sabato 14 aprile 2012

Morto Morosini, si era sentito male durante l'incontro Pescara-Livorno

Corriere della sera

Il 25 enne del Livorno è stato portato in ospedale in ambulanza. Sarebbe stato posto in coma farmacologico


MILANO - Un'azione offensiva del Pescara, la corsa lontano dal pallone, e poi improvviso il crollo a terra sul vertice della propria area: è la terribile scena di cui è stato protagonista al 31' Piermario Morosini, centrocampista del Livorno. Il giocatore è caduto in avanti, faccia a terra, apparentemente in preda a convulsioni, e immediatamente le due panchine e il guardalinee hanno attirato l'attenzione dell'arbitro Baratta che ha fermato il gioco. I medici hanno soccorso Morosini, ed è stato usato un defibrillatore. Al momento dell'ingresso dell'ambulanza sul terreno di gioco, molti giocatori erano in lacrime o con le mani ai capelli per quanto stava accadendo. Durante il trasporto in ambulanza verso l'ospedale Morosini era in arresto cardiaco.

Malore in campo per Piermario Morosini Malore in campo per Piermario Morosini Malore in campo per Piermario Morosini Malore in campo per Piermario Morosini Malore in campo per Piermario Morosini Malore in campo per Piermario Morosini

COMA FARMACOLOGICO - Piermario Morosini sarebbe stato messo in coma farmacologico per permettergli di applicare uno stimolatore esterno. Lo si apprende da fonti mediche dell'ospedale di Pescara. Il calciatore del Livorno è arrivato al pronto soccorso in fibrillazione ventricolare, cioè in uno stato di anomalia degli impulsi elettrici cardiaci. A Morosini, 26 anni a luglio, poco prima era stato praticato un ripetuto massaggio cardiaco, poi è stato trasportato in ospedale con l'ambulanza. La gara tra Pescara e Livorno, valevole per il campionato di serie B, è stata sospesa (sul risultato di 2 a 0 per gli ospiti) e rinviata a data da destinarsi. In ambulanza Morosini è arrivato in arresto cardiaco. Poi sembra si sia lievemente ripreso, riprendendo per pochi minuti conoscenza. E' gravissimo. In questo momento i medici gli hanno applicato un pacemaker e Morsini è in coma famacologico.


LO SCONFORTO DELLA SOCIETA' - «Un ragazzo bravo e sfortunato - ha detto l'amministratore delegato del Pescara - ha perso i genitori e un fratello e ha dovuto sembra combattere». I dirigenti del Livorno sono all'ospedale di Pescara. «Siamo in attesa di notizie, preghiamo e speriamo la la situazione è molto grave», ha detto il responsabile dell'ufficio stampa del Livorno Paolo Nacarlo. I giocatori toscani si sono barricati negli spogliatoi. Sono in lacrime e sotto choc.


Redazione Online
14 aprile 2012 | 16:33

Il tribunale respinge 21 ricorsi Fiom: niente delegati negli stabilimenti Fiat

La Stampa

Il giudice riconosce la correttezza del Lingotto nell'applicare l'art.19 dello Statuto dei Lavoratori. Landini rilancia: faremo ricorso




Lo stabilimento Fiat di Mirafiori


torino


Il Tribunale di Torino ha respinto 21 ricorsi con i quali la Fiom chiedeva di poter nominare propri rappresentanti sindacali in 15 società dei gruppi Fiat e Fiat Industrial. Il Giudice ha riconosciuto la correttezza del comportamento tenuto dal Lingotto nell’applicazione dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, confermando che solo le organizzazioni firmatarie di accordi hanno il diritto di nominare proprie rappresentanze sindacali. Nel provvedimento si ribadisce che il giudice è soggetto soltanto alla legge e ha il dovere di applicarla e si osserva che accogliere la pretesa della Fiom significherebbe procedere ad una vera e propria riscrittura della norma. Secondo il Tribunale di Torino, l’art. 19 non presenta alcun sospetto di incostituzionalità, come risulta dalle numerose pronunce della Corte Costituzionale.

Viene così confermato, fanno notare da Mirafiori, che la norma è assolutamente chiara e precisa: la legittimazione e l’attribuzione dei diritti sindacali si applica unicamente ai firmatari degli accordi aziendali. E, mentre il Lingotto parla di «sentenza inequivocabile», il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, annuncia il ricorso: «Naturalmente ricorreremo contro questa decisione perchè, dalla prima lettura che abbiamo fatto, non ci sembra abbia argomenti forti». A giudizio di Landini, «il tema della libertà sindacale è un tema aperto: quello che viene negato non è la libertà della Fiom ma quella delle persone, si nega il diritto dei lavoratori a scegliere il sindacato che ritiene più opportuno».

La decisione del giudice «è un colpo importante alla strategia antagonista» del sindacato dei metalmeccanici della Cgil. Commenta Roberto Di Maulo, segretario generale della Fismic. E il segretario di Fim-Cisl Claudio Chiarle aggiunge: «Mi auguro che la sentenza emessa oggi dal Tribunale di Torino contribuisca a fare riflettere la Fiom sulle scelte operate sino ad oggi. I lavoratori non si tutelano, nè si rappresentano nelle aule di tribunale ma contrattando con le aziende e firmando accordi tra le parti». Secondo Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, «La sentenza che dà ragione alla Fiat sui ricorsi presentati dalla Fiom smentisce la vulgata diffusa dai metalmeccanici della Cgil secondo la quale aumentano i tribunali che condannano l’azienda. La Fiat può guardare con fiducia allo svolgimento delle proprie attività sul territorio nazionale, come sta facendo rispettando quanto previsto dal piano Fabbrica Italia».



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Argentina, Videla: "Eliminate 8mila persone"

Quotidiano.net

Per la prima volta il dittatore ha ammesso gli orrori

‘’Non c’era altra soluzione’’, ha ammesso il capo della giunta militare che governò il Paese dal 1976 al 1983. La prima lista di persone da uccidere era stata stilata tre mesi dopo il golpe. "Dovevamo eliminare un grande gruppo di persone che non potevano portare in tribunale o uccidere apertamente"

Buenos Aires, 14 aprile 2012



Jorge Videla ammette per la prima volta che durante la dittatura in Argentina dal 1976 al 1983 (lui fu a capo della giunta fino al 1981) sono stati uccise ‘’sette-ottomila persone’’ e rivela che i loro corpi erano stati fatti scomparire per evitare proteste nel paese e da parte della comunità internazionale.

‘’Non c’era altra soluzione’’, ha dichiarato Videla, che ha 86 anni, è in un carcere militare, dove sconta una condanna all’ergastolo, in una lunga intervista (20 ore in tutto) al giornalista Ceferino Reato, che ne ha scritto il libro ‘’Disposicion Final. La confesion de Videla sobre los desaparecidos ‘’ che uscirà oggi nelle librerie del paese. La prima lista di persone da eliminare era stata stilata tre mesi dopo il golpe che portò Videla al potere, rivela inoltre l’ex militare.


‘’Noi della giunta militare avevano concordato che questo era il prezzo da pagare per vincere la guerra contro la sovversione e che tale decisione doveva rimanere nascosta perché la società non doveva accorgersene. Dovevamo eliminare un grande gruppo di persone che non potevano ne’ essere portate in tribunale ne’ uccise apertamente’’, ha affermato, secondo una anticipazione pubblicata dal quotidiano La Nacion.



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De Lorenzo e i 5 milioni da risarcire «Vivrò da francescano per restituire tutto»

Corriere della sera

L'ex ministro: «I soldi li ho presi, ma li davo al partito»



L'allora ministro della Sanità Francesco De Lorenzo con don Verzé L'allora ministro della Sanità Francesco De Lorenzo con don Verzé

ROMA - «Farò una vita da francescano».

Addirittura.
«Avevo già restituito quattro miliardi».

Vecchie lirette.
«Mica le prendevo per me».

No?
«No. Solo per il mio partito, il Pli».

Non come questi di adesso, chessò, i Lusi e i Belsito, magari con qualche famigliola politica da sfamare...
«Eh, ora c'è chi scambia il Parlamento per un benefit».

Pure prima esageravate.
«Lo ammetto, ma era diverso. Le spiegherò come».
Sospira Francesco De Lorenzo, un tempo Sua Sanità, ed è difficile dire se per nostalgia d'una stagione morta o per il sollievo d'esserle sopravvissuto. Settantatré anni portati alla grande, come uno che prima è passato sotto le forche caudine di Tangentopoli, poi attraverso Poggioreale e un tumore con chemioterapia devastante, ed è infine risorto, lavorando coi drogati di don Gelmini (grande foto del controverso sacerdote dietro la scrivania), e inventandosi infine l'Aimac, che raccoglie cinquecento associazioni di volontari nella lotta contro il cancro: «E tutto senza un euro delle case farmaceutiche, lo scriva, lo scriva». Marmi, assistenti, gran sede in via Barberini, c'è chi resta in piedi anche quando cade...
«Si chiudono dei cicli, io ho cambiato vita».

Già, però il tarlo è quello vecchio. Averci marciato, sui malati, quand'era ministro della Salute, governo Amato, primi anni Novanta. 
«Non ho alterato i prezzi dei farmaci, i giudici me l'hanno riconosciuto infine! Non ho danneggiato l'erario, guardi qua».
L'ex ministro in aula a Montecitorio
(Tira fuori faldoni, sentenze, pandette, carte da bollo in perenne lotta tra loro: come molti a lungo strizzati dai magistrati, è ormai il migliore avvocato di se stesso). Comunque sia, deve pagare cinque milioni di euro per danno all'immagine del nostro povero Stato, sentenza definitiva.

Dove li trova?
«Metà li restituii a suo tempo, gliel'ho detto prima. Per il resto, venderò la casa, ho qualche bene al sole. Potrei vendere anche i pastori».

I famosi pastori del Settecento napoletano...
«Quelli: una settantina, raccolti in trent'anni. Valgono duecentomila euro, ma non facciamolo sapere ai ladri».

Ci mancherebbe. Parliamo di altri furti. Una sua foto sotto l'insegna del ristorante «Due Ladroni» è rimasta nella storia.
«Mai intascato un soldo, per me».

Dunque si dichiara innocente?
«No. Il finanziamento illecito è stata la mia colpa. Mandavo dagli imprenditori il mio segretario, Marone, perché non si pensasse che me li tenevo io. Adesso lo fanno per loro tasche. Ma allora tutti sapevano. Anche Zanone che poi ha fatto tanto il moralista».

Pochi sono stati tanto detestati dagli italiani quanto lei.
«Colpa di una lunga campagna di stampa».

Lei era uno dei viceré di Napoli, con Pomicino e Di Donato.
«Un viceré senza truppe, mi creda. Napoli è una città plebea, mia moglie non poteva nemmeno più andare a giocare a bridge. I miei amici liberali si misero con Bassolino. Io per la sanità ho dato il sangue, l'ho detto varie volte».

Sangue infetto, quello dello scandalo...
«Non ero nemmeno testimone, in quell'inchiesta, sia serio. Mi hanno spedito all'inferno e non so perché. Ero benestante, ero un tecnico, avevo il settanta per cento di consensi».

Meglio di Berlusconi...
«Non scherzi. La gente si è sentita tradita. Ma io ho avuto giudici etici, mi hanno condannato per associazione per delinquere da solo, tutti i miei coimputati erano assolti. Il mio processo è stato ingiusto, l'ha detto la Corte costituzionale quattro mesi dopo la mia condanna definitiva. E mi hanno fatto andare in udienza mentre facevo la chemio!».

Lei, nessuna colpa?
«Non insista. Gliel'ho detto: avrei dovuto rinunciare alla poltrona di ministro, è vero. Se la volevi, dovevi finanziare il partito. Funzionava così. Per assicurare il quoziente al partito servivano consiglieri comunali, sezioni, giornali, cose che costavano».

E nani, ballerine, terrazze...
«Cose che ho letto, non c'ero su quelle terrazze».

Mi dica dei finanziamenti.
«Il finanziamento illecito c'è sempre stato. Malagodi prendeva soldi da Confindustria, Moro si alzò per difendere Gui. Solo che quelli avevano... gli attributi. Noi ci lasciammo sbranare, portare via l'immunità parlamentare».

Molti imprenditori si sentirono sbranati, in verità.
«Se agli imprenditori chiedevi di darti i soldi in chiaro, rifiutavano: avrebbero dovuto dare cento a noi liberali, ottocento ai socialisti, mille alla Dc».

Ci furono ruberie grosse.
«Ci furono. Ma io non appartenevo a quella classe politica. Comunque gente come Citaristi o Balzamo non prendeva soldi per sé. E, lo sa?, nemmeno Craxi, dico io».

Dice lei. E di Tonino Di Pietro che mi dice?
«Nulla. E' stato mio pm, non sarebbe elegante».

Di Berlusconi?
«La magistratura ha abusato anche con lui. Poi lui avrebbe dovuto fare attenzione al suo ruolo, l'ultima variante non mi piace. Ma ha aiutato molto la nostra associazione contro il cancro, gli sono grato».

Vent'anni dopo. Si ruba in proprio rispetto a ieri?
«Oggi è tutto abnorme».

Ormai è saltato anche lo schermo del partito, no?
«Mi invitarono nel casertano all'ultima campagna elettorale. Non c'era un comizio, non c'era un manifesto. E allora dove stanno i costi della politica?».

Già. E dove vanno i soldi della politica?
«Questa legge elettorale è tremenda, tutti stanno appesi al leader».

Pure Belsito e Lusi?
«Cosa mi sta chiedendo?».

Un leader può avere un tesoriere simile e non saperlo?
«Ai miei tempi, no».

E adesso?
«E' diverso. Non si coprono spese reali periferiche, il finanziamento viene dato al centro, il tesoriere ha un ruolo fondamentale. Certo, se poi un partito non ha nessuna attività...».

Cosa fa, allude a un caso specifico? Manda messaggi?
«Prossima domanda».

Ultima. Cosa fa domani l'ex viceré di Napoli?
«Cerca di salvare San Giuseppe».

Chi?
«Il mio pastore preferito, un viso splendido. Quello non lo vendo. A costo di smettere di mangiare».


Goffredo Buccini

14 aprile 2012 | 10:59



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Strage di piazza Loggia: assolti i 4 imputati Parti civili condannate al rimborso delle spese

Corriere della sera

Assolti Francesco Delfino, Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte, legati alla Destra eversiva degli anni '70


Assolti. Francesco Delfino, Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte non sono colpevoli per la strage di piazza della Loggia, che il 28 maggio di 38 anni fa fece otto morti e oltre cento feriti. Così hanno deciso i giudici della Corte d'assise d'appello dopo 5 giorni di discussione in un albergo cittadino. Hanno confermato la sentenza del processo di Primo grado che si era concluso il 16 novembre 2010 con l'assoluzione a formula dubitativa dei cinque imputati (oltre ai quattro citati anche Pino Rauti). Per Delfino, Maggi, Zorzi e Tramonte i pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni avevano chiesto l'ergastolo. Parti civili condannate alle spese processuali. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso in appello proposto dalle parti civili Camera del Lavoro di Brescia e di Elvezio Natali, un famigliare di una delle vittime della strage nei confronti di Pino Rauti, e ha posto il pagamento delle spese processuali a carico delle parti civili appellanti, come previsto dalla legge.


I famigliari delle vittime e Brescia sono destinate a non avere ancora, nemmeno dopo il quarto processo d'appello, quella «pace» invocata dal pg Roberto di Martino al termine della sua requisitoria in aula martedì 10 aprile: «ridatela alla città», aveva chiesto alla corte, certo che gli elementi portati dall'accusa nel processo d'appello portassero a una sentenza di colpevolezza. Per questo aveva chiesto quattro condanne all'ergastolo. Si sbagliava. Per i quattro imputati legati all'estrema destra eversiva di quegli anni: Carlo Maria Maggi, medico mestrino (il «dottore»), leader di Ordine nuovo che avrebbe ideato gli attentati; Delfo Zorzi, l'ordinovista che avrebbe procurato l'ordigno esploso nel cestino; Maurizio Tramonte (alias «fonte Tritone»), informatore dei servizi segreti che avrebbe partecipato alle riunioni preparatorie; e Francesco Delfino, ex generale dei carabinieri che non avrebbe fatto nulla per evitare la strage. Erano stati assolti, in primo grado, insieme a Pino Rauti, fondatore del centro studi di Ordine Nuovo. E tornati in aula il 14 febbraio scorso. Una sentenza confermata alle 11.11 di oggi, sabato 14 aprile.

Strage, tutti assolti in appello Strage, tutti assolti in appello Strage, tutti assolti in appello Strage, tutti assolti in appello Strage, tutti assolti in appello Strage, tutti assolti in appello

Hanno vinto gli avvocati delle difese, che denunciavano la totale assenza di prove a carico dei loro assistiti, in un procedimento che conta un milione di pagine agli atti e quarant'anni di storia alle spalle. Elementi più forti degli altri le parti ne hanno forniti eccome: cavalcati o distrutti. Il racconto del pentito Carlo Digilio, ex agente della Cia, l'intercettazione ambientale tra Roberto Raho e Pietro Battiston (che dimostrerebbe il timore di essere collegati ai «mestrini» che maneggiavano le bombe e nascondevano gelignite alla trattoria Scalinetto di Venezia). Ma pure le veline di Tramonte al Sid, testimoni del ruolo di Maggi e Zorzi. E poi ci sono stati loro, i primi periti chiamati a identificare l'esplosivo, risentiti in secondo grado. Non fu tritolo, hanno sostenuto a differenza del collegio di primo grado.

Redazione Online14 aprile 2012 | 12:18

Emanuela Orlandi, padre Lombardi: «Nessun segreto in Vaticano»

Il Messaggero


«Collaboreremo con gli inquirenti come abbiamo sempre fatto. Nulla ostacola la rimozione della tomba di De Pedis»


di Franca Giansoldati

CITTA' DEL VATICANO - L’immagine di Emanuela Orlandi sulla facciata del palazzo del Campidoglio, ha fatto rompere ogni indugio. “Bisogna fare chiarezza” aveva ordinato Benedetto XVI. «Chi sa qualcosa parli» aveva suggerito padre Cantalamessa, il predicatore della Casa Pontificia, a San Pietro, il giorno del Venerdì Santo davanti a cardinali e arcivescovi. E la risposta alle tante domande che da vent’anni incombono sul caso della ragazzina scomparsa nel 1983 in circostanze mai chiarite, è arrivata attraverso una nota della sala stampa del Vaticano. Tre pagine piene di fatti, dettagli, date, numeri di protocollo di pratiche. Nella nota si precisa, inoltre, che tutti i documenti conservati, le deposizioni raccolte a suo tempo dalla gendarmeria, sono a disposizione dei magistrati e che, se occorre raccogliere altri particolari, basta solo inoltrare un'altra rogatoria internazionale.



Il Vaticano risponderà, come «del resto ha sempre fatto in passato». Una precisazione, questa, che sembra smentire la versione di alcuni magistrati italiani secondo i quali, in passato, alle rogatorie non fu dato seguito. 


Ecco il testo della nota vaticana: 


La vicenda del tragico sequestro della giovane Emanuela Orlandi è stata nuovamente richiamata all’attenzione pubblica nel corso degli ultimi mesi da alcune iniziative e interventi che hanno avuto eco sulla stampa, e in cui è stato avanzato il dubbio se da parte di istituzioni o personalità vaticane si sia fatto veramente tutto il possibile per contribuire alla ricerca della verità su quanto avvenuto.

Documentazione disponibile. Poiché è passato ormai un tempo considerevole dai fatti in questione (il sequestro avvenne il 22 giugno 1983, quasi trent’anni fa) e buona parte delle persone allora in posizioni di responsabilità sono scomparse, non è naturalmente possibile pensare a un riesame dettagliato degli eventi. Ciononostante è possibile – grazie ad alcune testimonianze particolarmente attendibili e ad una rilettura della documentazione disponibile - verificare nella sostanza con quali criteri e atteggiamenti i responsabili vaticani procedettero ad affrontare quella situazione.

Le domande principali a cui rispondere sono le seguenti
: Le Autorità vaticane del tempo si impegnarono veramente per affrontare la situazione e collaborarono con le autorità italiane in tal senso? Ci sono ancora elementi nuovi, non rivelati ma conosciuti da qualcuno in Vaticano, che potrebbero essere utili per conoscere la verità? È giusto ricordare anzitutto che il Papa Giovanni Paolo II in persona si dimostrò particolarmente coinvolto dal tragico sequestro, tanto che intervenne diverse volte (ben otto in meno di un anno!) pubblicamente con appelli per la liberazione di Emanuela, si recò personalmente a visitare la famiglia, si interessò perché fosse garantito un posto di lavoro per il fratello Pietro. A questo impegno personale del Papa è naturale che corrispondesse l’impegno dei suoi collaboratori.

Il Cardinale Agostino Casaroli
, Segretario di Stato e quindi primo collaboratore del Papa, seguì personalmente la vicenda, tanto che, com’è noto, si mise a disposizione per i contatti con i rapitori con una linea telefonica particolare. Come ha attestato già in passato e attesta tuttora il cardinale Giovanni Battista Re - allora Assessore della Segreteria di Stato e oggi principale e più autorevole testimone di quel tempo -, non solo la Segreteria di Stato stessa, ma anche il Governatorato furono impegnati nel fare tutto il possibile per contribuire ad affrontare la dolorosa situazione con la necessaria collaborazione con le Autorità italiane inquirenti, a cui spettava evidentemente la competenza e la responsabilità delle indagini, essendo il sequestro avvenuto in Italia.

La piena disponibilità alla collaborazione da parte delle personalità vaticane che a quel tempo occupavano posizioni di responsabilità, risulta da fatti e circostanze. Solo per fare un esempio, gli inquirenti (e soprattutto il SISDE) avevano avuto accesso al centralino vaticano per possibile ascolto di chiamate dei rapitori, e anche in seguito in alcune occasioni Autorità vaticane ricorsero alla collaborazione con Autorità italiane per smascherare ignobili forme di truffa da parte di presunti informatori. Risponde perciò a pura verità quanto affermato con Nota Verbale della Segreteria di Stato N. 187.168, del 4 marzo 1987, in risposta vaticana alla prima richiesta formale di informazioni presentata dalla magistratura italiana inquirente in data 13 novembre 1986, quando dice che «le notizie relative al caso…erano state trasmesse a suo tempo al PM dottor Sica».

Documenti ai pm. Atteso che tutte le lettere e le segnalazioni pervenute in Vaticano furono prontamente girate al Dott. Domenico Sica e all’Ispettorato di P.S. presso il Vaticano, si presume che siano custodite presso i competenti uffici giudiziari italiani. Anche nella seconda fase dell’inchiesta - anni dopo - le tre rogatorie indirizzate alle Autorità vaticane dagli inquirenti italiani (una nel 1994 e due nel 1995) trovarono risposta (Note Verbali della Segreteria di Stato N. 346.491, del 3 maggio 1994; N. 369.354, del 27 aprile 1995; N. 372.117, del 21 giugno 1995). 

Come domandato dagli inquirenti, il Sig. Ercole Orlandi (papà di Emanuela), il Comm. Camillo Cibin (allora Comandante della Vigilanza vaticana), il Card. Agostino Casaroli (già Segretario di Stato), S.E. Mons. Eduardo Martinez Somalo (già Sostituto della Segreteria di Stato), Mons. Giovanni Battista Re (allora Assessore della Segreteria di Stato), S.E. Mons. Dino Monduzzi (allora Prefetto della Casa Pontificia), Mons. Claudio Maria Celli (già Sotto-Segretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato), resero ai giudici del Tribunale Vaticano le loro deposizioni sulle questioni poste dagli inquirenti e la documentazione venne inviata, per il tramite dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, alle Autorità richiedenti.

I relativi fascicoli esistono tuttora
e continuano a essere a disposizione degli inquirenti. È anche da rilevare che all’epoca del sequestro di Emanuela, le Autorità vaticane, in spirito di vera collaborazione, concessero agli inquirenti italiani ed al SISDE l’autorizzazione a tenere sotto controllo il telefono vaticano della famiglia Orlandi e ad accedere liberamente in Vaticano per recarsi presso l’abitazione degli stessi Orlandi, senza alcuna mediazione di funzionari vaticani. Non è quindi fondato accusare il Vaticano di aver ricusato la collaborazione alle Autorità italiane preposte alle indagini. 

Ciò dà occasione di ribadire che è prassi costante della Santa Sede di rispondere alle rogatorie internazionali, ed è ingiusto affermare il contrario (come si è fatto ancora recentemente a proposito di una rogatoria sullo IOR, che in realtà non è mai stata trasmessa alla Segreteria di Stato, come confermato ufficialmente dalle competenti Autorità diplomatiche italiane). Il fatto che alle deposizioni in questione non fosse presente un magistrato italiano, ma che si fosse richiesto alla parte italiana di formulare con precisione le questioni da porre, fa parte della prassi ordinaria internazionale nella cooperazione giudiziaria e non deve quindi stupire, né tantomeno insospettire (si veda anche l’Art. 4 della Convenzione Europea di assistenza giudiziaria in materia penale, del 20 aprile 1959).

Ali Agca. La sostanza della questione è che purtroppo non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso da fornire agli inquirenti. A quel tempo le Autorità vaticane, in base ai messaggi ricevuti che facevano riferimento ad Ali Agca – che, come periodo, coincisero praticamente con l’istruttoria sull’attentato al Papa – condivisero l’opinione prevalente che il sequestro fosse utilizzato da una oscura organizzazione criminale per inviare messaggi od operare pressioni in rapporto alla carcerazione e agli interrogatori dell’attentatore del Papa. Non si ebbe alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro.

L’attribuzione di conoscenza di segreti
attinenti al sequestro stesso da parte di persone appartenenti alle istituzioni vaticane, senza indicare alcun nominativo, non corrisponde quindi ad alcuna informazione attendibile o fondata; a volte sembra quasi un alibi di fronte allo sconforto e alla frustrazione per il non riuscire a trovare la verità. In conclusione, alla luce delle testimonianze e degli elementi raccolti, desidero affermare con decisione i punti seguenti: Tutte le Autorità vaticane hanno collaborato con impegno e trasparenza con le Autorità italiane per affrontare la situazione del sequestro nella prima fase e, poi, anche nelle indagini successive.

Non risulta che sia stato nascosto nulla, né che vi siano in Vaticano “segreti” da rivelare sul tema. Continuare ad affermarlo è del tutto ingiustificato, anche perché, lo si ribadisce ancora una volta, tutto il materiale pervenuto in Vaticano è stato consegnato, a suo tempo, al P.M. inquirente e alle Autorità di Polizia; inoltre, il SISDE, la Questura di Roma ed i Carabinieri ebbero accesso diretto alla famiglia Orlandi e alla documentazione utile alle indagini. Se le Autorità inquirenti italiane – nel quadro dell’inchiesta tuttora in corso – crederanno utile o necessario presentare nuove rogatorie alle Autorità vaticane, possono farlo, in qualunque momento, secondo la prassi abituale e troveranno, come sempre, la collaborazione appropriata.

Infine, poiché la collocazione della tomba di Enrico De Pedis presso la Basilica dell’Apollinare ha continuato e continua ad essere motivo di interrogativi e discussioni – anche a prescindere dal suo eventuale rapporto con la vicenda del sequestro Orlandi - si ribadisce che da parte ecclesiastica non si frappone nessun ostacolo a che la tomba sia ispezionata e che la salma sia tumulata altrove, perché si ristabilisca la giusta serenità, rispondente alla natura di un ambiente sacro. Per terminare, vorremmo riprendere spunto e ispirazione dall’intensa partecipazione personale di Giovanni Paolo II alla tragica vicenda della giovane e alla sofferenza della sua famiglia, rimasta finora nell’oscurità sulla sorte di Emanuela. 

Ancor più perché questa sofferenza purtroppo si ravviva al sorgere di ogni nuova pista di spiegazione, finora senza esito. Se le persone che scompaiono ogni anno in Italia e di cui non si sa più nulla nonostante le inchieste e le ricerche sono purtroppo numerose, la vicenda di questa giovane cittadina vaticana innocente scomparsa continua a tornare sotto i riflettori. Non sia questo un motivo per scaricare sul Vaticano colpe che non ha, ma sia piuttosto occasione per rendersi conto della realtà terribile e spesso dimenticata che è costituita dalla scomparsa delle persone – in particolare di quelle più giovani - e opporsi, da parte di tutti e con tutte le forze, ad ogni attività criminosa che ne sia causa.

Sabato 14 Aprile 2012 - 13:13   
Ultimo aggiornamento: 13:27




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Nel Carroccio usavano telefoni intestati a extracomunitari

La Stampa

I leader si nascondevano dietro nomi di africani ignari. Una segretaria della Camera come tramite



Renzo "Trota" Bossi
PAOLO COLONNELLO
milano

Che fine hanno fatto i bilanci del Sin.pa, il sindacato padano di Rosi Mauro? Non si sa. Perché quando l'altro ieri gli uomini della Gdf si sono presentati nella sede di via Del Mare si sono sentiti rispondere che semplicemente i bilanci non esistevano perché il sindacato non aveva contabilità: «Fa tutto la Rosi». Non è difficile immaginare, dunque, che la ruspante vicepresidente del Senato appena espulsa dalla Lega dovrà essere chiamata in Procura molto presto per spiegare come mai il sindacato da lei presieduto non aveva uno straccio di contabilità, nonostante le generose elargizioni dell'ex tesoriere Francesco Belsito (300 mila euro solo nel 2011).

Sin.pa senza bilanci

Dunque, la prossima settimana potrebbero scaturire nuove iscrizioni sul registro degli indagati. Gli inquirenti milanesi stanno infatti controllando il resto della documentazione acquisita per capire in quali e quante circostanze il denaro distratto dai bilanci della Lega a favore dei famigliari e dei fedelissimi del «cerchio magico» di Umberto Bossi possa considerarsi «appropriazione indebita» in concorso con il Belsito.

I carabinieri del Noe di Napoli, nel loro rapporto, segnalavano senza ombra di dubbio che «oltre ai soldi versati personalmente ai famigliari dell’onorevole Umberto Bossi», e al «Senatùr» in persona, vi sono «anche cospicue elargizioni a favore di Rosi Mauro e del Sinpa (Sindacato Padano), della «scuola Bosina» di Varese, riconducibile a Manuela Marrone, consorte di Bossi, ma anche al sen. Calderoli Roberto».

Un conto però sono le informative dei carabinieri, un altro le risultanze processuali. Come ha detto l’altro giorno Roberto Maroni, «la Lega in questa vicenda si considera parte lesa». Una consapevolezza che, a leggere le carte, solo due mesi fa non era così chiara. Il timore di un intervento giudiziario sui pasticci contabili combinati da Belsito risulta infatti evidente anche dai comportamenti di alcuni «insospettabili».

Scrivono gli investigatori della Dia di Reggio Calabria: «Subito dopo la pubblicazione sugli organi di stampa nazionali degli investimenti del movimento politico Lega Nord all’estero, il gruppo sottoposto alle investigazioni, attraverso l’acquisito di schede telefoniche internazionali e nazionali intestate a ignari cittadini stranieri e caselle di posta elettronica attive su domini internazionali, si è creato una rete di comunicazione “clandestina”, per poter dialogare, come da loro detto esplicitamente, in modo sicuro e riservato».

Insomma, i leader della Lega, per parlare al telefono usavano i nomi di poveri extracomunitari ignari, gli stessi che volevano ricacciare oltre mare e che in questo caso tornano comodissimi. «Bonet Stefano prosegue la nota Dia - per le conversazioni riservate, dotava Restaini Lubiana, segretaria della Lega alla Camera, di due utenze telefoniche intestate ad un cittadino senegalese e a uno del Bangladesh.

Senegal e Bangladesh

In quest’ottica, il 17 febbraio, l’imprenditore veneto contattava (da utenza intestata a tale Mattia Camurati) sull’utenza del cittadino Md Zalal Uddin (Bangladesh) la Restaini Lubiana, dipendente del Parlamento, che risulta vicina al senatore della Repubblica on. Roberto Castelli e all’on. Roberto Maroni e allo stesso Bonet Stefano, con la quale ha intrapreso un’ampia collaborazione con lo scambio di costanti e continui contatti telefonici. Nel corso della telefonata - in alcuni momenti dai toni aspri, per via di come si stava sviluppando la vicenda del rientro dei capitali esteri –, la Restaini passava la conversazione al senatore Roberto Castelli». Sapeva il senatore Castelli di parlare su un cellulare «extracomunitario»? Non si sa. Ma certo Castelli è molto bene informato dei pasticci africani di Belsito e dei suoi «favori» al «capo». E «il nano» è furioso con lui: «Francesco dice che lui non sa come abbia potuto fare Castelli... che ne ha fatte più lui... Nadia dice che secondo lei perché si è agganciato alla Rosi perché prima non lo considerava nessuno...».

I figli del Senatùr

Insomma, dietro le rocambolesche vicende dei rimborsi elettorali del Carroccio emergono vicende di dispetti e ricatti tutti da indagare. Come ad esempio il riferimento a una questione relativa a un figlio di Bossi, di cui si parla in un’intercettazione del 23 febbraio scorso, nella quale il «nano» Belsito si sfoga con la segretaria e responsabile «gadget» della Lega, Nadia Dagrada. Scrivono gli investigatori: «Francesco chiede cosa dicono di lui alla Lega e aggiunge che l'unico che lo ha trattato bene è stato Riccardo e che gli ha promesso che quando vedrà il padre (Umberto Bossi) parlerà bene di lui. Nadia dice che invece l'altro è "un pezzo di merda"; (riferendosi probabilmente all'altro figlio di Bossi) e che poi deve raccontargli un episodio in cui lo hanno trattenuto un'ora e mezza in Questura, del quale riuscirà ad avere anche il verbale, e che comunque il padre non è stato avvisato...».

Di cosa si tratta? L'unico episodio simile riguarda Roberto Libertà che 8 o 10 mesi fa, ancora minorenne, venne fermato dai carabinieri vicino a una cascina nei pressi di Angera, ritrovo di giovani un po' sbandati. Portato in caserma, vi rimase circa un'ora e mezza per l'identificazione. Ne scaturì una denuncia contro i carabinieri presentata da un legale milanese. La vicenda, trattata dal pm di Varese Petrucci, venne quindi archiviata.



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Quei due romani morti sul Titanic Cento anni dopo trovati i documenti

Il Messaggero


Erano i camerieri del ristorante più lussuoso. La scoperta degli esperti del Campidoglio che gli dedicherà una targa


di Davide Desario

ROMA - Avevano lo stesso nome, Roberto. Facevano lo stesso lavoro, il cameriere. Erano entrambi ventenni. E anche il destino ci ha messo del suo riservandogli la stessa tragica fine: partiti da Roma con una valigia piena di sogni e speranze sono morti affogati nella tragedia del Titanic. E’ la scoperta fatta dagli esperti del Comune di Roma. Una scoperta che arriva proprio a cento anni dalla sciagura dell’Atlantico. E per questo, domani mattina, in occasione dell’anniversario il Campidoglio ricorderà le sue due vittime dedicando loro una targa alla Casa del Cinema a Villa Borghese.



I documenti. «Morto il 15 aprile 1912 disastro Titanic». Con questa annotazione vergate a mano sul frontespizio delle schede anagrafiche è stato possibile identificare le due vittime romane del disastro del transatlantico Rms (Royal Mail Steamer) Titanic, affondato alle ore 2 e 20 di domenica 15 aprile 1912 nel Nord Atlantico. Trascorso un secolo da quella tragica notte di mare piatto e senza luna, le schede anagrafiche dei due cittadini romani morti durante la sciagura del Titanic rappresentano ormai un reperto storico.

I nomi. Si chiamano Roberto Urbini e Roberto Vioni. All’epoca avevano rispettivamente 22 e 26 anni. Partirono da Roma con una valigia piena di sogni, speranze e tanti desideri di un futuro migliore. E invece trovarono la morte insieme ad altri 50 italiani. La famiglia Urbini, alla nascita di Roberto, era residente in via del Babuino 172. Vioni, invece, nacque in casa, in un palazzo al civico 55 di piazza Paradiso a due passi da Campo de’ Fiori.

La scoperta. La ricerca è stata svolta incrociando i dati degli elenchi e dei documenti ufficiali del disastro (conservati nei National Archives di Kew, a sud di Londra) con i dati e le informazioni in possesso dell’Anagrafe di Roma Capitale. Fondamentale è stata la determinazione e la passione del giornalista Gian Paolo Pellizzaro (ora nell’ufficio stampa del Campidoglio). Con l’aiuto del direttore dell’Anagrafe, Angelo Ottavianelli è sceso negli archivi sotterranei alla ricerca delle schede anagrafiche, degli atti di nascita, morte e matrimonio delle vittime al fine di recuperare ogni utile dato sulla loro vita, sulle loro famiglie e sui luoghi di residenza. Grazie a queste ricerche e ai riscontri successivi è stato possibile rintracciare anche i parenti in vita dei due ragazzi, tutti vivi e residenti a Roma. Si tratta di nipoti di secondo grado che, in alcuni casi, ricordano racconti e storie che si circolavano in famiglia sulla sfortunata sorte di questi loro lontani zii. Qualcuno, invece, ha accolto la notizia con grande stupore e commozione.

La storia. Roberto Urbini e Roberto Vioni erano due ragazzi orgogliosi del lavoro che aveva saputo trovare. Erano, infatti, imbarcati come camerieri del ristorante «À la Carte» il più prestigioso e lussuoso presente a bordo del Titanic per il suo viaggio inaugurale da Southampton a New York. Il ristorante era situato sul ponte B nella parte di poppa tra il grande scalone di prima classe e la sala fumatori di seconda classe. Era gestito da uno dei membri più rispettati della «colony» italiana in Inghilterra, un uomo che aveva fatto fortuna e trovato il successo professionale nei venti anni di duro lavoro nella Londra edoardiana, Gaspare Antonio Pietro Gatti, detto Luigi, nato il 3 gennaio 1875 a Montaldo Pavese (Pavia). Gatti si era stabilito a Southampton e da lì, dopo aver vinto la gara per il catering per la compagnia di navigazione White Star Line, ebbe la responsabilità di organizzare il ristorante di prima classe del Titanic e iniziò a selezionare il personale da impiegare sia in cucina che in sala. Urbini e Vioni riuscirono a superare le rigorose selezioni.

Urbini prima di imbarcarsi sul Titanic come cameriere aveva lasciato come ultima residenza il 16 di Manette Street, Charing Cross Road, a Londra. Le cronache dell’epoca raccontano una storia tragica. Si legge sul Corriere della Sera del 19 aprile 1912: «Un caso triste e poco conosciuto è quello di un cameriere di 22 anni Urbini: la moglie molto giovane, incinta, era quasi all’ultima settimana dal mettere al mondo il bambino ed ha partorito proprio oggi un bambino. I parenti caritatevoli hanno nascosto a lei il terribile disastro». Il papà di Roberto, Attilio, anche lui di professione cameriere, ottenne come risarcimento 60 sterline dal Titanic Relief Fund. Vioni, invece, non era sposato e si registrò sul Titanic il 6 aprile 1912, quattro giorni prima della partenza da Southampton. Lasciò come ultima residenza l’8 di Lynton Mansions, Kensington Road, a Londra. Anche lui morì durante il naufragio e il suo corpo, come quello di Urbini, se ripescato non venne mai identificato.

La sera del disastro. Poche ore prima dell’impatto della nave con l’iceberg, nel ristorante «À la Carte» di Gatti cenò il comandante Edward John Smith. La cena era stata organizzata in onore del comandante del Titanic dal cinquantenne banchiere di Philadelphia George Dunton Widener e dalla sua famiglia. E a servire fra i tavoli c’erano proprio i due ragazzi di Roma, così orgogliosi e fieri del loro ruolo e del loro lavoro.


Sabato 14 Aprile 2012 - 11:06   
Ultimo aggiornamento: 11:08



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