domenica 1 aprile 2012

Se Disneyland batte la Tour Eiffel

Corriere della sera

Il parco parigino compie 20 anni e si conferma la principale destinazione turistica europea: 250 milioni di visitatori


Dal nostro inviato ALESSANDRO SALA

I festeggiamenti
PARIGI - Era il 15 dicembre 1985, quando l’allora primo ministro francese, il socialista Laurent Fabius, firmava la lettera d’intenti per l’individuazione dell’area su cui sarebbe stato realizzato il primo parco Disneyland sul territorio europeo. Quindici mesi più tardi un altro primo ministro, il gaullista Jacques Chirac, firmava la convenzione per il progetto trentennale di Eurodisney. Fu poi il presidente socialista François Mitterand, il 12 aprile 1992, a patrocinare il taglio del nastro del nuovo resort. E oggi, mentre la Francia si prepara al rush finale di nuove elezioni presidenziali, Disneyland Paris celebra il suo ventesimo anniversario e lo status ormai consolidato di prima attrazione turistica europea.

I vent'anni di Disneyland Paris I vent'anni di Disneyland Paris I vent'anni di Disneyland Paris I vent'anni di Disneyland Paris I vent'anni di Disneyland Paris I vent'anni di Disneyland Paris



TURISMO E OCCUPAZIONE - Nel 2011 sono stati raggiunti i 15,6 milioni di visitatori, un record nonostante la crisi economica globale. E, a metà novembre, ha varcato i cancelli il 250milionesimo ospite. Nei suoi vent’anni di vita, insomma, il regno europeo di Topolino ha accolto più turisti di quanti ne abbia contati la Tour Eiffel dal 1889 ad oggi. Quella di Eurodisney non è solo una storia di entertainment. É anche una storia di business e di sviluppo economico, che parla di oltre 14 mila posti di lavoro creati nell’area di Marne la Vallée (è la più grande azienda monosede esistente in Francia) che salgono a circa 50 mila considerando tutto l’indotto. E di un giro d’affari che corrisponde a più del 6% di tutte le entrate del comparto turistico in Francia.

GLI ESORDI E IL FUTURO - Con questi numeri non è stato difficile superare gli scetticismi di chi pensava che un prodotto così marcatamente a stelle e strisce potesse avere chance di successo in una Francia così fortemente orgogliosa delle proprie tradizioni. Ma Disneyland Paris non è solo Francia: la scelta della location ha tenuto conto di molti fattori, tra cui la posizione nel cuore dell’Europa e la possibilità di creare collegamenti diretti ed efficaci con diverse nazioni (come ad esempio la linea Tgv che attraverso l’Eurotunnel collega direttamente il resort con la Gran Bretagna). Caratteristiche che a suo tempo fecero scartare Spagna e Italia, che pure vennero prese in considerazione per lo sbarco europeo. Parigi già allora era la principale meta turistica internazionale nel vecchio continente e grazie al celebre topo e a tutta la sua banda oggi lo è ancora di più. Non è un caso se già si parla di un’ulteriore fase di sviluppo dopo le due realizzate nel corso del primo ventennio.


Topolino

LE VENTI CANDELINE - Il presidente di Eurodisney, Philippe Gas, sabato sera ha dato il via alle celebrazioni di festeggiamento di questo anniversario assieme alla stella del calcio francese Zinedine Zidane, inaugurando Disney Dreams, la versione più avanzata degli show di son et lumières che usa come schermo il castello della Bella Addormentata e un muro d’acqua nebulizzata creato da fontane che sparano getti fino a 40 metri di altezza. Molti i vip internazionali presenti all’evento, dal regista francese Luc Besson all’attrice Salma Hayek.

IL SOGNO DI WALT - Molto tempo è passato dal quel 17 luglio 1955 in cui vide la luce il primo Disneyland, ad Anaheim, in California. Allora vedeva la luce il sogno di Walt Disney di un luogo dove bambini e genitori potessero divertirsi insieme. «Un posto dove potessi divertirmi anche io» come diceva sempre il “papà” di Mickey. Oggi nel mondo i parchi Disney sono cinque: a quello californiano si sono aggiunti Orlando (Florida), Tokyo, Parigi e Hong Kong. E un sesto nascerà nei prossimi anni a Shanghai. «Ma quello europeo ha un fascino particolare – commenta Tony Wayne Baxter, vicepresidente della Walt Disney Imagineering, il braccio creativo della compagnia, l’uomo a cui a metà degli anni Ottanta fu affidato il compito di progettare il comprensorio .

Castelli, boschi incantati, villaggi da favola che per il resto del mondo sono associati all’idea delle fiabe, in Europa esistono veramente, sono alla portata di tutti. Per i visitatori europei trovarsi nei paesaggi in cui sono ambientate molte delle favole disneyane significa ritrovarsi un po’ a casa propria. E questo è un valore aggiunto che nessun altro parco al mondo può replicare». «Il mondo Disney è tipicamente europeo – sottolinea Osvaldo Del Mistero, italiano, uno dei due “ambasciatori” di Disneyland Paris -. Da Pinocchio a Cenerentola, da Rapunzel alla Bella e la Bestia, da Peter Pan a Ratatouille sono tante le favole in cui si respira aria d’Europa».

I NUOVI PROGETTI - E poi c’è sempre lui, il padrone di casa, Topolino, l' «americano a Parigi» che all’ombra della Tour Eiffel sembra trovarsi particolarmente a proprio agio. E mentre negli anni passati si vociferava insistentemente di pesanti di difficoltà, oggi si lavora ad ulteriori espansioni. «Abbiamo grandi progetti per il futuro – spiegano al quartier generale di Eurodisney -. Abbiamo siglato con il governo francese un accordo per un’espansione di qui al 2030. Puntiamo al raddoppio della capacità di accoglienza e dell’offerta dei due parchi esistenti e alla costruzione di un terzo parco, in aggiunta al progetto di turismo ecosostenibile Villages Nature in collaborazione con Pierre & Vacances».


1 aprile 2012 | 20:47

Morto in Florida Giorgio Chinaglia

Corriere della sera

Ex attaccante della Lazio dei tempi d'oro e della nazionale. Le indagini per riciclaggio e il mandato di arresto del 2008


Giorgio ChinagliaGiorgio Chinaglia

MILANO - Giorgio Chinaglia, ex attaccante della Lazio dei tempi d'oro e della nazionale, è morto domenica primo aprile in Florida. Dopo il ricovero per problemi cardiaci, era tornato a casa da qualche giorno. La notizia è stata data da Umberto Gandini, dirigente del Milan. «Mio padre Giorgio Chinaglia è morto questa mattina» ha confermato più tardi al telefono Anthony, figlio dell'ex calciatore.





I GUAI CON LA GIUSTIZIA - Dal gennaio 2011 Chinaglia era ambasciatore insieme a Carlos Alberto dei New York Cosmos, sua ex squadra, con l'obiettivo di rilanciare la società insieme al presidente Pelé e al direttore tecnico Eric Cantona. Nel 2008 era stato emesso nei suoi confronti un mandato di arresto per riciclaggio con l'aggravante mafiosa richiesto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Era stato accusato di gravi irregolarità nella scalata per l'acquisto della Lazio, a cui avrebbero concorso anche esponenti del clan camorristico dei Casalesi. Un'altra ordinanza nei suoi confronti era stata emessa nel 2006 per estorsione e aggiotaggio.


Chinaglia gli anni d'oro in nazionale Chinaglia gli anni d'oro in nazionale Chinaglia gli anni d'oro in nazionale Chinaglia gli anni d'oro in nazionale Chinaglia gli anni d'oro in nazionale Chinaglia gli anni d'oro in nazionale



LA CARRIERA - Nato a Carrara, il 24 gennaio 1947, Chinaglia si trasferì con la famiglia a Cardiff all'età di nove anni. La sua carriera ebbe quindi inizio in Galles con lo Swansea City, con cui disputò le stagioni 1964-1965 e 1965-1966. Quindi il ritorno in Italia alla Massese, Serie C, e poi all'Internapoli, sempre in C, per passare alla Lazio (neopromossa in Serie A) nell'annata 1969-1970. Nella stagione 1971-1972 vince la classifica cannonieri della serie cadetta e contribuisce con i suoi 21 gol al ritorno dei laziali in A. Anche nella massima serie continua a segnare gol a grappoli: 24 nella stagione 73-74. E sarà l'annata dello scudetto bianco-azzurro.



LA CARRIERA AMERICANA - Nuovamente emigrato, ma questa volta negli Stati Uniti, Giorgio Chinaglia è stato il miglior marcatore della storia della North American Soccer League: in sette anni segnò 193 gol in 213 partite, di cui 53 in 43 incontri di playoff. Negli ultimi tempi era tornato nel giro del Cosmos, la sua ex squadra di New York, con incarichi dirigenziali.

Redazione Online1 aprile 2012 | 18:54

A piazza Fontana una sola bomba» L'altra verità di Adriano Sofri

Il Messaggero

L'ex leader di Lotta Continua contesta la tesi del libro da cui è tratto il film di Giordana


di Stefano Cappellini

ROMA - Un libro inchiesta di oltre 700 pagine, un film uscito in sala venerdì, un instant book messo on line ieri e furiosamente scritto da Adriano Sofri in pochi giorni. Un argomento comune - la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano, la prima delle bombe che scandirono la strategia delle tensione in Italia, dolorosa e gravida di altri lutti, oltre che impunita – ma tesi molto divergenti. Intorno a questi tre lavori si è infatti scatenata una accesa diatriba storica e politica. Una diatriba rinfocolata ieri dall’imprevisto, e durissimo, intervento di Sofri. Il suo libro, scaricabile gratuitamente dal web, è titolato 43 anni, quanti ne sono trascorsi dalla strage.


L’intento principale di Sofri - che a questi temi si è già dedicato in un altro libro di pochi anni fa, La notte che Pinelli - è demolire la credibilità e la scientificità del voluminoso libro inchiesta di cui si diceva all’inizio. Si tratta di Il segreto di piazza Fontana, autore Paolo Cucchiarelli, pubblicato nel 2009 dalla casa editrice Ponte alle grazie. L’inchiesta di Cucchiarelli è stata usata come «libera fonte di ispirazione» dal regista Marco Tullio Giordana e dai suoi sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia per Romanzo di una strage, il film che con respiro epico e un cast di primo livello ricostruisce i tre anni, dal 1969 al 1972, che vanno dall’esplosione della bomba nella filiale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana all’uccisione del commissario di polizia Luigi Calabresi, che condusse parte delle indagini, omicidio per il quale Sofri, dopo un lunghissimo e contestatissimo iter giudiziario, è stato ritenuto colpevole insieme ad altri tre ex militanti di Lotta continua.

In mezzo, naturalmente, la morte dell’anarchico Pino Pinelli, fermato dalla polizia poco dopo la strage, come molti altri compagni che con lui condividevano l’ideale anarchico, trattenuto due giorni e precipitato dal quarto piano della Questura di Milano mentre era sotto interrogatorio, senza che il suo volo abbia mai trovato una ricostruzione certa e plausibile.

Non è però sul caso Calabresi che l’ex leader di Lotta continua si sofferma (a parte un rapido passaggio per deplorare la decontestualizzazione storica dell’appello contro Calabresi promosso da Lc e firmato all’epoca dai più autorevoli intellettuali italiani), bensì sulla tesi centrale di Cucchiarelli. Secondo questa ricostruzione, a piazza Fontana esplosero non una ma due bombe. La prima, un ordigno piazzato dagli anarchici, aveva scopi solo dimostrativi e doveva esplodere senza fare vittime. La seconda bomba, messa per uccidere da manovalanza neofascista su mandato di settori dello Stato favorevoli a una svolta reazionaria, poteva così fare il suo lavoro godendo della copertura dell’altra, che permetteva di attribuire ai rossi la responsabilità della strage. «Considero questa tesi insensata», scrive Sofri, che estende il giudizio di rigetto a tutte le sottotrame di cui la ricostruzione di Cucchiarelli è intessuta.

Scrive Sofri: «Il libro sostiene che Valpreda andò a deporre una bomba, benché nelle sue intenzioni solo dimostrativa, nella banca di piazza Fontana. Che Pinelli era a parte di un progetto di attentati simultanei, benché nelle intenzioni solo dimostrativi, e intervenne quel pomeriggio nel loro svolgimento. Che Calabresi era nel suo ufficio quando Pinelli ne fu defenestrato, e forse fu lui a metterlo nell’angolo con impeto». L’obiettivo primario di 43 anni è dunque «difendere la memoria di Pinelli e, allo stato degli atti, di Valpreda, non perché siano simboli e intoccabili e sacri. Ma perché tutto ciò che ne sappiamo depone a favore della loro estraneità alla strage».

Sofri riconosce al film di Giordana di «aver ripudiato queste opinioni», ma gli rimprovera di aver conservato la tesi della doppia bomba, seppur accreditando – nel dialogo finale tra Calabresi e Umberto Federico D’Amato, capo degli Affari riservati del Viminale – una versione alternativa: anche il primo ordigno sarebbe stato sistemato da mano nera. Una variante che Sofri non considera attenuante: «Avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe innocue, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che raddoppiano bombe fasciste».

L’elenco delle inesattezze che Sofri addebita a Cucchiarelli nelle 132 pagine del suo pamphlet è sterminato. E nella maggior parte dei casi l’ex leader di Lotta continua dimostra per tabulas che la costruzione dietrologica dell’inchiesta sulla doppia bomba è frutto di sviste o di arbitrarie pseudo-deduzioni. Il primo e il più clamoroso abbaglio è sul presunto e fantomatico secondo uomo, latore della presunta bomba bis, che è in realtà – dimostra Sofri – una donna ben identificata, una modella norvegese, che in banca entrò con un book di fotografie e non con una valigetta di esplosivo.

E poi ancora scambi di persona, omissioni, abuso di fonti anonime nel mondo dell’ultradestra chiamate a confermare i passaggi più oscuri, al punto che «c’è da chiedersi se sia nato prima l’uovo dell’elucubrazione o la gallina della fonte anonima». Altro incidente: un ruolo misterioso nella vicenda è attribuito ai non identificati (da Cucchiarelli) fratelli Erda. Cucchiarelli conclude che i fratelli Erda non esistono e che dietro ci sia un’anagramma usato da Pinelli, appassionato di enigmistica, per rimandare alla colpevolezza di Valpreda (IVAn e paoLo ERDA, anagramma imperfetto, peraltro). Sofri ricostruisce chi sono all’anagrafe i fantomatici fratelli Erda, due militanti anarchici, e come sia nato l’equivoco del nome e della fratellanza.

E sul caso del finto anagramma fonda simbolicamente la sua accusa di fondo alla tesi della doppia bomba, quella di essere figlia di «una inclinazione alla paranoia», «una visione che immagina il governo del mondo come una cospirazione maligna e occulta di pochissimi», un oscuro intrigo che pervade destra e sinistra in un pasticcio storiografico in cui tutti sono complici e corresponsabili, una tendenza che ha «toni da Codice da Vinci» più che da indagine storica o giornalistica.

C’è anche spazio, nel libro di Sofri, per una replica più personale. Cucchiarelli scrive di rapporti ambigui tra Lotta continua e gli ambienti stragisti: «Ci furono curiosi incontri a via Dandolo, a Roma, dove veniva stampato il giornale. Ecco perché Lc reagì in quella maniera alla morte di Pinelli». Risponde Sofri: «Lotta Continua prese la sede in via Dandolo, a Roma, per inaugurare il giornale quotidiano, nel marzo del 1972. Pinelli era morto il 14 dicembre del 1969». E siccome Cucchiarelli ha una cattedra in giornalismo investigativo, conclude così: «Se andate a iscrivervi al suo Master, date retta a me: fatevi fare un grosso sconto».

Sabato 31 Marzo 2012 - 23:39    Ultimo aggiornamento: Domenica 01 Aprile - 08:43



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Fanno sentire Radio Maria Condannate per stalking

Libero

Due sorelle, per vendetta, obbligano il fratello ad ascoltare la programmazione. Alla moglie viene un esaurimento




Radio Maria ha accumulato, nel tempo, molti record e definizioni, ma che potesse diventare anche strumento di persecuzione probabilmente nessuno lo avrebbe mai immaginato. Eppure è successo in Sardegna. Hanno perseguitato per anni il fratello, con cui erano in lite per ragioni economiche, costringendolo a subire l’intera programmazione di Radio Maria, diffusa a tutto volume davanti al ristorante gestito da lui e dalla moglie. Due sorelle di Golfo Aranci (Olbia-Tempio), Caterina e Francesca Servini, sono state condannate a otto mesi di reclusione per stalking dal giudice del tribunale di Olbia, Riccardo De Vito.   Le due sorelle avevano deciso di vendicarsi attuando molestie di vario tipo nei confronti di alcuni familiari, tra cui il fratello Pietro e sua moglie. Radio Maria veniva diffusa a tutto volume durante l’orario di apertura del ristorante di Pietro Servini. La sua consorte, sull'orlo dell’esaurimento nervoso, era stata costretta a cambiare città, trasferendosi a Sassari. Le due sorelle stalker sono state condannate anche al pagamento delle spese giudiziarie e dei danni che saranno quantificati in sede civile.

In effetti, il palinsesto della radio, per chi non ne è un fedele ascoltatore, può risultare vagamente pervasiva. Ecco un esempio di programmazione, quella andata in onda ieri: si comincia a mezzanotte con la recita del Santa Rosario; a mezzanotte e mezzo viene riproposta  la catechesi di padre Livio Fanzaga, fondatore  e instancabile animatore della radio; alle due la rubrica sulle Vite di  Santi, a cui segue di nuovo il Santo Rosario e uno spazio dedicato alla figura di Bernadette Soubirous (la veggente di Lourdes). E così via, nell’arco delle ventiquattr’ore, cadenzate da recite di rosari, di preghiere, di e celebrazioni eucaristiche, e rubriche che si occupano di Bibbia, commenti alla stampa, apologetica, fede e medicina, fino al commento e alla riflessione sui Promessi Sposi, a cura di Francesco Agnoli e la rubrica di Antonio Socci «Nel mondo, ma non del mondo». Quotidianamente, poi, si alternano spazi e rubriche dedicate alla spiritualità, alla catechesi per i giovani, ma anche dedicate ai problemi di ogni genere, per esempio la medicina veterinaria. 


Chiaro che essere costretti ad ascoltare tutto il giorno la radio a tutto volume può risultare leggermente esasperante. Ma chi lo fa per libera scelta - magari senza rintronare parenti e vicini - ha formato, e continua a formare, una grossa schiera. Nata nel gennaio 1987 Radio Maria è rapidamente diventata un vero e proprio fenomeno radiofonico, ma non solo, un network della fede dalle proporzioni inimmaginabili, considerando che si regge quasi totalmente sul volontariato. E non solo in Italia, ma praticamente in tutto il mondo, dal Burkina Faso fino in Papua Nuova Guinea. Ultimamente padre Livio ha lanciato appelli per chiedere ulteriori aiuti: la crisi colpisce anche qui. Come si evince anche dal nome, la radio fa della Madonna la figura-chiave, il perno della sua missione. In particolare c’è una grande attenzione nei confronti di realtà come quella di Lourdes e di  Medjugorje.  E a Radio Maria si attende con grande ansia l’esito della commissione d’inchiesta internazionale istituita in Vaticano sulle apparizioni mariane di questo piccolo paese bosniaco, diventato famoso in tutto il mondo, Ancora sei-sette mesi di lavori, poi entro la fine di quest’anno la commissione,  presieduta dal cardinale Camillo Ruini, concluderà i suoi lavori con un pronunciamento,  sottoposto alla Congregazione per la dottrina della fede e quindi a Benedetto XVI. 


di Caterina Maniaci
31/03/2012



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L'oro del Niger e la fame dei «bimbi rossi»

Corriere della sera

Una grave forma di malnutrizione colpisce milioni di piccoli nel Paese africano ricco di miniere


NIAMEY (Niger) - La stendono nuda su una panca di legno e prendono le misure del suo minuto, gracilissimo corpo: è alta 67 centimetri mentre è di 9 la circonferenza del braccio come risulta dal nastro che gli hanno appena stretto intorno. Il suo peso inoltre, quando l'appendono al gancio che penzola dal soffitto e la fanno oscillare per qualche minuto mentre lei piange e strilla, è di soli 4,8 chili: troppo poco - stabilisce il manuale pediatrico - rispetto all'età, che rasenta i sette mesi.

Siamo al Creni (Centro Recupero Nutrizionale) di Aguié, un villaggio della Provincia orientale di Maradi, nel reparto di terapia intensiva dove vengono ricoverati bambini e bambine affetti da Kwashiorkor («bambino rosso» nella lingua locale) una malattia che aggredisce l'infanzia sofferente per la grave carenza di vitamine e apporto proteico.

Basta una breve visita al piccolo ospedale di Aguié, gestito da Save the Children ( www.savethechildren/niger ), dove i piccoli malati giacciono inerti e muti sotto la zanzariera lasciando parlare solo gli occhi, per trovare conferma sullo stato comatoso di un Paese che l'Onu ha recentemente collocato al penultimo posto nella graduatoria delle 187 Nazioni in via di sviluppo più povere del mondo, inaridite dalla siccità e per decenni minacciate dallo spettro della carestia, che non dà tregua a una popolazione di 15 milioni di abitanti.

L'oro del Niger e la carestia dei bimbi rossi L'oro del Niger e la carestia dei bimbi rossi   



Sembra non esserci rimedio alla Kwashiorkor - la malnutrizione - che annichilisce circa 6 milioni di persone sparse in un'infinità di villaggi (almeno 7 mila, secondo un recente conteggio) che sono alla fame. Particolarmente colpiti i bambini da uno a 4/5 anni, se si presta fede ai resoconti sulla galoppante mortalità infantile che in Africa sta offrendo una versione aggiornata della strage degli innocenti, soprattutto nei Paesi del Sahel - dal Senegal alla Mauritania, dal Niger al Burkina Faso e poi Ciad, Camerun, Sudan, Etiopia - dove le vittime sono più di 300 mila.

La causa principale della catastrofe viene attribuita alla carestia dell'anno scorso, una delle peggiori degli ultimi decenni, dovuta alla scarsità dell'acqua piovana il cui volume - sostengono gli esperti della Berkeley University - si è quasi dimezzato rispetto ai livelli degli anni 50. Sempre più rade le carovane dei cammelli che muoiono di sete sulle piste infuocate mentre le carcasse delle mucche arrostiscono sul greto dei torrenti in secca.

Raggiungere Aigué non è facile. La pretesa di arrivarci direttamente in volo (come suggeriva la celeste impresa di Saint-Exupéry) è stata subito annullata da una bufera di sabbia che ci ha costretti a dodici ore di macchina sulle sconnesse strade della regione: ma alla fine l'amara realtà dei Creni è tutta nostra. Dove si ha conferma che la buona volontà della gente supplisce a volte alle inadeguatezze, se non addirittura all'assenza di un normale apparato sanitario.

Ha un nome la bimba che vediamo appesa al gancio nell'ospedale-obitorio di Aigué. Si chiama Camilla. L'ha portata Nana, la madre, 35 anni e dieci figli, che dopo una camminata di due ore attraverso la steppa è giunta al «Santuario» con fagottino sulla schiena. Ma la piccola non aveva proprio niente: solo un languore mortale nelle viscere, piene d'aria, che non sarebbe scomparso con le cure mediche. La riaccompagniamo perciò in macchina a Daratou, il suo villaggio, dove uno stuolo di fratelli, sorelline e tutta quanta l'infanzia in grado di reggersi sulle gambe rischia di soffocarla in un tripudio d'affetto.





Manca però il papà che, come tanti altri, è emigrato in Libia o in Nigeria in cerca di lavoro. Tocca all'anziano capo del villaggio, il Signor Chaiboo, che si muove e parla con disinvoltura nonostante i suoi novant'anni, sunteggiare in poche parole la situazione socio-economica della piccola comunità: «Qui non c'è più niente da mangiare - taglia corto - e anche le riserve di acqua potabile sono ridotte al minimo. Ciò spiega, in parte, il flusso sempre crescente degli emigranti: e quando uno cerca lavoro altrove, si porta appresso la famiglia. Da qui almeno una ventina di famiglie se ne sono andate. Abbiamo ora una scuola elementare con 250 alunni. Ma è cominciata l'emorragia e via via i banchi rimangono sempre più spesso vuoti».

Lo stesso lamento sull'emigrazione è possibile coglierlo lungo la strada che porta a Daratou, in una radura dove vedi dei buoi che arrancano faticosamente con una corda legata alle corna per far salire in superficie secchielli colmi d'acqua calati nei pozzi a una profondità di cento metri. Il villaggio abitato da questi contadini-mandriani si è andato spopolando e quest'anno la popolazione di circa 1.800 persone ne ha perse almeno 500, emigrate per lo più in Libia o in Nigeria. Per dare un'idea dell'oscura realtà, il Creni, un po' come l'Inferno di Dante, è diviso in gironi che qui si chiamano Zone: i casi più gravi sono confinanti in Zona Uno come lo scheletrino di un neonato che respira appena, vegliato dalla madre, il volto irrigidito nel dolore; mentre in Zona Due c'è Mustafa, 6 anni, vittima di una feroce diarrea che lo ha lasciato come inebetito nella sua tutina color inchiostro. Ma qui l'atmosfera è meno truce (Purgatorio?) perché in un angolo ci sono tante mamme che preparano le pappe per i loro bambini, farina zuccherata di miglio e di arachidi destinata ad una bimba di 8 mesi che peserebbe soltanto un paio di chili; in Zona Tre, infine, c'è la chiassosa masnada dei fuori-pericolo e non è di poca consolazione il parere del capo-medico del Centro quando annuncia che l'87% dei suoi piccoli indifesi pazienti «se la caverà».

C'è chi ricorda, ripassando i libri di storia, che cinquemila anni fa il Niger, nonostante il suo clima subtropicale molto caldo e secco, era in gran parte un Paese fertile, con alberi e vaste chiazze verdi poi divorate dal deserto: e che dal tredicesimo secolo vi si installarono i nomadi Tuareg, scendendo con le loro carovane da Nord a Sud. Inquieto, invece, il clima politico a causa soprattutto di Boko Haram, movimento religioso integralista il cui obiettivo finale è l'instaurazione di un regime islamico rigidamente strutturato sulla Sharia. Del resto Boko Haram in lingua Hausa - il loro idioma - significa letteralmente che l'educazione occidentale è niente di meno che «un sacrilegio» o «un peccato».

L'economia nigerina si regge sull'agricoltura, sull'allevamento del bestiame e sull'abbondante estrazione dell'uranio e, più ancora, dell'oro: di quest'ultimo è stata scoperta, nel 2004, una turgida, prodigiosa vena nelle viscere della collina Samira, circoscrizione di Tera, che ha arricchito più che la gente le casse dello Stato. Per il trasporto del prezioso minerale è stata costruita, negli anni 70 e 80, un'autostrada subito battezzata Uranium Highway che dai cunicoli delle miniere sbuca fuori alla periferia della capitale Niamey. Il maggior gruppo etnico del Niger è, da sempre, quello degli Hausa, costituito per lo più da contadini sedentari che vivono nelle regioni meridionali dove la terra è fertile. Le altre etnie - Fulani, Tuareg, Kanuri, Arabi, Toubou - assommano insieme al 20% della popolazione. «Nelle grandi città, che io sappia - è l'opinione di un giornalista avvicinato a Daratou - non ci sono mai stati conflitti degni di memoria tra le varie organizzazioni: forse la cosa è possibile nelle campagne, dove il rapporto tra contadini e pastori non è sempre idilliaco. Ma si tratta di divergenze superficiali, facilmente rimarginabili».

È stata invece per noi una vera sorpresa scoprire (o meglio, apprendere) che nel Niger ci siano ancora degli schiavi: si parla di 800 mila persone, circa l'8% della popolazione. Ma sento dire che vivono appartati nella selva, in remote e ben nascoste riserve dove i curiosi non sono graditi. Inutile tentare.

Nella sfera delle religioni non esistono conflitti di sorta, neppure marginali: in Niger è l'Islam a farla da padrone. Diffuso nell'Africa settentrionale fin dal decimo secolo, i nigerini hanno assorbito i dogmi e gli insegnamenti del Corano, che ha gradualmente plasmato il loro modo di pensare e vivere. Oggi, oltre l'80% della popolazione è musulmana e la presenza delle comunità cristiane e animiste è ridotta al minimo. Tuttavia il Niger mantiene la propria tradizione di Stato secolare con tutti i crismi della legge. Tolleranza e rispetto per altre fedi e altre confessioni hanno fatto sì che temi delicati come il divorzio e la poligamia non diventassero oggetto di polemiche e speculazioni, che le donne non siano condannate alla segregazione o costrette a coprirsi il capo: e inoltre che sia consentito, a chi lo desideri, di scolarsi una pinta di birra-Niger in santa pace al bancone del pub preferito.

Sembra ora impossibile, col dramma di Aguiè ancora negli occhi e nel cuore, occuparsi di cose che pure riguardano il Niger ma potrebbero sembrare futili: come la minaccia dell'imminente «invasione» del Paese da parte della Cina. Invasione pacifica, s'intende: perché da tempo i sudditi di Mao hanno scelto proprio Niamey come sede dei loro macroscopici investimenti in terra d'Africa.

E infatti l'aereo che stamane ho visto atterrare sulla pista dell'aeroporto veniva da Pechino: e portava uomini e materiale destinati alla raffineria costruita tempo fa dai cinesi. Dietro quel grattacielo, quel palazzo, quella fabbrica, quel ponte, quello stadio, potete star sicuri, ci sono loro, i cinesi, con caterve di soldi.

«E potete anche star certi - bisbiglia il nostro accompagnatore, ferocemente sdegnato - che noi non ne trarremo alcun vantaggio, neanche il becco d'un quattrino».

«L'obiettivo ultimo di Save the Children - riafferma il dottor Marco Guadagnino, responsabile dell'organizzazione umanitaria - è di rafforzare il sistema sanitario pubblico del Niger attraverso il sostegno finanziario, tecnico e logistico».


Ettore Mo
1 aprile 2012 | 10:29