sabato 12 maggio 2012

Leica, asta super La macchina foto vale due milioni

La Stampa

La mitica "Leica", la macchina fotografica concepita nel 1923, ha battuto un nuovo record mondiale a Vienna, in un’asta organizzata dalla galleria Westlicht. Un anonimo acquirente ha sborsato 2.160.000 euro, tasse incluse, per un apparecchio della "serie numero zero". Spazzato via il precedente primato.

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Cade il mito JPMorgan : Abbiamo sbagliato tutto»

Corriere della sera

Buco da 2 miliardi. E a Washington si moltiplicano le voci che invitano a varare norme più severe per la finanza


NEW YORK - Non era una tempesta in una tazza di tè, come lo stesso Jamie Dimon l'aveva definita un mese fa, quando si cominciò a parlare delle scommesse gigantesche e assai rischiose fatte dalla filiale britannica della sua banca. Chi l'aveva soprannominata «the London whale», la balena londinese, aveva visto giusto. E non esagerava nemmeno chi, nei corridoi della JPMorgan Chase, chiamava un trader inglese dell'istituto Voldemort, l'incarnazione del male nella saga di Harry Potter. Venerdì è stato l'orgoglioso capo che ha trasformato la Chase nella più grande e stabile banca americana a doverlo ammettere: «Errori, sciatteria, valutazioni sbagliate. Una cattiva strategia, eseguita male e controllata ancora peggio: non è questo il modo nel quale vogliamo gestire i nostri business».

Jp Morgan trema, perdite per 2 miliardi Jp Morgan trema, perdite per 2 miliardi Jp Morgan trema, perdite per 2 miliardi Jp Morgan trema, perdite per 2 miliardi Jp Morgan trema, perdite per 2 miliardi Jp Morgan trema, perdite per 2 miliardi

Dimon non ha cercato scuse per l'improvviso emergere di una perdita di due miliardi di dollari nelle attività di «trading» ad alto rischio della JPMorgan Chase. Il banchiere ha ammesso che la sua organizzazione non ha saputo gestire né controllare: «Non so se abbiamo commesso reati, stiamo indagando, certamente siamo stati stupidi». Insomma, ha usato parole taglienti quanto quelle che lui stesso aveva speso in passato per criticare il Congresso e anche il presidente Barack Obama e quello della Federal Reserve, Ben Bernanke. Reduce dal disastroso crollo del 2008 innescato dal fallimento della Lehman Brothers, Wall Street si era infatti messa nella scia del tribuno-Dimon. Sperava che il banchiere uscito indenne da una stagione di disastri che aveva travolto un'intera generazione di «titani» della finanza, l'avrebbe fatta scendere dal banco degli imputati.


Dimon non li aveva delusi. Si era battuto contro l'introduzione di nuovi vincoli giudicati punitivi ed era arrivato addirittura a chiedere in una sede pubblica al suo «controllore», Ben Bernanke: «Non temi di scoprire un giorno, voltandoti indietro, di aver dato via libera a regole che hanno compromesso la riattivazione del credito, dell'economia e la stessa creazione di posti di lavoro?». Il banchiere è stato fin qui la massima espressione di un nuovo clima che a Washington si è tradotto in una forte pressione sulle «authority» di regolazione perché diano un'interpretazione minimalista della riforma finanziaria Dodd-Frank, varata dal Congresso due anni fa.

Ora tutto cambia: il «buco» nel bilancio della Chase ha riportato in vita i fantasmi del 2008. Ci si accorge all'improvviso che il mostro dei prodotti finanziari derivati non è stato affatto domato, che la lezione della Lehman è già stata dimenticata, che i controlli interni introdotti dalle banche per evitare un altro crollo sono piedi di lacune. Il mercato, spaventato, ha preso le distanze dalla Chase il cui titolo ha perso più del 9 per cento in un solo giorno, mentre la Sec, la Consob americana, ha aperto un'inchiesta sul caso. La Fed, già sotto accusa per aver promosso la Chase al recente «stress test» delle banche, probabilmente dovrà fare altrettanto, anche perché la riforma Dodd-Frank le conferisce precise responsabilità ispettive.

La perdita accusata dalla banca di Dimon non sarebbe di per sé disastrosa: 2 miliardi sono molti, ma l'istituto l'anno scorso ne ha guadagnati 19. Nel bilancio alla fine il danno sarà ridotto a meno di un miliardo. Quello che allarma è il quadro emerso: grosse perdite su attività speculative ad alto rischio condotte dalla banca usando il capitale versato dai depositanti e garantito da un'agenzia federale. È proprio lo scenario che tutti temevano, che il Congresso aveva cercato di scongiurare con la norma che vieta alle banche di usare il capitale proprio nel trading (la cosidetta Volcker Rule).

Pure fantasie, replicavano i banchieri, ma ora si scopre che, anche se negli ultimi anni ci si è comportati con più prudenza, il confine tra le operazioni cosiddette hedge (quelle che Chase riteneva di aver fatto) e le speculazioni fatte utilizzando il capitale proprio è troppo labile. E ora molti si chiedono cosa può venire fuori dalle altre banche se una situazione simile si è sviluppata in quella considerata più prudente e meglio gestita.

A Washington si moltiplicano le voci che invitano le «authority» a varare norme attuative severe.  E mentre il Congresso preme sulle banche con la minaccia di un'altra raffica di audizione e qualcuno ritira fuori la proposta di tornare alla separazione netta tra banche commerciali e d'affari, come nel Glass Steagal Act del 1933, Wall Street cerca di uscire dall'angolo ammonendo: «Attenzione, se vietate il proprietary trading spingerete gli istituti a emigrare verso Singapore e la Cina, dove queste attività sono ammesse». Argomenti già usati quasi dieci anni fa per evitare l'introduzione di controlli e regole dopo lo scandalo Enron. Allora il rischio sbandierato era quello di un'emigrazione in massa della grande finanza verso Londra. Si sa com'è andata a finire.


Massimo Gaggi
12 maggio 2012 | 14:40

Furia, festa all'ultimo degli onesti

Corriere del Mezzogiorno

Omaggio all'attore 87enne, caratterista in tanti film del principe della risata



Giacomo Furia con Sofia Loren ne «L'oro di Napoli»Giacomo Furia con Sofia Loren ne «L'oro di Napoli»

«Centoquarantacinque film? E chi se n'era accorto... Se non fosse per gli organizzatori di quest'omaggio che si sono messi a contarli, non ci crederei». Credici, Giacomino: martedì prossimo all'Acacia saranno in tanti a ricordarti le tappe di una formidabile carriera d'attore iniziata quasi settant'anni fa, e nel corso della quale hai saputo cesellare alcune figure cinematografiche che si sono impresse per sempre nell'immaginario del pubblico (non solo) partenopeo.


IL PIZZAIOLO E IL FALSARIO - Si dice Giacomo Furia e subito vengono in mente il pizzaiolo ingenuo e tradito dell'Oro di Napoli, oppure l'imbianchino falsario riluttante de La banda degli onesti. Ma come dimenticare l'assistente succube del pittore Scorcelletti che posa nelle vesti della Gioconda in Totò, Eva e il pennello proibito, o Cecco, il «bravo» pavido e bonaccione del Monaco di Monza? Questi e altri personaggi gli faranno compagnia nel corso della «serata d'onore» organizzata dall'Associazione Brancaccio e dai tanti amici dell'attore, nato 87 anni fa nella casertana Arienzo ma napoletano da sempre fino al midollo, cresciuto tra la Santarella e via Gemito, primo impiego come contabile dello storico bar Daniele in via Scarlatti. «Sono ormai secoli che abito a Roma, ma il mio sogno è sempre lo stesso: spalancare la finestra e trovare davanti a me il Golfo».

L'INTERVISTA - Un amore finalmente ricambiato in modo anche ufficiale: sa che per la serata dell'Acacia, intitolata «L'ultimo degli onesti», il pastoraio Marco Ferrigno ha preparato due statuine con le fattezze sue e della Loren nel celebre episodio «Pizze a credito» de «L'Oro di Napoli»?

«E così mi ha rovinato la sorpresa... Pensi che fino all'ultimo non si sapeva se quell'episodio sarebbe stato inserito nel film, vista la rivalità tra Sophia e la Mangano, protagonista del penultimo episodio, "Teresa". Di Sophia ricordo una "uscita" memorabile sul set: stavamo girando una scena assai complicata, e dunque la dovemmo ripetere più volte. Un tizio tra gli spettatori che a Materdei assistevano alle riprese si rivolse impaziente alla Loren dicendole "oggi nun ghiate proprio niente!". E lei, che neanche allora era una che si teneva le cose, lo seppellì all'istante sotto una montagna di improperi in puteolano stretto che mi lasciarono sbigottito. E dire che, fra un ciak e l'altro, Sophia non faceva altro che studiare l'inglese...».

La Loren, ma anche De Sica, Eduardo, la Magnani, Peppino. E, ovviamente, Totò.
«Di Totò dovrei dire che è un grande, ma grande è ormai riduttivo: oggi basta una comparsata in tv, e subito scrivono che sei grande. Allora dico che, se la comicità è una formula matematica, Totò è il computer della comicità».

A proposito di matematica: è stato proprio dando ripetizioni private di matematica che lei è diventato attore.
«Sì, lo studente era Luigi De Filippo, il figlio di Peppino. Così arrivai a Eduardo, con cui esordii in teatro nel '45 al Santa Lucia facendo Peppe 'o Cricco in Napoli milionaria!, e poco dopo al cinema con Assunta Spina, diretto da Mattòli. Con Eduardo stetti in compagnia per cinque bellissimi anni, poi mi dissi che se doveva essere lui il mio unico datore di lavoro, tanto valeva fare un altro mestiere. Così entrai nella compagnia di Eduardo Passarelli (pochi lo ricordano, ma era anche lui figlio di Scarpetta) per uno spettacolo che non andò mai in porto. Rimasto libero, fui chiamato in teatro da Peppino».

Conoscendo Eduardo, un «tradimento» imperdonabile.
«Infatti, non me l'ha mai perdonato. Colpa mia, colpa mia, con Eduardo avevo avuto le più grandi gioie professionali. Anni dopo Sophia, sempre affettuosissima, si mise in testa di farci rappacificare, e organizzò una cena con Eduardo. Io continuavo a ripeterle "Sufì, nun ce sta niente a fa'. Quello non viene». E infatti non è mai venuto".

Però di soddisfazioni, in tanti anni di cinema e palcoscenico, se le è tolte. Ha lavorato con i più grandi: da Rossellini a Fellini, da Gassman a Salvo Randone. Altro che «spalla», altro che caratterista di lusso.
«I bei ricordi sono tanti, ma uno dei più vividi risale agli anni Ottanta: quando ho avuto il piacere di lavorare in Sicilia con un artista eccelso come Turi Ferro, prima nel Berretto a sonagli di Pirandello e poi nell'Ultima violenza di Pippo Fava, lo scrittore e giornalista ucciso dalla mafia. Ferro faceva un giudice, e io - forse per la prima volta nella mia carriera - un personaggio negativo, nientedimeno che Raffaele Cutolo, il capo della camorra. Il guaio è che, alla fine della mia tirata centrata sugli affetti familiari, il pubblico catanese scoppiava puntualmente in un applauso che non finiva più. Turi Ferro si arrabbiò: "tu fai il camorrista, l'applauso non lo devi prendere". Ma quale attore rinuncia a un applauso? Perciò gli risposi: facciamo così, dopo l'applauso tu, che sei il presidente del tribunale, ti rivolgi al pubblico e dici: "Ma allora non avete capito proprio niente, quest'uomo è un criminale, vi ha imbrogliato!"».
Tenero Giacomo: dalla sua implacabile bontà non si salva nessuno, nemmeno il più feroce dei boss.


Antonio Fiore
groucho.fiore@gmail.com
11 maggio 2012


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Carlo Ruta assolto, il web italiano ha vinto

La Stampa


Sentenza preziosa per riflettere su nuove regole per la comunicazione in Rete
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato diffuso da Giovanna Corradini (www.leinchieste.com):


Oggi è un giorno importante per il web italiano. La sentenza di assoluzione con formula piena allo storico e saggista Carlo Ruta, emanata dalla III Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Saverio Felice Mannino, sancisce in modo chiaro e inequivocabile che l’informazione in rete non può essere considerata “clandestina” né un reato (per il solo fatto di esserci, a

 prescindere da qualsiasi contenuto). Il testo di questa sentenza, che nasce da un procedimento penale unico nel suo genere in tutto l’Occidente, è un patrimonio prezioso per il Paese, ed è importante che ispiri una legge in grado di tutelare con pienezza la libertà di informazione e di ricerca attraverso lo strumento del web. Il Parlamento, in tutte le sue aree, sa a questo punto qual è il suo compito e in quale alveo dovrebbe scorrere la normativa che sarà emanata sulla comunicazione in rete. La massima corte di giustizia con il suo pronunciamento ha chiuso di fatto un’epoca di equivoci e ha posto fine alle mezze misure. L’informazione sul web da oggi è più libera. È quindi una vittoria di tutti, del Paese, della democrazia.

La dichiarazione di Carlo Ruta: « Questa sentenza di Cassazione è degna della tradizione del nostro Paese, che ha dietro di sé una cultura giuridica di prim’ordine. Mi preme di ringraziare per prima cosa tutti coloro che hanno sostenuto fino all’esito conclusivo questa campagna di libertà. A loro il web deve davvero tanto. Sono passati oltre sette anni, e questa sentenza, determinante per il destino della comunicazione in rete, ripaga i sacrifici fatti e l’impegno di tutti. D’ora in poi possiamo dirci davvero più liberi».

Dopo la lettura della sentenza, avvenuta in tarda serata, l’avvocato Giuseppe Arnone, che ha difeso Carlo Ruta e i diritti dell’informazione sul web con un’arringa complessa e argomentata, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Oggi la Corte di Cassazione, accogliendo le mie argomentazioni, ha scritto una pagina storica in ordine ai valori della libertà di pensiero e d’informazione, anche in relazione ai nuovi strumenti di trasmissione del pensiero. Ancora una volta la massima Corte si è dimostrata ben più avanzata e liberale dei giudici di merito. Giustizia quindi è stata fatta nel modo più alto».





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Grillo sputa su tutti ma si prende i soldi pubblici

Libero

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L’assegno vale quasi il doppio di quello dei rimborsi elettorali per le regionali 2010: 333.976,22 euro contro i 193.258,87 euro che la legge assegnava all’epoca. Il secondo assegno il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo in Emilia Romagna l’ha rifiutato, sia pure con qualche pasticcio burocratico che aveva sfiorato il giallo. Il primo assegno invece l’ha semplicemente incassato. E in buona parte l’ha speso: nel 2011 hanno preso il volo - regolarmente rendicontati - 193.145,11 euro. Erano il contributo al gruppo consigliare in Regione che spettava al Movimento di Grillo, che nel 2010 era riuscito a fare eleggere due consiglieri: Andrea Defranceschi e Giovanni Favia.

Il primo, classe 1971, è un imprenditore nel settore degli alimenti e prodotti per animali da compagnia, ed è stato eletto a Bologna due anni fa. Fa il capogruppo di 5 stelle e siede ben in quattro commissioni (bilancio e affari istituzionali, politiche per la salute e sociali, turismo e cultura, parità uomini-donne). Il secondo, classe 1981, ha fatto mille lavori prima di essere eletto (magazziniere, cameriere, manovale edile, rappresentante di commercio, fotografo, cineasta etc…). Oggi presiede la commissione statuto e regolamento della Regione Emilia Romagna e siede in altre due commissioni (politiche economiche e territorio-ambiente-mobilità). Entrambi sono fra i più presenti ai lavori (Favia è mancato in aula solo quando in contemporanea doveva guidare la sua commissione) e sono fra i più attivi presentatori di proposte di legge.

Risultati - Qualcuna è diventata perfino legge, naturalmente un po’ modificata dagli altri gruppi consiliari. Fra le tante è legge anche quella che fa del consiglio emiliano romagnolo forse il palazzo della politica più trasparente che ci sia in Italia. Ed è così che è saltato fuori per la prima volta il finanziamento pubblico al partito (in questo caso gruppo) che il movimento di Grillo non ha affatto disdegnato. I contributi ai gruppi consiliari sono per ogni regione esattamente quello che i finanziamenti ai gruppi parlamentari rappresentano a livello nazionale.

Soldi dei cittadini - Si tratta cioè di uno dei due principali canali attraverso cui i soldi degli italiani finiscono - volenti o nolenti - nelle casse dei partiti politici. Il canale più noto è quello dei rimborsi elettorali, che il movimento di Grillo ha apertamente rifiutato, non riscuotendo la somma messa a disposizione secondo legge dalla Camera dei deputati. Il secondo canale è invece quello dei finanziamenti ai gruppi, che a livello nazionale ammonta a circa la metà del rimborso elettorale. A livello locale invece le proporzioni si invertono. I grillini emiliani qualche sbandamento sui soldi pubblici alla politica - forse per inesperienza - l’hanno avuto fin dal primo giorno. Dissero che non avrebbero preso i rimborsi, ma inviarono alla Camera una richiesta formale di erogazione. Quando saltò fuori (come avrebbe potuto non essere rilevata?) farfugliarono spiegazioni varie.

Confusi - Dissero che prima il movimento era incerto sulla possibilità di non riscuotere la somma, e voleva prendere i soldi per restituirli ai cittadini. Poi si accorsero che il rifiuto era ammesso e decisero di non riscuotere, senza informare la Camera della scelta fatta. Tutto bene poi quel che è finito bene: il rimborso elettorale non l’hanno preso, restando coerenti con le promesse fatte prima del voto. Dei finanziamenti ai gruppi consiliari non s’era invece apertamente parlato, anche se se sono la stessa identica cosa. Questi sì li hanno presi e pure spesi. Come? Quasi metà della somma per pagare personale aggiunto al gruppo. Altri 28.209,31 euro se ne sono andate in generiche «consulenze». I due consiglieri si sono erogati (con soldi dei contribuenti) 10.892,59 euro di rimborsi spese extra status regionale (hanno già un rimborso fisso mensile). Poco più di 4 mila euro sono state non specificate «spese di rappresentanza». Altra voce generica, gli 8.349,25 euro di «spese varie». Il resto se ne è andato in pubblicazioni, indagini, documentazione, cancelleria, attrezzature e 372,82 euro di spese bancarie.


di Franco Bechis

Condannato il disturbatore Paolini

Corriere della sera

La sentenza del Tribunale di Roma: sei mesi di carcere più trentamila euro di risarcimenti a tre giornalisti



ROMA - Stangata per Gabriele Paolini il disturbatore dei tiggì. Il tribunale di Roma lo ha condannato a 6 mesi di carcere più il risarcimento di trentamila euro per le parti civili, tre giornalisti Mediaset finiti nel suo mirino in altrettante irruzioni tv. L’accusa ne aveva chiesti nove. «Una sentenza feroce. E’ la prima volta che mi condannano a un salasso del genere», ha commentato Paolini che finora ha incassato 1.500 denunce, una carrettata di sentenze di assoluzioni e solo due condanne in Cassazione. Roba di poco conto, però. Una di tre mesi di carcere per interruzione di pubblico servizio e una multa di 240 euro per molestie, pena sospesa.


L'uomo con la madre davanti al tribunale
LA MAMMA - Stavolta dai giudici si è fatto accompagnare della mamma. Ed è a lei, una signora bionda coi capelli freschi di parrucchiere, elegante e composta, che si è rivolto appena sentito il dispositivo della sentenza: «Mamma non ti preoccupare, ci sono tre gradi di giudizio». «Tanto te la sbrighi tu», risponde lapidaria lei. «Io, il papà, un militare vecchio stile e le tre sorelle, tutte più grandi di lui, abbiamo lottato finché abbiamo potuto, ora non abbiamo più la forza. Anziché andare al mare, preferisce stare lì dietro. Che fare allora? Ha questo pallino, ma non è un delinquente».

«NON E’ UN DELINQUENTE» - A rivolgere un appello a Paolini è stato il legale di parte civile, della Rti spa, gruppo Mediaset, l’avvocato Andrea Righi: «Ti prego Paolini finiscila. Sai che ti dico: fallo per me», gli scappa la battuta, a udienza chiusa e fuori microfono. Dai banchi risponde la mamma di Paolini: «Prima di farlo per lei, lo dovrebbe fare per me». Tutti tranquilli, parola del re dei disturbatori: «Non mi fermerà nessuno». »Perché? E’ il calore che ho in tutta Italia, dovunque vada, che mi spinge». Colpa dei telespettatori, insomma.

IL CODICE HAMMURABI - Il caso è serio però. Quanto spunta lui i tecnici tv si trasformano in buttafuori, e ai cronisti saltano i nervi. In un secondo Paolini vanifica il lavoro di una giornata. Eppure i legali di Paolini, Massimiliano Kornmuller e Lorenzo Lamarca (pagati dallo Stato col gratuito patrocinio visto che Paolini è nullatenente) garantiscono: “Non farà mai un’ora di galera. Non c’è pericolosità sociale”. Kornmuller, per tentare di scagionarlo, nell’ultima arringa ha scomodato pure il codice Hammurabi. “Paolini ha avuto tre assoluzioni, definitive in Cassazione, per l’articolo 340 del codice penale. E’ come se fosse un sumero che va a vedere la stele coi diritti e dei doveri elencati. A lui è stato detto e confermato per tre volte che nei suoi blitz tv non commette reati, è questa la sua consapevolezza”. Paolini, però, saluta e se ne va, ha fretta: «Devo fare prima un salto a Casal dei pazzi, a casa, e alle 20 devo stare a piazza San Pietro, c’è il tg 1». «A proposito l’unica cosa che non mi ha perdonato mia madre è il condom a Giovanni Paolo II». Gli ha tolto il saluto una settimana.



Adelaide Pierucci
12 maggio 2012 | 14:01



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Come si dice “pastore” a chi non ha mai visto una pecora

La Stampa

Pubblicata in Canada la prima Bibbia in lingua eschimese

Maria Teresa Pontara Pederiva
Roma


Quanti si sono trovati spiazzati al sentire nel Vangelo di Luca Gesù che dice “Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto … quale padre  tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione?”. Difficile immaginare di confondere un uovo con uno scorpione, ma una è la specie italiana, altra quella che troviamo in zone desertiche, dove il corpo è chiaro e rotondeggiante, ovoidale appunto. Immaginate tra qualche anno, pressoché scomparsa in vaste aree del pianeta la cultura agricola e contadina, ma anche quella della pesca a carattere familiare, chi saprà realizzare cosa significhi separare il grano dalla zizzania, seminare di buon’ora, gettare la rete al largo, o chiudere il recinto delle pecore e via di questo passo.

E’ il problema precedente all’inculturazione del Vangelo: la sua lettura e comprensione all’interno di un mondo che cambia e che non è più quello di duemila anni fa. E allora provate ad immaginare cosa può capire di pecore, grano, vite e tralci chi è sempre vissuto tra i ghiacci artici e al pastore delle pecore deve associare tutt’al più il custode di una muta di cani da slitta? E’ quanto hanno pensato alla Canadian Bible Society che in queste settimana ha pubblicato la prima traduzione in lingua inuktitut  della Bibbia, il libro più tradotto del mondo. L’inuktitut è la lingua del popolo inuit, o almeno quella più diffusa tra gli eschimesi della zona artica canadese, parlata ancora, secondo una stima recente, da circa 33 mila persone nei territori a nord del Quebec - una regione vasta come 15 volte la Gran Bretagna, dove la chiesa anglicana conta la diocesi più estesa del mondo - rimasta lingua orale per migliaia di anni finché un missionario anglicano, Edmund Peck, ne ha introdotto una versione scritta verso la fine del XIX secolo.

L’attuale traduzione integrale della Bibbia segue quella del solo Nuovo Testamento pubblicata nel 1991. Coordinatore del progetto, e anche traduttore insieme a don Jonah Allooloo, è stato il vescovo emerito Benjamin Arreak. Seguendo le moderne teorie la scelta è stata quella di superare la traduzione letterale – non più accettata dagli esperti accademici – per scegliere una versione secondo l’ottica “funzionale”. Non traduzione di termini “alla lettera”, ma la trasmissione del significato dell’espressione, così da farsi capire innestandosi nella cultura di un popolo mentre si procede col racconto biblico. Un’impresa non facile, ma assai richiesta dai fedeli, dicono gli estensori. Certo che indicare termini come cammello, pecore, capre, o anche solo alberi come il sicomoro o il melograno, a gente che per chilometri vede solo estensioni di ghiaccio e neve non è così immediato.  Eppure associando il pastore al custode della muta o un frutto ad un sapore simile e via dicendo sembrano esserci riusciti.

E pensare che la Nuova Traduzione del Messale inglese cattolico ha seguito esattamente il processo inverso, nell’ottica di una traduzione alla lettera il più fedele possibile al testo latino. Un’altra differenza tra le chiese.



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Fornero: "Gli uomini devono fare di più in famiglia"

La Stampa

«Oggi tutti i compiti gravano sulle donne, serve un cambio»




Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero


Milano

«La conciliazione non è solo un tema femminile ma anche maschile: gli uomini dovranno fare di più in famiglia». Sono le parole del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, intervenuta a un dibattito sulle donne e il welfare durante la terza giornata di un convegno sulla previdenza, sottolineando che il tema della conciliazione tra gli impegni sul luogo di lavoro e quelli in famiglia non riguarda soltanto le donne ma anche gli uomini. «Molto delicato e importante è il tema della conciliazione considerando che oggi tutto il compito di cura di genitori, anziani e figli è sulle spalle delle donne. Bisogna alleggerire questo peso e servono servizi per i disabili e per gli anziani. 

Il problema è che poco può essere fatto tramite il sistema pubblico perchè occorre contenere la spesa pubblica», ha ripreso Fornero sottolineando che «una risorsa importante è il welfare aziendale che in molti paesi è già una realtà mentre noi dobbiamo fare passi in avanti». Parlando poi della recente riforma delle pensioni, Fornero ha indicato che: «le giovani generazioni di donne devono avere le stesse opportunità degli uomini. Quindi serve un reddito adeguato e parità di trattamento. La riforma va collocata nel contesto di crisi finanziaria - ha ricordato - e un tema forte a cui ci siamo ispirati è quello delle pari opportunità».



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Addio al ticket sanitario Arriva la franchigia

La Stampa

Stop all’esenzione per chi ha reddito alto




Il Ministro della Salute Renato Balduzzi


PAOLO RUSSO
roma

In soffitta i vecchi ticket e basta assistiti con redditi da urlo ma esenti solo perché affetti da una patologia cronica. Via libera invece al nuovo sistema di pagamento «a franchigia» all'insegna della formula «pagare meno ma pagare tutti». Ad annunciare la rivoluzione dei ticket questa volta non sono le elaborazioni dei tecnici ma il Ministro della Salute in persona. «Stiamo pensando a una forma di franchigia che avrebbe tanti vantaggi e lavorando per ridurre gli svantaggi, presto formalizzeremo una proposta compiuta», annuncia Renato Balduzzi da microfoni di Radio Anch' io, facendo capire alle Regioni che il Governo è pronto a giocare la carta delle nuove franchigie già nel 2013, anticipando così di un anno l'incasso dei 2 miliardi attesi per il 2014 dall'aumento dei ticket. Il sistema della franchigia, ha sottolineato il Ministro, «risolverebbe il problema delle esenzioni non legate al reddito» e risponderebbe ai criteri di «trasparenza, equità e tendenziale omogeneità».

Idee già messe nero su bianco dall'Agenas, l'Agenzia dei servizi sanitari regionali del ministero, che ha elaborato la proposta partendo dal constatazione che oggi quasi un italiano su due è esente dai ticket. Così chi paga e ha bisogno di sanità oggi sborsa trai 500 e i mille euro l'anno. Troppo per poter pensare a ticket ancora più pesanti. Ecco allora le franchigie legate al reddito Isee di un importo pari al tre per mille del reddito. Quota che potrebbe aumentare per incamerare 2 miliardi in più. Al 3 per mille un pensionato con soli 10 mila euro pagherebbe i primi 30 euro di spesa sanitaria poi più nulla. Un lavoratore con 40 mila euro pagherebbe una franchigia di 120 euro, un professionista con 100 mila euro di reddito pagherebbe fino a 300 euro.

Il sistema funzionerebbe scalando l'importo a carico dell' assistito dalla tessera sanitaria. I correttivi ai quali stanno lavorando gli uomini del Ministro sono quelli di modulare il reddito in base al numero dei componenti della famiglia e alla presenza di anziani e disabili, mentre si ipotizza di scalare dalla quota a carico dell'assistito anche parte delle spese sostenute privatamente. Questo per evitare la fuga degli assistiti con redditi più alti proprio verso la sanità privata, lasciando invariati i costi di quella pubblica.

Sui nuovi ticket per ora le Regioni fanno orecchie da mercante ma intanto guardano con sospetto la decisione dell'Economia di bloccare il riparto dei 108 miliardi di fondo sanitario nazionale. Il timore è che la scure di Bondi sulla spesa per beni e servizi porti da subito a un taglio di 2 miliardi. Del resto lo stesso Balduzzi ha annunciato che «già nelle prossime settimane si potrà disporre di una codificazione dei prezzi medi di riferimento per migliaia di tipologie di acquisto». «E chi se ne discosterà - ha aggiunto - pagherà dazio».

In attesa di nuove sforbiciate il Governo ha intanto approvato un disegno di legge che consentirà ai titolari di farmacia di mantenere la direzione dell' esercizio anche dopo i 65 anni di età, senza essere costretti ad attribuirla a un altro professionista, come previsto dal decreto sulle liberalizzazioni. Colpo di spugna anche al limite dei 40 anni di età per partecipare ai concorsi per ottenere una farmacia. Nel frattempo il Tar di Reggio Calabria dichiara «irragionevole» il divieto di vendita di buona parte dei farmaci a pagamento nelle parafarmacie e chiama la Corte Costituzionale ad esprimersi. Decisione accolta con favore da Presidente della federazione delle Parafarmacie, Giuseppe Scioscia che però denuncia: «gli sconti sui medicinali previsti dal decreto restano una chimera in quasi tutte le farmacie».



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Veronelli, l’elogio dei piccoli che ha cambiato l’Italia del vino

Corriere della sera

A  quasi otto anni da quel giorno nero d’autunno, il 29 novembre 2004, le profezie di Luigi Veronelli si sono avverate. Il grande archivio con i suoi scritti è stato finalmente sistemato dopo la morte del cultore di vini, filosofo del piacere e polemista per mezzo secolo. In quelle pagine che arrivano dalla sua casa «alta su Bergamo alta» ci sono insieme il presagio e il percorso per il Rinascimento del vino italiano. Partendo dai vignaioli, dai contadini, dagli uomini e le donne («amiche paritarie» le chiamava decenni prima delle quote rosa) con l’anima avvolta dalla terra. Gian Arturo Rota, che di Veronelli è stato collaboratore per vent’anni, si è fatto largo nel labirinto di appunti e bozze di libri e tracce di articoli. E partendo da lì ha ideato, con la famiglia Veronelli, il primo convegno sul pensiero del gastronomo che forse più di ogni altro ha influenzato la cultura alimentare del Novecento in Italia.



L’incontro «di riflessione sulle sue geniali e profonde intuizioni utili a capire il presente e progettare il futuro» si terrà il 24 maggio all’università di Scienze gastronomiche a Pollenzo. Carlo Petrini, fondatore di Slow food, sarà il padrone di casa. Negli anni Cinquanta (e pure dopo), prima di diventare famoso anche grazie a una indimenticata trasmissione pop-intellettuale di educazione alimentare sulla Rai con Ave Ninchi,  A tavola alle 7,  l’Italia del vino appariva a Veronelli un triste impero per industriali. Vedeva «l’ignobile dottrina dei vini di massa, gli impianti stesi per produzioni mostruose e le vuote sfilate di cisterne inox». Ispirandosi ai francesi, coinvolse i piccoli spronandoli a valorizzare i vitigni autoctoni, a usare i carati (le botticelle che i francesi chiamano barriques), a ridurre le rese in vigna per aumentare la qualità.
«Era l’unico modo, ed ora si è capito che aveva ragione per cancellare — così ripeteva — lo svantaggio sui «nos amis de France, dovuto alla mancanza di legislatori validi e di una scuola enologica capace di avvertire il futuro». Insegnò a non usare tutta l’uva assieme, ma a separare quella dei vigneti migliori, in grado di dare caratteristiche diverse al vino. Sono nati così i primi cru italiani, negli anni Settanta. E le industrie si sono adeguate, creando le piramidi della qualità, il vino venduto a milioni di bottiglie c’è ancora, ma accanto
Ha avuto la capacità, prima ancora intellettuale che organolettica, di parlare ai contadini», ragiona Carlo Petrini, ricordando l’ultima telefonata con Veronelli. «Stavo organizzando il primo Terra Madre, l’evento dedicato ai contadini del mondo. Mi chiamò e disse: tu hai realizzato il mio sogno. Per tutta la vita ha insistito sulla forza del legame di un contadino con la sua terra per ottenere il Rinascimento del vino». ci sono i cru. Epiche le sue battaglie: quella per l’«obbligo delle etichette veritiere, pena confisca». O quella per il «prezzo sorgente», ovvero l’indicazione nell’etichetta del costo base del vino in modo da impedire rincari eccessivi ai ristoratori.

Facendo capire, all’Italia delle damigiane e delle caraffe d’osteria, che il vino di qualità si deve pagare, ma evitando speculazioni. E poi l’invenzione del federalismo della tutela alimentare, con le De.Co., le denominazioni comunali decise paese per paese. E ancora il lungo impegno per l’olio extravergine italiano. Battaglie mai per ragioni di mercato, sempre per scelta intellettuale, «libertaria» diceva, perché «il vino è un valore reale che ti dà l’irreale, adatto agli individui e non alle masse». E lo faceva capire con il suo stile di scrittura (emulato da mille seguaci) dotto, a tratti arcaico, ricco di citazioni di poeti del Duecento, santi, pensieri kantiani o hegeliani. Era capace di sentire in un Brunello «l’abbraccio di una sinfonia di Mahler», ma aveva abolito i voti dalle sue Guide provandone «disgusto».
«Un’idea del vino e del cibo come forma d’arte e creatività — sintetizza Sandro Chia, scultore della Transavanguardia e produttore di Brunello di Montalcino —, la sua era una filosofia dell’essere». «Era il poeta del vino mondiale — dice Josko Gravner, il vignaiolo del Collio friulano che ha sostituito le botti con le sue leggendarie anfore —. Venne a trovarmi nel 1982, ero un contadino sconosciuto, nessuno badava a quelli come me. S’informò sulla mia Ribolla, disse di continuare perché quel vitigno aveva mille anni di storia qui. Ha dato la forza ai piccoli di crescere, seguendo terra e natura e non le mode».
Ora quei vignaioli scovati ed elevati da Veronelli, «duri, lividi, con le toppe al culo, umiliati», vendono in tutto il mondo. Come quelli del Nerello Mascalese della cui scoperta scrisse in una delle ultime apparizioni della rubrica «Agrodolce» sul Corriere. Otto anni dopo quel giorno nero d’autunno, Antonio Galloni, il delfino di Robert Parker di Wine Advocate, dice che quel Nerello è il futuro migliore dell’Italia del vino. L’ultimo omaggio alle profezie di Veronelli.



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Più rossa che croce

La Stampa

YOANI SANCHEZ


Nel corso dell’ultima settimana, i mezzi di comunicazione ufficiali hanno insistito oltre il dovuto per raccontare l’origine e il funzionamento della Croce Rossa cubana. Pochi giorni prima dell’8 maggio, data di fondazione di questo corpo umanitario, sono state pubblicate diverse inchieste per spiegare la sua neutralità e il carattere di soccorso. Durante il notiziario trasmesso nell’ora di maggior ascolto sono state intervistate persone che dedicano la vita a soccorrere le vittime di incidenti o di conflitti. Sono senza dubbio storie di generosità personale e di filantropia che si vedono compensate da una vita salvata o da un peggioramento fisico scongiurato. Ma il motivo di certi omaggi e cronache non è soltanto quello di commemorare e dare il giusto riconoscimento al comitato fondato da Henri Dunant nel 1863. La televisione nazionale cerca anche di ripulire la deplorevole immagine lasciata da uno di quei volontari cubani durante la messa celebrata da Benedetto XVI a Santiago di Cuba.





A questo punto, sono pochi coloro che in questa Isola non hanno visto il video nel quale un uomo - vestito con la divisa della Croce Rossa - colpisce e lancia una barella contro Andrés Carrión, che aveva gridato uno slogan contro il sistema. La scena provoca tanta repulsione, denota tanta viltà, che persino certi sostenitori del governo si dissociano da un simile comportamento. Commuove la sproporzione di forze tra un uomo che non può difendersi e un altro che lo schiaffeggia aggredendolo con un oggetto di pronto soccorso. L’incidente ha prodotto una richiesta di spiegazioni da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e persino un’insolita dichiarazione di scuse (https://twitter.com/#!/cicr_espanol/status/187575337843032066/photo/1) fornita dalla controparte cubana. Ma non è bastato. Non sono stati messi primo piano soltanto l’ira di un paramilitare travestito da personale sanitario o il rancore ideologico che si fomenta giorno dopo giorno senza valutare le conseguenze. Si è messo a nudo che le autorità del nostro paese non si pongono limiti etici quando si tratta di reprimere un’opinione differente. Se per camuffare le loro truppe d’assalto avranno bisogno di vestirle come una compagine sportiva, degli “studenti spontanei” o un gruppo medico, lo faranno. Non si fermano neppure di fronte ai simboli internazionali e utilizzano con scopi politici il prestigio di associazioni straniere senza fini di lucro.

Tutto questo si deve sapere, è ora di finirla con le ingenuità.

Cappuccetto Rosso ha poche opportunità: il lupo dell’intolleranza può travestirsi da nonna, da madre che consegna i dolci e persino da taglialegna che viene a liberarla.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Iran, condannato a 25 frustate per una vignetta

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


Venticinque frustate per una caricatura di un deputato. Sta destando grande scandalo nel mondo la condanna inflitta in Iran la scorsa settimana al vignettista Mahmoud Shokraye. Nel disegno sotto accusa, pubblicato sul giornale locale Nameye Amir,  il parlamentare di Arak Ahmad Lofti Ashtiani viene ritratto in un stadio vestito da calciatore con una lettera di congratulazioni in una mano e il piede sopra un pallone. Sulla sua fronte si vede un livido (che ha nella realtà), tipico dell’islamico devoto, causato dalle frequenti preghiere .
  


Ma il conservatore Ashtiani, che era stato criticato per le sue ingerenze nello sport, si è sentito offeso e ha citato Shokrayi in tribunale. La sentenza di condanna, la prima del genere in Iran, ha causato molte proteste. Sui social network come Facebook e Twitter si sono moltiplicati gli appelli perché il disegnatore facesse altre caricature del deputato.

E’ indignato il famoso vignettista iraniano Nikahang Kowsar, che oggi vive in Canada e nel 2000 ha passato sei giorni nel carcere di Evin a Teheran per aver disegnato un importante  membro del clero nelle sembianze di un coccodrillo: “Questo verdetto – ha detto al Guardian - è una minaccia diretta ad ogni disegnatore satirico che lavora in Iran. Da adesso in poi qualunque pubblico ufficiale potrà fare causa per una caricatura. Nel passato era proibito disegnare il clero ora anche tutti gli altri sono diventati vacche sacre. Ai vignettisti non resta che lasciare il Paese o smettere di lavorare“.
Per la giornalista iraniana Masih Alinejad il verdetto mostra una mancanza di tolleranza delle autorità verso ogni forma di critica: “Quella vignetta era assolutamente normale, il deputato appariva esattamente com’è, anzi forse anche meglio che nella realtà”.
Ieri Amnesty International ha condannato  ”brutale sentenza” nei confronti di Shokraye: ”Venticinque frustate per una vignetta innocua sono un messaggio agghiacciante a tutti gli iraniani che non possono liberamente e pacificamente esprimere le proprie opinioni senza il timore di affrontare dure rappresaglie”, ha affermato Ann Harrison, vice direttore per il programma Medio Oriente e Nord Africa per l’organizzazione.



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