domenica 25 marzo 2012

C'era una volta la Jugoslavia, il Brasile d'Europa

Corriere della sera


Vent'anni fa l'ultima partita della nazionale contro l'Olanda. Dopo (quasi) solo magre per il calcio a quelle latitudini



La Stella Rossa, simbolo della Jugoslavia multietnica, campione d'Europa nel 1991La Stella Rossa, simbolo della Jugoslavia multietnica, campione d'Europa nel 1991

MILANO - C'erano i bosniaci e i serbi, Vladimir Jugovic e Dragan Stojkovic. I croati già se n'erano andati: la Jugoslavia, la gloriosa nazionale di Jugoslavia intesa tutta intera, giocava la sua ultima partita esattamente vent'anni fa, il 25 marzo del 1992. Contro l'Olanda di Rijkaard e Koeman, un 2-0 secco per gli altri, ma poco importa. Il Paese, la Confederazione, era di fatto già morto con l'indipendenza di Croazia e Slovenia nel 1991; mentre, proprio in quel maledetto marzo, iniziava la terrificante guerra di Bosnia.

BRASILE D'EUROPA - E la guerra maledetta, guerra voluta da apprendisti stregoni che danzarono sulle onde di un'inarrestabile crisi economica, non solo uccise il sogno di uno stato unitario degli slavi del sud. Ma, nel suo piccolo, distrusse anche quello che era stato chiamato il Brasile d'Europa. La nazionale di calcio della Jugoslavia già, vincitrice solo un anno prima della vecchia Coppa Campioni via Stella Rossa, simbolo quanto mai riuscito della multietnia con macedoni (Pancev), croati (Prosinecki) serbi ( Mihailovic) e montenegrini (Savicevic), tutt'insieme e spettacolari. E vincitrice del mondiale under 20 nel 1987, con l'incredibile generazione dei Boban, dei Suker e dei Mijatovic. Senza dimenticare l'ingiusta eliminazione ai quarti, Mondiali italiani del'90, ad opera di un'Argentina esclusivamente Maradoniana e calante.

AVREBBE POTUTO VINCERE TUTTO - E in quel 1992, la Jugoslavia avrebbe fatto sicuramente un'ottima figura agli imminenti Europei svedesi, se non fosse stata appunto squalificata per le note vicende belliche. E non avesse lasciato il posto alla sorprendente (perché infine campionessa) Danimarca. Sembrò insomma che il calcio slavo si fermasse proprio all'apice della sua maturità, sul più bello, in grado finalmente di incanalare il naturale estro (ecco il Brasile d'Europa) in un'organizzazione rigorosa e quindi vincente. Dopo aver sfiorato il trofeo continentale contro di noi nel 1968, la Jugoslavia dei primi anni'90, con appunto Boban, Suker, Mihailovic, Stojkovic, Prosinecki, Mijatovic, Savicevic avrebbe potuto finalmente sbancare dappertutto. E invece , morta la nazionale, morì anche il campionato, uno dei più competitivi d'Europa, tra la Stella e la Dinamo Zagabria, il Partizan e l'Hajduk Spalato. Per lasciar spazio a cinque (e poi sei) leghe dal sapore regionale, non più attraenti del torneo di Scozia.

CROAZIA'98 E POCO ALTRO - Certo, rimane l'exploit della Croazia, terza ai mondiali di Francia, ma poco altro è stato espresso dal calcio (ex) jugoslavo in questo ventennio. Sei piccole realtà in luogo di una mediogrande non sono state in grado di generare altro che campioncini da esportazione; e tantomeno di superare la dimensione dei quarti (la Croazia di nuovo) a Mondiali e/o Europei. Ma, forse ora, lontani gli anni del conflitto e delle divisioni inconciliabili, sono maturi i tempi per poter ammirare quel passato con orgoglio. Da qualunque delle sei vecchie repubbliche si provenga. E guardare differentemente al futuro, pensare oltre artificiali frontiere, vedi la splendida storia del croato Prosinecki venuto ora ad allenare la sua (serba) Stella Rossa, come ci ha raccontato la Gazzetta dello Sport qualche giorno fa. Perchè non sia di nuovo utopia una squadra con i Boban, gli Stojkovic, ecc. ecc. del 2032.



Matteo Cruccu
twitter: @ilcruccu
24 marzo 2012 (modifica il 25 marzo 2012)



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L'addio di Napolitano Lascia da furbetto

di -

Re Giorgio non concede il bis: "Non mi ricandido". Ma la notizia è di gennaio. Così il Colle vuol aiutare Pd e Cgil


Napolitano si fa da parte. Non si ricandida per un secondo settennato e vedrebbe bene una donna al suo posto. La notizia è stata fatta trapelare in modo inusuale e temporalmente sospetto: una chiacchierata con studenti in visita al Quirinale registrata dalla Rai i primi di gennaio e chissà perché mandata in onda solo ieri, direi proprio ieri, all’indomani del Consiglio dei ministri che ha varato il discusso disegno di legge sulla riforma del lavoro.



Che segnale ha voluto lanciare il Quirinale, e a chi? Perché è fuori dubbio che sulla riforma del lavoro non ce la stanno raccontando giusta, o quantomeno tutta. Il sospetto è che tre ex comunisti, Napolitano, Bersani e Camusso, stiano facendo il gioco delle tre tavolette per rimbambire opinione pubblica e avversari politici. L’urgenza di mettere mano a quel settore appare e scompare in un gioco delle parti ben coordinato e alla fine lo spettatore non sa più dove sia.

C’è ma non c’è, carta vince carta perde e intanto il tempo passa. Obiettivo: salvare la sinistra da sicura implosione e possibile estinzione, almeno negli assetti (e nelle persone) che oggi la rappresentano. Perché è ovvio che se Monti avesse fatto quello che aveva in testa (varare la riforma per decreto, cioè renderla immediatamente esecutiva) dalle parti di Bersani ci sarebbe stato un terremoto.

A fermare Monti, e a imporre un lento e farraginoso disegno di legge con la clausola del «salvo intese», è stato il Quirinale che non solo vuole una sinistra unita, ma la sta pure preservando da contraccolpi elettorali ( sia alle imminenti amministrative che, in prospettiva, alle politiche) inevitabili in caso di riforma dell’articolo 18. Attenzioni che certo il Colle non ha avuto col centrodestra quando si è trattato di dare il via libera a un decreto urgente per aumentare le tasse. 

Qualcuno è andato a piangere sul Colle ed è stato accontentato. La sensazione è che ci sia ancora una volta un arbitro imparziale che ora dice: ragazzi, tranquilli che tanto io tra poco me ne vado. E forse si vuole sottrarre al sospetto, in un momento così delicato, di barattare una sua ricandidatura con favori a destra o a manca. Vedremo, basta che la donna che Napolitano ha in mente per il suo posto non sia la Camusso.



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Dal tritolo al cimitero L'eterno ritorno di Diliberto

Corriere della sera

Sarà difficile dimenticare l'immagine dell'ex ministro che posa sorridente con una manifestante della maglietta anti-Fornero




Avesse almeno chiesto scusa. Pubblicamente. Invece le scuse le ha cercate: non ho visto, non mi ero accorto della scritta. Che pena! Sarà difficile dimenticare l'immagine dell'On. Prof. Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti italiani, ex ministro di Grazia e giustizia, che posa sorridente con una manifestante davanti a palazzo Chigi. La signora indossa una maglietta con la scritta «La Fornero al cimitero». Prima di essere sbugiardato da un video, Diliberto ci aveva provato ai microfoni della «Zanzara» su Radio24: «La Fornero mi sembra un po' nervosa. Il fatto che la Cgil non abbia firmato l'accordo sul lavoro la innervosisce e alza il tiro su argomenti come quello della maglietta per non parlare delle misure del governo. Dovrebbe essere lei a chiedermi scusa per le parole che ha usato su di me». Offende, ma non trascura di mostrarsi offeso.

Avesse chiesto scusa, da gentiluomo. No, il tutto è avvenuto a sua insaputa, e pazienza se ha dato voce a un linguaggio cimiteriale che credevamo scomparso, se ha rimesso in circolo parole di piombo, se ha dato visibilità a una signora, moglie di un bancario, che prima indossa ferali t-shirt e poi piange pentita. Del resto, la metafora lugubre e crudele è nel repertorio di Diliberto. A Daria Bignardi, che gli chiede di scegliere un posto dove trascorrere una bella serata, risponde: «Al Billionaire, ma imbottito di tritolo!». Nel 2006 partecipa a un corteo dove si bruciano bandiere israeliane e si grida, senza nessun rispetto per i nostri militari morti, «Dieci, cento, mille Nassiriya». Sul presidente Bush sentenzia che «ha le mani che grondano sangue» ma, intanto, si vanta di aver visitato tutti quei Paesi che l'amministrazione Bush considerava «Stati canaglia»: Siria, Cuba, Corea del Nord. Evvai! Avesse chiesto scusa, e basta. Dice che scriverà a Fornero, in privato.

Ma in pubblico gli anni dell'intolleranza non passano mai. La voglia di rubricare l'episodio come buffonata sarebbe forte se non dessimo retta a un vecchio monito di Nietzsche: «Lasciare accadere un male che si può impedire vuol dire praticamente commetterlo».


25 marzo 2012 | 10:21


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Era un politico, ora è il medico che vaglia i miracoli a Lourdes

di -

Primo italiano in 130 anni a capo del Bureau de constatations médicales. "La gente arriva da me non perché sta male, ma per dirmi che è guarita"


Tutto ebbe inizio con Catherine Latapie, detta Chouat, 38 anni, una scontrosa e per nulla devota paesanotta di Loubajac, in Francia, risanata all’istante da una paralisi di tipo cubitale provocata dallo stiramento traumatico del plesso brachiale. Una voce nella notte le aveva ordinato: «Corri alla grotta e sarai guarita». Ormai prossima al parto, aveva preso con sé i due più piccoli dei suoi quattro figli, camminato per quasi 7 chilometri, tuffato nella sorgente la mano destra rattrappita da 18 mesi in seguito alla caduta da una quercia, su cui s’era arrampicata per bacchiare le ghiande da dare in pasto ai maiali.




E subito aveva recuperato l’uso completo dell’arto. Era il 1° marzo 1858. «Miracolo», decretò quattro anni dopo il vescovo di Tarbes. «Guarigione inspiegata», commenta il dottor Alessandro De Franciscis, medico permanente e presidente del Bureau des constatations médicales di Lourdes, che sta bene attento a non usare mai l’aggettivo inspiegabile: «Sarebbe un atto di presunzione da parte mia».


Da allora è accaduto altre 66 volte. In tutto 67 miracoli, o guarigioni inspiegate, per le più disparate, devastanti, esiziali patologie: adenite fistolizzata alla base del collo, emiplegia sinistra da 24 anni, ulcera della gamba destra con cancrena molto estesa, tubercolosi polmonare cavitaria, neoplasia addominale, cecità e paralisi degli arti inferiori, cancro del collo uterino, sclerosi a placche, aracnoidite della fossa posteriore, sarcoma dell’anca sinistra, morbo di Hodgkin, morbo di Addison, morbo di Budd-Chiari, morbo di Bouillaud.

 Tutti scomparsi dopo l’immersione nell’acqua che sgorga dalla Grotta di Massabielle, dove una quattordicenne analfabeta di nome Bernadette Soubirous - secondo quanto stabilito ufficialmente 150 anni fa dalla Chiesa - vide per 18 volte, dall’11 febbraio al 16 luglio 1858, colei che il 25 marzo, come oggi, proclamò: «Io sono l’Immacolata Concezione».

Sono più di 7.000 le guarigioni avvenute finora a Lourdes e ritenute misteriose dalla scienza, compresa quella che portò alla conversione di un chirurgo positivista e agnostico di Lione, Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina nel 1912, che così la descrisse: «Non dimenticherò mai l’esperienza sconvolgente, di quando vidi come una grossa formazione cancerogena sulla mano di un lavoratore si riduceva davanti ai miei occhi a una piccola cicatrice. Non posso capirlo, ma non posso dubitare di ciò che ho visto».

Il compito del suo collega De Franciscis, 15° presidente - il primo italiano - dell’Ufficio delle constatazioni mediche istituito nel 1883 dal dottor George Dunot de Saint-Maclou, è appunto questo: verificare le presunte guarigioni. E quindi studiare le cartelle cliniche esibite dai pazienti guariti, esaminare lastre e vetrini, consultare i colleghi e infine decidere se portare il caso al Cmil, il Comité médical international di Lourdes composto da 34 luminari della medicina (solo tre gli italiani, compreso lui, che ne è di diritto il segretario generale), primo passo di un’istruttoria che durerà anni e che si concluderà con l’eventuale riconoscimento del miracolo da parte della Chiesa.

Avendo l’ufficio a 200 metri dal santuario mariano, il dottor De Franciscis è fra tutti i medici del mondo quello più vicino al mistero. Nessun altro luogo di culto, di nessun’altra religione, dispone infatti di un gabinetto scientifico super partes come quello presente a Lourdes. «In realtà io credo d’essere il medico più buffo del pianeta: la gente viene da me non perché sta male, ma per dirmi che è guarita».

 Napoletano, 56 anni, pediatra, specializzato in epidemiologia ad Harvard, il capo del Bureau vive e lavora dal 2009 nella piccola cittadina dei Pirenei. Per statuto resterà in carica fino alla pensione. Una scelta irrevocabile: dopo due anni d’aspettativa, s’è dimesso dal dipartimento di pediatria dell’Università Federico II dov’era docente e ricercatore. Una carriera nella tradizione di famiglia: suo padre Pietro, che fu ordinario di fisiologia umana all’Università di Napoli, si stava perfezionando alla Yale University quando conobbe a West Hartford, nel Connecticut, la futura moglie Rosemary, oggi vedova novantenne residente a Caserta.

Da quando è stato nominato, De Franciscis ha convocato il Bureau solo cinque volte. Il primo anno le dichiarazioni di guarigione che ha raccolto e ritenuto veritiere sono state 38, il secondo 33, il terzo 48. Nel caso di tre pazienti italiane, Luigina Traverso, Danila Castelli e Antonietta Raco, le modalità di guarigione sono state giudicate dal Bureau «inspiegate allo stato delle attuali conoscenze medico-scientifiche» e trasmesse al Cmil, che dovrà emettere il giudizio definitivo. Luigina Traverso, 78 anni, è una suora di Casale Monferrato guarita dopo una serie di inutili interventi chirurgici alla colonna vertebrale che l’avevano ridotta a vivere sdraiata nel letto in posizione fetale. Danila Castelli, 66 anni, di Bereguardo (Pavia), moglie di un ginecologo e madre di quattro figli, stava morendo per una forma tumorale del tipo feocromocitoma, che le provocava il rilascio di catecolamine con punte ipertensive fino a 300.

Antonietta Raco, 52 anni, lucana di Francavilla sul Sinni, da molto tempo malata di sclerosi laterale amiotrofica e costretta dal 2005 in carrozzella, ha ricominciato a camminare dopo il pellegrinaggio a Lourdes.

Ma lei è lo stesso De Franciscis che militava con Ciriaco De Mita nella Dc, poi transitato nel Ppi ed eletto deputato con l’Ulivo, uscito dalla Margherita e passato all’Udeur di Clemente Mastella, infine approdato nel Pd al seguito di Francesco Rutelli?
«Quel De Franciscis non esiste più. È finito il 4 marzo 2009, giorno in cui mi dimisi da presidente della Provincia di Caserta per venire qui».

Perché hanno scelto proprio lei?
«Deve chiederlo a monsignor Jacques Perrier, vescovo di Tarbes e Lourdes. Io non lo conoscevo. Doveva sostituire il dottor Patrick Theillier, che a 65 anni andava in pensione. Il presule chiese informazioni su di me a una persona, che gli rispose: “Non accetterà”».

Invece ha accettato.
«Dopo quattro mesi di travaglio interiore».

«Quando il vescovo mi ha chiamato, ho pensato: ci sono 108 presidenti di Provincia in Italia e un solo responsabile del Bureau médical di Lourdes».
«Dissi così. Una dichiarazione un po’ ruvida. La verità è che in questa scelta ho visto riallacciarsi tutti i percorsi della mia vita. Mi meraviglio d’aver impiegato quattro mesi a dire di sì. Bastavano poche ore».

Ricorda la sua prima volta a Lourdes?
«Da bambino con i miei genitori. Nel giugno 1973 ci venni come barelliere col treno bianco dell’Unitalsi e scoprii il pianeta della malattia, dell’handicap. Da allora ci sono tornato tutti gli anni. Durante il pellegrinaggio alla fine dell’esame di maturità decisi che mi sarei iscritto a medicina per diventare pediatra».

Perché proprio questa specialità?
«Perché mi misero di servizio alle piscine, alla vasca dei bambini. Vidi di tutto. E mi chiesi: se il Padreterno esiste e ci ama, come può permetterlo? Allora non sapevo che questo è il dilemma della teodicea, cioè della giustizia di Dio in rapporto all’esistenza del male. E più stavo dentro l’acqua e più soffrivo. Fino a quando, a sera, non scoppiai a piangere nell’assistere un adolescente cieco dalla nascita. È quest’esperienza che mi ha consentito per anni di dire ai miei studenti: guardate che la domanda di senso sulle malattie, sulle disabilità, sulle deformità nei bambini, che è poi la stessa di Giobbe, la domanda di sempre dell’uomo, è legittimo porsela».

In che modo funziona il Bureau?
«Un tempo era diretto da un medico famoso a fine carriera che riceveva questo titolo onorifico e ricopriva l’incarico fino alla morte. Dal 1972 la nomina è legata a un contratto di lavoro a tempo indeterminato, con uno stipendio corrisposto dalla diocesi. Il Bureau si compone di quanti medici sono presenti a Lourdes nel momento in cui decido di convocarlo. Il che avviene quando ricevo da un collega la segnalazione di un presunto evento miracoloso».

Come fa a sapere il numero dei medici presenti a Lourdes?
«Vi è un registro con i loro nomi e gli alberghi in cui soggiornano. Nel 2011 ne sono transitati 2.534. Ciascun medico, anche se ateo, può consultare la cartella clinica e dare un’opinione sul caso. Nel Bureau parliamo di medicina, non di fede o di filosofia. E c’è la massima collegialità nelle decisioni. Agisco come il dottor House: ascolto le varie diagnosi e traggo le conclusioni».

Dei 67 miracolati, 55 erano francesi, 6 italiani, 3 belgi, uno tedesco, uno austriaco e uno svizzero. Solo europei. E ben 53 di loro erano donne. Strano.
«Forse perché le donne credono di più, avrebbe detto Bernadette. Che si arrabbiava moltissimo quando sentiva raccontare che l’acqua della sorgente era magica. L’acqua è acqua. È la fede che ci mettiamo a fare la differenza».

Dal 1858 in media un miracolo ogni 840 giorni, all’incirca. Furono molto più frequenti le guarigioni operate da Gesù nei tre anni di vita pubblica.
«È un errore soffocare nelle statistiche gli avvenimenti di Lourdes. Il cuore di Lourdes non sono le guarigioni. Il miracolo di Lourdes è Lourdes».

A quanti episodi inspiegabili, anzi inspiegati, ha assistito fino a oggi?
«A meno della metà di quelli che sono accaduti. E glielo assicuro da scugnizzo napoletano, che ha facilità di contatto umano e dunque si sente spesso dire dal tassista, dal negoziante o dall’albergatore di Lourdes: “Dottore, ha saputo di quella signora col tumore al pancreas?”. Oppure: “Dottore, ha sentito che cos’è accaduto l’altrieri?”. Attorno a me odo il riverbero di tanti prodigi riguardanti pazienti che hanno voluto tenerli per loro».

Quali sono i criteri applicati dalla Chiesa per dichiarare un miracolo?
«Gli stessi fissati dal cardinale Prospero Lambertini, eletto papa nel 1740 col nome di Benedetto XIV, quello che concesse l’imprimatur alle opere di Galileo Galilei. Sette criteri di assoluto buon senso, fissati per mettere un freno agli abusi dei nobili, nel cui albero genealogico si rintracciava sempre qualche santo o beato per intervenuto miracolo. Primo: che la malattia abbia una prognosi grave. Secondo: che la diagnosi sia certa. Terzo: che la malattia sia organica. Quarto: che nessuna terapia possa spiegare la guarigione. Quinto: che la guarigione sia istantanea, inattesa e improvvisa. Sesto: che sia completa. Settimo: che sia durevole nel tempo».

La comunità scientifica internazionale accetta questi criteri?
«Non c’è conflitto tra fede e scienza. L’atto di fede è irrazionale per definizione: io credo nella risurrezione dei morti e lei è autorizzato a darmi del pazzo. Ma se io le dico che la signora Danila Castelli era affetta da feocromocitoma, questo è un fatto provato dai vetrini istologici e dalle cartelle cliniche degli istituti universitari dov’era stata ricoverata senza esito alcuno. Tenga presente che le guarigioni di Lourdes non vanno contro le leggi di natura.

Per capirci, non s’è mai vista alla Grotta una persona con sindrome di Down guarire dalla trisomia 21. Solo nel milagro de los milagros, accaduto presso il santuario della Virgen del Pilar a Saragozza, al mendicante Miguel Juan Pellicer fu restituita la gamba destra amputata due anni prima. Ma siamo nella Spagna del 1640 ed è un caso su cui, nonostante l’ampia documentazione esibita da Vittorio Messori nel libro Il miracolo, io personalmente nutro amplissimi dubbi. Però non chieda a un povero medico che cosa debba o non debba fare Dio, al quale nulla è impossibile. Io osservo e basta».

Che cos’ha di particolare Lourdes rispetto a Fatima o a Medjugorje?
«Qui non risponde il medico. Da credente mi sono fatto un’idea: l’Immacolata Concezione è la perfezione del creato che ha voluto convocare la più imperfetta delle creature. Bernadette Soubirous era una ragazza povera, ignorante, molto malata. Morì di tubercolosi a 35 anni tra sofferenze atroci. Non mi pare una storia di successo. Ho conosciuto molte persone miracolate a Lourdes, fra cui Marie Bigot, Elisa Aloi, Vittorio Micheli, Delizia Cirolli. La prima cosa che ho chiesto a ognuna di loro è stata: che cosa ricorda della guarigione? Tutte mi hanno risposto, e non potevano essersi messe d’accordo: “Perché è accaduto proprio a me?”».

È vero che all’analisi spettrografica le acque dei santuari mariani rivelano una frequenza sempre uguale e diversa da tutte le altre, tanto da essere definite «acque a luce bianca»?
«Quella di Lourdes è una buona acqua di montagna, con particolari iridescenze. Il professor Luc Montagnier, il premio Nobel che ha scoperto il virus Hiv responsabile dell’Aids, ha chiesto di poterla studiare insieme».

Non sarebbe più giusto affidare il suo incarico a un medico non coinvolto spiritualmente, per esempio a un ateo?
«Domanda accattivante. Bisognerebbe però dimostrare che il fatto di essere cattolico mi rende un po’ più cretino come medico. Blaise Pascal sosteneva che Dio ha messo nel mondo abbastanza luce per chi vuole credere, ma ha anche lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Tracce radioattive nelle ossa dei pastori al poligono di Quirra

La Stampa

Prime conclusioni dell’indagine sulla base militare sarda



Nel raggio di pochi chilometri dalla base si verificano da anni casi di leucemia, tumori e malformazioni nei bambini e negli animali

NICOLA PINNA

quirra (ogliastra)


Stefania Divertito è una giornalista autrice di diverse inchieste sul rapporto tra la giustizia e l’ambiente. Si è occupata spesso anche del poligono di Quirra e ha scritto un libro intitolato «Toghe verdi» tutto dedicato alle vittime dell’inquinamento in giro per l’Italia.


Quanto sono importanti i primi risultati dell'inchiesta della Procura di Lanusei?
«Molto, per due ragioni. La prima è che l’indagine fa luce su una zona grigia rimasta nell’ombra per molti anni. La seconda è che finalmente sono state individuate le persone che avrebbero dovuto sorvegliare sulla salute dei cittadini e che invece hanno omesso o nascosto per tutelare chissà quali altri interessi. Quelle persone sono le stesse che hanno minacciato i rappresentanti dei comitati dei cittadini».

Quali sono, ora, gli sviluppi possibili?
«Speriamo che ci sia il rinvio a giudizio e che il processo si concluda con le giuste condanne. Non sempre è scontato. Il caso degli ammiragli della Marina militare assolti nei giorni scorsi fa riflettere: erano chiamati a rispondere della morte di alcuni marinai contaminati dall’amianto respirato sulle navi, ma il procedimento nei loro confronti si è concluso con un nulla di fatto».

Cosa si aspettano i cittadini dei paesi vicini al poligono e i comitati contro le basi?
«Chiedono che si vada avanti, che all’attività della magistratura segua quella della politica. Bisogna bonificare le aree e trovare un futuro diverso a quel territorio».


Una drammatica certezza e un inquietante sospetto. La prima: nelle ossa di dodici cadaveri riesumati per ordine del magistrato ci sono tracce del micidiale torio. La seconda: le persone stroncate dal nemico radioattivo potrebbero essere non meno di centosessanta. E proprio per questo la Procura della Repubblica di Lanusei ha deciso di approfondire ulteriormente l’inchiesta sui veleni della base militare del Salto di Quirra.

L’indagine è arrivata ora a una prima conclusione e nel registro degli indagati sono finiti in venti: gli ex comandanti del poligono sperimentale di Perdasdefogu e del distaccamento di Capo San Lorenzo, ma anche i responsabili sanitari del comando militare, alcuni professori universitari e i membri di un commissione nominata dal Ministero della Difesa che avrebbero dovuto studiare gli effetti della contaminazione dell’uranio.Nell’elenco dei primi venti indagati, visto che l’inchiesta potrebbe avere altri sviluppi, è finito anche il sindaco di Perdasdefogu, uno dei paesi su cui ricade la gigantesca base militare sarda. Walter Mura, insieme al medico competente del poligono, è accusato dal procuratore Domenico Fiordalisi di aver ostacolato l’inchiesta sul disastro.

Il poligono sperimentale di Quirra è il primo al mondo a finire sotto inchiesta, solo un’altra volta (in Francia) era stata dimostrata con chiarezza la diretta relazione tra una morte sospetta e la contaminazione da uranio impoverito. Nella base ogliastrina la situazione è ben più grave. E per provarlo, il procuratore Fiordalisi ha schierato un pool di esperti di fama internazionale e ha ordinato la riesumazione di diciotto cadaveri. Il risultato è impressionante: in dodici casi il professor Evandro Lodi Rizzini ha riscontrato una grande quantità di torio radioattivo sulle ossa analizzate. I parametri non solo oltrepassano la media, ma risultano ben superiori a quelli riscontrati sulle persone che non hanno mai frequentato l’area del poligono militare. A Perdasdefogu e Capo San Lorenzo le esercitazioni militari e le sperimentazioni sui nuovi armamenti hanno creato un disastro senza precedenti.

La diffusione dei tumori e delle leucemie tra gli abitanti della zona, secondo la tesi della procura, dimostrano come le sostanze tossiche e radioattive abbiamo contaminato il suolo, le falde acquifere che alimentano diversi paesi e persino l'atmosfera. Gli effetti, oltre alla morte di tanti militari e dei pastori che hanno allevato le loro greggi dentro il poligono, sono dimostrati dalla nascita di bambini e agnelli malformati. Ora c’è la prova, quella che non hanno mai riscontrato le commissioni nominate per far luce su uno strano fenomeno di cui si parlava da molti anni. E anche per questo, nell’elenco degli indagati, ci sono professori e altri specialisti che avrebbero volutamente negato gli effetti della contaminazione.

«Basta tentennamenti - sostiene il presidente regionale di Legambiente, Vincenzo Tiana - è urgente intervenire subito con la bonifica delle zone più contaminate e contemporaneamente stabilire una moratoria per le esercitazioni militari. I risultati delle analisi sulle salme anno confermato la gravità di una situazione che denunciamo da anni. Ora non è più consentito rimandare e decisioni ad ulteriori verifiche. Bisogna intervenire subito per mettere in sicurezza la popolazione e ristabilire l’equilibrio ambientale».



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L'Italia ai tempi della crisi ora si attacca ai francoboli

di -

In barba alle nuove tecnologie sono un bene rifugio che rivela l’anima nascosta di un popolo. Insospettabile


Code così, ormai, se ne vedono per trovare un posto dentro la casa del Grande Fratello, oppure quando viene messo in vendita il nuovo tablet. Mai avrei immaginato simili assembramenti per un francobollo.




Eppure la storia è proprio questa, pronta per essere studiata in laboratorio dai sociologi moderni, se soltanto riescono ad alzare la testa dai social-network, considerati ormai unica forma di aspirazione e di espressione umane: in quest'ultimo week-end, uno dei padiglioni rimasti in piedi della vecchia Fiera milanese è letteralmente invaso dalla tribù dei filatelici. La definierei proprio tribù perché di questi tempi ha tutta l'aria della riserva indiana, accerchiata dalla modernità e dai nuovi costumi. I numeri però non sono esattamente da specie in via di estinzione: l'Italia conta più di 500mila collezionisti, quasi tutti iscritti ai 300 circoli sparsi equamente in grandi città e piccoli villaggi.

Popolazione patetica e obsoleta? Gente fuori dal tempo e fuori dalla realtà? Certo nel settore degli hobby il francobollo accusa una certa concorrenza, soprattutto a livello giovanile. Ma nella sua intramontabilità, la passione del collezionista è riuscita a non farsi schiacciare dai nuovi totem informatici: piuttosto, se n'è subito servita. Internet è ormai una grande piazza mondiale, dove i filatelici dei diversi continenti scambiano pezzi e informazioni in tempo reale. Non c'è un solo francobollo, in qualunque angolo del pianeta, che possa sfuggire alla curiosità del più sperduto collezionista, nel più lontano centro abitato.

Tuttavia, lo dicono loro per primi, un conto è vedere i francobolli al computer, un altro conto è vederli, annusarli, contemplarli a mezzo metro dal naso. É questo il vero arcano che sta dietro l'incredibile successo di «Milanofil», arrivato alla 25esima edizione: «Lei può vedere la Gioconda sul suo schermo quando vuole - mi racconta Marco Occhipinti, 39 anni, romano, responsabile della rassegna, nella vita dirigente di un sito d'aste filateliche on-line -, ma ogni giorno ci sono migliaia di persone che stanno in coda al Louvre per gustarsela estaticamente. É la stessa cosa: qui il collezionista si gode il sortilegio del francobollo, direttamente, con il cuore che palpita...».

Scopro che Milano non è l'unico appuntamento: in autunno ce n'è sempre uno analogo a Roma. E comunque ogni mese, in forma più ridotta, se ne conta una quindicina nelle varie contrade d'Italia. La gente arriva sul posto e trova gli stand commerciali dei grandi venditori, da Bolaffi in giù, nonché mostre dei singoli collezionisti. Ogni anno si corre anche per il campionato italiano: oggi Milano proclamerà il nuovo vincitore della categoria cadetti, scelto da qualificata giuria tra un'ottantina di sfidanti.

Il fascino sta nel fatto che questi cadetti sono i meno esperti e i meno professionali, ma arrivano alla finale solo dopo una serie di selezioni locali. Luigi Loretoni propone «La posta a Narni nel 18esimo secolo». Urania Giorgianni il tema «Pattinando». La scuola media Umberto I° di Lanciano gareggia con «Il senso religioso di Manzoni». Giuseppe Salvatore con «L'industria del cioccolato». Nella collezione «Catastrofico terremoto in Friuli», di Alfio Fiorini, vedo una cartolina diretta a Salerno con questa scritta: «Non vi dovete preoccupare di niente: ci è andata abbastanza bene». Gigetto»...

Io nella vita sono già collezionista di gioie e di dolori, non ho tempo e voglia di collezionare altro: ma tra queste esposizioni comincio umilmente a cogliere il senso di tanta passione. É come salire sulla macchina del tempo e viaggiare nella storia, attraverso questi frammenti colorati che negli anni hanno fissato tutto, dalle catastrofi alle vittorie sportive, dalla moda alle guerre, dall'architettura alla gastronomia (oggi ultima emissione delle poste italiane: quindici francobolli sui nostri vini Docg, lungo viaggio dal Cannellino di Frascati al Moscato di Scanzo).

«Il fascino dei francobolli - conferma lo stesso Occhipinti, che pazientemente mi fa da Beatrice nel suo Paradiso - sta tutto nella forza storica, che come i documenti ufficiali rappresentano i passagi, grandi e piccoli, della nostra vita». Ma ci si può svenare, per questa insana passione? «La cosa veramente importante è divertirsi. Chiunque può farsi la sua collezione e raccontare una storia con un centinaio di euro. Certo, i francobolli stanno diventando anche un bene rifugio e un ottimo investimento, con tutto il pericolo di falsi e truffe sempre in agguato.

Recentemente hanno venduto all'asta un "3 skilling giallo di Svezia" per due milioni e mezzo di euro. Da noi è famoso il Gronchi rosa, che dalle 205 lire del 1961 vale adesso 4.000 euro, per via del difetto scoperto in fase di distribuzione: sbagliarono i confini del Perù, quando se ne accorsero e bruciarono tutto ne avevano già venduti 6.000. Chi ne ha, fa buoni affari». Aggirandomi tra i visitatori vedo all'opera un'Italia antica, che però sembra nuova.

E' la riserva indiana che ancora coltiva passioni e vive la sua dimensione romantica, fuori dai consumismi furibondi e dalle mode cialtrone. Ritmo lento e toni bassi, quasi religiosi. Coppie distinte, famiglie col passeggino, anziani dal baffo curato e tanto profumo di colonia. «Vengo da Lecce - mi racconta orgoglioso un infermiere diplomato di mezza età -: ho ereditato la passione e i primi francobolli dal papà, che oggi non c'è più. Questo viaggio annuale è la mia vacanza».

In queste stesse ore, un'altra Italia molto simile va in estasi visitando i tesori artistici riaperti dal Fai. Dannazione, è un fine settimana che riconcilia con i nostri tempi: l'Italia non è tutta accatastata negli outlet. Non è solo quella. C'è dell'altro, su col morale.



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Difendere la libertà

Corriere della sera

L'editoriale del Corriere il giorno dopo la strage di piazza Fontana a Milano



Il seme della violenza da dato i suoi frutti avvelenati. L'orrendo attentato di piazza Fontana rappresenta - come ha sottolineato giustamente Saragat nel suo telegramma al presidente del Consiglio - l'ultimo anello di una tragica catena di atti terroristici che deve essere spezzata ad ogni costo per salvaguardare la vita e la libertà dei cittadini.

Non sono possibili termini di confronto; non basta nessun richiamo o parallelo storico, con la sola eccezione della strage del «Diana», nella Milano infuocata dell'altro dopoguerra. Assistiamo alla totale dissoluzione dei principi di convivenza, su cui non può non reggersi l'ordine democratico; assistiamo alla sfida selvaggia e criminale contro i valori di tolleranza, di mutuo rispetto, in una parola di civiltà. La contemporaneità con gli altri attentati, per fortuna meno sanguinosi, di Roma esclude un'iniziativa isolata, folle ma isolata.

Gli ideatori e gli esecutori della mostruosa strage - a qualunque gruppo appartengano, di qualunque fanatismo siano seguaci - hanno operato con lucida consapevolezza omicida nella volontà di sconvolgere le tavole di valori della nostra vita associata, di precipitare il paese nel caos, di colpire a morte, come si usa dire con linguaggio orecchiato, «il sistema», egualmente combattuto dagli opposti totalitarismi.

La scelta del bersaglio: una banca. La scelta dell'ora: l'ora di maggiore affollamento dei correntisti, piccole e media borghesia, ceto minuto di agricoltori che a fine settimana consegnano i loro risparmi o ritirano i loro depositi, espressione di un mondo di valori che si vuole ferire e rovesciare, in base alla mistica demenziale dell'eversione. La scelta dei collegamenti simultanei: un'altra banca a Roma, con altri feriti ed uguale tecnica. La democrazia deve difendersi: con le leggi democratiche, nel rispetto dell'ordinamento democratico, ultimo e non sostituibile riparo contro la violenza e la follia. Non è il momento degli stati d'assedio; non è il momento delle leggi marziali. Esistono nella legislazione repubblicana, tutti gli strumenti atti a isolare i terroristi, sufficienti a punire i delinquenti.

Tocca alle forze dell'ordine democratico - ripetiamo col presidente della Repubblica, che ha interpretato lo sgomento del paese, da vecchio socialista e democratico che ha conosciuto gli orrori della violenza e le conseguenze funeste di attentati analoghi tipo Diana - tocca all'autorità giudiziaria, innanzi alla quale giacciono numerose denunce per istigazione ad atti di terrorismo, restituire alla legge voluta dal popolo la sua sovranità».

Tutti i nuclei estremisti, di qualunque colore, comunque camuffati, debbono essere messi in condizione di non nuocere: la libertà, necessaria e irrinunciabile, della propaganda e dell'opinione non può e non deve essere confusa con la libertà del delitto. Non parliamo per carità, di «contestazione», un fenomeno complesso ed anche drammatico che ha radici nella cultura moderna, che si ripete ad ogni generazione. Oggi siamo di fronte ad un rigalleggiamento di violenza omicida, di furia selvaggia, di ansia distruggitrice. Non è la stanchezza di vecchi valori; non è la ricerca di nuovi orizzonti. Sono quei nuclei estremisti e irrazionali - seguaci della violenza per la violenza, teorici della sopraffazione per la sopraffazione - che sempre hanno accompagnato le fasi di crescenza delle democrazie, ma che le democrazie hanno sempre avuto la forza di respingere dal loro seno.

Le tolleranze o le debolezze dei pubblici poteri non potrebbero continuare senza gravissime e forse irreparabili conseguenze per quello che rimane dell'ordine democratico. Giustamente il presidente del Consiglio, Rumor, che governa in condizioni di tanto tragica impotenza politica per colpa delle indecifrabili lotte dei partiti e dei sottopartiti, ha preso solenne impegno col paese che nulla sarà lasciato d'intentato per scoprire chi ha distrutto vite umane e gettato un'intera città, una città come Milano, nella desolazione e nel dolore: a venti giorni dall'eccidio del povero agente Annarumma.

Le misure preannunciate dal governo, e invocate chiaramente dal Quirinale, dovranno corrispondere agli impegni assunti: nel più rigoroso rispetto della legalità, nella calma necessaria alla gravità dell'ora, senza isterismi colpevoli, ma senza colpevoli debolezze o negligenze o pigrizie. Occorre assolutamente evitare che il paese si senta indifeso, che la pubblica opinione ripieghi sulle suicide suggestioni della tutela privata o di gruppo, quelle suggestioni che ci regalarono cinquant'anni fa la dittatura. Occorre salvare la libertà con la libertà. È l'impresa più difficile: ma è la sola per cui valga la pena di battersi fino in fondo e con ferma coscienza.

22 marzo 2012 | 18:18




La risposta più alta


Nel giorno dei funerali delle vittime della strage, il taglio basso della prima pagina riporta la notizia della morte di Pinelli


di  MARIO CERVI


La giornata di ieri, carica di dolore e avvolta nella bruma decembrina, plumbea nel cielo e cupa nei cuori, rimarrà nella storia di Milano come una delle più tristi ma anche come una delle più memorabili. La città si è congedata dai quattoridici morti di piazza Fontana con una commozione severa, con un affetto trattenuto, con una compostezza solenne, senza gesti, senza ostentazioni, senza clamori: degni in tutto e per tutto della grandiosità della tragedia. Non sfoghi laceranti di commozione, neppure da parte dei congiunti di chi, innocente, è stato staziato dall'ordigno di venerdì: ma silenzio immenso, in qualche momento come pietrificato, nel quale il grido di una ragazza singhiozzante «papà, papà» si è alzato di improvviso, isolato e altissimo, facendo correre un brivido nella folla.

Nemmeno per un solo attimo si è potuto temere che un qualsiasi tentativo di intemperanza o di provocazione, da qualunque delle due sponde estreme, turbasse l'addio di Milano alle vittime di un crimine feroce e demenziale. Sul sagrato, e sotto la navata centrale del Duomo, con la sua agghiacciante sfilata di bare, si avvertiva una tensione, si intuiva una volontà collettiva che imponevano la compostezza. L'intera cerimonia sotto le volte della cattedrale fra la selva delle gigantesche colonne che sfidano i millenni, ha avuto un'impronta drammatica senza concitazione, solenne senza un solo cedimento all'enfasi.

La pena incideva i volti dei familiari delle vittime, ma i loro sguardi erano fermi e fieri: lacrime silenziose scorrevano sulle guance, non un lamento usciva dalle bocche serrate. L'occhio delle telecamere, per quanto impietoso e curioso, non ha denunciato una debolezza. Dignità, forza, questi erano, insieme al dolore, i sentimenti che si leggevano, in Duomo, su tanti volti. Il presidente del Consiglio, il presidente della Camera, tutti gli uomini politici venuti a Milano per recare l'omaggio della nazione agli sventurati morti debbono avere avvertito profondamente, in quei minuti, l'importanza della straordinaria lezione di Milano.

Rumor ha certamente sentito che la folla e la città attorno a lui non avevano avuto, nonostante la ferita della sorte, sbandamenti; Nenni, l'antico e sicuro rabdomante degli umori popolari, ha saputo cogliere l'accorato e rasserenante messaggio di Milano. Nessuna sbavatura, lo si è detto: una asciuttezza decisa anche nel discorso del cardinale Colombo, che sapeva di rivolgersi ad un popolo generoso e fermo dalla cattedra che fu di San Carlo Borromeo. Egli ha invocato «quella giustizia e quella sicurezza nella libertà e nell'ordine che tutto il paese ormai aspetta con impazienza».

La grigia mattinata di ieri è stata dunque intrisa di struggente tristezza: ma con una sua luminosità interiore ed essenziale, tali da adombrare un profondo significato confortante. Speriamo che fosse presente almeno qualcuno degli stranieri che basandosi su innegabili fenomeni di inquietudine della vita italiana, sul dilagare di violenze spicciole, amano raffigurare un paese isterico, debole, sbandato: un paese prossimo al crollo e alla disintegrazione. Agli autori di tante diagnosi affrettate e temerarie Milano ha dimostrato che il paese è vitale e saldo, capace di reagire alla sventura con sorprendente decisione. Non panico, ma consapevolezza; non il collasso morale, ma il proposito di respingere provocazioni e incitamenti all'avventura.

Nulla potrà far più rivivere, purtroppo, le vittime incolpevoli dell'esecrando attentato: ma se i miserabili organizzatori dell'agguato volevano che quel sangue fosse strumento di eversione, hanno già avuto, a deluderli, la risposta di Milano. La banca in cui è esploso il micidiale ordigno ha riaperto i battenti: sembra un particolare marginale, ed è un altro sintomo del carattere della città. La vita continua, non in segno di indifferenza verso la tragedia, ma in segno di forza. Gli assassini sono fra di noi, lo sappiamo tutti. Sia pure attraverso ragionamenti folli e distorti si proponevano sicuramente, con gli attentati di venerdì, un disegno di irresponsabile e criminale sfondo politico, un punto d'eversione e di rovina per le istituzioni democratiche. Volevano che saltassero i nervi di Milano, e dell'Italia. Si sono grossolanamente sbagliati. Resta loro, adesso, una speranza, quella di rimanere impuniti. Crediamo fermamente che si sbaglieranno anche in questo. La sanzione del paese ha già anticipato quella della giustizia.



Mario Cervi
22 marzo 2012 | 18:17




Il contagio della violenza


L'omicidio del commissario Luigi Calabresi commentato da una delle più grandi firme del Corriere, Indro Montanelli


di  INDRO MONTANELLI


Ci dispiace non appartenere a quella categoria d'illuminati che, di fronte al cadavere assassinato, non aspettano nemmeno che si raffreddi per sapere chi lo ha ucciso e perché: il nostro compito di commentatori ne sarebbe molto agevolato.

Purtroppo, per esprimere un giudizio, noi abbiamo bisogno di qualche certezza. E di certezze, per il momento, ce n'è una sola: che da oggi la delinquenza, invece di sfuggire la polizia, la cerca, la sfida, le tende agguati, le dà battaglia aperta nel pieno centro della città.

Il sangue non è di moda soltanto in Italia, d'accordo: l'altro ieri è toccato a un candidato americano alla presidenza della Repubblica di pagargli il suo tributo. E c'è da chiedersi quanto le revolverate esplose contro di lui siano servite di esempio e di stimolo a quelle riecheggiate in via Cherubini. Niente, si sa, è più contagioso della violenza. Tuttavia, se per il nome e il rango della vittima, il delitto di Washington provoca maggiore sensazione, quello di Milano contiene elementi e pone interrogativi molto più inquietanti.

L'attentato a Wallace ha un movente politico abbastanza chiaro, che naturalmente non lo giustifica, ma che contribuisce a a spiegarlo. In lui si voleva colpire l'ideologia razzista - ammesso che al razzismo si possa far l'onore di considerarlo un'ideologia -. e il «pistolero» che si è addossata la truce bisogna sembra averlo fatto di sua solitaria scelta, come fu il caso dell'assassino di Bob Kennedy. A queste iniziative individuali, per quanto esecrande, la pubblica coscienza e ragionevolmente rassegnata. Tutti siamo persuasi che nessuna misura profilattica ci potrà mai mettere completamente al riparo dall'insorgenza di questi episodi. L'anormale che, in preda a una sua ossessione, la incarna in un uomo e su di lui scarica la propria furia vendicatrice e liberatrice, è un fatto patologico che fa parte della fisiologia di qualsiasi società, anche la più sana.

Ma il delitto di via Cherubini reca altre stigmate. Sebbene le indagini siano appena iniziate e non consentano di formulare che delle ipotesi, la più probabile sembra quella di una «esecuzione» decisa in precedenza, freddamente programmata e affidata al mirino di uno specialista, che forse non aveva mai visto in facci ala su avittimae non aveva verso di essa qualche motivo di personale rancore che possa servire di traccia a una sua identificazione. Uno straniero, hanno detto. E qualcuno ha perfino precisato: un austriaco o un tedesco. Ci affrettiamo a mettere in guardia il lettore da queste voci, che potrebbero dare il via a una caccia alle streghe. Per ora, non abbiamo il diritto che al dubbio. Ma il dubbio che il commissario Calabresi sia stato soppresso in base a una sentenza di morte pronunciata da un tribunale clandestino che pretende sovrapporre la propria legge a quella della Stato, e purtroppo plausibile.

Calabresi era il bersaglio di molti odi, lo sappiamo. Anzi è l'unica cosa che sappiamo, perché su tutto il resto siamo assolutamente all'oscuro. Sulla complessa vicenda Pinelli di cui egli è stato il protagonista, non intendiamo pronunciare giudizi, visto che nemmeno il Magistrato è riuscito a fornircene il bandolo. Ma, ammesso anche (diciamo ammesso, non concesso) che la sua condotta non sia stata irreprensibile, una cosa è certa: che solo al Tribunale con la T maiuscola noi riconosciamo il diritto di far giustizia; non a quelli che si nascondono nei «covi» e negli scantinati di Milano, qualunque bandiera battano e di qualsiasi ideologia si professino campioni.

È tempo per tutti noi, è tempo soprattutto per i responsabili della vita del paese, sia di destra che di sinistra, di dire alto e forte senza riserve né ambiguità, che il delitto non è mai giustizia e che la lotta contro di esso è il sacrosanto dovere di ogni società. Tuttavia vogliamo ricordare al lettore che dei doveri incombono anche su di lui, su noi tutti. Quando si diffonde la sensazione di trovarci alla mercé di forze occulte, che si arrogano il diritto di decidere nel buio la sorte del cittadino, è difficile, bisogna riconoscerlo, tenere i nervi a posto. Ma se li perdiamo, faremo soltanto il giuoco di questi criminali «tupamaros» e ridurremo, come essi vogliono, il nostro paese a una giungla. La giustizia privata lasciamola a loro. Noi atteniamoci a quella dei tribunali veri, pur non sempre soddisfatti del loro operato. Anche perché la violenza non paga, anche quando si esercita contro un'altra violenza.

L'efferato episodio di via Cherubini lo dimostra. La tesi che Calabresi fosse un persecutore d'innocenti non guadagna credibilità dal fatto che questi innocenti non abbiano avuto simili vindici. La pretesa «giustizia» di cui egli sarebbe rimasto vittima ne ha fatto soltanto un funzionario caduto nell'adempimento del servizio, cui è per tutti doveroso rendere omaggio.

Indro Montanelli
22 marzo 2012 | 18:19




Favino: «Racconto la strage che ci tolse il futuro»


Nella pellicola di Marco Tullio Giordana si ripercorrono i giorni di piombo della strage di piazza Fontana, fino all'omicidio del commissario Luigi Calbresi


di  CESARE FIUMI


Non c’era posto per quell’uomo di poche parole sul cellulare, già pieno di ragazzi tirati su a strascico da una retata, obbligata da prassi consolidata, figurarsi dopo quanto accaduto quella sera a Milano. Non si sa se fu questione di fiducia o di rispetto per gli anni che aveva, o perché non incuteva sospetto, ma i poliziotti gli lasciarono prendere il motorino, sentendosi dire: «Vi seguo con questo». E quando in Questura lo fermarono all’ingresso – «dove va?» – per rassicurare gli agenti indicò il cellulare: «Sono con loro, posso passare». Così Giuseppe Pinelli, detto Pino, 42 anni, ferroviere e anarchico, salì per ultimo, quasi trafelato, le scale che non avrebbe mai sceso: la «18esima vittima», come dirà 40 anni dopo il presidente Napolitano, di quella che è passata, dalla cronaca alla storia, come la strage di Stato.

UN PAPÀ CHE DISEGNAVA PER LE BIMBE -«Era un uomo che amava la famiglia e il suo lavoro. E che credeva nell’anarchia, quella vera però, quella di Bakunin e Malatesta, non la sua parodia. L’ho capito incontrando la signora Licia, la vedova, e le figlie. Entrando in casa loro e le case raccontano tanto. Ho capito la loro grande condivisione di ideali: Pino e Licia s’erano conosciuti a un corso di esperanto, la lingua universale. Ho chiesto a lei la licenza di tradirlo, perché un attore tradisce sempre un po’ il suo personaggio.

Era un papà che disegnava Pippo e Topolino per le bambine e molto presente in tempi in cui non si usava. Era un uomo calmo, me l’aspettavo diverso. Io l’ho reso più sanguigno». E Pierfrancesco Favino, classe 1969, che ha l’età della strage e pure quella di Pinelli, quando volò giù dal quarto piano della Questura (e che aspetta la seconda figlia, come in uno specchio dove si sa da quale angolatura fissare la vita), fa ancora i conti emotivi col suo personaggio in Romanzo di una strage – il film corale, come una tragedia greca, di Marco Tullio Giordana, che racconta l’Italia da piazza Fontana all’omicidio di Calabresi – e con la famiglia Pinelli che ha accettato di incontrarlo.

«E che nella mia testa, mentre recitavo, perdonino gli spettatori, era il mio unico pubblico». Perché la bomba assassina del 12 dicembre e quella morte assurda, tre giorni dopo, sono una riga rosso-sangue non solo sulla fedina vitale del Paese, pure sulla fiducia nel domani dell’attore: «Quella strage alla mia generazione ha tolto tanto, a cominciare da uno sguardo speranzoso sul futuro. Se leggo un libro o guardo un film anni 60, ma penso anche alle canzonette, avverto comunque un’ingenuità e un’innocenza che da quel giorno si sono perse.

A quelli come me mancano i primi vent’anni del Dopoguerra, quando tutto sembrava ancora possibile». La nostalgia più struggente, quella per ciò che non s’è vissuto. «È come se quella bomba avesse fatto violenza al sentire comune. E interrotto la giovinezza di una nazione: niente da allora è stato più lo stesso. Negli amici di Giordana che ho incontrato sul set, quelli che han vissuto anche il prima-della-bomba, ho rivisto i miei amici americani dopo l’11 settembre. Ecco, piazza Fontana e la morte di Pinelli sono stati il nostro 11 settembre». Quarant’anni prima. E senza una verità accertata che ci faccia far pace col passato e renda la memoria, di ciò che è stato, ufficialmente condivisa.

E sì che ce ne sarebbe bisogno di risentirsi comunità, ora più che mai. Perché l’uscita del film (dal 30 marzo nelle sale) sembra quasi un rimando sociale. Perché anche allora si era sul ciglio del precipizio, affacciati su scenari da brivido: se quella che l’Italia vive oggi è «la peggiore crisi economico-finanziaria nella storia della Repubblica » (è la diagnosi ufficiale), quella che esplose in quell’autunno caldo e feroce, facendo 17 vittime innocenti, fu l’inizio della sua peggiore crisi politico-istituzionale, visto che quella bomba poteva probabilmente doveva – sfigurarle i connotati, a cominciare dai diritti costituzionali, in modo da sospendere la democrazia ed esiliarla con immediato foglio di via.

Anche allora era stata la Grecia, giusto due anni prima, nel ’67, a spalancare la strada verso la catastrofe, con quel drammatico default delle libertà civili che furono il golpe dei colonnelli e la dittatura militare. Anche allora la paura di non uscirne illesi e le ombre calate di colpo sul futuro si presero ogni pensiero e parola: al posto dei fantasmi di oggi (le pressioni tedesche, i tagli, la disoccupazione) quelli di un’Italia che, smarrito il sorriso ingenuo del boom, si scopriva fragile e indifesa, in qualche modo a sovranità limitata, tra pressioni Usa, aria di golpe e slogan di rivoluzione.

«Per questo», spiega Favino, «credo ci fosse l’urgenza di tornare a raccontare piazza Fontana e la violenza fatta al Paese. Di più, lo stupro di una nazione, perché si era ancora vergini, ancora si guardava avanti. Da allora abbiamo perso la fiducia d’essere rappresentati da uomini limpidi, un po’ come figli di genitori inaffidabili, la certezza di poter partecipare all’unità e alla crescita dell’Italia. L’eredità di quella bomba è stata grandissima sfiducia, mancanza di riferimenti e indecifrabilità del passato».

In un Paese che, di colpo, s’è aggrovigliato – e poi indurito e incattivito – come i fili di quell’inchiesta infinita che, nonostante le recenti parole di Napolitano («Non dobbiamo smettere di cercare la verità»), è da tempo caduta in disuso. «E difatti l’ho sentito dire anche a Giordana che, dopo 43 anni, “il Paese ha bisogno di questo film”. Forse perché è un film che non si ferma a quel sentimento così di moda, ma statico e fine a se stesso, che è l’indignazione: santiddio non è possibile, ma davvero è accaduto tutto questo? Con l’unico risultato che te ne torni a casa e ti barrichi ancora di più, pensando: meno male che è tutto così lontano da me. E invece, penso che da Romanzo di una strage si esca con un senso civico rafforzato. La mia faccia di spettatore, alla fine della proiezione, era la stessa faccia attonita delle persone che parteciparono, allora, ai funerali delle vittime: nonostante la dignità ferita. la “compostezza della Milano operosa” ricordata nell’omelia, un valore emotivo non da poco.

È un film che ti richiama a quello che di buono tu puoi fare». Ritrovando, infine, il senso di una comunità. «Che idea mi son fatto su piazza Fontana e sulla morte di Pinelli? Dopo tante ipotesi, processi, falle nell’inchiesta, sparizioni e depistaggi, io voglio stare col film che dice: “È accaduto tutto questo, non ci sono colpevoli accertati”. Riguardo a Pinelli, mi sono chiesto perché uno sliding doors della vita quella sera non gli ha mandato in panne il motorino; o perché non ci ha ripensato ed è tornato indietro dicendosi. “Be’, in Questura passo domattina”; o perché non si è nascosto o non è fuggito, se aveva da temere qualcosa». Difatti, come concluse l’inchiesta, era al bar a giocare a carte, all’ora della bomba: lui che, qualche giorno prima, aveva cacciato Valpreda, il presunto colpevole di quelle ore, dal circolo anarchico della Ghisolfa, dandogli del “provocatore” perché parlava di “bombette”.

«Beh, gli attori sono sempre i migliori avvocati difensori dei loro personaggi, ma con Pinelli è diverso, forse perché assieme al sindacalista Di Vittorio è quello che ho più sentito e amato. E dico che uno così non si sarebbe mai ammazzato, figurarsi gridando: “Questa è la fine dell’anarchia”. Avrebbe affrontato qualsiasi responsabilità: le assicuro che il vittimismo non fa parte di quella famiglia, che aspetta ancora una verità». Quella agli atti, firmata dal giudice Gerardo D’Ambrosio nel ’75, esclude il suicidio e pure l’omicidio per il volo da quella stanza della Questura, dopo tre giorni di interrogatorio, 24 ore oltre il fermo per legge consentito, ma parla di caduta dalla finestra a causa di un «malore attivo», una sorta di svenimento, magari dovuto alla stanchezza, che non gli avrebbe impedito però di precipitare.

«Non so, Pinelli era un ferroviere che lavorava duro, abituato a fare le notti. Avrei voluto porre tante domande alla signora Licia, ma gli attori fanno quelle stupide che servono al loro lavoro, tipo, sulla balbuzie del marito, che io non ho voluto riprodurre per timore quasi di santificarlo con un’esasperazione espressiva; oppure come mai si fosse fatto crescere la barba, scoprendo che era stata lei a consigliare il Pino, perché la barba gli avrebbe donato. Così come era stata lei a regalargli l’Antologia di Spoon River, il “bel libro” che Pinelli consiglierà al commissario Calabresi». Senza immaginare che di lì a poco entrambi avrebbero dormito su quella stessa collina.

«Ecco cosa intendo per quell’Italia condivisa che ci siamo persi tutti, forse non solo io e quelli della mia generazione. A 42 anni, all’età di Pinelli, non era come oggi: si era uomini fatti, quasi padri anziani, a volte pure nonni. E lui, se ho ben capito, già non c’entrava più tanto coi giovani capelloni anarchici: lo vedo più come uno degli anni 40-50. In quel 1969 era come un uomo del passato, lui, mentre Calabresi era già l’uomo del futuro, se non l’avessero ammazzato. Però fatte le debite differenze, differenze sostanziali, avevano la stessa etica del lavoro, senso della giustizia e valore della famiglia. Lo sa che forse parteciparono entrambi, naturalmente all’insaputa uno dell’altro, a una delle primissime marce della pace di Assisi?

Chissà che non stia nascendo proprio oggi, in mezzo a un’altra crisi che mi spaventa, penso alla disoccupazione giovanile, un nuovo progetto comune. Io sono orgoglioso di avere come presidente Napolitano e spero che il Paese stringa la cinghia, se c’è da stringerla, con un sentimento di condivisione, smettendo di pensare ciascuno ai propri privilegi. Sennò la violenza, apparentemente episodica di oggi, come quel tizio che a Firenze si alza e va ad ammazzare due senegalesi a caso, anche in un contesto così mutato, da allora, potrebbe far temere». Tanto per guardarsi, di nuovo, allo specchio dei rimandi, gli ingenui No-Tav del ’95 come l’anarchia del vecchio Pinelli: le mutazioni genetiche non sai mai quale prodotto finiranno per partorire.

A Favino, il migliore della sua generazione (quattro film in uscita in quattro mesi e un passato fatto già di Ron Howard e Bellocchio, Spike Lee e Amelio, Ozpetek, Soldini e Tornatore per non dire del Libanese di Romanzo criminale), il compito di interpretare le due “peggiori crisi italiane”. Se a gennaio è stato L’industriale, così attuale, di Montaldo, morso dalle banche e col fallimento sulla pelle, eccolo ora tra i fantasmi di piazza Fontana, l’11 settembre della Repubblica italiana, ancora nel limbo di una verità sospesa. Coperta. Attesa. «Che un giorno vorrei poter raccontare a mia figlia. In modo che possa comprendere meglio suo padre. Cresciuto, come la sua generazione, con la strage sulle spalle».


Cesare Fiumi
22 marzo 2012 | 18:19

Così riemergono alla memoria gli italiani morti sul Titanic

La Stampa

Erano 37, soltanto due si salvarono dal celebre disastro avvenuto 100 anni fa



Il Titanic partì per il suo primo e unico viaggio il 10 aprile 1912


FABIO POZZO
torino


Gli italiani del Titanic. Erano 37 e sono stati ignorati dalle cronache e dalla Storia. Sono affondati - salvo due sopravvissuti - nell’Oceano e nella memoria. Dimenticati.
Eppure, erano uomini e donne con una loro vita, sogni e speranze. Sette erano passeggeri, due di seconda classe e i restanti di terza. Gli altri trenta erano lavoratori, ingaggiati da Luigi Gatti, di Montaldo Pavese (Pavia), il gestore del Ristorante A la carte, la sala da pranzo più bella della nave, in prima classe (sul ponte B), dove sedevano ospiti come John Jacob Astor (il più ricco a bordo), Benjamin Guggenheim (il magnate del rame), Isidor Straus (il fondatore dei grandi magazzini Macy’s di New York).

Come non cominciare, per ricordarli, proprio dal patron Gatti? Era un italiano che ce l’aveva fatta. Emigrato a Londra, vi gestiva tre ristoranti e aveva ottenuto dalla compagnia di navigazione White Star Line dapprima la gestione del ristorante dell’Olympic e quindi quella della cucina più glam del Titanic. Aveva alle sue dipendenze dirette una cinquantina di addetti, che scelse personalmente e che provvide a retribuire. Gatti aveva una cabina di seconda classe sul ponte D, mentre i suoi dipendenti erano tutti alloggiati sul ponte E, negli «scantinati» del transatlantico.

Camerieri, macellai, addetti ai bicchieri, sommelier. Piemontesi, liguri, lombardi. Come il cameriere Battista Antonio Allaria, 22 anni, di Molini di Triora (Imperia), che aveva lasciato il paese a 17 anni per la Francia e poi per la Gran Bretagna. Sepolto ad Halifax, per 86 anni i suoi familiari lo hanno creduto riposare nell’Oceano. O ancora, come il suo collega Pietro Bochet, 43 anni, di Saint-Pierre (Aosta), che sposò a La Thuille Maria Eugenia Dorotea Martinet e che durante il suo soggiorno londinese fu l’animatore della colonia di emigrati valdostani. Oppure, Emilio Poggi, di Calice Ligure, (Savona), che aveva 28 anni, sapeva tre lingue e che lasciò il paese con l’idea fissa di lavorare sul Titanic (i suoi familiari ricevettero il cavatappi che aveva in dotazione quale cameriere)... Sono tutti morti. Non hanno avuto fortuna, ma del resto partivano anche svantaggiati: non erano passeggeri, e dunque non potevano imbarcarsi prima di questi ultimi sulle scialuppe; non facevano parte dell’equipaggio. Lo stesso Gatti è perito nelle acque gelide dell’Atlantico: è sepolto nel Fairview Cemetery di Halifax, in Nuova Scotia, Canada .

Tra i sette passeggeri c’erano Sebastiano Del Carlo, 29 anni, di Capannori, (Lucca), emigrato in America a 18, il quale era tornato nella piana lucchese per sposare Argene Genovesi. Viaggiavano insieme in seconda classe ed erano diretti in California. «Tu sali sulla scialuppa, io torno più tardi» disse Sebastiano alla moglie, aiutandola a salire sulla scialuppa numero 11. Lui non ce la fece, lei sì, soccorsa dalla Charpatia. La donna era incinta di due mesi e darà alla luce una bambina che chiamerà Maria Salvata (Argene è morta nel 1970, la figlia nel 2008, a 96 anni).

Viaggiava invece in terza classe Alfonso Meo Martino, 48 anni, originario di Potenza, liutaio. Abitava nel Dorset, Inghilterra, con moglie e figli ed era diretto a New York per consegnare un violino. In terza c’era anche Giuseppe Peduzzi di Schignano (Como), 25 anni emigrato a 12 a Londra: si sarebbe dovuto imbarcare sull’Oceanic, un’altra nave della White Star, ma a causa dello sciopero del carbone che imperversava in Inghilterra gli venne assegnato un posto sul Titanic. Irresistibile, poi, la storia di Emilio Ilario Giuseppe Portaluppi da Arcisate (Varese).

Scalpellino/scultore di opere funerarie, emigrò negli Usa, prima nel Vermont e poi nel New Hampshire. Qui sposò una connazionale, da cui ebbe una figlia e da cui poi si separò. Madre e figlia tornarono in Italia, lui le andò a trovare nel 1911, quindi decise di tornare in America. Col Titanic, biglietto di seconda. Lo salvò il Charpatia. Ha vissuto sino al 1974, a lungo in pensione ad Alassio, dove ogni anno, il 15 aprile, festeggiava al ristorante l’anniversario del naufragio. Ha cambiato mille versioni sul «miracolo»: la più rocambolesca lo vede gettarsi da 15 metri in mare, restare per ore aggrappato a un blocco di ghiaccio e quindi salire sulla scialuppa grazie all’intercessione di Lady Astor, con la quale avrebbe avuto pure del «tenero», impedendo che un ufficiale gli sparasse.



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Per la villa acquistata dal Cav adesso le toghe s’inventano pure il rinvio "a pregiudizio"

di -

Il doppiopesismo dei pm. D’Alema prosciolto: non sapeva di compiere reato sui voli gratis. Ma se a Como Berlusconi compra villa Dell’Utri, indaga subito Palermo


La legge è uguale per tutti. Verissimo. Gli articoli del codice sono sempre quelli, chiunque li consulti. Peccato che l’interpretazione della legge sia un po’ differente a seconda che un fatto sia compiuto da Tizio o da Caio.



L’azione penale è obbligatoria. Verissimo, se sta scritto dev’essere vero. Peccato che nella realtà se si sospetta il coinvolgimento di Tizio certe procure scattino come pantere per indagare in luoghi anche lontanissimi dalla loro competenza e in tanti altri, quando invece rischia di essere coinvolto Caio, i fascicoli dormano per anni, ricoperti di polvere e noia.Sperare in crescita o investimenti dall’estero in un Paese senza certezza del diritto è utopia pura, altro che articolo 18 (peraltro anch’esso ingigantito come freno proprio da molte sentenze «creative»).


Prendiamo solo ad esempio alcuni fatti recenti che hanno coinvolto personaggi noti.


Berlusconi acquista la villa sul lago di Dell’Utri e il Fatto quotidiano si affretta a rendere noto che sulla compravendita sarebbe partita un’indagine della procura di Palermo. Non dev’essere piacevole vivere con una procura ad personam , eppure a quanto pare certe persone hanno questo discutibile privilegio. Qualcuno vorrebbe avere la grazia di spiegare cosa c’entra Palermo con gli immobili lariani? Ci sono state irregolarità nella vendita? Indagherà Como. Il prezzo è elevato? Fantastico, mezzo parlamento si è comprato case a prezzi ridicoli acquistando da enti pubblici e nessuno ha mai alzato un dito, adesso si questiona per un prezzo forse elevato pagato da privati.

In ogni caso non si sono registrati interventi di procure né esotiche né nostrane quando villa Fontanelle, appartenuta a Versace, stesso lago, sponda diversa, fu venduta per 33 milioni nel 2008 al magnate russo Novikov. Basta che faccia qualcosa Berlusconi ed ecco che le cose cambiano. Legge diversa per tutti e rinvio a pregiudizio.

In contemporanea si è avuta la notizia dell’archiviazione di D’Alema che svolazzava gratis su aerei di un signore che pagava tangenti perché «non sapeva di commettere un reato». In pratica incapace di intendere e di volere, dato che la legge prevede l’impunibilità per fatti commessi «senza coscienza e volontà » (elemento soggettivo), non certo per ignoranza se un fatto sia reato o meno. Sfumature. Peccato che sfumino sempre dalla solita parte. Si potrebbero aggiungere i numerosi casi di pericolosi criminali lasciati uscire perché non si è trovato il tempo di scrivere la sentenza mentre si trovava tutto il tempo per trascrivere (a Napoli, non si sa perché) novemila telefonate di veline ed attricette per l’indagine Berlusconi


Saccà poi regolarmente archiviata, oppure i casi, anche recenti, di fascicoli con intercettazioni potenzialmente rilevanti finite curiosamente in naftalina. Dipende da chi e da dove. Il problema andrebbe affrontato alla radice: o si diventa un paese conun sistema giudiziario di tipo anglosassone, dove le leggi sono date dai precedenti dei processi (ma allora si devono accettare anche le conseguenze di ciò, come ad esempio l’elezione dei magistrati), oppure il Parlamento deve mettere un freno alle esegesi creative riappropriandosi del suo ruolo di legislatore, anche se ciò dovesse significare il mettersi a sfornare centinaia di interpretazioni autentiche di leggi stravolte da idee esorbitanti.


Una magistratura autoreferenziale e priva di responsabilità per le sue azioni crea storture, sospetti e veleni. Chi esulta per l’arbitro che dà il rigore a favore della propria squadra per fallo a centrocampo è miope. «Fino a quando?», si domandava Cicerone che di leggi ne capiva. La stessa domanda si dovrebbero porre tutti gli italiani.





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Calabresi e il film su Piazza Fontana «Sparita la campagna contro papà»

Corriere della sera

«Romanzo di una strage» visto dal direttore de La Stampa figlio del commissario ucciso nel 1972



di ALDO CAZZULLO 


Lo si indovina all'inizio del film, nei giorni della strage, quando è nella pancia di sua mamma. E alla fine, alla vigilia dell'assassinio di suo padre, quando è un bambino di due anni. Oggi Mario Calabresi, primogenito di Luigi Calabresi e di Gemma Capra, ha 42 anni e dirige la Stampa. Ha scritto la sua storia in un libro, Spingendo la notte più in là, divenuto un long-seller tradotto all'estero.


Ora ha visto in anteprima il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage, prodotto dalla Cattleya di Riccardo Tozzi insieme con Rai Cinema. E confida al Corriere le sue riflessioni. «È un film importante per ricordare quel che è stata Piazza Fontana. Era necessario un omaggio alla memoria e a tutte le vittime: i morti della strage; Giuseppe Pinelli; mio padre; e l'ultima vittima, la giustizia. Giordana è stato coraggioso, perché è uscito dalla contrapposizione tra mio padre e Pinelli, che in questi quarant'anni c'è sempre stata; per cui se si faceva qualcosa per papà subito si rispondeva "allora perché non Pinelli?", e se si diceva qualcosa per Pinelli la replica era "allora perché non Calabresi?". Il film è sulla linea del presidente Napolitano, che si è impegnato per restituire umanità alle persone, liberandole dalla condizione di simboli, e con questo spirito nel maggio 2009 fece incontrare Licia Pinelli e mia madre. Non è un film buonista, non edulcora la realtà, anzi ha il pregio di mostrare che Pinelli e mio padre facevano due mestieri diversi, erano persone agli antipodi; ma non erano nemici.

Romanzo di una strage ha il coraggio della verità storica, che in questo caso coincide con la verità giudiziaria: mostra chiaramente che mio padre non era nella stanza quando Pinelli cadde. E sfata alcune leggende nere: il segno del "siero della verità" era la flebo infilata dai barellieri nel braccio di Pinelli; il "colpo di karate" era l'ematoma lasciato dal tavolo dell'obitorio; le dicerie sull'"uomo della Cia" nascono da un errore più o meno voluto, un caso di quasi omonimia con Calabrese, funzionario di collegamento del Viminale a Washington». Queste sono le ragioni per cui Mario Calabresi si dice «grato a chi ha voluto e fatto questo film». Ma ci sono anche ragioni di perplessità. «I due anni terribili della campagna di Lotta continua contro mio padre non ci sono, se non per qualche vago accenno: una scritta sul muro, i fischi al processo. Ma se nascondi quella campagna, se non metti in scena il clima del tempo, il linciaggio, la disperazione, si fatica a capire perché sia stata condannata Lotta continua.



La morte di mio padre sembra legata solo ai suoi sospetti sulla destra, al "sogno" finale, al dialogo con il capo dell'ufficio Affari riservati Federico Umberto d'Amato. In realtà, l'idea che fosse stata la destra a mettere la bomba mio padre l'aveva chiarissima fin dall'inizio. La frase che peraltro nel film non c'è — "menti di destra, manovalanza di sinistra" — la disse subito: a mia madre, al questore, al ministero, agli Affari riservati. Nel film non si vedono la campagna d'odio, i titoli macabri, le lettere minatorie, gli insulti per strada. Mio padre si sentiva seguito, pedinato. Si doveva nascondere. Con mia madre non potevano più andare al ristorante, al cinema lei si sedeva e lui si chiudeva in bagno fino a quando non si spegnevano le luci…».



Il film pare quasi suggerire l'ipotesi che la responsabilità dell'assassinio di Calabresi sia dei corpi deviati dello Stato. Mentre il figlio è convinto che la verità giudiziaria coincida con la verità storica: «Se lo Stato ha una colpa, è aver lasciato mio padre solo, aver permesso che diventasse un simbolo. Nel film sembra che mia madre fosse contraria a denunciare Lotta continua. Non è così. Mia madre non voleva che suo marito portasse avanti il processo da solo. Gli diceva: "Tu sei un funzionario del ministero degli Interni, è il ministero che deve fare la denuncia, altrimenti tutto si scaricherà su di te". Infatti è finito lui da solo al centro del mirino». Anche il finale non convince Mario Calabresi. «Ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia, che Piazza Fontana resta una nebulosa oscura e chi è andato vicino alla verità, da mio padre a Moro, è stato ammazzato. Invece la verità storica c'è, eccome.



Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiamo che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell'ufficio Affari riservati, sappiamo che nel Paese esistevano forze favorevoli a una svolta autoritaria. È pericoloso dare l'idea che non si sappia niente. Sappiamo quanto affermano le sentenze che, se non hanno più potuto condannare, nelle loro motivazioni hanno chiarito le responsabilità». Racconta Mario che rivedersi bambino non gli ha fatto alcun effetto. «La ricostruzione della casa dove ho passato i primi anni non mi dice nulla, perché non ho ricordi di quei momenti; mentre Laura Chiatti in effetti mi ricorda un po' mia mamma da giovane. Ho trovato bravissimo Pierfrancesco Favino, straordinario nella parte di Pinelli. Mentre a Valerio Mastandrea manca almeno una volta una battuta, un sorriso, un tentativo di sdrammatizzare. Mette in mostra i tormenti di mio padre, ma ne fa un uomo a una dimensione».



Gemma Capra ha visto il film: in dvd, a pezzetti, per metabolizzarlo, insieme con il terzogenito Luigi. Ma non ne parlerà, né si sente di andare alla presentazione: teme di stare troppo male. La signora aveva accettato di incontrare Giordana nella fase di preparazione. Anche lei, racconta Mario Calabresi, ha apprezzato il rispetto per la verità storica, anche se è rimasta perplessa per alcuni aspetti. «Mia madre mi ha detto: "Gigi era romano, in tutti i sensi; ma nel film non si capisce. Eppure era proprio questo di lui che mi aveva conquistata: Gigi era spiritoso. Sfotteva il questore Guida e il capo della squadra politica Allegra, gli faceva il verso. Nel film invece è duro, tutto d'un pezzo, non sorride mai. No, non l'ho riconosciuto".



Nel film mio padre difende Pinelli; ma nella realtà l'ha difeso molto di più, ci fu uno scontro durissimo con il questore che gli chiedeva di farlo parlare, mentre mio padre era convinto che Pinelli non c'entrasse con la strage, e potesse semmai fornire informazioni su altre persone». Poi, prosegue Calabresi, c'è la questione su chi dovesse avvisare Pinelli. «In Romanzo di una strage pare che dovesse toccare a mio padre, visto che è lui a rispondere a una telefonata della vedova. Mia madre ha sempre considerato una ferita il fatto che Licia Pinelli non fosse stata avvertita, e lo disse già allora. Mio padre le rispose che il questore aveva la responsabilità di mandare qualcuno ad avvisare la vedova. C'è una discrepanza anche nella scena del ritorno a casa, dopo la morte di Pinelli. Era quasi mattina.



Nel film mia madre accenna a quello che hanno detto alla radio, e mio padre risponde "beati loro che sanno quel che è successo". La realtà è diversa. Mio padre era distrutto, disperato. Sedeva sul letto con le mani tra i capelli e ripeteva "è terribile, non è possibile". Mi ha raccontato mia madre che quella sera si misero a pregare. E lei presagì che era tutto finito. Glielo disse proprio: "Gigi, ti rendi conto che questa è la fine anche per te?"». Ma la frase mancante che ha fatto più male a Gemma Capra è l'ultima. «Il giorno in cui fu ucciso, mio padre uscì di casa ma tornò indietro per cambiare la cravatta — racconta Mario —. Nel film è una scena di goliardia, da vita quotidiana. Mastandrea si toglie la cravatta rosa per metterne una bianca, la Chiatti lo prende in giro, dice che sono orrende tutt'e due.



Il vero dialogo fu molto diverso. Mia madre chiese il motivo del ripensamento, visto che entrambe le cravatte gli stavano bene. E mio padre rispose, serio: "Gemma, metto la cravatta bianca perché è il simbolo della mia purezza". Mamma considera quella frase una sorta di testamento. Sono le ultime parole che le disse suo marito. Con il tempo si è convinta che lui presagisse la morte. Ripensa a quella frase da tutta la vita, come se suo marito avesse voluto dirle: "Tireranno fuori cose terribili su di me, ma tu sappi che la verità è questa". Nel film ci sono molte scene importanti, le immagini dei funerali, la sofferenza di Moro (bene restituita da Fabrizio Gifuni), la tenuta delle istituzioni; ma purtroppo quelle ultime parole di mio padre non ci sono».


25 marzo 2012 | 10:22




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