domenica 15 aprile 2012

Equitalia multa condominio: eccesso di velocità

Quotidiano.net

Trento, deve pagare 866 euro due infrazioni commesse a Bari

Sembra una barzelletta: il 'signor' Condominio Capri si è beccato due multe in Puglia perché correva troppo... E non è neppure la prima volta, anni fa toccò a una chiesetta di montagna dall'acceleratore facile


TRENTO, 15 aprile 2012 - Quando si dicono le cartelle pazze. A Rovereto, in provincia di Trento, Equitalia ne ha recapitata una che - se non fosse vera - sembrerebbe una barzelletta. Un edificio di tegole e mattoni è stato 'scambiato' per una persona in carne e ossa e accusato di aver superato il limite di velocità in auto.

A dover pagare - stando a Equitalia - 866 euro per due multe non pagate è infatti il 'signor' Condominio Capri, via Segantini 20, Rovereto. Il quale nonostante sia appunto residente a Trento avrebbe scorrazzato a folle velocità in quel di Bari, cosa francamente difficile per un condominio neppure lontanamente imparentato con un camper o una roulotte. Il giornale Adige che riporta oggi la notizia, rileva che non si tratta nemmeno della prima volta: dieci anni fa toccò a una chiesetta alpina della Vallarsa, a essere accusata di avere sfrecciato a folle velocità. In quell’occasione la multa fu di 1.500 euro.



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A Umberto non ho fatto le mani per rubare»

Corriere della sera

La7 intervista la madre del Senatùr: «Ma ha fatto bene a dimettersi»



Milano, i cognomi parlano cinese Hu ormai ha sorpassato Brambilla

La Stampa

Il più diffuso è Rossi, poi il boom degli orientali. Tra i primi cento Mohamed, Ahmed e Ibrahim.
L'assessore Benelli: "Col tempo verrà meno anche lo stupore"



I cognomi cinesi a Milano vanno per la maggiore: tra i primi 100 se ne contano ben 12. Il primo insediamento è in via Paolo Sarpi


milano

Venticinque anni fa, tra i primi trenta cognomi milanesi, non ce n’era nemmeno uno straniero. Oggi ce ne sono quattro e l’unica continuità con il passato è rappresentata dal vertice della classifica che anche nel 2012 è "occupata" dai Rossi ma già al secondo compare l’orientale Hu. Non solo: tra i primi dieci cognomi registrati all’anagrafe del Comune di Milano ben tre sono di chiara provenienza cinese. Sono dati, quelli forniti dall’assessore all’Area metropolitana, Decentramento e Municipalità, Servizi civici, Daniela Benelli che «dimostrano come Milano stia cambiando sul piano etnico e sociale». Tant’è vero che il milanesissimo Brambilla, cognome con cui viene identificata la famiglia meneghina per antonomasia, è solo all’ottavo posto, mentre l’altrettanto milanese Fumagalli è al trentesimo.

«Questa classifica dei cognomi - spiega l’assessore Benelli è un indicatore dell’evoluzione nel tempo della città e dei suoi abitanti. Se negli anni ’50 e ’60 colpiva il diffondersi dei cognomi meridionali, ora questo discorso vale per quelli stranieri: con il tempo verrà meno lo stupore anche per questi ultimi».

I cognomi cinesi in città vanno per la maggiore: tra i primi 100 se ne contano ben 12. Ci sono 3.694 Hu, 1.625 Chen e 1.439 Zhou. Poi 1.030 Wang, 930 Wu, 916 Lin, 829 Zhang, 742 Liu, 684 Zhao, 676 Li, 633 Zhu, 581 Zheng. E i milanesi a questi cognomi brevi si sono ormai abituati per ragioni storiche: la comunità cinese è la più antica della città, poichè il primo insediamento in via Paolo Sarpi risale agli anni ’20. A parte la massiccia presenza dei cinesi, scorrendo l’elenco dei 100 cognomi più diffusi, spiega l’assessore, non si rilevano "invasiono" degli stranieri. Solo tre, tra i primi cento, cognomi di chiara matrice araba: Mohamed, al 34/o posto (944 persone); Ahmed, al 63/o (741); Ibrahim, situato al 75 posto (656).

Sorprese anche dall’analisi dei cognomi ambrosiani doc. Tra i primi dieci figurano al terzo posto Colombo (3.685), al quarto Ferrari (3.568), al settimo Villa (1.905), tutti di antica tradizione meneghina. Brambilla, invece, compare solo al 9 posto della classifica essendo portato «solo» da 1.536 cittadini, mentre Beretta (cognome del primo Sindaco di Milano) è ’relegatò addirittura al 28 posto, con 1.042 persone.



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Caro Fabio Fazio ti scrivo...

di -

Fabio Fazio, più che far vendere molte copie, invita a parlare chi già vende tanto. Ma perché non lancia gli outsider? A "Che libro che fa" dovrebbe osare di più...

Caro Fabio Fazio, conformemente ai più biechi stereotipi sui cosiddetti «intellettuali», non guardo la televisione, o almeno tento di guardarla il meno possibile. A questa regola, però, derogo due volte la settimana, quando va in onda Che tempo che fa.



Seguo sempre la tua trasmissione e cerco di non perderne una puntata. Apprezzo il tuo garbo, il fascino ecocompatibile di Filippa e naturalmente l’irriverenza scatologica e libidinale della Littizzetto. Adesso che ci penso, mi piace persino il papillon di Mercalli, il che è tutto dire.

Ma veniamo al dunque. Ti scrivo non solo per il gusto pop di confessarmi davanti a tutti, ma per una ragione più attinente al mio mestiere e, indirettamente, al tuo. Qualche giorno fa, sbirciando la classifica di un quotidiano, ho scoperto che gli autori dei sei libri più venduti sono stati tuoi ospiti. Gramellini, Guccini, Baricco, Camilleri, Zafón, Verdone: i magnifici sei. D’accordo, Camilleri ha ottenuto «solo» una puntata speciale (a casa sua) l’anno scorso, Baricco «solo» una puntata speciale in studio (su Mr Gwyn, non sulla sua ultima fatica), mentre Verdone a Che tempo che fa ha presentato «solo» un film, non il volume attualmente in classifica. Gli altri tre - Gramellini, Zafón e Guccini - sono venuti a presentare il romanzo che in questi giorni sbanca in libreria. Tutti però si sono seduti davanti a te, e certo non vorrai affermare che ciò ha prodotto una flessione nelle vendite.

Sei su sei: cifre che fanno gonfiare le gote, ma che dovrebbero anche far riflettere. Perché quando due eventi sono concomitanti, o il primo evento è la causa del secondo, o il secondo è la causa del primo. A meno che (terza ipotesi) tutto non dipenda da qualche tipo di armonia prestabilita. Scarto subito l’ignobile ipotesi numero uno: non credo che tu riceva ordini dalle case editrici, le quali ti imporrebbero di invitare gli scrittori che venderanno e che debbono essere ulteriormente «spinti». Ma resto perplesso di fronte alle altre due possibilità. Ormai, negli uffici stampa, si sa fin troppo bene che la tua trasmissione fa impennare le tirature. Appena giunge la notizia che un autore parteciperà a Che tempo che fa, gli editori allertano i venditori e i librai ordinano molte copie, che poi espongono in libreria. È una reazione naturale e sarebbe sciocco aspettarsi il contrario, che non si approfitti dell’azione trainante prodotta delle tue selezioni.

Aggiungo che altri conduttori televisivi hanno provato a raggiungere lo stesso risultato senza riuscirci, o almeno senza riuscirci nella stessa misura. Se fai vendere, dunque, è perché hai saputo conquistare i lettori, guadagnandoti la loro fiducia. È il sogno di ogni critico letterario, del resto: persuadere gli altri della giustezza delle proprie opinioni. Il problema, se c’è, nasce perché dal mio punto di vista la seconda ipotesi («Fazio fa vendere molte copie») si confonde con la terza: quella di un’innocente, ma pericolosa convergenza fra i tuoi gusti e gli interessi dell’industria culturale. Non alludo a una convergenza totale, ci mancherebbe. Dico solo che le tue scelte pescano «liberamente» sì, ma all’interno di un insieme chiuso: quello delle opere palatabili (uso deliberatamente un’espressione orrenda), cioè ben accette ad un vasto pubblico magari engagé, ma di bocca buona.

Se vivessimo in un Paese normale, ciò non avrebbe conseguenze: ognuno compra i libri che vuole. Ma non siamo un Paese normale, abbiamo scarso senso critico e una forte inclinazione a lasciarci guidare. Dalla Chiesa, da Mazzini, da Mussolini e da Pippo Baudo. Non ti andrebbe, allora, di assumerti le tue responsabilità e di provare ad elevare la qualità delle letture degli italiani? Di fare un po’ di spazio, fra quei sei nomi, per uno scrittore vero? Non penso al premio Nobel idolatrato nelle terze pagine, ma all’onesto romanziere che ha scritto un grande romanzo e che non vende (non vende ancora) perché in un mondo dominato dai lustrini può contare soltanto sulla sua arte.

Si potrebbe, una volta ogni tanto, invitare a Che tempo che fa uno scrittore semi-sconosciuto che pubblica con una casa editrice media o piccola, senza parenti o amici celebri, e soprattutto proveniente da un lavoro «normale»? Pensaci: per una volta niente sceneggiatori, registi, architetti, politici, giornalisti. Per una volta, niente cantanti e attori. È possibile? Oppure - come retoricamente si chiedeva un personaggio di Brecht - questo è un obiettivo troppo ambizioso anche per te?


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Bloccati negli aeroporti militanti Flytilla

Corriere della sera

Volevano imbarcarsi per Israele e raggiungere la Palestina, fermati dalle compagnie aree: «Non siete graditi nel Paese»


Dal nostro corrispondente  FRANCESCO BATTISTINI

TEL AVIV – Qualcuno ce l’ha fatta a entrare. E ora ciondola per le strade di Tel Aviv, aspettando che qualcun altro arrivi. Salpa a singhiozzo la Flytilla (come hanno chiamato quest’operazione di sbarco via cielo, echeggiando la Flotilla che da anni tenta via mare di rompere il blocco navale intorno a Gaza). E «Welcome to Palestine», benvenuti in Palestina, la manifestazione solidale d’una settimana che varie ong europee avevano organizzato da oggi, in sostegno all’apertura d’una scuola internazionale e d’un museo a Betlemme, si sta trasformando di ora in ora in un gigantesco imbuto: centinaia di attivisti, al momento di decollare questa mattina dagli aeroporti di Parigi, Bruxelles, Ginevra e Roma, sono rimasti a terra.

Con messaggi sms e email, o con una semplice comunicazione all’imbarco, diverse compagnie aeree – Air France, Turkish, Easyjet e Alitalia – hanno infatti deciso di non trasportarli fino a Tel Aviv, dov’erano attesi da decine di pacifisti israeliani. Motivo: nei giorni scorsi, il governo israeliano ha fornito un elenco di 1.200 nomi «non graditi», persone alle quali le autorità di frontiera possono notificare un provvedimento di respingimento anche se non ci sono precedenti penali e i documenti sono in regola. «Lo consente una legge del 1952», è stato spiegato ad alcuni attivisti: la stessa che è stata applicata nei giorni scorsi allo scrittore tedesco Guenter Grass, dopo la sua poesia sul nucleare iraniano considerata dal governo Netanyahu «antisemita».




I militanti bloccati in aeroporto BEN GURION PRESIDIATO- Seicento poliziotti, molti in borghese, presidiano in queste ore lo scalo di Tel Aviv. Secondo il portavoce della polizia israeliana, Mike Rosenfeld, all’aeroporto Ben Gurion sono atterrati all’ora di pranzo solo poche decine d’attivisti: sei di loro sono stati bloccati, perché stavano sulla «lista nera», gli altri hanno avuto il permesso d’entrare nel Paese. «Abbiamo un lungo elenco di casi da esaminare – dice Rosenfeld -. Prenderemo in considerazione ogni caso e valuteremo». Nel pomeriggio, sono attesi altri voli. Ma la maggior parte dei biglietti aerei, acquistati da tempo dai pacifisti, sono stati di fatto revocati. Cento attivisti belgi e francesi sono stati bloccati all’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Una ventina d’australiani e nordamericani hanno trasmesso una loro foto, circondati da gendarmi, dall’aeroporto parigino Charles de Gaulle.

È accaduto anche a un piccolo gruppo che stava per imbarcarsi con Alitalia da Fiumicino. Della missione doveva far parte anche il vignettista e scrittore Vauro Senesi, che peraltro è nell’elenco delle persone non gradite in Israele per avere partecipato ad altre iniziative contro il blocco di Gaza: «È vero dovevo partecipare, ma per impegni di lavoro precedenti ho annullato il viaggio». Al Leonardo Da Vinci c'era Patrizia Cecconi, presidente dell’associazione ‘Gli amici della Mezzaluna rossa palestinese’: «Siamo rammaricati - racconta - nel vedere che il nostro Stato,che credevamo fosse sovrano, è invece una provincia d’Israele. Siamo stati bloccati, con una lettera- notifica, peraltro in fotocopia. Ci occupiamo d’ infanzia, d’adozioni, cerchiamo di dare una mano a quei bambini che sonorimasti orfani. Adiremo alle vie legali». Molte ong intendono denunciare le compagnie aeree per violazione del contratto di trasporto.

«REAZIONE ISTERICA»- «Quella del governo israeliano è una reazione isterica – commenta Lili Rotschild, organizzatrice della manifestazione pro Palestina -: questa gente non ha commesso reati, vuole solo recarsi pacificamente nei Territori». Critico anche il giornale liberal israeliano Haaretz, mentre il partito di destra Likud sostiene la decisione del governo: «Questi non sono pacifisti. Sono attivisti ferocemente anti-israeliani e forse anche antisemiti». La sicurezza è considerata la principale preoccupazione: molti ricordano come finì quasi due anni fa il confronto via mare con la Flotilla, salpata da Cipro: uno scontro sul ponte della nave turca Marmara, nove attivisti turchi uccisi dalle forze speciali, polemiche a non finire.

La Flytilla, in questi giorni, intendeva anche commemorare l’attivista italiano Vittorio “Vik” Arrigoni, ammazzato un anno fa a Gaza da alcuni estremisti islamici salafiti. Lo scorso luglio, una simile iniziativa era stata bloccata dagl’israeliani e dei 300 attivisti sbarcati, 120 erano finiti per qualche giorno in cella, per poi essere espulsi. I pochi che in queste ore sono riusciti a entrare in Israele, sono stati accolti in modo insolito dalle autorità: con una lettera del premier Netanyahu che sarcasticamente li “ringrazia” per aver messo Israele in cima alle loro preoccupazioni umanitarie. E con una richiesta in più: perché, si legge nel messaggio, analoghe manifestazioni non vengono organizzate dai pacifisti anche in Paesi come la Siria o l’Iran, o magari a sostegno delle libertà civili dei palestinesi di Gaza governati da Hamas?


15 aprile 2012 | 15:39

Va a fare una rapina con la 500 fucsia L'auto è troppo vistosa. Trovato e arrestato

Il Mattino

di Petronilla Carillo

SALERNO - Ieri intorno alle 18.30 aveva messo a segno un colpo presso la farmacia comunale di via Tusciano a Mariconda. Minacciando le cassiere, pur senza estrarre pistola o coltello, era riuscito a portare via 300 euro.



Dopo qualche ora il presunto rapinatore, Danilo Collina, è stato arrestato nel corso di un’operazione congiunta tra polizia e carabinieri. Trentuno anni, pregiudicato, è stato incastrato grazie alle testimonianze di alcune persone che erano presenti in zona e dalla sua vistosa auto di colore fucsia. Secondo gli investigatori, potrebbe essere responsabile anche di un altro colpo messo a segno nella stessa farmacia il 6 aprile scorso. L’intervento è stato coordinati dagli agenti dell’Ufficio prevenzione generale (diretti dal vicequestore Rossana Trimarco e dal commissario Davide Masilotti) e dai carabinieri del Nucleo operativo della compagnia Salerno (capitano Enrico Calandro). 

Intervenuti presso la farmacia comunale subito dopo il colpo, i poliziotti hanno raccolto una serie di indicazioni piedi velocemente. Grazie alle informazioni fornite da due dipendenti dei supermercati Sisa, testimoni oculari dell’accaduto, in quanto impegnati, a poca distanza, in un servizio di controllo ai negozi della propria azienda, i poliziotti hanno appurato che il giovane rapinatore si era allontanato a bordo di una Fiat 500 di colore fucsia, parcheggiata nella vicina via Pasubio ed hanno ricostruito il tragitto che lo stesso avrebbe percorso per fuggire.

In base a queste informazioni preziose, poco dopo, un equipaggio dei carabinieri ha individuato l’autovettura utilizzata dal rapinatore in via Santa Margherita; intanto giungeva sul posto anche l’equipaggio di una volante della polizia e per il rapinatore non c’era più possibilità di fuga. La Fiat 500 è stata così accerchiata e bloccata. Collina è stato riconosciuto dalle cassiere per gli indumenti che indossava. Già destinatario della misura di prevenzione dell’avviso orale, è stato pertanto arrestato.

Domenica 15 Aprile 2012 - 13:38    Ultimo aggiornamento: 13:43



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Borseggi e spaccio, la gang del metrò

Corriere della sera

Banda di romeni ha terrorizzato i passeggeri della linea Verde. Arrestati dai vigili. Infilano le mani nelle borse e nei cappotti dei viaggiatori, per poi passare i portafogli agli adulti



Disegno Franco PortinariDisegno Franco Portinari

Si avvicina prima la ragazzina, la seguono due uomini. Camminano per qualche metro alle spalle di una donna: è appena scesa dal metrò e sta salendo le scale, ha la borsa a tracolla. Uno dei due uomini fa un cenno alla ragazza per indicarle la vittima. Poi si avvicina all'altro: stanno stretti, fanno schermo, per evitare che qualche altro passante si accorga di quel che sta per succedere. La ragazza infila una mano nella borsa della donna, che continua a salire le scale senza accorgersi di nulla. Fruga per qualche secondo, alla fine tira fuori il portafogli. È in quel momento che intervengono due vigili in borghese, che stavano seguendo la scena confusi tra i passeggeri del metrò. Fermata Lanza, linea «verde», qualche minuto dopo le 16 del 30 marzo scorso: la ragazzina/borseggiatrice ha 17 anni e una serie di precedenti.

Non è il solo episodio: ci sono altri furti, altri borseggi, un caso di spaccio di eroina. Sempre alle fermate della metropolitana. E (quasi) sempre sulla linea 2. Una decina di arresti in poco più di un mese. La banda di borseggiatori e spacciatori romeni si muove sempre in piccoli gruppi, due o tre persone. Maggiorenni e minorenni insieme: di solito i ragazzini sono quelli che materialmente infilano le mani nelle borse e nei cappotti dei passeggeri, per poi passare i portafogli agli altri che fanno da «palo» e spesso anche da «schermo» ai borseggi, per evitare che qualcuno chieda soccorsi o possa intervenire. Azioni sempre rapidissime, gruppetti che si avvicinano alle vittime e poi si disperdono. Nelle ultime settimane il Nucleo tutela trasporto pubblico (Nttp) della Polizia locale, l'unità dei vigili specializzata per la sicurezza sui mezzi (tram, bus e metrò), si sta concentrando su questa banda. Con una sequenza di interventi e arresti a ritmo continuo.


Fermata Sant'Agostino, ore 12 e mezza, 7 marzo. Due ragazzi si avvicinano a una donna sulle scale, uno apre la cerniera della borsa, l'altro rimane qualche passo indietro. Il primo tira fuori un portafogli e lo passa al complice. I vigili intervengono e riescono a fermare uno dei borseggiatori, l'altro fugge. Il portafogli viene ritrovato poco dopo, abbandonato a terra in via Savona, senza i 60 euro che c'erano dentro. L'episodio successivo è ancora più grave, accade a metà pomeriggio alla fermata di Porta Genova, il 21 marzo. I vigili sono in auto e una donna li ferma, racconta di aver visto un ragazzo che borseggiava un passeggero, lo descrive, spiega come è vestito. Gli agenti della Polizia locale scendono in metrò e notano un giovane che corrisponde alla descrizione: sta passando qualcosa a un uomo sui 25/30 anni.

Gli agenti dell'Nttp intervengono: i due si separano, un vigile insegue l'adulto, che lo spinge, lo fa cadere a terra e riesce a scappare. Il ragazzino viene bloccato. Ha 17 anni e due dosi di eroina addosso: una in tasca, l'altra nel portafogli, confezionate in bustine di plastica identiche a quella che stava spacciando poco prima. Nel giubbotto gli trovano 20 euro (il prezzo dell'eroina appena venduta) e un buono acquisto per un negozio, intestato a una donna. Gli agenti la contattano. Scoprono che anche lei è stata borseggiata: il 7 marzo, alla fermata del metrò Gorla, intorno alle 17 del pomeriggio.

Ancora metrò «verde», Sant'Agostino, 13.30 del 29 marzo. Un ragazzo si accorge del furto e riesce a bloccare il ragazzino che gli sta prendendo il portafogli, lo porta fino al «gabbiotto» dell'Atm, ma poi il borseggiatore riesce a scappare. Nel frattempo però i vigili hanno bloccato in zona due giovani sospetti: la vittima riconosce uno dei ragazzi che lo stava derubando. Il 3 aprile il cerchio si chiude, ancora sulle scale d'uscita della fermata Lanza, verso largo Greppi, ore 18.30. Solita tecnica, ma più «aggressiva»: a fare da «schermo» è una sola persona, due ragazzini si piazzano ai fianchi di un uomo. Uno gli infila una mano nella tasca destra, l'altro nella sinistra. Fermati, uno dei due riesce a sfuggire. L'altro viene identificato, il copione è sempre lo stesso: 17 anni, molti precedenti per altri borseggi.


Gianni Santucci
15 aprile 2012 | 13:03



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Spagna, i dannati dei mutui: "Abbiamo perso la casa ma ci fanno saldare le rate"

La Stampa

Migliaia di disoccupati pagano per abitazioni riprese dalle banche: «Nessuno ci aiuta: ci restano soltanto Internet e le parrocchie»


FRANCESCO MANACORDA
inviato a madrid


Vista da qui, dall’appartamento al terzo piano di calle Doctor Sanchez a Entrevias, sobborgo operaio alla periferia di Madrid, la crisi spagnola è una cartelletta piena di ingiunzioni e il pianto silenzioso di Luzmila Lopez Freire. Nella stanza il lettone con la testata metallica, i peluches della figlia dodicenne accatastati in un angolo, una chitarra senza una corda, il tavolino con le sedie che ballano, libri di scuola, la piccola tv a cristalli liquidi. «Ho messo qui tutto quello che ci serve. Ho svuotato le altre stanze e ho regalato i mobili; mica voglio che se li prenda la banca». Sul tavolino una lettera del tribunale: lo sfratto esecutivo - dice - è fissato per mercoledì 18 aprile alle 8.30. «La casa l’ho comprata nel 2008. Costava 280 mila euro, avevo qualche risparmio, la banca mi finanziava l’80%». Ha quarant’anni, è emigrata dall’Ecuador undici anni fa, «ma sono naturalizzata spagnola». «Nel 2008 facevo la colf, lavoravo in una famiglia e guadagnavo bene, riuscivo a pagare 700 euro di mutuo il mese».

Poi la crisi e la disoccupazione,  il vero morbo nazionale. Partita dal crollo del settore immobiliare, che era stato per un ventennio il motore potente ma precario del miracolo spagnolo, l’epidemia di senza lavoro ha raggiunto in Spagna dimensioni epiche: 23% il tasso di disoccupazione ufficiale, poco meno di 5 milioni di iscritti - il 10% in più rispetto a un anno fa - all’ufficio di collocamento, oltre il 50% di disoccupati tra i giovani. «Adesso 700 euro è quanto guadagno in un mese facendo assistenza agli anziani la mattina. Il mutuo non riesco più a pagarlo, anche perché intanto la rata è salita a più di 1000 euro». Venerdì la banca si riprenderà la casa, ma Luzmila resterà con il suo debito incollato addosso: «Non so nemmeno quanto sarà, tra le spese di mora e tutto quanto. Non posso pensarci». In Spagna la legge prevede che anche se la banca esercita l’ipoteca chi ha contratto il mutuo resta responsabile per il suo debito nel caso in cui la vendita non consenta all’istituto di rientrare in possesso del capitale prestato.

Il doppio effetto della crisi - disoccupazione alle stelle e scoppio della «burbuja», la bolla immobiliare, con il conseguente crollo dei prezzi - ha fatto il disastro. I calcoli ufficiosi dicono che dal 2007 ad oggi 330 mila persone hanno perso la casa di proprietà; da qui al prossimo anno la previsione è che si arrivi a mezzo milione anche se in Parlamento si sta faticosamente facendo strada una legge che - per prestiti fino a un massimo di 200 mila euro, case che rappresentino l’unica abitazione della famiglia e acquisti fatti «in buona fede» - permette di estinguere il debito con la sola restituzione della casa alla banca. È l’epilogo amaro della crisi dei subprime in versione europea. Acquisti, anche azzardati, fatti in un’epoca nella quale il credito era facile per tutti, le banche sorridevano e il prezzo del mattone sembrava destinato a rivalutarsi anno dopo anno.

I dannati del mutuo che soffrono e rischiano di precipitare nella povertà non sono casi limite. Isabel Torres vive con la madre e grazie alla pensione della madre di 470 euro il mese a Getafe, 10 chilometri a Sud di Madrid: «Nel 2005 consolidai con una banca alcuni debiti che avevo per 110 mila euro, mettendo un’ipoteca sulla casa. Facevo la guardia di sicurezza, guadagnavo 1400 euro il mese, non avevo i problemi a pagare la rata. Nel 2008 ho perso il lavoro, nel novembre scorso la casa. Ora sono in affitto, ma spendo quasi tutta la pensione di mia madre»

Le loro speranze e le loro proteste, come quelle di molti altri che hanno perso o stanno perdendo la casa, sono affidate a un’organizzazione spontanea nata tre anni fa a Barcellona e ormai diffusa in tutta la Spagna. Si chiama la Piattaforma dei colpiti da ipoteca e l’hanno fondata Ada Colau e Adrià Alemany. Offre assistenza legale, fa pressione organizzata sulle banche e sulla politica, e soprattutto mobilita la gente: sul suo sito c’è la lista degli sfratti in arrivo, con orari e indirizzi, e l’invito a una presenza massiccia per far fronte all’ufficiale giudiziario. Spesso la manifestazione è un successo, ma serve solo per rinviare di qualche mese l’inevitabile.«La seconda volta - racconta Isabel - sono venuti a sfrattarmi con 22 furgoni della polizia e 150 uomini». Mercoledì prossimo la Piattaforma chiama a raccolta anche in calle del Doctor Sanchez, davanti a casa di Luzmila.

«Chiediamo - spiega Ada Colau - che ci sia per tutti la possibilità di avere l’estinzione del debito in cambio della restituzione della casa. E poi una moratoria sugli sfratti. Non ha alcun senso, nemmeno economico, che la banche si tengano migliaia di case vuote e migliaia di persone non abbiano dove vivere. Meglio allora trasformare la proprietà in affitto sociale: chi non riesce a pagare il mutuo perde la proprietà dell’appartamento, ma resta a viverci da inquilino, pagando un canone che può affrontare».

Ma la perdita della casa è solo una delle facce della nuova povertà spagnola. Nel suo poderoso rapporto la Caritas nazionale racconta di come il reddito nazionale sia sceso dai 19.300 euro del 2007 a 18.500 euro: un calo del 4% che in termini reali, cioè se si prende in considerazione anche l’aumento del costo della vita, diventa del 9%. Il tasso di povertà spagnolo è oltre il 21%, contro una media europea del 16,4%. Peggio stanno solo Romania e Lettonia. A fine 2011 in 580 mila famiglie spagnole non entrava né uno stipendio, né un sussidio di disoccupazione e nemmeno un aiuto sociale. «Questo fenomeno di povertà estrema - scrive la Caritas - sta registrando una crescita senza precedenti e supera di quasi 150 mila famiglie il valore massimo registrato negli ultimi 25 anni». Un terremoto che «mette in discussione le possibilità del sistema di protezione dei disoccupati e della protezione sociale in generale di far fronte alla crisi».

Nel crack della finanza e nel collasso delle vite vere si riparte così dal basso, con presenze radicate e nuove formule di aggregazione. Si ricorre a Twitter e Facebook, come fa la Piattaforma, ma si riscopre anche la forza della Chiesa. Alla parrocchia di Santa Eulalia de Merida riceve padre Miguel Riesco, parroco della vicina Maria Mediadora: «In tutta Entrevias ci sono 42 parrocchie. Qui la crisi ha colpito duro perché la maggior parte degli abitanti era impiegata nel settore edilizio». E le conseguenze? «Le dico solo che molti servizi della Caritas che erano praticamente scomparsi sono stati riaperti dopo il 2008. Oggi facciamo i corsi di riqualificazione per i lavoratori cinquantenni, abbiamo il mercato del lavoro per mettere in contatto domanda e offerta, le mense sociali e naturalmente le borse della spesa per le famiglie che non ce la fanno. E poi la raccolta dei vestiti usati».

Tra i palazzoni e le case a tre piani di Entrevias i numeri della disoccupazione spagnola diventano facce: le trovi a due passi dalla stazione alla Cervezeria el Puerto, dentro e fuori col bicchiere in mano, o guardando l’omone baffuto che alle quattro del pomeriggio porta a spasso il volpino. Da un lato della strada, sbarrata per non riaprire mai, la libreria Oldon «esoterismo e juegos de rol». Dall’altro c’è Rastrillo, un mercatino che in un capannone propone «todos en articulos de segunda mano»: vecchi mobili e materassi quasi nuovi a dozzine. Il frigo con ancora attaccati gli adesivi dei mostri spaziali viene via per cinquanta euro.

Ma per trovare la Spagna della crisi profonda non servono nemmeno i dieci minuti di treno dalla stazione di Acocha a Entrevias. In plaza General Vara de Rey, pieno centro della capitale, dove i negozi di modernariato attraggono una clientela internazionale, i Messaggeri della Pace di padre Angel De Antonio, celebre e mediatico religioso, un mese fa hanno sgombrato gli uffici al piano terra per installare una mensa i per chi ha da 2 a 14 anni. «Serviamo la merenda e la cena a cinquanta bambini che altrimenti rischierebbero di non mangiare - spiega Maria Antonia Camacho, che si occupa delle attività sociali -. Se vogliono anche i genitori possono cenare con i figli. Per ora stiamo facendo un solo turno, ma molti ci chiedono di raddoppiare». Le tavole sono ben apparecchiate, con le tovaglie di stoffa arancione. Otto posti per i più piccoli: tavolone basso e sedioline dai colori allegri. In un angolo cassette di frutta e pomodori. «Quel che resta dalla mensa lo usiamo per dare borse della spesa». Anche qui «il problema vero è la mancanza di lavoro». In calle Doctor Sanchez Luzmila piange e si consola con un bicchiere di Coca-Cola: «Ero venuta in Spagna per una vita migliore, invece ho perso tutto».


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Le azioni Esselunga? Di Caprotti» Ecco la decisione del tribunale

Corriere della sera

Riconosciuto al fondatore «ogni e qualsivoglia» potere sulla maggioranza. I figli verso il ricorso ai giudici



L'interno di una EsselungaL'interno di una Esselunga

Il primo round è andato al padre. La prossima settimana è attesa la risposta dei figli. Dagli atti emerge, intanto, per la prima volta la conferma che Esselunga stava per essere venduta all'americana Walmart nel 2004; ipotesi che gli stessi documenti dicono oggi non essere, però, più d'attualità. Sale, però, il termometro del contrasto che oppone il patron di Esselunga Bernardo Caprotti ai figli primogeniti Giuseppe e Violetta per il controllo del gruppo della grande distribuzione da 6,4 miliardi di fatturato.

Lo scorso 15 febbraio il giudice Angelo Mambriani ha respinto la richiesta di sequestro del pacchetto azionario di Esselunga avanzata da Giuseppe e Violetta perché l'assegnazione in nuda proprietà ai figli era una simulazione fittizia, avendone Caprotti senior sempre esercitato «ogni e qualsivoglia» potere. Gli avvocati di Giuseppe e Violetta non hanno fatto reclamo contro l'ordinanza, ma si apprestano a presentare nei primi giorni della prossima settimana un ricorso al Tribunale civile di Milano per rivendicare la proprietà della maggioranza del gruppo della grande distribuzione. Chiamando in causa, anche questa volta, l'Unione fiduciaria, la società delle Banche popolari che deteneva fiduciariamente i titoli di Supermarkets Italiani (controllante di Esselunga).

Tutto questo mentre è in corso l'arbitrato promosso da Bernardo e che vede al lavoro tre dei maggiori nomi del diritto italiano, Ugo Carnevali presidente, Pietro Trimarchi per Bernardo, Natalino Irti per Giuseppe e Violetta. È una sorta di corsa contro il tempo. L'arbitrato dovrebbe, infatti, concludersi con una decisione entro 90 giorni dal suo insediamento, avvenuto l'11 aprile scorso. Il 28 maggio sarebbe in calendario il deposito delle memorie conclusionali, il primo giugno la discussione. Secondo fonti vicine ai due figli, il collegio arbitrale sarebbe stato messo al corrente della decisione di ricorrere al Tribunale civile, luogo più adatto, sostengono, a giudicare su una materia tanto estesa e che non riguarda la sola Esselunga ma comprende, appunto, anche il comportamento di Unione fiduciaria.

Le azioni contese

Il punto centrale del contrasto tra Bernardo e i figli Giuseppe e Violetta è la proprietà delle azioni Esselunga. Come si ricava dalle memorie depositate dalle due parti nell'ambito della richiesta di sequestro presentata lo scorso 12 gennaio, la questione nasce nel 1996 quando, il 29 aprile, Bernardo Caprotti decide di intestare la nuda proprietà delle azioni ai tre figli - Giuseppe e Violetta avuti dalla prima moglie Giulia Venosta, Marina Sylvia dalla seconda moglie Giuliana Albera - nell'ambito di un complesso programma di riassetto delle società operative e finanziarie.

Secondo i figli maggiori si trattava del primo passo per «cominciare a configurare - è scritto nella memoria - i termini di una futura successione dei propri figli nella proprietà e nella conduzione delle società di famiglia». All'epoca la holding di controllo si chiamava Bellefin, poi trasformata in Supermarkets Italiani. Giuseppe - il figlio primogenito che ha lavorato nel gruppo fino al 2004, anno in cui lasciò la carica di amministratore delegato al termine di un violento scontro con il padre - era intestatario del 33,19% delle azioni, le due sorelle Violetta (in Esselunga per 10 anni) e Marina Sylvia del 29,19% ciascuna. Il padre deteneva l'8,43% in piena proprietà più l'usufrutto sul 52,36% dei figli.

La richiesta di sequestro

Dopo sedici anni, a febbraio del 2011 Bernardo estingue i mandati della fiduciaria con i figli e ne costituisce uno nuovo a proprio nome, si intesta il 70% delle azioni e lascia il restante 30% intestato a Unione fiduciaria. I figli maggiori scoprono questo passaggio per caso (nella memoria si parla di «blitz»). Così, il 12 gennaio scorso si rivolgono al Tribunale di Milano per chiedere il sequestro giudiziario dei pacchetti precedentemente da loro detenuti. Secondo Bernardo, invece, l'intestazione era «meramente fittizia», il vero proprietario delle azioni era lui e come tale se le è reintestate. Con un provvedimento datato 15 febbraio 2012 il giudice Mambriani riconosce le ragioni del patron di Esselunga - il quale ha intanto avviato il collegio arbitrale - scrivendo che «pur nell'ambito di questo procedimento a cognizione sommaria, i non trascurabili elementi sopra indicati fanno propendere per la simulazione del rapporto tra i figli e Unione fiduciaria, nel senso che fiducianti reali non sono i figli ma il padre».

Gli interrogativi

Perché Bernardo Caprotti ha deciso oggi, a 86 anni, di riprendersi il 100% del capitale Esselunga? E perché, subito dopo essersi intestato le azioni, ha «diviso» in due il gruppo, da una parte la società distributiva (Esselunga spa) e dall'altra gli immobili (La Villata Partecipazioni spa), la gran parte dei quali è sede dei supermercati del gruppo? Bernardo Caprotti spiega che la scissione immobiliare «costituisce un'operazione programmata, anche in ambito familiare, da tempo» e ha il fine di porre «il patrimonio immobiliare in una cassaforte di famiglia». Il timore dei figli maggiori è, invece, che il padre voglia vendere il gruppo senza condividere insieme a loro le decisioni. E che siano lesi i loro diritti di successione in favore della seconda famiglia di Caprotti, della figlia Marina Sylvia e della moglie Giuliana. Per il padre, invece, l'iniziativa dei figli maggiori mira «a spogliare il proprio padre ante tempus dell'azienda dallo stesso creata» e si traduce in un'azione «già di per sé destabilizzante e disgregatrice di un'azienda con ben 20 mila dipendenti».

La cessione

Da anni si dice che il patron di Esselunga sia pronto a passare la mano. Di volta in volta si sono fatti i nomi più diversi, Walmart, Tesco, Mercadona, Delahize... Ipotesi sempre smentite. Dagli atti emerge, però, per la prima volta la conferma che Caprotti è stato vicino a vendere. Era il 2004, un anno difficile per il fondatore di Esselunga. «Nel frattempo - dice la memoria presentata da Caprotti senior - la statunitense Walmart aveva manifestato il proprio interesse all'acquisizione della Supermarkets Italiani. In vista di una possibile cessione, il dottor Bernardo Caprotti richiedeva ai tre figli di trasferirgli, mediante tre atti di donazione simulata, una quota delle azioni di Supermarkets Italiani di cui erano fiducianti apparenti, in modo che egli avesse titolo, anche formale, per incassare una parte dell'eventuale corrispettivo» (è questo il momento in cui, cioè, Caprotti ridiventa titolare ufficiale di un pacchetto di azioni attorno all'8%). E oggi? Nel suo scritto il patron di Esselunga si affida alla smentita «Esselunga non è in vendita» pubblicata dal Sole 24 Ore dell'8 dicembre 2011.


Maria Silvia Sacchi
15 aprile 2012 | 9:20



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Kessler, gemelle anti-tasse che tradiscono l'Italia

Corriere della sera

Le gemelle da noi hanno avuto tutto: amore e denaro




Le gemelle KesslerLe gemelle Kessler

E meno male che si sentono «mezze italiane»! Invitate nel salotto di Daria Bignardi le gemelle Kessler, le mitiche Kessler (38 anni per gamba), non sono state tenere con il nostro Paese. Da cui, per altro, hanno avuto tutto: fama, soldi, amore e amori. Se non ci fosse stato quel folletto di Guido Sacerdote, un farmacista di Alba stufo di aspirine e voglioso di spettacolo, che le notò al Lido di Parigi; se non ci fosse stato quel genio di Antonello Falqui che rese sexy due statue (come ebbe a ribadire Burt Lancaster incontrando Ellen sotto le coltri), forse le due sarebbero rimaste ballerine di fila e nulla più, devono tutto all'Italia.

Eppure, del nostro Paese, coltivano i luoghi comuni di certa stampa teutonica. Cosa dovremmo imparare dai tedeschi? Pronta e all'unisono la risposta: la disciplina e l'organizzazione. Mancava il passo dell'oca, sia pure fatto con la grazia di due ballerine, ed eravamo a posto.

Le gemelle ragioniere hanno fatto i loro conti e hanno deciso di tenere la residenza in Germania, vicino a Monaco. In Italia c'è troppa burocrazia (è vero) e poi ci sarebbe un misterioso libro di ben 80 pagine per sapere come si pagano le tasse. Certo, vedere ora le ex Bluebell Girls fare questi conti della serva fa una certa impressione.

Per molti italiani, le Kessler hanno rappresentato la scoperta del «proibito», del corpo, del censurabile (molto si è favoleggiato sui mutandoni che coprivano le loro gambe) a partire da due celebri sigle: «Pollo e Champagne» (Oh mon cheri, non vedo l'ora di tornare a Paris, e camminare sotto braccio con te...) e «Dadaumpa». Era il 1961, era il tempo di «Giardino d'Inverno» e di «Studio uno». In un suo libro, l'ex direttore generale della Rai, Ettore Bernabei, sostiene persino che le Kessler furono complici nel «delitto dei mutandoni» che sconvolse allora la dirigenza Rai e vide complice involontario nientemeno che Papa Pacelli. Ma è solo uno scherzo della memoria: il Papa era già morto nel 1958.

Questo per dire come la gratitudine invecchi molto prima di noi e come con due «mezze italiane» sia impossibile farne almeno una.



15 aprile 2012 | 9:33



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La guardia carceraria è responsabile del suicidio del detenuto

La Stampa


Tre guardie carcerarie alla sbarra per rispondere di omicidio colposo a causa della morte di una detenuta, suicidatasi nella propria cella. Tuttavia, alla fine dei due giudizi di merito, solo un’addetta alla sorveglianza viene condannata per aver tenuto un comportamento non improntato alla diligenza nel vigilare la detenuta.

L’imputata ricorre in Cassazione dicendo che la Corte territoriale non ha tenuto nel debito conto il fatto che era stata disposta la sorveglianza a vista senza provvedere all’aumento dell’organico. Infatti, la guardia non era stata per tutto il turno dinanzi alla cella, perché era andata al piano di sotto per far uscire le semilibere. In più, secondo la difesa, la Corte ha «omesso di considerare la non prevedibilità ex ante dell’evento dannoso», poiché, diversamente, il penitenziario avrebbe dovuto prendere delle precauzioni di arredamento della cella per contrastare l’autolesionismo.

La Cassazione, nelle motivazioni della sentenza 6744/12, ha ritenuto colposa la condotta della guardia. In sostanza, l’imputata ha omesso di effettuare il servizio affidatole, visto che, tra l’altro, la carcerata suicida era l’unica detenuta sottoposta alla sorveglianza a vista. È chiaro – si legge nella sentenza – «che l’omissione della condotta prescritta ha precluso, a monte, il tempestivo avvistamento della complessa manovra suicidaria e, con esso, il conseguente dovuto intervento per scongiurarne il fatale esito». Inevitabile, dunque, il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.


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La scoperta, Clara: «Io e quel mio bisnonno morto sul Titanic»

Il Messaggero


ROMA - «Questo ragazzo se ne è andato in fondo al mare, mi disse nonna». Flavia Di Tempora scava nei ricordi, l’immagine di quel giovane è rimasta solo lì. «E mi mostrò una foto, purtroppo non so che fine abbia fatto». La signora, 55 anni, è la nipote di secondo grado di Roberto Urbini, uno dei due camerieri romani che perserò la vita nella tragedia del Titanic, proprio cento anni fa, il 15 aprile del 1912.


«Era il figliolo del fratello di mia nonna, Giulia Urbini - racconta - non sapevo nemmeno che fosse sposato e che la moglie aspettasse un bambino». Ed era nato in via del Babuino 172, da una famiglia romana di generazioni e generazioni, come l’altro suo sfortunato collega, Roberto Vioni, 26 anni, che aveva lasciato piazza del Paradiso e Campo de’ Fiori in cerca di lavoro e fortuna. La targa che li ricorda è già stata affissa, alla Casa del Cinema. Sarà scoperta quest’oggi, in presenza dei pochi parenti alla lontana rintracciati grazie alla scoperta di Giampaolo Pelizzaro dello staff del sindaco e del direttore dell’Anagrafe Angelo Ottavianelli.

Tra i 50 italiani che morirono sul Titanic c’erano anche due romani. Le loro tracce si erano perse nei sotterranei degli Archivi di via Petroselli. Due giovani in gamba, visto che lavoravano nel ristorante più in del Titanic, riservato ai passeggeri della prima classe, dove erano seduti il comandante e gli ospiti d’onore. Anche Elio Mancini, 81 anni, nipote di secondo grado, sempre di Urbini, sapeva già qualcosa. «Ma ero un bambino - racconta - ricordo che veniva spesso a casa una bella signora molto istruita, una zia di mia madre, si chiamava Giulia come lei. Ci disse che una nave era affondata e che sopra c’era un cameriere che era nostro parente. Romano come noi, di tante generazioni». Dice di non stare troppo bene, non crede che ce la farà a esser presente oggi alla cerimonia per il centenario.

I fratelli, Clara e Manlio sì, pure se Elio a loro non aveva mai detto niente dei suoi pochi ricordi di bambino. «Poveretto, è morto a 22 anni - dice Manlio Mancini, 74 anni, - doveva essere bravo, in gamba, per lavorare nel ristorante più lussuoso della nave. Se lo meritava questo ricordo, come romano e italiano». Forse ora, quando seduti comodamente in poltrona vedranno scorrere sulla tv le immagini della versione cinematografica del Titanic, avranno un’emozione in più. 

Si sentiranno ancora più coinvolti da quelle scene così tragiche. «Ma sono parentele troppo lontane nel tempo per scuoterci davvero», ammette Clara Mancini, 79 anni, nella sua casa di via Gallia, anche lei si ricorda di quella zia «ero piccola, venne a casa, raccontò di quello che era successo a un nostro parente». Sergio Sinibaldi, 82 anni, musicista, nipote di secondo grado di Roberto Vioni, non sembra particolarmente toccato. «Non sapevo niente, doveva essere un fratello di mia madre - spiega - ma è morto una decina d’anni prima che io nascessi e in famiglia non se n’è mai parlato. So cosa significano le tragedie, so immedesimarmi in tutte le disgrazie, ma andrò alla commemorazione solo per curiosità».

Oggi l’amministrazione ricorderà i due giovani lavoratori romani inghiottiti dall’Oceano Atlantico. Se non è stato possibile ritrovare i corpi, quantomeno i loro nomi spariti nel nulla tornano a casa, da dove erano partiti ai primi del ’900, quando dalla capitale e dall’Italia si emigrava per fare fortuna all’estero. Roberto e Roberto, due giovani camerieri la cui ultima residenza risulta essere Londra. Urbini, era figlio a sua volta di un cameriere. Il padre Attilio ricevette dal Titanic Relief Fund, 60 sterline come risarcimento. Dopo cento anni Roma dedica loro una targa.

Domenica 15 Aprile 2012 - 09:17




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