domenica 6 maggio 2012

50 mila euro per la Mini più antica

Corriere della sera

E' stata battuta all'asta per 50 mila euro la più vecchia Mini non restaurata esistente al mondo. L'esemplare delle foto, infatti, risale al maggio 1959 quando nello stabilimento di Longbridge iniziò la pre-produzione. Dopo essere rimasta per anni in un deposito della campagna inglese, la vettura - a parte la ruggine e gli acciacchi dell'età- presenta ancora tutti i pezzi originali.

(Bonhams)


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I carabinieri che l’arrestavano ora lo cercano per farsi curare

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Il "dono" dell’ex drogato, delinquente e puttaniere che era arrivato a spendere 3 milioni di lire a settimana in eroina e cocaina: "Vedo quello che hai dentro"

Gli stessi che lo inseguivano per arrestarlo, ora lo cercano per farsi guarire da lui. Al momento di lasciare la sua casa di San Pietro di Morubio, nella Bassa veronese - una villetta anonima e dimessa, mai intonacata, che non ha nulla in comune con le pretenziose dimore dei padroncini veneti - incrocio in giardino il maresciallo P.N., fino a un anno e mezzo fa in servizio alla Compagnia dei carabinieri di Legnago, oggi in pensione, che me ne parla con accenti di devozione.



Eppure fino al luglio 1999, quando è uscito di prigione per l’ultima volta, Corrado Parmagnani, nato il 22 gennaio 1961 nella corte colonica qui di fronte, è stato tutt’altro che uno stinco di santo: «Tossicomane, delinquente, puttaniere. Nella vita ho fatto di tutto, non sono rimasto con le mani in mano. Però mai una rapina, perché non sopporto la violenza sui più deboli».

Che cos’è adesso, lo ha fatto stampare in una specie di diploma incorniciato alla parete di una stanza al pianterreno che rappresenta una via di mezzo fra una cappella e un ambulatorio, data la presenza del lettino imbottito con lenzuolo monouso di carta: «Non sono medico né ho alcuna specializzazione medica, non sono psicologo né psichiatra, non sono fisiatra né fisioterapista né pranoterapeuta, non so fare nulla, sono semplicemente figlio di Dio». E si vede: a destra il Sacro Cuore di Gesù, a sinistra il busto di padre Pio su una mensola, in un angolo San Michele Arcangelo e San Rocco che mostra la piaga sulla gamba, al centro la statua di San Francesco d’Assisi, vicino a quella della Vergine circondata da mazzi di fiori freschi: «L’ultima Madonnina che era rimasta, l’ho comprata subito anche se aveva il naso brutto e mi sembrava pitturata male».

Era il 2003 ed era la prima volta di Parmagnani a Medjugorje, dove da allora è tornato periodicamente con torpedoni carichi di pellegrini, «ma sia chiaro che i pullman li ha sempre riempiti Lei, non io». Tutt’intorno immagini sorridenti: di beneficati, di madre Teresa di Calcutta, di defunti che ti scrutano pensierosi dai «luttini» stampati per il trigesimo. E poi coroncine del rosario, crocifissi, un flacone di talco Felce Azzurra, un tubo di crema Attiva della Just, una bottiglietta riempita d’olio. E santini, tanti santini, a mazzetti, da distribuire: del santuario dell’Amore Misericordioso di Collevalenza, di madre Speranza di Gesù, di padre Attilio Coltri, della Rosa Mistica che sarebbe apparsa a Fontanelle di Montichiari.

Corrado Parmagnani parla sommessamente, come se avesse paura d’interrompere l’armonia interiore che deve aver raggiunto a prezzo di immani sacrifici, come se fosse sempre sul punto di scoppiare a piangere. Non vuol sentir parlare di dono, ma qualcosa di buono pare essersi concentrato nelle sue mani enormi, commisurate alla stazza da pugile, scarlatte fino al polso, «eritrosi» diagnosticherebbe un medico, «è come se dentro avessi il fuoco» traduce l’interessato. Le dita sono talmente grosse che sembrano in baruffa per poterci stare tutte nel pugno, ma quando comincia a muoverle ricordano per grazia e flessuosità quelle del pianista Arturo Benedetti Michelangeli. Sulla gamba destra del fotografo Maurizio Don, trasformato all’istante in cavia volontaria perché aveva vacillato cigolante al momento di rialzarsi da terra dopo alcuni scatti prospettici, ne ha usato solo due, pollice e indice, «qui sento tanti nodi nei tendini», e in effetti gli ultimi a tentare di scioglierli sull’altra gamba di Don furono i chirurghi ortopedici nel 2004.

L’indecifrabile personaggio vive ospite del padre, un ex ambulante, oggi vedovo e pensionato, che aveva cominciato da operaio in una fornace di mattoni. La madre è morta. All’esterno del villino, dove abita anche l’unica sorella, né targhette né indicazioni: solo «Corrado» scritto col pennarello su una striscia adesiva bianca incollata sotto il campanello del genitore. Chiama tutti per nome e per nome da tutti vuol essere chiamato. Vietati nella conversazione i pronomi di terza persona, «il rispetto nasce da qua», dice portandosi una mano sul cuore, «esistono solo il tu e l’io, il lei è stato inventato dagli uomini per buggerarsi a vicenda». Al telefono risponde a chi lo cerca - solo donne, nelle tre ore d’intervista - con una tenerezza tutta veneta fatta di «dòna», «buteléta mia», «tata». Dopo l’ennesima chiamata e l’ennesima esortazione, «il Signore ti dice: ama e perdona, lì c’è la guarigione», evidentemente non raccolta dall’interlocutrice, depone il cellulare, chiede scusa ed esce dalla stanza con le lacrime agli occhi.

Ha qualche titolo di studio?
«Ero in terza ragioneria. Mollai la scuola a metà anno, però i miei lo scoprirono solo quattro mesi più tardi».

E la mattina dove andava?
«A zonzo. Pensavo solo a farmi le canne e alle ragazze. Cominciai a ribellarmi a tutto e a tutti quando avevo appena 2 anni, dopo essere scampato alla meningite».

Come fa a ricordarsi che cosa faceva a 2 anni?
«Mi ricordo anche del tempo precedente, se è per quello. Ma lasciamo stare, non potresti capire. A 15 anni ho fumato il primo spinello. Poi per un decennio mi sono fatto di eroina e cocaina. Arrivavo a spendere 2-3 milioni di lire a settimana».

I soldi in che modo se li procurava?
«Fregavo i criminali che erano più criminali di me. Nel 1987 ho chiuso con la droga, perché m’ero stufato. Niente mi dava più soddisfazione».

Come superava le crisi d’astinenza?
«Non devi credere a quelli che incolpano della loro debolezza la famiglia e la società. È il drogato che sceglie. Ti fai perché ti piace farti. Perciò basta la volontà per uscire in cinque giorni dalla tossicodipendenza. Di punto in bianco mi trasferii a Ravenna, dove avviai una ditta per la compravendita di mobili e termosanitari. Ma dopo tre anni mi rovinai anche lì. Finì con un fallimento e tanti debiti, ma non ho danneggiato la povera gente, sta’ tranquillo. Solo le banche. Se potevo truffare quelle, lo facevo di tutto cuore».

Quante volte è stato arrestato?
«E chi se lo ricorda? La prima volta nel 1983 per cessione gratuita di sostanza stupefacente. Nel 1993 mi hanno persino arrestato per concorso in detenzione e vendita di armi da guerra. Solo che io vidi quell’arsenale per la prima volta al processo. Tre anni e 5 mesi in appello. Se facessi l’elenco degli ufficiali e dei marescialli che ce l’avevano a morte con me... Sono arrivato ad accumulare 11 anni di detenzione. Quasi 7 li ho passati alle seicelles».

Intende dire Seychelles?
«No, no. Proprio sei celle: Campone a Verona, Due Palazzi a Padova, via Burla a Parma, via Port’Aurea a Ravenna, Dozza a Bologna, Montorio Veronese. Conta? Quante prigioni sono? Hanno tentato di uccidermi. Quattro li ho mandati all’ospedale spaché (rotti, ndr). Non mi sono mai piegato davanti a nessuno. Solo davanti a lei» (indica la statua della Madonna).

All’uscita dal carcere che ha fatto?
«Due anni affidato in prova ai servizi sociali alla Fomet, qui in paese. Manutenzione delle pale meccaniche. Sceglievo i turni di notte per stare lontano da tutti. Una sera il mio caposquadra, Roberto, era piegato per terra dal mal di schiena. Ho visto dei colori strani sul suo dorso, ho appoggiato le mie mani... Mi piace poco parlarne. Vedo quello che una persona ha dentro. Sono cose particolari, private. Ecco perché quest’intervista non mi va».

Ormai sono qua. Vuol mandarmi via?
«Era come se ciò che avevo fatto l’avessi fatto da sempre, ma in un tempo senza inizio né fine. Al termine mi sono chiesto: dove corre la gente? dove va? che cerca? di cosa ha davvero bisogno? perché si affanna tanto se tutto è inutile?».Sono le domande dell’Ecclesiaste.
«L’uomo si è sostituito a Dio. Per questo la società è al tracollo. Questa stanza è molto più di un confessionale, qui arriva gente a confidarmi segreti che non racconta nemmeno al prete. E la prima cosa che chiedo è: sei stufo di tutto, ma tu ce l’hai il fiato per inginocchiarti, ce l’hai questo coraggio? Perché vieni proprio da me che fiato non ne ho, ho due polmoni da buttar via, bucati dall’enfisema?».

Ma chi viene da lei?
«Persone di tutti e cinque i continenti e di tutte le religioni. Persone di tutti i ceti sociali: dal contadino che spala la merda di vacca a... chi metto in cima alla scala? i medici? gli avvocati? i calciatori? Anche preti, frati e suore. Persone che hanno solo bisogno».

Bisogno di che cosa?
«Di guarire. Hanno cefalee a grappolo, fuoco di Sant’Antonio, speroni sotto i piedi, tendiniti, epicondiliti, lussazioni, cervicalgie, labirintiti, lombosciatalgie, pubalgie, distrazioni dei legamenti, sindromi postoperatorie».

Parla come un ortopedico. Ha studiato medicina?
«Quarant’anni di vita sono stati la mia scuola. Non sopporto i libri. L’unico che apro è quello lì» (indica la Bibbia).

Però contro le patologie gravi le sue mani non possono fare nulla.
«Magari riesco a dare un po’ di sollievo a un malato di Parkinson. Ma per un paziente oncologico posso solo pregare. Poi ci si mette nelle mani di Dio e dei medici. Accettare il tumore è già un primo passo verso la guarigione o comunque verso la stabilizzazione della malattia. Tutti abbiamo paura di morire. Però io dico sempre che la morte bisogna meritarsela, pensa te. È un inizio. Bisogna conquistarsela vivendo, non lasciarsi spaventare dal domani. Il mio domani è oggi. Se vivo bene il presente, ho già preparato il mio futuro».

Crede d’avere qualche dono speciale?
«La vita. Il dono più grande. E più grande ancora è spenderla per gli altri. Tutti abbiamo questo dono».

Ma lei fa cose che altri non fanno.
«Il corpo è semplice. Muscoli, nervi, tendini. Come sbrogliare una raisa (radice, ndr). Che cosa c’è di così complicato? La postura non è un problema. È la conseguenza di un problema. Se una fascia muscolare s’infiamma, io mi storco. Tu hai un bel dire nell’ordinarmi: raddrìzzati. Quello che so l’ho imparato dai malati che vengono qui col passaparola, poveri disgraziati che da anni vanno in giro inutilmente alla ricerca di un sollievo. Per me i medici sono sacri. Però dovrebbero ritornare a toccare i pazienti».

Da che città arrivano i malati?
«Dall’Alta Italia, da Roma, dalla Sicilia».

Che cosa non può fare per loro?
«Non posso guarirli. Guarisce solo Dio. Sono una zappa che, se nessuno la usa, non serve a niente».

Sarebbe in grado di fornire nomi e cognomi di persone che possono testimoniare quanto sta dicendo?
«Vuoi mille Paolo? Vuoi mille Luca? Non so quante persone conosco. Ventimila?».

Mai un insuccesso?
«Gli insuccessi ci sono quando la persona non si fida di Dio. O per mia negligenza quando mi viene da scappar via».

Per quale motivo Dio, che secondo la teologia cattolica è bontà infinita, dovrebbe volere che un ateo non guarisca?
«Non ho detto senza fede. Ho parlato di una persona che non si fida di Dio. Da me vengono anche gli atei».

In che rapporti è con la Chiesa?
«Il parroco è stato qui ieri a benedire la casa. “Ma lei cosa fa?”, mi ha chiesto. Gli ho risposto: padre, ti do una spiegazione che non capisco nemmeno io».

Va a messa la domenica?
«Ci vado tutte le sere, alla Fondazione Madonna di Lourdes, a Cerea. È una comunità di accoglienza dove spero di ritirarmi a vivere per sempre».

Di che campa?
«Ho una pensione di invalidità, 450 euro al mese, per il pneumotorace. Non ho mai chiesto soldi a nessuno. A Paola, un’operaia che pativa da 30 anni per lancinanti mal di testa e ora sta bene, ho domandato: se avessi preteso 40.000 euro, tu me li avresti dati? “Subito”, mi ha risposto. Mi sono sentito morire. Guarda te che responsabilità ho verso chi soffre! Ma dei suoi 40.000 euro non avrei saputo che farmene. Vedi quei fiori ai piedi della Madonna? A volte le dico: Mamma, sono quasi appassiti, come faccio a comprartene di nuovi? E non passano le 2 del pomeriggio senza che arrivi in dono un mazzo fresco».

Quando sta male lei, a chi si rivolge?
«Non lo dico a nessuno. Di quello che ho io, non m’importa nulla. Mi hanno rovinato il fegato con l’interferone, ho le piastrine quasi a zero. Però se mi procuro un taglio, non esce sangue e la ferita si cicatrizza subito. Come me lo spieghi? Se esco di qua, mi manca il respiro persino per stare in piedi. Però se tu cadi, posso risollevarti da terra e portarti in braccio come se fossi una piuma».

Di quali malattie soffre la maggior parte delle persone?
«Depressione, solitudine, mancanza di spiritualità. Il male esiste. Potete far finta che non sia così, ma prima o poi vi raggiunge. C’è chi non riesce a vivere se la mattina non ascolta l’oroscopo. Siete pazzi? Vi fidate degli astrologi? L’amore, vi serve. Ma nelle famiglie d’oggi non c’è amore. Ai bambini insegnano che Napoleone è più importante di Gesù. Chiedo ai ragazzi: che cos’è per voi la prima comunione? “Il giorno in cui mi regalano il telefonino”, mi rispondono. Dalla disperazione chi li curerà? Chi?».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it


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E' in arrivo lo spazzino spaziale

La Stampa

«Troppi pericoli»: un satellite permetterà di ripulire le orbite terrestri da migliaia di detriti




Sono state perse in orbita molte cassette degli attrezzi usate per le riparazioni: e c’è perfino il guanto di una tuta
ANTONIO LO CAMPO
Torino


Un piccolo satellite per ripulire dai tanti rottami vaganti lo spazio intorno alla Terra. Da tempo se ne parla, ma ora un progetto svizzero sta per diventare realtà.

Tra i 250 e i 2000 km di altezza si estende una sorta di grande «nuvola», composta da pezzi di vecchi satelliti e stadi di razzi vettori abbandonati, oltre che da frammenti di tantissime dimensioni: tutti rappresentano un potenziale pericolo per le missioni in corso, soprattutto per quelle con equipaggio a bordo, e anche per quelle future. Soltanto da pochi anni le agenzie spaziali come la Nasa e l’Esa hanno cominciato ad affrontare il problema: ora i satelliti e i moduli spaziali, alla fine della loro vita operativa, vengono spediti direttamente nell’atmosfera per un rientro distruttivo, evitando così una permanenza in orbita che può durare decenni. Ma queste misure non bastano: è necessario, infatti, eliminare quanto è già presente da tempo e adesso c’è un’idea vincente.

Contro i 16 mila oggetti delle dimensioni di almeno 10 centimetri (e le centinaia di milioni di piccoli frammenti) che viaggiano a 28 mila km orari, nasce «Clean Space One». È un piccolo satellite, che partirà in cima a un razzo vettore, e che si immetterà in orbita e andrà a caccia dei «pezzi» da recuperare e da «rottamare». L’ha spiegato l’altro ieri a Roma l’ex astronauta dell’Esa Claude Nicollier durante la presentazione del progetto all’Istituto Svizzero: «Ora si sta realizzando un “dimostratore”, vale a dire un prototipo che dovrà verificare la propria efficacia sul campo. Sarà collaudato con un test sul satellite Swisscube o sul suo simile, il Tlsat, entrambi di costruzione svizzera».

Il lancio è previsto tra il 2015 e il 2016e non c’è tempo da perdere. Al momento gli oggetti più grandi vengono tenuti sotto controllo da Terra dalla Nasa, che in più di un caso, nel corso di missioni shuttle o per la Iss, la Stazione Spaziale Internazionale, ha individuato un pericolo di collisione, risolto con uno spostamento della traiettoria orbitale. «L’equipaggio della Stazione - ha aggiunto Nicollier - è addestrato per questo tipo di emergenze. Di recente i sei astronauti a bordo si sono “rifugiati”, per sicurezza, sulle navicelle Sojuz attraccate alla Iss».

Alla presentazione del progetto, oltre a Nicollier, protagonista di missioni memorabili, come quelle di riparazione in orbita del telescopio Hubble nel ’93 e nel ’99, erano presenti Anton Ivanov e Federico Belloni dello Swiss Space Center e Steven Delwart del Centro Esa Esrin di Frascati: hanno sottolineato come la collaborazione coinvolga l’Ecole Polytechnique Fédérale di Losana e l’Agenzia spaziale europea, aggiungendo che «il mezzo è stato ideato per prelevare grossi oggetti, in particolare satelliti non più in uso, e guidarli verso un rientro sicuro nell’atmosfera terrestre». E il «Clean Space One» lo eseguirà alla perfezione grazie alle sue quattro «braccia», in una «presa» ad alta tecnologia, per poi autodistruggersi con lo sgradito ospite.



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Guantanamo, si apre il processo alle menti dell'11 settembre 2001

La Stampa

Alla sbarra da oggi nel carcere militare i 5 presunti organizzatori della strage alle Torri Gemelle



Dopo tre anni di durissima battaglia legale, sono alla fine arrivati oggi alla sbarra nella base navale di Guantanamo i responsabili dell’11 settembre, dalla mente della strage, il pachistano Khalid Sheikh Mohammed, ad altri 4 complici. L’udienza, di quello che qualcuno ha definito il "processo del secolo", ha vissuto momenti di tensione: Mohammed s’è rifiutato di rispondere alle domande, s’è tolto le cuffie con la traduzione dell’interprete, sostenendo che il Tribunale non è legittimato a esaminare il suo caso. E uno degli imputati ha urlato alla Corte: «Volete solo ucciderci».

Schermaglie procedurali che anticipano un scontro tra accusa e difesa che si annuncia lungo, e senza esclusione di colpi. Tanto che un legale di Mohammed, James Connell, ha già detto che «ci vorranno anni per arrivare a una prima sentenza, e altrettanti per svolgere l’appello». In particolare, come titola oggi il Washington Post, i giudici militari dovranno convincere una opinione pubblica piuttosto scettica, che condurranno il processo in modo corretto. I cinque si sono presentati tutti vestiti di bianco, alcuni con un turbante dello stesso colore. Per gran parte dell’udienza sono rimasti con lo sguardo basso, mentre alcuni leggevano un libro, forse il Corano. Almeno due di loro si sono inginocchiati per pregare, cosa che ha provocato un’interruzione dell’udienza. In attesa della sentenza, il processo storico a Guantanamo ha già sancito comunque un primo risultato tutto politico: è stata sconfitta la linea garantista seguita in tutti questi mesi dall’ex professore di diritto, Barack Obama.

A giudicare i "Gitmo5", così vengono chiamati i 5 terroristi accusati di essere i mandanti dei kamikaze che provocarono 2.976 vittime, sarà una corte militare e non civile, come voleva Barack. Inoltre, le udienze si tengono nel ’camp 7’, una struttura supersegreta all’interno di quel carcere di Guantanamo, simbolo dell’era Bush, che l’attuale amministrazione non è riuscita a chiudere, malgrado questo fosse il primo impegno assunto da Obama appena entrato alla Casa Bianca. Per mesi, la Casa Bianca si è battuta con tutte le sue forze perchè il processo si celebrasse nella corte di New York, a due passi da Ground Zero. 

Sarebbe stato il modo migliore per dimostrare che l’America era cambiata: che s’era messa alle spalle gli anni delle torture e dei sequestri illegali, e ora in grado di assicurare un giusto processo, un libero confronto rispettoso delle regole tra difesa e accusa, anche a chi è chiamato a rispondere di un atto di guerra in suolo americano. Ma Obama ha perso quella sfida: non solo il sindaco Bloomberg si oppose a quella scelta, dicendo che sarebbe costata 400 milioni solo per le spese della sicurezza. Ma soprattutto il Congresso si mise di traverso. I repubblicani sono perfino riusciti a inserire nell’ultima finanziaria una postilla che vieta al pentagono di usare propri fondi per trasferire i detenuti di Guantanamo sul continente. E nell’aprile del 2011, lo stesso ministro della Giustizia, Eric Holder, ovviamente malvolentieri, ha dovuto accettare la sconfitta, rinviando il caso a una Corte Militare.



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Famiglie, più donne sole e anziani «Subito nuovi progetti di welfare»

Corriere della sera

Nelle case dei milanesi i cani superano in numero i bambini. Calano i matrimoni, boom di divorzi



Più cani che bambini. Ma anche più case con almeno un anziano che case con almeno un minore. Cambia la composizione della famiglia milanese: e, anche se grazie alle coppie straniere dal 2008 ha ripreso a crescere il numero dei residenti, fare figli pare essere diventato un lusso. I dati del settore statistica del Comune dimostrano come si sia rivoluzionato, nel giro di vent'anni, il concetto di famiglia. I milanesi fra 0 e 6 anni sono oggi poco meno di 84 mila. I cani stimati sono fra i 100 e i 120 mila (85 mila quelli iscritti all'anagrafe canina della Asl, cui si devono aggiungere i non registrati e i randagi). Nel 2011, il 52,7 per cento dei nuclei ha un solo figlio: nel 1981 il figlio unico era del 26,6 per cento delle coppie, a fronte di un 17,6 per cento di case in cui vivevano addirittura 4 figli. Oggi, i temerari che raggiungono questa cifra da quasi record sono l'8,6 per cento delle coppie. Quasi dimezzato anche il numero di chi pensa che «tre è la perfezione»: erano il 22,6 per cento delle famiglie di vent'anni fa, oggi sono il 12,8 per cento.

Anche l'istituzione del matrimonio continua a essere in crisi: come primo dato, emerge che ci si sposa in età sempre più avanzata (36,59 l'età media delle nubendi, 40,18 quella dei maschi pronti ad infilare la fede all'anulare). Le nozze celebrate nel 2010 sono state 2.890, rispetto alle 5.112 del '97 e alle 4.815 del 2002. Meglio il Comune che la Chiesa: il rapporto di 3 mila a 2 mila a favore del rito religioso nel '97, è ribaltato con 1.139 nozze in chiesa contro 1.751 negli uffici comunali. In compenso, aumentano i divorzi: erano 1.090 su oltre 3 mila matrimoni nel '97, oggi sono 1.687 rispetto a meno del doppio.

Nel frattempo, cambiano le composizioni familiari: ci sono i single, i vedovi, le famiglie ricostituite, quelle allargate, le convivenze: in Italia questi nuclei sono il 28 per cento del totale (rispetto al 16,9 del 1998) e a Milano le percentuali di nuclei non tradizionali, spiegano gli esperti, sono ancora più alte. Rivoluzioni in corso anche nel ruolo della donna: a Milano risultano residenti 383.221 ladies fra i 25 e i 65 anni. E sono donne che lavorano, che spesso vivono sole o che da sole fanno crescere uno o più figli. Il tasso di occupazione femminile in città è infatti del 62,70 per cento, rispetto alla media nazionale ferma al 46,40. Le milanesi divorziate sono quasi 30 mila e, altro numero indicativo di una tendenza, nel 2010 alla Mangiagalli il 25 per cento delle partorienti era nubile.

Tutte queste cifre sono all'esame dell'assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino e dei suoi uffici che stanno definendo le linee di azioni per il triennio: «Non dobbiamo aver paura del fatto che la famiglia sta cambiando e, nel definire una politica complessiva, dobbiamo considerare che non ci sono soltanto storie positive, ma anche di conflitti». Ecco dunque, oltre alla conferma dei servizi che già il Comune offre, anche il più forte sostegno agli affidi familiari o la proposta di percorsi di mediazione dei conflitti e di tutela dei figli di coppie separate. Ecco, anche, gli interventi per favorire la socialità fra famiglie: «Partiremo a breve - annuncia Majorino - con un progetto pilota in alcuni quartieri per dare piccoli spazi del Comune in gestione a più famiglie che vogliano cercare di sostenersi a vicenda, magari nell'assistenza ai figli. Un modo, poi, per aiutare anche altre famiglie o le mamme da sole che non sanno a chi appoggiarsi».


Elisabetta Soglio
6 maggio 2012 | 12:11


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Meglio tardi che mai? Non sempre se si tratta del proprio figlio

La Stampa


Una mamma, in più occasioni, si rifiuta di consegnare il figlio all’ex marito. Il motivo? L’uomo si presenta regolarmente in ritardo all’appuntamento. Una giustificazione che, tuttavia, i giudici di merito non ritengono sufficiente a scusare la condotta della donna, condannata alla pena di 2 mesi di reclusione (oltre al risarcimento danni), per avere più volte eluso provvedimenti del giudice civile (art. 388, comma 2, c.p.). La donna propone ricorso per cassazione lamentando la mancata valutazione della sussistenza del dolo anche in funzione del comportamento del coniuge separato, che aveva omesso di avvisare la ricorrente dei ripetuti ritardi. La Suprema Corte (sentenza 9190/12) assolve in formula piena la ricorrente, rigettando il ricorso senza rinvio, e precisa che «è onere del genitore non affidatario di farsi carico di rispettare giorni e orari fissati nel provvedimento del giudice». Nello specifico, il provvedimento stabilisce «che il coniuge non affidatario ha diritto di vedere e tenere con sé i figli a partire da una certa ora di certi giorni fino ad una determinata scadenza temporale», ciò non vuol dire, però, che il soggetto possa «scegliere “ad libitum” in quale ora presentarsi, essendo egli – invece – tenuto a rispettare l’orario iniziale, sia pure entro limiti di ragionevole tolleranza». In conclusione, sentenza annullata senza rinvio perché il fatto non costituisce reato.


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Italia degli sprechi, il trucco degli immigrati: scroccano la pensione per i parenti all’estero

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Boom di truffe ai danni dell’Inps da parte de­gli immigrati che ottengono l’eroga­zione dell’assegno sociale per con­giunti "over 65", in realtà residenti al­l’estero: nel 2011 scovati oltre 270 casi, in fumo 2 milioni di euro. I deputati di Pdl e Lega hanno sollevato il caso alla Camera: quindi è scattato il blitz delle Fiamme Gialle


Roma - Il Pdl e la Lega denunciano il fenomeno da tempo. Ma da alcuni mesi sono i blitz delle Fiamme Gialle ad accendere i riflettori sui tanti casi di truffe ai danni dell’Inps da parte degli immigrati che ottengono l’erogazione dell’assegno sociale per congiunti «over 65», in realtà residenti all’estero.



L’ultimo caso si è verificato a Terni. Ma il fenomeno dei «furbetti del ricongiungimento familiare » è stato registrato e denunciato a più riprese in regioni come l’Emilia, la Toscana, il Veneto, il Friuli e non solo. Nei giorni scorsi anche il governo Monti si è soffermato sulla questione rispondendo a una interrogazione firmata mesi fa dai deputati Marco Zacchera (ora sindaco di Verbania) e Stefano Stefani. Il sottosegretario al Lavoro, Maria Cecilia Guerra,ha ammesso l’esistenza del problema e si è impegnata, di concerto con l’Inps,a far salire il livello dei controlli rispetto alle tante anomalie che stanno emergendo.

Di certo, in tempi di ristrettezze, il vitalizio elargito ai parenti degli immigrati inizia a pesare sulle casse del nostro ente previdenziale.Per l’anno 2012 l’assegno sociale è pari a un importo annuo di 5.577 euro, pari a 13 mensilità da 429 euro. Tale importo costituisce sia l’entità dell’assegno spettante, sia il limite di reddito oltre il quale non si ha più diritto a percepirlo. La platea dei possibili beneficiari si estende a tutti gli immigrati che hanno compiuto i 65 anni e non hanno redditi oppure sono sotto la soglia dei 5.577 euro. Il problema è che gli extracomunitari con carta di soggiorno in regola, residenti in Italia da dieci anni, possono presentare domanda di ricongiungimento familiare e fare arrivare in Italia genitori o parenti anziani, facendo così scattare un effetto moltiplicatore.

Tutto deriva dalla legge 388 del 2000 (inserita nella Finanziaria 2001 dell’allora governo Amato)che ha riconosciuto l’assegno sociale anche ai cittadini stranieri. Il governo di centrodestra, nel 2009 è riuscito a restringere la possibilità di richiedere il ricongiungimento ai residenti in Italia «legalmente e continuativamente» da almeno dieci anni. Ma al di là dell’opportunità di una norma che consente di attingere alla cassaforte della nostra previdenza a chi non ha mai versato un euro di contributi nel nostro Paese, il problema sta anche nel buco nero dei ricongiungimenti fittizi.

I casi di stranieri anziani che, attirati dal miraggio del guadagno facile, si trasferiscono e poi una volta avuto l’assegno sociale tornano in patria quando invece dovrebbero avere in Italia la «residenza abituale», sono frequenti. La Guardia di Finanza solo nel 2011 ha individuato 270 fattispecie di questo tipo. Le Fiamme Gialle spiegano che smascherare la truffa non è semplice: «Bisogna fare controlli approfonditi verificando se una residenza è fittizia, controllare i vari visti sui passaporti, verificare le utenze e incrociare i dati, con poteri di polizia che magari altri enti dello Stato non hanno».

La scorsa settimana,l’ufficio immigrazione della questura di Terni ha individuato il caso di una cittadina indiana di 76 anni, assente dall’Italia da mesi che continuava a percepire l’assegno. Lo stesso faceva una coppia di albanesi, 72 anni lui, 67 lei. Questi casi sono stati segnalati all’Inps per la sospensione o revoca dell’assegno sociale. Il fenomeno è, comunque, in aumento su tutto il territorio nazionale e si teme che possa assumere i contorni da assalto alla diligenza, visto che il censimento Istat appena pubblicato ha indicato come i residenti regolari siano triplicati negli ultimi dieci anni, toccando quota 3 milioni e 700mila con rimesse verso l’estero che ammontano ormai 7,4 miliardi di euro l’anno (ma si stima che una cifra quasi equivalente percorra vie ufficiose).

Basta fare un giro sul web per trovare testimonianza del tam- tam in corso su questo tema. Vari siti dedicati agli stranieri spiegano le procedure e offrono consigli per accedere al beneficio. Senza contare che il fenomeno dei «vitalizi facili» non investe solo gli stranieri ma anche quegli italiani che, pur avendo vissuto 10 anni in Italia, magari nei primi anni di vita, si sono poi trasferiti all’estero per oltre 50 anni e attraverso residenze fittizie in Italia riescono a percepire l’assegno sociale.

Fattispecie anomale su cui si stanno attivando i gruppi del Pdl in varie regioni, cercando di sensibilizzare l’esecutivo. Il Pdl emiliano, ad esempio,propone di«prevedere l’obbligo di ritirare personalmente l’assegno sociale alle Poste, firmando un apposito registro». Il tutto accompagnato da controlli accurati nei Paesi d’origine al fine di accertare la situazione finanziaria, contributiva, bancaria e pensionistica degli ultra 65enni richiedenti la pensione sociale in Italia. Verifiche indispensabili per pizzicare i furbetti del vitalizio e impedire che gli abusi ai danni del nostro welfare state si diffondano a macchia d’olio.


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Serve una Giornata di solidarietà per contrastare i suicidi «economici»

Corriere della sera

È meglio mettere da parte ogni considerazione di tipo politico-strumentale e darsi da fare



Nei tempi dovuti la statistica ufficiale ci dirà qualcosa di molto preciso sulle caratteristiche e la frequenza dei suicidi che convenzionalmente chiamiamo «economici». Ne sapremo più sugli scostamenti numerici complessivi rispetto agli scorsi anni, probabilmente avremo anche qualche elemento di conoscenza ulteriore sulla classificazione delle cause o, come recitano le tabelle dell'Istat, del «movente». Il guaio però è che un Paese emotivamente fragile, come appare il nostro in questo momento storico, ha bisogno di capire subito cosa sta succedendo, non può limitarsi a registrare passivamente le drammatiche notizie che un giorno arrivano da Romano di Lombardia e l'altro invece da Pozzuoli e da Enna. Una comunità per essere viva ha bisogno di sentirsi protagonista del suo destino.

Un lettore nei giorni scorsi mi ha chiesto su twitter a bruciapelo se il susseguirsi dei suicidi sia da attribuire alle scelte operate in questi mesi dal governo presieduto da Mario Monti. Ho faticato a dare una risposta secca perché in generale non credo che tra le decisioni prese (a monte) da qualsiasi esecutivo e i comportamenti sociali (a valle) si possa individuare una sorta di automatismo. I tempi di maturazione di una discontinuità sociale sono decisamente più lunghi di quelli della permanenza a Palazzo Chigi di un esecutivo e sicuramente non sono legati all'adozione di uno o più provvedimenti legislativi, i cui effetti spesso sono differiti negli anni. Se si pensa, ad esempio, alla pur incisiva riforma previdenziale predisposta dal ministro Elsa Fornero occorre ricordare che i tempi di attuazione saranno diluiti e che ancora oggi, quando registriamo con dolore la frequenza dei suicidi, la quota di pensioni che viene erogata con il vecchio sistema retributivo si aggira sul 90%. Ciò non toglie che si possano stabilire facili correlazioni tra le policy di austerità adottate dai tecnici e le morti volontarie ed era scontato che qualche forza politica, momentaneamente all'opposizione dopo essere stata per un lungo ciclo al potere, fosse attratta ancora una volta dalla propaganda e finisse per ritrarre il presidente del consiglio pro tempore quasi come un vampiro. Ma è solo politica low cost, non lascia tracce durature.

Se vogliamo, invece, davvero rispondere alla domanda di solidarietà e di aiuto che sta dietro il dramma degli imprenditori suicidi è meglio mettere da parte ogni considerazione di tipo politico-strumentale e darsi da fare. La deriva psicologica che sta investendo la parte più debole dei ceti produttivi, dei pensionati e dei disoccupati necessita, qui e subito, di un'azione di contrasto. Senza dividersi tra filo e anti Monti. Non possiamo baloccarci con le analisi o aspettare che i numeri o le nuove tecniche di fact checking (controllo sui fatti e i dati) diano ragione all'una o all'altra fazione. Bisogna mandare agli uomini soli e dimenticati un messaggio di speranza. «Ce la puoi fare e noi siamo qui per aiutarti».

Rinunciamo pure, come ho già scritto, ad uno o due dei nostri tanti convegni autoreferenziali e dedichiamo lo stesso tempo all'ascolto della società fragile. Non sarebbe una cattiva idea che ciò avvenisse persino nella forma di una giornata nazionale di mobilitazione e solidarietà che schierasse nei luoghi del disagio le organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori e delle imprese, il volontariato e il mondo del non profit, la cooperazione, gli psicologi, la Chiesa. Qua e là nei territori iniziative di questo tipo si sono già tenute o sono in preparazione e la sera di venerdì 11 ne è prevista una a Modena. L'importante è che anche queste assemblee non si trasformino in tournée oratorie di sindaci, assessori, segretari di qualcosa, esperti improvvisati, tutti pronti a sfoggiare una dotta citazione di Emile Durkheim. Evitiamo che discettare di morti volontarie diventi una nuova specializzazione della convegnistica. Piuttosto facciamo parlare chi finora è restato zitto, diamo il microfono agli invisibili. Per troppo tempo abbiamo confuso la coesione sociale con il tavolo della concertazione e poi abbiamo scoperto che non erano la stessa cosa.




6 maggio 2012 | 8:51



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