martedì 1 maggio 2012

Il Partito dei Pirati lancia la sua sfida all'Acta: filesharing libero, 20 anni di protezione, sì ai remix

La Stampa


Presentata su Internet la proposta di riforma del copyright al Parlamento europeo
LUCA CASTELLI


Legalizzare il filesharing, ridurre a 20 anni la protezione del copyright, rendere liberi i campionamenti (per i remix) e vietare i meccanismi drm. Sono i quattro punti chiave della proposta di riforma del copyright avanzata dal Partito dei Pirati. Firmata da Rick Falkvinge (fondatore del partito pirata svedese) e Christian Engström (rappresentante  al Parlamento europeo) e sostenuta dal gruppoeuropeo  dei Verdi, la proposta è stata pubblicata sul sito www.copyrightreform.eu e viene presentata come alternativa all’Acta (Anti-counterfeiting trade agreement), il trattato sul commercio internazionale in attesa di ratifica al parlamento di Strasburgo.

Strutturato quasi come un saggio (e quindi abbordabile anche per i non-addetti ai lavori, rispetto allo standard dei documenti in politichese), il testo traccia la sua storia del copyright nel corso dei secoli e propone una serie di adattamenti per risolvere i problemi sollevati dalla rivoluzione digitale. Secondo il Partito dei Partiti è necessaria una revisione radicale del sistema tradizionale di copyright, che si aggiorni alle condizioni tecnologiche del tempo, non criminalizzi il comportamento di milioni di persone che scambiano quotidianamente contenuti online, riduca al massimo i rischi sul piano della privacy e dei diritti civili e permetta lo sviluppo di nuovi mercati della creatività (anche accettando il rischio che questi sostituiscano quelli passati, come l’avvento dei frigoriferi portò alla scomparsa dei venditori di ghiaccio).

A rimanere invariati, nel progetto, sarebbero il diritto morale dell’autore sull’opera e il diritto di esclusività di sfruttamento commerciale della medesima. Quest’ultimo, tuttavia, verrebbe riportato a una durata simile a quella del modello originale di copyright americano: 20 anni (oggi, con alcune differenze a seconda del paese e dell’opera, ci si aggira intorno ai 70 anni dopo la morte dell’autore). Sarebbe resa libera la possibilità di utilizzare i contenuti per la creazione di opere derivative (come i remix e i mash up, sempre più diffusi in ambito digitale) e obbligatoria la registrazione dell’opera dopo cinque anni (per arginare il problema delle “opere orfane”: protette, ma di cui non si conoscono i proprietari dei diritti). Il punto più controverso della riforma è tuttavia quello legato al filesharing. Secondo Falkvinge ed Engström, la condivisione di contenuti online andrebbe completamente legalizzata nelle sue forme non commerciali. Scambiare film, musica e altro materiale protetto da diritto d’autore, per uso personale, diventerebbe così legale: trasformando Internet, parole dei promotori, nella "più grande biblioteca pubblica dell’umanità".

Gli ultimi due aspetti – legalizzazione del filesharing e riduzione della durata del copyright – sono esattamente agli antipodi rispetto alla visione dell’industria dei contenuti, che spesso viene rappresentata nelle battaglie legislative, legali e mediatiche sul diritto d’autore da Hollywood, dalle major discografiche e dai grandi gruppi editoriali. Nel caso del filesharing libero si va contro all’idea stessa alla base del copyright moderno: il controllo e la limitazione assoluta dei diritti di riproduzione – anche per uso personale – di un’opera (“all rights reserved”). Per quanto riguarda l’accorciamento della durata, ci si scontra invece con il trend degli ultimi decenni, pilotato proprio dall’attività di lobbying dell’industria, nel quale la copertura del copyright è stata man mano allungata per monetizzare contenuti altamente profittevoli, anche andando oltre alla morte degli autori (il primo nome citato, in questi casi, è sempre quello di Topolino, creato nel 1928 da Walt Disney e Ub Iwerks, scomparsi rispettivamente nel 1966 e nel 1971).

Alimentata da un afflato idealistico in cui si mescolano e confondono le virtù della libera circolazione delle idee, del bene pubblico, della diffusione della cultura come strumento fondamentale per il progresso della collettività, oltre a un’inossidabile fiducia nei nuovi scenari digitali, la proposta del Partito dei Pirati cozza in modo evidente con la visione classica della proprietà intellettuale, che si è andata cementando negli ultimi cento anni. Il testo non dimentica inoltre di ricordare lo stretto intreccio che – in epoca digitale - lega la materia del copyright a quella della privacy e dei diritti civili (lo stesso intreccio che, a inizio 2012, portò all’affossamento delle proposte di legge americane Sopa e Pipa e che in Italia è al centro della discussione sul regolamento dell’AgCom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni).

Piuttosto vago e indefinito quando si tratta di individuare i confini del filesharing non commerciale (come andrebbero considerati, nell’impianto della riforma, grandi siti che traggono considerevoli benefici economici dallo scambio di file come The Pirate Bay o Megaupload?), il testo cerca di convincere anche gli artisti/autori sulla bontà della sua proposta, elencando una serie di studi e ricerche che indicano una crescita del fatturato complessivo del mercato della creatività negli ultimi dieci anni (quindi, già in epoca di free download) e sottolineando la possibilità di trovare forme di guadagno dalla propria arte anche in un sistema in cui il filesharing è gratuito.

Non a caso, il tema del rapporto tra Partito dei Pirati e artisti è in questi giorni piuttosto caldo. Soprattutto in Germania, dove dopo alcuni exploit nelle elezioni locali il movimento pirata è segnalato in forte ascesa dai sondaggi, occupa una posizione sempre meno marginale (si inizia a indicarlo come potenziale terzo partito nazionale, dopo CDU e SPD) ed è ormai entrato nel dibattito politico e culturale (con qualche similitudine – per l’idea di rottura rispetto alla politica tradizionale e per il cordone ombelicale che lo lega a Internet – con quanto sta accadendo in Italia con il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo).

Pochi giorni fa, il settimanale Der Spiegel tracciava una panoramica sul problematico rapporto tra il movimento pirata e diversi autori, artisti e intellettuali tedeschi: sottolineando da un lato le perplessità di questi ultimi nei confronti delle radicali posizioni del partito sulla proprietà intellettuale, ma partendo - come fin troppo spesso accade in questi casi - dalle opinioni di un esponente della vecchia guardia, Hans Magnus Enzensberger, scrittore iper-autorevole ma nato nel 1929, e quindi non proprio indicato come esempio per quelle giovani generazioni cresciute a pane e Internet, le più vicine al movimento dei pirati e le più scettiche – a maggior ragione nel mezzo di una crisi economica che le vede come vittime – nei confronti dello status quo che difende modelli, schemi e privilegi del passato (lo stesso errore strategico commesso, in modo ancora più evidente, dalla discografia italiana in un recente spot antipirateria, con protagonisti solo artisti ultracinquantacinquenni).

E’ tuttavia da un punto di vista più laterale, indiretto, ma efficace anche in termini di marketing, che la proposta del Partito dei Pirati mostra uno dei suoi lati più convincenti: la trasparenza pubblica. Oltre a essere scritto in un inglese non per iniziati, il testo è disponibile in versione integrale su Internet (senza limitazioni di copyright) e tutte le sue voci sono accompagnate da spiegazioni e link diretti alle fonti. Sono chiari intenti e obiettivi, eventuali punti di forza e lacune. Chiunque può toccare con mano.

Esattamente l’opposto di quanto sta accadendo con l’Acta, un trattato per molti versi misterioso, elaborato nelle stanze segrete della politica (e del commercio) internazionale, di cui gli stessi politici che saranno chiamati a votarlo sanno ancora molto poco. Forse non sarebbe male che, in vista della discussione che lo vedrà coinvolto a breve al Parlamento di Strasburgo, i promotori dell’Acta pubblicassero un documento simile a quello della proposta pirata, in cui vengono esposti tutti gli aspetti, il raggio d’azione, l'influenza sulle attività della vita quotidiana. E soprattutto le ragioni per cui si pensa che i suoi dispositivi, compresi quelli in materia di proprietà intellettuale, siano di beneficio per la società e contribuiscano a risolvere quel problema del copyright che, da oltre dieci anni, è sotto gli occhi di tutti.





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Facebook, nasce l'opzione «donatore di organi»

Corriere della sera

Gli utenti potranno scrivere sul loro diario fb se sono o meno dei donatori



La nuova opzione su FacebookLa nuova opzione su Facebook

MILANO - «Impegnato», «uomo», «donatore di organi»: Facebook ha lanciato la nuova opzione «Organ Donor» che lo stesso fondatore Mark Zuckerberg descrive come una novità «che può salvare migliaia di vite umane». Da oggi, infatti, tutti gli utenti potranno scrivere sul loro diario, alla voce «Avvenimento importante», se sono o meno donatori di organi (o perlomeno indicare la loro volontà di donare gli organi) ed informare così gli amici della decisione presa. In questo modo possono automaticamente accedere ai link dei registri dei donatori e iscriversi immediatamente. La funzione è al momento disponibile solo per gli iscritti al social network negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Fra qualche mese, però, verrà estesa anche ad altri Paesi.

DONAZIONE SOCIAL - Facebook vuole i tuoi organi? Non è proprio così. Ciononostante, d’ora in poi la donazione diventa «social». Il più grande network sociale del mondo - che recentemente ha superato i 900 milioni di iscritti - spera così di incentivare altri iscritti a diventare donatori di organi. Questi potranno infatti aggiungere l'informazione al profilo e ciò permetterà di aiutare chi è in cerca di un organo. «È un modo per contribuire a risolvere il grande problema della donazione degli organi», ha spiegato il 27enne Zuckerberg in un’intervista rilasciata al programma della Abc, Good Morning America.

LA FIDANZATA - L’ispirazione, ha proseguito il fondatore e amministratore delegato, è nata parlando con la fidanzata Priscilla Chan (studentessa di medicina), ma anche grazie all’amicizia con Steve Jobs che, ricordiamo, si era sottoposto a trapianto di fegato prima di morire lo scorso anno. Come funziona il nuovo servizio? Molto semplice. Come spiega il sito Mashable, nella sezione «Live Event» (Avvenimento importante) è stata aggiunta una nuova voce all’interno della categoria «Salute e benessere», appunto: «Donatore di organi».

GIORNATA STORICA - Dalle pagine online del New York Times intervengono due esperti di trapianti che si dicono molto fiduciosi sul successo della campagna di Facebook. «Questo è una giornata storica», dice Andrew M. Cameron, responsabile dei trapianti d’organi dell’ospedale Johns Hopkins di Baltimora nel Maryland. Negli Usa (che contano 161 milioni di utenti su Facebook), sono meno della metà i cittadini registrati nelle liste dei donatori; ogni anno muoiono circa 7000 persone proprio a causa della mancanza di organi da trapiantare.



Elmar Burchia
1 maggio 2012 | 19:14



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Eben Moglen: "Facebook, preparati a morire"

La Stampa


L'avvocato del software libero, professore alla Columbia University, sta mettendo a punto un'alternativa "social" che rispetta la privacy. Domani arriva in Europa e presenta a Berlino la sua "Freedom Box"

E' una leggenda su Internet, Eben Moglen, professore di legge alla Columbia University di New York e fondatore del Software Freedom Law Center. Piccolo, barba bianca, occhialini che coprono occhi color ghiaccio, voce nasale tendente all'acuto, è un guru del software libero, il firmatario di tutte le licenze software inventate da Richard Stallman e amici. Il suo ufficio è bellissimo, luminoso, mobili di design, vista aerea mozzafiato dall'Upper West Side della Grande Mela. I suoi collaboratori sono tutti ragazzi, giovani, alcuni giovanissimi. Domani (2 maggio) parlerà a Berlino alla Conferenza "re: publica". Io l'ho intervistato durante la settimana della Social Media Week, a metà febbraio, quando era appena uscita sul Village Voice una storia di copertina in cui si parlava anche di lui titolata "The Facebook Killers".

Professor Moglen, che cosa le sta più a cuore e a quale progetto sta lavorando in questo periodo?

"Sono preoccupato per la società orwelliana in cui ci siamo infilati con i social networks proprietari che ci spiano riempiendo le tasche dei loro fondatori e deprivando i cittadini della loro libertà, che ne siano consapevoli o meno. Per questo, sono fiero di poter mostrare il mio nuovo progetto, la Freedom Box".

Esce dalla stanza e torna con una scatoletta in mano: assomiglia a un vecchio modem. Un pezzo di hardware metallico con una serie di ingressi e di uscite, che si collega alla presa del telefono al muro da una parte, e al computer dall'altra. Sopra campeggia un adesivo bianco con la scritta grande rossa: FREEDOM BOX (scatola della libertà).

Che cos'è?
"E' un sistema per disintermediare tutte le comunicazioni, in modo da mettere in contatto solo gli utenti fra di loro. Per cui nessun Grande Fratello può intercettare. Per ora è un prototipo, ma presto presenteremo la versione beta e speriamo di commercializzarla entro l'anno".

Detta così, promette di essere rivoluzionaria.
"Qui negli Usa se hai un cellulare e un fornitore di rete, per esempio Sprint, sei certo che un qualsiasi funzionario delle forze dell'ordine in qualsiasi momento può ottenere di sapere la tua esatta località. Così: privacy addio per milioni di persone. Il grande affare della telefonia di oggi è che possiamo tutti essere spiati. La fondazione per il software libero è grazie al cielo piena di hacker bravi ed etici che si stanno impegnando per risolvere il problema".

Siamo nell'era della sorveglianza globale?
"Le tecnologie su cui ci basiamo per restare connessi sono infette da strati di sorveglianza che ci può solo danneggiare".

Di chi è la colpa?
"Nella storia di Internet, ci sono diversi colpevoli che hanno trasformato il Web in uno strumento di controllo. Ma io punto il dito contro uno in particolare".

Chi?
"Mr. Mark Zuckerberg (il fondatore di Facebook, ndr) ha fatto più danni alla razza umana di chiunque altro alla sua età".

Perchè?
"Perchè Zuckerberg ha raccolto l'energia dei nostri desideri sociali e ci ha convinti ad accettare un terribile imbroglio. Tutti hanno bisogno di andare a letto con qualcuno, e lui ne ha approfittato creando una struttura per degenerare l'integrità della personalità umana. La sua offerta è stata "vi do accesso gratis al Web e ai contatti umani, e voi vi lasciate spiare gratis tutto il tempo". Con questo non dico che Facebook debba essere illegale. Ma noi guru delle tecnologie dobbiamo porre rimedio a questo scempio. Ne siamo in grado, e presto Facebook sarà obsoleto".

Non è una previsione azzardata? Sta andando a gonfie vele...
"Ma non c'è alcun motivo per cui l'architerttura di un social network debba includere una tale invasione della privacy. Di fatto, l'hardware e il software necesario per costruire una rete in cui la gente mantiene il controllo diretto delle proprie informazioni, senza intermediari, già esiste. Bisogna solo costruire un sistema migliore.  Zuckerberg si merita bellamente di andare in bancarotta".

Ma per la maggioranza degli internauti di oggi, Facebook è equivalente al concetto di social network. E' il mezzo che ci permette di comunicare in modi impensabili prima, è la terra promessa del World Wide Web... offre uno spazio in cui dialogare, connettersi, condividere musica, foto, le storie della nostra vita, uno spazio per esprimere chi siamo e imparare. E piace un sacco a tutti. I numeri sono dalla sua parte. Tanto che è prevista una quotazione in Borsa che batte i record di tutti i tempi. Difficile immaginarne il declino...

"Io prevedo un tracollo di Facebook. La gente si sta già ribellando allo sfruttamento e alla commercializzazione delle proprie informazioni personali. Facebook usa i nostri dati, carpiti dalla banca dati che non vediamo nel codice della sua rete ma che contiene tutti i suoi miliardi di utenti, per arricchirsi, li vende ai migliori offerenti.  Io sto costruendo un'alternativa per social networks trasparenti e verificabili, che rispettino la nostra libertà. Quando sarà possibile scegliere, penso che la gente sceglierà la libertà e manderà quell'arrogantello signor Zuckerberg a farsi fottere".

Ma c'è chi dice che l'era dei social networks ci ha talmente cambiato la vita che la privacy sta diventando sempre meno un valore da difendere, in cambio della comodità dei servizi che otteniamo in cambio.

"Tutte cazzate. La privacy non è un'idea antiquata. E' come dire che l'aria fresca è antiquata, quando sei un inquinatore. Sappiamo tutti che invadere la privacy della gente è sbagliato. Non abbiamo abolito le leggi che dicono che è un crimine guardare nelle finestre delle case delle persone o rubare le loro informazioni personali. Il problema è che Facebook non usurpa la privacy di un individuo solo che sceglie di lasciarsela usurpare, ma poichè questo a sua volta clicca sulle informazioni dei suoi amici, usurpa anche loro. Per fortuna fuori dagli Usa c'è chi se ne preoccupa: e l'Europa svetta nell'opposizione a Facebook, come una volta fece contro il monopolio di Microsoft. C'è speranza perchè se incominciano a ribellarsi gli utenti, che sono il patrimonio di Facebook, l'impero di Zuckerberg è destinato a crollare".

Ma perchè questo accada serve una rete alternativa più sicura, decentralizzata: esiste?   

"Ne abbiamo fondata da poco una, grazie a quattro studenti della New York University che mi hanno preso in parola: Daniel Grippi, Maxwell Salzberg, Raphael Sofaer e Ilya Zhitomirskiy hanno fondato il progetto Diaspora, un social network alternativo che è open-source, rispetta la privacy, e controllato dagli utenti. Utilizzano i loro nodi, decentralizzati, e salvano le informazioni localmente. Purtroppo Zhitomirskiy, il più idealista del gruppo, è morto, secondo alcune fonti si sarebbe suicidato, fatto sta che la sua perdita è stata un duro colpo ma il progetto Diaspora continua.

Un altro progetto alternativo di social network è affiliato con il movimento Occupy e con gli Indignados spagnoli e si chiama Global Square, che si è poi evoluto nella Federated General Assembly. Serve pazienza. Il software libero si muove lentamente perchè non ha soldi. Ma prima o poi ci arriva. Facebook è un sistema chiuso che può dare alla gente solo quello che già ha ricevuto. In futuro, potranno avere tutto quello, e in più la privacy che desiderano. Perchè è vero: la gente rinuncia alla privacy per convenienza, ma se possono avere entrambe, prima o poi scelgono l'opzione che offre anche la libertà. La tesi dietro all'Ipo di Facebook è che se hanno intrappolato un miliardo di persone, possono presto intrappolarne due miliardi. Ma non accadrà: avremo social networks federati nel giro di pochi mesi".



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La monnezza di Trastevere, così finisce un rione

Corriere della sera

Bottiglie rotte, tovaglioli, coppette di gelato e il vomito degli ubriachi di turno. All'alba migliaia di uccelli contendono ai topi gli avanzi di cibo sparsi la sera prima

Di MAURIZIO CAPRARA


ROMA - Mentre si discute su dove chiudere o aprire una nuova discarica, a Roma in verità se ne è creata di fatto un'altra: nel centro storico. Ufficialmente non esiste: è di rifiuti che rimangono appoggiati per terra alcune ore e poi portati via. Ma dato che nell'arco della stessa giornata altri rifiuti arrivano a rimpiazzarli, lo sporco ha una durata di vita simile a quella di tante orribili insegne di bar, ristoranti e negozi teoricamente non fisse: si staccano per una minoranza delle ore della giornata, quando il locale chiude, per il resto imbruttiscono scorci meravigliosi in gran parte del tempo.


Immondizia a Trastevere dopo un venerdì sera
Quelle che vedete sono immagini della mattina in un sabato qualunque di questa primavera. Se fossero state scattate di domenica la stratificazione dell'immondizia sarebbe anche maggiore. Ma danno l'idea di ciò che, nell'inerzia delle istituzioni, è diventata l'ordinarietà: la licenza di sporcare, la scelta politica condivisa a destra e a sinistra di non tener conto di quale è la quantità di esercizi tollerabili in un determinato punto di Italia senza alterarne l'equilibrio ambientale. La mancanza di un progetto urbanistico che non sia dettato dal beneficiare di una bulimia di clienti da parte di piccoli drappelli di sedicenti imprenditori (d'assalto o di semplice rendita di posizione a seconda dei casi, di certo estranei alla tradizione di bar e ristoranti seri che non viene tutelata dall'attuale stato di cose).

Non si capisce perché, la rimozione di questa sporcizia che non dovrebbe neanche essere prodotta e concentrata in un'unica zona debba essere pagata con le tasse da tutti. Non si capisce perché passi per sogno utopista ipotizzare che un vigile o una qualunque autorità pubblica sanzioni chi butta per terra una bottiglia, una coppetta di gelato o un tovagliolo, ma spesso anche un bicchiere di vetro che regolarmente si rompe e può tagliare mani e ginocchia a bambini se scivolano. A pochi chilometri da noi, in città grandi e piccole del Nord Italia o anche soltanto dell'alto Lazio, quel sogno non richiede neppure il ricorso a multe. Si realizza da solo: quando non avviene per sufficiente educazione civica, basta la sola consapevolezza che la maleducazione verrebbe punita. Nelle capitali del resto d'Europa, lo stesso.

Sta prendendo consistenza un cupo fenomeno che poesia e stornelli non hanno ancora avuto modo di descrivere. Tra la fine della notte e le luci dell'alba, migliaia di uccelli che un tempo erano forza e dinamismo della natura e adesso sono un effetto indotto dell'inquinamento - corvi, gabbiani, piccioni - approfittano dell'assenza di umani in strada per contendere ai topi, in giro nelle ore precedenti, gli avanzi di cibo sparsi da quella caciara alla quale, senza motivo, si dà l'onorevole nome di movida. Patatine, pezzi di pizza, coni gettati di gelato, vomito. Sì, vomito. Perché in certi punti del centro la mattina dà i risultati di una tombola al contrario: alcuni condomini, al posto della fortuna, si troveranno davanti al portone un tappetino di vomito dell'ubriaco di turno. Fa schifo dirlo, e fa schifo anche scriverlo su un giornale: ma è ormai abituale che questo si aggiunga alla sporcizia di bisogni non canini (né di volatili) scaricata tra un vaso di piante e l'altro anche di giorno e non soltanto di notte. Sono ragazzi attirati dalla caciara sulla quale alcuni si arricchiscono, venditori ambulanti di merci contraffatte, turisti senza alternative a dare il cambio ai cani nella produzione di escrementi da strada.

La caccia degli uccelli all'avanzo di cibo va avanti fino a quando, nelle prime ore della mattina, i netturbini ripuliscono a spese della città intera quanto le maleducazioni varie e l'acquiescenza delle forze preposte e far rispettare le norme hanno permesso si accumulasse. Per poco tempo, le scale della fontana di Santa Maria in Trastevere, il circondario di quel poveraccio di Giordano Bruno a campo de' Fiori e altri gioielli della capitale di un Paese del G8 riacquistano fiato. Non a lungo, però. Perché nel corso delle ore, già dalla mattina, i rifiuti torneranno a usufruire del loro permesso oggettivo di lunga sosta che, seppure con turni, li renderà parte del luogo. Le forze dell'ordine, se contattate da cittadini, spesso riterranno quasi offensivo essere invitate a multare chi lascia qualcosa per terra. Proteggere il centro storico di una delle più belle città del mondo affinché non diventi centro discarica? Che incarico di basso prestigio. Chissà perché, quando a nessuno verrebbe in mente di considerare umiliante il compito di catturare ladri di statue antiche o di altre bellezze assegnato ai carabinieri del nucleo per la tutela del Patrimonio artistico.


Quanto vedete è il lascito di una notte in via della Scala, soprattutto all'angolo con vicolo del Cinque, dove ogni notte musica ad alto volume esce dai bar senza rispettare l'obbligo di chiudere le porte. La cassetta postale vicino a Santa Maria meriterebbe di essere un francobollo: è l'immagine di ciò a cui è stato ridotto il principio di servizio pubblico. Beato il giapponese che riesca a riconoscere la cassetta postale per tale, perché da noi, rispetto al suo diritto di mandare una cartolina, si privilegia quello autoattribuitosi da un noleggiatore di camere a farsi propaganda imbrattando con un manifestino il lato dalla cassetta risparmiato da scritte e adesivi pubblicitari. Chissà come fanno, nel sapere che questo accade, i nostri amministratori locali di Comune e Municipio e i responsabili dei vigili a farsi la barba o a truccarsi. Insomma, a guardarsi allo specchio. La storia non li ricorderà certo tra i difensori di Roma, né tra i motori del suo sviluppo, per aver così generosamente garantito cibo agli uccelli.

Maurizio Caprara
1 maggio 2012 | 15:22



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Fuori Fassino dal corteo», proteste a Torino Ragazzi fermati e caricati dalla polizia

Corriere della sera

Il sindaco minimizza: «Erano in venti, succede ogni primo maggio, io sto bene»


TORINO - Tensioni al corteo del Primo Maggio a Torino. Non appena la schiera di migliaia di persone ha iniziato a percorrere via Po, un gruppo di circa 40 studenti e militanti del centro sociale Askatasuna ha cercato di spezzare il corteo nel punto in si trovava il sindaco di Torino, Piero Fassino, gridando «Fuori Fassino dal corteo».

LA CARICA - I ragazzi sono sbucati di corsa da una via laterale, hanno fatto esplodere una bomba carta, ma, prima che raggiungessero il primo cittadino, sono stati fermati e caricati dalla polizia. Dopo il primo tafferuglio è nato un inseguimento tra agenti e contestatori nelle vie adiacenti. Scudi e manganelli sono stati usati per respingerli. Uno dei leader del centro sociale è stato caricato su un blindato e portato in questura. In tutto quattro persone appartenenti al centro sociale sono state fermate. Si tratta di fermi temporanei, spiega la Digos, per vagliare le loro posizioni. Dopo gli scontri il corteo ha ripreso lentamente il suo percorso. Fassino resta in testa, con la fascia tricolore, circondato da una schiera di agenti in tenuta antisommossa e dal servizio d'ordine dei sindacati. Proseguono i fischi di alcuni cittadini, contro di lui. «Vergogna» e «Fuori la polizia dal corteo» gridano i manifestanti. «Erano in venti - ha minimizzato il sindaco - ogni Primo Maggio capita che ci siano dei contestatori, io sto bene».




IL DISCORSO - Una bordata di fischi e di grida si è levata anche da Piazza San Carlo, non appena lo speaker, dal palco, ha annunciato il discorso del sindaco. «Fassino - ha urlato un organizzatore al megafono per cercare di calmare la folla - è stato invitato da Cgil, Cisl e Uil, dai lavoratori e dai cittadini, è nostra consuetudine rispettare tutti, chiediamo rispetto». Ma i fischi sono continuati, almeno da parte della metà delle migliaia di cittadini presenti, 20mila secondo i sindacati. Fassino ha preso comunque il microfono e ha continuato a parlare per cinque minuti, nonostante le grida del pubblico. «È un primo maggio difficile - ha esordito - perchè la situazione del paese è critica. Bisogna sollecitare chi ha responsabilità a tutti i livelli».

FISCHI - Il sindaco ha garantito di continuare a occuparsi del problema dei precari degli asili nido e delle cooperative. Centinaia di contestatori in piazza sono disoccupati di questo settore. «Continueranno ad averli gli asili, i bambini - ha gridato Fassino dal palco - da settembre il posto ce l'avranno come oggi. Il fischio non è mai stato un argomento, chi fischia oggi è chi ieri ha impedito a Bonanni di parlare e tirava i bulloni a Trentin. E non ha mai capito come ci si batte per difendere i lavoratori». I fischi sono proseguiti quando, dopo Fassino, ha preso la parola Nanni Tosco, segretario torinese della Cisl, da parte soprattutto dei lavoratori delle fabbriche. Sono presenti anche delegazioni dell'Alenia, della De Tomaso e delle ex Bertone. «Ho fischiato Fassino perchè sono un operaio, e lui aveva detto che se avesse fatto il mio mestiere avrebbe votato sì al referendum dando ragione a Marchionne». Lo spiega Rocco Vallone, lavoratore delle ex Bertone - fabbrica del gruppo Fiat - e delegato Fiom. «Ho fischiato Nanni Tosco della Cisl - ha aggiunto - perchè la Cisl e gli altri sindacati hanno contribuito a farci buttare fuori dalle fabbriche e poi parlano di unità».

LE TENSIONI - Alla fine della manifestazione ufficiale del Primo Maggio, non terminano le tensioni. Un corteo improvvisato, composto da esponenti dei centri sociali, No Tav e lavoratori precari delle cooperative sociali è partito da piazza San Carlo e ha marciato verso la sede del Comune. La protesta è ancora contro la giunta Fassino. «Teniamo in piedi il welfare - spiega Dana Lauriola, operatrice dei dormitori pubblici di una cooperativa di 32 dipendenti - perchè non ce la sentiamo di non andare a lavorare e di non aprire, per esempio, un dormitorio. Lo facciamo lo stesso ma il Comune non ci paga da ottobre».

Elisa Sola
1 maggio 2012 | 12:19

Primo maggio, striscioni choc di CasaPound

Quotidiano.net


"Buon 1 maggio, lavoratore suicidato" nei cimiteri d'Italia

E’ quanto si legge negli striscioni ‘Choc’ posizionati nella notte davanti ai cimiteri dei principali capoluoghi dell’Emilia-Romagna e in una cinquantina città e piccoli centri dal Nord al Sud del Paese. Una provocazione di Blu, Blocco lavoratori unitario, il sindacato nato da CasaPound. "Ci sono sindacati che non festeggiano"



Bologna, 1 maggio 2012



Provocazione di Blu, Blocco lavoratori unitario, sindacato nato in seno a CasaPound Italia, in occasione del 1° maggio. ‘’Buon 1 maggio, lavoratore suicidato’’. E’ quanto si legge negli striscioni ‘Choc’ posizionati nella notte davanti ai cimiteri dei principali capoluoghi dell’Emilia-Romagna. ‘’Una provocazione - scrive Blu - In tempi di crisi il 1° maggio si celebra anche così".

Protagonista di recente di azioni analoghe, Blu ha compiuto l’azione simultaneamente in una cinquantina tra città e piccoli centri dal Nord al Sud del Paese. ‘’Ci sono sindacati che non festeggiano’’, si legge in calce ai volantini che stanno facendo il giro del web: l’immagine rappresentata è quella di un operaio impiccato che pende da un grande ‘1’. A lato la scritta: ‘’Forse non ti interessa più, ma a Roma oggi c’è un gran concerto. Buon 1 maggio, lavoratore suicidato’’. Frase ‘choc’ poi finita anche sugli striscioni esposti dal sindacato di Cpi in tutti i capoluoghi della regione, tra cui Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna e Forlì.

‘’Rifiutiamo la logica da ‘panem et circenses’ dei sindacati, anche perché di ‘panem’, a differenza di quanto avveniva nell’antica Roma, oggi non se ne vede più - sottolinea Blu - Di fronte a una lista di imprenditori e lavoratori ‘suicidati’ da uno Stato strozzino che si allunga ogni giorno di più e a una riforma che punta a ridurre i lavoratori in stato di servaggio, Cgil, Cisl e Uil non sanno fare di meglio che pretendere di utilizzare come una vetrina, peraltro a costo zero, il concerto che si tiene oggi a Roma, sperando così di far dimenticare a suon di musica la loro inettitudine. Noi però a questo gioco ipocrita non partecipiamo. E’ il 1 maggio, ma non c’è niente da festeggiare’’.



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Tassa lumaca, Equitalia invia l'avviso di pagamento dopo 34 anni

Il Mattino

di Gerardo Ausiello




NAPOLI - È una cartella esattoriale, ma sembra quasi un reperto archeologico. È ciò che ha pensato la signora M.A., napoletana, quando ha ricevuto l’avviso di pagamento di Equitalia. Sul retro della cartella la sorpresa: parte del debito (per un tributo legato ad un’attività commerciale), infatti, risale addirittura al 1978. Nel documento inviato dalla società di recupero crediti si legge che «dalle verifiche effettuate non ci risulta ancora versato l’importo di euro 1257,81». Facendo un po’ di conti, la quota relativa a 34 anni fa è pari a 20,66 euro che nel frattempo sono diventati 611,65 euro. A denunciarlo è Danila Navarra, responsabile regionale di Codici Campania, il centro per i diritti del cittadino che a Napoli ha aperto uno sportello per i consumatori: «Chi pensava che esistessero soltanto le cartelle “pazze” ora deve ricredersi perché ci sono anche le cartelle “lumaca”.


Martedì 01 Maggio 2012 - 10:30    Ultimo aggiornamento: 11:02






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