giovedì 29 marzo 2012

Caso Orlandi, il ministro Cancellieri: «De Pedis sepolto col placet del Comune»

Corriere della sera

La titolare del Viminale, risponde a un'interrogazione: «Non ci fu nessun ok di Sanità e Interni». Veltroni insoddisfatto: Italia prema sul Vaticano per la verità



ROMA - La sepoltura del boss della banda della Magliana, Enrico de Pedis detto «Renatino», nella basilica di Sant’Apollinare presenta irregolarità. É emerso nel corso del Question time alla Camera dalla risposta del ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, a un’interrogazione di Walter Veltroni (Pd): «Da verifiche effettuate presso gli uffici dell’amministrazione dell’Interno ha detto Cancellieri - non risulta che sia stato adottato un decreto né che siano mai stati interessati né la prefettura di Roma, né la Direzione generale dei culti, che all'epoca era un'articolazione centrale del Viminale». De Pedis (chiamato in causa qualche anno fa nel sequestro di Emanuela Orlandi dalla sue ex amante Sabrina Minardi, che accusò anche monsignor Marcinkus) fu ucciso vicino Campo de’ Fiori il 2 febbraio 1990. La sua salma finì inizialmente al Verano e qualche settimana dopo, in seguito al “nulla osta” vaticano firmato dall’allora cardinal vicario Ugo Poletti in data 10 marzo 1990, venne trasferita nella cripta di Sant’Apollinare.

TUMULAZIONE PRIVILEGIATA - «La normativa – ha spiegato il ministro, sotto gli occhi del fratello Pietro e delle tre sorella di Emanuela, presenti nelle tribune di Montecitorio - prevedeva che la tumulazione “privilegiata” dei cadaveri in luoghi diversi dal cimitero fosse assoggettata a un decreto del ministro della Sanità di concerto con il ministro dell'Interno, sentito il Consiglio di Stato e previo parere del Consiglio superiore di Sanità. L’esito infruttuoso delle ricerche - ha aggiunto - va anche verosimilmente correlato a un ulteriore elemento legato alla tumulazione in luoghi collocati all’interno della Città del Vaticano». Ovvero al fatto che «la basilica di Sant’Apollinare, dove è avvenuta la tumulazione di De Pedis, è appunto ubicata nel territorio vaticano». Inoltre, ha concluso Cancellieri, «sarebbero state rilasciate a suo tempo dal Comune di Roma le autorizzazioni prescritte per la traslazione della salma». All'epoca, l'amministrazione capitolina era guidata dal sindaco Franco Carraro.

VELTRONI «INSODDISFATTO» - Oltre alla Santa Sede, dunque, solo il Campidoglio avrebbe avuto un ruolo nella «indegna sepoltura» di «Renatino». Walter Veltroni si è detto non soddisfatto della risposta del ministro: « Le chiedo di approfondire la vicenda - ha dichiarato - perché a noi non risulta così chiaro che Sant’Apollinare sia territorio del Vaticano. In ogni caso, è eticamente inaccettabile che il capo della banda della Magliana sia sepolto in una delle chiese più importanti di Roma. É impensabile che uno Stato straniero, ad esempio l’Inghilterra, venga in Italia a prendersi una salma senza chiedere nessuna autorizzazione. Lo Stato vada fino in fondo e prema sul Vaticano: è il momento di conoscere la verità». L’analisi degli allegati al trattato tra Santa Sede e Italia dell’11 febbraio 1929 sembra non lasciare spazio a dubbi: Sant’Apollinare non rientra tra gli «immobili con privilegio di extraterritorialità» elencati dell’allegato II, mentre figura nell’allegato III, tavola 7, alla voce «Palazzi di S. Apollinare», nella lista di «immobili esenti da espropriazioni e tributi».

L’AGENTE «INFILTRATO» - Veltroni ha chiesto ulteriori verifiche anche in relazione al secondo episodio citato nell'interrogazione di cui è primo firmatario: la presenza di un agente della gendarmeria vaticana alla manifestazione convocata lo scorso 21 gennaio da Pietro Orlandi, il fratello della ragazzina scomparsa nell’83, proprio davanti alla basilica di Sant’Apollinare. «Dall’informativa delle autorità di pubblica sicurezza non emergono fatti che abbiano inciso sulla tenuta dell’ordine pubblico», ha premesso il ministro Cancellieri, che ha aggiunto: «Sono in corso indagini, da parte della squadra mobile di Roma, per identificare il presunto agente della sicurezza del Vaticano, che avrebbe scattato alcune fotografie durante l’evento».



Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it
28 marzo 2012 | 18:39


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Ruotolo e le vacanze con Ciancimino jr

di Diana Alfieri - 29 marzo 2012, 08:00

Gli strani rapporti fra giornalisti e pregiudicati. L’ultima sparata del figlio dell’ex sindaco di Palermo: "Un’estate siamo stati insieme a Panarea". Sarà vero?


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Tempi durissimi per i mafiologi di professione terrorizzati dal deposito delle centinaia di telefonate con Ciancimino jr da parte della procura di Caltanissetta che nel chiudere le indagini sulla strage di via D’Amelio ha rimarcato le frequentazioni di giornalisti di grido col figlio del sindaco mafioso di Palermo, che al telefono si divertiva a manovrarli con scoop e bufale.

Tempi duri, dicevamo, perché il supertestimone del pm Antonio Ingroia «ridimensionato» dai pm nisseni, non perde occasione per tirare in ballo quei cronisti che volentieri, di questi tempi, eviterebbero pubblicità da parte sua.

Alla trasmissione di Radio 24, la Zanzara, il gran conoscitore di verità nascoste, poi arrestato per aver taroccato uno scritto sullo 007 Gianni De Gennaro, se ne è uscito così. «Forse mi sono esposto troppo dal punto di vista mediatico, come Ingroia. Ho cavalcato troppo il personaggio, illudendomi che la presenza tv poteva darmi qualche credito. Questo ha avuto delle ripercussioni negative.

È stato un errore, ho fatto un passo indietro». In questo delirio massmediatico, a forza di frequentare cronisti che per una sua rivelazione avrebbero fatto (e facevano) follie, ha trovato anche il tempo di una vacanza in compagnia di un giornalista coi baffi, storico collaboratore di Santoro: «Sì, ho fatto una vacanza con Sandro Ruotolo di Annozero. Un anno siamo stati insieme a Panarea. Sapevamo che andavamo entrambi lì, e abbiamo scelto di stare insieme. Con Ruotolo abbiamo le stesse passioni, la pesca, i gommoni e i labrador. Che male c’è?».

Già, che male c’è visto che lo stesso Ruotolo, ai bei tempi, ebbe a definire così Massimuccio nostro: «Io Massimo Ciancimino ormai lo conosco abbastanza bene. Ci sono entrato in contatto all’indomani della sua prima intervista, l’ho visto parecchie volte, l’ho intervistato, è già venuto due volte ad Annozero. Sono convinto di quello che dico. Le sue dichiarazioni si accompagnano alle famose pezze d’appoggio.
E, fino a prova contraria, le carte che ha consegnato ai pm cantano assai». Sulle pezze d’appoggio stendiamo un velo pietoso, quanto alla prova contraria s’è materializzata a Caltanissetta con paginate intere dei pm a sputtanare il ragazzo.

Eravamo rimasti a Sandro Ruotolo che sfrecciava in mezzo al mare, col suo potente gommone, in compagnia del pm Henry John Woodcock e della giornalista Federica Sciarelli. Ma oltre alle vacanze Ciancimino dice altro alla radio. «Fino a poco tempo fa sostenevo che mio padre era stato il sindaco peggiore della città. Vedo che invece la partita è ancora aperta, soprattutto dopo questo spettacolo delle primarie. Sto rivalutando mio padre - insiste Ciancimino jr - basta guardare queste primarie dove il Pd è imploso da solo, ha tendenze islamiche. Io volevo votare per la Borsellino, poi ho deciso di non votare per evitare speculazioni. Pensavo che la città avesse bisogno di una come la Borsellino per un riscatto morale.

Adesso c’è Orlando, scelgo lui, non ho difficoltà a dirlo. Rispetto agli altri ha una storia e un passato». E il gran finale: «Criminale io? Sono stato condannato a più di due anni per riciclaggio del denaro di mio padre. Se per questo Gasparri mi chiama criminale allora lui al Senato è circondato da criminali, siede accanto a pregiudicati, guardi a casa sua. L’elenco di pregiudicati in Parlamento è lungo. Meglio un giorno, anzi un’ora, da Ciancimino che cento da Gasparri».

Senza parole.

Dell'Utri si aggiudica i volantini Br Offerta telefonica di 17 mila euro

Corriere della sera

La Biblioteca di via Senato: «Abbiamo l'archivio più importante d'Italia sul Sessantotto e anni seguenti»


MILANO - Il lotto dei 17 volantini delle Br battuto all'asta da Bolaffi - tra i quali quello che annuncia la fine del «processo» e la condanna a morte di Aldo Moro - è stato aggiudicato a 17 mila euro dalla Biblioteca di via Senato di proprietà di Marcello Dell'Utri. La biblioteca si è aggiudicata il lotto rilanciando via telefono e ha motivato la scelta dicendo di avere l'archivio più importante d'Italia sul Sessantotto e gli anni seguenti. L'amministratore della casa d'aste Bolaffi, Maurizio Piumatti, prima dell'inizio dell'asta ha spiegato che il 30% dei proventi relativi all'intermediazione per la messa all'incanto del lotto saranno devoluti a sostegno delle iniziative benefiche di «Specchio dei tempi» del quotidiano La Stampa. Piumatti ha quindi spiegato di aver manifestato direttamente al presidente dell'associazione italiana Vittime del terrorismo, Giovanni Berardi, «la disponibilità a contribuire con 2 mila euro all'acquisto dei volantini in base alla somma che l'associazione avrebbe stanziato per l'eventuale acquisizione del lotto».



LA PROTESTA - Alcuni rappresentanti del sindacato di Polizia Coisp si sono radunati per protesta davanti alla casa d'aste Bolaffi durante l'asta. I manifestanti hanno srotolato uno striscione con la scritta «Gli errori si pagano una vita, per taluni di essi una vita non dovrebbe nemmeno bastare». Accanto alla scritta ci sono le fotografie di Aldo Moro e degli agenti della scorta uccisi durante il rapimento. C'è anche la fotografia degli scontri a Milano in via De Amicis, con un giovane che con la P38 in mano sta sparando e la scritta «Il dirigente», in riferimento a Maurizio Azzollini, il capo di gabinetto del vice sindaco di Milano che, appunto, è ritratto nella fotografia.
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LE VITTIME DEL TERRORISMO - «Dovevano andare a una istituzione pubblica, non a un privato: questa è una vergogna per il nostro Paese», commenta il presidente di Asevit, Associazione delle vittime del terrorismo, Giovanni Berardi, figlio del maresciallo Rosario Berardi, assassinato dalle Brigate Rosse il 10 marzo 1978. E su Dell'Utri, promette: «Lo contatterò sicuramente per chiedergli una donazione a una degna istituzione pubblica, perché quei manifesti siano usufruibili da tutti, soprattutto dai giovani». Berardi ha raccontato che i volantini sono stati trovati da un anonimo frequentatore di una Casa del Popolo del torinese in disuso: l'ignoto se n'è appropriato, notandoli nella carta mandata al macero.

 IL TENTATIVO - «E' stato un triste mercanteggiare su quelle che per noi sono reliquie, per il loro valore storico e istruttivo», commenta Berardi, che si era offerto di acquistare il lotto per conto dell'associazione ma ha dovuto rinunciare quando la cifra ha cominciato a salire: disponeva al massimo di 2500 euro più i 2 mila offerti dalla casa d'aste. «Sono fiero di aver fatto il tentativo, oggi, adesso spero di incontrare Dell'Utri e spero che possa dare questi documenti ad una istituzione pubblica - ha spiegato -. Non pensavo che finisse così».
Marcello dell'Utri

Redazione Milano online29 marzo 2012 | 13:21

La confessione del killer camorrista: «Bello uccidere: una sensazione di onnipotenza»

Corriere della sera

Oreste Spagnuolo ha deciso di collaborare con la giustizia e racconta il suo rapporto con i Casalesi. «Zagaria ci dava 50mila euro al mese perché non facessimo rumore»


NAPOLI - Glielo sentiamo dire che gli piaceva uccidere. E fa un certo effetto. Non si giustifica Oreste Spagnuolo, non cerca attenuanti e vuole spiegare com'è andata veramente quella stagione di terrore che ha attraversato il casertano quando lui, il boss finto cieco Giuseppe Setola, Giovanni Letizia e Alessandro Cirillo, decisero che volevano prendersi tutto e chiunque provasse ad ostacolarli finiva in una pozza di sangue, come quella lasciata dai cadaveri di sette immigrati ghanesi della famosa strage di Castelvolturno.







LA CONFESSIONE - Spagnuolo, che ha deciso di collaborare con la giustizia, ha voluto di confessarsi in un libro scritto da Daniela De Crescenzo, «Confessioni di un Killer», edito da l'Ancora del Mediterraneo, raccontando in maniera cruda e spietata la normalità e la banalità del male. Nel video che pubblichiamo riusciamo a sentire la sua testimonianza dalla sua vera voce. Tra i passaggi più interessanti c'è la rivelazione di una estorsione compiuta dal suo gruppo al superboss Michele Zagaria. Spagnuolo spiega che Zagaria li pagava 50 mila euro al mese perché non facessero rumore e che la sua latitanza aveva aspetti che non erano connessi solo allo spessore criminale del personaggio: «Dietro di lui ci sono pezzi grossi – dice Spagnuolo - i servizi segreti, altrimenti non si spiega come sia possibile che conoscesse alla perfezione orari e spostamenti delle forze dell'ordine e che quindi riuscisse a muoversi indisturbato». Su questi aspetti e sugli appalti legati alla realizzazione del porto di Villaggio Coppola, sul litorale casertano, ora indaga la Direzione distrettuale antimafia, grazie anche al contributo dell'ex killer.

LA CONDANNA - Oreste Spagnuolo, al momento si trova agli arresti domiciliari in una località protetta. E' imputato in decine di processi e già condannato (non in via definitiva) a 16 anni per la strage di Castelvolturno (appello); 6 anni in un processo che coinvolgeva trenta fiancheggiatori del clan Bidognetti (I grado); 5 anni e sei mesi in via definitiva per reati minori. Complessivamente lo attendono - per tutti gli altri omicidi di cui si è macchiato e per cui è già stato giudicato - trent'anni di carcere.

Amalia De Simone
29 marzo 2012 | 11:45

Germania, insulti a giocatore ebreo La Federcalcio (Dfb) andrà ad Auschwitz

Il Messaggero

BERLINO - Una delegazione della Federcalcio tedesca (Dfb) visiterà Auschwitz. L'epilogo del caso esploso con gli insulti antisemiti al calciatore israeliano Itay Schechter, attaccante del Bayer Leverkusen, è in un annuncio del presidente della Dfb, Wolfgang Niersbach.



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La decisione arriva dopo una proposta del presidente del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania Dieter Graumann, che ha chiesto un gesto simbolico della Nazionale tedesca, dopo l'aggressione razzista subita da Schechter alla fine di una partita a Magonza: una visita al lager di Auschwitz che oggi si trova in Polonia - dove furono sterminate oltre un milione di persone, perlopiù ebrei - durante gli Europei 2012.

I dettagli della visita saranno resi noti nei prossimi giorni, ma a quanto pare il viaggio avverrà prima del torneo, in programma in Polonia e Ucraina fra l'8 giugno e l'1 luglio. «Siamo tutti d'accordo sul fatto che questa visita non debba diventare uno spettacolo - ha detto Niersbach -.Io stesso sono già stato ad Auschwitz e so per mia esperienza personale quanto sia importante la memoria dell'Olocausto». «Mi ha personalmente colpito molto come Shechter abbia tenuto fronte alla situazione in modo sobrio. E come i tifosi abbiano dimostrato sostegno nei suoi riguardi», ha detto fra l'altro Niersbach, tornando sull'episodio che ha scatenato le polemiche. «Una chiara reazione dela Dfb era importante, ma naturalmente da sola non sarà sufficiente. La battaglia contro l'antisemitismo deve essere un impegno della società duraturo nel tempo, e questo riguarda anche noi nel calcio», ha concluso.


Martedì 27 Marzo 2012 - 20:53    Ultimo aggiornamento: Giovedì 29 Marzo - 08:54

I romeni vanno in giro come gangster anni Trenta? Ma Al Capone veniva dall’Italia…

Corriere della sera

di Mihai Mircea Butcovan

Il lettore Filippo Prada in un commento ha  posto a Mihai Mircea Butcovan questa domanda: (…): perché la maggioranza dei rumeni che vedo a Milano, a livello di “comunicazione fisica” con l’esterno, secondo me molto importante nel processo di integrazione (…), hanno, quando li incontri nei bar, nei locali, sul marciapide, quell’atteggiamento da gangster della Chicago anni 30 di Al Capone, tutti tesi e preoccupati di apparire duri e cattivi, con le loro macchine ribassate con ruote larghe, minigonne e vetri neri (a proposito, perche il 99% delle macchine rumene a Milano ha i vetri oscurati?).  C’entra qualcosa la cultura slava (ma i rumeni non mi pare siano slavi, vedi la lingua…)? O c’entra la dittatura comunista? So che puo’ sembrare una domanda assurda, ma per me non lo e’ affatto. Grazie



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La risposta di Mihai:

Gentile “neo” lettore di questo “bellissimo blog”, grazie per il Suo commento e per le osservazioni condivise. Abbiamo bisogno di lettori attenti che vigilino sul rischio di autoreferenzialità. “Chi non riceve critiche invecchia male” scrivevano i ragazzi della scuola di Barbiana nella loro “Lettera a una professoressa”. Faremo tesoro dei Suoi consigli, gentile amico.

Sono d’accordo con Lei sulla messa al bando di parole come “tolleranza”. Dal giornalista Lorenzo Guadagnucci ci arrivano altri suggerimenti sulle “Parole sporche” (per citare il titolo di un suo libro, ancora poco recepito dagli stessi suoi colleghi, operatori dell’informazione).
Lei, caro lettore, crede di «conoscere il motivo per cui “generalmente” […] gli italiani sono così vergognosamente individualisti, con uno scarsissimo senso civico e con così poca propensione al rispetto delle regole comuni, oltre alla naturale inclinazione a “fregare” chicchessia». Ora non può lasciarmi così, senza un approfondimento della questione che sarebbe il punto di partenza per eccellenza verso l’obiettivo di apportare migliorie al Belpaese.
Alla domanda sul mio “popolo d’origine” veniva di pancia la risposta “ma Lei che bar frequenta?”.
Però, Lei mi insegna, non possiamo permetterci di essere superficiali su questioni che riguardano la conoscenza dell’animo umano. I romeni con macchine dai vetri oscurati ricordano i gangster chicagoans degli anni 30?
Al Capone, quello che oggi definirebbero “di seconda generazione”, ha in comune con i romeni che Lei descrive proprio l’Italia. Ma se costui ha fatto scuola anche nei paesi dell’Est europeo, via Chicago, non è colpa di tutti gli italiani.
I vetri oscurati possono, come i SUV, rappresentare per qualcuno uno status symbol. Forse è proprio questo il punto: nella società consumistica si bada molto alla “comunicazione fisica con l’esterno” tralasciando troppo spesso un ulteriore approfondimento.
Così ci siamo abituati a giudicare il monaco dall’abito, e il monaco ora bada troppo all’abito, al cappuccio e alla tonsura.
Che la maggioranza dei romeni milanesi sia così come la descrive? Che la maggioranza delle macchine coi vetri oscurati siano di romeni o di gente venuta dall’Est? Ho qualche dubbio e a me poco importa a quale popolo appartiene chi si presenta nel modo che lei descrive. La dittatura del comunismo, come il consumismo, ha prodotto dei megalomani.
Battiato ci ammoniva in una sua canzone: “L’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”. Ma non specificava, appunto, il popolo.
Nella foto, “Al Capone” nell’interpretazione dell’attore Rod Steiger (1959)

Vidi i killer di Pasolini, tre o quattro»

Corriere della sera


Dopo 37 anni spunta un testimone oculare del delitto: è un professore di matematica a New York. Allora era profugo ad Ostia: «Dalla finestra della mia casa sentii un rumore...»



ROMA - «Erano in tre o quattro, sui trent'anni... Per terra c'era un uomo steso. Era Pasolini». Ogni tanto quella scena di una notte fosca e terribile gli torna in mente. Misha Bessendorf non vive più da tempo ad Ostia dove era approdato a metà degli anni '70 come ebreo profugo russo. Allora, nel 1975 aveva 25 anni, oggi 62. Insegna matematica a New York dove si è laureato poco dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti, nel 1980 alla Brown University.



Pier Paolo Pasolini
Ha una figlia al college, una piccola attività commerciale a Battery Park, la casa a Manhattan. E ha visto una scena di morte di cui ogni tanto parla ai suoi amici. Un testimone oculare del delitto Pasolini. Il primo. Sono passati 37 anni e da New York ecco la viva voce di un uomo che quella notte del 2 novembre del 1975 era all'Idroscalo di Ostia, alla finestra di una di quelle case che costeggiano la «no man's land» in cui è stato ucciso Pasolini. Misha era nella casa in cui era acquartierato con altri ebrei fuoriusciti sovietici, tutti di Odessa. Misha racconta oggi ciò che ha visto allora, è la prima volta che lo fa anche se ricorda di aver riferito ciò che aveva visto a un carabiniere, ma senza che nessuno poi lo richiamasse più. Che cosa c'è di importante in queste dichiarazioni da testimone oculare? Sicuramente il numero delle persone presenti intorno a un corpo «disteso», quello di Pasolini. Misha dice che «erano tre o quattro, sui trent'anni».


«Sono passati 37 anni da quell'omicidio - così inizia il racconto di Misha Bessendorf -. Cerco di ricordare i dettagli di quella orribile notte e ho capito che il mio ricordo è un po' sfuocato. Da Roma mi ero trasferito a vivere ad Ostia. C'erano molti russi di Odessa, sul litorale e ad Ostia. La cittadina ricordava a loro Odessa e gli affitti erano molto più bassi che a Roma. Quanto a Pasolini in quel momento non avevo idea di chi fosse...».

E prosegue: «Avevo affittato una stanza al secondo piano. Potevo usare il bagno ma non la doccia. Ora come ora non ricordo bene però la casa o la strada in cui vivevo...». E quella notte? «La finestra nella mia stanza era parzialmente aperta. Ho sentito un rumore forte e allora ho guardato fuori. Ho visto parecchie persone, credo tre o quattro, sui trent'anni, vicino a una piccola macchina. Un uomo era steso per terra. Allora sono corso giù per le scale e nel giro di pochi minuti il posto era pieno di gente e di carabinieri. Uno dei carabinieri mi ha preso il nome e ha trascritto quanto avevo visto. E poi? Non sono stato più sentito da quel carabiniere una seconda volta».

Misha ha messo nero su bianco, con una mail, questa prima parte del suo racconto. Ne è nato uno scambio per approfondire alcuni punti della sua testimonianza. «Sì, l'uomo che era steso per terra era Pasolini - ha precisato Misha -. Gli uomini intorno a lui erano sui trent'anni. Io all'epoca ne avevo 25. A quanta distanza mi trovavo da loro? Circa cento metri. E l'auto? Era una macchinetta di nessun conto (rinky-dinky dice, cioè brutta o strana), quella robetta che si guidava allora in Italia. Era notte fonda, ma a questo punto non ricordo di più. Sapete che cosa ho pensato? Lì per lì ho pensato che c'erano un sacco di falsi incidenti per prendere soldi alle assicurazioni e che quella poteva essere una di quelle strane scene...". Misha Bessendorf termina qui la sua testimonianza. La sua voce è la prima di un testimone che asserisce di aver visto la scena del delitto Pasolini.


Paolo Brogi
29 marzo 2012 | 13:42



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In Francia i funerali di Merah dopo il no di Algeri

Corriere della sera


Il killer di Tolosa sarà inumato nella sua città. Il padre denuncia le teste di cuoio: «L'hanno assassinato». Spunta un secondo complice



MILANO - I funerali di Mohamed Merah, il 23enne di origine algerina e sedicente qaedista che ha ucciso a sangue freddo sette persone a Tolosa e Montauban, si svolgeranno in Francia intorno alle 17, nei pressi di Tolosa, dopo il rifiuto di Algeri di accogliere la salma «per ragioni di sicurezza». Lo hanno riferito i media algerini e lo ha confermato il l'imam della Grane moschea di Parigi, Abdallah Zekri. Il padre di Merah aveva chiesto che Mohammed potesse essere sepolto nella sua città natale di Essouagui, vicino a Medea, 80 chilometri a sud di Algeri.

Ma il governo di Algeri ha negato il permesso dopo che le autorità del villaggio si erano opposte ala richiesta dei familiari per motivi di ordine pubblico. «Sono stato incaricato dalla famiglia di organizzare i funerali in Francia, in accordo con le autorità, poiché l'Algeria ha rifiutato di accogliere il corpo di Mohamed Merah facendo riferimento a motivi di sicurezza», ha dichiarato Abdallah Zekri. Il responsabile religioso si trova a Tolosa, nel sud-ovest della Francia, dove il killer ha ucciso un militare e poi tre bambini e un professore di una scuola ebraica. Ed è a Tolosa, la città in cui Merah viveva, che il corpo dovrebbe essere inumato. «Penso che sarà a Tolosa, nel settore musulmano del cimitero di Cornebarrieu», ha indicato ancora Zekri.

IL NO DI ALGERI - Il corpo di Merah sarebbe dovuto partire per Algeri con un volo di linea Air Algerie delle 13:15 ed essere sepolto a Bezzaz, un paese a diverse decine di chilometri da Algeri, di cui è originario il padre di Merah. Subito dopo l'uccisione da parte delle teste di cuoio francesi del killer di Tolosa il 22 marzo scorso, il padre e lo zio di Merah avevano avviato le procedure per la sua sepoltura in Algeria. La richiesta in piena campagna elettorale per le legislative algerine di maggio ha scatenato un vivace dibattito.

DENUNCIA - Intanto, il padre di Merah ha denunciato le forze speciali della polizia francese per l'omicidio del figlio e si è rivolto a uno studio legale algerino per perseguire davanti a un tribunale francese l'unità speciale della polizia, il Raid. «Merah ritiene che suo figlio sia stato assassinato», ha spiegato l'avvocatessa Zahia Mokhtari. La legale è molto nota in Algeria soprattutto per essere riuscita a vincere nel 2005 un processo in Germania per l'appartenenza di un uomo ad al-Qeada, che è stato poi liberato ed è tornato in Algeria.

COMPLICE - Proseguono le indagini su eventuali complicità nella strage. Il fratello di Mohammed Merah ha parlato di un secondo complice, che avrebbe aiutato il killer, secondo quanto riferisce il quotidiano Le Parisien. Quest'uomo avrebbe accompagnato in macchina i due fratelli Merah lo scorso 6 marzo, quando hanno rubato lo scooter T-Max utilizzato dal killer per uccidere sette persone, fra cui tre bambini. Abdelkader Merah, che è stato arrestato la settimana scorsa mentre la polizia dava inizio all'operazione, non ha però fornito nessun elemento per indentificare o localizzare il complice.


Redazione online29 marzo 2012 | 12:50



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Fermato tre volte in tre giorni Re del furto processato e poi liberato

Il Giorno


Satari Z., 30enne tunisino irregolare e con precedenti, processato al mattino per un furto in Barona è tornato al "lavoro" nel pomeriggio in via Palestro. E il giorno prima era stato preso in Stazione dalla Polfer



Milano, 29 marzo 2012



Arrestato due volte in meno di due giorni. E poi controllato e processato. Ma è sempre tornato libero ed ha continuato a fare ciò che sapeva fare: rubare. L’irriducibile del furto, Abd Satari Z., 30enne tunisino irregolare e con precedenti, è un caso esemplare di come funziona il nostro ordinamento giudiziario, perchè ogni passaggio compiuto da giudici e poliziotti è stato compiuto nel pieno rispetto delle leggi vigenti. Il maghrebino è finito di nuovo in manette l’altro ieri alle 19.15, dopo aver tentato l’ennesimo scippo a una 36enne italiana seduta su una panchina del parco di via Palestro. La donna stava discutendo con un collega quando ha notato il gesto repentino del ladruncolo, ha tentato di reagire ma il 30enne è scappato a piedi verso corso Venezia in compagnia di un complice palestinese di 37 anni. Gli agenti di una Volante di passaggio per un normale giro di perlustrazione li hanno raggiunti e bloccati.

L’uomo era appena tornato in libertà, dopo essersi presentato - la mattina - al processo per direttissima per un altro furto, consumato nella notte tra domenica e lunedì scorso, a bordo di una Chrysler Voyager e una Fiat Punto parcheggiate in via De Pretis, quartiere Barona. Un’altra Volante aveva notato i movimenti sospetti di quel «topo d’auto» e dopo un breve inseguimento lo aveva catturato. In tasca aveva due cellulari, orologi e anelli. Ma non è finita, perchè il tunisino, già noto alle forze dell’ordine come abile borseggiatore, era stato intercettato la mattina precedente al primo arresto (cioè domenica mattina) in Stazione Centrale.

Gli agenti della Polfer in realtà conoscevano il tunisino come un ladruncolo specializzato nel furto di valigie dei passeggeri o dei portafogli degli stessi passeggeri in fila per i biglietti nel salone centrale. Ma in quella occasione era stato controllato in quanto clandestino e quindi indagato per reati in materia di immigrazione.



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Benedetto XVI incontra Fidel : «Cosa fa un Papa?» «E' al servizio della chiesa universale»

Corriere della sera

All'Avana, il colloquio tra il Pontefice e il lider maximo, tra scambi di battute sull'età e riflessioni sul ruolo della Chiesa


MILANO - «Cosa fa un Papa?». «È al servizio della chiesa universale». Sono la domanda e la risposta che Fidel Castro e Benedetto XVI si sono scambiati nel loro incontro presso la nunziatura dell'Avana. Un colloquio di trenta minuti che si è svolto nella Nunziatura apostolica dell'Avana, prima della partenza del Papa alla volta di Roma. E che il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi ha definito «cordiale, vivace, animato, intenso» .

Trenta minuti di faccia a faccia Trenta minuti di faccia a faccia Trenta minuti di faccia a faccia Trenta minuti di faccia a faccia Trenta minuti di faccia a faccia Trenta minuti di faccia a faccia

BATTUTE SULL'ETA' - Non è mancato infatti uno scambio di battute sull'età visto che i due sono quasi coetanei: «Sono anziano - ha detto Ratzinger - ma posso ancora fare il mio dovere». Durante il colloquio, tenutosi dopo la messa in Plaza de la Revolucion, erano presente la moglie di Castro, signora Dalia e soltanto verso la fine sono stati presentati al Papa i due figli di Fidel. Un vero faccia a faccia, dunque. La prima domanda ha riguardato i cambiamenti nella liturgia della Chiesa, che Castro ha trovato molto cambiata rispetto a quando era giovane. Poi Castro si è informato sulle difficoltà dei tempi attuali per l'umanità, sulle problematiche culturali, religiose e scientifiche. Il Pontefice ha risposto parlando del tema dell'assenza di Dio e dell'importanza fondamentale del rapporto tra fede e ragione. Al termine dell'incontro, Fidel ha chiesto al Papa di inviargli dei libri per approfondire meglio le tematiche affrontate nell'incontro. E la risposta è stata: «Devo pensare a quali titoli inviarle».

CORDIALITA' - Da parte sua Fidel Castro ha voluto ringraziare Benedetto XVI per due beatificazioni: quella di Madre Teresa, benefattrice di Cuba, per la quale egli aveva venerazione e gratitudine, e quella di Giovanni Paolo II. Lo ha reso noto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, precisando che «il Comandante è arrivato alle 12,20 alla nunziatura, accolto dal cardinale Tarcisio Bertone che già lo conosceva» e al quale «ha confidato spontaneamente che aveva avuto grande desiderio di vedere sugli altari Papa Wojtyla e la piccola suora indiana». E ancora: «Il Papa si è detto felice di essere a Cuba e della cordialità con la quale è stato accolto. Fidel ha raccontato di aver seguito tutto il viaggio con la tv».

La messa del Papa in Plaza de la Revolucion La messa del Papa in Plaza de la Revolucion La messa del Papa in Plaza de la Revolucion La messa del Papa in Plaza de la Revolucion La messa del Papa in Plaza de la Revolucion La messa del Papa in Plaza de la Revolucion

LA CONVERSIONE - E sulle voci che si sono rincorse nelle ultime settimana circa l'ipotesi di una conversione di Fidel Castro in occasione del viaggio del Papa a Cuba, il Vaticano ha minimizzato. Fidel Castro «è cristiano in quanto battezzato, ma sulla sua fede personale e pubblica non ho nulla da dire», ha detto il portavoce Federico Lombardi rispondendo a una domanda dei giornalisti. Ma «c'è differenza - ha aggiunto - tra essere battezzati ed essere membri di una comunità partecipando alla sua vita». Fidel Castro da tempo non si mostra in pubblico. E periodicamente è stato definito «in odore di conversione», soprattutto dopo il 2006, anno in cui è stato sostituito negli incarichi di governo dal fratello Raul, dopo aver subito un'intervento all'intestino.

SUI DISSIDENTI - Durante il briefing con la stampa, padre Federico Lombardi è intervenuto anche sulla delicata questione dei dissidenti e dei diritti umani a Cuba: «È vero che il Papa ha incontrato Fidel Castro e non i dissidenti, ma le loro attese erano ben presenti nei discorsi che ha pronunciato e nei colloqui con le autorità cubane», ha detto. «Benedetto XVI - ha ricordato inoltre il portavoce del Vaticano - ha parlato dei detenuti e delle persone che sono lontane da Cuba o in situazioni difficili». D'altro canto, proprio in questi giorni Amnesty International ha denunciato l'aumento della persecuzione ai danni degli attivisti per i diritti umani di Cuba, cui le autorità hanno tentato di impedire di prendere la parola in occasione della visita. L'organizzazione per i diritti umani ha registrato un incremento degli arresti, oltre 150, così come la disattivazione delle linee telefoniche degli attivisti, alcuni dei quali si sono visti anche circondare le abitazioni dalle forze di sicurezza per non farli muovere.


DOPO GIOVANNI PAOLO II - Il faccia a faccia tra Benedetto XVI e Fidel Castro arriva durante la visita di tre giorni del Pontefice a Cuba, seconda tappa del viaggio apostolico dopo il Messico, nella quale il Santo Padre ha chiesto maggiori libertà e un ruolo più importante per la chiesa cattolica nella società cubana. Il lider maximo aveva già incontrato Giovanni Paolo II (prima in Vaticano nel 1996 e due anni più tardi a Cuba) col quale era entrato in sintonia. L'annuncio della disponibilità a un incontro con Benedetto XVI (che non era stato inserito nel programma ufficiale) è stato dato dall'ex presidente di Cuba sul sito governativo Cubadebate. Il rivoluzionario Fidel, che ha 85 anni, la stessa età che Papa Ratzinger compirà il 16 aprile, è stato educato alla scuola dei gesuiti. Ma non solo. La devozione della madre e della sorella minore alla Vergine della Carità del Cobre, ha lasciato nel lider maximo un sentimento religioso, testimoniato anche da due famosi teologi della liberazione brasiliana, Frei Betto e Leonardo Boff, che in passato avevano viaggiato più di una volta fino a Cuba per discutere di teologia con lui.

Redazione Online28 marzo 2012 (modifica il 29 marzo 2012)


Il Papa nel Palacio de la Revoluciòn. E prima della partenza l'incontro con Fidel


Corriere della sera

Martedì la visita «privata» a Raul Castro e ai familiari

Dal nostro inviato  GIAN GUIDO VECCHI

L’AVANA – Hanno più o meno la stessa età: uno ha compiuto 85 anni lo scorso agosto, l’altro li farà il mese prossimo. Anche se Fidel Castro, per la malattia degli ultimi anni, non sembra abbia appena otto mesi più di Benedetto XVI. E’ l’incontro più atteso del viaggio ed è anche l’unico che non fosse inserito nel programma ufficiale. Si pensava che sarebbe avvenuto martedì al “Palacio de la Revoluciòn” con la “visita privata” al presidente Raul Castro e ai suoi “familiari”. Invece proprio nel corso di questa visita trapela la notizia che l'incontro con il lider maximo ci sarà, ma avverrà mercoledì, ultimo atto prima della partenza del Papa da Cuba.





EMBARGO - Diversi, ma con tante cose di cui parlare: dall’embargo americano contro Cuba, da sempre criticato dalla Santa Sede (“ci va di mezzo la popolazione”) al “domani” dell’isola. Benedetto XVI in questi giorni ha parlato di “riconciliazione”, ha spiegato che la Chiesa intende sostenere una transizione “senza traumi” alla democrazia. “Oggi è evidente che l’ideologia marxista com’era concepita non risponde più alla realtà, così non si può più rispondere e costruire una società, devono essere trovati nuovi modelli, con pazienza, in modo costruttivo”, ha detto il pontefice alla partenza: ci vuole “collaborazione e dialogo costruttivo”.

DISSIDENTI - Strategia diplomatica sì, ma Benedetto XVI non dimentica prigionieri, dissidenti ed esuli. Prima di raggiungere l’Avana, nel santuario di Santiago, il Papa ha ricordato ancora “coloro che soffrono, che sono privi di libertà, lontani dalle persone care o vivono gravi momenti di difficoltà”. Parla di “Patria”, il pontefice, e si rivolge “a tutti i cubani, dovunque siano”. Ricorda anche “i discendenti di chi giunse qui dall’Africa” e i “molti contadini che desiderano vivere intensamente il Vangelo”. Mentre sul lider maximo scende il crepuscolo, si tratta di sostenere il passaggio a un sistema democratico, o almeno più aperto. Per Benedetto XVI restano valide le parole del predecessore Wojtyla: “Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba”. Senza traumi. Lo stesso cardinale dell’Avana, Jaime Ortega, ha invocato ieri “riconciliazione e perdono”.

27 marzo 2012 (modifica il 28 marzo 2012)


Il segretario di Giovanni XXIII: «La scomunica al Líder Máximo? Non c'è mai stata»


Corriere della sera

La rivelazione di Monsignor Capovilla: «Non capisco perché continuino a tirarla fuori»


Papa Giovanni XXIIIPapa Giovanni XXIII

L'AVANA - Il 3 gennaio 1962, mercoledì, Giovanni XXIII annota: «Poche udienze: ma abbastanza diffuse...», e via elencando i nomi. Considerata l'acribia del Pontefice nello scrivere i suoi diari, una giornata tranquilla. Eppure sarebbe quello, il momento fatale. Il giorno della «storica» scomunica a Fidel Castro. Invece niente, inutile spulciare il settimo volume dell'edizione critica dell'Istituto per le scienze religiose di Bologna, nessun accenno: né quel giorno, né prima, né dopo. Perché? Per la più semplice delle ragioni: la famosa scomunica al Líder Máximo che rimbalza da anni nei media di tutto il mondo, più che mai citata in vista dell'arrivo di Benedetto XVI a Cuba, non c'è mai stata.

Quando Ratzinger vedrà Fidel all'Avana - nel programma ufficiale non è previsto ma i due si incontreranno oggi - non ci sarà nessuna «pena medicinale» da togliere all'anziano ex allievo del prestigioso collegio di Belèn della Compagnia di Gesù. Perché quella della scomunica è una tenace leggenda metropolitana che monsignor Loris Capovilla, 96 anni, per dieci segretario particolare di Angelo Giuseppe Roncalli, liquida con un sospiro stupefatto: «Questa parola, "scomunica", non esiste nel vocabolario giovanneo. Perché continuino a tirarla fuori, non l'ho capito».

A essere precisi, «non c'era neanche nessun motivo», spiega monsignor Capovilla: primo, perché la scomunica ha senso soltanto per chi sta nella Chiesa e, secondo, perché c'era già stata la cosiddetta «scomunica ai comunisti» di Pio XII, ovvero il celebre decreto del Sant'Uffizio pubblicato il 1° luglio 1949 e di fatto cancellato col nuovo Codice di diritto canonico del 1983. Ma in realtà la faccenda è più sottile: «Quando all'inizio del '59 Fidel Castro prese il potere, Roncalli era Papa da un paio di mesi. Arrivò anche la notizia di missionari e suore che erano andati via da Cuba. Ricordo che Giovanni XXIII ne parlò con il cardinale Domenico Tardini e dopo l'udienza mi disse: non ho mai visto il Segretario di Stato così irritato». E come mai? Capovilla sorride: «Perché non si scappa. Non si scappa mai. E il Santo Padre era d'accordo con Tardini. Se ci mandano via, come poi è accaduto, allora dobbiamo andare. Ma la Santa Sede non prende mai l'iniziativa di rompere i rapporti diplomatici, non lo ha mai fatto». Con buona pace delle critiche, da qualunque parte provengano: «Anche quando uccisero Allende, in Cile, tutti i Paesi ritirarono gli ambasciatori e restò solo il nunzio vaticano. È sempre importante mantenere il nunzio, se restiamo lì possiamo operare, altrimenti non si può fare più nulla».

Così a Cuba, dopo il ritorno del nunzio a Roma Luigi Centoz, rimase come «incaricato d'affari» monsignor Cesare Zacchi che diverrà a sua volta nunzio e resterà nell'isola fino al 1975. Certo Roncalli era consapevole dei problemi. Il 17 settembre 1961 furono espulsi da Cuba 132 sacerdoti e il vescovo ausiliare dell'Avana, Eduardo Boza Masvidal. E quattro giorni più tardi il Papa ne parlò all'udienza generale («Detto tutto ma in forma moderata», scrive nel diario) denunciando «prove e sofferenze» nella nazione nonché l'«esodo, in parte imposto, in parte subito come minor male» di sacerdoti e religiose: «Confidiamo ancora che il buon volere, la calma delle decisioni, la ricerca sincera di salvaguardare i valori della civiltà cristiana abbiano il sopravvento su affrettate deliberazioni».

Non è il tono di chi si prepara a lanciare scomuniche. «Giovanni XXIII ha aperto una fessura nel muro di odi, divisioni e guerre», sospira monsignor Capovilla. «Anche durante la crisi dei missili a Cuba, nell'ottobre 1962, la sua mediazione spirituale e la sua preghiera furono decisive». Eppure, in Vaticano, c'era chi sperava in una linea più dura, anche per ragioni tutte italiane. Per questo nacque la leggenda: «A parlare ai giornali di scomunica a Castro, richiamando il decreto del 1949, fu all'inizio del '62 l'arcivescovo Dino Staffa, che più tardi fu creato cardinale da Paolo VI», spiega il teologo Gianni Gennari, il «Rosso Malpelo» che su Avvenire tiene la rubrica Lupus in pagina : «Si voleva usare la cosa a fini interni, in Italia era in vista il primo centrosinistra. A questo serviva la voce della scomunica a Castro. E il Papa ne rimase molto dispiaciuto».

Gian Guido Vecchi
28 marzo 2012 | 20:40

Perché non gettate le vecchie email? Le dieci domande per scoprirlo

Corriere della sera

Del materiale che intasa le memorie dei pc ripeschiamo solo il 20%. L'ossessione riguarda almeno il 5% degli americani



Un tempo, si capiva dagli armadi. Si apriva un'anta a casa di amici, e si rischiava d'essere travolti da una slavina di dischi, musicassette, videocassette, scatole di diapositive, buste di fotografie, giornali, libri, fumetti, diari scolastici, corsi d'inglese abbandonati come vecchi amanti, dopo una breve infatuazione. Ora l'accumulo è diventato digitale: meno ingombrante fisicamente, ma forse più rischioso.

Gli americani hanno trovato un nome per questa nuova figura, che si nasconde - neppure tanto bene - dentro tutti noi: «digital hoarder», l'accumulatore digitale. Ammassa email, messaggi di testo, foto, giochi, documenti, brani musicali, video familiari e altri scaricati dal web. Di tutto questo materiale rivedrà/riascolterà, al massimo, il 20%. Non fa niente: si accontenta di sapere che c'è.

Un'assicurazione psicologica che lascia (forse) tranquillo l'interessato, ma deve preoccupare (certamente) tutti noi. Al fenomeno il «Wall Street Journal» ha dedicato un lungo articolo, chiedendo opinioni a psichiatri e antropologi. Le conclusioni sono preoccupanti: il fenomeno ossessivo-compulsivo interessa già il 5% della popolazione USA. Spesso s'inizia ad accumulare (scaricare, copiare, duplicare) per riempire un vuoto nella propria vita; ma presto l'abitudine si trasforma in una dipendenza, che lascia sempre più isolati (e in cerca di hard disk più capienti).

Ma gli americani sono americani: noi non abbiamo un «Institute for Challenging Disorganization» (Istituto per la Sfida alla Disorganizzazione), né la passione spasmodica per il controllo. Davanti a un imprevisto, ce la prendiamo con la sorte o un parente; non con il calcolo delle probabilità.
I potenziali accumulatori patologici italiani (P.A.P.I., sperando che la signorina Noemi non detenga il copyright) vanno trattati in altro modo. Provino, per esempio, a rispondere a queste dieci domande.



1)Conservate tutte le email spedite e ricevute? Le prime risalgono al governo Dini?
2) Il numero dei vostri contatti Skype, sommato a quello degli amici su Facebook e dei follow su Twitter è pari agli abitanti del Molise?
3) Cancellare documenti vi provoca piccoli disturbi psicosomatici?
4) Le vostre fotografie sono distribuite su quattro piattaforme (telefono, iPad, portatile, computer fisso)? L'immagine in cui, dopo la cena nel rifugio, sembrate al sesto mese di gravidanza, vi perseguita, cari Luca e Marco?
5) Lo schermo del vostro computer, affollato di microscopiche icone, sembra un cimitero di guerra in cui non sapete trovare la lapide?
6) In ogni tasca, cassetto o borsa tenete almeno una chiavetta Usb? E non avete idea di cosa ci sia dentro?
7) Avete esaurito nomi di figli/animali domestici e, per le vostre moltissime password, dovete ispirarvi ai protagonisti dei recenti scandali (StateBoniInLombardia, For-Me-Gone012, Lusi-spoglia-Margherita)?
8) Impiegate più tempo a cercare un documento che a scriverlo di nuovo?
9) Copiate tutte le foto su dozzine di Cd, e li numerate usando sempre lo stesso pennarello indelebile?
10) Infine: conservate floppy disk, dicendo che potrebbero interessare ai vostri figli?


Se tre o più risposte sono affermative, cominciate a preoccuparvi. Per familiari, parenti, amici e colleghi, ovviamente. Perché è chiaro: strambi, in Italia, sono sempre gli altri.



29 marzo 2012 | 8:53



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Protesta per i volantini Br all'asta

Corriere della sera

Si comincia alle 10.30 negli spazi Bolaffi di via Manzoni: base di partenza 1.500 euro. In vendita anche autografi di Hitler


Volantini BR all'asta: punti di vista opposti MILANO - Vogliono risolvere alla radice quello che, per loro, è un problema: «Saremo in prima fila per comprarli. Non sarà facile, ci sono molti interessati, voci insistenti segnalano già cifre da capogiro». Però ci proveranno, i parenti delle vittime di terrorismo, a riparare «a questa ennesima offesa». Stamane dalle 10.30 negli spazi della casa di collezionismo Bolaffi, in via Manzoni 7, andranno all'asta 17 volantini delle Brigate rosse, compreso il volantino-annuncio della condanna a morte di Aldo Moro.


Fuori protesterà il sindacato di polizia Coisp. I familiari saranno capeggiati dal signor Giovanni Berardi, orfano del maresciallo di polizia Rosario assassinato a Torino nel '78 dalle Br. La Bolaffi va ripetendo, fin dall'inizio, che non c'è volontà di oltraggiare nessuno. I volantini vanno intesi quali «documenti». Base d'asta di 1.500 euro (per tutti e 17).

I testi farneticanti delle Brigate rosse, c'è da giurarci, oggi si prenderanno per intero la scena. Peccato perché, tra autografi di Hitler e lettere di Verga, biglietti da visita di Enzo Ferrari e missive di Machiavelli, andranno all'asta pezzi storici straordinari. Dediche di Niccolò Paganini. Una lettera di Otto von Bismark. Un biglietto autografo firmato da Garibaldi e indirizzato a una misteriosa «Gent.ma Signora».

Andrea Galli
29 marzo 2012 | 10:12

Le donne stuprate e dimenticate della Bosnia ed Erzegovina

Corriere della sera
di Riccardo Noury


L. (non è il suo vero nome) viveva a Zvornik, nella Bosnia ed Erzegovina nordorientale. Quando nel 1992 scoppiò la guerra dei Balcani, aveva un figlio di un anno ed era incinta del secondo. Suo marito era in Croazia, aveva trovato lavoro lì. Quando Zvornik venne invasa dai paramilitari serbi, L. riuscì a fuggire e si nascose nei boschi per mesi, insieme ad altri abitanti.

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Nel gennaio 1993, i profughi di Zvornik uscirono dai loro rifugi per andare verso Tuzla in cerca di cibo e riparo: l’inverno era impossibile.  Durante il tragitto, L. e suo figlio rimasero separati dagli altri. Perse i sensi per lo sfinimento. Si risvegliò in un ospedale di Zvornik, circondata da soldati serbi. Le dissero che suo figlio era morto. Incinta all’ottavo mese, la torturarono fino a farle perdere il secondo figlio che aveva in grembo.
I serbi prelevarono L. dall’ospedale e la fecero passare per tre diversi centri di prigionia dalle parti di Zvornik e di Bijeljina, dove venne stuprata più volte.  La foto mostra un monumento fatto in uno dei villaggi della zona di Zvornik, per ricordare le oltre 120 donne che, con L., vennero stuprate; 27 di loro furono assassinate. Alla fine L.  fu liberata, in uno scambio di prigionieri. Riuscì ad arrivare a Tuzla, dove rincontrò suo marito. Finita la guerra, la coppia ha avuto due figli. L. sta male, la sua salute fisica e quella mentale sono compromesse e, ciò nonostante, è lei a occuparsi dei figli, del marito e dei suoceri.

A quasi 17 anni dagli accordi di Dayton, che hanno posto fine al conflitto balcanico, L. e altre centinaia di donne della Bosnia ed Erzegovina continuano a convivere con le conseguenze dello stupro e della tortura, senza avere un’assistenza medica e psicologica adeguata, per non parlare di un sussidio economico. Un rapporto pubblicato oggi da Amnesty International descrive la situazione a Tuzla, nel nordest del paese. Dal 1992 al 1995, Tuzla fu dichiarata “zona sicura” (un’espressione che fa orrore ai sopravvissuti del genocidio di Srebrenica); vi trovarono riparo migliaia di donne che avevano subito o cercavano di evitare di subire violenza sessuale da parte dei militari e dei paramilitari serbi. Alcune sono tornate in quella che, dopo Dayton, è diventata la Republika Srpska, il 49 per cento serbo della Bosnia ed Erzegovina.

Questa  è la testimonianza di M., tornata a Zvornik, Republika Srpska, da Tuzla, dove è stata profuga dal 2003:

“Ricordo ogni cosa, e vorrei non ricordarla. Ricordo le torture. Mi picchiavano fino a quando non riuscivo più a stare in piedi. Venivano a prendermi e mi lasciavano sola in una stanza con un uomo. Sono stata in prigione per tre mesi, senza avere la minima idea di dove fossero i miei figli. Passavo le notti a immaginare cosa gli fosse successo. Adesso, anche se prendo delle pillole prima di addormentarmi, faccio sempre quei sogni. Sono tornata ad abitare a casa di mio figlio, con sua moglie e la loro bambina di cinque anni. Sopravviviamo a stento con la mia pensione. Mio figlio e sua moglie non ricevono sussidi e non hanno alcuna possibilità di trovare lavoro. Qui non ho assicurazione sanitaria, quindi devo fare 100 chilometri per andare da un dottore a Tuzla…” Molte altre sono rimaste a Tuzla: non avevano i mezzi per tornare a casa. Soprattutto, non avevano la minima voglia di tornare a casa.
Nel 2010, 15 anni dopo la fine della guerra, grazie alle pressioni delle organizzazioni bosniache e internazionali, il governo di Sarajevo aveva promesso l’avvio di un “Programma nazionale per le donne vittime di violenza sessuale nel conflitto e successivamente al conflitto”. Promesse al vento. Quasi due anni dopo, il Programma non è stato neanche finalizzato e figuriamoci quanto tempo ci vorrà per adottarlo. Intanto, a Tuzla le donne incontrate da Amnesty International fanno i conti con i disordini da stress post-traumatico, l’ansia, le malattie a trasmissione sessuale, il diabete, l’ipertensione e l’insonnia.  Quasi nessuna ha un’assicurazione medica decente, quasi nessuna è in grado di pagarsi le cure.  Non ce n’è una di loro che sia stata sollevata dal dolore vedendo i responsabili di torture, riduzione in schiavitù sessuale, sparizione forzata e detenzione arbitraria condannati dalla giustizia.

Delle decine di migliaia di crimini documentati di violenza sessuale commessi durante la guerra,  meno di 40 sono finiti di fronte ai giudici del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia o dei tribunali nazionali bosniaci. Una cifra scandalosa. Il nuovo governo di Sarajevo, che si è formato alla fine del 2011, deve ancora spendere una parola sul Programma annunciato da quello che l’ha preceduto. Chissà, forse nel passaggio di consegne, è stato dimenticato. Come le donne della Bosnia Erzegovina

L'ultima sfida del boss di Amazon "Recupererò i motori di Apollo 11"

La Stampa

Jeff Bezos negli abissi dell'Atlantico a caccia dei cimeli della missione che nel 1969 portò sulla Luna Armstrong




Il motore dell'Apollo 11 in un'immagine Nasa del 1963


Un tuffo negli abissi per recuperare i motori della missione Apollo 11. Dopo James Cameron, che per la prima volta nella storia ha sondato da solo la profondità record della fossa delle Marianne, e Richard Branson, boss della Virgin Records con il pallino dello spazio, ora tocca a Jeff Bezos. Il miliardario e fondatore del sito Amazon.com ha annunciato di voler recuperare i motori della missione che nel 1969 portarono sulla Luna l'astronauta Neil Armstrong e il suo equipaggio.

I motori, ha scritto Bezos sul suo blog BezosExpeditions.com, sono stati individuati nell'Oceano Atlantico grazie a sofisticati sonar, a 4.267 metri di profondità, e ora "stiamo studiando il modo di farli risalire dal fondo dell'Oceano". "Non sappiamo ancora in quali condizioni possano essere, hanno colpito l'Oceano a forte velocità e sono rimasti nell'acqua salata per oltre 40 anni - ha aggiunto - d'altra parte, sono fatti di materiali resistenti, quindi vedremo".

Bezos ha ricordato che aveva cinque anni quando Armstrong entrò nella storia con la missione Apollo 11, diventando il primo uomo a mettere piede sulla Luna. "Ho visto Apollo 11 alla televisione e senza alcun dubbio ha contribuito molto alla mia passione per la scienza, l'ingegneria e l'esplorazione", ha scritto, aggiungendo che utilizzerà fondi privati per l'operazione di recupero e che i motori rimarranno di proprietà della Nasa. "Immagino che la Nasa decida poi di metterli a disposizione dello Smithsonian (National Air and Space Museum) perchè siano ammirati da tutti - ha concluso - ma se saremo in grado di recuperare più di un motore, chiederò alla Nasa di prendere in considerazione l'ipotesi di metterlo a disposizione dell'eccellente Museo del Volo qui a Seattle", dove Amazon ha il suo quartier generale.



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Per gli ex rifarsi una vita è un diritto

La Stampa


I divorziati hanno «diritto» a rifarsi una famiglia, dopo il fallimento del primo matrimonio. Un diritto che non può essere «degradato a livello di scelta individuale non necessaria». Lo afferma la Cassazione (sentenza 4551/12) rispondendo agli ex che spesso protestano, nelle cause di separazione, per la riduzione dell’assegno di mantenimento dei figli di primo letto, motivata dal fatto che l’ex coniuge si è risposato e ha nuovi figli da mantenere.


Il caso

La Suprema Corte ha bocciato il reclamo di una ex moglie che aveva fatto ricorso contro la riduzione dell’assegno di mantenimento per la figlia maggiorenne, passato da 469 a 250 euro mensili dopo il verdetto con il quale la Corte di Appello dell’Aquila aveva constatato che l’ex marito aveva una «situazione economica sostanzialmente peggiorata in quanto si era risposato e aveva avuto un figlio e il nuovo nucleo familiare era interamente a suo carico».

Secondo la signora, l’assegno per la figlia non doveva essere ridotto in quanto «la formazione di una nuova famiglia e la nascita di un altro figlio, oltre a non legittimare di per sè una diminuzione del contributo per il mantenimento dei figli nati in precedenza, sono state il frutto di scelte volontarie dell'ex marito, subite passivamente ed inconsapevolmente dalla primogenita» e che risposarsi «costituisce espressione di una scelta e non di una necessità e lascia inalterata la consistenza degli obblighi nei confronti della prole» che ha diritto a un «tenore di vita analogo a quello goduto in precedenza».

Punto di vista bocciato dalla Cassazione che ha sottolineato come, «al contrario, il diritto alla costituzione della famiglia è un diritto fondamentale anche nel contesto costituzionale e sovranazionale della "Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo" e come tale è riconosciuto anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea senza che sia possibile considerare il divorzio come limite invalicabile oltre il quale tale diritto è destinato a degradare al livello di mera scelta individuale».

Per quanto riguarda la riduzione dell’assegno, la Cassazione spiega che i «sopravvenuti oneri familiari» di chi è tenuto a versare l'assegno di mantenimento, devono essere presi in considerazione dal giudice per verificare se vi sia un «un effettivo depauperamento delle sostanze». A meno che non si tratti di una persona particolarmente benestante, la «cui complessiva situazione patrimoniale sia di tale consistenza da rendere irrilevanti i nuovi oneri».


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A chi lascerò la mia azienda?

La Stampa





A CURA DI CARLO RIMINI
professore ordinario di diritto privato all’universita’ d i milano

Ho una piccola azienda metalmeccanica. Dopo una vita di lavoro, ora, nonostante la crisi, esportiamo in tutto il mondo! Ho due figli e devo pensare alla mia successione.
Immagino che lei voglia lasciare l’azienda ai suoi figli. Il problema del passaggio generazionale delle attività imprenditoriali è, in Italia, particolarmente importante, perché il nostro sistema economico si regge su tante imprese come la sua, controllate da un’unica famiglia e, spesso, governate anche da un’unica persona.

Il punto è che i miei due figli sono molto diversi fra loro. Il maggiore è ingegnere ed ha studiato all’estero. Ora lavora in azienda.

Quindi può contribuire con idee nuove a sviluppare la vostra attività. E l’altro?

Il minore è un bravo ragazzo ma non ha mai avuto voglia di studiare… Ha già un figlio, un bambino davvero intelligentissimo.
Dunque lei vorrebbe lasciare l’azienda al primogenito che è l’unico che le sembra in grado di svilupparla in futuro.

Esatto. Anche perché il maggiore mi ha detto chiaramente che è disposto ad investire nell’azienda soltanto se ha la sicurezza di diventare, dopo la mia morte, il titolare.
Sono sicuro che queste discussioni la amareggiano, anche perché una lite fra i fratelli comprometterebbe la gestione dell’azienda e quindi rischierebbe di distruggere i risultati di tutto il suo lavoro.

Esiste una soluzione?
Nel 2006, proprio in considerazione dell’importanza nel sistema economico italiano delle imprese a gestione familiare, è stato introdotto nel codice civile il patto di famiglia. Si tratta di un contratto con il quale l’imprenditore trasferisce l’azienda (oppure una quota) ad uno dei suoi discendenti. Al patto devono partecipare anche il coniuge e tutti gli altri discendenti. In questo modo l’azienda esce definitivamente dal patrimonio dell’imprenditore anche dal punto di vista dei diritti successori. Il discendente designato ottiene la sicurezza che gli altri eredi non potranno far valere alcun diritto sull’impresa. I loro diritti successori, tuttavia, devono essere compensati.

Come?
La legge prevede espressamente che i diritti degli eredi che non ricevono l’azienda siano liquidati dal discendente, che, invece, è stato prescelto per portarla avanti.

Mi sembra una cosa complicata e difficilmente realizzabile. E poi io non ho alcuna intenzione di cedere ora a mio figlio primogenito l’azienda. Non tutte le idee nuove che ha mi convincono.
Effettivamente la legge del 2006 pone una serie di problemi di attuazione. Il legislatore non ha voluto affrontare in termini generali il problema dei patti successori (che sono ancora vietati per la nostra legge) ed è stato dunque costretto ad introdurre norme complicate e di difficile applicazione pratica. Tuttavia, anche se la legge prevede che con il patto di famiglia l’azienda sia immediatamente trasferita all’erede designato, si possono trovare soluzioni tecniche che consentano a lei di mantenere il controllo e l’amministrazione.

Vedo però un altro problema: il maggiore non ha certo ora i denari per liquidare i diritti del fratello.
Anche su questo punto la legge consente una soluzione. Ammette, infatti, che lei compensi il suo secondogenito, attribuendogli altri beni ,che fanno parte del suo patrimonio, diversi dall’azienda. Lei, quindi, potrebbe attribuire al primogenito l’azienda e al secondogenito immobili oppure liquidità.

In realtà, io vorrei che il mio patrimonio rimanesse unito e che fosse quindi amministrato dal primogenito; vorrei che il fratello minore ricevesse una rendita annuale e che mio nipote potesse ereditare la gestione di tutto dopo lo zio.
Lei guarda molto avanti. La legge successoria italiana non consente nulla di tutto ciò. Negli ordinamenti anglosassoni, invece, da centinaia di anni, è ammissibile la costituzione di un «trust». Si tratta di una specie di fondazione, con la quale il fondatore dispone del proprio patrimonio, creando perciò un vincolo di destinazione e imponendo che sia amministrato secondo regole da lui determinate, regole destinate a vincolare i beneficiari anche per un tempo lunghissimo. In Italia il trust non è disciplinato dalla legge anche se abbiamo aderito ad una convenzione internazionale che vincola il nostro ordinamento a riconoscere i trust regolati dalle leggi straniere. Mancano però norme di attuazione. Un pasticcio giuridico che non aiuta nessuno.




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Incredibile ma vero: per furto di un ovetto tre anni di processo. Finito in assoluzione

Il Messaggero

TARANTO - Era stato accusato nel 2009 di aver rubato un ovetto kinder. Oggi, a tre anni di distanza, il tribunale lo ha assolto «perché il fatto non sussiste». E' successo a un giovane di 21 anni, denunciato a piede libero e mandato a processo per aver rubato della cioccolata.



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La vicenda. Era successo nell'agosto del 2009 a Montedarena, una località balneare in provincia di Taranto. Il fatto aveva suscitato curiosità e discussione proprio per la sproporzione tra il presunto reato (l'ovetto costava poco più di un euro) e le conseguenze per un giovane che all'epoca aveva appena 18 anni, oltre ad alimentare il dibattito sui costi e i tempi della giustizia. Il fatto si verificò il 4 agosto davanti al chioschetto di un ambulante che sosteneva che il ragazzo si era messo in tasca l'ovetto e che per di più lo aveva ingiuriato dopo essere stato scoperto. Del tutto diversa la versione del giovane, che invece diceva di aver preso l'ovetto con l'intenzione di pagarlo. Questo non era bastato per far ritirare la denuncia alla presunta vittima. Ieri, prima della sentenza, il pm aveva chiesto l'assoluzione del giovane.



Odissea giudiziaria. «Questo processo in fin dei conti - dice l'avvocato Gianluca Pierotti, difensore del giovane - non è stato più lungo di altri. Il problema è invece che, fino a quando questi comportamenti che provocano un allarme sociale inconsistente saranno giudicati reato, assisteremo a un intasamento della giustizia. Il pm non poteva fare altro che istruire il processo». Tuttavia il magistrato ha ritenuto di non svolgere indagini, andando direttamente al dibattimento dove sono stati sentiti solo un paio di testimoni «tra i quali un carabiniere - continua Pierotti - che ha evidenziato correttamente come il ragazzo ha aspettato che la pattuglia arrivasse sul posto e subito si è avvicinato a loro facendosi identificare».


Il processo. Al dibattimento è stato decisivo aver dimostrato che il ragazzo indossava pantaloni a vita bassa e molto aderenti che rendevano impossibile il gesto di nascondere l'ovetto sotto la cintura come sosteneva la parte lesa. «Abbiamo accolto la sentenza con grande soddisfazione - continua Pierotti - si tratta di un provvedimento equilibrato che ci aspettavamo e che restituisce serenità a un ragazzo e a una famiglia perbene». Il giovane ha dovuto però rimandare l'arruolamento in Marina. «Se la sentenza passerà in giudicato entro il 30 aprile, quando cioè scade il termine per il bando di arruolamento dell'ultimo scaglione - conclude l'avvocato - allora potrà partecipare».

Mercoledì 28 Marzo 2012 - 19:08    Ultimo aggiornamento: 19:14

Furti d'identità, chi usa lo smartphone rischia di più

La Stampa
Valerio Mariani



Secondo una ricerca di Javelin Strategy & Research che ha coinvolto un panel di 5mila consumatori, circa 12 milioni di americani hanno subito un furto di identità nel 2011 con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente. In particolare, il 7% circa dei possessori di smartphone hanno subito lo stesso danno ma sembra che chi usa smartphone sia potenzialmente più a rischio.

La conclusione è abbastanza ovvia se si pensa che lo smartphone lo si porta sempre con sé, è piccolo, dunque si perde o può essere rubato più facilmente, e, soprattutto, è una miniera d’oro per i cercatori di informazioni personali. Basti pensare a cosa si può trovare su un terminale qualsiasi e basti pensare a quanta gente memorizza il Pin del bancomat in qualche file più o meno nascosto nel device.

Nel caso siate tra questi sappiate che è sufficiente scaricare su un Pc tutti i dati presenti sullo smartphone e fare una semplice ricerca su un numero a 5 cifre, non ci vuole molto a scovarlo. La ricerca sostiene che il 32% dei possessori di smartphone non fa l’aggiornamento del sistema operativo e il 62% non usa una password per il blocco del telefono. Dati preoccupanti che indicano la scarsa sensibilità degli utenti a questi temi. Come peraltro è successo ai tempi del boom dei virus per Pc, ci si accorge di quanto si rischia solo dopo averci sbattuto la faccia. Ma una volta i dati memorizzati sul Pc non erano così critici, ora le cose cambiano, e di tanto.

Tra smartphone, tablet e social network la quantità di dati personali che distribuiamo è notevole. Da un profilo Facebook, ma anche da un profilo Linkedin, possiamo scoprire tantissimo della vita privata di una persona e del suo lavoro. Sempre secondo la ricerca di Javelin Strategy & Research, l’utente che usa Linkedin corre un rischio di furto che è doppio rispetto a chi non lo usa. Ancora, il 7% degli iscritti a Google+, il 6,3% degli iscritti a Twitter e il 5,7% di quelli iscritti a Facebook hanno segnalato casi di furto di identità.E ormai il trend non può più essere distinto tra utilizzatori “fermi” e in mobilità, gli accessi da sistemi mobili ai principali social network, infatti, stanno rapidamente raggiungendo quelli da computer desktop, con l’aggravante che tramite la tastiera di uno smartphone o lo schermo di un touch è complicato gestire le impostazioni sulla privacy.

I consigli a calce della ricerca sono sempre gli stessi: considerare l’uso di un software antivirus anche per tablet e smartphone, usare sempre delle password per limitare l’accesso alle informazioni e fare in modo che siano complicate e formate da un mix di parole e numeri. Ancora, non usare password banali (il nome del figlio o del cane) e fare caso alle informazioni personali che si memorizzano sullo smartphone o che si condividono su Facebook. E, se ora è abbastanza facile riottenere i soldi scomparsi da un conto a seguito di una frode, è prevedibile che tra poco gli istituti di credito pretenderanno che l’utente segua almeno le regole più elementari, pena il rifiuto di procedere al rimborso. Pare, infatti, che in media ci vogliano 30 ore e 500 dollari di media per far risolvere agli organi preposti un caso di furto di identità.


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Il Giappone torna a eseguire condanne di morte Tre impiccagioni, le prime dal 2010

Corriere della sera

Polemiche per la decisione del Paese nipponico. La denuncia di Amnesty International sulla condizione dei detenuti


MILANO - Il Giappone ha eseguito la condanna a morte di 3 detenuti, quasi due anni dopo le ultime esecuzioni capitali realizzate nel luglio 2010. I tre, tutti impiccati in tre differenti prigioni, erano stati riconosciuti colpevoli di vari assassinii. Appoggiata, secondo il governo, da oltre l'80 per cento della popolazione, la pena capitale in Giappone è sempre accompagnata da grandi polemiche. Il Paese nipponico, che insieme agli Usa è l'unica nazione industrializzata e democratica ad applicare ancora la pena di morte, giustizia sulla forca i condannati, quasi sempre in gran segreto, senza dare alcun preavviso ai condannati o ai loro famigliari e senza testimoni.

COSTRETTI A STARE SEDUTI IN CELLA - La decisione del ministero della Giustizia ha provocato anche questa volta la reazione di gruppi a tutela dei diritti umani, come Amnesty International, che ha anche ha puntato l'indice sulle durissime condizioni in cui vengono tenuti i detenuti in attesa del giudizio. I prigionieri ricevono infatti pochissime visite, e sono costretti a trascorrere la gran parte del tempo seduti nelle proprie celle. Secondo il ministero della Giustizia, attualmente in Giappone ci sono 132 persone in attesa della sentenza capitale, tra cui anche Shoko Asahara, l'uomo che organizzò l'attentato con il gas sarin nella metropolitana di Tokyo nel 1995.

IL RAPPORTO DI AMNESTY - La scelta del Giappone di tornare a utilizzare la pena capitale è decisamente in controtendenza rispetto all'evoluzione mondiale che vede diminuire i luoghi del mondo dove si praticano le esecuzioni capitali. Secondo il Rapporto annuale di Amnesty International infatti nel 2011, sono 20 i Paesi nei quali è prevista, oltre un terzo in meno rispetto a 10 anni fa. Inoltre l’anno scorso il 90 per cento degli stati membri delle Nazioni Unite non ha eseguito condanne a morte e, di questi, 141 paesi hanno abolito la pena di morte per legge o perseguono una consolidata prassi abolizionista: il più recente, e primo del 2012, è stato la Lettonia.



Redazione Online29 marzo 2012 | 9:25


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