venerdì 23 marzo 2012

Via Rasella, parla chi ideò l'agguato: «Non fu attentato ma atto di guerra»

Il Messaggero

Mario Fiorentini, 94 anni, difende quella scelta: «A nessuna azione dei Gap fino ad allora era seguita una rappresaglia»



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di Mario Avagliano



ROMA - «VIA Rasella fu un atto di guerra. Per favore non chiamatelo attentato. Noi eravamo combattenti per la libertà». A 68 anni da quel 23 marzo 1944, parla Mario Fiorentini, il regista dell’azione partigiana che uccise trentatre SS polizei del Battaglione Bozen nel cuore di Roma (nei giorni seguenti il bilancio finale salì a 44, compresi due civili italiani). Se Rosario Bentivegna (nome di battaglia Paolo), travestito da spazzino, accese la miccia dell’ordigno nascosto in un carretto dell’immondizia, fu Mario Fiorentini, intellettuale comunista dai capelli arruffati, figlio dell’ebreo Pacifico, amico di Luchino Visconti, Vittorio Gassman, Lea Padovani, Vasco Pratolini e dei pittori di via Margutta, a ideare l’attacco al Battaglione e a progettarlo in ogni minimo dettaglio, anche se avrebbe voluto realizzarlo in un luogo diverso.


Per lei tutto ebbe inizio il 16 ottobre 1943, giorno della retata degli ebrei da parte delle SS di Kappler.
«Quel giorno ero in via Capo le Case n. 18, nei paraggi di via del Tritone, dove abitavo con la mia famiglia (e dove era stato Mazzini all’epoca della repubblica Romana). Mio padre era ebreo, ma non frequentava la comunità e perciò non era nelle loro liste. Di mattina alla nostra porta bussarono i tedeschi. In realtà cercavano un mio zio. Io ero già nella Resistenza. Li vidi arrivare e feci in tempo a scappare, rifugiandomi in via Margutta, nello studio di Afro e Mirco Basaldella, assieme ai pittori Emilio Vedova e Giulio Turcato. I tedeschi presero i miei genitori e li portarono via; poi mia madre inventò uno stratagemma e riuscirono a fuggire».


Come le venne l’idea di attaccare le SS proprio a via Rasella?
«In clandestinità io e i miei compagni di lotta cambiavamo di continuo i nascondigli. Qualche volta dormivo presso una zia che risiedeva dall’altro lato di via del Tritone, vicino a via Rasella. Fu allora che notai il passaggio del Battaglione Bozen in quella strada stretta e in salita. Rividi in quelle divise e in quei passi di marcia nel cuore della città il verde marcio di quelli che erano venuti a prendere i miei genitori. E pensai di agire. Psicologicamente l’ho vissuta così».


È vero che il piano originario era diverso?
«Sì, avrebbe dovuto svolgersi in Via delle Quattro Fontane, attaccando i tedeschi appena uscivano da Via Rasella e svoltavano a destra. Fu Carlo Salinari a comunicarmi il cambiamento di programma. Io ero contrario e manifestai il mio disappunto. Non sono mai riuscito a capire da parte di chi venne l’ordine: Giorgio Amendola, della giunta militare nazionale, oppure Cicalini e Molinari della giunta regionale».


L’attacco partigiano di Via Rasella fu un attentato terroristico?
«No, fu una battaglia, come ha detto Giorgio Amendola. Non c’è stata solo l’esplosione dell’ordigno nel carretto trasportato da Rosario Bentivegna. Le squadre dei gappisti hanno attaccato i tedeschi da più lati con bombe da mortaio brixia modificate. Dal punto di vista militare è stata un’azione perfetta, senza nessuna perdita per noi. Kappler trovò 32 morti (uno morì poche ore dopo) e frammenti di bombe da mortaio. Per molto tempo pensò di essere stato attaccato con i mortai; andò anche al Quirinale a cercarli. Fu il questore Caruso a dire a Kappler che i mortai non c’entravano nulla: era stato un gruppo di ragazze e di ragazzi a portare l’attacco alla colonna delle SS».
 

Perché fu scelto il 23 marzo?
«Quella data era molto importante per i fascisti perché ricorreva l’anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento».


Alessandro Portelli ha scritto che via Rasella fu anche una risposta alle violenze quotidiane degli occupanti nei confronti dei romani.
«Roma era usata dai tedeschi come un retrovia del fronte ed era attraversata ogni giorno da convogli militari. Via Rasella è stato l’atto più eclatante di un programma di lotta che avevamo già avviato nell’ottobre del ’43 e che ci veniva ordinato dagli Alleati e dal Cln. Gli Alleati erano in serie difficoltà sul fronte di Anzio, stavano per essere rigettati in mare con conseguenze catastrofiche per la guerra. La Special Force inglese e l’OSS statunitense avevano paracadutato degli agenti segreti nella capitale e ci esortavano a colpire duramente i tedeschi. Dovevamo dimostrare che non erano invincibili. In questo quadro vanno considerate le azioni che precedettero via Rasella: l’attacco ai tedeschi alla caserma di Viale Giulio Cesare, al carcere di Regina Coeli, all’albergo Flora, fuori dal cinema Barberini, alla sfilata fascista in via Tomacelli e poi, ancora, in via Crispi, a Villa Borghese, in via Veneto, a piazza dell’Opera. Stavamo preparando anche un assalto al carcere di via Tasso».


L’azione di via Rasella è stata criticata per la sua presunta inutilità militare.
«Non sono d’accordo. Dopo via Rasella il comando militare tedesco vietò alle sue truppe di utilizzare la città per i trasporti di uomini e materiali bellici. Questo è un primo risultato di natura militare e strategica rilevante, perché i tedeschi furono costretti ad allargare il loro percorso, esponendosi così ai bombardamenti e alle azioni partigiane lungo le strade consolari. Inoltre l’enfasi che le radio alleate diedero all’attacco di via Rasella, rappresentò una spinta morale per tutti i partigiani che combattevano nell’Italia occupata. Anche negli Stati Uniti il giudizio degli storici è questo, come ho potuto constatare alcuni anni fa in una conferenza su via Rasella all’Università del Connecticut».


E’ vero che voi gappisti sapevate che la vostra azione avrebbe provocato una rappresaglia? E che i tedeschi affissero dei manifesti per invitarvi a consegnarvi?
«Niente affatto. Nei sei mesi precedenti noi gappisti avevamo compiuto tanti attacchi dentro Roma, ma i tedeschi e i fascisti li tenevano quasi sempre nascosti, senza reagire, se non con misure come il divieto di circolare con le biciclette o quella dell’anticipazione del coprifuoco. A nessuna delle azioni che avevamo fino ad allora compiuto, era seguita una rappresaglia. La storia dei manifesti, poi, è una falsità assoluta».


Che cosa provò quando seppe dell’eccidio alle Fosse Ardeatine? 
«Noi non abbiamo avuto subito contezza della gravità del fatto. Il giorno dopo ho incontrato Salinari e Calamandrei e non avevamo ancora notizia della rappresaglia, anzi abbiamo discusso e avevamo progettato altre azioni. L’ho appresa solo il 26. Ricordo che provai uno sconfinato dolore per le vittime ma anche sconcerto, incredulità. Non avrei mai immaginato che i tedeschi avrebbero avuto questa reazione così violenta, né che agissero così in fretta, in meno di venti ore. D’altronde fin da quando abbiamo iniziato a combattere, quella delle rappresaglie era una spada di Damocle sulla nostra testa. Ma l’alternativa qual era? Restare fermi? Sarebbe stato un errore. I tedeschi decisero di abbandonare Roma senza difenderla anche per la paura di un’insurrezione dei comunisti-badogliani. Temevano altre via Rasella».

Venerdì 23 Marzo 2012 - 10:42   
Ultimo aggiornamento: 10:46

Padre separato obbligato a mantenere la figlia di 41 anni

Quotidiano.net

La Cassazione: "I doveri non cessano con la maggiore età"


La Corte ribalta la sentenza d'appello che nel 2006, aveva esonerato il padre dal versare gli alimenti. "L'obbligo perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica"

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Venezia, 23 marzo 2011 - I figli, oltre a essere piezz'e core, rappresentano anche una bella fetta di portafogli. Chiedere a quel padre che, separato, sarà obbligato a versare l'assegno di mantenimento alla figlia anche se la 'bambina' ha già 41 anni.
La Corte di Cassazione ha infatti ribaltato la sentenza della Corte di Appello di Venezia che, nel 2006, aveva da ragione al genitore, stanco di provvedere alla figlia allora 35 enne.

LA SENTENZA - Il Corriere del Veneto riporta la sentenza della Cassazione, secondo cui "L’obbligo del genitore separato di concorrere separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest’ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica, oppure sia stato posto nella condizione di poter essere economicamente autosufficiente".

Arresta i ladri che stavano entrando in casa: denunciato per sequestro di persona

Il Messaggero

L'uomo abita a Jesolo ed era stato svegliato dai cani: aveva tenuto fermi i malviventi fino all'arrivo delle forze dell'ordine


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VENEZIA - Blocca i ladri che stavano per entrargli in casa e viene denunciato per sequestro di persona. È quanto accaduto nei giorni scorsi a uno jesolano di 40 anni. L'uomo abitata a Jesolo Paese e in una notte della scorsa settimana è stato svegliato di soprassalto dall'abbaiare dei suoi due cani. Uscito di casa in tutta fretta, ha sorpreso i due ladri, due cittadini albanesi, all'interno del suo giardino. I due alla vista dell'uomo hanno cercato di darsi alla fuga, ma non hanno fatto i conti con il suo sangue freddo: senza nessun timore e grazie alla sua possente mole, il 40enne è riuscito infatti a bloccare i due ladri fino all'arrivo delle forze dell'ordine. Un terzo, che aspettava i due complici a bordo di un'auto, è riuscito a scappare.

«Erano le 4 - racconta l'uomo - a svegliarmi sono stati i cani che abbaiavano con insistenza. Sono uscito in giardino e ho trovato queste due persone. Hanno cercato di scappare, ma sono riuscito a bloccarle, dando l'allarme alle forze dell'ordine. Purtroppo ho ricevuto una bella sorpresa: una loro denuncia per sequestro di persona».

Un strascico giudiziario inaspettato per il 40enne jesolano, che ora chiede una maggiore tutela. «Onestamente non so davvero cosa pensare: queste persone sono entrate nel giardino per entrare dentro in casa mia. Ho dato l'allarme e ho cercato di tenerli fermi per assicurarli alla giustizia. Penso di essermi comportato come avrebbe fatto chiunque nella stessa situazione. Credo che ai cittadini servano maggiori tutele».

Un episodio che ripropone l'attenzione sulle discussioni affrontate nel recente Forum sulla sicurezza, al quale ha partecipato l'ex Ministro di Grazia Giustizia Roberto Castelli, che ha posto anche l'attenzione sulla giustizia "fai da te": «È giusto che i cittadini collaborino con le forze dell'ordine - ha detto l'ex Ministro - , la giustizia deve essere compiuta dalle Istituzioni preposte».

Venerdì 23 Marzo 2012 - 14:31    Ultimo aggiornamento: 14:32

All-Diamond, l'anello da 56 milioni

Corriere della sera

Gli svizzeri Shawish firmano un gioiello da 150 carati



Il World’s First All-Diamond RingIl World’s First All-Diamond Ring

MILANO. Ricordate il celebre Krupp Diamond, l’anello di diamanti da 33,19 carati che Richard Burton regalò nel 1968 a Liz Taylor e che è finito all’asta per 8,8 milioni di dollari lo scorso dicembre? Praticamente sembra un gigantesco zircone, se paragonato al World’s First All-Diamond Ring realizzato dai gioiellieri ginevrini Shawish in un anno di lavoro (qui il video) e presentato lo scorso 12 marzo in occasione dell’ultima edizione di Baselword (la fiera più importante e preziosa del settore).

150 CARATI - Non a caso, parliamo di un anello di ben 150 carati e del valore di 56 milioni di euro (pari a 75 milioni di dollari), interamente scolpito in un unico blocco di diamante grazie ad una speciale apparecchiatura laser, creata dalla stessa casa di gioielli svizzera, che ha permesso di intagliare la pietra partendo da un foro centrale ricavato nel blocco di diamante e lavorato poi in modo estremamente accurato per dargli la forma desiderata, senza intaccarne la struttura molecolare (il rischio in tal senso era elevatissimo).

L’ambizioso progetto era stato annunciato nell’aprile dello scorso anno in una serata-evento a Londra, che era stata poi seguita da analoghe manifestazioni a Mosca e Seul, ma è diventato realtà durante lo show di Basilea, quando collezionisti ed appassionanti di tutto il mondo hanno potuto vedere da vicino e in tutto il suo abbagliante splendore il prezioso anello. «Volevo creare qualcosa di nuovo e che mi piacesse – aveva raccontato l’amministratore delegato di Shawish, Mohamed Shawesh, in un’intervista a Superyachts.com, realizzata a bordo dello SnowbirD durante lo scorso Festival di Cannes – e questo anello mostra quello che Shawish può realizzare. È la nostra stessa identità e la conferma che i sogni dei nostri clienti possono diventare realtà».

MANCA IL COMPRATORE - Viste però le difficoltà di realizzazione e il prezzo non proprio adatto a tutte le tasche, il World’s First All-Diamond Ring è stato realizzato in un unico esemplare, a quanto pare ancora senza un compratore.



Simona Marchetti
23 marzo 2012 | 15:31




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Sigilli all'ateneo delle lauree taroccate Cerimonie coi vip per farsi pubblicità

La Stampa

Torino

Lauree ad honoris causa a vip con tanto di cerimonia in occasione dell'inizio dell'anno accademico: ma l'ateneo non esiste, la laurea è tarocca e tutto è una messa in scena. Le vittime, ignare, servivano come richiamo per le iscrizioni. Il sito è stato scoperto e sequestrato dopo un'indagine del Gat. Sono in corso le indagini per chiarire se qualcuno sia caduto nella rete e abbia pagato iscrizioni per i fantomatici corsi di laurea o master, anche se in realtà gli interessati non riuscivano mai a contattare le competenti strutture "fantasma", e su alcuni versamenti che sarebbero stati ricevuti a titolo di liberalità come onlus.


Il sequestro del sito web del falso Ateneo, sedicente Università Giovanni Paolo I, che per alcuni anni ha distribuito lauree honoris causa a uomini politici e personaggi dello spettacolo, è stato disposto dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, a seguito di approfondite indagini delegate al nucleo speciale frodi telematiche della guardia di finanza. Le vittime, inserite in un apposito albo d`onore della finta Università pubblicato online, hanno nomi noti che per l`organizzazione costituivano inconsapevoli elemento di richiamo. Tra gli altri, Rocco Buttiglione, monsignor Riboldi e Lino Banfi.



L'Università Giovanni Paolo I, con sede legale presso i locali di servizio di una associazione di artigiani e con gli Uffici del Rettorato in un anonimo appartamento vuoto di Latina, era organizzata in maniera molto articolata con inesistenti strutture didattiche e scientifiche, con facoltà, dipartimenti e scuole di specializzazione esistenti solo sulla carta. La gamma delle opportunità di formazione era apparentemente la più ampia, dalle scienze della comunicazione a quelle sanitarie. Ironia della sorte era reclamizzata anche una "Scuola della comicità" di cui erano condirettori cantanti e artisti del cabaret. Il recente filmato dell`inaugurazione dell`anno accademico - presente su Internet e gettonatissimo su Youtube - mostra una fase della cerimonia tenutasi a Palazzo Marino, uno dei più eleganti immobili di rappresentanza della Camera dei Deputati.

L`Università fasulla - il cui Rettore risultava laureato nell`altrettanto fantomatico Ateneo svizzero di Herisau - già dal giugno 1993 era stata diffidata dal ministero dell`Istruzione e dell`Università dal continuare le attività abusive ed era stata inserita nella "black-list" delle organizzazioni che rilasciano titoli di studio che non trovano alcun riconoscimento nell`ordinamento universitario italiano.

Wégimont, la fabbrica belga del perfetto bambino ariano

La Stampa

Le tragiche vite dei figli del progetto nazista di eugenetica negli Anni 40



Walter Beausert, uno dei bambini nati a Wégimont, in seguito al progetto Lebensborn




MARCO ZATTERIN
corrispondente da bruxelles

Il grottesco esperimento è riuscito: l'uomo che racconta la storia ha gli occhi di un azzurro profondo e i capelli un tempo erano biondissimi. «Walter Beausert non è il mio vero nome», confessa. Ha vissuto mezzo secolo prima di capire che non era un orfano come gli altri. Sino agli Anni 90 sapeva d'essere nato tra metà 1943 e il primo gennaio 1944. Dopo una lunga ricerca, ha scoperto che proprio la seconda data era quella in cui era venuto al mondo, in un luogo di atrocità e innocenza, la casa Lebensborn di Wégimont, a dodici chilometri da Liegi. Lui, come molti altri, era un frutto del progetto «sorgente di vita». L'arma delirante con cui il nazismo cercava il segreto della razza ariana perfetta.
In Belgio non lo sapevano, o forse facevano finta di niente. Dopo la guerra, hanno fatto lo stesso in Germania, dove invece le fabbriche dei «bambini perfetti», attrezzate per applicare le teorie eugenetiche professate da Heinrich Himmler, si erano diffuse rapidamente. Con la guerra, irragionevoli succursali spuntarono ovunque nei territori occupati, in Francia, Norvegia, Danimarca, Polonia. Il Terzo Reich, fondato da Adolf Hitler «per durare millenni», sognava un mondo di uomini senza difetti. Voleva plasmare l'universo e riscriverne le regole. Lo hanno fatto anche a Wégimont, un castello dall'aspetto severo, come piaceva agli architetti del Seicento. Ha un fossato e due torri. Fra la primavera 1943 e l'estate 1944, ha visto venire alla luce una cinquantina di bambini, figli di giovani donne belghe e di soldati tedeschi coi giusti requisiti. C'era anche chi sceglieva la maternità nazista per fede, ma il livello di pressione psicologica è sempre stato pesante. Per alcune era un modo per sfuggire alla durezza dell'occupazione. Altre pensavano solo di salvarsi la vita.
I nazisti celebravano i neonati con un rito battesimale sfarzoso, generalmente all'aperto. A Wégimont avveniva sugli scaloni esterni, una festa di infermiere, dottori e soldati dalle uniformi nere. Gli stessi scaloni dove oggi la domenica saltano allegre famiglie, visto che la tenuta è diventata un parco giochi. Durante la guerra era diverso, c'erano disperazione e violenza, sebbene le madri sapessero di avere una via di uscita: dopo dodici settimane potevano lasciare la creatura e contare sulla massima riservatezza del Reich. Ai bimbi veniva costruita una «vita». Pare siano stati 9 mila in Germania e 12 mila in Norvegia. Il Belgio, dove il dibattito sul collaborazionismo trova sempre ferite mal rimarginate, i numeri sono più bassi. Come il profilo che si è tenuto su questa trama.

Un faro lo ha riacceso un giornalista de L'Express, Boris Thiolay, che in un libro ha svelato le trame del Lebensborn vallone. Sono venuti fuori i nomi, l'orrore e la tristezza. Dopo la guerra quasi tutti i bambini di Wégimont non hanno ritrovato i loro genitori. Così sono stati affidati a famiglie e servizi sociali o rinchiusi negli orfanotrofi del loro Paese, in Germania, Canada, Australia. Qualcuno è stato adottato, molti si sono sentiti dire almeno una volta nella vita che erano i «figli della vergogna».
è capitato anche a Walter Beausert, che oggi afferma di essersi ritrovato. Mostra la foto dei genitori. Lei è Rita, belga, 17 anni quando è rimasta incinta. Lavorava nelle cucine di Wégimont, era ovviamente bionda. Lui è Hans, un caporale della Wehrmacht, che concepisce due figli con la cuoca prima di essere spostato sul fronte russo, essere preso prigioniero, tornare in Germania Est e risposarsi. Walter li ha cercati per tutta la vita. Nel 1994 ha scovato la madre poco lontano, a Spa, e ha chiuso il cerchio. «Non mi ha mai detto quello che speravo - confessa oggi - non ha detto "Sei mio figlio". Ma non ha smesso un attimo di stringermi il braccio».



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Testimoni di Geova, l’aula si spacca

Il Giorno


Via libera al luogo di culto: sorgerà su un’area vicino alla statale11
di Luca Balzarotti


Magenta, 23 marzo 2012 - È stato l'ultimo «vero» Consiglio comunale dell’era Del Gobbo. Da ieri, infatti, è iniziato ufficialmente il conto alla rovescia alle elezioni del 6 maggio. Il «periodo bianco» di comizi in cui l’assemblea uscente non può più approvare atti di indirizzo politico. Prima della normale amministrazione, c’è stato spazio per due ordini del giorno. Il primo, in particolare, ha diviso l’aula. Perché dietro a una scelta essenzialmente urbanistica - la variante della destinazione di un’area del Piano di governo del territorio (Pgt) - sono nate divergenze e diversità di vedute religiose. Scelte di «coscienza personale» come le ha definite anche il capogruppo del Popolo della libertà, Rocco Morabito.
 
Sul tavolo c’erano una decina di osservazioni. Quella più significativa è stata presentata dai Testimoni di Geova, una congregazione che a Magenta esiste da anni. I fedeli hanno chiesto di realizzare la Sala del Regno in un’area vicino alla ex Statale 11, nella zona nord della città. L’accordo tra l’associazione religiosa e il privato c’era. Ma prima di concludere la trattativa, i Testimoni di Geova volevano avere la certezza che il Consiglio comunale accogliesse la richiesta di trasformare una parte della zona industriale in luogo di culto.
L’osservazione è stata accolta


La Sala del Regno si farà, ma solo otto consiglieri tra maggioranza e minoranza hanno votato a favore. Il sì alla conversione urbanistica è arrivato da tre esponenti del Pdl, tre del Pd e dai due portacolori della Lega Nord. «Sono cattolico e osservante», commenta Paolo Razzano (Pd). «Il Consiglio comunale di Magenta ha toccato uno dei punti più bassi. Siamo amministratori, doveva essere una scelta scontata perché i Testimoni di Geova sono cittadini magentini e hanno diritto ad avere uno spazio per esercitare il proprio culto. Non era un voto di coscienza, ma una questione urbanistica e prevista anche dalla Costituzione».
 
«Personalmente avrei votato a favore», spiega Marco Maerna, vicesindaco e assessore alla Programmazione e alla sviluppo del territorio. «Ogni consigliere ha fatto la propria scelta perché in fase di discussione ognuno ha agito in base alla propria sensibilità e alla libertà di coscienza. L’Amministrazione comunale ha permesso ai Testimoni di Geova di avere uno spazio dove realizzare la Sala del Regno all’interno di un contesto produttivo artigianale e non isolato, vicino alla ex Statale 11 in modo da non creare problemi viabilistici o di parcheggi. La nostra è stata una risposta sotto il profilo tecnico e urbanistico».
 





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Vietata donazione sangue a chi ha rapporti omosessuali"

Il Giorno


Somma Lombardo, 22 marzo 2012 -  "Tutti i potenziali donatori di sangue, senza discriminazione di sorta, sono sottoposti a valutazione medica e ad accertamenti clinici previsti dalle norme per l'idoneità alla donazione e a tutela di chi riceve il sangue". Non si è fatta attendere la risposta della direzione sanitaria dell’Azienda Ospedaliera di Gallarate che ha replicato  alla denuncia di Arcigay, secondo cui nella sede dell’Avis, ospitata dall’ospedale di Somma Lombardo, un cartello elencherebbe i ‘rapporti omosessuali’ tra i criteri di esclusione alla donazione.  "L’Azienda ospedaliera di Gallarate, che ospita la sezione Avis nei suoi locali dell’ospedale Bellini di Somma Lombardo - continua la nota - precisa che nessun comportamento discriminatorio é mai stato messo in atto nei confronti di persone omosessuali. Quanto riportato a seguito delle dichiarazioni dell’Arcigay non corrisponde alla verità dei fatti’’.

LA POSIZIONE DI ARCIGAY"Dopo il pestaggio omofobo di sabato notte ai danni di un gruppo di ragazzi in una discoteca a Luino - si legge nella nota dell’Arcigay - la provincia di Varese torna a testimoniare violenta discriminazione ed esclusione nei confronti delle persone omosessuali"
 "La segnalazione arriva da un giovane donatore che ha fotografato presso la sede Avis ospitata dall’ospedale di Somma Lombardo, un cartello esposto in sala d’attesa in una bacheca che elenca i ‘rapporti omosessuali’ tra i criteri di esclusione alla donazione. E’ un rifiuto ingiustificato e penoso - continua la nota - che viola il principio di non discriminazione sancito dalla Costituzione e che non ha riscontro nei dati scientifici’’.

 Marco Mori, presidente del Cig (Centro iniziative gay) - Arcigay Milano chiede sanzioni: ‘’Se ci sono criteri e protocolli nazionali e internazionali che sono completamente disattesi - scrive Mori - va sanzionato, e subito, chi continua a dire e fare cose sbagliate. La Lombardia - continua Mori - non fa una decente campagna di prevenzione e informazione da tempo immemore. I nati dagli anni 90 in poi non sanno niente su malattie sessualmente trasmissibili, non hanno mai avuto un’educazione all’uso del preservativo. Questa Lombardia che vanta eccellenze e progresso come qualcuno vuol fare credere, in realtà assomiglia sempre di piu’ ad principato di tipo medioevale, oscurantista e reazionario che sta combinando solo danni’’.



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Il Tar multa il sindaco anti slot-machine

Corriere della sera

Aveva ordinato che fossero spente al mattino. I giudici: ordinanza illegittima, sanzione da 1,3 milioni



di  GIAN ANTONIO STELLA


I ragazzini bigiano la scuola per giocare alle slot-machine fino a diventare schiavi della droga del gioco? Non è un problema sanitario ma di ordine pubblico. Quindi il sindaco stia alla larga e non danneggi le società-casinò. Lo dice una sentenza del Tar contro il Comune di Verbania. Chiamato a pagare quasi un milione e mezzo di euro sulla base di una legge vecchia come il cucco del 1931.


Sono passati ottantuno anni, da quando Mussolini fece il «suo» Codice penale firmato da Alfredo Rocco. Era l'anno in cui il Canada diventò uno Stato sovrano, la Spagna cacciò il Re e si fece Repubblica e Guglielmo Marconi schiacciò un bottone a Pisa per illuminare il Cristo Redentore a Rio. Insomma: era tantissimo tempo fa. Quando i manuali di polizia dicevano che «la moglie non può essere commerciante senza il consenso espresso o tacito del marito». O che «è indiscutibile come il danno che dall'adulterio della donna ricade sul marito sia infinitamente più grave del danno che dall'adulterio del marito ricade sulla moglie: una moglie tradita, dice il Moggione, può essere compianta, un uomo ingannato è ridicolo se ignora, disonorato se sopporta, vituperevole se accetta cinicamente il suo stato».

Da oltre sessant'anni Fëdor Dostoevskij aveva raccontato ne «Il giocatore» come la febbre del gioco possa essere una malattia rovinosa. Ma certo mancava del tutto, a quei tempi, la consapevolezza attuale della gravità esplosiva del problema. Anche perché negli ultimi anni, ricordiamolo, la situazione è precipitata. A causa della scelta oscena dello «Stato biscazziere», dal 2000 a oggi siamo passati infatti da 4 a 76 miliardi di euro giocati legalmente, più almeno un'altra decina nel circuito illegale. Una catastrofe per decine di migliaia di famiglie. Con una spesa annuale, dalle slot machine ai casinò online sui quali lo Stato pilucca vergognosamente lo 0,14%, di 1.260 euro pro capite.

Davanti alla deflagrazione del problema, il 30 maggio 2005, quando i soldi buttati nel gioco erano quintuplicati rispetto ai cinque anni prima, la giunta comunale di Verbania, allora di centrosinistra e guidata da Claudio Zanotti, giustamente convinto di avere la responsabilità della salute dei cittadini, decise dunque di mettere un argine sugli orari. Così da scoraggiare almeno la tentazione di tanti scolari di bigiare la scuola per andare a giocare alle macchinette. E fece un'ordinanza stabilendo che queste potessero essere in funzione soltanto dalle 3 del pomeriggio alle 10 di sera. Una scelta condivisa anche dall'opposizione che governa oggi la città con il sindaco Marco Zacchera: «Verbania ha 31.500 abitanti e la sola società Euromatic (poi ci sono le ditte concorrenti!) gestiva all'instaurarsi della causa (oggi sono perfino di più) ben 402 apparecchi. Non so se mi spiego: uno ogni 78 abitanti. Altro che Las Vegas!».

Quale sia il risultato di 15 sale gioco più centinaia di macchinette sparse per i bar lo racconta Aurora Martini, responsabile dei servizi sociali del Comune: «Il problema è enorme. Donne della piccolissima borghesia che col gratta e vinci si sono rovinate arrivando a rubare i soldi al marito e ai figli. Pensionati che si fanno fuori la pensione e i risparmi. Vecchi assediati dall'usura che non escono più di casa e muoiono in modo "strano" dopo avere mostrato un tale terrore da non aprire la porta neppure ai ragazzi del centro sociale che portavano loro il pasto caldo. Gente che smette di pagare l'affitto e non viene buttata in strada solo perché abita in case pubbliche e gli enti, sbagliando, fanno finta di non vedere».

Ma che importa, a chi su quelle macchinette fa business? Ed ecco che la società Euromatic e un bar a essa collegato hanno fatto ricorso al Tar di Torino. Il quale, senza neppure porsi il problema che il Codice Rocco sia incartapecorito rispetto ai tempi d'oggi, alle emergenze sopravvenute, alla decisione dell'Oms di considerare quella del gioco una patologia individuale e sociale, invece di sollevare il tema davanti alla Corte costituzionale, ha preso la legge di ottant'anni fa che vedeva la questione delle bische e del gioco come un problema esclusivamente di ordine pubblico, e l'ha applicata così com'è. Una scelta paragonabile a quella di entrare in Facebook con penna d'oca e calamaio.

Ed ecco il verdetto: «Mediante la previsione di un orario di "disattivazione" degli apparecchi da gioco il Comune si è arrogato una potestà normativa che non trova sostegno in alcuna disposizione legislativa...». Infatti, stando anche alla sentenza 237 della Suprema corte del 2006, «i profili relativi all'installazione degli apparecchi e congegni automatici da trattenimento o da gioco presso esercizi aperti al pubblico, sale giochi e circoli privati» disciplinati dal regio decreto del 1931 «afferiscono alla materia "ordine pubblico e sicurezza"» di «competenza esclusiva dello Stato».

Del tutto indifferente ai drammi delle patologie, la sentenza prosegue ribadendo quindi che «si tratta di una materia che si riferisce alla prevenzione dei reati e al mantenimento dell'ordine pubblico». Di conseguenza, con quella ordinanza fatta senza alcuna «copertura» legislativa, il Comune ha inciso «negativamente su situazioni soggettive dei privati connesse alla libertà di iniziativa economica». E non si permettesse di rivendicare il diritto di fissare gli orari degli esercizi pubblici perché può farlo «unicamente "al fine di armonizzare l'espletamento dei servizi con le esigenze complessive e generali degli utenti" e non anche per finalità inerenti alla sicurezza pubblica».

Una posizione, sia chiaro, formalmente ineccepibile. Tanto che gli avvocati del Comune hanno consigliato a Zacchera di non fare neppure ricorso al Consiglio di Stato: sarebbero soldi buttati. La legge è platealmente inadeguata ma finché non viene scaraventata nel cestino è legge. A quel punto la Euromatic, passata in giudicato la sentenza, ha chiesto «il risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali derivanti dall'attuazione di tale regolamento per via delle illegittime, quanto gravose, limitazioni dal medesimo recate all'orario di attivazione degli apparecchi da gioco».

Quanto? «Le perdite subite dalla società Euromatic srl in conseguenza della colpevole attività posta in essere dall'ente locale sono state prudenzialmente stimate in circa 1.350.000 euro». Non basta: «A ciò dovranno aggiungersi i pregiudizi da perdita di chance indotti dallo sviamento di clientela verso Comuni limitrofi o prodotti di gioco congeneri e/o diversi dagli apparecchi...». «Per la miseria!», è sbottato il sindaco davanti all'enormità della cifra, «E quanto guadagnano queste società? L'Agenzia delle Entrate è al corrente di questi affaroni?» Il tocco finale è così peloso da essere irresistibile: «La società comunica che una parte dei proventi che saranno liquidati in suo favore all'esito del giudizio instaurato dinanzi al Tar saranno devoluti a un'associazione locale contro il gioco patologico e problematico». Troppa grazia, signori biscazzieri... Troppa grazia...



23 marzo 2012 | 8:12





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Scoperta una galassia rettangolare

La Stampa

Sembra un brillante tagliato a forma di smeraldo



L'immagine di Leda pubblicata da Subaru Telescope
Roma


Si chiama "Leda 074886" ed è forse la galassia più strana mai osservata: ha infatti non l'usuale forma circolare o a spirale ma rettangolare, come un brillante tagliato a forma di smeraldo.

Come riporta il quotidiano spagnolo El Pais, la galassia - che si trova a circa 70 milioni di anni luce dalla Terra e non è facile da osservare data la scarsa luminosità - è stata scoperta fortuitamente analizzando le immagini fornite dal telescopio giapponese Subaru.

Gli astronomi devono ora risolvere il mistero della forma, solo in parte effetto della prospettiva con la quale la galassia viene osservata dalla Terra: una possibilità è che si sia formata per effetto della collisione di due galassie a spirale in modo che le stelle già pre-esistenti rimanessero nella zona più esterna mentre il gas si sarebbe concentrato nella parte rimanente formando nuove stelle.



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L’autobus riparte all’improvviso, il passeggero anziano cade mentre sta scendendo. Risarcimento fissato a soli 25mila euro

La Stampa


Tutto in pochissimi secondi: la ripartenza, improvvisa e imprevista, dell’autobus; la conseguente perdita di equilibrio, proprio nella fase di discesa dal veicolo; la caduta a terra del passeggero. Che muore, poi, a distanza di due anni. Eppure il risarcimento – riconosciuto solo dopo una lunga battaglia giudiziaria – è comunque contenuto: poco più di 25mila euro (Cassazione, sentenza 666/12).



Il Caso

La vicenda si trascina, tra diverse aule di giustizia, per quasi trent’anni: a metà anni ’80 l’incidente, solo oggi il riconoscimento definitivo delle responsabilità e la quantificazione del relativo risarcimento. Tutto nasce, come detto, a causa di una ripartenza ‘infelice’ di un autobus: un anziano passeggero, impegnato a scendere dal veicolo, cade a terra. Eppure, in una prima fase, il risarcimento non viene riconosciuto alla figlia dell’uomo – deceduto, purtroppo, durante il procedimento – né dal Tribunale né dalla Corte d’Appello. Deve intervenire, allora, la Cassazione, a quasi venti anni dall’incidente, e riaprire la questione, chiarendo che va applicata «la presunzione di responsabilità del vettore», così ponendo «a carico dell’attore l’ordinario regime probatorio in tema di responsabilità».

Di conseguenza, la Corte d’Appello, in una nuova pronuncia, riconosce alla donna un risarcimento pari a circa 25mila euro, spiegando che la donna «aveva provato il nesso di causalità tra l’evento ed il trasporto, con l’indicazione specifica per cui l’evento si era verificato». Ecco che, logicamente, la responsabilità dell’incidente, secondo i giudici, «era addebitabile esclusivamente» all’azienda di trasporto che non aveva «fornito la prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e che lo stesso fosse addebitabile ad un fattore esterno o ad una condotta imprudente o negligente del viaggiatore». Alla luce di questo quadro, realizzato su input della Cassazione, la liquidazione del danno «era operata in via equitativa» e fissata, come detto, a 25mila euro. Eppure la vicenda non si chiude ancora in maniera definitiva. Per la seconda volta, difatti, essa viene sottoposta alla valutazione dei giudici della Cassazione.

A proporre ricorso sono gli eredi della donna – anch’ella deceduta –, da un lato, e la compagnia assicurativa, che ‘copre’ l’azienda di trasporto, dall’altro. Quali i temi sul tavolo? Sempre gli stessi: attribuzione della responsabilità e quantificazione del risarcimento. Per i giudici di piazza Cavour, però, la situazione ‘fotografata’ nella ultima pronuncia d’Appello è oramai consolidata, legittima e immodificabile: difatti, i ricorsi vengono rigettati. Innanzitutto, perché viene considerata acclarata la ricostruzione dei fatti, anche in tema di onus probandi: «vi era piena prova del fatto che l’evento dannoso era accaduto perché il veicolo era ripartito prima che il trasportato avesse completato la discesa dal mezzo» e, alla luce della giurisprudenza, per «danni subiti dal trasportato durante il viaggio», nell’ottica della responsabilità del vettore, «devono considerarsi anche quelli conseguenti alle operazioni quali la salita e la discesa dal mezzo di trasporto». Allo stesso tempo, i giudici riconfermano anche il conteggio del risarcimento, liquidato in via equitativa, nonostante il richiamo alla valutazione del danno biologico e alla connessione all’età e all’aspettativa di vita, punti, questi, centrali per entrambi i ricorrenti.




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Lavori a Microsoft? La mela è vietata

Corriere dellasera

I dipendenti di Gates non possono comprare prodotti Apple utilizzando fondi aziendali. Una lettera circola in rete



MILANO - Meglio gli apparecchi Microsoft o quelli Apple? Ovviamente i «nostri», dice la società di Redmond. E come darle torto. Naturalmente la Mela morsicata sostiene la tesi contraria. Ecco perciò che i circa 46.000 dipendenti Microsoft della sezione vendite e marketing non potranno più acquistare Mac e iPad impiegando fondi aziendali. La rivelazione arriva da una mail interna che circola sul web. E che Microsoft non ha smentito.

CONCORRENZA - A dare la notizia è stato il portale ZDnetche pubblica una mail firmata da Alain Crozier, il responsabile finanziario di Microsoft, e inviata a metà marzo a tutti i 46 mila dipendenti delle divisioni vendita, assistenza e marketing. Non viene escluso che lo stop possa essere presto esteso a tutto il gruppo. Si legge: «I prodotti Apple (Mac e iPad) non potranno più essere comprati coi fondi aziendali». Tuttavia, il loro utilizzo è consentito solo nel caso il dispositivo sia stato acquistato privatamente. È cosa nota infatti che già da metà del 2009 Microsoft vieti ai propri dipendenti l’acquisto di iPhone, BlackBerry e dispositivi Palm, a meno che non vengano pagati con soldi propri. Ciononostante, in alcune divisioni della società i dispositivi Apple restano indispensabili: Microsoft sviluppa anche software per i prodotti provenienti da Cupertino. E a Mountain View cosa fanno? Poco si sa circa l'utilizzo o l'acquisto di prodotti della concorrenza. Due anni fa l'azienda di Steve Ballmer e Bill Gates si è in ogni caso dimostrata alquanto generosa coi propri dispositivi: ha distribuito gratuitamente un Windows Phone a tutti i suoi 89.000 dipendenti.



Elmar Burchia
23 marzo 2012 | 7:57



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Allo studio l'aereo supersonico «silenzioso»

Corriere della sera

Prenderà il posto del Concorde, ma evitando il bang quando supera il muro del suono




Il progetto del MitIl progetto del Mit

MILANO - Dodici anni dopo il terribile incidente del 25 luglio 2000, quando un Concorde di Air France prese fuoco e precipitò subito dopo il decollo da Parigi, provocando la morte di 113 persone, gli aerei supersonici potrebbero solcare di nuovo i cieli. O almeno, in tutto il mondo gli ingegneri aeronautici e le compagnie aeree stanno studiando soluzioni per emulare le gesta dell'aereo più veloce e famoso della storia. Il ricercatore Qiqi Wang del Massachusetts Institute of Technology ha sviluppato assieme a un gruppo di studiosi della Stanford University un prototipo di biplano supersonico. Che, superato il muro del suono, non provoca nessun «bang».

SUPERSONICO SILENZIOSO - Guardando le foto del prototipo sembra un po' un ritorno all'epoca pionieristica dell'aviazione. Tuttavia, il professore di aeronautica e astronautica al Mit è convinto che una configurazione con due ali contrapposte e unite alle estremità, potrebbe risolvere molti problemi che hanno afflitto il Concorde durante i suoi 27 anni di servizio. Come racconta fra gli altri Popular Science, grazie a una simulazione al computer Wang e i suoi colleghi Rui Hu e Antony Jamerson di Stanford sono fiduciosi che questo prototipo possa rendere gli aerei supersonici molto più silenziosi e persino economici, rispetto ai loro antenati. Insomma, l'aereo supersonico più famoso del mondo, il francoinglese andato in pensione nel 2003, potrebbe presto tornare in cielo. Tuttavia, sotto una nuova forma.

MURO DEL SUONO - La particolare disposizione delle ali nel progetto di biplano del Mit, avrebbe infatti alcuni effetti collaterali molti utili: riuscirebbe a ridurre drasticamente la resistenza opposta all'aria e quindi il consumo di carburante, oltre al «bang» - il suono che si verifica nel momento in cui si supera il muro del suono. Spiega Wang: «Il consumo di cherosene potrebbe essere più che dimezzato perché qui abbiamo a che fare con un effetto domino: se si riduce il consumo dei motori, non c’è necessità di trasportare grandi quantità di carburante così che i serbatoi sarebbero più piccoli, il che, a sua volta, ridurrebbe in modo significativo la resistenza dell'aria».

UN’IDEA DI 60 ANNI FA - In realtà, ammette Wang, il concetto della doppia ala per eliminare il bang sonico, era già stato sviluppato negli anni Cinquanta dall’ingegnere tedesco, Adolf Busemann. All’università giapponese di Tohoku, nella città di Sendai, si sta attualmente lavorando a un design similare, anche questo basato sugli studi di Busemann, ma con un profilo mobile delle ali. Neppure la Russia vuole essere da meno: anche a Mosca l’aereo passeggeri supersonico è di fatti al centro delle ricerche. Recentemente il consorzio formato dal Central Aerohydrodynamic Institute (TsAGI) di Zhukovksy, la Sukhoi Company (il maggiore gruppo aeronautico russo) e la fabbrica dei motori per l'aviazione Npo Saturn, hanno annunciato di aver iniziato lo sviluppo di jet supersonici «silenziosi» che potranno volare pure sopra le aree popolate. Progetti, per ora soltanto sulla carta, di aerei civili supersonici sono all’ordine del giorno anche tra i principali costruttori americani, dalla Boeing alla Lockheed Martin.



Elmar Burchia
21 marzo 2012
(modifica il 23 marzo 2012)



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Se il Comune delle donne chiede aiuto a un uomo

Corriere della sera


Valnegra (Bergamo): il paese con giunta tutta femminilein rivolta per un superconsulente



Dal nostro inviato  CLAUDIO DEL FRATE


VALNEGRA (Bergamo) - Se non le donne, chi altro? Se non è il gentil sesso a tenere le redini di un paese dove gli uomini vanno altrove richiamati dal lavoro, chi ci penserà alle 214 anime di Valnegra, alta Val Brembana e vista incantevole sulle Orobie? Niente di strano, dunque, nello scoprire che questo microcomune lombardo è amministrato da una giunta di sole donne. Solo che adesso il paesetto è messo a rumore da una manciata di volantini anonimi, dunque malevoli, in cui si rinfaccia al sindaco Virna Facheris di aver nominato un superconsulente, una sorta di cardinale Richelieu con ampi poteri (ma nessuna paga) che agisce dietro le quinte. Un uomo e per giunta marito di una degli assessori.


Insomma, è andata finire che la giunta rosa ha chiesto appoggio a un maschio, con tanti saluti all'orgoglio femminile e all'esperimento di una comunità affidata solo all'altra metà del cielo. Nulla di nuovo sotto il sole: era andata più o meno così nella Atene del 411 avanti Cristo, anno in cui il commediografo Aristofane mise in scena la sua Lisistrata. Anche nella finzione teatrale, con gli uomini impegnati nella guerra, accade che le donne con una sorta di «colpo di stato» si prendono il governo della città e ingaggiano una vera e propria battaglia dei sessi. Salvo incontrarsi nottetempo con i mariti.

«Prendetevi un po' di tempo e scoprirete che accade lo stesso in decine di altri comuni italiani; quella nomina, poi, l'avevo già preannunciata in campagna elettorale» così il sindaco Facheris ieri ha affidato a una piccata lettera la replica alle polemiche. Destinate comunque a riemergere questa sera stessa, visto che le amministratrici di Valnegra hanno indetto un'assemblea pubblica per chiarire coram populo ogni questione legata al loro operato.

Nessuno in effetti ha eccepito la legittimità della nomina a consulente della giunta di Mauro Begnis, dirigente della Comunità montana della Val Brembana. «È uno che si intende di cose amministrative, è stato sindaco del paese un po' di anni fa e adesso dà una mano alle ragazze...». La titolare del bar Silvana chiama proprio così - «le ragazze» - il sindaco e le sue colleghe. «Si stanno impegnando a tenere in vita il paese, che male c'è se uno esperto dà loro una mano? Se non ci fossero loro...».

In effetti, non fosse per le donne, Valnegra sembrerebbe un paese fantasma: giri per le strade del paese e incontri solo mamme che sorreggono bimbi incerti sulla biciclettina o figlie che danno il braccio ad anziane madri. I cartelli «vendesi» che si vedono affissi una casa sì e una no dicono che questo paese è in preda alla crisi che assale mille altri comuni mignon sparsi per tutta l'Italia: spopolamento e invecchiamento dei residenti, nessuna occasione di lavoro. E gli uomini? Tutti a Bergamo fino a sera, tutti altrove per guadagnarsi da vivere con il risultato che Valnegra, non solo nella sua classe dirigente, appare una comunità tutta al femminile.

La giunta rosa eletta nel maggio 2011 ci sta provando a tenere il luogo al passo con i tempi: l'ordine del giorno del Consiglio comunale convocato per il 28 marzo denota un'encomiabile voglia di rinnovare il clima: si parlerà di progetti per il risparmio energetico, di un servizio di mediazione sociale. Argomenti insomma in cui si coglie un tocco innovativo magari dovuto proprio alla presenza femminile.

Ma sull'idillio del paesino bergamasco ecco arrivare la nuvola nera: prende la forma di un volantino recapitato in tutte le case e firmato «gli indignati» (anche a Valnegra, nel loro piccolo, si indignano...). Lo scritto è anonimo ma interpreta un diffuso malcontento al quale non sarebbe estranea Rosanna Donati, primo cittadino del paese fino al maggio scorso. «Con la nomina del tutore è venuta meno l'autonomia del sindaco» contesta lo scritto. Una rivalsa politica? Una dialettica uguale nel piccolo comune come nell'amministrazione di un capoluogo? Resa dei conti prevista questa sera, insomma, nell'assemblea pubblica indetta dalla giunta. Ogni polemica, anche aspra, è ammessa; ma per carità, che venga rispettato il galateo.



Claudio Del Frate
23 marzo 2012 | 7:56




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