere della sera

«Contro di me un'operazione "pezzottata"»


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MILANO - «Da domani sarete in 629 dalla Camera dei deputati, il sottoscritto si autosospende dalla carica di deputato». Lo dice il deputato dell'Idv Franco Barbato, intervenendo in aula a Montecitorio. Barbato spiega che il suo gesto è legato al fatto che alcune notizie di stampa riferiscono di un'indagine a suo carico da parte del pm di Napoli Woodcock perchè avrebbe chiesto 20mila euro.




L'OPERAZIONE «PEZZOTTATA» - «Il Parlamento è il più alto consesso della Repubblica, al Parlamento si deve il massimo del rispetto- dice Barbato- e fino a quando non potrò riferire a Woodcock, io non sarò più in Parlamento». Barbato, che sottolinea come sia stata costruita contro di lui «un'operazione pezzottata», informa l'aula di essersi anche «dimesso dalle attività con Italia dei Valori».

«SI DIMETTA» - «L'autosospensione non esiste: o lavori e percepisci uno stipendio o ti dimetti. Così come tocca a tutti. Io sono garantista, anche con Barbato, ma lui non faccia il furbetto», ha invece replicato in una nota Roberto Giachetti del pd commentando la dichiarazione di autosospensione del deputato dell`Idv.

Redazione Online14 maggio 2012 | 21:22

Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»

Corriere della sera

L'identificazione è stata effettuata dai tecnici della Scientifica tramite il riscontro con le impronte digitali


ROMA - E' ufficiale: è Renatino. Il corpo nella bara tumulata nella basilica di Sant'Apollinare «è quello di Enrico De Pedis». L'identificazione è stata effettuata dai tecnici della Scientifica tramite il riscontro con le impronte digitali. La tomba è stata solo aperta e la polizia scientifica sta effettuando dei rilievi esterni sui resti del cadavere. Lo spostamento della bara sarà invece effettuato nei prossimi giorni. I rilievi, secondo quanto si è appreso, riguarderanno anche la cripta dove la bara era tumulata.

Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»

ALTRI RITROVAMENTI - Altri resti ossei sono stati trovati durante l'ispezione alla tomba De Pedis, all'interno della nicchia in cui era murato il sarcofago. I resti saranno sottoposti ad analisi per tentare di capire a chi appartengano.

PIETRO ORLANDI - Tra i primi ad arrivare lunedì mattina davanti alla chiesa, in vista dell'apertura della tomba del boss della banda della Magliana, il cui nome è stato collegato con quello della figlia del messo papale scomparsa nel 1983 è stato Pietro Orlandi. Non ha assistito personalmente all'apertura della bara di De Pedis, avvenuta nel cortile della basilica nella basilica di Sant'Apollinare, ma ha detto «non credevo che all'interno ci fosse qualcosa legato a mia sorella. Oggi è stato fatto un passo importante per risolvere un mistero che va avanti da anni. Forse dopo tanto tempo c'è la volontà di fare chiarezza.

LA BATTAGLIA - Pietro Orlandi, che da anni si batte per risolvere il mistero della sorella, ha osservato che «Emanuela è stata rapita non perché fosse Emanuela Orlandi ma perché cittadina vaticana. Se la banda della Magliana ha mai avuto un ruolo è stato solo quello di manovalanza. I mandanti sono stati sicuramente altri, altrimenti non si spiegherebbe un silenzio di 29 anni da parte delle istituzioni». A chi gli chiedeva dove trovasse le forze per proseguire la sua battaglia, Orlandi replica: «il mio è solo un atto d'amore nei confronti di mia sorella che ha subito un'ingiustizia: non le hanno permesso di vivere la sua vita».


IL MISTERO - Ma è giallo sul ritrovamento di questi altri resti. Maurilio Prioreschi, che assiste da tempo la moglie di Enrico De Pedis, dopo le verifiche della Scientifica sul feretro del boss della Magliana nella cripta della basilica di Sant'Apollinare smentisce: «Smentisco che all'interno della tomba ci fosse qualcosa di diverso dal corpo di Renatino».Questo era un dubbio che andava fugato in ogni caso. Mi auguro sia l'inizio della collaborazione tra magistratura e Vaticano per arrivare alla verità». Pietro Orlandi, che da anni si batte per risolvere il mistero della sorella, scomparsa quasi 30 anni fa, ha osservato che «Emanuela è stata rapita non perchè era Emanuela Orlandi ma perchè era cittadina vaticana. Se la banda della Magliana ha mai avuto un ruolo è stato solo quello di manovalanza. I mandanti sono stati sicuramente altri, altrimenti non si spiegherebbe un silenzio di 29 anni da parte delle istituzioni». A chi gli chiedeva dove trovasse le forze per proseguire la sua battaglia, Orlandi replica: «il mio è solo un atto d'amore nei confronti di mia sorella che ha subito un'ingiustizia: non le hanno permesso di vivere la sua vita».

PROCURATORE - A Sant'Apollinare anche il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Simona Maisto, titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, nonché il capo della squadra mobile Vittorio Rizzi. Insieme a loro anche un camion della polizia scientifica e i marmisti. Sono presenti anche un medico legale e un'antropologa forense.

PETIZIONE - Pietro Orlandi è certo che a smuovere le acque sia stata la petizione al papa che finora ha raccolto 82 mila adesioni e la mobilitazione dell'opinione pubblica. «La prossima settimana incontrerò il sindaco Alemanno - aggiunge - per la manifestazione che organizzeremo il 27 maggio: in Comune mi hanno confermato che esporranno la gigantografia di Emanuela. Alle 9.30 ci si ritroverà in Campidoglio e ci saranno anche il presidente della Provincia Zingaretti e l'ex sindaco Veltroni. Alle 10.30 ci metteremo in marcia verso San Pietro per l'Angelus: spero che il Papa dica una preghiera e inviti chi sa a parlare».

F. Per.14 maggio 2012 | 14:46

Il caso Orlandi tra sospetti e depistaggi

Corriere della sera

L'ipotesi dell'allontanamento volontario e quello del sequestro (su commissione?) da parte della Banda della Magliana


Enrico Renatino De Pedis (figura di spicco della banda della Magliana) è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare accanto a diversi ex ponteficiEnrico Renatino De Pedis (figura di spicco della banda della Magliana) è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare accanto a diversi ex pontefici

MILANO - Il caso di Emanuela Orlandi appartiene ormai alla memoria collettiva del nostro Paese. È un caso di cronaca, mai risolto, che coinvolgerebbe - secondo varie ipotesi - lo Stato Vaticano, lo Ior (l'istituto per le opere religiose), la figura enigmatica di monsignor Marcinkus, la Banda della Magliana (e il ruolo mai acclarato di Enrico "Renatino" De Pedis sepolto nella basilica di Sant'Apollinare) fino al Banco Ambrosiano.

IL CASO - Emanuela, che all'epoca aveva appena compiuto 15 anni, sparì in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La ragazza era una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Quella che all'inizio poteva sembrare la "normale" sparizione di un'adolescente, magari per un allontanamento volontario da casa, divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana. Alla scomparsa di Emanuela da subito fu collegata la sparizione di un'altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata.

 



 LE TESTIMONIANZE - Vari testimoni la videro salire su un'auto. Dall'identikit che fu tracciato, un carabiniere del Nucleo Operativo di via in Selci notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana, ma la cosa, stranamente, non ebbe un immediato seguito investigativo; pare che una giustificazione sarebbe nel fatto che all'epoca si riteneva il soggetto criminale latitante all'estero, ma un riscontro approfondito in merito non venne effettuato. Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia
.
L'AMERIKANO - Domenica 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro. Il 5 luglio, giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. All'altro capo del telefono un uomo, che parlava con uno spiccato accento anglosassone (e per questo subito ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano"), affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi.

ALI AGCA - L'uomo chiamava in causa Mehmet Ali Ağca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima, chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II affinché venisse liberato entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiamò a casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, forse di Emanuela che diceva di frequentare la Scuola Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, e di dover iniziare a settembre il terzo liceo scientifico. L'8 luglio 1983 un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani, che avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, e chiedendo una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli. In totale, le telefonate dell'"Amerikano" furono 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (mai rintracciato) non aprì nessuna reale pista.

 L'AMERIKANO ERA MARCINKUS? - Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello Ior, la "banca" vaticana: gli specialisti del Sisde, il servizio segreto italiano, analizzando i messaggi e le telefonate pervenute alla famiglia, per un totale di 34 comunicazioni, ne ritennero affidabili e legati a chi aveva effettuato il sequestro 16, che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina. Probabilmente di cultura anglosassone e con un elevato livello culturale e una conoscenza del mondo ecclesiastico e del Vaticano.

LA BANDA DELLA MAGLIANA - Nel luglio del 2005, alla redazione del programma «Chi l'ha visto?», in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scoprì così che "l'illustre" defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. L'inviata Raffaella Notariale era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura del boss in territorio vaticano, voluta dal cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei.

IL PENTITO - Il 20 febbraio 2006, un pentito della Banda, Antonio Mancini, sostenne di aver riconosciuto nella voce di Mario quella di un killer al servizio di De Pedis, tale "Rufetto". Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica però, non confermarono quanto dichiarato da Mancini. Il 30 giugno 2008, «Chi l'ha visto?» trasmise la versione integrale della telefonata anonima del luglio 2005, lasciata inedita fino ad allora. Dopo le rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce aggiungeva «E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei...con l'altra Emanuela». Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983 in circostanze misteriose ed il cui rapimento venne collegato a quello Orlandi.


Sabrina Minardi all'epoca moglie del calciatore Giordano. Ebbe una storia di due anni con Renatino De PedisSabrina Minardi all'epoca moglie del calciatore Giordano. Ebbe una storia di due anni con Renatino De Pedis

LA FIGURA DELLA MINARDI - Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un'intervista di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno del 2008, la stampa italiana riportò le dichiarazioni che Sabrina Minardi aveva reso agli organi giudiziari che avevano deciso di ascoltarla: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. In quella occasione, secondo la Minardi, De Pedis si sarebbe sbarazzato anche del cadavere di un bambino di 11 anni ucciso per vendetta, Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della banda. Il piccolo Nicitra fu però ucciso il 21 giugno 1993, ben dieci anni dopo l'epoca alla quale la Minardi fa risalire l'episodio, e tre anni dopo la morte dello stesso De Pedis, avvenuta all'inizio del 1990.

IL RAPIMENTO - Stando a quanto riferito da Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». Nel particolare, la Minardi ha raccontato di essere arrivata in auto (una Autobianchi A112 bianca) al bar del Gianicolo, dove De Pedis le aveva detto di incontrare una ragazza che avrebbe dovuto «accompagnare al benzinaio del Vaticano». All'appuntamento arrivarono una BMW scura, con alla guida "Sergio", l'autista di De Pedis e una Renault 5 rossa con a bordo una certa "Teresina" (la governante di Daniela Mobili, amica della Minardi) e una ragazzina confusa, riconosciuta dalla testimone come Emanuela Orlandi. "Sergio" l'avrebbe messa nella BMW alla cui guida andò la Minardi stessa. Rimasta sola in auto con la ragazza, la donna notò che questa «piangeva e rideva insieme» e «sembrava drogata». Arrivata al benzinaio, trovò ad aspettare in una Mercedes targata Città del Vaticano, un uomo «che sembrava un sacerdote» che la prese in consegna. La ragazza avrebbe quindi trascorso la sua prigionia a Roma, in un'abitazione di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli 13 a Monteverde nuovo - Gianicolense, che aveva «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'Ospedale San Camillo» (la cui esistenza, oltre ad un piccolo bagno ed un lago sotterraneo, è stata accertata dagli inquirenti il 26 giugno 2008).

LE PROTESTE DEL VATICANO - La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano, che, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». Il 19 novembre 2009 Sabrina Minardi, interrogata presso la Procura di Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pubblico ministero Simona Maisto, sembrerebbe aver riconosciuto l'identità di "Mario", ossia l'uomo che nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi telefonò ripetutamente alla famiglia.

 IL BANCO AMBROSIANO - Il 17 giugno 2011: durante un dibattito sul libro di Pietro Orlandi "Mia sorella Emanuela" in diretta tv su Roma Uno un uomo dichiaratosi ex-agente del Sismi afferma che «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra ed è sempre stata sedata». Aggiunge che causa del rapimento fu la conoscenza da parte di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, di attività di riciclaggio di denaro "sporco" legate ad Antonveneta, essendo quindi il rapimento collegato a Calvi e al crack dell'Ambrosiano. Il 24 luglio 2011 Antonio Mancini, in un'intervista a La Stampa, dichiara che effettivamente la Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato dal giudice Rosario Priore. Mancini aggiunge di ritenere sottostimata la cifra di 20 miliardi e che fu Enrico De Pedis a far cessare gli attacchi contro il Vaticano, malgrado i soldi non fossero stati tutti restituiti, ottenendo in cambio, fra le altre cose, la possibilità di essere sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare. Il 14 maggio l'apertura della tomba di Renatino De Pedis riapre di nuovo mille scenari sul caso più clamoroso di sparizione che la storia italiana ricordi.

Redazione Online14 maggio 2012 | 17:39

Saviano torna in tv con Fazio Ma Ferrara: basta, non se ne può più

Corriere del Mezzogiorno


Stasera c'è «Quello che (non) ho». Sul Foglio l'attacco allo scrittore: «Facciamo un comitato contro di lui»



Saviano e FerraraSaviano e Ferrara

Stasera parte «Quello che (non) ho», in onda lunedì sera, martedì e mercoledì su La7, alle 21,10. È una trasmissione nuova ma anche il ritorno di un format griffato dal duo Fazio-Saviano. Un altro show «morale» dopo il grande successo di Vieni via con me in Rai. Il gioco è sempre quello delle citazioni alte: da Paolo Conte si approda ora al De Andrè di Quello che non ho (ma il nome è ripreso anche da un'associazione calabrese antimafia): il programma si prefigge di chiedere agli italiani ciò di cui si sente l'assenza. Dal lavoro a cose più amene come un titolo sportivo. Il primo monologo di Roberto Saviano sarà sulla crisi e sui suicidi.

INVETTIVA DELL'ELEFANTINO - Il ritorno dello scrittore di Gomorra sul piccolo schermo porta con sé anche strascichi polemici. Il più esplicito è firmato dall'Elefantino, cioè Giuliano Ferrara, che oggi sul Foglio pubblica il fondo al vetriolo «Qualcuno deve pur dirlo, basta Saviano». Ferrara attacca: «…Saviano, uno che non ha mai avuto un’idea in croce, che scrive male e banale, che parla come una macchinetta sputasentenze, che è stato assemblato come una zuppa di pesce retorico a partire da un romanzo di successo, si prende la rubrica di Giorgio Bocca (ora Roberto firma l'antitaliano su L'Espresso, ndr), un tipo tosto che di cose da dire ne aveva fin troppe». Prosegue: «Saviano non sa fare niente e va su tutto, e i madonnari che lo portano in processione dalla mattina alla sera gli hanno fatto un danno umano, civile, professionale quasi bestiale. Credo che le premesse fossero genuine, è l'esplosione che si è rivelata di una atroce fumosità». E conclude: «Ma via. Facciamo un comitato, qualcosa di sapido e di cattivo, qualcosa di rivoltoso e di ribaldo, basta con Saviano».


Redazione online14 maggio 2012


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A bordo": quando Schettino faceva il consulente

Corriere della sera

Arriva in Italia il film ambientato su una nave Costa: il comandante del naufragio al Giglio fece da consulente

In Francia è stato un campione d'incassi (un milione mezzo di euro), la classica commedia brillante attira-spettatori, con triangoli amorosi, baruffe e battute ambientato su una lussuosa nave da crociera. Ma per farla uscire in Italia si è preferito aspettare: arriva nelle sale a stagione praticamente finita. Non solo perché è stata girata su una ammiraglia della compagnia Costa, ma soprattutto perché il consulente si chiama Francesco Schettino, il capitano della Costa Concordia, che con un'incredibile leggerezza provocò lo scorso 13 gennaio il naufragio della sua nave e la morte di 30 persone. Due risultano ancora disperse. Per le riprese la produzione affittò nel maggio 2010 la Costa Atlantica, comandata allora da Schettino. Faceva base a Copenaghen e veniva utilizzata per crociere nel Baltico e lungo i fiordi. Nessuno poteva immaginare che il comandante sarebbe diventato l'icona mondiale dell'incompetenza. Nessuno sceneggiatore sarebbe stato capace di scrivere la battuta passata tragicamente alla storia: «Vada a bordo cazzo».

Luisa Ranieri nel filmLuisa Ranieri nel film

RANIERI - Ora Benvenuto a bordo arriva nei cinema italiani (esce il prossimo 15 giugno). Nei panni del comandante, una donna, Luisa Ranieri, che ha raccontato che le scene sono state tutte a eliche ferme. Il registaEric Lavaine e la troupe dovevano attendere che i 4000 passeggeri fossero sbarcati. Il cast partecipava due volte alla settimana alle esercitazioni per l'evacuazione. «Vedere il caos scoppiato sulla Concordia mi ha stupito», commentò l'attrcie italiana.




«PRUDENTE» - Ancora più sgomento Patrice Régnier, il direttore marketing per la Francia di Costa Crociere. C'er anche lui nei giorni delle riprese e dopo il naufragio al largo del Giglio dipinse a Le Figaro il ritratto di un comandante «serio e preoccupato della sicurezza di tutti». Un uomo pronto a collaborare con i suoi. «Per un film le squadre di ripresa hanno sempre richieste particolari da fare. Sistematicamente Francesco Schettino si rivolgeva ai suoi tecnici per chiedere suggerimenti». E, soprattutto, sostiene Régnier, un uomo prudente. «L’equipe di Lavaine ha domandato di poter variare il percorso originale della nave per beneficiare di una luce migliore per il film. Schettino si è rifiutato perché era troppo pericoloso. Quando ho saputo quello che è successo non ci volevo credere, sono letteralmente distrutto». Purtroppo era tutto vero.

Stefania Ulivi
14 maggio 2012 | 14:52

Tragedia in pista Muore la star dello speedway

Corriere della sera

Il britannico Lee Richardson si è schiantato in Polonia

MILANO - Choc in Inghilterra e in Polonia: durante una gara del campionato di speedway a Breslavia, il 33enne pilota britannico Lee Richardson è andato a schiantarsi con la moto contro una barriera protettiva; è deceduto poco dopo in ospedale a seguito di un'emorragia interna.

Lee RichardsonLee Richardson

LA TRAGEDIA - Sono gare folli, senza freni, su terra, sassi, granito o ghiaia. Le spettacolari sbandate e le derapate delle moto nelle curve attirano ogni volta numersi spettatori. Domenica pomeriggio, durante una gara in Polonia, il pubblico è stato testimone di una tragedia in pista: come documentano le immagini della tv polacca il pilota Lee Richardson - una star della specialità - stava inseguendo i due avversari Fredrik Lindgren e Tomasz Jedrzejak quando ha toccato con la ruota posteriore, ha perso il controllo del mezzo e si è schiantato frontalmente contro una barriera di protezione. La gara è stata interrotta dagli organizzatori solo dopo qualche giro dall’incidente. Nonostante i primi soccorsi e il trasferimento all'ospedale di Breslavia, Richardson è morto a causa di un'emorragia interna.


STAR - Il biker, capitano del club inglese dei Lakeside Hammers, aveva conquistato nel 1999 il titolo mondiale juniores della specialità motociclistica. Con 240 punti collezionati in dieci campionati del mondo, è il recordman della squadra inglese. «La morte di Lee è una notizia scioccante - ha detto il proprietario del team, Stuart Douglas, alla Bbc -. Lee è un pilota eccellente; il nostro club e la famiglia dello speedway nel mondo sono storditi di fronte a questa tragedia». Richardson lascia la moglie Emma e tre figli.

Elmar Burchia
14 maggio 2012 | 14:04

Trovato morto vicino a Valencia il «ciclista pellegrino» Martinelli

Corriere della sera

Il cicloamatore veronese era partito per un viaggio di 18mila km. Da venerdì non aggiornava il blog, la guardia civil lo ha trovato sul ciglio della strada




VERONA



Il pellegrinaggio di Guerrino si è fermato in Spagna, a pochi chilometri da Valencia. E’ lì che, domenica, è stato trovato senza vita dagli uomini della guardia civìl che lo stavano cercando da venerdì. Guerrino Martinelli, pensionato veronese di 69 anni, era partito lo scorso 26 aprile dalla parrocchia del Gesù Divino Lavoratore (Borgo Roma) per affrontare, da solo, più di 18mila chilometri in sella alla sua bicicletta per le strade di mezza Europa che avrebbe dovuto toccare Fatima, Santiago de Compostela, Lourdes, Capo Nord (passando dalla Norvegia) e Czestochowa. Un pellegrinaggio «dedicato» al mondo del volontariato veronese: Guerrino infatti era «sponsorizzato» dalla Ronda della Carità e dall'Ail (Associazione Italiana Contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma).

Su Internet, i famigliari e gli amici rimasti a Verona, seguivano giorno dopo giorno i suoi spostamenti. Il 69enne, infatti, ogni sera inviava un messaggio per tranquillizzare tutti. Mercoledì scorso scriveva: «Partito alle 7.00 con bel tempo, sono arrivato a Benidorm alle 15.30, km. 131. Sono in un Hostal. Tutto bene e che Iddio ci protegga sempre». Ma da quel momento in poi, non ha più fatto sapere nulla. Venerdì mattina i famigliari hanno presentato denuncia di scomparsa in questura a Verona ed è scattata la ricerca con l’interesse dell’ambasciata italiana in Spagna. Fino alla tragica notizia di lunedì mattina: Guerrino è stato trovato morto sul ciglio di una strada. Secondo le prime indicazioni, dovrebbe essere stato stroncato da un malore mentre pedalava, forse un colpo di sole. Le associazioni veronesi e la parrocchia del Gesù Divino Lavoratore sono in lutto. Sulla rete, in queste ore, si moltiplicano i messaggi di cordoglio.


E. P.
14 maggio 2012


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Le tasse Maradona, no del Fisco alla mediazione

Corriere della sera


L'Agenzia delle Entrate boccia la proposta del Pibe de Oro. L'ex campione deve allo Stato 40 milioni. Ne offriva 3,5


MILANO - Maradona aveva manifestato l'intenzione di sanare il suo debito con il fisco italiano. Ma la sua proposta di transazione sarà verosimilmente rifiutata dall'Agenzia delle Entrate. I funzionari del fisco che stanno seguendo la pratica hanno infatti annunciato che non parteciperanno all'udienza di mediazione convocata per martedì mattina a Napoli. Il Pibe de Oro deve circa 40 milioni di euro all'erario, cifra che nel corso degli anni è lievitata perché il calciatore si era sempre rifiutato di pagare parte delle tasse sui propri ingaggi milionari, dichiarando che per contratto erano a carico della società calcistica. Maradona nei giorni scorsi aveva spiegato di comprendere quanti in Italia si suicidano perché oppressi dalla tasse, e di sentirsi a sua volta vittima di una persecuzione.

L'OFFERTA - La cifra dovuta da Maradona in origine era 7 milioni di euro, i suoi legali ne offrono all'Agenzia delle Entrate 3,5 milioni, specificando però di essere disponibili a versare questi soldi solo a patto che «Equitalia crei un centro d'ascolto per i contribuenti», ha spiegato l'avvocato Angelo Pisani. La seduta si svolgerà comunque e al termine sarà stilato un verbale negativo di mediazione perché una delle parti ha deciso di non partecipare. Giovedì prossimo è intanto prevista l'udienza davanti alla commissione tributaria di Napoli che dovrà discutere «nel merito del ricorso fatto da Maradona per accertare l'inesistenza dell'accertamento fiscale, della cartella esattoriale e l'illegittimità della pretesa creditoria. Il rifiuto dell'Agenzia di partecipare alla mediazione - evidenzia Pisani - sarà comunque valutabile, ai fini della condotta processuale, dai giudici per la decisione sulla richiesta risarcitoria di Maradona. A questo punto continuerà nella sua causa per risarcimento danni contro lo Stato italiano che si sarebbe risolta diversamente si fosse proceduto attraverso l'accordo tra le parti».


Redazione Online14 maggio 2012 | 15:06


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Codice a barre per riconoscere gli esseri viventi

Corriere della sera

Inizia la Germania con la classificazione dell'intera flora tedesca




MILANO - L’obiettivo è quello di riconoscere piante e animali attraverso un codice a barre. Proprio come fa la cassiera al supermercato, quando «legge» il prezzo di un prodotto passandolo rapidamente sotto uno scanner. Un sistema veloce, poco costoso e molto efficace. Per gli esseri viventi la cosa è molto più complicata ma il codice non può essere altro che il loro Dna, visto che ognuno ne possiede uno proprio, unico e diverso da quello di tutti gli altri. Ora in Germania si è dato vita a un progetto che ha l’ambizione di giungere alla classificazione, con un codice a barre, dell’intera flora tedesca. La sfida è enorme: ci sono circa 4 mila specie di piante nonché 1.300 specie di muschi e felci.

UN SISTEMA UNIVERSALE - L’idea di utilizzare tratti di Dna per identificare una pianta prese origine già negli anni Novanta ma è nel 2009 che venne raggiunto un consenso internazionale per standardizzare un sistema universale che utilizzi il Dna come codice a barre, per l’identificazione delle oltre 400 mila specie di piante al mondo. Certo, non l’intero Dna di ogni individuo (un’operazione che sarebbe inapplicabile, lunga e costosa) ma alcuni suoi brevi settori, in grado però di essere sufficientemente precisi nel caratterizzare una specie per poter essere distinta da un’altra. Tuttavia determinare quali parti del Dna della pianta utilizzare come identificatore univoco, è stata e rimane una questione spinosa. E venti istituti in tutto il mondo nel 2009 hanno selezionato due regioni genomiche formate dai geni considerati i migliori candidati da cui partire per generare i dati del codice a barre.

CODICE GENETICO - Il progetto su cui zoologi e botanici stanno collaborando in Germania va sotto la sigla di Gbol (German Barcode of Life) ed è coordinato dal Museo Alexander Koenig di Bonn. I botanici dall'Università di Bonn hanno iniziato dalla flora. «Nel Dna degli esseri viventi abbiamo individuato sezioni da utilizzare come Dna Barcode che, pur essendo quasi identiche all'interno di una certa specie, differiscono tra le varie specie», spiega Dietmar Quandt dell'Istituto Nees per la biodiversità delle piante all'Università della capitale tedesca. «In base a questi indicatori possiamo quindi identificare specie senza ambiguità e in modo relativamente veloce». Il risultato di questa analisi assomiglia a un codice a barre del supermercato, solo che esso non è in bianco e nero, ma in quattro colori, ciascuno corrispondente a una delle quattro lettere del codice genetico.

AUTOMATICO E PIÙ VELOCE - «Il sequenziamento del Dna è completamente automatizzato, rispetto alle tradizionali osservazioni per comprendere di quale pianta si tratti, e consente di identificare le piante molto più velocemente. Inoltre non abbiamo bisogno di piante fiorite e complete», aggiunge Stefanie Winter, componente del gruppo di ricerca. «Un piccolo frammento, per esempio di foglia, è sufficiente per l'identificazione della specie basata sui suoi marcatori genetici». Nel progetto Gbol gli scienziati vogliono innanzitutto creare una raccolta di materiale campione per la classificazione delle specie (più di 5 mila) : un'iniziativa concordata con i musei di storia naturale e le organizzazioni di tutela della natura.

LINNEO IN PENSIONE - L’identificazione della flora attraverso il Dna Barcode è destinata a rendere più facile il monitoraggio ambientale. Per esempio a verificare come singole specie rispondono ai cambiamenti climatici, oppure come alcune specie vengono sostituite da organismi viventi che sono stati importati da altri Paesi, o ancora quali specie sono minacciate di estinzione. «I codici a barre del Dna possono semplificare e velocizzare notevolmente tali studi», conclude Quandt. «E il sistema binomiale in latino del grande Linneo, per la classificazione degli esseri viventi, che ci accompagna dal Settecento, andrà forse in pensione, dopo una gloriosa carriera».


Massimo Spampani
13 maggio 2012
(modifica il 14 maggio 2012)



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Arcipelago toscano, bloccato il sentiero di Napoleone: la denuncia di Legambiente

Corriere della sera


Un altro sentiero per escursionisti nel Parco dell’arcipelago toscano, è stato sbarrato e reso inaccessibile


ISOLA D’ELBA – Ci risiamo: un altro sentiero per escursionisti nel Parco dell’arcipelago toscano, è stato sbarrato, privatizzato e reso di fatto inaccessibile. E stavolta il blocco, con tanto di cancello, ha colpito uno degli itinerari più suggestivi e rappresentativi dell’Isola d’Elba: quello di Napoleone.





LA DENUNCIA - «E’ il numero 45 – denuncia Umberto Mazzantini, responsabile di Legambiente - che dalla Guardiola, sulla costa di Procchio, nel Comune di Marciana, permetteva fino ad oggi di raggiungere lungo la costa le due magnifiche spiagge del Porticciolo e della Lamaia, (ripulite nell’estate 2011 da Goletta Verde) e da qui sino alla Biodola. Un sentiero molto importante che prosegue fino alla villa napoleonica di San Maritino e raggiunge la Grande Traversata Elbana».

IL SENTIERO - Ad accorgersi del nuovo blocco è stato un gruppo di escursionisti che ha avvertito le autorità del Parco e Legambiente. È un sentiero del Cai, il numero 45 per l’esattezza quello preso di mira dal «blocco verde», eppure il cancello rende adesso impraticabile il camminamento lungo la costa. «Siamo di fronte ancora una volta a un tentativo di prepotente privatizzazione – continua Mazzantini – . Stavolta si cerca d’impedire l’accesso da Procchio alla costa compresa nel Parco provocando un grave danno, anche turistico-economico, per l’area di Campo all’Aia e per tutto Procchio. La lobby di alcuni Signori delle ville deve essere fermata».

LA SEGNALAZIONE - Legambiente e Parco hanno inviato la segnalazione al Comune di Marciana e non si escludono esposti. Il primo Maggio, stavolta a Campo nell’Elba, per aprire un sentiero chiuso illegalmente erano dovuti intervenire i carabinieri. Il «Sentiero dei Rosmarini», che accompagna gli escursionisti in un paesaggio da favola sino alla spiaggia di Fonza, era stato bloccato con tre recinzioni.



Marco Gasperetti
14 maggio 2012 | 11:16



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Un Travaglio di bile sulle vacanze siciliane

di -

Attacca persino il procuratore Antimafia Piero Grasso, ma guai a ricordargli le sue ferie con la talpa del boss. La sua ultima vittima è Gianni Riotta


Quelle vacanze siciliane, con un finanziere che all’epoca era un rispettabile maresciallo della Dia nonché il braccio destro del pm antimafia Antonio Ingroia, e che poi si è rivelato essere la talpa di un mafioso, sono il suo nervo scoperto.


E chi vuol fargli venire un travaso di bile lo sa bene. Basta anche solo sfiorare il capitolo Giuseppe Ciuro e le sue ferie in Sicilia di dieci anni fa,ed ecco che Marco Travaglio perde l’ironia che è la cifra del suo personaggio e diventa una iena. Non basta che la vicenda sia ormai nota e da lui stesso chiarita rendendo pubblici assegni e bonifici con cui ha pagato quei soggiorni al mare nel Palermitano. Non basta che uno dei protagonisti della polemica, Giuseppe D’Avanzo, il guru del giornalismo giudiziario che tirò fuori su Repubblica quella vicenda, nel frattempo sia morto. Anche solo un cenno a quella storia e Marco scatta. Troppo, per lui, tollerare che gli si rinfacci quel rapporto amichevole - suo ma anche di altri cronisti che all’epoca si occupavano di giudiziaria a Palermo - poi rivelatosi imbarazzante.

L’ultimo a imbattersi nel Travaglio furioso è stato l’ex direttore del Tg1 e del Sole 24 Ore , Gianni Riotta, che ha inviato al Corriere.it una lettera contestando la ricostruzione fatta da Travaglio, a «Servizio Pubblico», sul trattamento riservato dal suo Tg1, nel 2007, al primo V-Day di Beppe Grillo. «Spiace l’accanimento contro il lavoro di tanti colleghi perbene», scrive Riotta. E aggiunge: «Ricordo con che toni accorati il compianto collega de la Repubblica Giuseppe D’Avanzo ammonì Travaglio sulla sfortunata vicenda delle vacanze da lui trascorse nel 2003, con varie ipotesi su chi abbia poi effettivamente pagato il conto, in compagnia di un personaggio condannato per mafia, l’ex maresciallo della Guardia di Finanza Ciuro. Travaglio – scrisse saggiamente D’Avanzo-non farti eterno giudice di chi dissente da te, o rischi che, per esempio sulla vicenda vacanze con Ciuro, la condanna senza processo colpisca te». Apriti cielo.«Quanto alle mie vacanze in Sicilia nel 2003 – contro-tuona Travaglio –informo il disinformato Riotta che non furono affatto “sfortunate”. E che non esistono “varie ipotesi su chi abbia poi effettivamente pagato il conto”.

Esiste una sola certezza: il conto l’ho pagato io,come ho dimostrato pubblicando online i bonifici e gli assegni (detto per inciso- contrariamente a quanto scrive il disinformato Riotta - il maresciallo Ciuro, presente nello stesso luogo in cui soggiornavo anch’io, non è mai stato condannato per mafia). Ma di questo, con Riotta, avremo occasione di riparlare in tribunale». Nulla di penalmente rilevante, in quelle vacanze. Il caso esplode nella primaveraestate del 2008,quando D’Avanzo racconta su Repubblica quella villeggiatura comune del giornalista con il finanziere che nel novembre del 2003 sarà poi arrestato con l’accusa di essere una talpa a servizio di un manager della sanità poi a propria volta condannato per mafia, Michele Aiello.

Non solo. D’Avanzo scrive anche che il difensore di Aiello dice che il suo assistito afferma di aver fatto una volta una cortesia a Ciuro, pagare il soggiorno di un giornalista che poi seppe essereTravaglio. Unasberla. Travaglio s’infuria, annuncia querele, e spiega: conoscevo Ciuro, che aveva lavorato anche con Falcone, come chiunque si occupasse di giudiziaria a Palermo; pagai tutto di tasca mia come dimostrano bonifici e assegni; maisentitoparlarediAiellofino al suo arresto.

Poteva finire lì. E invece passano gli anni, si consolidano le condanne – quella di Ciuro è definitiva, 4 anni e 8 mesi per accesso abusivo alla rete informatica della Procura, rivelazione di segreti istruttori e favoreggiamento, più 35mila euro da dare alla Finanza, lo ha deciso ora la Corte dei conti- ma il teatrino si ripete: chi viene attaccato da Travaglio gli ricorda le vacanze e lui esplode. Esplode, ma va per la sua strada, attaccando altri. Come il procuratore antimafia Piero Grasso, «reo» di aver lodato Berlusconi e di avere criticato l’attivismo politico di Ingroia con un editoriale in prima pagina:«Ingroia –ha scritto ieri Travaglio – è uno dei pm che indagano sulle trattative Stato-mafia, che quando Grasso era procuratore a Palermo erano tabù».



Sempre meglio di Repubblica, che ha nascosto la notizia in una breve.



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Appello per "salvarli". Firma la sinistra vip

di -

C’è tutta la sinistra, milanese e non, dietro l’appello per salvare e proteggere Macao, il nuovo centro abusivo per arti di stanza alla Torre Galfa

C’è tutta la sinistra, milanese e non, dietro l’appello per salvare e proteggere Macao, il nuovo centro abusivo per arti di stanza alla Torre Galfa.

Così nell’elenco delle 3mila firme compaiono quelle di

Emanuele Patti (presidente Arci Milano),
Dario Fo (Premio Nobel Letteratura, nella foto),
Franca Rame (Attrice),
Lella Costa (Attrice),
Daria Bignardi (giornalista),
Valerio Mastrandrea (attore);
Elio Germano (attore);
Francesca Comencini (regista);
Marco Scotini (direttore del dipartimento arti visive Naba, Milano);
Bert Theis (Isola Art Center);
Angela Vettese (critica d’arte, ex direttrice della fondazione Pomodoro);
Ugo Mattei (giurista);
Maurizio Landini (segretario Fiom);
assessori della cultura di varie città italiane, gruppi musicali, collettivi artistici, il teatro valle occupato di Roma, Teatro Garibaldi aperto di Napoli.





Tanto per citarne alcuni. Alcune di queste firme prestigiose della Milano radical chic - Dario Fo in primis - hanno sfilato anche sotto la torre di Macao. Il Nobel per la letteratura, infatti, ha incontrato i «lavoratori dell’arte» per spiegare loro il senso di un’azione di occupazione, come quella che lo vide protagonista negli anni Settanta alla Palazzina Liberty. Così non si è fatta mancare le luci della ribalta la giornalista Daria Bignardi che si è presentata a sorpresa - sicura della copertura mediatica - ben due volte. A fare cosa? Passerella: invece che sottoscrivere l’appello nell’ombra della sua casa la giornalista ha preferito andare di persona nella torre per farsi vedere mentre sottoscriveva l’appello on line. Il senso profondo del suo contributo. Così Lella Costa che ha intrattenuto i ragazzi con un reading.




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Le spese mediche coperte dall'assicurazione si possono detrarre?

Corriere della sera

Permane il diritto ad una detrazione d’imposta del 19% sull’importo che supera la franchigia di 129,11 euro



Vorrei sapere se sono cambiate le regole per la detraibilità delle spese mediche nella dichiarazione dei redditi In particolare: a quale livello di detrazione di imposta danno diritto? Inoltre: chi ha un’assicurazione privata che copre almeno in parte le spese relative alla salute, può ugualmente detrarre per intero le fatture di medici e dentisti? Infine: sono detraibili anche gli importi pagati per protesi acustiche e dentarie? E quale documentazione devo allegare in questi ultimi due casi?


Risponde l'ufficio stampa dell'Agenzia delle Entrate


Le regole per la detraibilità non sono cambiate; le spese mediche sono ovviamente detraibili nella misura in cui siano state effettivamente sostenute dal contribuente (incluse anche quelle le spese per i familiari fiscalmente a carico). Le spese sanitarie di qualunque tipo (medico/generiche, specialistiche, chirurgiche, farmaceutiche) danno diritto ad una detrazione d’imposta del 19% sull’importo che supera la franchigia di 129,11 euro. Nel calcolo delle spese mediche detraibili possono essere considerate anche quelle rimborsate dalla compagnia assicuratrice, nel caso in cui i premi versati annualmente dal contribuente non siano deducibili o detraibili.

Se invece, le spese sono state rimborsate per intero dalla compagnia e i premi versati sono deducibili o detraibili, le spese mediche non possono essere detratte poiché non possono essere considerate «rimaste a carico del contribuente». Se il rimborso è stato parziale, può essere portato in detrazione del 19% soltanto l’importo che rimane a carico del contribuente. Anche le spese per protesi dentarie e acustiche sono detraibili, i documenti da conservare sono, oltre alle fatture o ricevute di pagamento, anche la prescrizione del medico curante. Non è necessaria la prescrizione se si tratta di attività svolte, da esercenti arti ausiliarie della professione sanitaria abilitati a intrattenere rapporti con il paziente come odontotecnico o ottico.



14 maggio 2012 | 9:53





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Il progetto del Pentagono: microchip per monitorare la salute dei soldati

La Stampa


FEDERICO GUERRINI


La Darpa, l'agenzia per la ricerca scientifica del Pentagono, vorrebbe impiantare dei nanochip in alcuni soldati in modo da monitorarne lo stato di salute. La notizia non è del tutto nuova, una bozza di progetto in questo senso era stata presentata a marzo, ma era passata quasi inosservata. I riflettori dei media americani hanno iniziato però ad appuntarsi sulla questione in questi giorni, dopo l'allarme lanciato da Katherine Albrecht, autrice di Spychips, un saggio sulle nuove tecnologie di tecno controllo.

Secondo Albrecht la sperimentazione di simili soluzioni su persone soggette a discipline particolari come prigionieri e militari è solo il primo passo verso un tracciamento degli individui più capillare. “Funziona sempre in maniera incrementale – afferma la scrittrice – se inserisci un microchip che non controlla i movimenti della gente, tutti saltano fuori dicendo: perché no, sarebbe interessante sapere dove si va. È come essere su un treno che va dalla California a New City, ogni fermata mi porta più vicina alla meta. A un certo punto bisogna decidersi a sscendere”.

Il documento presentato da Darpa suggeriva un approccio decisamente più pragmatico alla questione. Per i militari, malattie e infezioni sono la prima causa di impossibilità a combattere – più ancora delle ferite riportate – e hanno avuto storicamente un effetto più deleterio delle morti in battaglia. Poter individuare in tempo reale i soggetti più a rischio, intervenendo rapidamente con cure e terapie rappresenterebbe un vantaggio non da poco, senza contare le sinergie che si potrebbero attuare nel campo della ricerca medica a uso civile.

I ricercatori dell'Università di Stanford stanno già lavorando a qualcosa di simile, un progetto che prevede l'invio nel sangue di microscopici robottini in grado di trasmettere via wireless dati sulle condizioni di salute di un paziente e perfino di rilasciare dei farmaci nel flusso sanguigno. Ma i timori legati al “lato oscuro” di queste tecnologie per molti versi straordinarie, permangono. L'idea di microchip o impianti similari che monitorino e controllino il comportamento delle persone a distanza è sempre stata tipica della fantascienza distopica. A ciò si aggiunge la preoccupazione per i possibili effetti collaterali di questi dispositivi sull'organismo umano che in alcuni casi sembrano aver causato tumori negli animali domestici.



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Quando Tesla parlava con i marziani

La Stampa



Piero Bianucci

Jean Echenoz lo chiama Gregor ma è Nikola Tesla, serbo di nascita (1856) e cittadino americano dal 1891 al 7 gennaio 1943, giorno della sua morte in una stanza del New Yorker Hotel di New York. Scienziato irregolare, inventore visionario, fantasioso millantatore, caso psichiatrico, personaggio romanzesco. Nulla di strano che Echenoz, a sua volta figlio di uno psichiatra, scrittore minimalista e simbolista, vincitore di un Premio Médicis e di un Goncourt, si sia ispirato a lui per scrivere “Lampi”, la sua ultima opera narrativa, presentata ora dall’editore Adelphi nella traduzione di Giorgio Pinotti. Sia pure di striscio, due volte Tesla tocca l’astronomia. Quando annuncia di aver trovato un sistema per illuminare la Terra intera con un unico marchingegno elettrico e un solo interruttore e quando dichiara di avere stabilito un contatto radio con esseri alieni, probabilmente abitanti di Venere o di Marte.

Nel primo caso l’astronomia è chiamata in causa per negazione, nel senso che se mai l’idea di Tesla fosse stata attuabile, addio stelle. In realtà, poiché l’inquinamento luminoso in ogni caso ha quasi cancellato lo spettacolo del cielo notturno, forse c’è da rimpiangere che Tesla non abbia realizzato il suo progetto. Che non era del tutto destituito di fondamento scientifico.

Dobbiamo ricordare, infatti, che Tesla aveva realizzato un trasformatore in grado di creare correnti alternate ad alta frequenza e con esso dava spettacolo. Abile istrione, usava il trasformatore per produrre enormi scintille e – al sicuro grazie all’effetto pelle che fa passare solo in superficie le correnti elettriche ad alta frequenza – si esibiva in esperimenti apparentemente pericolosissimi. Uno di questi consisteva nell’accendere un tubo al neon senza fili impugnandolo come una spada. Semplicemente lo avvicinava a un trasformatore per generare correnti ad alto voltaggio, bassissima intensità e altissima frequenza. E’ un fenomeno che i radioamatori conoscono bene. La fluorescenza del tubo è un fenomeno analogo per certi aspetti delle aurore polari causate dall’attività solare nell’alta atmosfera. Tesla immaginò di scaricare nell’aria correnti al alta frequenza, così da produrre artificialmente un’aurora polare perenne su tutto l’emisfero buio della Terra. Non possiamo negare che lo spettacolo sarebbe stato suggestivo.

Quanto alla comunicazione con i marziani, Tesla ha certo avuto le sue responsabilità nel vantare il contatto con gli extraterrestri, ma i giornalisti ci misero del loro pur di sparare titoli d’effetto in prima pagina, e lo fanno ancora oggi, ogni tanto, con apparizioni di Ufo non più attendibili dei messaggi alieni captati da Tesla.

Il Gregor/Nikola Tesla di Echenoz è uno strano miscuglio di storia e invenzione. Ben disegnata è la sua competizione con Thomas Edison, uomo brutto, antipatico, sleale e sordastro, mitico inventore della lampadina e del fonografo, nonché leggendario titolare di altre millenovantuno invenzioni. All’alba dell’era elettrica, Edison puntava sulla corrente continua, e ne nacque la General Electric. Tesla aveva capito che sarebbe stato possibile distribuire a grande distanza soltanto la corrente alternata ad alto voltaggio e per questo aveva inventato il trasformatore: di qui nacque la Western Union di Westinghouse. Fu il colpo di genio della sua vita, quello che lo rese ricco (almeno fino a quando seppe amministrarsi).

Per dimostrare che la corrente alternata era pericolosa, Edison non esitò a usarla pubblicamente per uccidere un pazzo criminale, e così inventò la sedia elettrica. Ma Tesla (che invece pensava a usarla per indurre l’anestesia) aveva ragione. Il suo torto semmai era un altro, era un furto intellettuale: la prima distribuzione a distanza dell’elettricità deve essere attribuita al nostro Galileo Ferraris e al francese Lucien Gaulard, che la attuarono nel 1881 tra Torino e Lanzo. Non solo: Tesla defraudò Galileo Ferraris anche dell’invenzione del motore a induzione funzionante a corrente alternata. Lo scienziato piemontese non aveva voluto brevettarlo per metterlo a disposizione dell’intera umanità. Tesla se ne appropriò e lo tutelò con cinque brevetti. Un personaggio così ebbe peraltro la faccia tosta di accusare di plagio molti dei suoi rivali, incluso Guglielmo Marconi.

La vicenda del furto intellettuale a Galileo Ferraris, storia tutt’altro che trascurabile, non la troverete nel romanzo di Echenoz.. Troverete invece il Tesla maniacale, con l’ossessione dell’igiene per difendersi dai batteri, il Tesla che si sedeva a tavola e usava 21 tovaglioli per pulire posate e stoviglie e che contava ogni boccone cercando di arrivare sempre a multipli di tre, il Tesla che in contrasto con la sua disperata ricerca di asetticità, nutriva e curava colombi nella sua stanza d’albergo, il Tesla che, pur essendo forse attratto almeno da una donna, Ethel, moglie del banchiere John Pierpont Morgan, vive come asessuato e muore vergine. Di stenti, dopo aver dissipato una fortuna.




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