lunedì 7 maggio 2012

Clan dei Casalesi in Toscana, 5 arresti

Corriere della sera

Due campani e tre toscani accusati di usura, estorsione ed esercizio abusivo di attività finanziaria, ricorrendo alle intimidazioni tipiche del metodo mafioso



Alle prime ore della mattina, i finanzieri del Gico di Firenze hanno dato il via all'operazione «Diamante», che ha portato all'esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di cinque uomini (due campani e tre toscani) accusati di usura, estorsione ed esercizio abusivo di attività finanziaria, ricorrendo alle intimidazioni tipiche del metodo mafioso. Contemporaneamente alle misure cautelari personali, il Gico ha proceduto al sequestro di beni per un valore pari a circa 200.000 euro.

IL CLAN DEI CASALESI - L'organizzazione criminale, che era ben inserita all'interno del clan dei Casalesi, aveva un ruolo di primo piano nelle zone della provincia di Caserta, soprattutto nella gestione di sale da gioco e scommesse. Le somme di denaro così acquisite venivano, in parte, reimpiegate in Toscana, concedendo, grazie al sostegno ed alla mediazione di alcuni fiorentini, prestiti usurai a imprenditori in difficoltà (9 le vittime accertate). Le vittime che non riuscivano a far fronte alle pressanti richieste degli esosi tassi di interesse subivano violenze ed intimidazioni (anche ricorrendo all'uso delle armi).

07 maggio 2012

Yemen, leader Al Qaeda ucciso nel sud

Corriere della sera


Raid di droni americani, colpito a morte Fahd Al Quso. Era sulla lista degli uomini più ricercati dall'Fbi




Fahd Al Quso Fahd Al Quso

WASHINGTON – Fahd Al Quso era sulla lista dei grandi ricercati. L’Fbi lo cercava per il suo coinvolgimento nell’attentato alla nave Cole (17 le vittime, nel 2000) e il fallito attacco su un volo Northwest con il kamikaze con le mutande bomba (2009). Un esponente di primo piano di Al Qaeda nella Penisola Arabica. Domenica pomeriggio Al Quso, 37 anni, sarebbe stato ucciso da un raid di droni americani nello Yemen. Con lui c’erano due complici, deceduti nell’esplosione del veicolo centrato da un razzo a Wadi Rafadh (sud Yemen). La notizia dell’eliminazione del terrorista – sul quale gli americani avevano messo una taglia da 5 milioni di dollari – è stata diffusa da fonti yemenite e da un comunicato della stessa Al Qaeda. Serviranno comunque altre conferme, poiché Al Quso era stato dato per morto in almeno altre due occasioni.
 
Piuttosto intricata la storia del qaedista. Accusato di aver pianificato alcuni attentati, è arrestato una prima volta dopo il 2001 ma, due anni dopo, riesce a fuggire. Nel 2004 gli yemeniti lo catturano di nuovo e lo rimettono in libertà nel 2007. Una volta fuori Al Quso rientra nei ranghi qaedisti, Dal 2009 gli americani hanno condotto almeno 30 raid – con droni, aerei e forse missili da crociera – contro figure jihadiste nello Yemen. Gli Usa hanno intensificato le incursioni per mettere sotto pressione Al Qaeda (come è avvenuto nell’area tribale pachistana) e tentare di fermare l’avanzata del movimento estremista nello Yemen. Sotto i razzi sono caduti molti elementi di peso dell’organizzazione. Ispiratori, come l’imam Anwar Al Alaki, reclutatore di militanti occidentali grazie alla propaganda via web. Oppure quadri militari: il 23 aprile è stato ucciso un’ex guardia del corpo di Osama, Mohamed Al Umda. L’intelligence statunitense è impegnata anche nella caccia a Hasan Ibrahim Al Asiri, l’artificiere temuto per le sue capacità di costruire micro-ordigni.

Di recente la Cia avrebbe chiesto l’autorizzazione ad estendere i raid. Nel mirino entrano, oltre ai terroristi di cui si conosce l’identità, anche quelli che destano sospetti per i loro comportamenti. La presenza in un luogo dove si presume si stia preparando un attacco o probabile covo li trasformano in bersagli. Secondo informazioni apparse sulla stampa la Casa Bianca non avrebbe ancora preso decisione in merito. Ma è probabile che arriverà il sì. Il presidente Obama ha fatto della “guerra segreta” il cardine della sua strategia anti-terrore.



Guido Olimpio
7 maggio 2012 | 11:37



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Vita da Beagle: occhi «truccati» e orecchie svolazzanti

Corriere della sera

Livia Casonato che, lontana dalla ribalta e dal clamore, ha già restituito ad una vita normale centinaia di cuccioli


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MILANO - Hanno un musetto buffo, gli occhi "truccati", le orecchie lunghe che svolazzano. Ma sono, tra tutti i cani, quelli forse più sfortunati, da quando i vivisettori di tutto il mondo li hanno scelti come modello di sperimentazione. Martedi pomeriggio la manifestazione contro Greenhill, maxi incubatore di beagle, si trasferisce in centro a Milano. In attesa di decisioni sul futuro dell’allevamento di Montichiari, vi raccontiamo la storia di Livia Casonato che, lontana dalla ribalta e dal clamore, ha già restituito ad una vita normale centinaia di beagle. Questi non sono cuccioli di un allevamento, bensì animali già utilizzati nei laboratori e sottoposti a test. Animali terrorizzati, traumatizzati, senza speranza, come Louise, Rooney e Pluto, con ferite difficili da guarire, che Livia adotta e riabilita con un percorso spesso molto lungo e impegnativo, in attesa di trovare loro una famiglia (www.beaglerescue.jimdo). Domani troverete la loro storia e un commento del garante degli animali Valerio Pocar sulle pagine del Corriere.


Paola D’Amico
7 maggio 2012 | 10:40

Ed ecco Mina la chic: vota Grillo dalla Svizzera

di -

L’artista scrive al comico anticasta demolendo la "politica che si rifà la verginità". Lei che paga le tasse a Lugano

Proprio fine non è, ma per questo è di impatto, la lettera che Mina ha postato sul blog di Beppe Grillo, a metà fra l’atto di fede e l’endorsement per il Movimento a 5 Stelle.



Lei del resto, la Tigre di Cremona che vive a Lugano da quando la metà della popolazione italiana non era neppure nata, dal suo appartamento su due piani e da svariati milioni, ha certo un buon punto di osservazione sull’Italietta «del bunga e dell’antibunga».

Così ecco l’impietosa fotografia dei politici che, «in congedo temporaneo» grazie ai tecnici, altro che rifarsi il look, riempiono le cliniche per rifarsi la verginità. «Si chiama imenoplastica» spiega Mina, serve a «rendersi belli e appetibili come tanti anni fa, come tante repubbliche fa, come tante degradazioni fa». Ecco, lorsignori facessero come Mina, che è uscita dalle scene nel 1978 e non si fa fotografare se non con le pinne, il fucile e gli occhiali, nascosta tra il foulard, gli occhialoni e la sciarpa. «Una divinità che si nega alla vista e delizia l’udito» la definì Marcello Veneziani su questo giornale due anni fa, nel marzo dei di lei 70 anni. Ora, Mina delizia anche l’elettorato che odia i partiti, e come se bastasse chiamarsi Mazzini Anna per sfoggiare patriottismo, ed essersi soprannominata Mina per dire qualcosa di esplosivo, dipinge quest’Italia di politici in cerca di «un ballo di debuttanti di secondo pelo», di giornalisti nostalgici del «burlesque», e su tutti a svettare lui, Beppe il Salvatore, «incontrollabile, sottovalutato, diverso, minaccioso» e «spauracchio» per tutti questi «genitali riparati».

Commenta sul blog una certa Donatella che la lunga dissertazione «non pare scritta da Mina, è nello stile dei post di Beppe». E così vengono in mente tutte le rubriche che dalla Stampa a Vanity ti veniva voglia di urlarle, con acuto da soprano degno di lei, ma parla come canti, tanto per non chiederle perché non si limitasse a cantare. Ma qui, sul blog dell’anti sistema, Mina più che Beppe pare Celentano, mancano le pause ma il tono è lo stesso. Predicatrice e Cassandra, a ben guardare, ché se provi a ricantarla pensando a Berlusconi o a Bersani resti stupito: «Odio tutto di te, oramai è così, e te lo griderò e tu saprai perché non c’è niente fin qui che salverei di te». Tutto torna e chi meglio di Grillo per gridarglielo quell’odio, ché ci avevamo creduto, «tu sei grande grande grande, come te sei grande solamente tu», e invece erano solo parole, e adesso «nessuno al mondo mai ti odierà più di me».

Sul blog c’è pure Claudia che in beata solitudine le domanda perché mai s’impiccia dei casi nostri, se poi su un bus italiano non ci mette il sacro piede da trent’anni e se le tasse le paga in Svizzera. Lei che ha la doppia cittadinanza ma vive in Svizzera. Lei che, stanca delle pressioni dei discografici, nel 1967 s’è creata la sua, di casa discografica, e l’ha chiamata Platten Durcharbeitung Ultraphone, perché l’ha fatta sulla riva del Ticino, mica su quella del Po. E lei che, quando Valentino Rossi finì sulle prime pagine dei giornali per quella piccola frode al fisco da 120 milioni di euro, scrisse e riscrisse che no, dannati giornalisti che lo «infamate», «non ci credo, non è possibile», «finirà in una bolla di sapone», e «comunque sempre forza Vale» anche se poi lui chiese scusa in tv, e patteggiando 35 milioni.

Appunti ineleganti, peggio, qualunquisti, ché questa è arte, signore e signori del pubblico votante. Come l’altra «lettera d’amore» che Mina scrisse a Beppe, era il 2005: «Resisti! In alto! Alzala la tua fiaccola, il tuo faro. La tua torcia deve avere ragione della nebbia che attraversa. E se avanzando la sua luce sbruciacchierà delle barbe o dei capelli o dei toupé, saprai che la tua strada è quella giusta», diceva, terminando con un appello: «Continua a contagiarci tutti. Sei l’untore più efficace, l’unico», firmandosi: «La tua adorante suddita Mina». Lui rispose: «Mia cara suddita e padrona. Infetterò. Ungerò. Propagherò conoscenza vera e contagiosa. Lo prometto a te, in ginocchio, vera e grande e amata signora». Tu, amor mio, chi ti ha amato in questo mondo, solo io...



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Spiccioli al nichel che possono causare allergie

Corriere della sera

Qualche problema in chi è predisposto nelle monete da 1 e 2 euro e con quelle Usa e con un nuovo conio inglese



Nichel nelle monete: il nuovo allarme proviene dal Regno Unito, dove la zecca ha introdotto una moneta rivestita con questo metallo, noto come responsabile di reazioni cutanee (dermatite da contatto) per chi è predisposto. Finché lo si incontra nella bigiotteria o in certi alimenti, la situazione è aggirabile, ma quando finisce in oggetti che è inevitabile toccare, il problema c'è. La dermatologa inglese autrice della lettera sul British Medical Journal, riferisce di aver interpellato la Royal Mint (la zecca di Sua Maestà): «Abbiamo chiesto se avessero valutato la quantità di nichel rilasciato dalla superficie della moneta e stimato le ricadute sulla popolazione allergica a quel metallo. Hanno ammesso di non aver considerato la questione».

Ma se la denuncia degli studiosi britannici è "nuova di zecca", in area Euro è ben conosciuta visto che alcune monete, come quelle da 1 e 2 euro, che pongono lo stesso problema, circolano dal 2002 e sono maneggiate da circa 320 milioni di persone di cui, secondo diverse stime, dal 2 al 10% è allergico al nichel. Era stata proprio una ricercatrice italiana, Stefania Seidenari, dell'Università di Modena e Reggio Emilia a sollevare nel 2004 il problema: «La direttiva europea disciplina le tolleranze di rilascio di nichel per sostanze e materiali a contatto diretto e prolungato con la cute. Le monete superano le soglie di legge quanto a entità del rilascio, ma le caratteristiche del contatto non rientrano in quelle contemplate dalla normativa».

Per capirci di più il gruppo modenese ha condotto uno studio che ha permesso di appurare che sarebbe la composizione bimetallica negli Euro il problema: nel punto di giunzione tra le due leghe avverrebbero infatti reazioni chimiche in grado di potenziare il rilascio del nichel. «La presenza di diverse soglie di sensibilità è un'informazione utile dal punto di vista clinico e va quindi valutata nel singolo paziente — commenta la ricercatrice —. Se non verranno prese decisioni differenti a livello comunitario, si può almeno rassicurare le persone allergiche oppure raccomandare loro particolari precauzioni. Per le allergie di lieve entità, infatti, non c'è da allarmarsi più di tanto. Il problema si pone in caso di reattività importante controllabile solo limitando il contatto, che si associ a esposizione professionale. Da sottolineare che le cose si complicano manipolando le monete in condizioni di alta temperatura e umidità, perché la sudorazione favorisce l'irritazione della pelle e facilita la dermatite».


Maria Rosa Valetto
7 maggio 2012 | 9:31



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Genova, gambizzato dirigente Ansaldo

Corriere della sera

Attentato a Marassi, in via Montello. Roberto Adinolfi, 59 anni, avvicinato da due motociclisti e colpito a un ginocchio



Roberto AdinolfiRoberto Adinolfi

MILANO - Gambizzato a Genova l'amministratore di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, 59 anni. L'attentato è avvenuto in via Montello, nel quartiere di Marassi, dove abita il manager della società del gruppo Ansaldo Energia, di proprietà di Finmeccanica. A sparargli sarebbe stato un uomo che lo aspettava sotto casa, in via Montello 14, mentre un secondo era nei pressi, in motocicletta. Entrambi avevano il volto coperto da un casco. Uscito di casa per recarsi al lavoro, alle 8,40, in compagnia del figlio di 20 anni, Adinolfi è stato avvicinato dal motociclista che avrebbe sparato tre colpi di pistola semiautomatica, uno dei quali lo ha colpito alla tibia destra.

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OPERATO - Il proiettile gli ha procurato ferite significative ma che non lo mettono in pericolo di vita, dicono i sanitari del San Martino, l'ospedale dove si trova ricoverato. Operato al reparto di Traumatologia dal professor Santolini, gli è stata ridotta la frattura alla tibia. Le sue condizioni non sono gravi. Secondo i medici, il manager non dovrebbe avere problemi di recupero.


L'AGGRESSIONE - La sparatoria è avvenuta nel capoluogo ligure non lontano dalla ferrovia Genova-Casella. Sul luogo della sparatoria, i carabinieri cercano gli altri due proiettili con l'ausilio del metaldetector. Non ci sono ancora state rivendicazioni. «Dobbiamo ancora orientarci», ha detto il procuratore capo di Genova, Michele Di Lecce. I carabinieri stanno sequestrando le immagini dei sistemi di sorveglianza operativa della città e raccogliendo le testimonianze sul posto. L'agguato non è stato per ora rivendicato e le indagini, coordinate dal pm Silvio Franz, sono a 360 gradi.




LE INDAGINI - La pista privilegiata dagli investigatori è quella eversiva. Anche se, precisano gli investigatori antiterrorismo è «soltanto un'ipotesi ricavata dalle modalità dell'attentato»: i killer erano due, il mezzo utilizzato è uno scooter. Due elementi che richiamano il modo di agire di vecchie organizzazioni terroristiche. «Ma è presto per dire con certezza se c'è un ritorno agli «anni di piombo». Se di terrorismo si tratta, arriverà una rivendicazione ufficiale», e ovviamente «deve essere anche attendibile». Tra le ipotesi - che comunque al momento non escludono i motivi personali - gli inquirenti stanno vagliando la pista anarchica.

Nei mesi scorsi sul web era circolato l'appello di alcuni gruppi anarchici «ad alzare il tiro», «a pensare di passare a una fase che possa prevedere l'azione armata». Gli inquirenti rilevano inoltre la coincidenza con la giornata elettorale e lo svolgimento odierno del consiglio di amministrazione di Ansaldo Sts. Ad avvalorare l'ipotesi, il ruolo di Adinolfi in una società attiva nell'ambito nucleare. Mentre le modalità della gambizzazione e il tipo di pistola, una semiautomatica, riportano agli attentati degli anni Settanta. Di particolare interesse, dicono gli investigatori, sarà stabilire il calibro dei proiettili utilizzati per stabilire analogie specifiche con altri attentati di matrice sovversiva compiuti negli anni.

IL MANAGER - Adinolfi è sposato e ha tre figli. Si è laureato nel 1976 in Ingegneria nucleare al Politecnico di Milano. Entrato in Ansaldo nel 1975, ha percorso tutta la carriera all'interno di Ansaldo Nucleare - 250 dipendenti - società di cui è amministratore delegato dall'aprile 2007.

LE REAZIONI - «Sono cose che non si commentano», ha detto il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, a Torino per un convegno, in merito al ferimento di Adinolfi.  «Se la matrice dell'attentato fosse legata a contrasti di origine politico o sociale, si tratterebbe di un fatto estremamente grave, inaudito da moltissimi anni, sintomo di un clima estremamente complesso e di una situazione di difficoltà del mondo industriale». Così il direttore generale di Finmeccanica, Alessandro Pansa, aprendo l'assemblea di Ansaldo Sts, ha commentato l'attentato. L'episodio non avrà alcun impatto sulla linea del gruppo Finmeccanica, ha aggiunto Pansa: «Non ci sarà alcun tipo di condizionamento da parte di comportamenti intimidatori».

Il ferimento di Adinolfi «è un segnale preoccupante di un salto di qualità delle tensioni e della violenza», ha detto Pier Luigi Bersani, che esprime solidarietà all'ad di Ansaldo nucleare. «Si faccia subito luce su questo avvenimento e si tenga alta la guardia della democrazia», ha aggiunto. In un tweet messo in rete poco dopo l'agguato, il presidente di Sinistra Ecologia Libertà Nichi Vendola esprime «orrore e preoccupazione: «Avevo appena finito di votare a Terlizzi, che mi informano del ferimento del manager Ansaldo a Genova: orrore e preoccupazione. Non tornino i tempi bui», scrive.


Redazione online7 maggio 2012 | 11:52

Giochi proibiti dell’Ulivo Ciampi truccò i conti per entrare nell’euro

di -

Lo rivela il Der Spiegel: negli anni ’90 il ministro del Tesoro garantì il "cammino virtuoso" del Paese. E la Germania coprì Romano & Co.

L’Italia truccò i conti per entrare nell’euro. Tra il 1996 e il 1998 Romano Prodi e il suo ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, definito «un creativo giocoliere finanziario», misero in campo «misure di risparmio cosmetiche», che «si basavano su trucchi contabili» o addirittura «furono subito ritirate non appena venne meno la pressione politica».




L’allora cancelliere Helmut Kohl, informato dall’ambasciata tedesca a Roma, era pienamente al corrente della drammatica situazione dei conti pubblici italiani ma l’opportunità politica prevalse sul rigore finanziario. È una specie di «wikileaks», un «wiki-Ciampi», che riscrive un capitolo decisivo della nostra storia recente. Il settimanale Der Spiegel lo squaderna nell’ultimo numero dopo aver consultato una mole di documentazione del governo Kohl tra il 1994 e il 1998, gli anni decisivi per la creazione della moneta comune. Resoconti diplomatici, note interne, appunti di colloqui. «L’Italia non avrebbe mai dovuto essere accolta nell’euro - sintetizza il periodico di Amburgo – anzi si creò il precedente per una decisione ancora più sbagliata presa due anni dopo: l’ingresso nell’euro della Grecia». Con altri conti truccati.

La documentazione ha trovato riscontro nella testimonianza di alcuni protagonisti. «Fino al 1997 avanzato, al ministero delle Finanze non credevamo che l’Italia avrebbe rispettato i criteri di convergenza», ha dichiarato Klaus Regling, all’epoca capo dipartimento del dicastero e oggi responsabile del Fondo salva-stati. «Importanti misure strutturali di risparmio sono venute quasi del tutto meno per garantire il consenso sociale», registrava il 3 febbraio 1997 il ministero. Secondo una nota del 22 aprile successivo, «non ci sono quasi chance che l’Italia rispetti i criteri».

Lo scetticismo tedesco è palese, tutto nero su bianco. Ma nemmeno la coppia Prodi/Ciampi credeva di farcela: risulta infatti che nel 1997 il nostro governo chiese due volte di rinviare la partenza dell’euro, ma a Berlino si opposero. Avevano fiducia nel ministro del Tesoro, il tecnico che aveva lasciato il governatorato della Banca d’Italia per diventare presidente del Consiglio nel 1993: la storia si ripete oggi, con un altro tecnico al governo a fare gli interessi della Germania. «Per tutti Ciampi era come un garante, lui ce l’avrebbe fatta!», ha spiegato allo Spiegel Joachim Bitterlich, allora consulente di Kohl per la politica estera. E in definitiva che cosa successe? «Alla fine – ricostruisce il settimanale - con una combinazione di trucchi e circostanze fortunate gli italiani riuscirono sul piano formale a rispettare i criteri di Maastricht. Il Paese trasse vantaggio da tassi di interesse storicamente bassi, inoltre Ciampi si dimostrò un creativo giocoliere finanziario».

La tassa per l’Europa, la vendita delle riserve auree, le tasse sugli utili: questa la finanza inventiva del futuro capo dello stato che in seguito sarebbe stata bocciata dagli esperti statistici dell’Ue. Contro il parere di tutti i consiglieri, Kohl coprì i trucchi del centrosinistra. «La parola d’ordine politica era: non senza gli italiani», rivela oggi Bitterlich. Parigi aveva fatto sapere che senza l’Italia nemmeno la Francia sarebbe entrata nell’euro. Conclude lo Spiegel: «Kohl si fidò delle melodiose dichiarazioni di Ciampi, che assicurava un “cammino virtuoso” per la finanza pubblica italiana. Prevedeva al più tardi per il 2010 la riduzione al 60 per cento del debito pubblico. È andata diversamente».



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Il mistero dei cerchi nel campo di grano «Macchine? Non ci sono segni di uscita»

Corriere della sera

La segnalazione di alcuni residenti. «Sono segni di energia»



MILANO - I cerchi nel grano ritornano nella periferia di Milano. Domenica mattina sono inspiegabilmente comparsi dei buchi in un campo di frumento a Cassano D'Adda, un paese a cavallo tra le province di Milano e Bergamo. Già nel maggio 2010 e nel giugno 2011 si erano verificati episodi simili nei Comuni di Masate e Basiano, che distano pochi chilometri da Cassano. Si trattava di 13 disegni circolari in successione, nitidi, del diametro di circa 5 metri. Questa volta, invece, alcune sagome sembrano delle “virgole”, altre hanno una forma allungata con delle rientranze. Problematico pensare a un intervento umano con macchine da lavoro, perché sembra non esistere né un punto di ingresso né una via d’uscita. I confini sembrano nitidi, intonsi.

L'ENERGIA - Tra le prime a segnalare il fatto c'è la signora Carla, insegnate di Qi Gong: «Ritengo che la forma “a virgola” di alcuni cerchi sia riconducibile a una lettera dell’alfabeto ebraico, lo Yod. È un segno molto potente che rappresenta il gancio che Dio ci lancia per tirarci su verso di lui», spiega. Secondo la dottrina del Qi Gong, che è la base delle arti marziali, questi cerchi nel grano sarebbero dotati di un’energia potentissima. Perciò Carla e i suoi compagni non hanno perso tempo e hanno fatto una seduta spirituale proprio nel frumento. «Sfruttiamo l’energia pura rilasciata dalla traccia – chiarisce Marco Gigante dopo la meditazione –. È difficile spiegare a parole cosa si prova, perché è un’esperienza più spirituale che materiale». Prima di iniziare la seduta, Marco aveva un dolore causato da una tendinite, e dopo la meditazione si è subito sentito più carico. Sarà un caso? «Attribuisco alla meditazione questo effetto positivo, ma – continua – potrebbe anche essere un placebo. Non nego la praticità delle cose, ma credo perché sento dentro di me una potenza fisica».


Alice Di Pietro

6 maggio 2012 | 20:58



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Ufo di Montevergine, l'avvistamento dell'oggetto multicolore resta un mistero

Il Mattino

AVELLINO - il 12 aprile lo show dello strano oggetto multicolore nel cielo di Montevergine fece scalpore. E resta senza spiegazione la presenza dell'oggetto volante che, davanti a testimoni, ad un certo punto si immobilizzò completamente. Le iMmagini diffuse, riprese con un cellulare non sono chiarissime ma restano da decifrare.

Se ne occupa oggi anche i «Fatti vostri», la trasmissione di Giancarlo Magalli su «RaiDue. Ne parlerà oggi alle 11 Angelo Carannante, presidente del Centro Ufologico Mediterraneo. All’avvistamento, avvenuto alLe 22, 30 del 12 aprile, erano presenti diverse persone. La velocità, per quanto limitata, era sicuramente anomala. La sequenza di immagini riprese quella sera non sembrano coerenti con oggetti conosciuti. Tutte le riprese sono più che amatoriali.



Maxi lenzuolo in Tribunale per Falcone e Borsellino

Il Giorno

L'iniziativa per celebrare il "9 maggio giorno della memoria" e ricordare le vittime degli attentati del '92




Milano, 6 maggio 2012



E' stato srotolato oggi pomeriggio, sulla facciata del tribunale di Milano, un maxi lenzuolo commemorativo di 200 metri quadri con l'immagine dei giudici Falcone e Borsellino uccisi dalla mafia vent'anni fa. Ai piedi del pannello la scritta ''9 maggio giorno della memoria'' e il simbolo della Repubblica italiana, mentre in alto a sinistra compaiono, sotto la scritta ''per non dimenticare'', i nomi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e dei componenti delle due scorte uccisi nei due attentati del 1992.

All'iniziativa, promossa dal presidente del Tribunale Livia Pomodoro e dal presidente della Corte d'Appello Giovanni Canzio, hanno aderito tutti i rappresentati del Consiglio giudiziario e dell'Associazione nazionale magistrati. Alla cerimonia di oggi erano presenti, tra gli altri, Livia Pomodoro, Giovanni Canzio, il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati e il presidente della Provincia di Milano Guido Podesta'.




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C'è anche il singhiozzo incessante fra le malattie «da Papa»

Corriere della sera

I pontefici hanno sofferto delle più svariate patologie, fra cui si segnalano in particolare malaria, gotta e calcolosi



In un saggio di Agostino Paravicini Bagliani, intitolato Il corpo del Papa (Einaudi 1994), si esamina la dimensione umana della vita dei successori di Pietro, soffermandosi sul periodo medievale. Leggendolo si comprende che il pontefice, oltre a essere dotato di grande potere spirituale e temporale, era sottomesso a un complesso dispositivo retorico e rituale, a purificazioni simboliche. Appartiene, per esempio, a questa prospettiva la candida veste che ancora oggi indossa. E le malattie? La gente comune le ha sovente intese come una violazione della sua sacralità. Il corpo del Papa è per il fedele qualcosa di speciale. Partendo da questa opinione, riferiremo alcuni momenti di una storia clinica che ha suscitato ansie, mobilitato medici, favorito preghiere. Nulla di esaustivo, sia chiaro; sono soltanto alcuni frammenti dai quali abbiamo escluso gli ultimi Papi. Se Pio XII soffriva di un’ernia gastrica diaframmatica che gli causava un singhiozzo incessante, il grande nemico dei liberali, Pio IX, alla fine del suo pontificato era afflitto da una epilessia altalenante. Qualche maligno aggiunse che se la trascinava dalla gioventù.

Ma il suo corpo non suscitò più l’antico rispetto, tanto che durante le esequie ci furono scontri: gli anticlericali con grida irriverenti, che non è il caso di riportare, attaccarono il corteo funebre con sassi e bastoni, intenzionati a gettare la salma del Papa nel Tevere. Il più sofferente dell’epoca moderna, prima di Giovanni Paolo II, fu Innocenzo XIII, nel secondo decennio del Settecento. Oltre le notizie dei clinici, ci sono giunte quelle dei canonisti che citano questo caso per discutere la questione della rinuncia al pontificato di un pontefice infermo. Sappiamo che soffrì per due anni di calcolosi cronica, con dolori fortissimi. E non soltanto. Una testimonianza dello storico portoghese De Novaes, traccia il profilo del suo operato e dei problemi di salute: «Egli non ebbe il tempo di segnalarsi con azioni strepitose, perché le malattie da cui fu tormentato non gli permisero di fare tutto ciò che il suo zelo gli ispirava». Ed ancora: «Essendo il suo corpo estremamente grasso e non volendosi egli confidare, dopo la morte di un suo cameriere, a un altro, per aiutarlo a raccogliere le viscere, che spesso gli cadevano da una rottura, che egli procurò sempre di occultare, la grassezza gli causò un’idropsia, e la rottura un’infiammazione interna, per cui gli venne un’ardente febbre».

Alessandro VI, il celebre Borgia, si ritenne colpito da infezione sifilitica basandosi sulle affezioni veneree dei suoi congiunti. Di essa soffrivano i figli: Lucrezia, tra i numerosi altri, ebbe rapporti con il fratello Cesare (il Valentino di Machiavelli) e — come ricorda il Guicciardini nella sua Storia d’Italia — anche con «il padre medesimo». I cronisti, inoltre, segnalano che Pelagio II (morto nel 590) morì a causa di «lues inguinaria», ma si trattava di peste bubbonica e le descrizioni degli storici confermano. Di certo ne soffrì Clemente VII, ma beccò l’infezione quando era ancora cardinale. Marin Sanudo, vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo, utilizza le relazioni degli ambasciatori veneti per scrivere le sue vite dei romani pontefici. A Giulio II regala l’aggettivo «terribile» e nel novembre del 1503 il pettegolo della Serenissima nota che sua santità è costretto a sospendere le udienze per le crisi recidive e acute di gotta, giacché nel settembre era «risentito di gote e franzoso per alcuni dì». Non risparmia nemmeno i dettagli: marzo 1505, i salassi; febbraio 1506, ecco il «mal di emaroide»; qualche mese dopo curiosa negli scritti di Giovanni da Vigo per scoprire un intervento chirurgico utile a «curare un certo nodo carnoso ulcerato come una gran castagna». Infine: era sofferente anche di artrosi e cercò sollievo con intrugli a base di latte e vermi.

Di gotta furono tormentati, tra gli altri, Sisto IV, Clemente VIII, Innocenzo XI. E anche Pio III, il primo Papa di cui si ricordi un intervento chirurgico: venne operato il 27 settembre 1503 alla gamba destra per eliminare, appunto, il gonfiore procurato dalla gotta. E un’altra malattia che mietè vittime, sino a colpire interi conclavi, fu la malaria. Ne soffrirono, per esempio, in epoca medievale Gregorio VII e Callisto II, Innocenzo III e Gregorio IX. Il cardinal Fieschi, futuro Innocenzo IV, la contrae proprio nel conclave del 1241. Alessandro VII, invece, è segnalato — dai dispacci di Onorato Gino alla Corte Sabauda — sofferente di «dolori renali» e «febre gagliarda», tanto da emettere «lamentevoli gride». Tormenti che si alternavano a stillicidi sanguigni e purulenti, così frequenti da portarlo «fuori di sentimento». Lo inducono persino a «metter la testa nella muraglia».

Sebastiano Ferrari invia a Mantova la notizia che il 5 marzo 1667 Sua Santità «fu assalita da dolori grandissimi, con emissione di sangue dalla verga, et altre parti». Patì la pleurite invece Gelasio II (la descrive Pandolfo Pisano), mentre Berbardo di Guido parla dell’apoplessia di Niccolò III. Ludovico Antonio Muratori raccoglie cronache che testimoniano la «intensa emozione» di Bonifacio VIII, il pontefice che stava sullo stomaco a Dante; sappiamo inoltre che Paolo IV, colpito da forti attacchi di catarro, usava mangiare parmigiano in quantità pantagrueliche. Se la cavò meglio di Clemente VIII, che soffriva di apoplessia e si fasciava il capo con viscere di agnello castrato, dopo aver obbedito a un medicastro che lo convinse del carattere magico di un simile puzzolente rimedio.


Armando Torno
7 maggio 2012 | 9:36




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