lunedì 26 marzo 2012

Esule tibetano si dà fuoco contro la Cina

Corriere della sera

Protesta estrema di Ciampa Yeshi prima della visita del presidente cinese Hu-Jintao

La salma di Silvestri rientrata in patria è la cinquantesima vittima italiana

Corriere della sera

Commozione per il sergente ucciso in Afghanistan in un attacco a colpi di mortaio. Il silenzio rotto dal pianto dei parenti


ROMA - Profondo clima di commozione all'aeroporto di Ciampino per l'arrivo della salma del sergente Michele Silvestri. Il feretro, avvolto nel tricolore, è stato fatto scendere intorno alle 11 dal C130 portato a braccia da sei commilitoni del 21esimo Genio guastatori di Caserta. Il silenzio è stato rotto solo dal pianto straziante della mamma, della moglie e degli altri familiari del militare ucciso sabato in Afghanistan.

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L'ordinario militare arcivescovo Vincenzo Pelvi ha impartito la benedizione che ha preceduto l'omaggio del ministro della Difesa Di paola, che ha sostato in silenzio davanti alla bara, poggiandovi le due mani. Subito dopo sono state eseguite le note del Silenzio e resi gli onori militari dal picchetto d'onore del 21esimo Genio guastatori e da un picchetto interforze. Quindi tutti i familiari - la moglie Nunzia Carannante, la madre Teresa, il fratello Fortunato e la sorella Anna, mentre il padre Antonio, sottoposto ieri a controlli medici, non è presente ma, da quanto si apprende, è comunque atteso in giornata a Roma - hanno seguito il feretro nel mesto percorso verso il carro funebre; qui i parenti si sono abbandonati al dolore, con pianti strazianti. Per le forze armate ci sono il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate, e il capo di Stato maggiore dell'esercito, generale di corpo d'armata, Claudio Graziano.

ESEQUIE - Il mezzo funebre ha lasciato lo scalo di Ciampino diretto all'Istituto di Medicina legale di Roma per gli esami autoptici. Quindi la camera ardente, allestita al Celio. Alle 18 si terranno le esequie.


«RAGAZZO MOTIVATO» - «Era un ragazzo molto motivato, in gambissima e in qualità di Comandante di squadra benvoluto dai suoi commilitoni»: è il ricordo, all'aeroporto militare di Ciampino, del Maggiore Gavino Crispo del 21ø Genio Guastatori di Caserta, al quale apparteneva il sergente Michele Silvestri. «Lui - aggiunge - si mostrava sempre assai disponibile. Era molto esperto: aveva iniziato la carriera nel 1997 e al 21ø Genio Guastatori era arrivato nel 2009. Ma era la settima missione all'estero, la terza in Afghanistan».

FERITI - Oltre ai due feriti gravi, caporal maggiore Monica Graziana Contrafatto del primo Reggimento Bersaglieri di Cosenza e il maresciallo Carmine Pedata, nell'attentato di sabato scorso sono rimasti feriti in modo leggero il maresciallo Nicola Storniolo, il sergente Salvatore De Luca e Manuel Guarnacci, specialista del 41ø Reggimento Cordenons con sede a Sora.

Redazione Roma online26 marzo 2012 | 13:59

L'appello di Gabanelli a Fornero «Ministro, rinunci ai privilegi»

Corriere della sera

Nell'ultima puntata di Report, Milena Gabanelli ha affrontato il problema delle ricongiunzioni previdenziali che decurtano la pensione di chi ha cambiato datore di lavoro. Il ministro del Welfare, ha ricordato la giornalista, ha definito il sistema retributivo «un privilegio», ma lei stessa ne beneficia. Di fronte a tanti pensionati in difficoltà, non è il caso di rinunciare al privilegio?



La collezione di capolavori nascosta in miniera Alla ricerca dell'ultimo tesoro nascosto dalle Ss

Corriere della sera

Sculture e dipinti appartenenti al barone ungherese Hatvany sepolti dalle SS nei Monti Metalliferi: un radar scova i tunnel



MILANO - Alla ricerca del tesoro artistico seppellito in una miniera dai nazisti alla fine della Seconda guerra mondiale. Ha tutto l'aria di essere una spedizione alla Indiana Jones la missione ideata da un team di archeologi tedeschi che da qualche anno si sono messi sulle tracce della collezione Hatvany, le opere d'arte appartenute al barone ungherese di origine ebraica Ferenc Hatvany. Le sculture e i dipinti, molti dei quali sono capolavori di grandi pittori dell'800 come Monet, Manet e Cézanne e che varrebbero complessivamente oltre 700 milioni di euro, sarebbero sepolti in una miniera d'argento al confine tra Germania e Repubblica Ceca, in un territorio a circa 90 minuti da Dresda. Il prossimo maggio gli studiosi apriranno un varco nella montagna che ospita le gallerie in modo da introdursi in questi tunnel segreti accessibili finora solo con il radar.


Una foto del 1940 dei tunnel segreti delle SsUna foto del 1940 dei tunnel segreti delle Ss

RICERCHE - Alcuni quadri della collezione Hatvany furono requisiti dopo la Seconda guerra mondiale dall'Armata rossa e ancora oggi si trovano nei più importanti musei del mondo. Tuttavia sembra che la maggior parte dei dipinti appartenuti all'industriale ungherese fu portata via alla fine del 1944 da un gruppo di SS guidato da Adolf Eichmann. Lo storico viennese Burkhart List sarebbe in possesso di alcuni documenti raccolti dall'archivio segreto della Wehrmacht che testimonierebbero come un numero consistente di quadri, tra i 250 e 500 dipinti della collezione Hatvany, fu nascosto dai nazisti in due gallerie sotterranee, rispettivamente di 2100 e 1600 metri, scavate nei Monti Metalliferi, catena montuosa che separa la Sassonia dalla Boemia: «I documenti affermano che nell'inverno tra il 1944 e il 1945 un carico misterioso arrivò qui da Budapest e il trasporto fu codificato come top secret - dichiara al tabloid tedesco Bild lo storico -. Una delle foto presenti negli archivi immortala il Sonnenhaus, un grande edificio che si trova davanti alla miniera Fortuna dove credo il tesoro sia nascosto».

STANZE SEGRETE - List afferma che dopo aver ottenuto il permesso da Hans-Peter Haustein, sindaco della vicina Deutschkatherinenberg, ha collocato all'interno della montagna un generatore di neutroni in grado di esplorare «le stanze segrete». Il dispositivo ha rilevato che a circa 60 metri di profondità ci sarebbero dei varchi artificiali che testimonierebbero la presenza di tunnel. Secondo List ormai non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che qualcosa di prezioso è nascosto nelle viscere della montagna: «Nell'inverno del 1944 in questo territorio si presentò un grosso contingente di SS - continua lo storico -. Non c'era alcun motivo logistico o scopo militare che giustificasse la loro presenza. A meno che non si accetti la tesi che essi dovessero seppellire le opere d'arte nelle gallerie, che climaticamente sono ideali per i dipinti». Le ricerche portate avanti finora nella montagna hanno individuato solo una mitragliatrice Schmeisser, una maschera a gas nazista, materiale esplosivo e una cassetta di sicurezza. Tuttavia i ricercatori non demordono e sono certi che le nuove ricerche porteranno ai risultati sperati: «La questione - afferma convinto il sindaco Haustein - non è cosa troviamo, ma quando lo troviamo. Ho visto le carte che provano la presenza dei dipinti e nel corso degli anni ho ascoltato le testimonianze di testimoni oculari che videro le SS arrivare nel villaggio. Sono certo, questo tesoro è qui».



Francesco Tortora
26 marzo 2012 | 13:44



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Un uruguayano è "sposato" con un cittadino italiano: sì al permesso di soggiorno

di -

La decisione del tribunale di Reggio Emilia: concesso il permesso di soggiorno a un giovane uruguayano perché è "sposato" con un cittadino italiano


Rafael, un giovane uruguayano, ha ottenuto il permesso di soggiorno nel Belpaese. Il motivo? È "sposato" con un cittadino italiano.



Coppia omosessuale

L'extracomunitario aveva, infatti, presentato un ricorso al tribunale di Reggio Emilia che oggi lo ha accolto. Soddisfatta l'associazione radicale "Certi Diritti" che ha sostenuto il ricorso della coppia omosessuale e che ci tiene a evidenziare che si tratta del primo riconoscimento in Italia: un documento ufficiale che dà efficacia al riconoscimento dello status famigliare delle coppie omosessuali.


Il permesso di soggiorno è stato rilasciato dalla Questura di Reggio Emilia che in un primo momento aveva respinto la richiesta di Rafael dal momento che in Italia il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è riconosciuto. Nel ricorso presentato successivamente pur non richiedendo la trascrizione del matrimonio, materia che con il diritto di famiglia viene lasciata alla competenza esclusiva di ogni Stato membro dell'Unione Europea, la coppia chiedeva l’applicazione delle norme che regolamentano la libera circolazione dei cittadini europei e dei loro famigliari. Norme europee - tra l'altro ratificate dall’Italia - devono essere applicate anche nel nostro Paese.


Il tribunale di Reggio Emilia ha accolto il ricorso ai sensi della legge che dà attuazione alla direttiva europea sul riconoscimento del diritto di soggiorno ai familiari (anche stranieri) dei cittadini dell’Unione europea. Nel ricorso si era fatto riferimento a una sentenza della Corte di Cassazione in base alla quale la nozione di "coniuge" deve essere determinata alla luce dell'ordinamento straniero in cui il vincolo matrimoniale è stato contratto. Non solo. Secondo la Cassazione, lo straniero che ha contratto in Spagna un matrimonio con un cittadino dell'Unione europea dello stesso sesso deve essere qualificato quale "familiare", ai fini del diritto al soggiorno in Italia. Secondo la Consulta, tra l'altro, all'unione gay, "intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso", spetta "il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia" e "il diritto all`unità della famiglia che si esprime nella garanzia della convivenza del nucleo familiare costituisce espressione di un diritto fondamentale della persona umana".



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Copiano la firma digitale e gli scippano l'azienda

Quotidiano.net

Prima truffa del genere: vittima un imprenditore romano

Scena del crimine, il sistema informatico delle Camere di Commercio. Protagonisti, un commercialista, un consulente per la sicurezza sul lavoro, una fantomatica società intestata a un’ottuagenaria defunta da circa un anno



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Roma, 26 marzo 2012

E’ stata scoperta dal Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza la prima truffa messa a segno con l’utilizzo della firma digitale. L’indagine, diretta dal procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, coordinata dal sostituto procuratore Eugenio Albamonte sono state svolte dagli 007 informatici delle fiamme gialle del Gat.

Tre gli indagati che devono ora rispondere, in concorso tra loro e con la continuazione della condotta, dei reati di sostituzione di persona, false dichiarazioni o attestazioni al certificatore di firma elettronica sull’identità o qualità personali proprie o di altri, falsità in atti pubblici, in scritture private e in documenti informatici. Nel corso delle indagini i finanzieri hanno anche effettuato perquisizioni e sequestri a Roma e provincia.

La smart card obbligatoria per le comunicazioni societarie con il registro delle Imprese non ha salvato un piccolo imprenditore, a cui è stata scippata l’azienda da una piccola banda che aveva chiesto e ottenuto una copia indebita della cosiddetta firma digitale.
Scena del crimine, il sistema informatico delle Camere di Commercio. Protagonisti, un commercialista, un consulente per la sicurezza sul lavoro, una fantomatica società intestata a un’ottuagenaria defunta da circa un anno e facente capo in realtà a una persona sconosciuto al fisco da almeno 16 anni. Vittima, un imprenditore. Dopo quella della lancia termica, arriva la più sofisticata banda della firma digitale che, in barba alle tanto decantate misure di sicurezza e alla invulnerabilita’ della soluzione tecnologica per l’autenticazione della sottoscrizione degli atti pubblici, riesce a rubare le quote societarie dell’imprenditore e a trasferire proprietà e controllo della sua azienda a un’altra persona della banda.

La Cgil pretende l'articolo 18 ma non per i suoi dipendenti

di -

A parole difende il posto fisso, intanto lascia a casa i dipendenti anche senza giusta causa. Una legge del 1990 permette che la legge non venga applicata


Roma - Da qualche tempo si sono messi tutti insieme e hanno aperto un sito internet, licenziati dalla cgil.blogspot.it. Non è soltanto uno sfogo. La bacheca raccoglie atti giudiziari, con ricorsi e addirittura una sentenza di condanna della Cgil: la prima storica decisione di un tribunale, si sottolinea, contro il sindacato guidato da Susanna Camusso.


L’ultimo documento pubblicato è il ricorso di una ex dipendente della Cgil di Cosenza, al servizio per anni a tempo pieno nonostante un contratto da part time da 670 euro (come si legge nell’atto di citazione) e poi licenziata dal sindacato.

E’ proprio su questo blog che, dalla voce degli epurati, si sottolinea il paradosso: l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori «come tutti sanno non si applica ai lavoratori della Cgil», ricorda il sindacalista che ha vinto la sua causa a Ragusa, Tommaso Fonte. È proprio così: la Cgil che minaccia lo sciopero generale contro le modifiche all’articolo 18 in realtà non è tenuta per legge a reintegrare i suoi lavoratori licenziati senza giusta causa, come invece sono obbligate a fare tutte le aziende italiane con più di 15 dipendenti. I lavoratori sindacali non sono infatti coperti dall’articolo 18. La legge che lo stabilisce è la numero 108 del 1990. Ecco cosa dice l’articolo 4: l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori «non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto». Il nodo è sempre qui: quell’espressione «senza fini di lucro» dietro alla quale sono tutelate associazioni organizzazioni che tutto sono fuorché opere pie, sindacati compresi, che vantano sedi in tutto il mondo dove si svolgono consulenze non gratuite, oltre a godere di imponenti patrimoni immobiliari.

Ma quello che sconcerta è la contraddizione: i sindacati non hanno l’obbligo di reintegro per il lavoratore licenziato senza giusta causa, tantomeno se il licenziamento è avvenuto per motivi discriminatori. La Cgil sembrerebbe quindi combattere una guerra, quella sulla sacralità dell’articolo 18, che in fondo non la riguarda per niente. Il caso di Simona Micieli è il più recente registrato dal blog dei licenziati della Cgil: nella sua denuncia, pubblicata sul sito due giorni fa, viene sottolineato come, prima di licenziamento dopo mesi di malattia, la Cgil le aveva proposto «il versamento della somma di 70mila euro in cambio delle dimissioni e del silenzio». Il 22 marzo il comitato dei licenziati Cgil ha invece scritto una dura condanna contro il sindacato, proprio legata alla recente battaglia sull’articolo 18: «Condividiamo pienamente e fortemente la posizione della Cgil sulla riforma del mercato del lavoro, precisamente su due punti: licenziamenti discriminatori, licenziamenti disciplinari - si legge nella lettera - Nel contempo chiediamo alla Cgil di spiegarci perché questa posizione non vale per i suoi dipendenti e i suoi licenziati. Questo è il motivo per cui non possiamo, nonostante il momento delicato, restarcene in silenzio. Non è giusto predicare bene, chiedere consensi e razzolare male».

La lista dei licenziati che hanno presentato ricorso contro il sindacato è lunga. C’è Anna Maria Dalò di Andria, licenziata dal patronato mentre era seriamente malata, poi reintegrata dopo che il suo caso arrivò al congresso nazionale di Rimini, ma poi costretta a dimettersi perchè non voleva lavorare nella stessa sede dove si era sentita umiliata, ora in causa su Tfr e pensione con la Cgil. O c’è la storia di Romina Licciardi, licenziata dalla Cgil di Ragusa dopo dodici anni di servizio, di cui, due, denuncia, in nero, dal 1998 al 2000 e gli altri con contratto part time anche se lavorava a tempo pieno. Ha preso coraggio anche Giovanni Sapienza da Catania, e ha presentato ricorso contro la Cgil, dalla quale è stato lienziato «in tronco», scrive, dopo 18 anni di lavoro senza contributi previdenziali. Uno dei promotori del comitato dei licenziati è appunto Tommaso Fonte, che era arrivato a diventare segretario della sede diRragusa, «epurato», come lui stesso scrive, «dopo 27 anni di militanza», denunciato dalla stessa Cgil per 100mila euro di danni per le sue dichiarazioni ritenute diffamatorie contro il sindacato e poi risultato vincitore della causa, che ha condannato la Cgil a pagargli 8200 euro di spese processuali.




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Acqua, stretta del ministro sulle caraffe

Corriere della sera


Balduzzi: «Inadeguate per la salvaguardia della salute». Sei mesi alle aziende per cambiare



ROMA - Capaci di eliminare «le caratteristiche di potabilità». Vendute senza controllo e sulla base di vecchie disposizioni «inadeguate per la salvaguardia della salute». Durissima la relazione tecnica del ministero della Salute che accompagna il decreto sulle «apparecchiature per il trattamento dell'acqua destinata al consumo», firmata dal ministro Balduzzi. Arrivano norme stringenti contro il Far west delle caraffe, utilizzate per filtrare l'acqua di rubinetto. Il provvedimento riguarda anche gli impianti fissi per il lavello di case private e ristoranti. Gli uni e gli altri dovranno rispondere a nuovi requisiti di sicurezza dei materiali ed essere accompagnati da dettagliate istruzioni d'uso. Non solo, i produttori hanno l'obbligo di informare correttamente i cittadini per consentire «scelte di acquisto consapevoli». Le aziende hanno sei mesi per cambiare.


Un mercato fiorente quello di caraffe e filtri domestici, ogni anno oltre un milione di pezzi. Si pensa erroneamente, sostengono al ministero, che l'uso di un filtro possa eliminare sostanze pericolose e migliorare la qualità dell'acqua, come sostengono le pubblicità. Invece anche le indagini avviate da alcune Procure farebbero credere che sono convinzioni non supportate da elementi scientifici. A Torino una perizia commissionata dal pm Raffaele Guariniello ha dimostrato che l'applicazione del filtro non migliora la qualità dell'acqua di rubinetto. Al contrario, la impoverisce di sali minerali quali calcio, magnesio e potassio, necessari per l'organismo. La società Brita, leader del settore davanti a Coop e Auchan, si era difesa dichiarando che il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità la scorsa estate non ha «rilevato nessun rischio per la salute. I nostri filtri sono autorizzati in Germania e Austria».

Scrivono gli esperti di Balduzzi: «Questi apparecchi hanno l'unico scopo di modificare le proprietà organolettiche (sapore, odore, colore)» e una non ottimale manutenzione «potrebbe addirittura far sì che nel tempo l'acqua in uscita perda le caratteristiche di potabilità (ad esempio i corretti valori di Ph)». Per Matteo Vitali, professore associato di Igiene all'università la Sapienza, era urgente porre fine al «Far west»: «Molti apparecchi - afferma il docente - non sono costruiti con materiali idonei all'uso alimentare, sono sprovvisti di manuali per la manutenzione e di scadenze certe, fondamentali per la sicurezza del consumatore. Oltretutto modificano l'acqua indistintamente senza tener conto della sua composizione specifica. Esempio, quella di Roma è ricca di calcio e magnesio mentre quella di Torino presenta contenuti di questi sali molto piu bassi. I filtri rimuovono buona parte di calcio e magnesio senza distinguere. L'acqua di Torino così risulta estremamente povera di questi elementi. Inoltre la durezza dell'acqua non nuoce».


Margherita De Bac
26 marzo 2012 | 7:56



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La password perfetta

Corriere della sera


Digitiamo almeno 8 codici al giorno, spesso a rischio hacker. Un sistema Usa riconosce l'utente dal modo in cui scrive


MILANO - Tanta strada per scoprire che la password perfetta esiste soltanto nella nostra testa. Anni di ricerche e algoritmi non sono riusciti a fare di meglio. Abbiamo speso tempo e denaro per scoprire qualcosa che è sempre stata con noi.
La password.

Quella combinazione di numeri, lettere e simboli a prova di hacker, certo. Ma anche di fidanzate gelose, amici invadenti e genitori apprensivi. Gli ultimi anni - soprattutto sul fronte della sicurezza informatica - non sono stati rassicuranti. Un po' per la potenza dei mezzi a disposizione degli hacker. Un po' - anzi: soprattutto - per mancanza di fantasia nostra. Ecco, la fantasia. Bisognerebbe mettercela sempre ogni volta che si crea una chiave di sicurezza. Perché è il frutto di una connessione di neuroni che potremmo fare soltanto noi, dentro la nostra testa, e che non sarebbe replicabile negli altri.

Figurarsi dalle macchine. Insomma, una password mentale per la mail, il pc dell'ufficio, le operazioni bancarie. Una sorta di impronta digitale. Ma con un grado di sicurezza maggiore. Scrive l' Economist che più che sforzarsi di creare una chiave a prova di hacker, bisognerebbe «ricalibrare» il cervello e ri-adattarlo alla realtà virtuale. Non è una cosa da poco. La nostra vita - professionale e affettiva - passa sempre di più attraverso le password. Secondo uno studio di Microsoft, ogni giorno di codici di accesso ne digitiamo mediamente otto. E per quanto possano essere segreti, c'è sempre qualcuno o qualcosa che prima o poi li ottiene.

Per l' Economist «le password "sicure" sono difficili da ricordare. Quelle memorizzabili sono facili da individuare». E così contro un esperto - malintenzionato - d'informatica la battaglia è persa in partenza. La questione, così, diventa anche culturale. Di testa. «Dobbiamo iniziare a pensare che la password è una componente sempre più sensibile della nostra vita», analizza Cesare Stefanelli, professore di Ingegneria informatica all'università di Ferrara. «Non possiamo sceglierla con leggerezza: protegge dati sempre più sensibili della nostra vita».

E così si torna alla sfida tra l'uomo e la macchina. Tra l'uomo pensante e i calcolatori sempre più sofisticati, che processano miliardi di combinazioni di lettere e numeri. Tra la fantasia e la successione piatta e infinita di 0 e 1. Negli Usa, il dipartimento della Difesa sta pensando di aggirare il «problema» delle password, creando una tastiera «intelligente» in grado di capire - attraverso la velocità e la pressione sui tasti - se chi la sta usando sia il proprietario oppure no. Fantascienza, per ora. Così, non resta che affidarsi a consigli più concreti.

L' Economist suggerisce due percorsi - tutti con un certo tasso d'inventiva - per creare un codice segreto un po' più solido. Il primo consiste nell'inserire come password una frase composta da parole senza un nesso logico, ma facilmente associabili a un'immagine. Per esempio la combinazione dei termini «corretto cavallo batteria graffetta». Queste password, dette «passphrases», sarebbero più difficili da individuare. Ma il problema, secondo uno studio dell'università di Cambridge citato dall' Economist , è che tante persone usano «passphrases» composte da parole che finiscono per avere comunque un collegamento.

Un altro modo, suggerito dal settimanale, è quello di prendere le iniziali di una frase a scelta, metterle insieme, aggiungere qualche maiuscoletto e inserire numeri e punteggiatura dov'è possibile. Bruce Schneier, uno dei massimi esperti di sicurezza informatica, suggerisce la frase «Too much food and wine will make you sick» (Troppo cibo e vino ti faranno stare male). La combinazione alfanumerica diventerebbe: «2mf&wwmUs». Con un'avvertenza: la frase da scegliere non deve essere già su Google. Ecco, a proposito di Google. Le password suggerite in questo articolo non saranno più utilizzabili nel giro di pochi minuti. I motori di ricerca le avranno già metabolizzate nei loro algoritmi. Gli hacker le avranno inserite nel loro database. Per trovarne una più affidabile bisognerà, ancora una volta, usare la fantasia. L'unica cosa che i ladri digitali non riescono ancora a rubarci.



Leonard Berberi
26 marzo 2012 | 8:53



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Venezia , i tormenti di una città-vetrina

Corriere della sera

Sospesa tra fioritura artistica , spopolamento e casse vuote


Sostiene Massimo Cacciari che le sciagure di Venezia sono due: le contesse che smaniano per salvarla; e il carattere dei suoi abitanti. «Venezia sta morendo!» è il lamento delle contesse e dei veneziani. In realtà, Venezia è già morta, come città. Ed è risorta, come vetrina. Di giorno Venezia non è affatto tetra, e neppure malinconica. Anzi, non è mai stata così bella, così vivace. Mai arrivati così tanti soldi dal Nord-Est, che qui amano chiamare le Tre Venezie, e da Milano, dall'Europa, dall'America. Soldi privati, però. Di mercanti, non di mecenati. Una fioritura di restauri e fondazioni. Il caso più eclatante è quello di Pinault, che si è preso un pezzo di Venezia - la meravigliosa Punta della Dogana - per esporre gli artisti della sua collezione che poi venderà nella sua casa d'aste.

Ora la polemica infuria sul Fontego dei Tedeschi, comprato dai Benetton, su cui l'archistar olandese Rem Koolhaas ha disegnato una contestata terrazza con vista sul Ponte di Rialto. È anche vero però che dentro Punta della Dogana nessuno metteva piede da decenni. Mentre al Fontego, un tempo affrescato da Giorgione e da Tiziano giovane, rifatto negli Anni 30 e trasformato nelle Poste, si andava al più a pagare le bollette. E con le mega-affissioni sul Ponte dei Sospiri e in San Marco, anche quelle contestate e per giunta orribili, il Comune ci paga il recupero e la manutenzione della basilica, del campanile, di Palazzo Ducale, del Correr...

Piazza San MarcoPiazza San Marco
Di notte, Venezia torna se stessa. Cioè una città spopolata, come altri centri storici; e Venezia è ormai il centro storico di Mestre. Ma qui, circondati dalla bellezza, è più triste lo spettacolo degli infissi chiusi, delle luci spente, del silenzio, mentre il flusso dei pendolari e dei turisti poveri si sposta verso la terraferma. Restano vivi gli angoli dove si ritrovano gli studenti: Campo santa Margherita, San Giacomo dell'Orio, il mercato di Rialto. I residenti si sono lamentati, e il Comune ha imposto il coprifuoco a mezzanotte. Del resto, se un ragazzo suona i bonghi in Campo de' Fiori a Roma o al Ticinese a Milano, tutto si perde in mezzo al frastuono. Nel silenzio e nel vuoto di Venezia, pare stia cominciando un attacco di guerrieri zulù. In compenso, per mancanza di vie di fuga, non ci sono rapinatori, da quando hanno preso «Kocis», che scappava col barchino.

Il sindaco filosofo

Racconta Cacciari: «Non si ha idea di cosa ho trovato dentro Punta della Dogana! Topi che scorrazzavano. Impiegati chiusi nei loro ufficetti. Nella torretta che guarda San Marco, forse il posto più bello del mondo, c'era un appartamento abusivo: sì, uno che abitava lì, all'insaputa di tutti. Il giorno in cui devono cominciare i lavori, spunta nei magazzini un deposito di legni vecchi. Dico: toglieteli. Mi rispondono che non si può, è roba della sovrintendenza. Chiamo la sovrintendenza: venite a prenderli. Mi rispondono che non si può, sono i resti di un vecchio solaio. A quel punto ho cominciato a urlare. Una scena isterica. Ho dato di pazzo».

Lo stesso accadde a piazzale Roma, dove sorgerà la nuova cittadella della giustizia, a prezzi triplicati rispetto al preventivo. «E ci credo - dice Cacciari -. Terreni inquinati. Lavori ritardati. Altri fatterelli, tra cui questo. Stanno per partire i lavori, quando viene annunciata una scoperta sensazionale: casse piene di ossa di animali. Dico che la cosa è nota: fino all'800 lì c'erano i macelli. Mi rispondono che la cosa è clamorosa, si può ricostruire tutta la catena alimentare di Venezia nel XVIII secolo. Vado, e mi mostrano un osso di capra, di vitello, di bue... Ho cominciato di nuovo a urlare. Un'altra scena isterica. Ho dato un'altra volta di pazzo: "Se non partono subito i lavori, prendo una mazza e distruggo le ossa una a una!"».
 
Racconta Cacciari di non sopportare più «il piagnisteo stucchevole» su Venezia, il lamento che sale «dagli sciagurati salotti» e da un popolo avvezzo a mugugnare. Ricorda quanto è stato fatto in questi vent'anni: il nuovo Arsenale, con il centro di ricerca Thetis; la ricostruzione della Fenice, per quanto tormentata; il restauro di Ca' Giustinian, sede della Biennale, su cui avevano messo gli occhi i Benetton che già possiedono l'isolato a fianco; il recupero della Certosa, l'isola dove si esercitavano i lagunari e dove adesso ci sono un parco, un centro per riparare le barche, un porto turistico.

E poi gli investimenti delle banche e dei privati, il rilancio della Fondazione Cini, lo sbarco di Prada a Ca' Corner della Regina, la Querini Stampalia, la Bevilacqua La Masa, i musei civici affidati a Gabriella Belli, il raddoppio dell'Accademia; oltre ovviamente a Pinault, che ora si è impegnato a recuperare il teatro di Palazzo Grassi (ad oggi però deserto di mostre).


Il problema è che il Comune non ha più un euro. Si sono inaridite le due fonti storiche, entrambe affidate all'alea, alla sorte: la legge speciale, e il casinò. Venezia da sempre è un'enclave in un Nord-Est distante e ostile: è di sinistra in un mare destrorso; in Confindustria ha Eni, Enel, Telecom, Finmeccanica, giganti lontani e distratti, non piccoli imprenditori legati al territorio; è assistita e succhia(va) soldi da Roma, anziché versarne. Ora lo Stato paga meno, e finisce tutto al Mose: la più grande opera d'ingegneria idraulica al mondo; già inghiottiti 5 miliardi di euro, e mancano ancora due anni di lavori. Poi ci sarà da pagare la manutenzione delle gigantesche dighe mobili che custodiranno le tre bocche di porto, da cui entrano in laguna le barche e le maree.
 
La città è scettica. Arrigo Cipriani, per esempio: ottant'anni ad aprile, due ristoranti a Londra, sette a Manhattan; il simbolo dell'ospitalità veneziana. Nel vecchio magazzino di cordame divenuto l'Harry's Bar, una sera ha avuto a cena quattro re a quattro tavoli diversi. Però condivide il giudizio di Cacciari sugli aristocratici ansiosi di salvare Venezia. Dice Cipriani che tutto cominciò dall'alluvione del 1966: «La città rimase sommersa per meno di 24 ore, il giorno dopo l'Harry's Bar era aperto, i danni li fecero soprattutto i motoscafi che sfrecciavano per divertimento. Venezia convive con l'acqua fin dalla nascita: è come un corpo umano, con la circolazione arteriosa e quella venosa; l'acqua entra, pulisce, fuoriesce. Il Mose ferma le maree di un metro e 20; ma piazza San Marco è a 90 centimetri sul livello del mare, sarebbe sommersa lo stesso. E poi quest'anno l'acqua alta non si è ancora vista...».

L'altra cassaforte del Comune è il casinò, che un tempo ospitava gli smoking bianchi dei giocatori di chemin de fer al Lido, e oggi vive di cinesi che giocano alle slot machine in terraferma, a Ca' Noghera. Tra la crisi e la concorrenza dello Stato con le slot on line, l'incasso è sceso da 200 milioni l'anno a 145. Siccome cento se ne vanno per i costi fissi, i proventi del Comune sono crollati. Il nuovo sindaco vorrebbe privatizzare la gestione, ma i croupier non ne vogliono sapere di lavorare sotto padrone e hanno fatto sei giorni di sciopero (per non essere da meno, i gondolieri hanno ottenuto dalla giunta lo status di lavoro usurante, come i minatori, i palombari, gli operai delle cave e dell'amianto).

Il sindaco Giorgio Orsoni
Il sindaco orologiaio

Il nuovo sindaco - Giorgio Orsoni, 66 anni - è un personaggio interessante. Certo, non ha il carisma del predecessore. («Cossa xé 'sto carisma?» chiedeva l'altro giorno in vaporetto un pensionato a un amico, parlando di Cacciari. Risposta: «Vol dir che no ti pol dirghe niente». «Vorria averlo anca mi». E l'altro, con aria di mistero: «Xé dificilisimo!»). Venezia nel '900 è vissuta su coppie di carismatici: al tempo del fascismo, Cini e Volpi; nel dopoguerra, Feliciano Benvenuti e Bruno Visentini; fino a poco fa, Cacciari e il patriarca Angelo Scola. La città ha il gusto per le cariche dal suono arcaico: patriarca, procuratore di San Marco, magistrato alle acque, ammiraglio dell'Arsenale, che per beffa del destino è un genovese. Genovese è pure l'erede di Scola, Francesco Moraglia, che si è insediato ieri.
 
Il primo procuratore di San Marco è anche sindaco. Eletto dalla sinistra anche se votava liberale. Più che un amministratore, Orsoni è un amministrativista. Più che un politico, ricorda un orologiaio: ha il gusto minuzioso di smontare i problemi, analizzarli in ogni ingranaggio e cercare di aggiustarli. L'hanno definito "il doge di Benettown", ma il primo progetto della terrazza sul Fontego è stato bocciato e ora un'occhiuta commissione sta esaminando il secondo. Però i problemi non finiscono mai. Al Lido scavando le fondamenta del nuovo Palazzo del Cinema hanno trovato l'amianto, e si sono fermati.

Il ponte di Calatrava pare maledetto: la Corte dei conti chiede i soldi indietro all'architetto e ai tecnici del Comune, l'arco è troppo ribassato per cui si sta già allargando alle basi, là dove sono in agguato gli zingari che si offrono ruvidamente di portare la valigia ai turisti insospettiti. Poi ci sono le navi da crociera, che dappertutto si sono allontanate dalla riva, tranne qui. Dice il sindaco che il bacino di San Marco è un passaggio obbligato, però dovrebbe diventare Ztl: almeno il Comune ne guadagnerebbe qualcosa. Ma le vere questioni epocali sono due. Lo spopolamento della Venezia storica. E il destino della più grande area industriale d'Europa, Marghera.

Il sindaco di Mestre

Il display della farmacia Morelli di campo San Bartolomeo, vedetta della grande fuga, indica che sono rimasti 58.855 residenti. Orsoni dice che se si aggiungono 20 mila studenti, 20 mila pendolari, altri 20 mila che vivono a Venezia pur non avendo la residenza, gli abitanti delle isole e la quota giornaliera dei 22 milioni di turisti che ogni anno passano in città, si arriva a 200 mila: la popolazione che da sempre la laguna può contenere. Sarà. Anche il sindaco però deve riconoscere che il silenzio notturno, le finestre sbarrate, i palazzi fatiscenti accanto a quelli recuperati dai miliardari danno un'immagine di città morta che contrasta con la vivacità diurna. Il giovedì sera, poi, giorno di chiusura del "Giorgione", non c'è neppure un cinema (ora dovrebbero aprirne un altro vicino al teatro Goldoni).

Il punto è che i veneziani non vogliono più vivere a Venezia, e non solo perché le case ai piani alti sono carissime e quelle umide a livello dell'acqua o surriscaldate sotto i tetti non le prende nessuno. I veneziani vogliono - proprio come tutti noi - la macchina sotto casa. Il Comune ha seimila appartamenti, molti affittati ai popolani, come la mitica Lucia Massarotto: sfrattata dalla Riva dei sette martiri dove sventolava il tricolore in faccia ai leghisti, ha trovato casa a Santa Croce. È la classe media a mancare, sono i borghesi che abitavano i piani tra quello nobile e le mansarde, come racconta il conte Ranieri Da Mosto, discendente di Alvise - navigatore, scopritore delle isole di Capo Verde - e superstite della Venezia aristocratica, rintanato nel palazzo settecentesco vicino alla chiesa di San Pantalon.

Il campanile di San Pantalon è tra quelli che perdono pietre e sono sorvegliati dalla Sovrintendenza: San Marco, Torcello, Burano, Frari, Santo Stefano. Il parroco, don Marco Scarpa, ha un'altra chiesa in restauro, i Tolentini, e lancia un appello: «Cerco sponsor. Sono disposto a mettere affissioni». Certo è triste vedere il marchio dell'Hard Rock Café proiettato sul campanile di San Marco la notte di Carnevale, o trovare la Scuola Grande di San Rocco chiusa per un "evento" di una carta di credito. Però la manutenzione del complesso cui Tintoretto lavorò per oltre vent'anni, ritraendosi tra i soldati romani mentre osserva angosciato la Crocefissione, costa. Tele, marmi, legni, e il tesoro: il pollice di San Pietro, l'indice di sant'Andrea, una vertebra di san Rocco, un frammento della corona di spine. Forse il posto più bello del mondo. Con appena 120 mila visitatori l'anno. Su 200 turisti che sbarcano a Venezia, 199 non vanno a vedere la spirale di angeli che entra nella capanna di Maria con un vortice che ricorda la velocità astratta di Balla, e poi l'Annunciazione di Tiziano, il Cristo portacroce di Giorgione... Forse non ha torto Cipriani, quando dice che la gran parte non sono turisti, ma curiosi.


Figurarsi Mestre. La città più brutta d'Italia, almeno sino a poco fa. Ora hanno pedonalizzato piazza Ferretto, piantato boschi in periferia, trasformato la discarica di San Giuliano in parco, fatto arrivare la banda larga, progettato l'M9, il museo del futuro. Certo, neppure il gran lavoro di Gianfranco Bettin, lo scrittore che prima come prosindaco ora come assessore se ne occupa da vent'anni, potrà mai fare di Mestre un bel posto. Può evitare il peggio, come Bettin ha fatto con i centri sociali, a cominciare dal Rivolta di Luca Casarini, dove sono nate le Tute Bianche e ora si insegna l'italiano agli extracomunitari. All'ingresso sventola il leone di San Marco, però incappucciato tipo subcomandante Marcos.

Bettin dice le stesse cose di Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto: Marghera deve restare un insediamento industriale. Le infrastrutture ora ci sono: il benedetto Passante, la crescita dell'aeroporto e del porto fanno di Mestre il centro del Nord-Est. Se le sorti del petrolchimico sono segnate, si punta sul rilancio del Vega, il centro di ricerca delle nanotecnologie, dove si progettano idee; ora servirebbero tutte attorno le industrie che le realizzino. Pierre Cardin, che in realtà si chiama Pietro Cardin ed è nato a Sant'Andrea di Barbarana (Treviso), prima di morire vorrebbe erigere qui a Marghera la "Tour Lumière", un palazzo da un miliardo e mezzo di euro e 254 piani, per ospitare l'università della moda. Il sindaco non dice no. Il presidente della Regione è entusiasta. Forse perché pure Luca Zaia viene dalla Marca Trevigiana, e ha per Venezia lo stesso sentimento di estraneità e di meraviglia che avevano i suoi genitori, venuti qui per la prima e ultima volta in viaggio di nozze nel 1966, e tornati al paese con la convinzione che il posto più bello del mondo fosse la basilica di San Marco.

Per concordare basta scoprire la formella della fiancata Nord, studiata dalla grecista Monica Centanni, che raffigura il volo di Alessandro Magno: i bizantini pensavano che, conquistato il mondo, Alessandro fosse sceso negli abissi con un sommergibile trasparente, poi avesse aggiogato al suo carro due ippogrifi e impugnando due lepri come esche fosse asceso al cielo; sino a quando un angelo non gli sbarrò il cammino. Oppure basta ammirare la cupola della Creazione, appena restaurata dalla Venice Foundation, la Genesi degli analfabeti, dove Dio mette la mano di Adamo sulla testa del leone a indicare la primazia dell'uomo sugli animali; lo stesso leone che nel mosaico accanto esce dall'arca di Noè e dopo mesi di inerzia si stira le zampe prima di allungarsi nella corsa. Dovrebbe accadere lo stesso a Venezia: riprendere a correre, nonostante il peso di un compito così gravoso, custodire tanta bellezza e farle rinascere attorno una città.

Aldo Cazzullo
http://blog.aldocazzullo.it 26 marzo 2012 | 8:48

Quei nostalgici che non si rassegnano al tramonto delle idee

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"I figli del sole", l'ultimo Mussolini e i delitti della Volante rossa


Eccoli, i nostalgici. Dopo la guerra, finito il fascismo, un gruppo di ventenni che avevano appena sfiorato da ragazzi la Repubblica Sociale, si ritrovano in gruppi, cenacoli, riviste.




Il Msi, per loro è troppo poco, è un partito, roba da parlamento, mentre loro vogliono essere un’aristocrazia, il fior fiore. Per esempio I figli del Sole. Un nome pagano, quasi esoterico, che scopre Julius Evola e Massimo Scaligero. Il loro leader è Enzo Erra, vi aderiscono Pino Rauti, Giano Accame, Fausto Gianfranceschi, Primo Siena. A fianco, in quel piccolo ma vivacissimo mondo, altre testate, altri ragazzi nostalgici sfidano il loro tempo: Piero Buscaroli, Silvio Vitale, Clemente Graziani, Gabriele Fergola, Vanni Teodorani, Roberto Melchionda, Fabio De Felice, Fausto Belfiori, Egidio Sterpa, Franco Petronio, Angelo Ruggiero e tanti altri. Di loro racconta la storia e le succinte biografie un libro-amarcord appena uscito di Sergio Pessot e Piero Vassallo, I figli del Sole (Novantico Editore, pagg. 280, euro 22).

Quel piccolo mondo in realtà è diviso in tre filoni culturali: quello sociale e nazionale che si richiama a Gentile, quello aristocratico-pagano che si richiama a Evola, quello cattolico tradizionale. A volte si accendono dispute anche furenti. A chi, come Mirko Tremaglia, all’epoca militante nella sinistra missina, ironizza sui figli del sole, Accame replica che loro invece, i fascio-sociali, sono «figli dell’intestino». In questi stessi giorni, uno di loro, che vive ormai da decenni in Cile ma ha lasciato il cuore in Italia e in quell’Italia, Primo Siena, dedica un libro a La perestroika dell’ultimo Mussolini (Solfanelli, pagg. 282, euro 19). Arricchito da una prefazione di Giuseppe Parlato, il libro di Siena, oggi 85enne, ipotizza come si sarebbe evoluto il fascismo senza il trauma finale: dal cesarismo dittatoriale verso una democrazia organica.

La linea di Salazar e Dollfuss e in parte di Franco. Fondatore nei primi anni ’50 di una rivista, Cantiere, e poi a fianco di Gaetano Rasi con Carattere, Siena cerca di unire la sua idea sociale, nazionale e cattolica. Un altro libro nostalgico ci riporta a quegli anni: è Perché uccisero Mussolini e Claretta (Rubbettino, pagg. 216, euro 16) di Luciano Garibaldi e Franco Servello che nella sua ultima edizione riporta documenti rilevanti sulle omissioni e le responsabilità del Pci non solo nell’uccisione di Mussolini e della Petacci ma anche nella sparizione del cosiddetto oro di Dongo. Il libro ripercorre un’inchiesta che fece nell’immediato dopoguerra Franco De Agazio, zio di Servello, che fu ucciso per le sue scottanti indagini dalla Volante rossa nel 1947. I figli del Sole, il sogno proibito dei nostalgici, il ricordo di De Agazio e di molti scrittori e giornalisti morti negli ultimi tempi (Accame, Erra, Gianfranceschi), l’estrema, tenace memoria degli ultimi testimoni. La Spoon River di una generazione fiera che non diventò classe dirigente politica ma si disperse in tanti rivoli, pur serbando una disperata coerenza.



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Quelle risate tra nemici che l'Italia non capisce

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C'è qualcosa di irreale nella foto di Monti e Camusso pizzicati con volti sorridenti. E l'elettorato è spiazzato...

La foto. Lui ha gli occhiali, i capelli bianchi, il sorriso quasi tenero e la guarda senza girare del tutto il volto, comunque divertito, spezzando per un attimo ogni traccia di austerità.


Lei è più alla mano, si vede, la testa è leggermente tirata indietro, la risata è più vera- non ha le inibizioni dell’uomo - con le meches, il collo arrossato e gli occhi chiusi che non trattengono l’allegria. Lei ha davanti l’acqua, lui un bicchiere di vino mezzo vuoto (o mezzo pieno). Davanti, come dimenticato, un vassoio di dolci, s’intravedono tre marron glacè.


La foto, si diceva, e uno potrebbe pensare che come questa se ne sono viste tante. È una pausa conviviale sul lago di Como, a Cernobbio, durante un forum della Confcommercio, solo che un attimo dopo l’anomalia si fa evidente, c’è qualcosa che non torna, non nella foto, ma nell’atmosfera. Quei due ridono. Ridono, porca della miseria. Come se tutto il resto non esistesse o stesse dall’altra parte della parete, sul palcoscenico, lì dove si apre il sipario della finzione e, come cantava il Caruso di Dalla, ogni dramma è un falso. Lì, nella contea nordica dei Gallio, nobiltà scomparsa, la politica arriva solo come un rumore di scena. Fuori c’è un mondo, con il suo canovaccio dove ogni commediante ha la sua parte e recita a soggetto, e gli spettatori si accapigliano e rumoreggiano,tifando per l’uno o per l’altra, discettando di diritti e morale, come se quelle parole e quei gesti fossero vita.


E il bello è che gli spettatori siete voi. Siamo noi.


Ecco cosa c’è di stralunato in quella foto. Lui sorride, lei ride. E i due sono Mario Monti e Susanna Camusso.Allora a noi spettatori all’improvviso increduli viene con un po’ difastidio da urlare:ma che ridete? Che c’avete da ride .


Non c’era là, fuori da Cernobbio, il muso a muso sull’articolo 18? Che fine ha fatto la contraddizione insanabile sulla riforma del lavoro, con la Cgil che evoca i fantasmi dell’operaio massa e il governo dei tecnici con il loro bagaglio di cattedre bocconiane, di buona borghesia metropolitana e nordista, di regolamentari camicie azzurre e giacche blu libere finalmente dal rigore invernale del loden? Non c’è.O meglio,esiste come rappresentazione. È simbolismo, è narrazione, è interessi, è identità, è senza dubbio soldi e perfino sopravvivenza, custodia della poltrona, che poi è l’istituzionalizzazione del ruolo. Ma la vita è altrove.


Questo non significa che la politica sia solo un’inutile menzogna, ma che quando si presenta nuda, senza i costumi,spiazza l’elettorespettatore. La foto di Cernobbio è un fuori onda. E sembra irreale perché abbiamo bisogno dei nostri mostri. È chi sta dall’altra parte del palcoscenico che sente il bisogno di mettere la maglietta con scritto «la Fornero al cimitero». Sono per noi i litigi a cena con gli amici su destra e sinistra. È al di là del teatro che gli antiCav disprezzano i Cav. Questo non capita ai commedianti. O davvero credete che Di Pietro sia l’acerrimo nemico di Berlusconi? No, anzi, Tonino per un momento ha tremato quando il Cav ha lasciato Palazzo Chigi.Si è sentito come l’attore a cui stavano sforbiciando la parte.



È come nell’epopea dei Pupi siciliani. A cosa serve Gradasso senza Orlando o Agrimante senza Rinaldo? È così che Di Pietro senza Berlusconi deve inventarsi un altro canovaccio. Solo qualche volta capita che l’antipatia personale, la vita, prenda il sopravvento sulla messinscena. Accadde con Berlinguer e Craxi, e questo segnò il destino della sinistra italiana. È successo nel divorzio tra Fini e il Cavaliere. Un colpo di scena irrazionale dove l’attore per una volta ha vinto sul personaggio. Non si sopportavano più, non si vedevano,urticanti l’uno per l’altro, senza fiducia, senza rispetto. Il paradosso è che critici e spettatori fecero di tutto per far credere che quel litigio fosse solo un’improvvisazione, un artificio, la brutta storia di cinici sceneggiatori.


Videro la vita e pensarono fosse teatro, magari perché troppo abituati al teatro. E invece non sarà facile vedere Silvio e Gianfranco ridere come Susanna e Mario. La foto, appunto. Se qualcuno di voi si è chiesto, allora, cosa avesseroda ridere lui e lei non deve pensare nulla di male. È quello che accade nel retrobottega del Palazzo. Certo, può anche accadere che due attori non si sopportino davvero. Succede, succede spesso, anche a Hollywood, ma non ha nulla a che fare con la politica. La politica la fate voi, non loro. Voi, spettatori, potete togliere il saluto a un condomino per una scelta di campo, per un commento in più. Non loro. La bella, disillusa verità è che in politica di solito nessuno si odia.



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Viaggio tra le polemiche tra i beagle di Green Hill "Questo non è un lager"

Il Giorno

I biologi dello stabilimento difendono le condizioni di vita degli animali: "Li trattiamo bene e ci aiutiamo a produrre farmaci salvavita": Ma la bufera continua


di Serena De Simone



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Montichiari, 26 marzo 2012

C’è chi sostiene che non si possa fare ricerca senza testare i prodotti sugli animali, chi invece è convinto che un’alternativa ci sia: la cultura di cellule ad esempio, oppure test su tessuto umano. C’è chi assicura che, a differenza del passato, gli animali oggi non soffrono, perché anestesizzati e chi, al contrario, racconta di morti indescrivibili. La sperimentazione animale, comunque la si veda, sta facendo molto discutere in questi ultimi anni: mondo scientifico in primis, ma anche politici, animalisti e gente comune.

Siamo andati a visitare Green Hill, l’azienda nella Bassa bresciana che alleva cani beagle destinati alle case farmaceutiche e la riflessione è sorta spontanea: poveri cuccioli costretti a vivere dietro le sbarre oppure poveri noi se non ci fossero le medicine testate, appunto, sugli animali? Chi in quell’azienda ci lavora, come il biologo Bernard Gotti, consulente Marshal per Green Hill, che ci ha accompagnato durante la visita, si dichiara «fiero di essere il primo tassello di una lunga catena che porta poi alla produzione di medicine salvavita per l’uomo. Il nostro è un dovere morale».

Sono ben 2.500 i cani allevati a Montichiari, 3mila nascono ogni anno, altrettanti vengono venduti nello stesso periodo. Cinque capannoni, più di 800 gabbie e l’abbaiare dei beagle si sente già da lontano. Appena ci vedono iniziano a saltare nelle loro gabbie. Le apriamo qualche cane esce subito e si lascia coccolare, altri, invece, hanno timore e restano dentro ancora un po’. Poi timidamente raggiungono i compagni e poggiano il muso sulla nostra mano. Sono dolcissimi, per questo, spiega il consulente vengono scelti: «È una razza molto socievole - afferma Gotti – e in una sperimentazione anche questo conta. Gli animali qui sono trattati benissimo e hanno sempre da mangiare».

C’è chi non la pensa così. Come l’ex ministro Michela Vittoria Brambilla, da sempre in prima linea contro la sperimentazione animale e gli allevamenti di cavie: «Quanta ipocrisia e falsità nelle parole di questi difensori della vivisezione che si può pure chiamare sperimentazione animale, ma non cambia in alcun modo la sostanza. Ognuno dei cani di Green Hill finirà la sua breve esistenza tra atroci sofferenze. E poco importa se si rispettano le normative igienico-sanitarie vigenti, quello che fa è eticamente inacettabile ed è per questo che deve chiudere per sempre».

di Serena De Simone
serenadesimone@ilgiorno.net

I precari del call center vanno assunti, se il rapporto di lavoro è di fatto subordinato

La Stampa


La Cassazione (sentenza 4476/12), respingendo il ricorso di una società di call center che non voleva riconoscere la natura subordinata del rapporto di lavoro a favore della dipendente, R. B., addetta al call center dal 4 giugno 2001, ne ha ordinato l'assunzione. Respingendo il ricorso della società, ha ricordato che «una volta accertato nel concreto atteggiarsi del rapporto il vincolo di soggezione del lavoratore con inserimento nell’organizzazione aziendale, correttamente il giudice di merito ha ritenuto che non poteva assumere rilevanza contraria la non continuità della prestazione e neppure la mancata osservanza di un preciso orario».

La sentenza conferma il giudizio della Corte d’appello di Roma che aveva riconosciuto natura subordinata al rapporto di lavoro tenuto da R. B. presso il call center, intimando alla società il pagamento delle retribuzioni che spettavano alla lavoratrice dipendente fino al 30 maggio 2007. La Cassazione ha aggiunto che il lavoro non era a contratto o a progetto perchè sui lavoratori c’era un controllo particolarmente accentuato ed invasivo: «il concorso congiunto del sistema informatico, in grado di controllare l’attività del telefonista in tutti i suoi aspetti, e della vigilanza dell’assistente di sala, mostrava l’esistenza di un controllo particolarmente accentuato ed invasivo, non usuale neppure per la maggior parte dei rapporti subordinati esistenti e quindi inconciliabile con il rapporto autonomo». L’impiegata era sottoposta «non tanto a generiche direttive, ma ad istruzioni specifiche, sia nell’ambito di briefing finalizzati a fornire informazioni e specifiche in merito alle prestazioni contrattuali, sia con puntuali ordini di servizio, o a seguito di interventi dell’assistente di sala».


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La storia "ufficiale" ha ucciso la Storia

di -

Il comunismo è sparito, il fascismo è appiattito sul nazismo. E, tranne il rigurgito risorgimentale, il resto viene ignorato


Ma com’è che in Italia la storia è sparita? Non mi riferisco alla fine della storia, secondo il noto tormentone di Francis Fukuyama. Dico proprio l’interesse per la storia, per i testi storici, per la storiografia e i suoi più controversi capitoli.



C’è un calo vistoso, tra l’amnesia, la nausea e la sazietà. Avevamo tanti difetti, noi italiani, e non siamo mai stati gran lettori, ma la passione storica ci coinvolgeva, anche perché si esercitavano le tifoserie retrospettive. C’erano riviste storiche che andavano forte, da Historia a Storia Illustrata, i settimanali d’opinione vendevano di più quando avevano in copertina personaggi e inchieste storiche (non vi dico col duce); la storia divulgativa, sulla scia di Indro Montanelli (con Mario Cervi), andava alla grande, tra Massimo Grillandi e Antonio Spinosa, Giorgio Bocca e Giorgio Pisanò, Mario Tedeschi, Roberto Gervaso e Franco Bandini, Antonino Trizzino e Gigi Romersa, Carlo de Biase e Adriano Bolzoni, e tanti altri; e perfino la storiografia accademica, tra Renzo De Felice e Rosario Romeo, ma anche a sinistra, con Paolo Spriano, Beppe Vacca, Nicola Tranfaglia e altri, faceva opinione e creava interesse.

E non mancavano memoriali e contro-memoriali, una fiorente pubblicistica di testimonianza e di nicchia che alimentava ambienti culturali e politici. Da tempo, invece, si è spento o affievolito l’interesse per la storia. Il comunismo è sparito come se mai fosse esistito e si occultano con fastidio opere e ricerche che riportano alla luce i suoi crimini e misfatti. Il fascismo è ridotto al nazismo e identificato con il razzismo; tutto si riduce al lager. Del resto della storia non si vede neanche l’ombra, salvo la fiammata critica sul risorgimento come contropelo padano e terrone dei 150 anni d’Unità. Ogni avvenimento del passato viene sottratto al giudizio storico e perfino ideologico, per entrare piuttosto nel pregiudizio emozionale, sempre sommario.

La stessa cosa vale in positivo, l’iconografia trionfante di Che Guevara è uscita dalla storia per entrare nella fiction, è una pura immagine decontestualizzata e deideologizzata; un top model della rivoluzione, un look accattivante da imitare. La stessa cosa avviene col diffuso fascio web, gesti e simboli destoricizzati. Di tutta l’altra storia non si vede l’ombra. È declinato anche l’interesse verso alcune epoche storiche come il Medio Evo che aveva un pubblico vasto e appassionato. La memoria è passata dalla storia alla morale e il giudizio storico tocca ai tribunali che possono punire alcuni revisionismi ritenuti indecenti. Quando si parla di radici del presente l’orizzonte viene ridotto all’agiografia della Costituzione; il resto è preistoria.

Se la politica interessa sempre meno o si riduce a una questione di abusi e di sprechi, se la passione civile manca, è anche perché non c’è più vita sul pianeta storia. Certo, si potrebbe anche dire l’inverso, che l’anoressia politica produce inappetenza di storia. Ma un fenomeno non spiega l’altro, semmai ciascuno rafforza l’altro. La politica spegne la storia, la non-storia spegne la politica. Ma da cos’altro dipende questo declino della storia nell’interesse pubblico? La motivazione più ricorrente, ormai divenuta quasi ovvia, è «la dittatura del presente» o «il totalitarismo del web» che ci immette in un gossip globale ed estemporaneo che si fa «chiacchiere e distintivi» senza alcun approfondimento, alcuna retrospettiva, alcuna ricerca dei presupposti e dei precedenti.

Ma credo che qualche responsabilità l’abbia anche la «storiografia ufficiale», un’espressione che mette scuorno a Giuseppe Galasso, autorevole storico ufficiale che è tornato a risentirsi di ciò nella cerimonia ufficiale al Quirinale dello scorso 17 marzo. La storiografia ufficiale è quella accademica che vigila sul Canone e sulla sua osservanza, che non riconosce la funzione revisionista della storia e disconosce ciò che esula dal suo cono di luce; ammette la ricerca nel dettaglio a patto che consolidi il Giudizio e non lo smentisca.

Abbiamo dovuto aspettare gli storici divulgatori e giornalisti, come Giampaolo Pansa e Pino Aprile, Gianni Oliva e Arrigo Petacco, Paolo Mieli e Giordano Bruno Guerri e altri, per sapere qualcosa di più e finora di non detto, non riconosciuto, sulla guerra partigiana e gli eccidi del dopoguerra, la storia d’Italia e la conquista del sud; le foibe e i regimi comunisti, su alcune biografie, sul caso Mattei o sulle pagine nere della nostra repubblica.  La storiografia ufficiale si è distratta su questi temi, non ha raccontato i lati in ombra, si è limitata a certificare la verità consolidata, a confermare il canone. Ha responsabilità non lievi se la coscienza storica si è narcotizzata.

Naturalmente non mancano storici rispettabili e opere di spessore. Mi sovvengono alcuni nomi ma mi trattengo dal farli per non dimenticarne altri. Né va dimenticato il ruolo di alcuni che si sporgono fuori dagli atenei e hanno visibilità in ambiti più legati all’attualità, ai media, alla politica che alla storiografia: da Galli della Loggia a Giovanni Sabbatucci, da Lucio Villari a Luciano Canfora, da Franco Cardini a Francesco Perfetti. Ma c’è un altro aspetto che non va trascurato e riguarda il metodo e lo stile. Diceva Gioacchino Volpe, ispirandosi a Labriola, che la storia per essere credibile e appetibile, dev’essere «scienza del procedimento e arte della narrazione», ovvero da un lato rigorosa ricerca che ricostruisce come sono andate le cose e dall’altro capacità di raccontarle, di coinvolgere il lettore.

De Felice, ad esempio, era dotato della prima ma non della seconda, come notava Montanelli (a cui forse si poteva rimproverare l’inverso, ma lui non pretendeva di scrivere testi scientifici). Volpe, che fu accademico ma in origine anche giornalista, anzi correttore, era dotato di ambedue. Temo che oggi la «storiografia ufficiale», con rispettabili eccezioni, faccia esattamente il contrario: la narrazione si fa paludata, farraginosa e noiosa, come un trattato scientifico, e il procedimento, cioè il metodo storico si fa artificioso, se non artefatto, perché sottomesso a omissis, pregiudizi e dogmi indiscutibili. Il risultato è un indigesto cumulo di ovvietà ma corredate da un sontuoso apparato di note. Tanto condimento per pietanze così scarse.


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Grillo attacca: "Rigor Montis è fuori controllo"

Quotidiano.net

"Una camicia di forza per lui e la Frignero"



Nel suo blog il comico invoca elezioni anticipate: "Va fermato con una robusta camicia di forza. Smontategli il lobo frontale prima che distrugga le basi dello Stato sociale". E lo paragona al computer impazzito di 2001 Odissea nello spazio: "Il chip difettoso va rimosso"


Roma, 26 marzo 2012



“Suono dell’ambulanza della neuro che si avvicina...”. Beppe Grillo sul suo blog attacca il premier Mario Monti, per il quale invoca “una robusta camicia di forza”.

Per Grillo ormai “Rigor Montis è fuori controllo” e “va fermato con le elezioni anticipate”. Poi lo paragona ad Hall (‘Monti 9000’) “il cervello elettronico fuso dalla voce suadente e metallica” di ‘2001 Odissea nello spazio', “che ci rassicura sulla rotta mentre ci conduce con mano ferma e sicumera galattica verso la catastrofe”.

Ecco perché “gli va rimosso il chip difettoso. I suoi soliloqui ne testimoniano il malfunzionamento. Chiamate gli infermieri con una robusta camicia di forza per lui e con una camicetta trasparente (ma non troppo) per la Frignero. Smontategli il lobo frontale prima che distrugga le basi dello Stato sociale”.



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Adesso fermiamo l'invasione islamica

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Dopo la strage in Francia lotta al nemico globalizzato. Buonismo e relativismo stanno minacciando la nostra casa. Dobbiamo far arretrare il fronte dell’odio



Il sergente Michele Silvestri è la cinquantesima vittima italiana in Afghanistan. Ora basta! Ritiriamoci! Andare avanti sarebbe illogico, un atto di suicidio, controproducente per la salvaguardia della sicurezza nazionale dell’Italia.




Rassegniamoci al fatto che l’Occidente ha perso la guerra contro il terrorismo islamico fuori di casa nostra, dal momento che stiamo trattando il nostro ritiro, o più esplicitamente la nostra resa, con i talebani, i salafiti, i Fratelli Musulmani e forse con la stessa Al Qaida nell’illusione che ci lascino in pace almeno dentro casa nostra.



Ma la nostra casa già brucia! L’invasione islamica è già in atto! Gli attentati terroristici verificatisi anche recentemente sono solo la punta dell’iceberg di una struttura del radicalismo islamico solida, diffusa e incontenibile a causa del nostro relativismo e buonismo. A questo punto ritiriamoci subito per difenderci dentro casa nostra dallo stesso nemico globalizzato e ormai autoctono, che ha la nostra stessa cittadinanza, che è nato o comunque cresciuto tra noi, ma che ci ha condannato a morte per il semplice fatto di essere cristiani, ebrei, laici, atei, infedeli, apostati. Affrettiamoci a far arretrare il fronte di prima linea che va dall’Afghanistan, Irak, Iran, Pakistan, Indonesia, India, Yemen, Somalia, Libano, Territori palestinesi, Sudan, Libia, Egitto, Tunisia, Marocco, Siria, Kenya e Nigeria all’interno delle nostre frontiere.


Il primo passo da fare è scardinare la filiera che parte dalle moschee dove si predica l’odio. Dobbiamo agire e in fretta! Insieme ad Oriana Fallaci sono stato uno dei più convinti sostenitori della guerra al terrorismo promossa dagli Stati Uniti ancor prima del più clamoroso attentato nella Storia contemporanea che ha provocato il crollo delle due Torri Gemelle e l’attacco al Pentagono l’11 settembre 2001. Ho condiviso sia l’intervento militare in Afghanistan e in Irak, sia le iniziative promosse ovunque nel mondo per combattere la rete del terrorismo islamico privatizzato e globalizzato da Bin Laden. Fu il presidente americano George Bush a coniare per la prima volta il concetto di guerra al terrorismo il 20 settembre 2001: «La nostra guerra al terrore inizia con Al Qaida, ma non finisce lì. Non finirà fino a quando ogni gruppo terroristico di portata globale sarà trovato, fermato e sconfitto». Quella guerra iniziò proprio in Afghanistan con la sconfitta dei talebani che ospitavano Al Qaida.


Oggi Obama sta trattando proprio con i talebani i termini del ritiro delle forze americane nella duplice illusione che i talebani possano condividere il potere con il presidente filo-americano Karzai e assicurare che non sosterranno più il terrorismo islamico globalizzato. Contemporaneamente Obama, unitamente a Sarkozy e Cameron, ha favorito l’avvento al potere sulle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo di regimi islamici che ostentano moderazione sul piano economico e finanziario, ma che sono radicali sul piano valoriale e sociale mirando esplicitamente ad imporre la sharia, la legge coranica. Siamo di fatto circondati da nemici islamici che ci considerano «Dar al harb», Casa della guerra santa islamica, una terra di conquista. Per la guerra al terrorismo islamico abbiamo speso oltre 4 mila miliardi di dollari e, soprattutto, il costo in vittime umane è semplicemente terrificante: 225mila morti, 365mila feriti, 7 milioni e 800mila rifugiati e dispersi dal 2001 al 2011. Tutto ciò non può non lasciare il segno e aver radicato nell’animo degli islamici la sete di vendetta.


Proprio per fronteggiare la guerra al terrorismo la spesa militare degli Stati Uniti è balzata a 6.191 miliardi di dollari dal 2001 al 2011, attestandosi a 710 miliardi di dollari nel 2011. Per l’Italia il costo della guerra in Afghanistan è di circa 700 milioni di euro, 2 milioni di euro al giorno. La questione della spesa militare ha un’incidenza primaria nella scelta di arrendersi al nemico islamico, dal momento che per gli Stati Uniti il contenimento della spesa militare è diventato un obbligo per ridurre l’indebitamento pubblico che è il più elevato al mondo, pari a 15.476 miliardi di dollari, circa il 100% del Pil (Prodotto interno lordo). La crisi finanziaria si abbatte anche in seno alla Nato che gestisce le operazioni militari in Afghanistan. L’insieme dell’Unione Europea spende per la difesa 300 miliardi di dollari all’anno, meno della metà degli Stati Uniti che si accollano il 75% delle spese della Nato, quando nel 2001 le quote venivano equamente suddivise.


Nel giugno 2011 l’allora ministro della Difesa americano Robert Gates aveva lanciato una dura accusa agli europei: «Quasi tutti gli alleati hanno votato per la missione in Libia, ma meno della metà ha aderito alla missione, e meno di un terzo ha partecipato alle azioni militari. La più potente alleanza nella storia del mondo, impegnata contro un regime male armato, è rimasta senza munizioni dopo 11 settimane». Ebbene oggi in Afghanistan si sta ripetendo lo stesso scenario. Gli alleati della Nato, in vena di contenimento della spesa pubblica, hanno già deciso di ridurre da 352mila a 230mila i soldati afghani che riceveranno dal 2014 assistenza militare per contenere la spesa a 4 miliardi di dollari. Di fatto sin d’ora stiamo operando per il ritorno al potere dei terribili talebani che sostenevano Bin Laden, con cui ora negoziamo. Quale illusione! Quale follia! Quale idiozia! Ritiriamoci subito e difendiamoci dentro casa nostra. Questa è la nostra casa e la nostra ultima roccaforte: o saremo in grado di difenderla o saremo sottomessi al dominio islamico così come è accaduto ai cristiani e agli ebrei sulle altre sponde del Mediterraneo. Dobbiamo agire e dobbiamo farlo subito!



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La tragedia della Concordia In vendita cartoline con relitto Ma il sindaco ordina il ritiro

Quotidiano.net

Nei negozi dell'Isola del Giglio al costo di 50 centesimi


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Intanto al Giglio come ormai da due mesi, anche in questo fine settimana sono sbarcati i turisti del macabro



Grosseto, 25 marzo 2012

In un negozio dell'Isola del Giglio sono state trovate, in vendita al prezzo di 50 centesimi, cartoline con lo scorcio di Giglio Porto e l'immagine della Costa Concordia sullo sfondo.

Le cartoline sono state realizzate con gli scatti fotografici eseguiti durante i mesi di gennaio e febbraio. Informato dell'accaduto il sindaco Sergio Ortelli ha predisposto un controllo immediato da parte delle forze di pubblica sicurezza presenti sull'isola e ''l'immediato ritiro di qualsiasi materiale possa fare riferimento in modo immorale alla tragedia della Concordia''.

Oggi, poi, al Giglio come avviene il sabato e la domenica ormai da due mesi, sono sbarcati non pochi turisti piu' interessati a una foto con dietro il relitto che non alle bellezze dell'isola, anche se, avvicinati, tutti lo smentiscono. E a Firenze, nella bacheca di una societa' sportiva dilettantistica, e' apparso un volantino che invita a una gita al Giglio, il prossimo primo maggio, al costo di 25 euro, con l'assicurazione di ''una foto ricordo con sfondo della Costa Concordia''.

Mediaset non rinnova il suo dominio.com che diventa di proprietà di un americano

Corriere della sera

L'azienda di Cologno Monzese tenta il ricorso per cattiva fede. Ma il giudice rigetta la pratica


MILANO - Non rinnovare il dominio del proprio sito può costare caro. Anche perché passati i 30 giorni di tolleranza previsti, rischi di perderlo per sempre. Accadde qualche anno fa a un importante gruppo bancario italiano, che per una dimenticanza sparì dal web all'improvviso. Questa volta è toccato a Mediaset. L'azienda di Cologno Monzese non ha rinnovato per tempo il dominio ".com" e, scaduto il grace period (periodo di tolleranza), una società che vende domini all'asta lo ha acquistato per poi rivenderlo al signor Didier Madiba della Fenicius Llc, residene nel Delaware. Se si sia trattato di una dimenticanza o di un indirizzo mail di registrazione non più in uso, non è dato sapere. In ogni caso, il risultato non cambia.

IL RICORSO - Appurato il "danno", Mediaset ha immediatamente attivato le pratiche legali per rientrare in possesso del dominio, avviando procedura di riassegnazione presso il Wipo (Arbitration and Mediation Center). La registrazione del signor Madiba del dominio www.mediaset.com, secondo l'azienda di casa Berlusconi sarebbe stata effettuata in malafede ed in violazione dei diritti che l’azienda stessa vanta sul marchio. Didier Madiba, dal canto suo, si è difeso negando la malafede. Ha spiegando di aver acquistato il dominio ad un'asta, aggiungendo che le parole "media" e "set", essendo di uso molto comune sul web, non sono soggette a diritti di marchio. Lo statunitense, del resto, ha già messo su un sito per la vendita di sistemi che consentono un backup completo dei sistemi operativi.

LA SENTENZA - L'arbitrato del Wipo, abbastanza a sorpresa, ha rigettato la pratica di riassegnazione di Mediaset. Il collegio dei saggi ha sì riconosciuto l'idenità tra il dominio in oggetto e i marchi detenuti dalla Mediaset Spa, ma ha ritenuto invalide le sue motivazioni. Mediaset, secondo il Wipo, non è riuscita a dimostrare la malafede del signor Madiba, poiché ha fornito asserzioni generiche e non sufficienti. Il dominio www.mediaset.com, insomma, rimane in mano a Didier Madiba. Almeno finché non arriverà una proposta economica alla quale lo statunitense, probabilmente, non potrà più resistere.



Biagio Simonetta
Twitter: @biagiosimonetta
26 marzo 2012 | 15:32



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Salari da fame e straordinari , viaggio nelle fabbriche cinesi delle mascotte di Londra 2012

Corriere della sera

L'indagine di una ong su due multinazionali per cui lavorano tremila operai e che producono il merchandising dell'evento



I pupazzi delle mascotte di Londra 2012I pupazzi delle mascotte di Londra 2012

MILANO - «I consumatori guarderanno le mascotte olimpiche e penseranno a quanto sono buffe e carine. Ma non vedranno mai la fatica, le paghe basse, il cibo cattivo e il sudore che abbiamo speso per realizzarle». Zhang è un lavoratore cinese di 28 anni, e ha avuto il coraggio di denunciare la propria storia a Play Fair, raccontando della situazione nelle fabbriche produttrici di merchandise per l'Olimpiade di Londra.

DOPO LA FOXCONN- Questa ed altre storie sono raccolte nel rapporto di Sacom, rete di attivisti con sede a Hong Kong, e Play Fair, organizzazione internazionale nata per monitorare il rispetto dei diritti durante i giochi olimpici. Storie che raccontano di sacrifici, fatiche e dolori di intere generazioni che lavorano per le grandi multinazionali del giocattolo e della tecnologia. Un altro scandalo dopo la bufera Foxconn, un altro elenco di violazioni dei diritti umani e dei lavoratori, perpetrate all’interno del mercato del lavoro cinese. 

L’inchiesta, durata un anno, ha esaminato le condizioni di lavoro di due fornitori cinesi di multinazionali con sedi a Hong Kong e Londra, vincitrici degli appalti per la produzione di badge e delle mascotte Wenlock e Mandeville con il marchio olimpico 2012. Entrambe danno lavoro a oltre 1.500 operai, prevalentemente studenti o lavoratori migranti. «Abbiamo discusso per la prima volta l’ipotesi di investigare la situazione in queste due aziende tra febbraio e marzo del 2011, partendo con la ricerca sul campo a marzo. La fase successiva invece è stata a giugno e agosto, sempre nella prima azienda. La seconda azienda, invece, che produce le mascotte per le Olimpiadi, è stata oggetto d’inchiesta a ottobre e novembre 2011,» spiega Debby Chan, giovane e instancabile ricercatrice a capo del progetto.

GLI ABUSI - E la lista di violazioni riscontrate nelle “aziende del comitato”, situate nelle aree rurali della provincia di Guangdong, è davvero lunga. Nessuno degli operai è stato pagato in rispetto dello stipendio minimo, in grado di coprire i costi base, ma al contrario, quasi tutti sono stati costretti a fare oltre 100 ore di straordinari al mese per vedersi garantita una paga accettabile. Straordinari che però non si potevano evitare se non con un permesso speciale concesso dalla direzione dell’azienda. Alcuni operai lavorano 24 ore di fila, senza pause e senza un giorno di riposo, mentre altri non hanno neanche mai visto una copia del contratto di lavoro. Secondo le ricerche di Sacom, anche i sistemi di sicurezza sono insufficienti.


Gli operai inoltre non sono a conoscenza del funzionamento e ignorano sistematicamente le norme di sicurezza per poter lavorare più velocemente. Non vi è rappresentazione sindacale, ma, ancora peggio, nell’azienda produttrice dei badge olimpici sono stati trovati lavoratori di 15 anni. «Sappiamo però che in questo caso il comitato olimpico ha chiesto l’interruzione del contratto perché sono stati trovati dei lavoratori sotto il limite legale d’età, quindi casi di sfruttamento di lavoro minorile,» aggiunge Chan. Problematiche sono anche le ispezioni indipendenti.

Secondo quanto riportato da Sacom e Play Fair, i lavoratori sono stati minacciati e, in alcuni casi, pagati per mentire ai funzionari. «Ci sono anche altre motivazioni: i lavoratori sono consapevoli che vi sono ispezioni, ma, nonostante tutto, non vogliono rivelare quali siano le reali condizioni di lavoro. Da una parte perché non sono sicuri di potersi fidare e di poter ottenere dei miglioramenti, dall’altro perché temono di perdere i clienti e quindi il posto di lavoro. In queste aziende poi vengono assunti molti lavoratori di mezza età, per i quali sarebbe sicuramente difficile trovare un altro posto di lavoro,» prosegue Chan.

GLI ACCORDI - Ma dalle zone difficili e isolate dove sorgono Debby Chan che ha guidato l'inchiesta sulle fabbriche queste due fabbriche il documento è finito sul tavolo del comitato olimpico. Su spinta di Play Fair e dei sindacati inglesi, il comitato ha firmato un accordo per la promozione dei diritti di questi operai, riconoscendo le violazioni riscontrate in Cina e promettendo una strategia per evitare che questo si ripeta. Il documento, firmato dai sindacati in rappresentanza delle Ong e dalla direzione del comitato, stabilisce un piano d’azione per il 2012, anno in cui dovranno essere resi pubblici i nomi e le località dei fornitori cinesi e, soprattutto, dovrà essere garantita la formazione all’interno delle fabbriche, per promuovere la conoscenza dei diritti fondamentali dei lavoratori.

 Al momento, il primo obiettivo è stato raggiunto: il comitato ha reso pubblica una prima lista, che racconta nomi e luoghi delle aziende dove avviene il 72% della produzione. «E’ stato molto complesso realizzare questa ricerca e raccogliere le prove» spiega Debby con un sorriso. «Abbiamo lavorato di nascosto all’interno delle fabbriche, abbiamo realizzato interviste in esterno, è stato un lavoro rischioso. Ma ha dato dei frutti preziosi anche per gli anni a venire».


Chiara Caprio

26 marzo 2012 | 13:01




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