venerdì 20 aprile 2012

Processo Ruby, Berlusconi in aula «I travestimenti? Gare di burlesque»

Corriere della sera

Il Cavaliere in aula al processo. La sua versione: «Aiuto le ragazze rovinate dalla Procura»


MILANO - Primo processo «Ruby» in cui Silvio Berlusconi è imputato di concussione e prostituzione minorile. L'ex presidente del Consiglio è arrivato intorno alle 9.30 al palazzo di giustizia per partecipare al processo. Consueto dispiegamento del servizio di sicurezza che ha bloccato parte del primo piano del palazzo.

Processo «Ruby», Berlusconi in Aula Processo «Ruby», Berlusconi in Aula Processo «Ruby», Berlusconi in Aula Processo «Ruby», Berlusconi in Aula Processo «Ruby», Berlusconi in Aula Processo «Ruby», Berlusconi in Aula

All'udienza ha testimoniato il funzionario di polizia Piero Ostuni, che la notte tra il 27 e il 28 maggio del 2010 ricevette le telefonate dell'allora premier che sollecitava l'affidamento della minorenne marocchina, Karima El Mahroug, al consigliere regionale Nicole Minetti. Sono stati chiamati a deporre anche gli altri poliziotti che si occuparono dell'intricata vicenda, l'ex questore di Milano Vincenzo Indolfi, Giorgia Iafrate e Ivo Morelli.

Karima, in arte Ruby Karima, in arte Ruby Karima, in arte Ruby Karima, in arte Ruby Karima, in arte Ruby Karima, in arte Ruby

«RUBY E MINETTI SI CONOSCEVANO BENE» - «Fu Ruby a dirmi di non essere la nipote di Mubarak ma che a volte si spacciava come tale», ha dichiarato Giorgia Iafrate. Secondo la teste, dunque, era chiaro fin dall’inizio che la giovane non era la nipote del presidente egiziano. «Non ci fu nemmeno bisogno di attivare il canale diplomatico» ha precisato Iafrate, spiegando di aver riferito al capo di gabinetto della Questura di Milano, Piero Ostuni, del suo colloquio con la ragazza marocchina. Il commissario, allora alle prime armi, oltre ad aver affermato che ai tempi era «inesperta sì, ma sprovveduta no», ha sostenuto di non aver «disatteso gli ordini del pm perché erano cambiati. È vero che in un primo momento aveva disposto di affidarla in comunità ma poi aveva anche detto "Valutiamo una seconda via", cioè l'affido alla Minetti, solo se compiutamente identificata». Ha poi aggiunto che, quando arrivò la Minetti, «ho assistito personalmente all'incontro con Ruby: si sono abbracciate mentre Karima piangeva perché non voleva più restare in Questura. Insomma, era evidente che si conoscevano bene». Ilda Boccassini ha rilevato che Giorgia Iafrate ha affidato Ruby al consigliere regionale Minetti alle due di notte mentre l'identificazione è avvenuta alle 4, cioè due ore dopo.


OSTUNI - Il capo di gabinetto ha raccontato della telefonata che ricevette la sera del 27 maqggio quando il caposcorta gli passò al telefono Berlusconi. «Mi disse che c'era una ragazza in questura che gli era stata segnalata come nipote di Mubarak e che sarebbe arrivata la consigliera parlamentare (regionale, ndr) Nicole Minetti che si sarebbe fatta carico della situazione per l'affidamento». Ostuni disse a Iafrate di accelerare la procedura ai fini del rilascio della minorenne marocchina. Il funzionario rispondendo alle domande dei pm Antonio Sangermano e Ilda Boccassini afferma che quando fu chiaro che Ruby non era la nipote di Mubarak «non ci pensò proprio a ricontattare Berlusconi o la presidenza del Consiglio per far osservare che la circostanza non era vera». Ruby fu affidata a Nicole Minetti tra le 2 e le 2.30, mentre la famiglia della minore in Sicilia fu contatta solo verso le 4 del 28 maggio. Dal racconto di Ostuni emerge che «non c'era altra possibilità oltre all'affidamento alla signora Minetti dal momento che mancavano posti disponibili nelle comunità e che non si poteva trattenere una minore in questura per la notte». Il pm dei minori aveva dato indicazioni di identificare con certezza la ragazza e di affidarla a qualcuno solo dopo aver adempiuto a tale dovere.

«GARE DI BURLESQUE» - «È vero, le ragazze si travestivano, anche da poliziotto, ma lo facevano perché si trattava di gare di burlesque». Così Berlusconi, intrattenendosi con i giornalisti al termine dell'udienza sul processo Ruby. Berlusconi è tornato sulle cene con le ragazze organizzate nelle sue residenze: «cene assolutamente eleganti» le ha definite. A volte poi «si scendeva nel teatro, che è la vecchia discoteca dei miei figli, in un'atmosfera di simpatia, gioiosità, divertimento». L'ex premier ha riferito che a volte le ragazze si travestivano, e rispondendo ai cronisti ha aggiunto con un sorriso: «Io guardavo molto divertito. Sono sempre stato corretto, queste ragazze hanno la sola colpa di essere venute a casa mia per delle cene normali dove a volte alla fine c'erano degli spettacolini teatrali».

«HANNO PERSO LAVORO E FIDANZATI» - E ancora: «Mantengo queste ragazze perché hanno avuto la vita rovinata da questo processo. Hanno perso il lavoro, i fidanzati, e forse non ne avranno mai più. Mi sento responsabile - ha aggiunto - perché l'unico loro torto è stato quello di accettare un invito a cena a casa del premier. È stata rovinata la vita a trenta ragazze, è una cosa scandalosa». Riferendosi poi alle deposizioni delle ragazze che si sono costituite parti civili, il leader del Pdl ha commentato: «Mi sembra che abbiano imparato una parte a memoria e le loro testimonianze siano tutte uguali». E sulla questione Ruby risponde ai cronisti: «Io mi sono limitato a chiedere informazioni sull’identità della ragazza che mi era stata prospettata come la nipote di Mubarak».

Redazione Milano online20 aprile 2012 | 15:01

Caso Ruby, crolla il teorema della Boccassini

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Era da più di vent’anni, dai tempi della Duomo connection, che non si vedeva in aula la Boccassini fronteggiata così aspramente. Il commissario Giorgia Iafrate non indietreggia, ma rivela per la prima volta che anche a lei Ruby confessò di avere il vizio di spacciarsi in giro per parente di Mubarak. Crolla l'intero teorema della Boccassini che, irritata, lascia l'Aula.


"Avevo un po’ di tempo libero e sono venuto a vedere questo spreco di soldi pubblici": così Silvio Berlusconi spiega la sua apparizione a sorpresa, questa mattina, nell’aula del processo a suo carico per il "Rubygate".



La pm Ilda Boccassini al Tribunale di Milano

Bisogna dire che il buco vuoto nell’agenda dell’ex presidente del Consiglio è capitato a fagiolo: dopo mesi di udienze noiose e spesso inutili, per questa mattina erano in programma finalmente testimonianze importanti, e per alcuni aspetti decisive. Si parla del più grave dei due capi d’accusa contestati al Cavaliere: concussione (pena prevista fino a dodici anni) ai danni dei funzionari della questura di Milano che, nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, vennero convinti da una telefonata dell’allora capo del governo a rilasciare "Ruby", ovvero Kharima el Mahroug, la minorenne marocchina già ospite delle feste a casa di Berlusconi.

Come si arrivò al rilascio della procace ragazzina, scappata da poco da una comunità, ripudiata dalla famiglia, e sostanzialmente allo sbando? Sulla sedia dei testimoni, chiamati a rispondere a questa domanda, sfilano i poliziotti Pietro Ostuni e Giorgia Iafrate. Che sia una udienza importante lo testimonia anche la presenza in aula per la prima volta di Ilda Boccassini, procuratore aggiunto, già avversaria di Berlusconi in tanti processi, arrivata a dare man forte al pm Antonio Sangermano. Ma a sorpresa si materializza anche Berlusconi. E così la scena è questa: Ostuni e poi la Iafrate sulla sedia, incalzati dalle domande dei pm, e con lo sguardo di Berlusconi fisso addosso. In poltrona, seduto accanto ai suoi legali Nicolò Ghedini e Piero Longo, il Cavaliere non si perde una parola.

E quando, alla prima pausa, esce in corridoio e affronta il branco dei cronisti, ha l’aria più che soddisfatta. E ne ha ben donde: né Ostuni, capo di gabinetto della questura milanese, né la Iafrate, la giovane funzionaria che era di turno quella notte, hanno detto di avere ricevuto la minima pressione per rilasciare Ruby affidandola alla consigliera regionale Nicole Minetti. Ostuni ricorda di avere ricevuto la chiamata del premier, che segnalava la presenza in questura della ragazza, l’ipotesi che fosse parente del presidente egiziano Mubarak, e la possibilità di affidarla alla Minetti. Nient’altro. Quello che accade dopo, nel racconto di Ostuni, è figlio di quella telefonata: una segnalazione, una raccomandazione, ma senza traccia di pressioni aperte o implicite. E ancora peggio per la Procura va con la giovane e coriacea funzionaria Giorgia Iafrate.

Il duello che si apre in aula tra la Iafrate e Ilda Boccassini è uno spettacolo. Era da più di vent’anni, dai tempi della Duomo connection – e anche in quel caso protagonista fu una testimone donna – che non si vedeva in aula la Boccassini fronteggiata così aspramente. Giorgia Iafrate ribatte parola su parola, interrompe, replica. La pm non la prende bene, insiste, incalza. Ma la Iafrate non indietreggia. Rivela per la prima volta – e non è un passaggio irrilevante – che anche a lei Ruby confessò di avere il vizio di spacciarsi in giro per parente di Mubarak. Ma, e questo è il passaggio clou, dice chiaro e tondo che il rilascio della ragazza fu autorizzato dal pubblico ministero minorile di turno quella notte, con l’unica condizione che fosse "compiutamente identificata": "E noi sapevamo perfettamente chi era e da dove veniva". E ancora: "Tenere una minorenne nelle camere dei fermati è una estrema ratio. E io ho disposto che venisse affidata alla consigliera Minetti per tutelare sia lei che i miei agenti".

Sulla sua poltrona, Berlusconi sorride e si dà di gomito con i difensori. Ilda Boccassini, visibilmente irritata, chiede scusa al tribunale e va ad occuparsi di un’altra udienza. Berlusconi esce dall’aula e si lancia nel suo pezzo forte, il botta e risposta con i cronisti: "I travestimenti delle ragazze nelle feste di Arcore erano delle gare di burlesque. Io mi divertivo, lo ammetto. E non ne sono pentito".




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L'esercito di Sua Maestà britannica arrostì vivo un uomo in Kenya

Il Mattino

LONDRA, 18 APR

I documenti più scottanti sono stati distrutti col chiaro intento di consegnare il crepuscolo dell'Impero all'oblio. Il resto si credeva perduto nella confusione della decolonizzazione. Ma non era vero. Per oltre 50 anni i segreti del governo di sua maestà sono rimasti nascosti in un discretò archivio del ministero degli Esteri.

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Il periodo.Oggi, per la prima volta, sono diventati pubblici. E non è un bel vedere. Nei «colonial papers» sono infatti custodite le magagne combinate dai funzionari coloniali britannici nei territori ancora amministrati da Londra nel periodo compreso tra la fine della seconda guerra mondiale e le varie dichiarazioni di indipendenza fioccate tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
 
Eliminati. Ecco allora il fato di «centinaia» di ribelli malesi, spesso simpatizzanti comunisti, «eliminati» dalle truppe coloniali o le discrete consultazioni tra USA e Regno Unito per fondare sull'isola Diego Garcia una base militare «al riparo da agitazioni politiche o impicci».
 
Deportazioni. Risultato: 1500 indigeni deportati nel più completo riserbo. Oppure il tentativo, probabilmente finito a vuoto, di testare «armi chimiche» nelle pianure dell'odierno Botswana. Quel che più colpisce sono i riferimenti a ciò che è stato accuratamente distrutto.
 
Arrostito vivo. Ovvero i rapporti che probabilmente contenevano i dettagli degli abusi e delle torture subiti dai Mau Mau in Kenya. Fra questi uno dei più agghiaccianri è il caso di un uomo «arrostito vivo». Ma c'è anche il massacro forse compiuto nel 1948 dalle Scots Guards nel villaggio malese di Batang Kali (24 persone sparite nel nulla).
 
Distruggere le prove. Il ministro per gli Affari Coloniali Iain Macleod istrui i funzionari di far sparire ogni documento a rischio di «imbarazzo». La selezione del materiale venne a questo punto affidata a personale di stretta discendenza «europea». «I documenti - si legge - dovranno essere bruciati e le ceneri di risulta dovranno essere sparse». In alternativa, le carte - che avrebbero potuto esporre il governo britannico ad azioni legali e richieste di compensazione - potevano anche essere «gettate in mare, al largo delle coste» in casse piombate. Con buona pace della tanto decantata trasparenza made in Britain.


Giovedì 19 Aprile 2012 - 22:36    Ultimo aggiornamento: 22:39

Onorevoli vitalizi: "Toglietemi tutto non la pensione"

La Stampa


Tagli alla casta? In 33 dicono no, ecco chi sono


JACOPO IACOBONI

Super-indipendentisti ma attaccati alla greppia romana, moralisti intermittenti, liberalizzatori feroci tranne che delle tasche loro, trasformisti professionali, ex rivoluzionari inflessibili su tutto ma laschi sulle proprie indennità...Nella lista dei 33 onorevoli ed ex che hanno fatto ricorso contro lo stop ai vitalizi c’è di tutto: tranne che una qualche aderenza a ciò che avviene nell’Italia là fuori, tagli, sacrifici e lavoratori che s’uccidono perché rimasti disoccupati. Ovviamente è legittimo protestare perché è stata cambiata la norma sulle indennità dei parlamentari, che prima si potevano percepire già a 50 anni, e ora slittano a 60 o 65, e dal 2012 saranno erogate col sistema contributivo. E ognuno può accampare ragioni e comprensibili tengo-famiglia.

Quando La Stampa rivelò l’esistenza dei ricorsi, uno dei capofila della lista, Roberto Rosso, Pdl, poi Fli, poi Pdl, sostenne che «il vero scandalo non sono i vitalizi, è il fatto che uno diventa deputato per come lecca il c... a Roma, non per l’attività politica che fa sul territorio!». E invitò Monti a tagliarseli lui, i privilegi. Ma andrà pur notato che la brigata dei ricorrenti non vanta, diciamo così, curriculum inattaccabili. L’Italia faticò a riconoscere un (diverso) vitalizio ad Alda Merini: perché dovrebbe garantire una pensione a 50 anni, per dire, a Edouard Ballaman? Leghista, ex questore della Camera, ex presidente del consiglio regionale del Friuli, Ballaman è uno che gridava «contro gli sprechi useremo il fucile», anche se poi si limitava a una pistola 357 magnum in un cassetto dell’ufficio alla Camera (lo andarono a intervistare: la mise sul tavolo). Uno che è stato da poco condannato a un anno per peculato, uso improprio dell’auto blu, in Friuli: la Corte dei Conti l’ha poi condannato a restituire diecimila euro. Ma vuole il vitalizio, e subito.

E naturalmente non può accettare lo slittamento Ugo Malagnino, un ex deputato ulivista che forse non resterà nella storia politica, ma è consegnato agli annali dei cultori della materia. In un libro di Vespa il sindaco di Bari Michele Emiliano - commentando la famosa cena elettorale con Tarantini, quello delle escort del Cavaliere, e Massimo D’Alema tra gli invitati - ne fa il ritratto: «Andai perché Ugo Malagnino, uno dei collaboratori di D’Alema, mi pregò di recarmi a una cena elettorale alla Pignata. Non avrei mai partecipato a quella cena se avessi saputo della presenza dei fratelli Tarantini». Ecco, chi vorrebbe negare a questa gente una serena vecchiaia?

Su youtube si vede un altro della lista, Adriano Paroli, ex deputato del Pdl che lasciò l’aula per fare il sindaco di Brescia, moralizzare: «Il governo romano vive di troppa burocrazia e spesa». Ma la spesa non è sempre male, par di capire. Roberta Pizzicara, leghista delle origini, poi passata alla Lega federalista italiana, poi passata ai Federalisti liberaldemocratici di Raffaele Costa, nel ‘95 proclamava «difenderemo il maggioritario contro i tentativi di ritorno alla palude proporzionale», luogo della spesa allegra. Poi è diventata più flessibile. E con lei diversi ricorrenti, tutti ex leghisti - Franca Valenti, Diana Battagia, Romano Filippi. Li chiamavano «i negritos» dal nome del loro capo, Luigi Negri: nel ‘95 mollarono Bossi non condividendo la rottura con Berlusconi e il sostegno della Lega a Dini. Da lì sono variamente trasmigrati in varie diaspore.

E quale linearità, quella di Alberto Bosisio e Enrico Cavaliere, due leghisti super-secessionisti che inventarono il «servizio d’ordine chiamato camicie verdi». Bosisio ora dice «lo Stato ci deve quelle pensioni», ma pochi anni fa teneva comizi con Borghezio invitando i guerriglieri ceceni e arringando le folle, «o autodeterminazionedei popoli, o addio Italia». Ora vuole a tutti i costi restarci, in Italia.
 C’è l’eurodeputato leghista (Oreste Rossi) che ha da poco rimproverato a Monti che «l’Italia in Europa deve avere più coraggio sui fondi» (dev’essere una fissa). La berlusconiana (Emanuela Cabrini) delusa che provò a riaccasarsi con Segni e Scognamiglio. La forzista areaPisanu (Gabriella Pinto) che nel 2006 non fu ricandidata e si mise a sottoscrivere documenti della corrente Scajola.

Il forzista prestigiatore (Michele Stornello) che nel ‘94 vagheggiava, udite udite, un asse Berlusconi-Di Pietro. L’ex vicepresidente dei deputati di An (Daniele Franz). Oppure comunisti come Dorigo, che nel ‘95 era a favore della riforma delle pensioni (ma non la sua, sia chiaro), e ruppe perciò con Bertinotti... Forse ha ragione un altro dei 33, Mario Michelangeli, un ex onorevole di Rifondazione poi passato al Pdci e indicato da Diliberto per la giunta-Marazzo. Oggi, disgustato dalla piega presa dalla politica, ha scritto un’opera prima cantata da Diliberto nella prefazione, «un romanzo visionario, una storia di fantapolitica». S’intitola Non può finire così. Senza neanche il vitalizio.




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Bertinotti attaccato dai liceali: hai svenduto falce e martello a Fendi

Il Messaggero


ROMA - Dai Transiti di Venere a quelli meno morbidi delle aule scolastiche. Fausto Bertinotti ne ha avuto dimostrazione ieri mattina alla Garbatella, quando nell’aula magna del liceo classico Socrate è stato «accolto» con proteste e accuse di aver «svenduto la falce e il martello in cambio della notorietà». Il tutto mostrando articoli sulla recente prova d’attore dell’ex presidente della Camera ed ex segratrio di Rifondazione Comunista, arruolato sul palco in «Transiti di Venere», nuovo capitolo teatrale degli Esperimenti della Fondazione Alda Fendi. La preside Gabriella De Angelis minimizza: «È stato un intervento unico, nessun fischio».


Al Socrate era in programma un incontro sul «conflitto sociale in Italia negli ultimi 30 anni». Ospiti, Bertinotti e il deputato Udc ed ex segretario della Cisl Savino Pezzotta. Un ragazzo ha chiesto a Bertinotti: «Ritiene che la coerenza abbia un valore in politica? Si può dire di essere contro la guerra e votare le missioni militari in Afghanistan? Di essere contro la precarietà e votare ogni misura di legge nella direzione opposta? Di essere per la scuola pubblica e votare i finanziamenti alle private, pur di restare al governo?». Risposta: «La coerenza è il primo principio della mia vita politica: con Rifondazione sono stati fatti alcuni errori alla ricerca di un compromesso ma non siamo mai stati coinvolti in gravi scandali come altre forze politiche». Quanto alla «leggenda del cachemire», per Bertinotti «è nata in Parlamento per screditare Rifondazione ed è figlia della cultura borghese di alcune testate giornalistiche che non tollerano la presenza di operai ben vestiti. La vita agiata non è incompatibile con la militanza politica a sinistra se questa viene conquistata con le proprie forze. Non ho mai avuto problemi in consiglio di fabbrica per il mio cachemire».

Venerdì 20 Aprile 2012 - 09:56    Ultimo aggiornamento: 10:53



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Scontri Roma ottobre 2011: 7 arresti Negli assalti anche ultrà del calcio

Quotidiano.net

Blitz della Digos e dei carabinieri del Ros nell’ambito dell’inchiesta sugli scontri che avvennero a Roma durante la manifestazione degli Indignati dello scorso 15 ottobre. Tra di loro alcuni esponenti di 'Azione Antifascista' Teramo

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Roma, 20 aprile 2012

Blitz della Digos e dei carabinieri del Ros nell’ambito dell’inchiesta sugli scontri che avvennero a Roma durante la manifestazione dello scorso 15 ottobre.



L’operazione ha riguardato l’esecuzione di: 5 misure cautelari a Roma (2 arresti domiciliari e 3 obblighi di presentazione alla PG); 4 misure dei domiciliari a Teramo e provincia, nei confronti di esponenti di “azione antifascista Teramo” e delle locali frange violente delle tifoserie; un arresto ai domiciliari ad Ancona; 3 misure dell’obbligo di presentazione alla PG in Padova, Cosenza e Macerata, nonchè 14 decreti di perquisizione locale e personale nelle stesse località.

I reati contestati sono quelli di devastazione e saccheggio, oltre alla resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale, commessi nel corso della manifestazione nella Capitale. L’attività investigativa, coordinata dal Pool Antiterrorismo della Procura della Repubblica di Roma, è stata condotta in stretta collaborazione dal Ros e dalla Digos di Roma, che negli ultimi mesi sono riusciti a identificare i soggetti che si erano resi responsabili delle gravi derive violente devastando numerosi istituti bancari, esercizi commerciali, uffici del ministero della Difesa, oltre ad avere incendiato numerose auto e un blindato dell’Arma dei carabinieri.

Le indagini sono state sviluppate nei confronti di persone inserite all’interno dell’area antagonista e anarchica nazionale, nonche’ in direzione di alcune componenti provenienti dalle tifoserie ultras. Tra queste è emerso un gruppo proveniente dalla provincia di Teramo, all’interno del quale erano inseriti esponenti dell’area antagonista e di “azione antifascista Teramo”, resisi responsabili di piu’ azioni criminose lungo lo svolgimento del corteo e in particolare dell’assalto e dell’incendio al furgone blindato dell’Arma. Maggiori dettagli in una conferenza stampa alle 10.00 in Procura a Roma.

Manifestazione Indignati: 'Er Pelliccia" contro la polizia

Il Fisco spia i telefoni per conoscere i redditi

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Più che una stretta, una vera e propria morsa sul contribuente. Il "grande orecchio" degli 007 dell'Agenzia delle Entrate entra nella cornetta del telefono di casa: non per spiare le telefonate, ma per registrare il traffico telefonico.


Controlli sulle intercettazioni

Perché? Ovviamente per scoprire quanto spendono gli italiani dal momento che anche il traffico telefonico può essere considerato come un indice della capacità di spesa in tempi di lotta all’evasione e redditometri. Insomma, se si denuncia una pensione sociale e si parla al telefono spendendo migliaia di euro potrebbe scattare qualche accertamento.

Come ha spiegato ieri l'Agenzia delle Entrate i dati sulle utenze telefoniche relative all’area business, a quelle domestiche e a uso pubblico dovranno infatti essere comunicate al Fisco dagli operatori. Un provvedimento del direttore Attilio Befera detta le istruzioni per inviare all’Anagrafe tributaria le informazioni sui servizi di telefonia fissa, mobile e satellitare relativi alle utenze in atto, ai consumi fatturati e al credito acquistato. Per trasmettere i dati i contribuenti avranno tempo fino al 30 settembre prossimo. A partire dal 2012, invece, la scadenza per l’invio dei dati è anticipata al 30 aprile.

"Per le utenze telefoniche i dati finora richiesti - si spiega nel provvedimento - erano riferiti solo all’area business, con il provvedimento, in analogia con le altre utenze, vengono comprese anche le utenze domestiche. Per completezza d’informazione, in merito alla telefonia mobile diviene oggetto di comunicazione il credito telefonico acquistato nel corso dell’anno".

Secondo il Fisco non dovrebbero esserci problemi legati alla privacy dei contribuenti. "I dati e le notizie, che pervengono all’anagrafe tributaria - spiegano dall’Agenzia - sono raccolti e ordinati su scala nazionale al fine della valutazione della capacità contributiva, nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei contribuenti".




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Quattro mesi di carcere al disturbatore Paolini

Quotidiano.net

Condannato per l'intrusione sulla giornalista Lagorio del Tg3


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Roma, 19 aprile 2012


Il disturbatore tv Gabriele Paolini è stato condannato a 4 mesi e quindici giorni di reclusione per interruzione di pubblico servizio. La pena, convertita a 9 mesi di libertà controllata, è relativa all’essersi “inserito nel campo di una ripresa del Tg3 durante un collegamento” effettuato dalla giornalista Francesca Lagorio il 20 aprile del 2010 da piazza San Giovanni.






Il giudice ha invece assolto Paolini dall’accusa di violenza privata consistita per la procura nell’aver “spintonato i tecnici della Rai Tg3 e nell’aver urlato al microfono “ingiurie e calunnie” nei confronti del Papa e di esponenti politici. Il pm aveva chiesto una condanna a sei mesi di reclusione per l’imputato. Per questa vicenda, il gip Giovanni Ariolli, il 19 maggio 2010, aveva disposto per Paolini la misura del divieto di dimora nella Capitale, provvedimento poi confermato dal tribunale del riesame.