venerdì 30 marzo 2012

Spesa proletaria, tutti assolti Noi mortali invece paghiamo

Libero

Il tribunale di Roma ha sentenziato che l'esproprio dei no global del 2004 era un gesto politico. Mainiero: "Possiamo solo incavolarci"


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Abbiamo risolto i nostri problemi. L’Imu in arrivo? Le accise, i rincari, la pensione che non basta, rata del mutuo, spese condominiali, bolletta della luce, caro gas e carissima moglie mia quanto mi costi? Campate sereni. Champagne, signori.

Sentenza del Tribunale di Roma, decima sezione penale: la cosiddetta «spesa proletaria» (in pratica entrare in un negozio e spiegare poi che l’esproprio è stato un gesto politico e di disobbedienza mediatica) è lecita. Presumiamo che, con le stesse motivazioni, possa essere lecito entrare in un supermercato e prendere le fette biscottate per il pargolo o la lasagna per la domenica in famiglia. Anche la bistecca di manzo e un po’ di frutta fresca, perché no?

I fatti (come spiegato qui accanto) risalgono ad otto anni fa. Erano in 39, appartenenti all’area dei Disobbedienti. C’erano, tra gli altri, un consigliere comunale di Roma, Nunzio D’Erme, e uno dei capi storici del movimento, Luca Casarini. Brevemente. Entrarono nella libreria Feltrinelli e in un supermercato. Secondo l’accusa, dalla libreria portarono via merce per 18 mila euro. Dal supermercato prodotti per 36 mila. Erano accusati di rapina e lesioni. Spesa proletaria, dissero. Aggiunsero che si trattava di un gesto mediatico e che non si erano appropriati di nulla. Furono gli altri, i clienti non disobbedienti, ad approfittare del disordine e a sottrarre la merce. Gli inquirenti la pensarono diversamente: rapina aggravata e lesioni. Tre anni e sei mesi di reclusione, disse il Pm. Ieri, a otto anni di distanza, i 39 esproprianti (mediatici) sono stati tutti assolti.

Ovvio: il tribunale avrà avuto le sue buone ragioni. Ha ascoltato, vagliato, ragionato e assolto nel pieno rispetto della legge. I tribunali possono fare solo questo. E questo a noi ci rincuora. Signori, vi piace leggere? Vi accontentate di opere che non rimarranno nella storia della letteratura (niente Dante e Boccaccio) ma che hanno fatto discutere? Bene, entrate in libreria e andate verso lo scaffale giusto. Se siete fortunati, vi imbatterete in “Genova dentro”, Editori Riuniti. L’autore è Luca Casarini, leader del movimento no-global, portavoce del Genoa Social Forum, aria di riferimento sinistra radicale. Il libro costerebbe 18 euro. Ma presumiamo che possiate spiegare alla cassiera che si tratta di esproprio mediatico. La cassiera capirà. Volete un altro libro?

Altro scaffale, altra ricerca. E oplà, altra opera: “La parte della fortuna”. L’autore è sempre lui, Casarini Luca da Venezia. La casa editrice è la Mondadori, cioè Berlusconi, cioè l’avversario di Casarini. Euro 16. Spiegate sempre che l’esproprio è solo mediatico. Vero: per otto anni avrete a che fare con la giustizia, avvocati, giudici, accuse. Ma siete «disobbedienti», avete fatto l’esproprio mediatico e avete anche ricevuto un po’ di pubblicità gratis. Champagne, la vita vi sorride. Che dite, non ce la fate? E forse avete ragione anche voi: disobbedienti si nasce. Noi, fatti come siamo, ci beccheremmo tre anni di reclusione ciascuno. Meglio desistere. Signori miei, pagate l’Imu e tutto il resto. Tirate la cinghia e tenetevi il dubbio: ma quella merce per un valore totale di 54 mila euro, questi signori l’hanno espropriata, come dice l’accusa, o l’hanno espropriata solo mediaticamente, che continuiamo a non capire bene cosa voglia significare e se sia o meno un reato punibile?

Attendiamo le motivazioni della sentenza. E nel frattempo possiamo solo incavolarci.

di Mattias Mainiero
30/03/2012

Massacrato per un sorpasso, la scena filmata con il telefonino

Corriere della sera

La vittima, un ragazzo ucraino di 31 anni, è riuscito a riprendere le fasi dell'inseguimento. Ora è in prognosi riservata



Il sorpasso nella ricostruzione di Franco PortinariIl sorpasso nella ricostruzione di Franco Portinari

MILANO - Sono due i filmati nelle mani dei carabinieri che potrebbero fornire nuovi elementi sul pestaggio di lunedì mattina, del quale è rimasto vittima un autista ucraino di 31 anni. Uno dei due è stato girato dallo stesso aggredito, con il suo cellulare, quando si è accorto di essere inseguito. Il furgone del giovane ucraino, tuttora ricoverato all'ospedale di Crema (Cremona) in prognosi riservata, aveva sorpassato la Mercedes classe S di un facchino 35enne di Monte Cremasco (Cremona), con precedenti penali.

L'inseguimento sulla Paullese L'inseguimento sulla Paullese    L'inseguimento sulla Paullese    L'inseguimento sulla Paullese    L'inseguimento sulla Paullese    L'inseguimento sulla Paullese


L'AGGRESSIONE - La manovra, compiuta alle porte dell'abitato di Paullo (Milano), sarebbe stata ritenuta azzardata dall'automobilista che ha seguito l'autocarro sino all'azienda di Spino d'Adda (Cremona) dov'era diretto, per consegnare pasti ai dipendenti. Con la videocamera del telefonino, l'autista ucraino ha cercato di documentare la scena: ora quel filmato è a disposizione dei carabinieri. Arrivato a destinazione, l'autista ha fermato il furgone ma è stato aggredito dall'autista della Mercedes, che l'ha colpito ripetutamente con un bastone, sino a provocargli un'emorragia cerebrale. Le telecamere di sorveglianza di una delle ditte che si affacciano sul piazzale teatro dell'episodio ha ripreso la scena del pestaggio, e questo è il secondo filmato a disposizione degli inquirenti.

IL DEPISTAGGIO - L'aggressore si è poi presentato ai carabinieri di una stazione del Lodigiano, spiegando d'essere stato minacciato da uno sconosciuto armato di coltello e di avere reagito. Ma la versione è stata ritenuta poco credibile dagli investigatori, tanto da ipotizzare nei confronti dell'automobilista un'ipotesi di simulazione di reato, oltre all'accusa di lesioni pluriaggravate. L'uomo, allo stato attuale, è stato segnalato a piede libero alla procura della Repubblica di Crema.


Redazione Milano online30 marzo 2012 | 11:05


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Lotta all'evasione e drammi umani

La Stampa


ATTILIO BEFERA*


Caro Direttore,

l’ultima cosa che avrei desiderato in questi giorni sarebbe stata quella di commentare la notizia dell’artigiano che si è dato fuoco a Bologna di fronte a un ufficio dell’Agenzia delle entrate. La ragione per cui avrei volentieri evitato qualsiasi commento mi pare evidente.

Di fronte a una notizia così terribile, credo che l’unica reazione umanamente sensata sia, almeno nell’immediato, solo provare dolore e pena profonde, immaginando quale possa essere stato il peso schiacciante delle sofferenze che hanno indotto questa persona a spezzare la sua vita e a segnare per sempre quella delle persone a lui più care.

Naturalmente, so che queste parole potranno sembrare a taluni (non pochi, temo) alquanto curiose, se non addirittura ipocrite. Nell’articolo apparso sulla Stampa viene tirata in ballo, come spesso capita, Equitalia, che però nella particolare vicenda non aveva avviato alcuna azione di recupero coattivo. Si è trattato nel caso specifico di accertamenti effettuati dall’Agenzia delle entrate per violazioni di una certa rilevanza, anche penale, di norme tributarie. Questi accertamenti sono stati giudicati corretti dalla Commissione tributaria, ma nulla era stato ancora riscosso.

Partendo comunque dalla vicenda dello sfortunato artigiano di Bologna, l’articolo vira subito sul problema più generale dei rapporti tra piccoli imprenditori ed Equitalia, e non so quindi quale spazio autentico di sentimenti posso aspettarmi venga concesso a chi, come me, ha avuto l’incarico di presiedere un’istituzione Equitalia, appunto - dipinta da certa pubblicistica come un'organizzazione di vampiri, la cui missione sarebbe quella di vessare i cittadini, alle prese con una crisi economica senza precedenti. Dovendo tuttavia fare un lavoro spiacevole, non posso che avere rispetto per qualunque mestiere, e il mestiere di chi scrive in un giornale non è solo quello di dare le notizie, ma anche di commentarle come meglio crede. E questo mi obbliga, di rimando, a qualche considerazione.

In estrema sintesi, Michele Brambilla osserva, da un lato, che non bisogna arretrare neppure di un millimetro nella lotta all’evasione fiscale, ma che bisogna, dall’altro, evitare che essa si trasformi in una caccia alle streghe. Messa così la questione, chi potrebbe mai dissentire? Ma poiché non era sicuramente nelle intenzioni dell’estensore dell’articolo cavarsela con soluzioni apparenti o facili declamazioni retoriche, sono indotto a scendere nel concreto, e a formulare, dal mio punto di vista, il problema cruciale nel modo più esplicito possibile, evitando scappatoie e infingimenti, tanto più inaccettabili di fronte a vicende come quella di cui stiamo parlando. Il problema è alla fine questo: «Cosa dovrebbe o potrebbe fare l’Agenzia delle entrate per evitare che simili tragedie si ripetano?». Poiché l’esistenza di ognuno di noi è alla fine insondabile, e nessuno è in grado di prevedere a quale esito possa portarci una sequenza di sventure, l’unica risposta idonea a scongiurare evenienze del genere potrebbe riassumersi nella seguente massima: «Astieniti dal fare il tuo dovere, perché non puoi mai sapere quale dramma umano potrebbe scaturirne, tanto più che un errore è sempre possibile, per quanto si faccia per evitarlo».

E’ questo che si vuole? O si vuole che il legislatore attribuisca all’Agenzia delle entrate il diritto di arrogarsi la decisione di stabilire, caso per caso, quale sia - nell’avanzare una determinata pretesa - la sofferenza «giusta» che si può tranquillamente infliggere, costi quel che costi, o la «sofferenza ingiusta» che non va invece inflitta, derogando così, con assoluta discrezionalità, alle norme generali della legge?

A questo punto, se al personaledi Equitalia viene attribuita la patente di «vampiri», a quello dell’Agenzia delle entrate verrebbe attribuita quella di «giustizieri», con buona pace della distinzione fra «giustizia» e «giustizialismo» su cui Brambilla opportunamentepone l’accento.

Se la prima nomea mi indigna (ma con il tempo ci si rassegna quasi a tutto), la seconda sgomenterebbe credo chiunque. Per fortuna, nessuno si sogna una soluzione del genere. Per il resto, l’articolo della Stampa, traendo sempre spunto dall’episodio di Bologna, formula rilievi su punti non secondari del sistema fiscale italiano, e anzi dell’intero ordinamento, compreso quello della giustizia civile, valutandone a grandi linee l’impatto sulla piccola e media impresa, anche in termini di equità complessiva.

È una tematica prettamente politica sulla quale non è mio compito pronunciarmi, e tanto meno avrei l’animo di farlo in un momento del genere. L’unica cosa che mi sento adesso di dire è questa: il Paese per il quale lavoriamo non è un’entità astratta e impersonale. E’ una moltitudine di persone in carne ed ossa, la cui vita e quella delle loro famiglie dipendono anche dai beni e dai servizi pubblici finanziati con le imposte. E per quanto possa suonare incredibile, fra queste persone c’è anche, con la sua famiglia, il nostro concittadino di Bologna, che mi auguro di cuore sopravviva alle sue commoventi parole di addio.

* direttore generale dell’Agenzia delle Entrate



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L'Aids in Europa? Curata peggio a San Pietroburgo che in Malawi

Corriere della sera


In Italia un sieropositivo su tre non sa di esserlo: il network «Persone sieropositive»promuove il test per tutti



L’epidemia di Aids, nell’Europa dell’Est, è fuori controllo. In Russia, Ucraina e Bielorussia il numero di persone sieropositive per l’Hiv è triplicato dal 2000 a oggi, raggiungendo il milione e mezzo, e la mortalità è in aumento, in controtendenza rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo dove, invece, si sta riducendo. Colpa delle scarse possibilità di accesso alle terapie e alla prevenzione, dello stigma sociale e della mancanza di politiche sanitarie adeguate.

L’allarme è stato lanciato a Copenhagen in occasione della conferenza internazionale «Hiv in Europe» promossa dall’«Hiv in Europe Iniatiative», un progetto pan-europeo, nato nel 2007 per migliorare la diagnosi e il trattamento precoci dell’infezione da Hiv in quest’area del mondo, e diretto da un gruppo di esperti indipendenti, con rappresentanti della società civile, dei professionisti della salute e delle istituzioni sanitarie. «L’anno scorso lo studio EuroSida – ha commentato il danese Jens Lundgren, co-fondatore dell’iniziativa – ha mostrato che, nei Paesi dell’Europa dell’Est, il 30 per cento delle persone sieropositive per l’Hiv e con un’infezione da bacillo della tubercolosi, muore entro 12 mesi dalla diagnosi e la causa è, nella maggior parte dei casi, proprio questa seconda malattia. Non solo: il dato è probabilmente sottostimato».

TUBERCOLOSI MULTIRESISTENTE - Spesso l’infezione tubercolare è provocata da micobatteri multiresistenti ai farmaci, il che rende l’eventuale terapia ancora più complessa. Il boom dell’Aids nell’Europa dell’Est è impressionante e richiede interventi immediati come, per esempio, la legalizzazione dei sostituti degli oppioidi per combattere il fenomeno delle tossicodipendenze (e quindi il rischio di trasmissione attraverso siringhe infette), ma il problema rimane anche nei Paesi dell’Europa occidentale e non va dimenticato. L’Italia, dove ancora oggi un terzo della popolazione infetta con il virus dell’Aids non sa di esserlo, sta attivamente promuovendo il test sulla popolazione ed è il primo Paese, in Europa, ad aver approvato un Documento di consenso che riafferma la necessità di eseguire il test, propone specifiche modalità di erogazione dell’esame e individua i destinatari sensibili ai quali rivolgere l’offerta (indispensabile proprio perché buona parte delle persone non sa di essere sieropositiva). Il documento è stato approvato dalla Conferenza Stato-Regioni e adesso spetterà a queste ultime renderlo operativo.

I «GRANDI MINORI» - «L’Italia ha compiuto un passo importante – ha commentato Rosaria Iardino, presidente onorario del Network persone sieropositive (Nps) – nell’incentivare l’esecuzione del test, grazie all’approvazione del documento di consenso. Adesso dobbiamo applicarlo. L’unico aspetto che noi non condividiamo è la questione dei «grandi minori»: i ragazzi che vanno dai 16 ai 18 anni. Oggi il documento non permette loro di poter accedere al test senza il consenso dei genitori, mentre prima il consenso era previsto soltanto al di sotto dei 16 anni. In questo modo andremo a perdere una delle fasce più fragili, che non ha una reale percezione dei rischi della malattia».


Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it
30 marzo 2012 | 10:04


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L'ex direttore Emilio Fede: "Vi racconto la verità sul mio addio al Tg4"

di -

Il giornalista: "Mai detto che è stato un golpe di Confalonieri. È il mio punto di riferimento, dopo Silvio che è il padreterno".



Allora, ex direttore...
«Eccomi».

Che cosa è successo l’altra sera?

«Sono venuti da me il capo del personale Luigi Motta e l’avvocato Pasquale Straziota: “Hai deciso?”.
Sì - ho risposto - rimango fino a fine anno».

Emilio Fede


Loro?

«“Eh no, se è così te ne vai stasera”».

E lei?

«Ci penso. “No, non ci pensi. Te ne vai subito.”».

La notizia è un meteorite: Emilio Fede, dopo 23 anni è l’ex direttore del Tg4. Perdipiù licenziato in tronco. Incredibile.

«Guarda, c’era un accordo che andava perfezionato. Tutto è cominciato con una colazione al Principe di Savoia fra me e Mauro Crippa, capo della comunicazione Fininvest».

Quando?

«Sette-otto-dieci mesi fa. Lui mi ha lanciato una proposta: “Te la senti di cambiare, di lasciare il Tg4, di assumere un nuovo incarico?”. Va bene, ho risposto».

E allora, dov’era il problema?

«Sui tempi. Ho fissato la data al primo febbraio, poi l’ho spostata al primo aprile, poi al primo luglio, volevo portarla a fine anno».

Una agonia.

«No, volevo avvicinarmi alla scadenza elettorale, andare da Silvio e chiedergli un posto in Parlamento nella prossima legislatura. L’altra sera, preso alla sprovvista, con le tensioni accumulate in questi mesi, ho risposto scioccamente. Ho sbagliato».

E il complotto, ordito fra le mura di Mediaset?

«In tutte le aziende c’è chi invidia la tua fama, il tuo potere, il tuo successo».

A Caporale di Repubblica ha detto: «È stato un colpo di mano di Fedele Confalonieri».

«Ma figurati. Fedele è il mio punto di riferimento, dopo Silvio che è il mio padreterno, però sta a Roma. Quando Caporale mi ha parlato di licenziamento gli ho replicato che avrei verificato. Impresa non facile, ho aggiunto, perché in quel momento, le nove di sera, Silvio e Fedele erano a San Siro a vedere il Milan. Punto».

A pesare è stata forse la storia dei soldi portati in Svizzera?

«Guarda, questa mattina ho chiamato il magistrato, Eugenio Fusco, e gli ho chiesto di fare presto. Voglio sapere chi sono gli attori».

Gli attori?

«Sì, i tre che si sono prestati al gioco: il funzionario, il presunto Fede, il presunto accompagnatore di Fede. Io a Lugano, in banca, ci sono andato una volta sola, come tutti sanno, nel 2010».

E allora perché è maturata questa decisione? Sarà per Ruby?

«Certo, la storia è imbarazzante, ma non è questo il punto: l’azienda è troppo garantista. E poi è emerso che io avevo ragione: io non ho accompagnato nessuno da nessuna parte. La verità è che dopo 23 anni è giusto svecchiare il Tg4. Giovanni Toti è un vecchio amico, ma è giovane, beato lui».

Silvio?

«Mi ha telefonato tre volte in 36 ore».

Addirittura?

«Sì, mi ha fatto gli auguri per il nuovo lavoro».

Ma non era un licenziamento?

«No, non hai capito niente. Se proprio vuoi, è un licenziamento da direttore del Tg4. Ma proseguirò, firmerò i miei editoriali, rilancerò Password, un programma di due anni fa che non ha avuto gli ascolti che meritava ma ha vinto un sacco di premi. Tranquilli, non sparirò dal video».

Insomma, che le ha detto?

«In verità abbiamo parlato del Milan».

Soddisfatti?

«Per me il pareggio va bene, lui invece sostiene che il Milan un gol avrebbe dovuto farlo».

Dunque, tra Fede e Allegri?

«Con la giusta presunzione posso dire che licenzierebbe lui. Ma lasciami aggiungere che oggi sono felicissimo».

Perché? Non mi sembra la giornata dei festeggiamenti.

«E invece sì, è come se fossi entrato nella bara e avessi già letto i miei necrologi. Parlano tutti bene di me, sono nella storia. Quando morirò davvero dovranno solo fare il copia e incolla».

Che cosa resta del Tg4 di Fede?
«Tante cose. Ho lanciato la diretta con la guerra del Golfo, ho seguito per primo l’11 settembre, Cocciolone e Bellini sono cosa mia. Anche la notte della strage di via Palestro ho sentito il botto, ho chiamato chi era di turno, gli ho detto di controllare. Quello insisteva “Direttore, sarà un cassonetto”, ma no è troppo forte. Avevo ragione anche quella volta. Certo, in qualche circostanza ho sbagliato, ho esagerato, e poi, dopo 23 anni, è malinconia pura dover dare certe notizie terribili: “Due giovani si sono schiantati con la loro auto dopo aver trascorso una notte in discoteca...”. Basta, cambiamo».

È arrivato il momento di scrivere il libro dei libri: Io e Silvio?

«E invece no. Ho stracciato il contratto con la Mondadori. Non ne sarei capace, Silvio mi è troppo amico. E poi me lo correggerebbe dalla prima all’ultima pagina».



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Genova, in lista con Doria parenti dei no global violenti

di Federico Casabella - 30 marzo 2012, 08:00

Dopo i Giuliani, scende in campo con Sel la madre dell’uomo della trave in piazza Alimonda. E il figlio del marchese rosso snobba famiglia e Terzo settore


Dopo Giuliano Giuliani in consiglio comunale e Heidi Giuliani al Senato della Repubblica la sinistra torna a candidare i parenti dei «protagonisti» del G8 genovese del luglio 2001.

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A questo giro è Sinistra Ecologia e Libertà a mettere in campo, per il consiglio municipale del Centro Est, la mamma di una delle persone coinvolte degli incidenti di piazza Alimonda. Si tratta di Gianna Della Torre, conosciuta come la pasionaria dei vicoli e madre di Massimiliano Monai il quarantenne genovese che tutto il mondo vide nelle foto in piazza Alimonda mentre impugnava una barra di legno e colpiva la jeep dei carabinieri da cui Mario Placanica avrebbe sparato contro Carlo Giuliani.

Quel Monai che, qualche anno fa, giustificava il suo gesto dicendo che «i carabinieri hanno caricato un corteo che non dovevano caricare e ho reagito. La trave l'ho trovata a pochi metri dal Defender, ho dato un colpo, pure piano. Credo che gli scempi del G8 siano stati ben altri». Così dopo i genitori di Giuliani arriva la mamma di Monai per dimostrare che la moda di speculare sul G8 a sinistra non è tramontata. E mentre gli uomini di Doria sono impegnati a chiudere le liste i problemi della famiglia, i tagli al terzo settore e i dubbi sul futuro delle politiche socio-sanitarie possono aspettare. Marco Doria dimostra di avere altre priorità e snobba il confronto con l’associazione «Itaca sostiene » e altre nove associazioni impegnate sul territorio genovese per approfondire il tema del disagio sociale. Un dibattito che ha l’altro ieri ha coinvolto tutti i candidati sindaco per Genova tranne quello del centrosinistra che ha preferito non partecipare direttamente e nemmeno mandare uno dei suoi collaboratori a rappresentarlo nel dibattito.

Si è discusso di tematiche sociali in un periodo in cui la crisi rischia di portare a nuovi tagli per il settore, mentre dilagano nuove patologie sociali (il gioco d’azzardo, i comportamenti di abuso di alcool, droga, farmaci) e si moltiplicano le richieste d’aiuto. E dire che la sinistra ha sempre fatto cartello sui temi «del sociale» raccogliendo sempre consensi da chi in quel settore è impegnato. Forse Doria è così convinto di avere già dalla sua quel bacino elettorale da poterlo snobbare. Tutti i candidati, o alcuni loro delegati, erano intorno ad un tavolo a confrontare proposte, dibattere, motivare idee e priorità. Non il figlio del marchese rosso a cui i confronti non piacciono, così convinto di sé da decidere di non presenziare e nemmeno di inviare qualche collaboratore generando il rammarico e «lo scontento delle associazioni presenti che hanno lamentato il fatto che, così facendo, il candidato non accetti un confronto diretto con la cittadinanza attiva rappresentata dalle associazioni», hanno scritto i promotori dell’iniziativa. All’incontro di mercoledì, per esempio, non erano presenti nemmeno Enrico Musso e Pierluigi Vinai per impegni presi in precedenza.

Ma al loro posto erano seduti collaboratori che si sono e si stanno spendendo per il programma elettorale sui temi all’ordine del giorno: Rosanna De Luca per la lista civica di Musso, Enrico Cimaschi per la coalizione che sostiene Vinai. Presenti tutti gli altri, tra cui Susy De Martini della Destra che ha commentato con ironia l’assenza di Doria: «Evidentemente il candidato del centrosinistra è più abituato a sedere nei consigli di amministrazioni di Fondazione Bancarie piuttosto che tra persone che lavorano ogni giorno per gli altri- attacca Susy De Martini- . Spero che i genovesi ne tengano conto quanto voteranno ». Non più tenero Vinai che sta facendo del rapporto tra amministrazione comunale e terzo settore una delle bandiere del suo programma: «Doria sta dando per scontato il sostegno a suo favore del mondo dell’associazionismo spiega il candidato di Pdl e Liguria Moderata È il classico atteggiamento demagogico della sinistra. Io continuo a confrontarmi con tutte le associazioni che mi contattano ieri, per esempio, ho incontrato Legambiente».

Affido condiviso revocato se i genitori non comunicano fra di loro

La Stampa


Non può essere disposto l’affidamento condiviso quando i genitori non dialogano tra loro e sottopongono i figli a stress dovuti proprio alla loro incapacità di parlarsi. Lo ha stabilito la Cassazione, bocciando il ricorso di un padre separato della capitale che chiedeva il ripristino dell’affidamento condiviso per poter stare con la figlia. Come ricostruisce la sentenza 5108 della Prima sezione civile, S. S. e M.R, rispettivamente madre e padre di una bambina, dopo la separazione avevano iniziato a non parlarsi, sottoponendo la figlia a due turni a scuola, due diverse attività sportive e persino a due diete alimentari diverse, «tutto ciò - rileva la Cassazione - vissuto molto male dalla minore, in quanto fonte di confusione e di alterazione della sua condizione psicologica».

In sede di separazione, il giudice aveva stabilito l’affidamento condiviso ma visti i risultati il Tribunale di Roma, nel gennaio 2009, aveva disposto l’affidamento in via esclusiva alla madre, a quest’ultima attribuendo anche l’esercizio eslcusivo della potestà genitoriale e regolando il diritto del padre di frequentazione della bambina. Inutile il ricorso dell’uomo volto a dimostrare che l’affido esclusivo alla madre avrebbe dato vita a «immancabili atti di prevaricazione del genitore affidatario».

Piazza Cavour ha respinto il ricorso di M. R. e ha evidenziato che legittimamente la Corte d’appello aveva revocato l’affidamento a entrambi alla luce del fatto che «era emerso che l’affido condiviso si era dimostrato nocivo alla minore e possibile fonte di future patologie per la stessa, in quanto generante ansia, confusione e tensione e dunque irreprensibilmente concluso per la sussistenza di condizioni pregiudizievoli al suo interesse».


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L'Ora della Terra: 60 minuti a luci spente per il pianeta

Corriere della sera


Dalle 20,30 alle 21,30 di sabato 31 marzo. Anche il Quirinale «al buio» per un quarto d'ora




Il logo dell'iniziativaIl logo dell'iniziativa


MILANO - Adesioni da tutto il mondo per l'Ora della Terra (Earth Hour), un'iniziativa lanciata dal Wwf per sensibilizzare il mondo intero sui temi ambientali. Dalle 20.30 alle 21.30 di sabato 31 marzo, tutti sono invitati a spegnere le luci elettriche per riflettere sui cambiamenti climatici, sul consumo di energia e sulla possibilità di un futuro sostenibile per l'intero pianeta. Lo scorso anno hanno partecipato 5.200 città in 135 nazioni.

ITALIA - Sarà Roberto Bolle a dare il via agli spegnimenti italiani a Castel Sant’Angelo insieme a Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf Italia, e a Jim Leape, direttore generale del Wwf International. La presenza di Bolle, primo ballerino della Scala, è particolarmente significativa perché per la prima volta parteciperà all'iniziativa anche il teatro milanese. Accanto ai testimonial a Roma, 128 «donatori di energia» in bicicletta alimenteranno il concerto-spettacolo dei Têtes de Bois «Palco a pedali–Goodbike» con Elisa e Niccolò Fabi come ospiti, il primo eco-spettacolo al mondo in cui l’energia elettrica che illumina il palco e lo fa suonare viene interamente generata dall’energia di pedalatori volontari reclutati sul web.

Al momento sono più di 350 i Comuni ad aver confermato la loro adesione. Oltre a Castel Sant’Angelo e il teatro alla Scala, si spegnerano anche la cupola di San Pietro a Roma, piazza San Marco a Venezia, la Torre di Pisa, a Firenze il Duomo, il Battistero e Ponte Vecchio, la Mole Antonelliana di Torino, i Sassi di Matera, l’Acquario di Genova, la Valle dei Templi di Agrigento, alcuni dei principali beni del Fondo ambiente italiano (Fai). Parteciperanno anche i nove Comuni premiati dal Wwf per le buone pratiche di sostenibilità urbana nell’ambito del concorso «Reinventiamo le città».

QUIRINALE - Anche la presidenza della Repubblica aderisce con lo spegnimento dalle 20 alle 20.15 dell'illuminazione della facciata esterna del Quirinale.

SPORT - Grande adesione dal mondo dello sport: la Nazionale italiana di rugby, la Teramo basket che il 31 scenderà in campo con la maglietta dell’Ora della Terra. E hanno lanciato la loro chiamata alla sostenibilità anche Paola Saluzzi, gli Al Capone & Bungtbangt con il loro eco-rap e tutti gli ambasciatori delle edizioni precedenti tra cui Francesco Totti, Paola Maugeri, Massimiliano Rosolino, Marco Mengoni, Francesco Facchinetti.

IMPRESE - All’appello di Earth Hour hanno risposto anche le imprese: tra le tante Cisco; Coin spegnerà le vetrine dei negozi in tutta Italia e il videowall di piazza Cinque Giornate a Milano, Dodo; I Provenzali; Mutti; Sofidel; Electrolux, Sigg; Berendsohn; Peroni; l'hotel Hilton Milan così come molti altri nel mondo della catena alberghiera; nei 51 ipermercati Auchan una delle insegne esterne rimarrà spenta per tutta la giornata e ogni ora le luci dei punti vendita si abbasseranno; le aziende di Agriturismo.it e le Fattorie del Panda organizzano cene a lume di candela per sabato sera.



Redazione Online28 marzo 2012 (modifica il 30 marzo 2012)



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La beffa di Badalamenti jr.: da latitante a libero

Quotidiano.net

Estinta la pena inflittagli per prescrizione

Corte d’appello di Palermo ha dichiarato estinta per prescrizione la pena inflitta a Vito Badalamenti. Il figlio di Gaetano, boss di Cinisi e capo storico della mafia siciliana (tra l'altro condannato per l'omicidio di Peppino Impastato), era inserito nella lista dei dieci latitanti più pericolosi del ministero dell’Interno, ora è un uomo libero

Palermo, 29 marzo 2012



La beffa del superlatitante che non è più tale, grazie a un tratto di penna, arriva con un provvedimento di poche righe, con cui la prima sezione della Corte d’appello di Palermo ha dichiarato estinta per prescrizione la pena inflitta a Vito Badalamenti.



L’uomo, che ha 54 anni e che è figlio del boss di Cinisi (Palermo) Gaetano Badalamenti, uno dei capi storici della mafia siciliana, era inserito nella lista dei dieci latitanti più pericolosi del ministero dell’Interno: ora è un uomo libero senza più alcun mandato di cattura che possa inseguirlo.

Quello di Badalamenti, grazie all’ordine alfabetico, era il primo dei nomi di un elenco che comprende altri due siciliani (tra cui Matteo Messina Denaro, l’inafferrabile primula rossa di Castelvetrano), tre calabresi, tre campani e un sardo. Ora il figlio di don Tano dovrà essere depennato dalla lista, in cui era stato inserito sebbene condannato a soli sei anni di reclusione, nel maxiprocesso-quater, l’ultimo dei giudizi istruiti dal pool di Falcone, Borsellino e del giudice istruttore Leonardo Guarnotta, oggi presidente del tribunale di Palermo, che firmò il rinvio a giudizio del “quater”. Proprio per sfuggire alla cattura, Badalamenti jr si diede alla latitanza, nel 1995: fu così condannato in contumacia, e la pena nei suoi confronti divenne definitiva il 17 dicembre 1999.

I difensori del mafioso di Cinisi, gli avvocati Paolo Gullo e Vito Ganci, hanno atteso pazientemente dodici anni, il doppio della pena inflitta, e poi, dopo il 17 dicembre dell’anno scorso, hanno chiesto ai giudici di Palermo di dichiarare estinta per prescrizione la pena stessa. Un meccanismo del resto già applicato, ad esempio, nel processo per la strage di Primavalle, in cui gli assassini di Stefano e Virgilio Mattei se la cavarono allo stesso modo, grazie al decorso del tempo e al fatto che la pena fosse rimasta “ineseguita” per oltre trent’anni.

“Tornare in Italia? Non so se lo farà, ma forse sì, perché non dovrebbe? - ha detto l’avvocato Paolo Gullo -. In questi anni Vito Badalamenti è stato in Australia, io l’avevo sempre detto. Ma avevo pure detto che è innocente”.

Badalamenti jr fu arrestato e scontò oltre cinque anni di carcerazione preventiva negli Stati Uniti, perché coinvolto nel processo su un maxitraffico di stupefacenti denominato Pizza Connection, in cui fu imputato anche “don Tano”: padre e figlio ebbero però sorti processuali differenti.

Il primo, catturato in Spagna nel 1978 e subito estradato negli Usa, fu infatti condannato a 43 anni di carcere e concluse i suoi giorni in un carcere del New Jersey, a Fairton, il 1° maggio 2004; il figlio fu invece assolto. Gaetano Badalamenti fu condannato anche in Italia, in contumacia, per l’omicidio del militante di Democrazia proletaria Peppino Impastato. La vicenda fu portata sul grande schermo col film “I cento passi”, la breve distanza che separava la casa del mafioso da quella di Impastato. La palazzina del boss e della moglie Teresa Vitale è stata confiscata ed è divenuta un museo della memoria. Ora Badalamenti jr, se vorrà, potrà tornare in paese.




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Lombardia cantone elvetico? Boom di "sì" per la petizione

Corriere della sera

Una petizione anonima postata online propone l'annessione della Regione alla Svizzera. E a sostenere l'idea - online - sono già in 8mila


Quasi ottomila firme e la promessa di arrivare a quota 500mila per poi chiedere un referendum al governo italiano. L'oggetto del contendere è l'annessione della Lombardia alla Svizzera, una proposta che si fa strada sul web, attraverso le pagine di petizionionline.it e che nonostante sia fondamentalmente una boutade accoglie i consensi di un buon numero di persone.

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Consensi che, è da dire, vanno però calibrati. "Muovere la gente" sul web è di certo notevolmente più facile che coinvolgerla sul campo. E la proposta, che pure fa pensare, rimarrà quasi certamente solo sulla carta. L'idea di chiedere all'Italia un referendum che decida se far rimanere la Regione all'interno del Paese o farla migrare tra i cantoni svizzeri è di fatto impraticabile. È essenzialmente una sparata. E non si sa molto neppure sull'autore. Neppure negli ambienti più vicini alla Lega Nord, quelli da cui qualcuno suppone venga la proposta, che non è firmata.

A dare il là alla curiosa petizione una recente dichiarazione di Ueli Maurer, ministro della Difesa svizzero, che avrebbe affermato che "annettere la Lombardia non sarebbe un problema, dato che rappresenta circa il 90 per cento del totale di tutti gli scambi commerciali" svizzeri. L'anonimo autore della petizione  elenca una serie di vantaggi che verrebbero dall'annessione. Che vanno dall'adozione del franco svizzero, alla diminuzione dei tassi d'inflazione, a minori pedaggi autostradali. Senza che questo comporti il dover cambiare lingua o tradizioni. La petizione invita anche a notare che la Lombardia diventerebbe un cantone di un paese efficiente e all'avanguardia, neutrale e fuori dall'area di influenza della Ue tanto quanto degli Stati Uniti.

Strage di piazza della Loggia L'ipotesi della «doppia firma»

Corriere della sera

Doveva essere uno «scherzo ai rossi». Poi venne Ordine Nuovo. Il mistero del Vitezit, l'esplosivo jugoslavo



Piazza della Loggia subito dopo l'esplosione, 28 maggio 1974Piazza della Loggia subito dopo l'esplosione, 28 maggio 1974

BRESCIA - Una «doppia mano» dietro l'attentato di piazza della Loggia: quella di chi voleva fare «uno scherzo ai rossi» e provocare un botto poco più che dimostrativo; e quella di chi volle la strage vera e propria. A pochi giorni ormai dalla sentenza di appello sull'eccidio del 28 maggio '74 (i giudici entreranno in camera di consiglio due giorni dopo Pasqua) si torna a parlare di quella stagione di misteri anche fuori da un'aula di giustizia: l'uscita nelle sale del film «Romanzo di una strage» che ricostruisce i giorni dell'attentato di piazza Fontana ha riportato in auge la discussione. E Paolo Cucchiarelli, giornalista e autore del libro «Il segreto di piazza Fontana» a cui il film si ispira, riporta in primo piano gli addentellati tra la strage di Milano e quella di Brescia.

Cucchiarelli aveva già avanzato la tesi della «doppia bomba» per piazza Fontana (gli anarchici che collocano un ordigno a basso potenziale, i neofascisti che invece piazzano quello devastante) e ora propone la stessa chiave interpretativa per piazza della Loggia. Punto d'appoggio principale di questa lettura è un verbale della commissione stragi risalente al 25 giugno del 1997. Quella pagina riporta parole del generale dei carabinieri Francesco Delfino (oggi imputato al processo ma allora fuori dall'orbita delle indagini): «Sono arrivato al punto di ipotizzare - racconta l'alto ufficiale alla commissione - che Buzzi (neofascista condannato e assolto post mortem per la strage, ndr) e il gruppo bresciano abbiano voluto fare uno scherzo...senza accorgersi che l'altro gruppo (politicizzato, milanese e molto probabilmente veneto - veronese) invece sapeva cosa si andava a fare. Allora faccio la considerazione che a Brescia era in atto il preparativo di qualcosa di grosso e viene colta l'occasione della riunione improvvisa e a breve scadenza concordata con i sindacati». In effetti il comizio del 28 maggio, durante il quale avviene la strage, era stato indetto solo pochi giorni prima. «Quindi - prosegue Delfino - non escludo che ci siano state due diverse configurazioni nell'attentato, quella di chi voleva lo scherzo ai rossi, come scrivevano sui muri, e quella di chi invece, sapendo che veniva fatto lo scherzo, ha voluto la strage».

Ma secondo Cucchiarelli questo schema non è il solo punto di contatto tra piazza Fontana e piazza della Loggia: «Dentro la marea di atti processuali - afferma il giornalista - se ne trovano altri; ad esempio il Vitezit, un tipo di gelignite di fabbricazione jugoslava. Il depliant con le istruzioni per l'uso del Vitezit viene trovato in possesso di Giovanni Ventura ma è lo stesso esplosivo che pochi giorni prima della strage di piazza Loggia uccide a Brescia l'estremista di destra Silvio Ferrari. Inoltre i primi periti balistici chiamati nel '74 ipotizzarono che nella strage fosse stata usata gelignite. E guarda caso il pentito Carlo Digilio, parlando della bomba di piazza Loggia fa riferimento proprio a quel tipo di esplosivo». La sentenza che la corte d'appello di Brescia si prepara a emettere non prende però in considerazione l'ipotesi della «doppia firma»: si concentra invece sugli ispiratori e ideatori dell'attentato e anche sui chi tentò di depistare le indagini.


Claudio Del Frate

29 marzo 2012 | 9:56



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Io, medico, applico il metodo di Bella in Africa"

di -

Domenico Biscardi, 44 anni di Caserta, per sei mesi l'anno fa il medico volontario sull'sola di Sal, a Capoverde. Per curare i malati di cancro ha scelto il metodo Di Bella. Ci racconta i suoi successi anche quelli su un bimbo di 8 anni copito da sclerosi multipla...


Sei mesi l’anno fa il medico volontario a Capo Verde, a Murdeira. Gli altri sei lavora a Caserta. Domenico Biscardi, 44 anni, medico e farmacista, ha “esportato” il metodo Di Bella sull’arcipelago portoghese, cinquecento chilometri dall’Africa.




E ha stilato una sua casistica di pazienti guariti, “discutibile se guardiamo ai mezzi diagnostici perché qui possiamo fare solo ecografie e ago aspirato, non diamo i nomi ai tumori – ammette – ma quel tipo di analisi qui non ha senso: quel che conta è bloccare il male”. E in parecchi casi ci riesce.


Biscardi fa la spola, Caserta- Murdeira da sei anni. Ha contribuito a fondare la onlus Apocrianca, associazione senza scopo di lucro, formata da alcuni medici che come lui “hanno scelto di andare dove ci sono più malattie che cure”, facendo il volontario da sempre (“anche quando ero uno studente-lavoratore”) ha visto con i suoi occhi che in Africa “i tumori non si curano. Se c’è un chirurgo bene, ma finisce lì. E se il chirurgo non c’è, finisce anche prima”. Si è sposato con Dilma, capoverdiana, che fa l’assistente sociale e lavora (gratis) con lui nella clinica di Murdeira, “perché qui gli ospedali si fanno pagare anche i cerotti, due, cinque euro, non di più. Io faccio le diagnosi al ribasso (ossia dico che si tratta di malattie poco costose) così i pazienti spendono poco e poi li curo fuori senza chieder nulla. Per questo abbiamo creato la onlus, qui c’è bisogno di tutto, dall’Italia ci arrivano le medicine e gli strumenti indispensabili”.


Sul sito www.apocrianca.com cliccando sulle fiammelle accese si scoprono storie di Capoverde, sono tanti flash sulla povertà estrema: le famiglie vivono in case di latta, dormono su materassi per terra, quando va bene, a fare il muratore, si mettono insieme 150 euro al mese. Sì, perché ai capoverdiani arrivano solo le briciole di quella ricchezza creata dalle grandi imprese turistiche straniere (che, per effetto di una legge locale, per i primi dieci anni di attività non pagano le tasse).




Parliamo del metodo Di Bella, perché ha deciso di esportarlo a Capoverde?
“Ho fatto per anni il volontario in Kenya, affiancavo i veterani, bravi chirurghi come Robero Faccin che da 20 gira per l’Africa e trascorre dieci ore al giorno in ambulatorio. I medici del posto non sanno riconoscere un tumore (e io ero preso dal fatto di non riuscire ad alleviare le sofferenze di tutta questa gente…) nello stesso tempo se vuoi curare a Capoverde devi saper fare tutto, affrontare le ferite da pallottola, le infezioni, le dipendenza da alcool e droga, però, ripeto, per il cancro non c’è cura. Io avevo seguito la vicenda Di Bella, negli anni della sperimentazione e quando, sei anni fa, ho deciso di impegnarmi a Murdeira, sono andato a lezione da Giuseppe Di Bella, il figlio del professore. Da lui ho imparato l’importanza di somministrare un principio attivo in un preciso momento del giorno, che cosa si può mescolare e che cosa no, l’azione degli enzimi epatici, il blocco dei fattori di crescita e così via…”

Ma quanto si ammalano di tumore gli africani?
“Come noi. Perché mangiano cibo inquinatissimo… quest’angolo è diventata la spazzatura del mondo e non mi riferisco al fatto che non si fa la raccolta differenziata ma che affondano carichi di ogni genere… i risultati si vedono.”

Ovvero?
“Si pescano pesci che dopo un’ora o due che sono morti sprigionano luce fosforescente, ormai non è più vero il detto ‘sano come un pesce’…”

Quindi i più frequenti sono i tumori del tratto digerente? “Dopo i melanomi sì, ma ci sono anche quelli della mammella, della prostata, dell’ovaio”. I melanomi…? Ma le pelli scure non dovrebbero essere naturalmente protette dal sole?  “In teoria sì, ma di fatto, con il buco dell’ozono gli africani si ammalano soprattutto di melanoma…”.


E lei cura i melanomi con il metodo Di Bella?
“Certamente e, quando la lesione è all’inizio e non ci sono metastasi, ho ottimi risultati applicando il disinfettante iodopovidone, penetra nelle cellule e uccide le maligne”.

Quanti tumori ha affrontato con il metodo Di Bella?
“Al momento ho in cura una trentina di persone. In alcuni casi ho visto risultati sorprendenti dopo pochi mesi, senza intervento chirurgico. Una ragazza di 19 anni, all’inizio del 2008 si è presentata con perdite al seno, ghiandole linfatiche già intaccate e metastasi epatica (l’ago aspirato rivelò: carcinoma a piccole cellule).
Dopo sei mesi di cura continuativa, il tumore si era ridotto del 90%, abbiamo ripetuto per 2 volte la terapia per un mese e oggi prende solo retinoidi, vitamina E, argento colloidale (potente antivirale che abbino spesso alla terapia)”.

Ma chi paga le cure e da dove vengono i farmaci?
“Facciamo delle grandi collette, ordino le medicine a Bologna, devo ringraziare un sacco di persone, ognuno ci mette del suo, dal corriere navale a quello terrestre…”.

Altri casi?
“Tumore alla tiroide in donna di 35 anni, alla prostata in un uomo di 43, carcinoma epatico in 46enne…”

Il tumore è al fegato è quasi sempre una sentenza di condanna… a che stadio era?
“Tre centimetri per due e mezzo le dimensioni, con falda di versamento: dopo otto mesi di cura lesione ridotta dell’80 % , il paziente è ancora in terapia…”.

Chi critica il metodo Di Bella dirà sicuramente che questi non erano tumori…
“L’ago aspirato e le ecografie dicono che lo sono, poi come le ho detto, qui importa arginare il male… pensi che ho avuto un sorprendente risultato su un bambino di 8 anni malato di sclerosi multipla (la diagnosi è stata fatta in un centro di ricerca per malattie genetiche del Portogallo). Era già a uno stadio molto avanzato della malattia, su una sedia a rotelle con paralisi degli arti inferiori, in più erano già comparsi i movimenti involontari di braccia e testa. Ebbene, dopo sei mesi di terapia notammo diminuzione dei movimenti involontari, forza nelle braccia e roteazione delle caviglie (prima completamente immobili)… penso che fermare il processo di degenerazione nervosa sia una cosa fondamentale”.

Anche a Caserta lei applica il metodo Di Bella?
“Sì, lì ho tutti i documenti clinici che provano la regressione del cancro. La mia storia più bella? Tumore all’utero al terzo stadio in una giovane donna che rifiutò l’intervento… è guarita ed è diventata mamma”.



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Scappava da due teppisti, fu investito da una macchina: liberi gli aggressori

Corriere della sera

La vittima, Giuseppe Marcone, era un italiano di 23 anni



BERLINO – Ci sono ancora i fiori, sul Kaiserdamm, nel luogo dove Giuseppe Marcone, ventitre anni, fu mortalmente investito sei mesi fa da una macchina mentre fuggiva dalla stazione della metropolitana dove due teppisti lo avevano aggredito senza motivo. Da oggi Baris B. e Ali T, sono liberi. Hanno ricevuto una condanna a due anni di reclusione e una a quattro mesi dalla corte distrettuale di Berlino. La procura aveva chiesto per il primo quattro anni e mezzo di carcere.


IL CASO - Il caso di Giuseppe Marcone aveva commosso tutta la città e non solo la comunità italiano della capitale tedesca. Figlio del proprietario di un ristorante di Wilmersdorf, Giuseppe aiutava il padre e studiava. Aveva in programma di entrare a far parte, almeno per un periodo, dell’esercito tedesco. Proprio dal locale del padre era uscito quella notte,in compagnia di un amico. Nella stazione della metropolitana di Kaiserdamm l’incontro con i due aggressori, ubriachi, entrambi di origine turca, residenti nel quartiere multietnico di Neukölln. Prima la richiesta di una sigaretta, poi gli insulti e le minacce, quindi l'aggressione Giuseppe e Raoul hanno paura, dopo una iniziale reazione riescono a sfuggire ai due che li inseguono, salgono di corsa le scale per allontanarsi all’aperto. Ma il ragazzo italiano non si accorge di una macchina che arriva a forte velocità e che lo investe, nonostante la disperata frenata del guidatore. I due teppisti tornano a casa, tranquilli. Vanno a dormire. Solo l’indomani Baris B. racconta quanto è accaduto alla sorella che lo convince a costituirsi.

LE INDAGINI - Le indagini della polizia sono rapide, ma le telecamere di sorveglianza non hanno inquadrato la zona della stazione dove tutto è avvenuto. La vicenda, conclusasi questa volta in modo così tragico, non è la prima né l’ultima avvenuta a Berlino di notte nella metropolitana. E sempre ci si chiede il perché. Lo ha fatto anche la mamma di Giuseppe, Vaja, che espresse tutto il suo dolore e la sua inquietudine parlando con il quotidiano “BZ”: “Non riesco più a capire che succede ai giovani di questa città”. “Spero che la giustizia faccia il suo corso. Posso solo augurare ai responsabili che rinsaviscano”, sono state in quei giorni le parole del padre. Speriamo che il suo secondo desiderio sia esaudito



Paolo Lepri
29 marzo 2012 | 14:06



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Esequie di Merah, dopo il no di Algeri e di Tolosa la parola a Sarkozy: sia sepolto senza polemiche

Corriere della sera

Religioso islamico: «Ci sono state trattative, raggiunto un accordo: sarà sepolto a Tolosa». E il padre denuncia le teste di cuoio


MILANO - Riposerà in terra francese il corpo del «killer di Tolosa», il 23enne franco algerino, Mohamed Merah, autore delle stragi di Tolosa e Mountauban. Lo ha annunciato un responsabile religioso musulmano, mettendo fine a una giornata di polemiche e rimbalzi di notizie. «Ci sono state delle trattative. Abbiamo trovato un accordo. Il corpo sarà sepolto entro un'ora nel cimitero di Cornebarrieu, nella periferia di Tolosa, ha dichiarato Abdallah Zekri, rappresentante della Grande moschea di Parigi. Le esequie erano previste, in un primo momento, giovedì pomeriggio in provincia di Tolosa, poi rinviate di 24 ore, per l'opposizione del sindaco all'inumazione di Merah nella città dove sono stati compiuti i massacri. In precedenza era stata l'Algeria a rifiutare il corpo del giovane, che ha ucciso un militare e poi tre bambini e un professore di una scuola ebraica. Il padre di Merah aveva chiesto che Mohammed potesse essere sepolto nella sua città natale di Essouagui, vicino a Medea, 80 chilometri a sud di Algeri. Ma il governo di Algeri aveva negato il permesso dopo che le autorità del villaggio si erano opposte alla richiesta dei familiari per motivi di ordine pubblico. «Sono stato incaricato dalla famiglia di organizzare i funerali in Francia, in accordo con le autorità, poiché l'Algeria ha rifiutato di accogliere il corpo di Mohamed Merah facendo riferimento a motivi di sicurezza», aveva dichiarato Abdallah Zekri.




«BASTA POLEMICHE» - Ma anche il sindaco di Tolosa, Pierre Cohen, ha ritenuto inopportuna la sepoltura nel cimitero del piccolo comune di Cornebarrieu, a cinque chilometri da Tolosa. Per questo ha chiesto al prefetto di rinviare il tutto di 24 ore. A mettere la parola fine alle incertezze è intervenuto il presidente, Nicolas Sarkozy, che alla rete televisiva BFM tv aveva chiesto di seppellire il corpo del giovane senza più tergiversare: «Era francese. Sia pure seppellito e senza fare polemiche», ha detto Sarkozy. «Ho detto quello che pensavo di Mohamed Merah, che ha agito in modo mostruoso, che le proteste del padre erano indegne e indecenti». «Come capo dello Stato - ha concluso - avrei preferito che Merah fosse preso vivo. Abbiamo fatto tutto il possibile per questo, la polizia ha svolto un lavoro notevole e considero che le polemiche sorte dopo sono state vergognose».

DENUNCIA - Intanto, il padre di Merah ha denunciato le forze speciali della polizia francese per l'omicidio del figlio e si è rivolto a uno studio legale algerino per perseguire davanti a un tribunale francese l'unità speciale della polizia, il Raid. «Merah ritiene che suo figlio sia stato assassinato», ha spiegato l'avvocatessa Zahia Mokhtari. La legale è molto nota in Algeria soprattutto per essere riuscita a vincere nel 2005 un processo in Germania per l'appartenenza di un uomo ad al-Qeada, che è stato poi liberato ed è tornato in Algeria.

COMPLICE - Proseguono le indagini su eventuali complicità nella strage. Il fratello di Mohammed Merah ha parlato di un secondo complice, che avrebbe aiutato il killer, secondo quanto riferisce il quotidiano Le Parisien. Quest'uomo avrebbe accompagnato in macchina i due fratelli Merah lo scorso 6 marzo, quando hanno rubato lo scooter T-Max utilizzato dal killer per uccidere sette persone, fra cui tre bambini. Abdelkader Merah, che è stato arrestato la settimana scorsa mentre la polizia dava inizio all'operazione, non ha però fornito nessun elemento per indentificare o localizzare il complice.

Redazione online29 marzo 2012 | 18:43

Jeans killer: schiarirli uccide gli operai in Bangladesh e in Turchia

Corriere della sera

Le polveri causano tumori e problemi polmonari. La denuncia: «Le griffe delocalizzano e gli operai muoiono»



Donne in una fabbrica di sabbiatura  in Bangladesh (Abiti Puliti)Donne in una fabbrica di sabbiatura in Bangladesh (Abiti Puliti)

MILANO - Ambienti saturi di polveri ad alto tenore di silice, che danneggiano i polmoni dei lavoratori con effetti mortali. Continua la campagna dell'associazione Abiti Puliti contro il sandblasting(la sabbiatura) dei jeans, pratica utilizzata per schiarire i tessuti dei grandi marchi di moda, che delocalizzano questa parte della produzione nelle fabbrica del Bangladesh e della Turchia.

MASCHERINE RIUSATE - Esistono due tipologie di sabbiatura: il trattamento manuale e quello meccanico, ed entrambe possono avere esiti mortali. Con la tecnica manuale l’effetto di deterioramento si ottiene indirizzando sul tessuto sabbia con aria compressa attraverso un bocchettone. Il tutto avviene in genere in ambienti privi di aspirazione dell’aria e di attrezzature di sicurezza, esponendo in questo modo gli addetti all’inalazione di particelle di silice disperse nell’aria. Neppure le più comuni mascherine, per quanto insufficienti a proteggere le vie respiratorie, sono fornite ai lavoratori: le indagini svolte in Bangladesh e in Turchia evidenziano che molto spesso gli addetti sono costretti ad acquistare le protezioni a loro spese. Ma non solo. Spesso vengono riusate rendendole inservibili o ci si protegge naso e bocca con teli. Le polveri, se inalate, possono dare origine a gravi patologie respiratorie e, in caso di esposizione prolungata, condurre a malattie professionali mortali come la silicosi e il tumore polmonare. E anche con la tecnica meccanica le cose non vanno meglio. Inoltre, in seguito all’adozione da parte di molti paesi europei di restrizioni severe per i trattamenti con sabbiatura (nella UE il tenore in silice della sabbia non può superare l’1%), l’industria dell’abbigliamento ha delocalizzato le attività produttive in paesi che non hanno, o non avevano, ancora una regolamentazione in materia, come la Turchia, il Bangladesh e la Cina.


L'INDAGINE - Il primo segnale d’allarme sugli effetti devastanti per la salute dell’applicazione all’industria della moda di questo tipo di trattamento abrasivo è stato lanciato in Turchia con un importante studio scientifico, che ha messo per la prima volta in relazione la sabbiatura dei jeans con il rischio di contrarre la silicosi. Da allora in Turchia sono stati registrati 52 decessi per silicosi e 1.200 casi di malattia conclamata, ma i medici sospettano che le cifre reali siano di gran lunga superiori. In Bangladesh, grazie ad un'indagine di Abiti Puliti condotta in 7 fabbriche su un totale di 73 lavoratori, si è poi scoperto che la sabbiatura era commissionata da grandi marchi della moda come H&M, Levi's, C&A, D&G, Esprit, Lee, Zara e Diesel, nonostante dichiarazioni nelle quali - fatta eccezione di Dolce e Gabbana - le big companies sostenevano di aver abolito questa pratica nelle proprie filiere internazionali.

LE RICHIESTE - «La situazione è molto grave - spiega Debora Lucchetti portavoce della campagna - al contrario di quanto sostengono i marchi non sono disposti a modificare le loro produzioni, con il risultato di incentivare l'uso clandestino della sabbiatura». Risultato, dall'associazione arrivano una serie di richieste alle aziende affinché mettano in atto adeguati meccanismi di monitoraggio, modifichino il design dei loro prodotti, collaborino con i propri fornitori per evitare l'esposizione alle polveri di silice. Ai governi, invece, viene chiesto di adottare misure di legge per vietare la sabbiatura, all'Unione Europea di vietare l'importazione di jeans sabbiati. Con la speranza che un paio di jeans non siano più la causa della morte di qualcuno.



29 marzo 2012 | 16:58



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Alla deriva per 28 giorni su una barca: si salva bevendo pioggia

Il Mattino

CITTÀ DI PANAMA - Un giovane di 18 anni, Adrian Vasquez è stato salvato dopo aver trascorso 28 giorni alla deriva nell'oceano Pacifico su una barca da pesca. Vasquez è stato soccorso a nord delle isole Galapagos, a più di 600 chilometri da Panama, da dove era partito con due amici, morti entrambe, per una battuta di pesca per arrotondare lo stipendio. Il sopravvissuto, che si è salvato grazie ad un temporale (bevendo la pioggia) quando era al limite delle forze, è stato trasferito a Guayaquil, in Ecuador, dove il console di Panama segue il caso. Le ricerche in mare erano andate avanti per alcuni giorni, ma erano state successivamente sospese.

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A raccontare l'odissea è stato lo stesso Vasquez, soccorso da un peschereccio comandato dal capitano Hugo Espinosa, ed essere stato curato per il grave stato di denutrizione e disidratazione. Il 24 febbraio scorso Vasquez e due amici stavano tornando a Rio Hato, a Panama, dove il giovane è impiegato presso l'hotel Decameron, quando il motore dell'imbarcazione è andato in avaria. Per i primi giorni i tre sono sopravvissuti alimentandosi col pesce che avevano pescato, ma quando il ghiaccio per la conservazione è finito, hanno mangiato quello che riuscivano a prendere con le loro reti.


«Lo spirito di sopravvivenza ha cominciato però a diminuire col passare del tempo», spiega il capitano Espinosa. Oropeces Betancourt, di 24 anni, ha smesso di mangiare e bere dopo un paio di settimane, ed è morto il 10 marzo. Tre giorni più tardi il cadavere ha iniziato ad andare in decomposizione e lo hanno gettato fuoribordo. L'altra vittima di questa terribile vicenda, Fernando Osorio, di 16 anni, è morto cinque giorni più tardi per la disidratazione e le scottature del sole. Così come nel caso di Betancourt, il suo cadavere era stato buttato in mare.
 
Secondo quanto spiega il capitano Espinosa, «quando il giovane era ormai sul punto di morire è scoppiato un temporale e, bevendo la pioggia, si è salvato». Vasquez ha poi trascorso gli altri cinque giorni mangiando del pesce crudo prima di essere salvato dall'equipaggio di Espinosa. Una volta a bordo il sopravvissuto ha chiesto un telefono per due chiamate: una alla madre e l'altra al proprietario dell'albergo dove lavora spiegandogli perché non era potuto andare al lavoro.

Martedì 27 Marzo 2012 - 17:53

Campania, la beffa terremoto fondi agli emigrati 32 anni dopo

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo


NAPOLI - Terremoto infinito: a distanza di 32 anni dal terremoto che sconvolse Campania e Basilicata, il Cipe sblocca nuovi fondi. Dovrebbero servire, sulla carta, a costruire le case per gli emigranti e a chiudere i vecchi contenziosi i 51 milioni di euro stanziati venerdì scorso dal Cipe per i comuni colpiti dal terremoto del 23 novembre 1980.

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Sulla carta, come si diceva: perché non è detto che i soldi potranno andare a chi figura nei vecchi elenchi. I sindaci stanno dando il via alle verifiche, ma è probabile che molti beneficiari siano morti o si siano già traferiti altrove. «Nei prossimi giorni - afferma il sindaco di Scisciano, Patrizio Napolitano - daremo il via alle verifiche delle pratiche degli aventi diritto - Se qualcuno avrà perso i requisiti, magari perché ha acquistato un altro appartamento o perché deceduto, utilizzeremo quei soldi per le opere pubbliche». I nuovi fondi serviranno in ogni caso a chiudere dei contenziosi che altrimenti continuerebbero a lievitare.


Giovedì 29 Marzo 2012 - 10:10    Ultimo aggiornamento: 15:08

Ecco il cucciolo in miniatura, è lungo otto centimetri

Il Mattino

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È lungo solo otto centimetri e le sue foto stanno facendo il giro del mondo. Il cucciolo in questione è Beyonce. Il suo peso? Poco meno di trenta grammi.
Il cucciolo in miniatura è una femmina di bassotto ed è stato trovato in California. Beyonce "rischia" ora di vincere un premio come il cane più piccolo al mondo.

FotoGallery
Il cucciolo lungo otto centimetri


Giovedì 29 Marzo 2012 - 13:11    Ultimo aggiornamento: 13:12

Troisi, se il giudice non è al di sopra di ogni sospetto

La Stampa

Ritorna la denuncia impietosa sulla magistratura che negli Anni Cinquanta costò all’autore una condanna disciplinare



Nel racconto di Dante Troisi, uscito la prima volta negli Anni Cinquanta, "l'angoscia per quel fare giustizia ridotto a mestiere"



CARLO FEDERICO grosso

Nel suo Diario Troisi racconta, giorno, dopo giorno ciò che gli capita in ufficio, nel rapporto con i colleghi, in famiglia. E spiega ciò che succede nella sua anima: sentendo «crescere l’angoscia per quel fare giustizia ridotto a mestiere» e per «quel lento franare delle speranze in una giustizia nuova» (Galante Garrone, su La Stampa, in una bella recensione del 1955 alla prima edizione). Nel libro di Troisi, ora ripubblicato da Sellerio, si alternano resoconti di processi, rapporti di carabinieri, storie (piccole o terribili) di povera gente di provincia, riflessioni personali. Soprattutto si affiancano mondi fra loro lontanissimi: lembi di una società arretrata e dolente, predestinata a delinquere e inesorabilmente condannata, una magistratura (fatta di uomini d’ordine più che di giustizia) che, pur esercitando la funzione giudiziaria «in nome del popolo sovrano», quel popolo considerava un suddito fastidioso, nei cui confronti occorreva, principalmente, utilizzare la durezza delle leggi.

Emergono, per altro verso, i rituali della carriera, il gusto del potere, l’arbitrio sulle persone, l’interferenza degli interessi, o, comunque, le modalità burocratiche con le quali si esercita, molte volte, il mestiere giudiziario. C’è, poi, la descrizione delle antipatie, delle gelosie, delle compiacenze (nei confronti dei superiori e della gerarchia ministeriale), dell’isolamento (quell’aria «conventuale» che allontana i magistrati dalla vita). Perché, si domanda a un certo punto l’autore, quando affrontiamo il tema dell’efficienza ci chiediamo se è stato celebrato un numero sufficiente di processi e mai se si è giudicato in modo giusto? Perché molti magistrati non vivono con la preoccupazione di operare bene, ma, piuttosto, di riuscire graditi ai superiori?

E poi, in un crescendo, c’è la denuncia delle sciatterie, dei pregiudizi, delle arroganze, delle intransigenze. C’è ad esempio, annota lo scrittore, il pubblico ministero che, comunque vada il dibattimento, ha già segnato la misura della pena; il presidente che controlla l’orologio e conta i processi da sbrigare; il giudice che pensa palesemente ad altro. C’è il giudice che, giovanissimo, procede convinto di esercitare una missione (al quale mai, pertanto, verrebbe in mente di «far prevalere la pietà sulla durezza della legge»), e c’è il giudice che, segnato dalle esperienze o dalla frustrazione, condannerà o assolverà con fastidio routinario (ma in fondo, soggiunge l’autore, non so chi dei due sia peggiore).

Siamo «tabù», soggiunge Troisi, ci sentiamo divinità, non accettiamo critiche. Molte volte siamo, con gli imputati, come i medici con i malati poveri (con riferimento ai quali, essendo pagati in misura forfettaria, sentono, ad ogni nuovo arrivo, soltanto fastidio). Per altro verso i nostri figli, standoci vicini, crederanno che il mondo sia diviso in buoni e in cattivi, e noi «dalla parte dei buoni» (oggi basta infatti infierire contro qualcuno per farsi catalogare fra i giusti; quindi «nessuno è più giusto di noi»).

Vorrei, invece, egli scrive, che gli imputati capissero che siamo «zeppi di difetti, di dolori, di noia, di ambizioni, di desideri meschini». Forse, soggiunge, «essi lo intuiscono», siamo noi che «troppo sovente ce ne dimentichiamo, e non ci giova». Diario di un giudice è dunque, come ha scritto un acuto commentatore, «racconto di concreta verità e insieme una meditazione di grande fervore esistenziale». Questo «mescolarsi di cronaca sociale e di confessione personale» ne fa, forse, «la storia più importante mai pubblicata in Italia su giudici e giustizia». Si tratta, d’altronde, di una riflessione resistente al tempo, tuttora di grandissima, sconvolgente, attualità.

La magistratura, oggi, è molto diversa da allora (ma l’intera nostra società ha mutato pelle, è diventata più ricca, complessa, articolata). Costume e mentalità sono cambiati, non c’è più quel «sistema d’ordine» in forza del quale il magistrato si sentiva «occhio burocratico vigilante» di una gerarchia della quale erano parte il prete, il militare, il poliziotto, il signore (bellissima la descrizione di questa situazione a p. 222 della nuova edizione del Diario). E’ scomparsa quella «società primitiva», descritta in modo così ricco e penetrante, sulla quale si esercitava allora, senza controlli, la coercizione giudiziaria. La Costituzione, e i suoi diritti, si sono pian piano incarnati nel Paese, ed anche i magistrati hanno dovuto tenerne conto (molti di essi, anzi, negli anni settanta sono stati protagonisti del cambiamento).

Eppure, quella denuncia impietosa mantiene l’originaria forza propulsiva. Oggi, come allora, Troisi insegna che qualità primarie del giudice dovrebbero essere attenzione, sensibilità, umanità, coscienza critica. Guai a chi esercita il mestiere con arroganza, a chi si lascia abbagliare dalla funzione esercitata, a chi si pavoneggia con la «nobile» professione conquistata, e poi, magari, la interpreta in modo routinario, sciatto, superficiale (pensando, soprattutto, alla carriera, alle ferie, al rapporto con il capo).

Oggi, sicuramente, nell’ordine giudiziario vi sono molti più «Troisi» di un tempo. Sacche d’ignavia, compromesso, piaggeria, favori chiesti e ricambiati, o, per altro verso, di arroganza e prepotenza, sono comunque perduranti. Sono ancora sul tappeto, in particolare, i temi centrali di una giustizia più «giusta», di un ordine giudiziario che non sia in larga misura espressione di potere, di una magistratura attenta alle garanzie dei cittadini. Ecco perché il Diario di un giudice, nonostante i grandi cambiamenti, mantiene, intatta, la sua efficacia dirompente.

Vale la pena ricordare, a questo punto, che nel 1956 Troisi fu condannato (disciplinarmente) per avere infangato, con il Diario, l’ordine giudiziario; e che nel 1974, a seguito dello scioglimento (nel 1973) della «sezione penale» della quale era diventato presidente («ha dato fastidio – ha commentato Troisi in una conferenza stampa - che questo collegio non si limitasse a sfogliare il codice per comminare condanne e cercasse, invece, di capire perché era stato commesso un reato»), diede le dimissioni lasciando anzitempo la magistratura.


Autore: Dante Troisi
Titolo: Diario di un giudice
Edizioni: Sellerio
Pagine: 263
Prezzo: 13  euro



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L'ex bandito Grazianeddu chiede gli arretrati allo Stato

La Stampa



Graziano Mesina all'uscita dal carcere


NICOLA PINNA
cagliari

Il debito, quello con la giustizia, lui l'ha già saldato. E ora è lo Stato ad averne uno con Graziano Mesina. L'ex primula rossa del Supramonte, il fuorilegge che ha tormentato generazioni di poliziotti e carabinieri, ha deciso addirittura di fare causa al Ministero della Giustizia. Chiede di avere gli stipendi arretrati, perché nei lunghissimi anni passati dietro le sbarre, prima di ottenere la grazia, ha lavorato e non è stato pagato regolarmente. La cifra è ancora da calcolare con precisione ma dalla sua, Grazianeddu da Orgosolo, ha già una sentenza del Tribunale di Cagliari.

Sulla fedina penale di Graziano Mesina le condanne si sono sommate e alla fine l'imprendibile della Barbagia ha trascorso in carcere più di quarant'anni. Nel frattempo ha organizzato ventidue evasioni e in dieci casi il piano gli è riuscito alla perfezione. Il suo nome compare in decine di processi e così l’o'golese si è beccato l’ergastolo per la somma di tre condanne diverse: una a ventiquattro, una a otto e un'altra a sei anni. Nel 2003 ha chiesto la grazia al Presidente della Repubblica e nel 2004 Carlo Azeglio Ciampi e il ministro della giustizia Roberto Castelli gli hanno concesso la libertà. Lasciato il carcere di Voghera, Grazianeddu è tornato in Sardegna e ha iniziato una nuova vita. Ora è una ricercatissima guida turistica: del Supramonte conosce ogni angolo, visto che per molti anni ci ha vissuto nascosto come un fantasma.

L'assegno che l'ex bandito dovrà incassare, di sicuro, non sarà calcolato sulla base della sua permanenza dietro le sbarre. Bensì sugli anni di lavoro svolti effettivamente. Tenendo conto della sentenza scritta dai giudici cagliaritani a ottobre 2010: ogni detenuto che lavora in prigione ha diritto agli aumenti salariali stabiliti nei rinnovi contrattuali. L'amministrazione penitenziaria, così sottolinea la sentenza, deve pagare ai detenuti i due terzi dello stipendio dovuto in base alla mansione.

Il calcolo è affidato a una commissione ministeriale che però non lavora dal 1993. Non è più stata convocata e le mercedi, questo il termine utilizzato per indicare lo stipendio dei detenuti, non vengono adeguate ogni anno agli indici diconsumo e alle modifiche dei contratti collettivi. Esattamente come è scritto nella Costituzione. Anche per questo, dunque, Graziano Mesina è quasi certo di prendersi un’altra rivincita sullo Stato.

Grazianeddu non è stato l’unico a chiedere allo Stato di saldare il debito. Il primo a vincere questa battaglia è stato un altro sardo: Giovanni Carta, condannato nel 1993 a ventisei anni di carcere per aver ucciso la moglie e il figlio. In cella faceva il falegname e dopo diciassette anni di reclusione è tornato in libertà. A quel punto si è rivolto a un legale e ha chiesto i salari arretrati. Il giudice gli ha dato ragione, perché l'assegno che l'amministrazione penitenziaria gli passava ogni mese, tra il 2002 e il 2007, non era adeguato allo stipendio che spetterebbe a ogni falegname. Alla fine la vicenda si è risolta con un accordo e Giovanni Carta ha incassato poco più di dodicimila euro.

In lotta con lo Stato per avere gli stipendi arretrati ci sono anche due criminali di spicco: due nomi eccellenti come quelli dei fratelli Fabio e Roberto Savi, i fondatori della spietatissima «Banda della Uno bianca». Anche loro si sono rivolti agli avvocati Pierandrea Setzu e Renato Chiesa e chiedono un rimborso per le mansioni che gli sono state affidate dentro il carcere.



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Rocco La stangata di Siffredi al prof premier: "Monti è peggio di me. Ha inc... gli italiani"

Libero

Il pornodivo la butta in politica: "Io candidato a Palermo? Me lo chiedono tutti. Il Paese è in mano alla Gestapo"


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Rocco Siffredi, pornodivo più famoso d’Italia, testimonial della patatina, è vero che si candida sindaco a Palermo?
"Me lo stanno chiedono tutti".

E lei?
"Io faccio il mio lavoro. Vedo delle mie colleghe che si sono candidate a Monza e a Lecce e adesso salta fuori anche Rocco Siffredi candidato a Palermo, città stupenda".

Con un programma per l’ambiente: meno preservativi sui prati e chiusura delle case chiuse.
"Scherzano".
 
Su Facebook in centinaia hanno cliccato “Mi piace”. C’è perfino una sua dichiarazione: "Cari cittadini, ho deciso di candidarmi perché credo che siete abbastanza stanchi di questa politica falsa e corrotta.   E’ giunta l’ora di buttarli tutti fuori. Scegliere voi come, io vi metto a disposizione i miei mezzi. Firmato: Rocco". 
"Non so chi l’ha scritto, ma condivido. Siamo in mano alla Gestapo".

Prego?
"Ma sì, guardi. Io non faccio politica perché faccio i miei film, ho il mio lavoro e non mi va di prendere per il culo la gente. Le cose vanno fatte seriamente. In politica poi   si deve scendere a compromessi e non fa per me. Però sono assolutamente d’accordo con il fatto che bisogna buttare via questi governanti".

Monti e la sua squadra?
"Monti ha inculato 58 milioni di italiani, non io. Siamo al colpo di Stato. Lui e gli altri come lui rappresentano il potere puro, la gestapo vera. Fra due anni, dopo tutte le tasse che ci faranno pagare diranno che l’austerity non è servita a niente e ce lo metteranno in quel posto di nuovo".

E se lo dice lei…
"Alla faccia della democrazia. A cosa serve il Parlamento? A che servono i politici di professione, i partiti, se poi arrivano questi tecnici, messi lì grazie al signor Napolitano, che sono espressione dei poteri forti e delle banche, a chiedere i sacrifici agli italiani?".

Dica la verità, ha nostalgia di Silvio.
"Almeno lui era umano".
 
C’era il bunga bunga…
"Ma no, non è questo.  Però Monti con la sua faccia deprimente ci dà una stangata dietro l’altra".

Lo sa che domani a Roma i farmacisti del Sinafo annunciano lo sciopero del viagra contro le liberalizzazioni del governo Monti? Appuntamento vicino all’obelisco.
"Ecco, appunto. Ragazzi, tenete duro il più possibile".

Torniamo alla sua candidatura. Ci sono già i manifesti e lo slogan: Palermo ha bisogno di misure straordinarie.
"Bello. So anche di altri: “Contro il problema del traffico, più carriole”".

E quello sui valori: “In basso, al centro”.
"Io non ho mai votato in vita mia, ma la mia idea di politica è abbastanza socialista nel senso che vorrei che tutti i bambini avessero il pane per mangiare, e che si scegliessero le persone in base al merito. La meritocrazia è fondamentale. Detto così sembra che io sia di sinistra, invece sono piuttosto di destra".

Ma le hanno mai offerto un posto in lista?
"Sì. I Radicali, cinque o sei anni fa. A me Pannella sta troppo simpatico, è uno che se fa lo sciopero lo fa davvero, non come le finte femministe che vanno in piazza con le tette di fuori, o quelli che predicano bene e razzolano male".

Allora per Palermo che fa? Annuncia “Più Notti bianche e meno notti in bianco”?
"Non saprei. Davvero non conosco i problemi di questa città. Vivo a Budapest".

E poi perché Palermo? Lei è nato a Ortona. 
"Però la mia famiglia ha origini siciliane. Devo chiedere bene il nome del paesino dell’entroterra…".


di Brunella Bolloli
29/03/2012