giovedì 26 aprile 2012

Cagnolino senza nome come Haciko: tutti i giorni sulla tomba del padrone

La Stampa
La zampa.it

Dopo la morte di un sessantenne il bastardino si trasferisce davanti al cimitero di Tonara: gli abitanti del paesino sardo lo "adottano"



Il suo padrone è morto due mesi fa e lui, un bastardino color miele di cui nessuno sa il nome, veglia la sua tomba. (Foto Unione Sarda)


cagliari


Due mesi fa seguì il corteo funebre dalla chiesa parrocchiale sino al cimitero, dove da allora si reca ogni giorno per un saluto al suo padrone. Il piccolo bastardino color miele che, in paese, a Tonara nel nuorese, chiamano «Senza nome» perchè non si conosce quale gli avesse assegnato il suo padrone ricorda, anche se il rito si ripete solo da alcuni mesi, la costanza della fedeltà del cane Hachiko, protagonista in un film con Richard Gere, che per circa dieci anni aspettò il padrone alla fermata del treno. La vicenda del «cane fedele» - scrive L’Unione Sarda - si è snodata nel tempo dopo che il suo padrone, di 60 anni, è morto improvvisamente per infarto.

Alcuni altri cani che teneva con lui sono stati «adottati» da alcuni compaesani ma «Senza nome» ha deciso di vegliare la tomba dell’uomo. Una guardia giurata che controlla il camposanto ha anche notato che la bestiola ha scelto di vivere vicino al camposanto e quando una vicina di casa del pensionato morto, che è anche la madre della guardia giurata, si reca quotidianamente in cimitero per portare un fiore e una preghiera ai suoi morti, dall’erba balza il cagnolino che la segue e assieme entra nel cimitero, raggiungendo la tomba del padrone mentre la donna si dirige verso i suoi parenti defunti, poi dopo un po' il cagnolino riesce e torna nella sua tana, dove i paesani sanno che vive e non gli fanno mancare il cibo.




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De Pedis, la difesa del monsignore: «Dei morti non si deve dire che bene»

Il Messaggero

Domani la riunione in Vicariato per stabilire i tempi della traslazione del corpo di Renatino dalla Basilica di S. Apollinare


CITTA’ DEL VATICANO - «Dei morti non si deve dire altro che bene». Monsignor Pietro Vergari, il parroco amico di Renatino, il boss della Magliana ucciso durante un regolamento di conti nel 1990 e da allora sepolto nella cripta di Sant’Apollinare, lo stesso concetto lo aveva ripetuto anche due anni fa davanti al Procuratore Giancarlo Capaldo. Enrico De Pedis «è stato un benefattore della Chiesa». Eh già, perché l’esponente di spicco della criminalità romana destinò non poche sostanze al parroco per realizzare le opere pie. Proprio questa generosità sembra sia all’origine di una delle sepolture più stravaganti che siano mai state autorizzate negli ultimi tempi dal Vicariato di Roma. 



Il nulla osta alla traslazione dal Verano alla Basilica. Il cardinale Poletti, infatti, firmò il nulla osta per ospitare eccezionalmente la salma di Renatino nella cripta di una delle chiese più antiche della Capitale, come fosse un esponente di una casa regnante e non un cittadino comune. Alla vigilia della riunione tecnica convocata per venerdì in Vicariato dal cardinale Agostino Vallini per stabilire tempi e modi della traslazione (assieme ai magistrati, alla polizia e alla gendarmeria) la voce di monsignor Pietro Vergari, torna a farsi sentire a difesa della memoria di quello che per tutti era uno spietato criminale ma per lui solo un fedele convertito. Il rapporto tra l'ex rettore di Sant'Apollinare e De Pedis era nato ai tempi in cui il boss si trovava recluso a Regina Coeli. In quel carcere il religioso si recava regolarmente per visitare i carcerati, dire messa, portare piccoli aiuti. Ne era nata una amicizia e successivamente anche la confessione. Don Vergari però non ha mai fatto menzione di particolari elargizioni. Semmai insiste nel dire che Renatino, una volta uscito di prigione, andava spesso a trovarlo a Sant’Apollinare dove il sacerdote era rettore, ma niente di più.

I soldi dati alla Basilica. La domanda tuttavia resta integra: di quanto denaro si tratterebbe? Negli anni scorsi si era parlato di una somma di 500 milioni di lire versata da Carla Di Giovanni, la vedova, attualmente l’unica a poter avere accesso alla cripta. Il cancelletto di ferro è chiuso con un lucchetto e solo la signora ha la chiave per entrare. Adesso indiscrezioni circolate al di là del Tevere ipotizzano cifre più consistenti. Addirittura «un miliardo di vecchie lire». La famiglia di De Pedis dopo l'agguato in via del Pellegrino temeva il rischio di profanazioni della tomba. Per questo desiderava la sepoltura in Sant'Apollinare, luogo di difficile accesso. Vergari ne parlò con il cardinale Ugo Poletti . Il 24 aprile 1990, a neanche tre mesi dall'omicidio di Renatino il corpo fu traslato dal Verano. 

FRA.GIA.
Giovedì 26 Aprile 2012 - 11:37    Ultimo aggiornamento: 11:47




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Lettere di dimissioni firmate in bianco

Corriere della sera

I licenziamenti camuffati, la norma non cambia
P.Battista




Ho arrestato mio fratello mentre papà piangeva»

Corriere della sera

Il poliziotto: «io avvisato poco prima del blitz, mio fratello non capisce di essere un ragazzo fortunato»

dal nostro inviato GIUSI FASANO



Mirko Raspa, il fratello del poliziotto, esce dalla volante davanti al commissariato di GenovaMirko Raspa, il fratello del poliziotto, esce dalla volante davanti al commissariato di Genova

GENOVA - «Ma lei si rende conto? Mio padre è un uomo che non è mai salito su un autobus senza biglietto, non ha mai preso una multa. Ricordo ancora la strigliata davanti all'orecchino che mi misi quand'ero ragazzo... E adesso che gli capita? La polizia suona all'alba a casa sua per arrestare suo figlio... Povero papà, non se lo meritava». Fabrizio non si capacita. «Meno male che c'ero», ripete. «Mio padre ha 61 anni e problemi cardiaci, se non ci fossi stato io gli sarebbe venuto un infarto».

L'ORDINANZA - Fortuna che c'era, l'agente Fabrizio Raspa. Con il cuore che batteva forte sotto la giacca blu da poliziotto, con il suo delicato modo di fare e di parlare, con l'ordinanza di custodia stretta fra le mani e le parole da dire preparate appena in tempo. Un'ora prima che le volanti partissero dal commissariato di Cornigliano (periferia nord-ovest di Genova) il suo capo, il sostituto commissario Fabio Occhi, l'ha chiamato da parte: «Stiamo andando ad arrestare delle persone per spaccio di droga. C'è anche tuo fratello Mirko. Te la senti di venire con noi?».

LA PERQUISIZIONE - «In quel momento il primo pensiero è stato per mio padre - ricorda Fabrizio -. Mia madre era fuori Genova, per dirlo a lei c'era più tempo. Ma papà era a casa con mio fratello... Sì, ho risposto. Certo che me la sentivo, dovevo esserci». Alle cinque del mattino ha suonato il campanello della casa dei suoi: «Oddio che c'è? Cos'è successo?» si è allarmato suo padre. «Adesso salgo e ti spiego».

L'ACCUSA - «Ho fatto più in fretta che ho potuto. La casa è all'ultimo piano, temevo che gli venisse un colpo. Avrà sicuramente pensato che fosse capitato qualcosa di brutto all'altro mio fratello o a mia madre... Non so descrivere la disperazione che ho visto sulla sua faccia quando ha saputo la verità». Fabrizio l'ha portato in una stanza, aspettando che i colleghi finissero con Mirko e con la perquisizione. «Gli ho spiegato come stavano le cose, ho cercato di usare le parole migliori che avevo, l'ho visto piangere e so esattamente che cosa ha provato in quel momento e che cosa prova. È un uomo d'altri tempi, trova troppo trasgressivo perfino un tatuaggio, s'immagini cos'erano i suoi occhi mentre gli dicevo che Mirko è accusato di aver fatto l'autista di una banda di spacciatori...».

INCENSURATO - A casa Raspa gli occhi dei due fratelli si sono incrociati soltanto un momento. «Gli ho solo detto "sei un deficiente". La cosa che mi fa più rabbia è che lui quasi non si rende conto di quanto è grave quel che ha fatto. Ha 27 anni, è incensurato, è la prima volta che mette piede in carcere. Dico io: al posto suo sarei disperato. Lui niente, era qui in commissariato a ripetere "non ho fatto nulla, guidavo e basta", come se non fosse consapevole di cosa significa andare in galera. Non capisce di essere un ragazzo fortunato. I miei genitori gli hanno dato tutto, gli hanno pagato la scuola per fare l'operatore sanitario, si sono fatti in quattro per lui. E lui che fa? Rischia il suo futuro così...».

IL FRATELLO - Le parole escono di corsa, Fabrizio si ferma un istante a riprendere fiato e forse pensa di aver detto cose troppo dure. «Mirko non è una cattiva persona» sospira, «è solo che si lascia trascinare dagli altri. Io non lo voglio difendere, ormai quel che è fatto è fatto. Comunque non riesco a pensarlo come un criminale. Se spacciasse droga ai bambini davanti alle scuole lo ammazzerei con le mie mani. Invece è soltanto uno scemo».

LA LEZIONE - Fabrizio ha 38 anni, una moglie e un bimbo di 10 anni, mai fumato una sigaretta, niente alcolici, droga nemmeno a sentirla nominare, studi da perito aeronautico, e divisa da poliziotto da 18 anni. Domani, armato di tutta la pazienza che può, andrà in carcere a trovare Mirko, a cercare di capire come e se «tutta questa storia possa diventare una lezione, un'opportunità per cambiargli la vita». Gli parlerà con la stessa dolcezza che ha usato per spiegare a suo figlio che lo zio è in prigione. Perché comunque, anche se lui non lo dice mai, gli vuole bene.


@GiusiFasano26 aprile 2012 | 13:31


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