venerdì 11 maggio 2012

Scontri davanti alla sede di Equitalia Vernice rossa e petardi, la polizia carica

Corriere del Mezzogiorno

Il sit-in al corso Meridionale sfocia in violenza: un ferito tra i manifestanti e due tra gli agenti


NAPOLI - La manifestazione davanti agli uffici di Equitalia sfocia in violenza. La polizia ha caricato i manifestanti che hanno presidiato la sede di Corso Meridionale a Napoli.



PETARDI - Contro gli uffici di Equitalia sono state lanciate uova piene di vernice rossa ed esplosi due petardi. Poi, bottiglie e sassi sono partiti contro gli agenti del reparto mobile schierati davanti alla sede della società di riscossione. La polizia ha risposto alla pressione dei manifestanti caricando e lanciando lacrimogeni.


Equitalia, scontri tra manifestanti e polizia

I giovani che hanno inscenato la protesta hanno poi trascinato in strada contenitori della spazzatura, rovesciati sull'asfalto. In seguito è partito un corteo, forse nel tentativo di aggirare lo schieramento delle forze dell'ordine e di riportarsi davanti alla sede di Equitalia. Il traffico in zona resta interrotto.



AGENTI FERITI - Negli scontri, si apprende, sono rimasti feriti anche due agenti di polizia. E altri 8 poliziotti - secondo quanto rende noto la Questura di Napoli - sono in attesa di essere medicati in ospedale. La polizia ha inoltre definito «non regolarmente autorizzata» la manifestazione, che era però stata annunciata da giorni con numerosi volantini (che recitavano «Equitalia, fermiamoli, ora basta!») e sta indagando per identificare i protagonisti degli scontri.

VENERDI' SI REPLICA - La protesta non si ferma: un nuovo sit-in è annunciato per venerdì 18 maggio in piazza Ponte di Tappia, a pochi metri dalla sede di Equitalia Sud in via Bracco.

Redazione online11 maggio 2012

Grillini, la tentazione delle alleanze

Corriere della sera

No del leader agli apparentamenti ma i partiti li corteggiano: «Sono bravi»



Beppe GrilloBeppe Grillo

MILANO - Dopo lo stop alle presenze nei talk-show, Beppe Grillo continua a far sentire la propria voce agli esponenti del Movimento 5 stelle. Con un nuovo diktat. «Il Movimento non ha voti da mercanteggiare con alcuno schieramento politico - ha scritto ieri lo showman ligure sul suo blog -. Nessun apparentamento o alleanza ai ballottaggi. Né di qua, né di là». Un messaggio a chiare lettere per i grillini che affronteranno il secondo turno elettorale a Parma, Budrio, Comacchio, Mira e Garbagnate Milanese.



Dietro le parole del leader, però, la politica locale sta già tessendo le sue trame. «Da parte nostra potrebbe esserci un invito a votare per il Movimento 5 stelle», chiarisce Elvio Ubaldi, che a Parma ha preso oltre 14 mila preferenze (il 16,3%), appoggiato da Udc e liste civiche. Voti che farebbero crollare il gap (quasi il 20%) tra il candidato del centrosinistra Vincenzo Bernazzoli e Federico Pizzarotti. «Non abbiamo ancora deciso - precisa Ubaldi -. Stiamo a vedere cosa propongono i grillini per la città, avendo ben presente che non vogliono fare un accordo». Cambia la città, cambiano i contendenti, ma non cambia la musica. Anche a Comacchio, nel ferrarese, il terzo incomodo, lo sfidante a cui è sfuggito il ballottaggio, strizza l'occhio al Movimento 5 stelle. «Esistono punti di contatto tra noi e loro», dice Antonio Di Munno, candidato «della società civile» per il Pdl e la lista civica Il Faro.


«Sono bravi ragazzi e hanno ottenuto un risultato eccezionale: si presentavano per la prima volta e hanno preso il 22%». Di Munno, invece, si è fermato al 14%: esattamente la percentuale di voti che separa il grillino Marco Fabbri da Alessandro Pierotti. Una decisione in vista del ballottaggio nel Pdl non è stata ancora presa. «Ci riuniremo sabato e sceglieremo insieme», spiega il coordinatore ferrarese Luca Cimarelli. «Un invito a votare il Movimento 5 stelle è difficile, personalmente però preferisco il rinnovamento alla restaurazione. Bisognerà prestare attenzione all'astensionismo che qui è stato il vero trionfatore: ha votato solo il 59%». Qualche chilometro più in là, a Budrio, nel bolognese, la missione per i grillini è quasi impossibile. Il candidato del centrosinistra, Giulio Pierini, ha sfondato il muro del 46,5% al primo turno contro il 20,3% di Antonio Giacon.


A Mira (Venezia), le parole di Grillo e dei rappresentanti locali del movimento hanno suscitato qualche malumore nei possibili «alleati» per il secondo turno. Mattia Donadel e la civica Mira fuori del comune (che hanno preso il 7,4%), che dopo il voto avevano mostrato un atteggiamento di apertura, ora sbarrano la strada ad ogni accordo: c'è «una tendenza generale del Movimento 5 Stelle ad assumere posizioni rigide, politicamente chiuse e escludenti - si legge in una nota -, insomma un atteggiamento in contrasto con i principi della partecipazione che si basano sul confronto, sulla costruzione di percorsi condivisi e sulla inclusione». Paolino D'Anna, assessore provinciale a Venezia e candidato del Pdl (11,8%) annuncia che il partito non si schiererà: «Difficile scegliere tra un sindaco uscente che rappresenta un sistema vecchio e un ragazzo intelligente ma inesperto».


Ieri, intanto, il primo diktat sul divieto a comparire in tv è stato violato. In video ancora Paolo Putti, candidato del Movimento 5 stelle a Genova, che ha detto a «Omnibus»: «Grillo non è un leader ma una persona che ha messo a disposizione risorse e intuizioni e che fa da megafono al Movimento nelle città e in rete». Intanto, lo showman è tornato sul blog ad attaccare i partiti: «I soldi dei rimborsi elettorali i partiti li hanno già spesi, per questo non possono tagliare la prossima rata di 138 ( in realtà i milioni sono 183, ndr) milioni di euro. Le banche li hanno "cartolarizzati"». E in un'intervista a Bloomberg, rilancia la possibilità di tornare alla lira. «L'euro è un cappio al collo che si restringe di giorno in giorno». Per il leader del Movimento, con l'uscita dall'euro l'Italia potrà «svalutare la cara vecchia lira del 40-50%, e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive».


Emanuele Buzzi
11 maggio 2012 | 9:48

Schettino: «Ho sentito un colpo, bum!»

Corriere della sera

Il comandante della Costa Concordia racconta al Comando generale della Capitaneria di Porto di Roma l'incidente. Telefonata inedita trasmessa dal Tgcom 24



«Sì, sì. Eravamo a 0.18, 0.2 dal Giglio. Ci stava acqua. E di colpo ho sentito un colpo: bum!». Così Francesco Schettino, comandante della Costa Concordia racconta al Comando generale della Capitaneria di Porto di Roma che gli chiede conferma della distanza dall'Isola del Giglio gli attimi della collisione con lo scoglio davanti al porto. Una telefonata inedita che trasmetterà il Tgcom24 e che, secondo una nota, precede quella, diventata famosa, con il capitano De Falco della capitaneria di Livorno «Adesso ho fatto scaricare il VDR, ho detto al comandante in seconda di fare il download del VDR e niente, adesso vediamo le cause. Io sono stato sul ponte», aggiunge Schettino. «Eravamo al Giglio, ho sentito un colpo improvviso: bum!».


«Le lance stanno tutte sul lato sinistro. Ho fatto venire i passeggeri dal lato sinistro, sul lato di dritto della nave praticamente» spiega ancora il comandante della Costa che poi, nel corso della telefonata che sarà trasmessa integralmente alle 14,30, racconta quanto avvenuto a bordo. «È successo che di colpo la nave si è inclinata, i vetri si sono rotti perchè ho sentito lo scoppio e praticamente aprendo i cancelletti di imbarco, quelli del ponte 3 che stavano ormai a fior d'acqua, abbiamo mandato a terra le lance facendo servizio tenda e spola, fra la terra e la nave. Un ufficiale mi ha detto: Comandà, ci sono altre 200 persone hanno fatto una corda umana, perchè la nave sbandava sempre li abbiamo fatti venire sul lato dritto della nave«. Attimi concitati, durante i quali Schettino dice di essersi «trovato con la nave praticamente addosso, perchè la nave è alta 50 metri, allora mi sono trovato col ponte lance praticamente immerso di acqua e con i lanci delle gru che si stavano praticamente schiacciando e non riuscivano a uscire».

11 maggio 2012

Due crocchette, qualche fetta di cetriolo» I pranzi di Martha fanno il giro della rete

Corriere della sera

Una bambina scozzese di 9 anni denuncia su un blog la qualità scadente del cibo servito a scuola e diventa una star del web



Il pranzo scolastico fotografato dalla piccola Martha PayneIl pranzo scolastico fotografato dalla piccola Martha Payne

MILANO - Un misero panino al formaggio, due crocchette di patate, qualche fettina di cetriolo e un ghiacciolo. Il tutto su un vassoietto di plastica simile a quelli dei pasti in aereo. La fotografia che vedete qui a sinistra è stata scattata da una bambina di 9 anni scozzese, Martha Payne: stufa dei tristissimi pasti che passa la sua scuola, ha deciso di passare all'azione aprendo un blog (NeverSeconds) e pubblicando ogni giorno una foto del vassoio semivuoto, denunciando così la pessima qualità (e l'insufficiente quantità) del cibo servito in mensa. Non è noto il nome dell'istituto né la città in cui si trova, comunque è sulla costa occidentale della Scozia.

SU TWITTER - Alcuni dei suoi post sono stati rilanciati su Twitter e il blog è diventato in breve seguitissimo (40mila persone l'hanno visto in un solo giorno): Martha è diventata famosa come paladina del diritto dei bambini a mangiare sano e in quantità adeguata per il loro sviluppo, cosa che sarebbe scontata ma che evidentemente non lo è se si guardano le immagini. «La pizza della prima foto (a destra, ndr) era abbastanza buona - è uno dei post di Martha, che ha chiesto e ottenuto dalle maestre il permesso di fotografare i pasti -, ma avrei voluto mangiare più di una crocchetta di patate. Sono una bambina che sta crescendo e devo concentrarmi tutto il pomeriggio: non posso farlo con una crocchetta!». La piccola non si limita a fotografare i pasti, ma li «misura»: dà il voto alla qualità del cibo, conta i bocconi e valuta l'apporto nutrizionale con voti da uno a dieci (spesso bassi). E sembra un'ulteriore beffa quel "fat free" scritto su una confezione di marmellata (il dessert), accanto a una minuscola porzione di verdure e a una Fajita messicana. Infine, per la cronaca: nella scuola che frequenta Martha i pasti costano 2 sterline ciascuno, ovvero circa 2,5 euro.


Redazione Salute Online
11 maggio 2012 | 12:36



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Anche i parchi a tema celebrano la Festa della Mamma!

La Stampa

Da Gardaland al Rainbow MagicLand, passando per Zoomarine e l'Acquario Sea Life di Jesolo: iniziative, promozioni e ingressi omaggio per trascorrere la domenica del 13 maggio all'insegna del divertimento

Daniela Raspa

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Ingresso gratuito o ridotto per i bambini, intero per gli adulti: solitamente è così che funziona, ma in occasione della festa della mamma che si celebrerà domenica 13 maggio, molti dei più divertenti ed interessanti parchi a tema hanno deciso di invertire la regola. Saranno infatti i più piccoli a poter regalare alle proprie mamme una giornata speciale, approfittando delle numerose iniziative messe in campo in diverse città dello Stivale.

"Un regalo grande come il mare", ma completamente gratuito: basterà scaricare dal sito www.sealife-jesolo.it o www.gardalandsealife.it un coupon da presentare alle casse, per donare alle proprie mamme una giornata indimenticabile tra le magiche atmosfere marine e il mondo subacqueo dell'Acquario Sea Life di Jesolo o del Gardaland Sea Life Aquarium. I piccoli pagheranno, come sempre, il biglietto ridotto, mentre per le "festeggiate" l'ingresso sarà omaggio.

Pesci variopinti, splendide stelle e cavallucci marini, simpaticissime otarie, suggestivi pescicane fra cui il particolare squalo chitarra, proveniente dalle acque tropicali costiere della regione Indo-Pacifica, vi aspettano all'acquario gardesano, insieme alla nuova attrazione del 2012, il Drago Foglia: in un fantastico castello medievale popolato da murene, rettili e pesci dalle forme primitive, spicca questa particolarissima specie proveniente dall'Australia Meridionale e imparentata con i cavallucci marini, dalla strabiliante somiglianza con un vero dragone, seppur in miniatura.

A Roma, il RainbowMagicLand ha invece deciso di regalare a tutte le mamme in dolce attesa l'emozione di essere modelle per un giorno: sempre domenica 13 maggio, presso l'area eventi del Parco, un team di parrucchieri e truccatori le aspetta per trasformarle nelle protagoniste di un servizio fotografico da vere star, che si concluderà con la premiazione della mamma dell'anno, ad opera della madrina d'eccezione dell'evento, l'attrice Hoara Borselli, anche lei in attesa di un bimbo.
 

Da Zoomarine, stesso ruolo spetta alla presentatrice Caterina Balivo, anche lei presto mamma: sarà infatti madrina d'eccezione di una sfilata molto particolare… è il concorso "Miss Pancione", che premierà la mamma più bella e divertente. Con l'occasione il parco divertimenti presenterà anche il suo nuovo, interessante progetto "Mamma Friendly", che si propone di mettere in cima alla lista delle priorità della struttura proprio le esigenze delle mamme e dei loro bambini.

E' previsto, ad esempio, l'allestimento di spazi speciali all'interno dei ristoranti con comode poltrone per allattare, la possibilità di usufruire di scalda biberon e forno a micro-onde e di acquistare cibi per neonati. Nei bagni, sarà presente un ampio fasciatoio e nei parcheggi verranno segnalati alcuni posti con strisce rosa, riservati alle mamme in dolce attesa o con bambini fino a un anno.

Il mio vicino ha il Suv»: boom di segnalazioni alla Gdf

Il Giorno

Da inizio anno le chiamate arrivate al comando della Guardia di Finanza sono state 712. In tutto il 2011 furono "appena" 517
di Agnese Pini


Milano, 11 maggio 2012 - I vicini di casa sono diventati meno tolleranti, da qualche tempo a questa parte. E non parliamo delle solite beghe di condominio. Parliamo di chi si è messo in mente di smascherare il furbetto di turno. Quello che al fisco, tanto per intenderci, dichiara redditi da fame e poi magicamente si compra il suv da 50mila euro, che compare in cortile dal mattino alla sera lasciando a sbavare mezzo quartiere. Quello che, dietro al bancone del bar, non si è mai degnato di fare uno scontrino, neppure per cappuccino e brioche.

Così i finanzieri si sono trovati un preziosissimo alleato molto meno latitante, a partire da questo tormentato 2012, rispetto al passato: i cittadini. «Pronto? Volevo segnalare che non mi hanno fatto la ricevuta». Sono 712 le chiamate arrivate al comando provinciale della Guardia di Finanza in via Valtellina solo nei primi 4 mesi del 2012. Vi sembrano poche? Basta confrontare il dato con quello dell’anno precedente: il 2011 ne ha fatte registrare in tutto solo 517.

Non chiamateli delatori. Anche se in Italia, Milano compresa, la cultura della legalità fiscale non è proprio da annoversarsi fra le tradizioni nazional popolari più in voga. Eppure siamo di fronte, pare, a un’inversione di tendenza. Sarà la morsa della crisi, sarà il battage anche mediatico che ha fatto della lotta all’evasione uno dei punti cardine del Governo Monti, sarà che i clamorosi blitz dell’inverno scorso tra Milano, Cortina e Courmayeur qualcosa, nella coscienza civica, devono aver smosso. Polemiche a parte. Resta il fatto che parlano i numeri.

L’effetti Corso Como si è fatto sentire: qui come sui Navigli, il 28 gennaio fiamme gialle e funzionari dell’Agenzia dell’entrate fecero un’azione massiccia ed eclatante contro i furbetti dello scontrino. Alla fine, risultò che circa un terzo dei controllati aveva qualcosa che non andava. E la gente ringrazia: «Dopo il blitz milanese, ma anche dopo Cortina, abbiamo ricevuto decine di chiamate: persone comune, pensionati, impiegati, liberi professionisti che si complimentavano per l’attività di controllo. E ci incitavano ad andare avanti. Queste per noi sono belle soddisfazioni», commenta il Tenente Colonnello Domenico Conte, capo ufficio operazioni del Comando provinciale.

L’Italia che cambia, dunque, anche e soprattutto a Milano, capitale economica del Bel Paese e dove, di conseguenza, è più facile incappare in trasgressioni e irregolarità. Ma i cittadini, ora, cominciano a essere più collaborativi. E il centralino del 117 non ha mai squillato tanto. «La maggior parte delle segnalazioni sono relative alla mancata emissione dello scontrino, ma soprattutto negli ultimi mesi sono aumentate le chiamate di chi suggerisce possibili evasori, totali o parziali», aggiunge il colonnello. I finanzieri raccolgono le informazioni e poi effettuano le opportune verifiche. Che quasi sempre scoprono una effettiva magagna. Non chiamateli delatori, dicevamo. Chiamateli cittadini che fanno il proprio dovere. Gelosie da suv a parte, si intende.

agnese.pini@ilgiorno.net





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L'accusa del pentito Spagnuolo: "Garrone ci pagò per girare Gomorra"

Corriere del Mezzogiorno


Il collaboratore di giustizia afferma che il regista avrebbe versato per il film 20mila euro al vice del boss Setola



Matteo Garrone Matteo Garrone

NAPOLI - Per girare il film che ha portato le immagini della camorra a Cannes sarebbe stato pagato il pizzo. Almeno questo sostiene il pentito Oreste Spagnuolo, che ha raccontato agli inquirenti che il regista Matteo Garrone avrebbe pagato 20mila euro al vice di Setola, Alessandro Cirillo detto «'0 sergente», per poter effettuare le riprese. Spagnuolo, collaboratore di giustizia, è accusato per la strage di Castelvolturno.

SOLDI ANCHE PER «L'IMBALSAMATORE» - Stando a quanto riporta oggi Il Fatto, Garrone avrebbe incontrato il camorrista agli arresti domiciliari. «A Castelvolturno - afferma Spagnuolo - Garrone ha girato "L'Imbalsamatore" nel quale recitò Bernardino Terracciano, uno dei nostri, che intascò ottomila euro. Prima di girare Gomorra Garrone andò a casa di Cirillo per mettersi d'accordo. Garrone gli mandò 20mila euro. Un bel regalo e le riprese girarono lisce come l'olio».

TERRACCIANO IL TRAMITE - Tra Cirillo e Garrone sarebbe stato lo stesso Terracciano a fare da tramite, che però si è difeso spiegando che non ha niente a che fare con Setola, ma l'ha incontrato solo perché «'0 cecato» voleva vedersi con Garrone. Spagnuolo è ritenuto affidabile dagli uomini della Dda di Napoli, ma le indagini, ovviamente, sono ancora in corso. Il Fatto ha cercato anche di interpellare Garrone, che però non ha avuto nulla da dire in merito.



Redazione online 11 maggio 2012


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Traffico, i piedi unica certezza E poi c'è l'Inps a due velocità

Corriere del Mezzogiorno

Pochi collegamenti e cortei costringono a camminare. Una città dove anche la previdenza ha diverse velocità 



Una sede InpsUna sede Inps

NAPOLI - L'altro ieri mattina sono uscito da casa con una missione precisa: ottenere dall'Inps di via Galileo Ferraris (sede principale) un certificato. Di fronte al teatro San Carlo prendo un taxi. Comunico la destinazione. E l'autista mi fa: ma voi la macchina non la tenete? Certo che ce l'ho. L'ho lasciata in garage ai Quartieri spagnoli per non contribuire al traffico di Napoli. Poi penso: evidentemente l'autista del taxi ha usato quell'espressione per lamentarsi della brevità della corsa.

TAXI "QUASI A DESTINAZIONE" - Giunto quasi a destinazione, il taxi s'imbatte nell'immancabile corteo: piazza Garibaldi è tutta bloccata - mi fa l'autista - io vi lascio qui. È meglio per voi. Annuisco e chiedo: quanto pago. Otto euro, poi fate voi. Cos'è una richiesta di mancia dopo essere stato lasciato a trecento metri dalla mia vera destinazione? Non cedo, sorrido, ringrazio e mi avvio a piedi. Ecco l'ingresso principale dell'Inps. Mi ferma una guardia giurata: dove andate? Negli uffici, devo fare un certificato (sono un giornalista ma non mi è ancora chiaro perché pur avendo un istituto di previdenza di categoria e una cassa di assistenza sanitaria sempre di categoria, per alcune pratiche mi devo rivolgere solo all'Inps). Il vigilante si stringe nelle spalle e mi chiede: avete un appuntamento? No. Ma come, l'Inps riceve solo su appuntamento? Eh sì — mi risponde — il mercoledì è così. Senza appuntamento non si entra. E con il dito indice della mano destra conduce i miei occhi verso un cartello dove è scritto il numero di un call center al quale rivolgersi per ottenere l'appuntamento di cui sopra. Telefono immediatamente. Occupato. Riprovo. Occupato. Lascio perdere.

METRO O AUTOBUS? PIEDI - L'obiettivo della mattinata a questo punto cambia. La missione è tornare in redazione. Ci provo con la metropolitana. Scendo la scala mobile della stazione di piazza Garibaldi per raggiungere i binari della linea 2. Chiedo informazioni e mi dicono che per arrivare in piazza Borsa si deve prima andare in piazza Cavour e poi tornare indietro con un'altra linea. Accetto. Il tabacchi vende i biglietti. Mentre lo sto acquistando mi scappa di dire la destinazione finale. E allora l'assistente del tabaccaio mi dà un consiglio. La metropolitana non vi conviene, prendete l'R2 e arrivate a destinazione. Poi ha un sussulto: aspettate, aspettate! Sopra è tutto bloccato... Vedo il tabaccaio che ripone nel blocchetto il biglietto che avrebbe venduto a me. Anche lui si stringe nelle spalle, afferra amichevolmente il mio braccio destro e sussurra: dottò, facitevell' appere. E così faccio. A piedi verso via Marina.

CI RIPROVO - Ieri. La missione all'Inps è sempre la stessa. Scopro però che l'istituto ha una sede anche in via Cervantes. Mi è più comodo provare lì ad avere il certificato. Entro. Fila ordinata, voce registrata che chiama i numeri e indirizza le persone verso gli sportelli liberi. La visione di tanta precisione già mi dispone bene. Ma non è tutto. Al banco delle informazioni c'è Salvatore, mi sembra si chiami così, in divisa. Gli espongo il motivo della mia presenza lì. E lui, senza perdere un solo secondo, mi offre la sua postazione per compilare un modulo. Ma non è tutto. Il modulo poi accettato dall'Istituto prevede l'invio a casa di un codice Pin con cui completare la pratica per via telematica. Bisogna aspettare una settimana. Sto per andare via fiducioso quando Salvatore mi ferma: date a me, il Pin ve lo porto io tra un istante. Sparisce dietro una porta a vetri opachi e ricompare davvero dopo un istante con una busta sigillata: ecco il Pin. Arrivederci. Arrivederci Salvatore, arrivederci Inps a due velocità.


Carmine Festa
11 maggio 2012



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Tassa di 3 centesimi su bevande gasate»

Corriere della sera

L'ipotesi annunciata dal ministro Balduzzi: introito di 250 milioni di euro all'anno e non crea problemi ai consumatori





MILANO - Una tassa di tre centesimi su ogni bottiglietta di aranciata, sprite o altre bevande gasate e zuccherate da 33 cl. È l'«ipotesi» annunciata dal ministro della Salute Renato Balduzzi intervenuto a Radio Anch'io e interpellato a proposito della discussa tassa sul "cibo spazzatura". Un intervento che porterebbe nelle casse dello Stato 250 milioni di euro l'anno, «finalizzati a iniziative di rafforzamento di campagne di prevenzione e di promozione di corretti stili di vita e ad alcuni interventi mirati in campo sanitario». Un prelievo di soli 3 centesimi, ha aggiunto il ministro, non crea problemi ai consumatori né ai produttori e manda un segnale all'opinione pubblica di attenzione per un problema sottovalutato dalle famiglie, visto che metà dei nostri ragazzi consuma troppe bevande gasate e zuccherate.

ACCORDO CON PRODUTTORI - «Si tratta di semplicemente di un'ipotesi allo studio, aperta alla discussione - ha sottolineato Balduzzi, che ha dunque escluso almeno per il momento l'introduzione di una tassa su alcuni alimenti poco sani -. Nelle leggende metropolitane nazionali è uscito anche che avrei intenzione di tassare Nutella e cotechino. Faccio notare che ci potrebbero essere anche dei profili problematici, nell'ipotesi in cui un responsabile pubblico si mettesse in testa di attaccare alcune delle qualità del nostro Paese. Altro discorso, e abbiamo già avviato un tavolo con produttori e ministero Agricoltura, è riuscire a fare un accordo con i produttori per diminuire alcune percentuali nei cibi, per esempio i famosi grassi saturi. Ma questo è tutto un altro discorso, che non può essere fatto con la leva fiscale, bensì con un accordo mirato».


Redazione Salute Online
11 maggio 2012 | 11:03



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Come sono nati gli alpini?

La Stampa



A CURA DI MARIO BOSONETTO
Cuneo

Gli alpini di tutta Italia si ritroveranno a Bolzano da oggi a domenica per la loro 85ª adunata nazionale. Com’è nato questo appuntamento?
La prima Adunata dell’Associazione nazionale Alpini si tenne spontaneamente nel settembre del 1920 sul monte Ortigara, in provincia di Vicenza, teatro di una battaglia combattuta dal 10 al 25 giugno 1917 tra l’esercito italiano e quello austriaco. Gran parte dei soldati italiani caduti in quella circostanza erano alpini e i loro commilitoni, a tre anni di distanza, li vollero ricordare e avviare forme di solidarietà con le loro famiglie. Salvo il periodo bellico, l’Adunata si ripete ogni anno, generalmente in maggio. Le ultime edizioni hanno portato nelle città che l’hanno ospitata centinaia di migliaia di persone, tra ex alpini e «amici dell’Ana».

Chi sono gli alpini e quando nacquero?
Gli alpini sono un Corpo dell’Esercito italiano specializzato, per addestramento, armamento, veicoli, ad operare in zone di montagna. Nacquero però in una città di mare, a Napoli, il 15 ottobre 1872, quando il re Vittorio Emanuele II firmò il decreto di costituzione. A «inventare» gli alpini fu un ufficiale, Giuseppe Domenico Perrucchetti, appassionato di montagna. Il Corpo doveva essere costituito in prevalenza da soldati nati nelle vallate alpine, ottimi conoscitori del terreno, del clima e delle sue difficoltà, per rispondere alla necessità di difendere i nuovi confini terrestri, acquisiti dopo la guerra del 1866 contro l’Austria.

La loro divisa ha un cappello molto particolare. Perchè?
Il copricapo adottato alle origini del Corpo era la «bombetta alla calabrese» con una penna nera e il fregio con l’aquila ad ali spiegate. A inizio ‘900 il cappello fu modificato, senza cambiare più sostanzialmente fino ai giorni nostri. A metà dell’Ottocento questo copricapo era piuttosto diffuso fra i Corpi degli eserciti europei. A differenza di altri che sono passati al «basco», gli alpini hanno mantenuto il loro cappello originale. Grigioverde, è fatto al 10% di peli di lepre e al 90% di coniglio, assemblati con 150 grammi di amalgama e colla.

Che differenza c’è tra la penna nera e quella bianca?
Quella bianca indica il grado superiore dell’ufficiale che la porta, da maggiore in su. C’è anche una forma «fuori ordinanza»: nera e più lunga rispetto alle dimensioni standard (una quindicina di centimetri) previste dalla divisa. E’ quella che veniva indossata - fino a quando era in vigore la leva obbligatoria - dagli alpini congedanti, nelle ultime ore del loro servizio militare e in libera uscita, per «festeggiare» il prossimo ritorno alla vita civile. L’avranno sul cappello anche molti di coloro che sfileranno in questi giorni a Bolzano, non dovendo più rispettare in modo stretto le regole di chi è in servizio.

E vero che gli alpini avevano in dotazione i muli?
Il mulo deriva da un incrocio tra asino e cavalla ed è un animale robusto, tradizionalmente impiegato per il trasporto di materiale su sentieri scoscesi. Gli alpini fin dalle origini li utilizzarono anche per il trasporto in quota di cannoni e mortai. Ad ogni mulo era assegnato un conducente, un alpino «specializzato» nella conduzione del mulo. Sostituiti progressivamente da mezzi a motore adatti all’ambiente di montagna (jeep, camion, blindati cingolati), dagli Anni 70 il loro impiego è andato ad esaurirsi. Gli ultimi 24 in dotazione sono stati venduti nel 1993 a Belluno. L’abitudine dei muli a scalciare con le zampe posteriori, se infastiditi, ha fatto nascere il motto del conducente: «Davanti ai muli e dietro agli ufficiali».

Gli alpini arruolano anche le donne?

Sono in forza al Corpo dal 2000 e attualmente sono complessivamente 778. Per ora il grado massimo raggiunto è quello di capitano.

Qual è l’attuale impiego delle truppe alpine?
Oltre che nei compiti comuni ai vari Corpi dell’Esercito italiano sul territorio nazionale, gli alpini sono stati impiegati in numerose missioni all’estero. In particolare, dal 2003 ininterrottamente, reparti alpini si sono avvicendati a far parte del contingente internazionale Nato in Afghanistan. In questi nove anni hanno subito 18 perdite. Sul labaro dell’Associazione nazionale alpini nella sfilata di domenica a Bolzano sarà appuntata anche la 208ª medaglia d’oro al valore militare individuale per un alpino, quella assegnata al sottotenente Mauro Gigli, caduto nel luglio 2010 ad Herat.

Gli alpini devono saper arrampicare e sciare?
Sono addestrati in entrambe le discipline. Ma è in al Centro Sportivo Esercito di Courmayeur, coordinato dalla Scuola militare di Aosta, che si formano gli atleti che poi gareggiano anche a livello internazionale. Fra loro c’è, ad esempio, l’oro olimpico nello slalom speciale Giuliano Razzoli.



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L’ammortizzatore spaziale che produce energia

Corriere della sera

Tecnologie di frontiere nate per il cosmo ma che possono trovare applicazioni anche sulla Terra




Il rover StempsIl rover Stemps

TORINO - Gambe spaziali, rover che corrono su un terreno marziano, serre per coltivazioni vegetali da installare sulle future astronavi: sono solo alcune delle realizzazioni frutto di un piano triennale di ricerche tecnologiche alla frontiera del possibile, unico nel suo genere e battezzato Steps (Sistemi e tecnologie per l’esplorazione spaziale). Sono nate per il cosmo, ma guardano alle applicazioni terrestri.

AMMORTIZZATORE - Ad esempio c’è un ammortizzatore da installare su una rover per viaggiare sulla Luna o sul Pianeta rosso il quale ricava energia dai sobbalzi piccoli o grandi che il suolo impone. E che cosa impedisce di applicarlo alle nostre automobili? C’è un sistema di controllo ambientale concepito per gestire in maniera precisa e totale l’interno di una nave spaziale su cui abitano gli astronauti. Vengono così depurate le acque, rimossi i contaminanti gassosi esistenti anche in minime tracce nell’aria sfruttando tecniche di assorbimento e fotocatalisi, si facilita la crescita di piante e la gestione del cibo e infine si stabilizza lo stoccaggio dei rifiuti non riciclabili. Come è facile capire si tratta di tecnologie che hanno un immediato interesse nella nostra terrestre vita quotidiana al fine di migliorarla. Ma ci sono risultati del piano Steps altrettanto sofisticati anche se per il momento rivolti agli impieghi soltanto cosmici, come illustrano Piero Messidoro, direttore Engineering Space Infrastructures & Trasportation di Thales Alenia Space, e Maria Antonietta Perino, a capo dei programmi di esplorazione.

RISULTATI - Tra i risultati è impressionante vedere come due veicoli robotizzati scorrono su un tappeto grigio, si cercano e si accoppiano saldamente. Nello spazio, gli agganci automatici sono un requisito fondamentale per estendere le possibili attività ma è essenziale che questi veicoli effettuino ogni manovra da soli. Ma ciò richiede software intelligenti di altissimo livello. E software del genere troveranno sicure applicazioni anche sulla Terra.

ALTEC - Intanto sulla superficie marziana riprodotta in Altec (Advanced Logistics Technological and Engeneering Center), dove sono condotte queste ricerche, corre un veicolo studiato per sopravvivere nel difficile ambiente ospitando anche l’uomo. È un veicolo che consente di sperimentare innumerevoli tecnologie, dalle ruote ai sistemi di visione esterna, dai sofisticati sensori per rilevare le condizioni del territorio agli apparati di navigazione e guida, agli impianti interni per far sopravvivere l’uomo a bordo.

PIANO - Al piano triennale ora concluso hanno lavorato 400 specialisti appartenenti a Thales, a 24 piccole e medie industrie piemontesi, alle università di Torino e del Piemonte Orientale, al Politecnico torinese. Il tutto sostenuto da un finanziamento della Regione di 10 milioni di euro e da altri 7 aggiunti da Thales. «In questo modo», sottolinea Luigi Pasquali, presidente di Thales Alenia Space, «vogliamo produrre nuove tecnologie attivando un tessuto di piccole e medie industrie in grado di agire alla frontiera tecnologica maturando conoscenze applicabili in vari campi. Nello stesso tempo i risultati sono a disposizione dei programmi delle agenzie spaziali Asi italiana ed Esa europea. Per questo continueremo con uno Steps-2». «L’esperienza torinese è estremamente preziosa», aggiunge Enrico Saggese, presidente dell’Asi, «perché non è facile arrivare nel nostro Paese a risultati importanti mettendo assieme l’università e l’industria. Ma è la dimostrazione che si può fare e bene. Infatti stiamo lavorando per sostenere analoghe iniziative in altre regioni come Lombardia, Toscana e Campania, interessate percorrere la stessa strada. Ciò che otteniamo faciliterà anche lo sviluppo delle nostre partecipazioni ai programmi di esplorazione spaziale internazionali».


Giovanni Caprara
10 maggio 2012
(modifica il 11 maggio 2012)



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I wish I was an African: vi confesso il mio primo amore per un ragazzo e per la sua pelle scura

Corriere della sera

di Nura Tafeche

Ho sempre creduto che mi piacesse scrivere, perché é l’unica attività in cui riesco a non parlare di me stessa. Per un egopatico scorpione, ascendente scorpione, è quasi un sacrificio. Purtroppo infrangerò la regola che con severità mi ero imposta. Che peccato. Credo però questa volta ne valga la pena, perché lo faccio per scrivere una piccola storia d’amore. Ho vissuto una storia d’amore, (si, nonostante l età pivellina) penso di poterla chiamare così: stavo con un ragazzo di cui mi ha colpito e continua a colpirmi la bellezza, bellezza che spesso è servita per farsi perdonare da cattivi gesti, non era solo l’amore verso di lui a farmi raccontare ora una breve storia, c’era anche una particolare fascinazione per il colore della sua pelle che continua a farmi riflettere.

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Per molto tempo mi sono concentrata a pensare che volessi avere a tutti i costi la pelle nera, di essere di origini africane, caraibiche e di portare mentre camminavo una pelle di un colore cosi bello che non servissero gioielli per adornarla . Non ho mai avuto le sembianze tipiche dell’”araba” , sono una italo-araba fiera, ma l’orgoglio non basta per distinguere i miei tratti somatici da una italiana di origine italiana, quando invece vorrei esprimere attraverso quel colore una parte della mia personalità che ha bisogno di emergere senza parlare, senza aggiunte.

Io la vedo bella, e spesso la bellezza è inspiegabile.
È ancora un taboo, quello della pelle : da una parte la “benpensanza” ignora il colore della pelle perché siamo ormai superiori a queste formalità distintive, dall’altra parte in alcuni casi, è ancora di moda pensare che “Black is Beautiful”.
Scorazzare per la città sottobraccio al mio innamorato mi faceva sentire bella, perché avevo a fianco una persona che trovavo profondamente attraente, nel portamento, nello sguardo, la sua presenza parlava da sé.
Mi compiacevo nel vedere le facce fantasticanti dei passanti che ci guardavano come turisti, perché non potevamo essere altro che una coppia di turisti in Italia, le coppie giovani e miste ancora sorprendono a Milano. Tutti dicevano che una Palestinese ed un Eritreo insieme, fanno fuoco e fiamme. Questo non posso nasconderlo, mi ha dato notevoli spunti d’immaginazione sulle prospettive dei miei futuri figli.
Dei bei figlioletti “cioccolatino”, mi dicevano.
Sarà puerile e forse un po’ deviante, non tendo certo all’eugenetica, però credo che sia un mio piccolo cruccio quello di non capire come mai questa attrazione per il semplice colore della pelle. Ai tempi era proprio il modo di scherzare sulla mia “bianchitudine” che mi ha fatto innamorare e prendere con leggerezza una questione che non riesce a darmi spiegazione del perché tutta questa rilevanza per un colore. Forse do un significato alla pelle che in realtà è puramente simbolico, e cerca di trovare una forma di comunicazione che non sia un artificio, ma una naturale espressione di me.
Uno “shadeism” al contrario.
Hanno fatto un documentario su questa particolare idiosincrasia tra neri africani, indiani, srilankesi, afroamericani e caraibici, e si chiama proprio “Shadeism”, dall’inglese shade che significa tinta, sfumatura e ism- ismo che consegue un attaccamento morboso alla tonalità della carnagione (il video in alto).
A seconda della gradazione del nero, Liquirizia, Caffelatte, Cachi, Ebano, Cacao, si fa una distinzione dispregiativa del colore , tra persone nere con la pelle più chiara o più scura all’interno della stessa comunità.
Ci sono persone che si abbronzano con una lampadina, altre che usano il trucco, e mi ricorda una persona che una volta mi fatto notare che il make-up sia una invenzione dei “bianchi” e che le donne nere, truccandosi rappresentino un controsenso culturale. A volte sento sulla mia pelle il profumo del berberé, una spezia tipicamente East Afro, e la sola fragranza mi immerge in una schiuma di ricordi. E che mi basta per immaginare il colore della mia pelle leggermente più bronzata.

Appeso a un filo: ecco il monitor Philips senza alimentatore

La Stampa


Energia e dati viaggiano attraverso il cavo Usb
Normalmente un monitor richiede almeno due cavi: uno per l'alimentazione, l'altro per il segnale video e audio. Ci sono di quelli che funzionano anche da hub, e per questo vanno collegati anche alla porta Usb. Poi c'è il Thunderbolt, che trasferisce  energia e dati con un solo cavo, però al momento è utilizzato quasi esclusivamente da Apple e ha prezzi piuttosto elevati.

Ma oggi Philips lancia un monitor funzionante con un solo cavo, che fornisce sia l'alimentazione sia il segnale video digitale, e in più ha un prezzo interessante (poco meno di 200 euro iva inclusa).  Grazie all’alimentazione USB, il nuovo 221S3UCB è utile per il lavoro, perchè si connette subito al computer ed evita di ingombrare la scrivania con trasformatori e cavi, ma è ottimo anche per lo svago, con i suoi 21.5 pollici in full HD.

Il monitor utilizza speciali pannelli a retroilluminazione LED a bassa potenza, sufficiente per alimentare un notebook. Infatti, il display consuma solo 8 watt - che è circa la metà di un monitor standard equivalente. E, come tutti i monitor Philips con retroilluminazione LED, l'ultimo modello della famiglia S-line è privo di mercurio, il che rende l'intero ciclo di vita “eco-friendly”, dall’assemblaggio allo smaltimento.

Il nuovo 221S3UCB utilizza la Compact Base Ergo, che non solo consente di inclinare e ruotare il monitor, ma anche di regolarlo in altezza, così che gli utenti possano posizionarlo per avere una visualizzazione perfetta.


Specifiche – Philips LCD Monitor 221S3UCB, retroilluminazione LED con alimentazione USB

Dimensione pannello 21.5” (54.6 cm)
Tecnologia di retroilluminazione W-LED
Risoluzione ottimale 1920 x 1080 @ 60 Hz
Power input USB 2.0
Angolo di visualizzazione 160º (H) / 150º (V), @ C/R > 10
Luminosità 150 cd/m²
Contrast ratio 1,000:1
Pixel pitch 0.248 x 0.248 mm
Colori del display 16.7 M
Connettività Video Signal Input: USB 2.0
Tilt function -5/+20 degree
Certificazioni Environmental and energy: RoHS
Recyclable packaging material: 100%



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Esattore peggio del boss. Per gli studenti Equitalia fa più paura della camorra

Corriere del Mezzogiorno


Il 57% teme più la società della malavita. Per il 16% la criminalità potrebbe risolvere la crisi economica, il 24% si rivolgerebbe ai clan per chiedere un favore



NAPOLI - Cosa succede quando un uomo con la pistola incontra uno con una cartella esattoriale? Quello con la pistola ha la peggio o almeno è questo che emerge dai dati del nuovo questionario anticamorra, diffuso in 14 scuole medie di Napoli e provincia e a cui hanno risposto oltre 2000 ragazzi tra i 12 ed i 14 anni.



CHI TI FA PAURA?- Grande stupore nel vedere le risposte alla domanda «Ti senti più minacciato dalla camorra o da Equitalia? E perché?». Il 57% ha risposto Equitalia, forse la spiegazione sta nell’ idea che anche i bambini si stanno facendo all’ interno delle proprie famiglie dello Stato e delle sue ramificazioni come le agenzie di riscossione. Lo Stato viene subito come qualcosa di ingiusto, che ti priva di qualcosa di tuo all'improvviso. «Il 18% degli studenti - spiega Simone Scarpati, neo presidente dell' associazione studenti napoletani contro la camorra - ha dichiarato di essere stato aggredito o derubato. Poco meno della metà degli studenti ha cercato di reagire alla violenza e ha denunciato tutto alle forze dell’ordine. Forze dell' ordine che nell' 80% dei casi denunciati purtroppo non sono riuscite a garantire giustizia alle piccole vittime. Questo spiega la bassa fiducia che i giovanissimi napoletani hanno nei confronti delle istiuzioni e delle forze dell' ordine come emerge dalle risposte».


MEGLIO DELL'AUSTERITY - Il 16% ha risposto che la camorra potrebbe garantire ricchezza e potere e potrebbe risolvere la crisi economica, dare lavoro e creare sviluppo. «Praticamente - racconta il responsabile di Oblò Massimo Pelliccia - tutti gli alunni delle scuole medie intervistati hanno dichiarato di conoscere la camorra. Conoscono più la camorra di ogni altro fenomeno sociale campano o nazionale. Non partecipano alle iniziative anticamorra anche se conoscono i nomi di molte vittime primo fra tutti quello del giornalista Giancarlo Siani. Il 15% del campione ha dichiarato che la camorra è identificabile addirittura come fenomeno positivo. L’ 8% degli studenti associa la figura dell’uomo d’onore e dell’eroe a quella del malavitoso». Il 24% dei giovani coinvolti ha riferito che si rivolgerebbe a un malavitoso, qualora ne conoscesse uno, per ottenere un favore e il 55% non esiterebbe a farsi raccomandare .Il 10% degli studenti intervistati ha dichiarato di aver apprezzato la canzone «'O Capoclan» che inneggia allo stile di vita camorrista.Infondo al tunnel, però, si vede sempre la luce e almeno il 44% degli studenti ha dichiarato che la camorra può essere sconfitta, o almeno lo spera.


Redazione online 10 maggio 2012


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Provenzano tenta il suicidio in cella Dubbi sulla dinamica: «Sta simulando»

Corriere della sera

Fonti Dap: «Tenta di sembrare pazzo». Il boss avrebbe infilato la testa in una busta di plastica. Subito soccorso


Riina e ProvenzanoRiina e Provenzano

MILANO - Il superboss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano ha tentato il suicidio nel carcere di Parma Il fatto - avvenuto nella tarda serata di mercoledì nell'area riservata della struttura che lo ospita - sarebbe però, secondo fonti del Dap (Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria del ministero di Giustizia) citate dall'agenzia Ansa, una messinscena. Il boss, sottoposto recentemente a perizie che hanno stabilito che è in grado di intendere e di volere, già da giorni avrebbe cercato di dimostrare la sua pazzia. Provenzano si trova rinchiuso nel carcere di Parma dopo l'arresto avvenuto nel 2006, a termine di un lungo periodo di latitanza durato oltre 43 anni. «Binnu u tratturi», come veniva chiamato il capomafia corleonese, ha 79 anni e da tempo deve fare i conti con diverse patologie.

SALVATO DA POLIZIOTTO - Il boss, stando alle notizie filtrate dal carcere parmense, sarebbe stato salvato grazie al pronto intervento del personale di polizia giudiziaria. Il tentativo di suicidio risale alla tarda serata di mercoledì ma la notizia è filtrata dopo oltre 24 ore. Il boss è rinchiuso in una sezione per i detenuti in regime di 41 bis, nell'area riservata del carcere. In uno dei controlli un poliziotto penitenziario del Gom (Gruppo Operativo Mobile), si è accorto che c'era qualcosa di strano ed è prontamente intervenuto, evitando il suicidio. Del fatto sono state informate l'autorità giudiziaria e il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria.



BINNU U TRATTURI - Assieme a Totò Riina per anni Provenzano è stato uno dei capi indiscussi di Cosa Nostra siciliana. Dopo l'arresto di Riina fu lui a imporre una nuova strategia di «inabissamento» della mafia dopo la stagione del stragi del '92. Controverso il suo ruolo anche nella cattura di Riina tanto che alcuni pentiti hanno ipotizzato che possa essere stato proprio «Binnu u tratturi» a «vendere» Riina alle forze dell'ordine.

MOLTO MALATO - Provenzano è detenuto da un anno a Parma dopo che la Corte d'appello di Palermo ne ha disposto il trasferimento da Novara, accogliendo la richiesta di trasferimento per motivi di salute. Il carcere di Parma è infatti dotato di un centro clinico e nelle sue vicinanze c'è un reparto ospedaliero per detenuti. Numerosi, nei mesi scorsi, gli appelli dei legali del boss: «È molto malato, rischia la morte ogni giorno. Basta col 41 bis. Venga detenuto ma in condizioni civili», era stato l'appello, lo scorso settembre, dell'avvocato Rosalba Di Gregorio. Oltre alla recidiva di un cancro alla prostata, una ischemia gli ha distrutto parzialmente il cervello. I tremori e i movimenti rallentati, dicono inoltre, sono quelli tipici di una sindrome parkinsoniana.



I SOSPETTI DELL'AVVOCATO - «Io mi chiedo chi lascia un sacchetto di plastica nella cella di un detenuto al 41 bis?» attacca il legale di Provenzano l'avvocato Rosalba Di Gregorio, in una dichiarazione a Corriere.it, resa prima che venisse messo in dubbio il tentato suicidio. E ancora: «due periti nominati recentemente dalla Corte d'assise di Palermo hanno detto che Bernardo Provenzano non era depresso e stava bene: a questo punto o hanno visitato un altro o si doveva prestare più attenzione alla perizia».

IL FIGLIO - A sollecitare l'attenzione sulle condizioni di salute di Bernardo Provenzano era stato il figlio primogenito del boss, Angelo, di 36 anni, in un'intervista alla trasmissione televisiva «Servizio Pubblico» che aveva sollevato clamore e polemiche. «Noi chiediamo - aveva affermato - che mio padre venga curato. Prima di tutto è un detenuto. È vero che sta pagando meritatamente o immeritatamente, ma rimane sempre un cittadino italiano: sarà stato capo di Cosa Nostra ma stiamo parlando di un essere umano». Provenzano Jr aveva aggiunto: «Io mi rendo conto che molta gente potrebbe alzarsi e dire "per quello che ha fatto merita questo e altro. A tutti dico però se mio padre è quello che è, e ci sono delle verità processuali che lo affermano, ora è arrestato: c'è un posto vacante. Chi si sente di far parte di uno Stato che non applica i diritti può prendere posto su quella poltrona».

GLI UOMINI DEL GOM - Il tentativo di suicidio «è stato sventato solo grazie alla solerzia degli uomini del Gom la sola, ormai, rimasta a fronteggiare la disfatta del sistema carcerario italiano» afferma il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, Leo Beneduci. «Provenzano, per i misfatti compiuti - dice - deve scontare il carcere fino alla fine dei suoi giorni, perchè, se così non fosse, sarebbe l'irrimediabile sconfitta dello Stato. Al di là delle parole e delle buone intenzioni del governo e, in particolare, del ministro della Giustizia - conclude il segretario dell'Osapp - è davvero arrivato il momento di interventi incisivi per ridare dignità a tutto il sistema carcerario, a cominciare dalla polizia penitenziaria».

Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it10 maggio 2012 (modifica il 11 maggio 2012)

Addio al leggendario fotografo Horst Faas, raccontò l'orrore della guerra in Vietnam

Corriere della sera

Vincitore due volte del premio Pulitzer, aveva 79 anni



Horst Faas in VietnamHorst Faas in Vietnam

Il leggendario fotografo di guerra tedesco Horst Faas, per oltre 50 anni al servizio dell'agenzia Associated Press e vincitore del premio Pulitzer in due occasioni, è morto ieri all'età di 79 anni. Faas era conosciuto soprattutto per la sua copertura della guerra del Vietnam, negli anni tra il 1962 e il 1974. Faas ha scattato infatti alcune delle fotografie più celebri di quel conflitto, come quella che ritrae una bambina che fugge nuda mentre alle sue spalle è in corso un bombardamento con il napalm. Molto nota anche l'immagine dell'esecuzione di un giovane vietnamita in mezzo a una strada, con un colpo di pistola alla tempia. Il suo primo Pulitzer risale al 1965, proprio per la sua copertura della guerra in Vietnam. Il secondo gli fu assegnato nel 1972 per le sue foto su torture ed esecuzioni in Bangladesh, assieme a un altro fotografo, Michel Laurent.



11 maggio 2012 | 8:21





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Buon compleanno Sms: 20 anni fa il primo messaggio

Il Mattino


di Vincenzo Sassu


ROMA - «Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo …». Potrebbe esordire così il sessantenne ingegnere elettronico finlandese Matti Makkonen raccontando quel giorno del 1984 quando, in una pizzeria di Copenhagen, insieme ad altri suoi colleghi, inventò una delle tecnologie più immediate, di semplice utilizzo e diffusione planetaria mai pensate: l’Sms, acronimo inglese di Short message service.

Il servizio che quest’anno celebra il suo ventesimo compleanno
: correva infatti l’anno 1992 quando Neil Papworth, durante un party natalizio, scrisse il primo Sms della storia augurando “Buon Natale” al direttore della Vodafone, la società per cui lavorava. Ma ritorniamo un attimo al 1984, perché, prosegue Makkonen, «l’idea ci venne in mente durante uno di quei convegni sul futuro delle comunicazioni tramite telefoni cellulari», quando si discuteva della possibilità di sviluppare e implementare un sistema comune di telefonia mobile in tutta Europa.

Il progetto fu approvato poi nel 1987 da tredici paesi europei, antesignano di quello che oggi è conosciuto come Gsm, il Global system for mobile communication, sistema che includeva già all’epoca la tecnologia dell’Sms. Il servizio che ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare a livello globale, se pensiamo che oltre 6 mila miliardi di messaggi sono stati inviati nel 2010, 192 mila al secondo, il triplo rispetto a quelli mandati nel 2007.

Almeno all’inizio, però, l’affermazione dell’Sms nell’ambito delle comunicazioni fu piuttosto difficoltosa: i telefoni cellulari in quel periodo erano a disposizione solo su contratto, che i minori di 18 anni non potevano firmare. E gli adulti all’epoca non avevano capito le potenzialità di una comunicazione semplice, immediata, concentrata in 160 caratteri tassativi. L’anno di svolta fu il 1996 quando, con l’introduzione delle sim card pay-as-you-go, ovvero che paghi quanto consumi, che usiamo ora, anche agli adolescenti poterono acquistare un cellulare. Finito nello loro mani, lo strumento che nelle loro mani assunse un valore del tutto inedito, per l’utilizzo innovativo che iniziarono a farne, impensabile fino a qualche anno prima.

In tal senso, senza nulla togliere a Matt Makkonen che ne progettò il sistema, forse sono proprio gli adolescenti che hanno “inventato” l’SMS, ripensandone l’uso e rendendolo praticabile negli anni non solo nei paesi avanzati ma anche in quelli in via di sviluppo, dove i brevi messaggi di testo rappresentano una tecnologia importante per il commercio, la partecipazione politica, la comunicazione sociale e governativa. Alcuni esempi al riguardo li riporta il magazine The Atlantic che cita il caso della Malesia, dove gli avvisi di inondazione vengono mandati via sms in modo automatico, non appena l’acqua raggiunge un livello critico. La rivista americana parla anche dell’India, in cui è possibile controllare via SMS lo stato dei documenti richiesti e dell’Afghanistan, dove la NATO ha introdotto un sistema di mobile banking per il pagamento degli stipendi delle forze armate locali, evitando che i passaggi intermedi di denaro alimentino la corruzione.

Chissà se il fisico americano Nikola Telsa avrebbe mai immaginato degli usi così diversi quando, nel lontano 1909, si racconta, previde l’avvento dell’SMS, immaginando il giorno in cui sarebbe stato possibile trasmettere "messaggi senza fili" in tutto il mondo attraverso un dispositivo portatile (hand-held device) che tutti avrebbero usato per comunicare con gli amici.

Giovedì 10 Maggio 2012 - 11:22   
Ultimo aggiornamento: 20:54


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Malato di tumore, non ha soldi: segue metà terapia e guarisce

di -

Amedeo Gelsomino, 33 anni, commuove il popolo di facebook raccontando la storia del suo papà ammalatosi nel 2007. "Aveva due tumori ai reni e molte metastasi, non ha fatto intervento ma si è curato con il metodo Di Bella. Da un anno e mezzo però non abbiamo più i soldi per sostenere la terapia tutti i giorni. Eppure papà sta bene..."



Un doppio tumore ai reni, 9 centimetri al sinistro, 3 al destro. Più metastasi al fegato, ai polmoni, alle ossa, alla milza e sotto la corteccia cranica. La storia di Pietro Gelsomino, 55 anni, napoletano ha commosso il popolo di Facebook.

Perché la racconta il figlio Amedeo che, cinque anni fa, al momento della tragica diagnosi, aveva 28 anni. Perché al Cardarelli di Napoli non sapevano come rivoltarlo quest’uomo ancora giovane, eppure sfiancato dal male. Perché è stato Amedeo a trovare su internet che l’adenocarcinoma renale metastatico si ferma con la cura Di Bella. Ma questa storia ha commosso anche perché la famiglia Gelsomino si è trovata senza più i soldi per sostenere la terapia e da un anno e mezzo “papà fa la cura saltuariamente, un giorno sì e uno no. Eppure il tumore si è fermato”. Eppure.

“Tutto comincia nel 2003 quando papà ha due coliche renali ravvicinate e violente. In ospedale l’ecografia conferma la presenza di un calcolo, ma i medici tranquillizzano: ‘Lo frantumeremo quando darà ulteriori problemi’. Nessun disturbo fino al 2007: terza colica, stessa trafila. Questa volta però l’esito catastrofico della tac ci spalanca l’anticamera dei condannati a morte: ricovero urgente, accertamenti immediati. Il medico di famiglia che scuote la testa, noi due figli che ci agitiamo come zombi prestati a un altro pianeta. Papà entra in ospedale alla fine di febbraio e ci resta per tre settimane”.

Lo operano?
“No. Dapprima i medici individuano le metastasi, poi si consultano: chemio prima o dopo? Intervento sì, no, forse. Prevale la soluzione del primario: togliamo il rene sinistro e iniziamo la chemio ma bisogna fare in fretta”.

Domando: se non facciamo nulla che succede?
“Aspettativa di vita? Due o tre mesi e poi dovete imbottirlo di morfina”. Passo le notti su internet, mi addormento con il computer acceso, la testa sul braccio e il caffè che cola giù dalla scrivania. Trovo di tutto: il frate che cura i tumori con un impasto di miele e aloe, quello che mette il bicarbonato, il medico di Prato che applica un metodo canadese. Chiamo quest’ultimo ma i farmaci costano 4mila euro al mese e riattacco sconsolato”.

E poi?
“Telefono a tutti i medici che mi consigliano i conoscenti, da una città all’altra, le giornate mi passano addosso come strumenti di tortura, inizio a focalizzare il pensiero più terribile: come morirà papà? Io ci sarò in quel momento? Trovo su internet notizia di un medico americano che ha curato la moglie da un adenocarcinoma renale con il metodo Di Bella. Mi torna in mente il vecchietto che andava a Porta a Porta, quello che muoveva le folle. Cerco sul sito, leggo gli studi, contatto Giuseppe Di Bella. Ho il coraggio di rifiutare la proposta del primario del Cardarelli, l’intervento e la chemio. Nel settembre 2007 papà inizia la cura Di Bella, lo segue una dottoressa di Napoli. I risultati sono sorprendenti”.

Ossia?
“Ogni tre-quattro mesi si rimpiccioliscono le metastasi e le masse ai reni, progressivamente”.

Quanto vi è costata la terapia?
“Circa 700 euro al mese. La nonna ci dava 300 euro della sua pensione, tutti i parenti si tassavano dandoci 50 euro al mese, noi figli aggiungevamo il resto. Devo ringraziare la dottoressa Carmen Valese che più di una volta ci ha regalato lei la somatostatina…”

Ma è vero che il papà ha interrotto la cura un anno e mezzo fa?
“Morta la nonna non avevamo più il sostegno della sua pensione, papà ha iniziato a dilazionare i farmaci per farli durare più a lungo, in pratica segue la terapia per metà mese”.

Ma come vanno gli esami?
“C’è ancora una piccola massa sul rene sinistro, il tumore di 3 centimetri è sparito, le metastasi pure, certo se potesse continuare tutti i giorni…”.

Lei ora è così felice che appiccica post-it in giro.
“Sì. Ho stampato dei bigliettini azzurri e verdi con scritto che ‘dal cancro si può guarire’ e l’indirizzo di Di Bella, li lascio al supermercato, al centro commerciale, nei posti più frequentati. È come se mio papà fosse resuscitato. Su Facebook ho scritto: se fossi un politico importante cambierei le leggi, se fossi un medico curerei i malati ma sono solo un soldato semplice e racconto la storia del mio papà”.



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