giovedì 5 aprile 2012

Bossi presenta le dimissioni «irrevocabili» al consiglio federale, ora tocca al triumvirato

Corriere della sera

«Mi dimetto per il bene del movimento e dei militanti, la priorità è il bene della Lega e continuare la battaglia»


Dimissioni di Bossi, l'annuncio di Salvini MILANO - A vent'anni esatti dalle elezioni del '92, prima vera vittoria politica della Lega Nord, Umberto Bossi si dimette. Le indagini sul tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito condotte dalle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria portano alle dimissioni del Senatùr che lascia il ruolo di segretario del partito nel corso del consiglio federale di giovedì. Dimissioni «irrevocabili» accolte dal consiglio federale che sostituirà il segretario con 3 reggenti che guideranno momentaneamente il movimento.


E la base leghista attacca il "giuda" Maroni IL TRIUMVIRATO - Ci sarà infatti un triumvirato alla testa del partito, composto dal coordinatore delle segreterie nazionali, Roberto Calderoli, dall'ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni e dalla parlamentare veneta Emanuela Dal Lago. «Mi dimetto per il bene del movimento e dei militanti. La priorità è il bene della Lega e continuare la battaglia». Queste le parole con cui Umberto Bossi ha lasciato il movimento in qualità di leader. Al Senatùr, il consiglio ha concesso comunque l'onore delle armi nominandolo presidente al posto di Angelo Alessandri. Una nomina che gli consentirà di partecipare ancora alle riunioni del consiglio federale. «Chi sbaglia paga - ha detto Bossi - qualunque sia il cognome che eventualmente porti».


BERLUSCONI - Poi in serata le indiscrezioni sulla reazione dell'eterno alleato Silvio Berlusconi, che ha definito le dimissioni di Bossi «una botta, un colpo al cuore». Accanto all'amarezza e alla sorpresa, nei ragionamenti dell'ex premier si è insinuato anche il dubbio che contro la Lega sia stata messa in atto un'operazione politico-giudiziaria. Una vicenda che, per il Cavaliere presenterebbe molte zone d'ombra. Anche lui, sarebbero state le parole di Berlusconi, è finito nel tritacarne della giustizia ad orologeria. Dietro la vicenda, per l'ex premier potrebbe esserci un disegno politico. È un film che conosco bene - sarebbe stato il ragionamento - dopo essersi accaniti contro di me, ora tocca ad Umberto. Guarda caso ad un mese dalle elezioni amministrative.


Bossi, i momenti salienti della sua parabola politica IL CONSIGLIO - Secondo Matteo Salvini, che ha raccontato l'addio del leader della Lega su Radio Padania, Bossi è stato salutato «da un consiglio federale commosso. Nessuno ha chiesto le sue dimissioni, lui è arrivato già convinto, con una scelta decisa e sofferta». Una scelta «presa per difendere il movimento e la famiglia» e che è stata molto apprezzata dal partito. Ora tocca al triumvirato la gestione ordinaria della Lega, almeno fino al congresso federale che si terrà entro l'autunno. Ma emergono già i primi contrasti.


I PRIMI CONTRASTI - In via Bellerio Roberto Maroni è stato contestato da alcuni militanti che gli hanno urlato «buffone». L'ex ministro viene visto infatti da alcuni come il traditore, il «giuda» come viene soprannominato l'ex ministro dell'Interno su alcuni volantini al di fuori della sede nazionale della Lega, al suo primo giro di boa. Tra le novità anche la scelta del nuovo amministratore del partito, Stefano Stefani, che - a differenza di Belsito - sarà coadiuvato da una società esterna per la certificazione del bilancio.

Bossi, una vita al comando Bossi, una vita al comando Bossi, una vita al comando Bossi, una vita al comando Bossi, una vita al comando Bossi, una vita al comando


LE REAZIONI - «Sono notizie che colpiscono - ha detto Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, commentando la notizia dell'addio di Bossi - vediamo come si evolverà la situazione». «Le sue dimissioni sono, da una parte un atto dovuto - ha commentato il leader dell'Idv Antonio Di Pietro - dall'altra un atto da rispettare». «Serviva un segno di discontinuità - ha precisato Flavio Tosi, sindaco di Verona - la Lega doveva dimostrare di essere ancora diversa dagli altri partiti. Un segnale che è stato dato con la scelta personale e dolorosissima di Umberto Bossi, che ha dimostrato di volere davvero bene al movimento».



MARONI - Commozione, nonostante tutto, è stata espressa dallo stesso Roberto Maroni: «C'è stata grande commozione quando Bossi, durante il federale, ha detto che voleva dare le dimissioni - ha spiegato -. Gli abbiamo chiesto di rinunciare ma è stato irremovibile». L'ex ministro ha poi confermato il suo sostegno al fondatore del partito: «A Bossi ho detto: se deciderai di ricandidarti al congresso federale questo autunno io ti sosterrò». Poi gli impegni per il futuro: «Adesso ci mettiamo al lavoro per fare pulizia - ha precisato - andando a guardare i conti e aprendo tutti i cassetti, è importante anche che sia stato dato incarico a una società di revisione esterna per la verifica patrimoniale». E Salvini posta su Facebook: «Umberto Bossi e Roberto Maroni, commossi ma determinati, che si abbracciano alla fine di questa importante giornata. Solo un cretino può non capire che è questa la forza della Lega».

Corinna De Cesare
5 aprile 2012 | 20:18





Ma tanti ancora lo difendono 
di Nino Luca





Dalla cascina varesina al palazzo «romano». Vita e scelte di un Braveheart in salsa padana



La militanza a sinistra, poi l'intuizione del «Profondo Nord»



Umberto BossiUmberto Bossi

MILANO - Si dimise già una volta, il 26 luglio del 2004, a pochi mesi dall' ictus che lo colpì l'11 marzo lasciandogli quei segni indelebili sul corpo, sul viso, nella parola. L'addio (presto ritirato) al grido di «traditori!» aveva allora, nonostante la malattia, ancora un vago sapore di Bossi-Braveheart, il cuore impavido scozzese narrato in una celebre pellicola di Mel Gibson che tanto piaceva al Senatùr.
L' Umberto, otto anni fa, si batteva ancora per la «devolution», una cosa che non è mai stata ben capita e ben spiegata, una parola che oggi ha un suono sinistro. Un rimando a quel «ti dò l'Iban» pronunciato dal tesoriere della Lega Francesco Belsito che ha inchiodato il leader carismatico alle dimissioni «irrevocabili». La nomina a presidente conclude l'irresistibile ascesa di Umberto Bossi, settant'anni lo scorso 19 settembre, il leader in canottiera. L'inventore della «Padania», del «celodurismo» e di «Berluscaz», quello dei cappi in Parlamento, del dito medio all'indirizzo delle croniste in Transatlantico, quello della spuma al chinotto e le partite a tre sette nelle lunghe notti al Mirella di Ponte di Legno a parlare di «Roma ladrona». L' «animale politico» che seppe cavalcare Tangentopoli, il malcontento e le paure dei cittadini del Nord. La voce rauca tra le camicie verdi sul pratone assolato di Pontida, quello che col «Tricolore mi pulisco il c...».

Bossi cantautore col nome d'arte «Donato»Bossi cantautore col nome d'arte «Donato»


LA SINISTRA, LA CHITARRA, GLI AMORI - Figlio di un operaio (Ambrogio) e di una portinaia (Ida Valentina Mauri, Bossi è venuto su in una cascina di Cassano Magnago, la sua «via Gluck» come la definì in «Vento del Nord», biografia scritta nel '92 da Daniele Vimercati. Per aiutare la famiglia lavora all' Aci di Varese e nel frattempo prende un diploma: lui dichiara di aver conseguito la maturità scientifica, ma pare sia perito elettronico. La prima moglie, Gigliola Guidali, chiede separazione - lo racconta lei stessa in un'intervista - anche dopo aver scoperto che lui non si era mai laureato in medicina. Ogni mattina usciva di casa con la valigetta da dottore dicendo: «Ciao amore vado in ospedale». Pare che Bossi abbia mosso i primi passi nella sinistra extraparlamentare, nel Partito di Unità Proletaria e nei movimenti ambientalisti anni '70 dopo aver tentato, nei primi '60, il successo come cantautore. Con il nome d'arte di Donato si presentò al Festival di Castrocaro, ma non andò oltre la semifinale. Nel '64 incise due brani «intimisti» : «Ebbro» e «Sconforto». Bossi scrisse anche poesie in dialetto lombardo e fu proprio durante una conferenza al Circolo Filologico locale dove parlava di glottologia che conobbe la sua seconda moglie, Manuela Marrone. Sul ruolo dell' apparentemente mite compagna di Bossi, una maestra di origini siciliane, si discute da qualche tempo fuori e dentro la Lega dove qualcuno ne ha parlato come la «Zarina», «anima nera del movimento». Delle scappatelle del Capo si faceva un gran parlare. La tragica notte dell' Ictus costò la reputazione a Luisa Corna. Lei ha sempre smentito di essere stata in compagnia del leader della Lega nord quella sera, ma le voci alla fine hanno avuto la meglio.

IL FEDERALISMO, MIGLIO E BERLUSCONI - Tutte le fonti sembrano concordare sull' incontro «casuale» di Bossi a 38 anni, con le idee autonomiste e federaliste. Un giorno, era il '79, entrando in facoltà a Pavia notò un volantino di Bruno Salvadori, leader dell' Unione Valdotaine. Nel 1982 fonda la Lega autonomista lombarda, di cui viene eletto segretario nazionale, insieme a Roberto Maroni, con il quale percorrerà un lunghissimo tratto di strada in un sodalizio andato incrinandosi solo negli ultimi anni. Alle politiche del 1987 Bossi viene eletto per la prima volta senatore. Ecco il «Senatur». Nel 1990 la Lega vive forse il momento più alto di elaborazione politica grazie alla collaborazione con Gianfranco Miglio, professore all'Università Cattolica di Milano, studioso dei sistemi politici, convinto federalista. Miglio, subito ribattezzato «il Profesur», è contrario all'alleanza con Silvio Berlusconi, resta male per il mancato incarico da ministro (che va a Francesco Speroni) e lascia nel '94 in aperta polemica con il capo: «Spero di non rivederlo mai più». Bossi resta in prima linea altri 18 anni, ma vuole il caso che le dimissioni dalla segreteria politica arrivino esattamente a vent'anni dalla prima clamorosa affermazione elettorale della Lega: il 5 aprile del 1992, l'anno dell'avvio di Tangentopoli e delle stragi di Capaci e via D'Amelio.

Paola Picatwitter @paolapica
5 aprile 2012 | 20:16





Guardandosi allo specchio


Corriere della sera

di FERRUCCIO DE BORTOLI



L'antipolitica è una pratica deteriore che mina le fondamenta delle istituzioni. L'idea che una democrazia possa fare a meno dei partiti è terreno fertile per svolte autoritarie. Le inchieste di Rizzo e Stella, pubblicate dal Corriere , sui costi (scandalosi) della politica sono state lette da più parti con fastidio e disprezzo. Eppure non erano e non sono animate da un pernicioso qualunquismo, ma da una seria preoccupazione per l'immagine pubblica degli organi dello Stato e per la dignità dei rappresentanti della volontà popolare.

Il bene costituzionale della cittadinanza si riflette nell'orgoglio per i simboli repubblicani, nella rispettabilità degli organi elettivi, nel prestigio delle istituzioni e nella serietà e dirittura personale di coloro che temporaneamente ne reggono le sorti. Una buona legge sui partiti avrebbe fatto scoprire prima, o addirittura evitato, sia il caso Belsito, ex sottosegretario leghista alla Semplificazione ( sic ), sia l' affaire del senatore Lusi, ex della Margherita, che dimostra come i partiti, a differenza dei cittadini, incassino anche da morti. Se i parlamentari avessero affrontato con maggiore serietà, e non con sacrifici episodici, il tema dei loro emolumenti e del costo complessivo di funzionamento delle istituzioni, la loro popolarità non avrebbe raggiunto livelli così bassi. Se il referendum del 1993, che vietava il finanziamento dei partiti, non fosse stato aggirato con una legge truffa sui rimborsi elettorali, il discredito non sarebbe stato così devastante.

Difficile dimostrare a famiglie alle prese con tasse crescenti e salari magri che sia vitale per la democrazia una leggina del 2006 che, oltre a consentire l'anonimato dei contributi ai partiti sotto i 50 mila euro, non ha risolto il problema dei controlli sui rendiconti delle spese. I cittadini tirano la cinghia, soffrono, ma il finanziamento pubblico ai partiti in dieci anni è lievitato del 1.110 per cento. Se tutte le voci di spesa pubblica avessero seguito la stessa dinamica saremmo già in bancarotta. I rimborsi sono dieci volte più alti delle spese, ma nessuno si è mai sentito in dovere di restituire ai cittadini quanto incassato in più grazie a una legge troppo generosa. Sarebbe stata una forma di immediato rispetto per i molti che vengono pagati in ritardo, o non pagati affatto, per i tanti che si vedono ritirare i fidi dalle banche e non hanno la fortuna di ottenere rimborsi superiori alle loro spese. Nella vita reale, fuori dal Palazzo, se qualcuno incassa di più di quanto gli spetta, generalmente restituisce. Ha promesso di farlo Rutelli, ma solo dopo l'esplosione del caso Lusi. Non prima.

A parole tutti vogliono cambiare la legge sui rimborsi elettorali. Sono una quarantina le proposte di riforma. Nessuna delle quali è all'ordine del giorno dei due rami del Parlamento. Non è un caso che ieri Enrico Giovannini, capo dell'Istat, si sia dimesso dall'incarico di presidente della commissione incaricata di studiare come ridurre i costi della politica e allinearli alla media europea. Regole scritte male, missione impossibile. Il capo dello Stato è intervenuto, ancora una volta e autorevolmente, per sollecitare decisioni immediate. Forse sarebbe opportuno che i presidenti del Senato e della Camera chiedessero al governo di concordare un decreto legge da approvare in fretta. Per dimostrare che i partiti sanno guardarsi allo specchio. Conservano il senso della responsabilità nazionale e sapranno contrastare al meglio la deriva dell'antipolitica che si nutre di scandali e di microinteressi. E che conosce un solo antidoto: il buon esempio.

Ferruccio De Bortoli
5 aprile 2012 | 10:35

Suore licenziano braccianti agricoli Cgil chiede reintegro in base all'art.18

Il Messaggero

Succede a Grottaferrata, nell'istituto religioso Collegio Missionario Femminile S. Francesco D'Assisi




ROMA - Licenziati in tronco. E' la fine di alcuni braccianti agricoli che lavoravano per l'Istituto religioso Collegio Missionario Femminile S. Francesco D'Assisi di Grottaferrata, in provincia di Roma. Ma la Cgil ha chiesto il reintegro in base all'art.18. Secondo il sindacato l'istituto ha fatto recapitare nelle case dei braccianti un telegramma nel quale si comunicava il licenziamento. I lavoratori avevano anche scioperato e sabato prossimo volantinaggio di fronte all'Istituto religioso a cui parteciperanno anche i familiari dei lavoratori licenziati.

La posizione del sindacato. La Cgil ha incaricato un proprio legale della vertenza con cui chiederà il reintegro in base all'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. «Non finiremo di stupirci - dice Gianfranco Moranti segretario generale Flai Cgil Pomezia Castelli -. Il 26 marzo la Direzione dell'Istituto religioso comunicava ai braccianti agricoli che sarebbero stati licenziati a breve e sabato i lavoratori avevano scioperato distribuendo volantini in tutta la città. Oggi (ieri n.d.r) mentre lavoravano, la direzione dell'Istituto ha fatto recapitare nelle loro case un telegramma nel quale si comunicava il licenziamento in tronco per cessazione della attività!». «La nostra preoccupazione per il futuro delle famiglie dei dipendenti licenziati e la nostra perplessità sulla cessazione dell'attività agricola su oltre 14 ettari di terreno - aggiunge - si accompagna al timore dell'entrata di un contoterzista o di un latifondista. Oltre alla tutela dei terreni agricoli, abbiamo chiesto al sindaco di Grottaferrata di attivarsi per scongiurare i licenziamenti». 

Giovedì 05 Aprile 2012 - 10:55    Ultimo aggiornamento: 11:23



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