mercoledì 25 aprile 2012

Il "bypass burger" che demolisce il cuore

Corriere della sera

Fino a 10mila calorie, il sandwich che infartua e che appassiona per il brivido del rischio



Il doppio burger bypass che attenta alle coronarie degli avventori (Ap)Il doppio burger bypass che attenta alle coronarie degli avventori (Ap)

MILANO - E' già la seconda vittima. La foto del panino campeggia anche sul celebre Huffington Post. Che riporta come a Las Vegas un una donna di circa 40 anni abbia avuto un infarto dopo aver mangiato questo celebre panino (il cui nome è tutto un programma: "double bypass burger"), al quale aveva associato il vizio del tabagismo e quello di Bacco (stava sorseggiando una margarita). E' stato trovata senza vita in un ristorante nella città degli eccessi e della perdizione.

IL PRECEDENTE - Due mesi fa, nello stesso ristorante celeberrimo per questa particolare "prelibatezza", un altro cliente aveva avuto un infarto mentre stava divorando il "triple bypass burger" (immaginiamo dalle dimensioni ancora più grandi). E ancora un anno fa un uomo di 29 anni aveva finito per rimetterci le penne. Questa impressionante sequela di lutti non ha però finito per scoraggiare gli appassionati del genere, tanto che gli affari, per il ristorante, continuano ad andare sempre a gonfie vele. Ma il peggior panino - in termini calorici - non è tra quelli presunti responsabili delle morti, perché il "quadruplo bypass burger" (10mila calorie) ha ottenuto persino lo scettro del sandwich più calorico al mondo, entrando di diritto nel Guinness dei primati. E lo servono nel solito ristorante-killer.



24 aprile 2012
(modifica il 25 aprile 2012)



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Due attori cubani in fuga per la libertà come i protagonisti del loro film

Corriere della sera


Invitati al Tribeca Film Festival di New York ne hanno approfittato per voltare le spalle al regime castrista



La regista Mulloy e il terzo protagonista del filmLa regista Mulloy e il terzo protagonista del film

MILANO - «La vita imita l'arte più di quanto l'arte imiti la vita» scriveva saggiamente Oscar Wilde nel XIX secolo. L'intuizione dello scrittore irlandese è confermata dalla recente storia di due giovani attori cubani, Javier Núñez Florián e Anailín de la Rúa de la Torre, che invitati al Tribeca Film Festival di New York per presenziare all'anteprima del loro film «Una Noche» (Una notte), proprio come i protagonisti della pellicola che lasciano clandestinamente il loro paese per cercare una vita migliore negli Usa, hanno approfittato del viaggio negli Stati Uniti per far perdere le loro tracce e salutare per sempre la dittatura castrista.

LA FUGA - I due ventenni che avrebbero dovuto presentarsi all'anteprima della pellicola giovedì scorso a New York non sarebbero mai arrivati nella Grande Mela. Partiti da L'Avana con un visto temporaneo mercoledì, hanno fatto scalo all'aeroporto di Miami, ma non sono mai saliti sul velivolo che li avrebbe dovuti portare nella «città che non dorme mai». Secondo il Servizio d'immigrazione americano nessuna domanda d'asilo sarebbe stata ancora presentata dai due attori, ma la legge consentirebbe agli esuli di trasmettere la richiesta entro un anno.

Certo, una piccola differenza con la pellicola girata dalla regista britannica Lucy Mulloy c'è: i tre principali interpreti del film (uno dei quali è il ventenne Dariel Arrechada che a differenza dei suoi colleghi non ha disertato l'anteprima di New York) raggiungono gli Usa con una zattera malandata e non con un aereo di linea, tuttavia Javier Núñez Florián e Anailín de la Rúa de la Torre vanno a ingrossare la lunga lista di artisti, atleti, ballerini e talenti cubani che hanno sfruttato la prima occasione per abbandonare il proprio paese oppresso dal regime comunista e dall’embargo americano che rende sempre più difficile la vita sull'isola caraibica

COMMENTI - La defezione dei due giovani attori ha stupito la regista Lucy Mulloy: «Pensavo realmente che venissero qui e si godessero il festival - ha dichiarato la britannica all'Huffington Post - Ero convinta che volessero partecipare all'evento. Ma mi rendo conto che hanno preso una decisione importante. Spero che siano sani e salvi. Sono sorpresa soprattutto perché hanno tutta la loro famiglia a Cuba e so che le cose laggiù sono difficili. C'è un embargo e quindi i cittadini devono affrontare un sacco di problemi». Dariel Arrechada, l'altro protagonista del film che è intenzionato a tornare a Cuba alla fine del festival, dichiara di non provare rabbia nei confronti dei suoi colleghi: «Questa è la loro scelta - afferma diplomatico - Ognuno la pensa a modo suo. Nessuno li obbliga a restare. E nessuno gli impone di tornare. Se vogliono vivere negli Usa, penso che facciano bene a restare. Se vogliono tornare, che tornino. Ognuno può fare quello che vuole della sua vita»



Francesco Tortora
25 aprile 2012 | 14:53



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Fuori onda al corteo: «Polverini non viene, ma chiede di essere ringraziata»

Corriere della sera

La governatrice manda a dire ai partigiani: non parteciperò. Ma vuole un comunicato scritto dell'Anpi. Che non ci sarà


ROMA - «Polverini non viene, dobbiamo fare un comunicato per ringraziarla». «Macché comunicato per ringraziarla! Siete pazzi?». «No, è che... lo ha chiesto lei: ci ha telefonato apposta». Singolare dietro le quinte quello registrato dalle telecamere di Corriere.it al corteo dell'Anpi per il 67° anniversario della Liberazione. Il dialogo - catturato fuori onda dalle telecamere del Corriere della Sera - si è svolto in mattinata, nel corso del corteo diretto dal Colosseo a Porta San Paolo, tra due degli organizzatori, subito dopo che la governatrice aveva annunciato di non poter partecipare causa altri impegni istituzionali.



NON VIENE PIU' - Dopo un'accesa discussione tra i partecipanti sull'eventuale intervento della governatrice - «qui non deve entrare, no e no» e «E' una fascista, non la vogliamo» -, il corteo parte, in testa gli ex protagonisti della resistenza, con lo striscione «I Partigiani». Poi arriva la notizia che Renata Polverini, presidente della Regione Lazio - dapprima dichiarata non gradita, poi invitata in extremis dall'Anpi al corteo (con la richiesta, però, di sconfessare tutti i gruppi neofascisti romani) - non raggiungerà la manifestazione per marciare a fianco dei partigiani: «Non verrà per non creare problemi».

MOTIVI ISTITUZIONALI - Quindi ecco il dialogo tra un giovane esponente della sinistra e un ex combattente: «Non viene più, ma chiede che ringraziamo con un comunicato scritto», dice il primo; «No, perchè se se ne è andata per motivi istituzionali...», obietta l'altro. «Ma ce lo chiede lei, ce lo chiede». «Chiede di essere ringraziata? - sbotta stupito il partigiano -. Ma così ci prendiamo anche la responsabilità di dire "si è vero l'abbiamo appoggiata"?!». E conclude sconsolato: «Fate quel che volete». «Noi le avevamo detto che, se si sentiva antifascista, poteva tranquillamente venire.... Ha da fare? Va benissimo, non ci sono problemi». Il comunicato, alla fine del corteo, non è stato inviato.

Redazione Roma Online 25 aprile 2012 | 14:49



Ancora tensione al corteo dei partigiani
E Polverini rinuncia a partecipare


Ex combattenti della Resistenza e giovani non avrebbero gradito la presidente della Regione Lazio. Escluso anche Alemanno. E anche Nicola Zingaretti rinuncia alla marcia


ROMA - «Riconosco l'importaza della Festa della Liberazione ma rinuncio per evitare inutili tensioni». Dopo un'attesa carica di elettricità e di passione civile, alla partenza del corteo dell'Anpi a Roma Renata Polverini non si è presentata. Sconsigliata da questura e polizia, stretta in un'agenda fitta di appuntamenti, la presidente della Regione Lazio ha preferito non intervenire alla manifestazione itinerante per il 25 aprile. Invitata solo in extremis al corteo, martedì, dopo giorni di polemiche, la governatrice aveva annunciato la sua partecipazione, ma mercoledì mattina ha cambiato idea.

DISCUSSIONI TRA I PARTECIPANTI - Il corteo è partito intorno alle 10 e, superato piazzale Albania, sta per raggiungere Porta San Paolo, con in testa il medagliere dell'Anpi e lo striscione «I partigiani». La presidente del Lazio avrebbe dovuto unirsi all'altezza di Caracalla. La decisione di Polverini arriva a rasserenare gli animi dopo che per una buona mezzora, alla testa del corteo, i manifestanti riuniti sotto l'Arco di Costantino, accanto al Colosseo, avevano discusso sulla sua ventilata presenza. Come piccoli fuochi, erano scoppiati accesi dibattiti a proposito dell'invito alla presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. Si scontravano le opposte visioni dei partigiani e di tanti giovani scesi a manifestare per ricordare la resistenza: da un lato, quelli convinti oppositori della «presenza di un rappresentante della destra come Renata Polverini»; dall'altro, coloro che sostenevano l'opportunità della sua presenza in quanto rappresentante delle istituzioni.

«RISCHIO DI VIOLENZE» - «Polverini ha fatto bene a non venire, non vogliamo fascisti al corteo e sul palco il 25 aprile - hanno commentato alcuni esponenti dei centri sociali presenti al corteo -. Se fosse venuta, sicuramente sarebbe stata contestata e avremmo deciso come farlo al momento». La governatrice non si è fatta intimidire, ma ha voluto evitare incidenti: «Ringrazio l'Anpi per l'invito e per avermi in qualche modo fatto capire che forse non era opportuna una mia presenza - ha detto Polverini in margine alla celebrazione - perchè il corteo rischiava di diventare violento».

La Liberazione di Roma il 4 giugno '44La Liberazione di Roma il 4 giugno '44



SENZA GIANNI E RENATA - Il 24 aprile, alla vigilia, la governatrice era stata infine invitata: l'Anpi aveva dato l'ok - chiedendole però di chiudere a tutti i movimenti neofascisti - alla sua presenza alla manifestazione del 25 Aprile che per la prima volta dopo 3 anni torna ad essere itinerante. Lei aveva replicato: incidente archiviato. Mercoledì, Vito Francesco Polcaro, presidente dell'Anpi di Roma, ha poi parlato dal palco di Porta San Paolo annunciando la formazione di un Coordinamento romano antifascista. Non ha partecipato neppure il sindaco di Roma: «Non è pervenuto nessun invito ufficiale, ne prendo atto senza farne un dramma», ha detto Gianni Alemanno in margine alla cerimonia della deposizione della corona d'alloro da parte del presidente della Repubblica davanti all'Altare della Patria. «Ci sono molti modi - ha osservato il primo cittadino - per ricordare il 25 aprile e faremo in modo che la città di Roma ricordi l'anniversario». Intanto, tra i cartelli esposti nella parte centrale del corteo Anpi, dove sfilano i centri sociali, sono stati esposti cartelli con su scritto «senza Gianni e Renata è più bella la giornata».

ZINGARETTI: BELLISSIMA GIORNATA - «Oggi è una bellissima giornata di riscatto e di libertà. È la giornata nella quale gli italiani, partigiani, militari, semplici donne e uomini si ribellarono all'oppressione nazi-fascista, permettendo la costruzione della Repubblica e della libertà», ha detto il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, che al pari di Polverini ha preferito non prendere parte al corteo. «Sono contento che il corteo sia stato bello, ricco e partecipato, per questo ringrazio l'Anpi - ha spiegato Zingaretti -, ma a questo punto - proprio per tutelarlo da polemiche che in questa giornata non devono esistere - ho preferito celebrare il 25 aprile negli appuntamenti dell'Altare della Patria, al Museo della liberazione di via Tasso e alle Fosse Ardeatine con il presidente Monti e le altre autorità». Zingaretti non ha comunque dimenticato di mandare un segno della sua partecipazione ideale: l'unico giunto dalle istituzioni romane. «C'è solo la corona della Provincia di Roma? Ah guarda caso, gli altri se ne saranno dimenticati», ha commentato Polcaro, dell'Anpi, osservando che sulle mura di Porta San Paolo era presente solo la corona di alloro della Provincia di Roma.

ALEMANNO ALLE ARDEATINE - Mentre il corteo raggiungeva San Paolo, il sindaco di Roma e la presidente Polverini hanno presenziato alla cerimonia al Mausoleo delle Fosse Ardeatine, dove il premier Monti ha deposto una corona di alloro in omaggio ai Martiri. Intorno alle 11.20, poi, Alemanno si è recato al Cimitero Monumentale del Verano per deporre una corona di alloro presso il «Muro del Deportato»,l monumento che ricorda i cittadini romani eliminati nei campi di sterminio tra il 1943-1945.

Redazione Roma Online 25 aprile 2012 | 14:00

La zanzara tigre avanza in tutta Europa, pericoli per la salute

Corriere della sera

Può trasmettere all'uomo gravi malattie, come la dengue e la febbre chikungunya




La zanzara tigre
MILANO - Fastidiose e pericolose, subdole e invincibili: gli studiosi stanno ancora discutendo quale sia il nome scientifico corretto della zanzara tigre asiatica, Aedes albopictus o Stegomyia albopicta. La scienza si trova però d’accordo su due punti: la zanzara tigre può trasmettere all'uomo gravi malattie, come la dengue e la febbre chikungunya. A preoccupare maggiormente è invece un altro fenomeno: a causa del cambiamento climatico l’insetto tropicale sta proliferando anche nel nord-ovest dell’Europa e nei Balcani.

IN ITALIA - La zanzara tigre, chiamata così per le striature trasversali bianche sulle zampe e sull'addome, è originaria del sud-est asiatico, dove è assai temuta. È vettore di diverse malattie virali, in particolare quelle causate da arbovirus, tra cui dengue e chikungunya. Visto che il clima nel Vecchio Continente sta cambiando, l’insetto ha imparato a sopravvivere anche nelle nostre latitudini. In Italia, per esempio, la zanzara tigre si è diffusa a partire dagli anni Novanta. Uno studio pubblicato ora sulla rivista scientifica Interface della Royal Society evidenzia come A. albopictus o S. albopicta si sia ormai stabilita definitivamente nel nostro Paese. Un esempio concreto di questo rischio è rappresentato dall’epidemia di chikungunya esplosa nell’estate 2007 nella zona di Ravenna.

CONDIZIONI SFAVOREVOLI - Secondo il ricercatore dell'Università di Liverpool, Cyril Caminade, gli inverni sempre più caldi e le piogge sempre più frequenti, attirano oramai la zanzara anche in Francia; nei Paesi del Benelux; in Portogallo e persino in Germania; Gran Bretagna; sugli altipiani svizzeri; in Turchia; a Cipro; in Bulgaria e Slovacchia. Tuttavia, ci sono pure zone in Europa dove le condizioni di vita per l’insetto sono nel frattempo diventate sfavorevoli, perché distinte da un clima troppo caldo e secco: nel sud della Spagna o in Corsica. Ciononostante, a oggi la zanzara tigre è una delle cento specie animali che si stanno diffondendo più rapidamente in tutto il mondo, affermano gli studiosi britannici e belgi.

PUNTURA - Le informazioni sulla diffusione di questo insetto provengono dai dati raccolti fino a dicembre 2011. I ricercatori azzardano anche una previsione: ritengono infatti che al più tardi nel 2050 la zanzara tigre asiatica possa essersi diffusa in quasi tutta Europa. Non c'è però da allarmarsi: la trasmissione del virus non avviene per contatto diretto (tra persona e persona), ma è la zanzara tigre che trasmette la malattia attraverso la sua puntura. E questa necessita in ogni caso di una fonte d’infezione. Vale a dire: se in circolazione non ci sono virus dengue o chikungunya, le zanzare non possono nemmeno trasmetterle.

Elmar Burchia

25 aprile 2012 | 13:00




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Arrivederci Rascel”, il ricordo a Torino a 100 anni dalla nascita

Il Messaggero


TORINO - Renato Rascel è nato per caso a Torino, ma non è un caso che sia Torino a ricordarne il centenario della nascita, grazie ad Assemblea Teatro che ha coinvolto il Museo Nazionale del Cinema nel progetto Arrivederci Rascel. Sono in programma una mostra, una retrospettiva, incontri, concerti ed uno spettacolo, tra maggio e dicembre.



La sua vita. Figlio di cantanti d'operetta romani, sarebbe dovuto nascere a fine tournee, invece anticipò al 27 aprile 1912 la sua venuta al mondo, quando la compagnia si trovava a Torino. Rascel è stato attore e cantante di fondamentale importanza nella cultura italiana, indiscusso protagonista della televisione in bianco e nero, del cinema, della radio con le sue canzoni che, per primo, dedicò anche ai bambini.

L'anniversario.
Il suo anniversario avrebbe rischiato di passare sotto silenzio se Renzo Sicco di Assemblea Teatro non avesse incontrato il collezionista Franco Settimo, che ha curato la mostra di copertine, disegnate, tra gli altri, anche da Crepax, "Viaggio intorno a Renato" in 45 giri al Cecchi Point dal 25 maggio al 30 giugno.

I suoi film.
Il Museo Nazionale del Cinema propone sabato 30 giugno e domenica 1 luglio quattro film realizzati tra il 1952 ed il 1954, "L'eroe sono io" di Carlo Ludovico Bragaglia, "Questi fantasmi" di Eduardo De Filippo, "Il cappotto" di Alberto Lattuada, "La passeggiata" dello stesso Rascel, pellicole rare e preziose che meritano un weekend a Torino.

A teatro.
A dicembre Assemblea Teatro debutterà con "Dove vanno a finire i palloncini", sulle canzoni di Rascel, interpretato da Cristiana Voglino e Andrea Castellini e con gli adattamenti di Matteo Curallo, giovane musicista reduce dal successo a Sanremo con Giovanardi.

La sua famiglia.
Molto soddisfatti del progetto sono stati la moglie ed il figlio di Rascel, che hanno promesso di presenziare a qualche iniziativa.

Martedì 24 Aprile 2012 - 19:58    Ultimo aggiornamento: Mercoledì 25 Aprile - 09:45






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Addio alla staffetta partigiana di Novara. Aveva 110 anni

La Stampa

Maria Giovanna Giudice è morta stamane in ospedale nel giorno della festa della Liberazione



Maria Giovanna Giudice con il sindaco Andrea Ballarè


roberto lodigiani


La staffetta partigiana Maria Giovanna Giudice è morta all'alba del 67° anniversario della Liberazione, all'ospedale Maggiore di Novara. Aveva 110 anni ed era la più anziana cittadina novarese. Viveva a Lumellogno e aveva compiuto gli anni a settembre. Il sindaco di Novara, Andrea Ballarè, l'aveva festeggiata con una pergamena solenne che recita: «Nel giorno del 110° compleanno e nell’anno del 150° dell’Unità d’Italia, il Comune rende omaggio all’encomiabile lavoratrice, alla staffetta partigiana, simbolo di virtù civica».

Maria Giovanna Giudice  fu staffetta partigiana a Cavaglio d’Agogna, il paese dove viveva da ragazza. L’impegno nella resistenza le  valse  una  medaglia di bronzo al merito civile.  All’inizio era il marito Paolino Piatti ha portare i «bigliettini».   «Ma io avevo paura che venisse catturato dai fascisti - raccontava la staffetta con semplicità - e allora gli ho detto: “Dalli a me, dalli a me, Pavlìn”; nascondevo i biglietti nel grembiule e andavo. Siccome avevo una sorella che abitava fuori da Cavaglio, erano convinti che andassi da lei».




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Droga, fucili e Corano In Mali Al Qaeda uccide la Primavera dei tuareg

La Stampa

Viaggio nella terra di nessuno dell'Azawad, dove gli uomini blu hanno proclamato il loro Stato e i fondamentalisti l'hanno invaso



Secondo l'ultima stima i tuareg sarebbero 5,2 milioni. La popolazione berbera africana vive nel Sahara. 1,4 milioni abita in Mali. (Foto Afp)


domenico quirico
inviato a menaka (mali)


Ho attraversato il confine del “Malistan” e non me ne sono accorto. In un punto c’era una linea invisibile, un uadi o un cespo di capanne, ed era il confine, il pickup l’ha passato come se niente fosse. In ogni confine c’è qualcosa di terribilmente definitivo, una linea e addio. Le ruote ci passano sopra come passerebbero sopra un corpo, anche se fosse un uomo vivo. Forse avrei dovuto intuirlo: quando gli uomini che erano con me si girarono - il panno dei turbanti stretto attorno al capo, all’altezza del naso - e tirarono fuori la piega della stoffa, sopra gli occhi, come la visiera di un elmo medioevale, lasciando solo una stretta e mobile fessura per gli occhi.

Dunque è così, che sarebbe avvenuto, impercettibilmente: sono nell’Azawad. Una parola cupa, bella e piena di dolore. L’Azawad, «la terra dove c’è pascolo» in tamasheq, la lingua dei nomadi, che il pollice di Dio ha fissato una volta per tutte, al momento della creazione. Il Mali, lo stato e i suoi soldati, sono fuggiti due settimane fa. Ora ci sono i tuareg ribelli, e i salafiti e Al Qaeda, ed è un caos che nessuno comanda.

Si ha sempre un senso di colpa quando si entra in abiti civili nelle regioni dove c’è la guerra e la morte: dopo tutto non si va a visitare un disastro se non per portare soccorso. Ci si sente come dei voyeurs della violenza. Lo confesso: i tuareg mi piacciono, per quella autonomia piena di giubilo, esaltante, che reca l’immensità. Perché la loro vita zoppica sempre di più, hanno ucciso le loro bestie, avvelenato i loro pozzi, violentato le loro donne, li hanno strangolati con le siccità e il sottosviluppo, i governi dei neri. Noi con il finto esotismo, e l’oblio.

Per Ali che guida il pick-up verso Menaka ogni giro di ruota dopo il confine strappa un pezzo della sua vita, una vita infelice. Per lui quella ricchezza di verde, le colline tonde e vanitose lungo il Niger , avevano qualcosa di indecente, di ostentato. Sentiva, prepotente, la nostalgia di paesaggi spogli. Ha gli occhi pieni di tutto il divertimento della vita. È tuffato nel ricordo di menestrelli, guerrieri, grandi gazzelle che non ci sono più perché il governo ha concesso ai ricchi arabi di sterminarle sparando gioiosamente dai fuori strada climatizzati; di marabutti come Askja Mohamed, che nel grande pellegrinaggio seminò dietro di sè, nella sabbia, uomini stanchi e non abbastanza saldi nella fede; e quelli divennero i cittadini di Gao e di Agadez.

«Peccato, c’è un po’ di confusione». Così l’ha chiamato, Ali, il tumulto che fa paura all’Occidente: «Non possiamo salire fino alle “chele del granchio”, peccato, è un posto pieno di magia, perfino pericoloso. Molti lì hanno visto il diavolo e sono diventati pazzi». Lo so che, in tasca, lui tiene i gris gris, gli amuleti, e ne ha uno efficace perfino contro l’indifferenza delle donne. Non gli basteranno i gris gris, povero Ali.

Sono venuto qui convinto di raccontare un sogno che si realizzava, uno Stato per i tuareg popolo senza terra, sì, un’altra primavera come quelle arabe a Nord. E invece devo raccontare la loro fine. È l’ultima sconfitta degli uomini blu, e stavolta non risorgeranno. Annegheranno nel grande mare arabo e non saranno più nulla. Sono arrivati nel deserto fuggendo gli arabi invasori, questa era la loro trincea, hanno resistito, si sono battuti. Il fondamentalismo e Al Qaeda sono nient’altro che l’ennesima invasione. Solo che questa volta non resisteranno. Noi, l’occidente, potremmo aiutarli. Invece li chiamiamo terroristi e salafiti. Sono soli come sempre. Bajan ag Hamatou è il sultano di Menaka e deputato di questa regione da trent’anni: «La proclamazione della indipendenza dell’Azawad? 

È l’invenzione di qualche tuareg che vive a Parigi e sta seduto comodo davanti al computer: un clic ed ecco inventato l’Azawad! Noi spariremo come sono già sparite le gazzelle. Tutto era di cartapesta: lo Stato del Mali, lo Stato dei tuareg, tutto costruito sul niente come in Africa. Tutto deve crollare, poi forse si potrà ricostruire. Come l’Italia dopo la guerra. Quando c’è stata la grande siccità e noi tuareg morivamo di fame e di sete, hanno creato un’associazione, per sedentarizzarli e salvarli. Sono andato a Parigi a cercare aiuto, eravamo di moda, allora; gli uomini blu, i guerrieri del deserto ... Mi hanno detto: ma no! Sei pazzo, fare delle case per i tuareg, fissarli a un luogo! Ma è la vostra cultura! Capisci: volevano amare i tuareg più e meglio di me! Adesso i salafiti mi hanno detto: vieni a pregare con noi a Gao liberata: ho risposto no, ho 64 anni ed è troppo tardi perché cambi modo di pregare».

Il vento, adesso che attraversiamo vasti campi di lava scura e catene di roccesabbiose, e il moto del pick-up pare quasi un’immobilità di sforzi vani, ha un sapore di fornace. Eppure il khamsin seduce, forse è per un certo impegno di cosciente, meticolosa malevolenza che mette nella sua lotta contro gli uomini e le cose.

Anche «il Maggiore» all’inizio mi piaceva. È tuareg, era nell’esercito del Mali, prima. E comandava la zona. Come ora. Si muove a scatti come chi è inseguito e si tiene pronto a nascondersi o fuggire con la massima rapidità, il suo volto di lince piccolo, appuntito, sorride sempre. La corruzione, in fondo, ha un suo spiccato fascino, e non si può dubitare della sua: l’ha come fosforo, inequivocabile, alla superficie della pelle. Poi l’ho visto mangiare gli spiedini, vorace, due, quattro, dieci, intinti fino all’orlo nella salse; e il dito medio dall’unghia lunga e puntuta che serviva alla pulizia dei denti. Tutto, soggiorni nelle accademie militari, l’imitazione borghese, è crollato di colpo. 

E allora ho pensato che la pista di atterraggio nel deserto di «Air cocaine», il Boeing 727 zeppo di dieci tonnellate di droga, non era lontano. In Colombia, da dov’era partito, la cocaina costava mille euro al chilo; in Africa, dove transita verso l’Europa, sono già diventati dodicimila. A fare i conti di quanto incassano i funzionari corrotti, e Al Qaeda che permette e protegge il passaggio, viene la vertigine. E inizi a capire questa guerra. In soli tre giorni l’esercito dei sudisti, smunto da generali addetti al contrabbando e da soldati neri che non ricevono la paga e le armi, è fuggito. Gli ufficiali felloni hanno organizzato a Bamako un putsch grottesco per non essere giudicati e non tornare a combattere. Il Nord è diventato un Paese terremotato, deteriorato, una gigantesca avaria; il nichilismo militare è diventato nichilismo politico, come nella Somalia dei signori della guerra e degli islamisti. I tuareg, che hanno fatto da miccia , non controllano più la loro terra. Perché sulla scena sono saliti, nello sperdimento di ogni regola e ordine, i salafiti, goccianti fanatismo, riuniti nel gruppo Ansar Dine; e i loro alleati di Al Qaeda.

Gli emiri del deserto, barbe brigantesche e teologiche certezze. Piccoli, feroci Bin Laden algerini con le loro bande, gente da sacco e da forca, viaggiano pregano, amministrano fanno discorsi, controllano Gao, Timbuctu, la città dei 333 santi, Mopti, dove scalmana l’avvio ancora tiepido della sharia più integrale e nefasta. Un altro veicolo ci viene incontro nei vapori ondeggianti della polvere. Chi sono ? Questi giorni, con le scorrerie e il caos, non conoscono amici nel Nord del Mali. 

Sono tuareg di scorta, solo occhi ci guardano nella fessura del turbante, al riparo dall’aria ardente che passa sui volti come una maschera di metallo. Moulaye, come succede a chi è uso a stentare la vita ha un dolore virile e pudico e non fa storie È un «ishomar», una deformazione del francese «chomeur», disoccupato, un tuareg che la miseria ha sradicato dalla sua tradizione ed è entrato nella modernità per vie traverse, un figlio dell’oblio e della siccità finito nella legione verde di Gheddafi a guadagnarsi il pane e la sopravvivenza. Uno dei duemila che con armi pesanti sono venuti ad accendere la rivolta a Kidal, la prima città liberata. Moulaye combatte da sempre, vecchio soldato cuore di bronzo.

Ma anche lui sa di essere vinto: «Noi tuareg non esistiamo più, ormai, noi che siamo statiper anni in Libia siamo arabi, il tamasheq lo parlano solo alcuni in casa. Se tutto andrà bene chissà un giorno mi comprerò due cammelli e un pezzo di terra nella brousse per andare il fine settimana a fare il tuareg. Come ho visto fare ai libici ricchi». La città di Menaka, nella regione di Gao, prima contava 40 mila abitanti dentro la sua cintura di immondizia e di plastica che l’avvolge come le spire di un pitone. Metà almeno sono fuggiti, trovi nelle strade solo gente sparpagliata, a grumi allarmati e diffidenti, gente sul chi vive che non sa come si metteranno le cose. 

Per ora comanda la tribù di questa zone, una sorta di comitato di autodifesa, ma i salafiti possono arrivare. Donne e bambini sono fuggiti, sono rimasti gli uomini a tener d’occhio gli «affaires», che più sono miseri più sono indispensabili alla vita. In questa guerra che non ha contato vere battaglie ma solo ritirate precipitose e avanzate fulminanti, e le città sono cadute come un frutto troppo maturo, da sé, i morti sono pochi. Ma l’ospedale, che la cooperazione italiana aveva finanziato, è stato saccheggiato, non ci sono più medicine. Anche la grande scuola per mille allievi e alcuni uffici pubblici, simbolo dei sudisti, sono stati saccheggiati.

Forse perché amano lo spazio aperto, le case dei tuareg sono catacombe immerse nell’ombra. I salafiti di Ansar Dine sembrano più forti, hanno denaro e armi: «Noi siamo gente semplice, la più grande paura è sentirsi dominati, dover obbedire. Perfino quando combattiamo non accettiamo di essere comandati. Se qualcuno ci prova gli diciamo: non sei padrone della mia coscienza. Per questo neppure Al Qaeda potrà darci ordini. Oggi discutiamo con i salafiti, ma per esempio non potranno certo imporci di velare le donne». L’orgoglio: non ostentato in superficie neanche fosse una malattia della pelle e sensibile al minimo tocco. 

Il loro è sepolto in profondità. È quanto resta all’occidente distratto e pauroso che non si è ancora accorto di avere un Afghanistan alle porte del petrolio libico, dell’uranio del Niger, del gas algerino. E sulle piste dei nuovi schiavi che salgono, pieni di rabbia, verso l’Europa. È Iyad Ag Ghali l’uomo decisivo; dicono che ha incontrato alZahawiri. Ma ha fondato Ansar Dine per sottrarre i giovani tuareg alla tentazione di Al Qaeda. L’occidente e il governo del Mali devono fargli offerte per convincerlo a battersi contro Al Qaeda, a non imboccare una via senza ritorno. Far parte del deserto, e i tuareg lo sanno, significa essere condannati a una eterna battaglia contro un nemico non di questo mondo né di questa vita né di null’altro. Se non, forse, la stessa Speranza.



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La lapide al 17enne partigiano bruciata dai vandali

Il Giorno


La targa dedicata a Bortolo Pezzutti, catturato dai fascisti perché si era rifiutato di togliere il fazzoletto rosso al collo e consegnato alle SS, è stata danneggiata da ignoti



Bergamo, 25 aprile 2012 - Vandali sui luoghi della memoria della Liberazione: una targa dedicata alla memoria del partigiano bergamasco Bortolo Pezzutti è stata bruciata a Lovere, in provincia di Bergamo. L'episodio è stato denunciato ai carabinieri dall'Anpi, l'Associazione nazionale dei partigiani.

Ignoti hanno dato alle fiamme il supporto in plexiglass della lapide, che si trova sull' edificio che nel 1944 ospitava il cinema del paese, proprio nel punto in cui il partigiano, allora appena diciassettenne, fu catturato da un gruppo di fascisti dopo essersi rifiutato di togliersi dal collo un foulard rosso. Il giovane fu poi consegnato alle SS e portato a Bolzano, dove fu trucidato la notte di Pasqua del 1945 dal 'boia' Michael Seifert. Cinque anni fa la locale sezione dell'Anpi gli ha dedicato una lapide che ora, dopo il gesto vandalico, dovrà essere sostituita.


"Lavoravo con i nazifascisti per informare i partigiani"

Il Giorno


Magenta, la testimonianza di Terenzio Gomarasca: "Dovevo recuperare le informazioni e portarle ai nostri"
di Luca Balzarotti


Legnano, 25 aprile 2012 - La cicatrice sulla mano nasconde molto più del colpo di baionetta inflitto dai tedeschi per convincerlo a parlare. Terenzio Gomarasca, 86 anni il 2 giugno - festa della Repubblica - ha vissuto la Resistenza da infiltrato. Un partigiano nella tana dei nazifascisti. «Dovevo recuperare le informazioni e portarle ai nostri», ricorda il combattente magentino. «Ero piccolo e magro, non dimostravo neppure i miei 17 anni. Un fisico ideale per fare la staffetta».

La Brigata Colombini, guidata dal comandante Comincioli di Robecco sul Naviglio, un segmento della Divisione Alto Milanese, non ha avuto dubbi. Il giovane Terenzio era la persona giusta per fare da talpa. «Fui contattato da uno studente di farmacia che mi accennò della nascita del movimento partigiano», ricorda Gomarasca. «All’inizio del 1944, i tedeschi avevano pubblicato un bando. Cercavano ragazzi del posto disponibili a lavorare lungo il Ticino. Ma i patti erano chiari: chi fosse stato scoperto a collaborare con i partigiani sarebbe stato messo al muro. Io, su consiglio della mia Brigata, mi sono fatto assumere alla Todt proprio per avere informazioni segrete e portarle a loro». Il suo profilo si sposava alla perfezione con i requisiti del bando della Todt.

«Mi presero senza problemi: tutti i giorni andavo al Ticino, al confine di Boffalora. Facevo manovalanza: i tedeschi mi avevano chiesto di tagliare gli alberi del bosco piemontese per avere la visuale libera. Avevano paura che gli Alleati potessero risalire da Genova e arrivare in Lombardia». Paura. Una sensazione con cui il partigiano, non ancora maggiorenne, ha iniziato presto a convivere. «Come facevo a non averla?», spiega Gomarasca. «Facevo parte del Servizio Segreto. Stando tutti i giorni con i tedeschi potevo riferire alla Brigata le postazioni delle contraeree. Gli americani erano informati di tutto. Che rischio, però. Ogni giorno temevo che qualcuno potesse scoprire il mio ruolo da partigiano infiltrato. E i nazifascisti non scherzavano: non erano soldati, erano carnefici. I soldati sono un’altra cosa. Questi, invece, ti ammazzavano per niente». Il posto di lavoro alla Todt gli consentiva di circolare grazie al certificato di dipendente. Ma non di essere al riparo da ogni pericolo.

«Il punto di ritrovo - racconta il combattente - era il vecchio asilo di via Santa Crescenzia gestito dalle suore. Con la scusa di tagliare la legna, io e altri giovani partigiani ci incontravamo per lo scambio di notizie. Il giorno di San Biagio sono uscito dall’asilo convinto di passare inosservato vista la confusione che c’era per la fiera. All’incrocio con via Garibaldi, vengo fermato da due ragazzi dell’esercito repubblichino. Avevo le tasche piene di lettere partigiane. Un giovane di Magenta, intuendo il pericolo, mi ha chiamato. In quel momento è suonato l’allarme, c’è stato un parapiglia generale e sono corso a casa con la scusa della mamma anziana. Così mi sono salvato». Il compito più importante che il Servizio Segreto gli aveva affidato era il controllo dei treni.

«Dalla stazione di Magenta vedevo gli spostamenti verso Milano e Novara», racconta Gomarasca. «Il mio nome non era conosciuto nemmeno dai partigiani. Lo sapeva solo il comandante Giorgio Aminta Migliari, che guidava il Simni (Servizio militare nord Italia). Se mi avessero scoperto, sarebbe stata la fine. Qualcuno può chiedersi perché ho accettato questo rischio. La risposta è semplice: per un ideale. Ho vissuto i manganelli fascisti e la loro prepotenza. Quando ero a scuola, ci vestivano con la divisa Balilla per andare a Milano a seguire le manifestazioni sportive. Io non l’ho mai avuta completa: mi giustificavo dicendo che i miei genitori erano poveri. Un giorno a scuola mi dissero che senza l’uniforme mi avrebbero lasciato a casa. E io risposi: “Meglio”. Mi hanno sentito e ho preso una sberla. Ecco perché ho accettato di correre questi pericoli».

Il 25 aprile, giorno della Liberazione dell’Italia, lo ha vissuto con un mese di anticipo. «Quel giorno ero a Corbetta», ricorda. «Nel Servizio Segreto si sapeva da un po’ che sarebbe finita così. Quando arrivò la colonna della San Marco preceduta dal camion dei partigiani non fu una sorpresa. Secondo alcuni siamo eroi e secondo altri assassini? In guerra si fanno degli errori. C’è una grande differenza, però: i tedeschi prigionieri dei partigiani non venivano ammazzati, ma scambiati con altri prigionieri».
luca.balzarotti@ilgiorno.net


Cortei e cerimonie: l'hinterland non dimentica i partigiani


Il Giorno



Cinisello Balsamo, 25 aprile 2012



Venticinque aprile ma non solo. Nell’hinterland le celebrazioni per la festa della Liberazione andranno avanti anche nei prossimi giorni. Si parte oggi, comunque: a Cinisello andrà in scena la tradizione. La giornata si apre alle 9 con la messa nella chiesa di piazza Soncino a cui seguirà il corteo, aperto dalla Filarmonica Paganelli ’79, che farà tappa ai vari monumenti ai caduti sparsi per le vie della città dove verranno deposte le corone di fiori. Il corteo terminerà in piazza Gramsci con gli interventi del sindaco Gasparini, del presidente del consiglio comunale Giuseppe Sacco e dei rappresentanti di Anpi.


A Sesto le manifestazioni di oggi saranno culmine di un percorso ricco di iniziative. Alle 8.30 la Santa Messa nella chiesa di Santo Stefano: anche in questo caso, fuori da chiesa, prenderà il via il percorso di deposizioni di fiori e corone tra cimiteri e monumenti. In serata, dopo l’esibizione della Banda di Bresso, piazza della Resistenza sarà ritrovo per le società sportive sestesi per la fiaccolata che terminerà intorno alle 21.30 in Villa Zorn con la premiazione degli atleti al Pino Argentato. A fare da cornice alla giornata le gare sportive. Dalle 9 via al primo Trofeo Giuseppe Carrà di Stock Sport al palaghiaccio. Alle 9.30 prende invece il via il 34esimo Trofeo della Resistenza Percorsi Verdi.

Tradizione anche a Cologno: alle 10 alzabandiera e deposizione della corona nel quartiere San Maurizio al Lambro
, davanti al monumento ai caduti di via Toti. Alle 11 appuntamento davanti a villa Casati, da dove prenderà il via il corteo per le vie del centro verso i monumenti di piazza Aldo Moro e via della Resistenza. Alle 11,30 interventi del sindaco Mario Soldano e dell’Anpi di Cologno.


Poco lontano, a Cernusco, alle 9 Santa Messa nella Chiesa Prepositurale di Santa Maria Assunta mentre alle 10,15 da piazza Conciliazione parte il corteo accompagnato dalla Banda de Cernusc che deporrà una corona di alloro al monumento dei Caduti in piazza Martiri della libertà e a quello dei partigiani in largo Riboldi e Mattavelli.

A Rho, infine, gli appuntamenti sono rimandati a venerdì, con la proiezione, alle 21, del film «I sette fratelli Cervi» nell’auditorium Padre Reina, e a sabato: alle 10.30 nel Centro va in scena «La Resistenza in Italia, la Resistenza a Rho», con i saluti del sindaco Pietro Romano, la testimonianza di Adelmo Cervi e la presentazione del libro «Memorie del partigiano Miro» di Vladimiro Zeminian a cura di Massimo Cova.





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