giovedì 22 marzo 2012

Chiocciole cyborg, ecco le nuove spie israeliane

Corriere della sera

Lumache equipaggiate con nanocomponenti: nuove frontiere della sperimentazione per le guerre di domani



Dal nostro inviato FRANCESCO BATTISTINI



Lumache cyborg (dal sito: www.ecofriend.com)Lumache cyborg (dal sito: www.ecofriend.com)

BERSABEA (Israele) – E queste sarebbero le spie del futuro? L’arma segreta per curiosare negl’impianti nucleari dell’Iran? Le chiocciole cyborg, viste così, sono lumachine comunissime. Genere Borgogna o Rigatella, di quelle che di solito finiscono in umido o in padellate di prezzemolo. Un centinaio, piccole quanto basta. Allevate in un normale terrario, dove s’arrampicano, sbavano, si ritraggono. Poi le guardi meglio e vedi che non sono invertebrati come tutti gli altri: ogni lumachina monta sul guscio minuscoli elettrodi, poco più che briciole di pane. Buckypaper, li chiamano: fogli di nanotubi di carbonio. La grande scoperta è tutta lì: quegli elettrodi sono la dimostrazione che le chiocciole, così come gli scarabei e molti insetti, in un futuro breve potranno diventare la nuova frontiera dello spionaggio. Biobatterie, vive e semoventi. Pronte a essere collegate a videocamere, a sensori acustici o per i gas, a sistemi di sorveglianza, a ricognitori e a dispositivi elettronici d’ogni genere. Per trasformarsi, nuova generazione Matrix, in terminali telecomandati: «Si potranno usare per ogni cosa – spiegano gli scienziati dell’Università di Bersabea -: per spiare il nemico, ma anche per esplorare le zone d’un disastro, cercare vite umane sotto le macerie d’un terremoto, alimentare apparecchiature mediche… Nella centrale di Fukushima, per esempio: sarebbero state utilissime per mandare informazioni da là dentro, senza rischiare vite umane».

OCCHI E ORECCHIE SUL TERRENO - Lo studio d’israeliani e americani sui micro-cyborg dura da anni. E’ finanziato soprattutto a scopi militari. E la nuova ricerca, pubblicata l’8 marzo sul Journal of the American Sciency, è il risultato del lungo lavoro condotto dai nanotecnologi di Bersabea coi chimici biomolecolari della Clarkson University di Potsdam, Stato di New York. Per tutto questo tempo, gli scienziati hanno pedinato («non che fosse complicato: vanno a 4 centimetri l’ora…»), spiato, monitorato le chiocciole. Le hanno osservate mentre mangiavano, si riposavano, si riproducevano, sempre con quegli elettrodi addosso. Per arrivare alla conclusione che, sì, si può: gli elettrodi, utilizzando il glucosio contenuto nell’emolinfa, ricavano dall’animale la quantità d’elettricità sufficiente a far funzionare, per lungo tempo e in modo indipendente, minuscole videocamere o sensori di telerilevamento. Per ora, l’accumulo d’energia è inferiore a quello d’una pila AAA, ma i ricercatori dicono che si può migliorare. E che un adeguato esercito di chiocciole-spia, sparpagliate in zone impervie o chiuse ai curiosi, un giorno potrà fornire informazioni (è il caso di dirlo) dal terreno. Roba da fantaletteratura, come «le orecchie della giungla» sparse dagli americani in Vietnam, immaginate da Pierre Boulle nel suo romanzo.

LA SPIA CHE SBAVAVA - Le lumache stanno tracciando una scia nuova: studi sulla «fauna ibrida» che coinvolgono altri animaletti, utilissimi allo scopo. C’è una sezione del Pentagono, il Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), che assieme all’esercito israeliano studia da tempo i modi migliori per risparmiare vite umane, in missioni d’intelligence troppo pericolose, sostituendole con insetti, molluschi, perfino con muffe vegetali. Lo scarabeo-spia, evoluzione degli ormai obsoleti piccioni con le microcamere utilizzati perfino dagli Hezbollah libanesi, è considerato un gioiello di rapidità, d’efficienza e di risparmio energetico: secondo una ricerca delle Università del Michigan e di Bersabea, può montare un generatore piezoelettrico che trasforma in energia la pressione del battito delle ali. In pratica, un micro-robot che con appositi impulsi può anche essere diretto dove si vuole. La gara a utilizzare il brevetto, pubblicato in novembre sull’American Journal of Micromechanics and Microengineering, è già aperta. Con un solo dubbio: e se il nemico usa l’insetticida?



Francesco Battistini
22 marzo 2012 | 19:29




Powered by ScribeFire.

Fa ubriacare il cane con la vodka, arrestato

Corriere della sera

Dietro le sbarre un 49enne americano che aveva costretto il suo volpino a ingurgitare un bicchiere di superalcolico


MILANO - Esagerare con l'alcol porta sempre a guai e lui è finito dietro le sbarre. Ma a farlo finire in galera non è un'accusa di ubriachezza molesta: il signor Harold Shrier, un 49enne americano, dovrà rispondere di crudeltà sugli animali. La sua colpa è quella di aver fatto bere vodka al proprio cagnolino, un volpino di Pomerania che per questa bravata ha rischiato di morire. Ma negli Usa le leggi contro la violenza sugli animali sono prese in seria considerazione e così quando la polizia lo ha fermato e ha capito quello che era successo, per lui si sono subito aperte le porte del carcere di Helena, città del Montana teatro di tutta la vicenda. L'uomo è stato rinchiuso con un addebito pesante e una richiesta di cauzione di ben 30 mila dollari.

COSTRETTO A BERE - Secondo quanto ha raccontato il quotidiano locale, l'Independent Record, l'episodio risale allo scorso primo marzo. Attorno alle 23,30 la polizia del dipartimento di East Helena ha risposto ad una chiamata che segnalava una sospetta intossicazione di un cane in un bar della città. Al loro arrivo gli agenti hanno trovato il piccolo Arly, un batuffolo di meno di dieci kg di peso, in evidente stato di malessere: non riusciva a reggersi sulle zampe, faticava a muoversi in linea retta, continuava a cadere. Il cane, secondo il racconto di alcuni testimoni, è stato costretto a bere all'esterno del locale un bicchiere di vodka da un bicchiere di plastica.

I PRIMI SOCCORSI - Gli agenti hanno fermato il proprietario e hanno subito portato il quattrozampe presso una clinica veterinaria dove la dottoressa Michelle Richardson ha subito eseguito un prelievo di sangue. Analizzato all'ospedale St Peter, il campione ha evidenziato una concentrazione di alcol dello 0,348 per cento, poco al di sotto dello 0,4 considerato come possibilmente fatale già per un essere umano e più di quattro volte superiore al limite di 0,08% stabilito come limite per chiunque sieda al volante di un veicolo. Insomma, una percentuale altissima per il piccolo cane.

AVVELENAMENTO ALCOLICO - «In 20 anni di attività non ho mai visto un cane con un tale livello di avvelenamento» ha detto la dottoressa Richardson, che ha riferito di avere avuto a che fare altre volte con animali che inavvertitamente avevano ingoiato dolci ripieni di liquore o che avevano leccato i fondi di lattine di birra abbandonate, ma mai con episodi di intossicazione intenzionale. Arly è rimasto ricoverato alcuni giorni, ora dovrebbe essere fuori pericolo. E' stato affidato ad un rifugio gestito da un'associazione ed è in attesa di conoscere la sua sorte. Molto dipenderà anche da quella del suo padrone che non dovrà rispondere solo del reato di crudeltà sugli animali: in una borsa trovata per terra vicino al luogo in cui è stato arrestato gli agenti hanno trovato diverse pillole di stuperfacenti e lo incriminato anche per possesso di droga.



Al. S. 22 marzo 2012 | 17:11



Powered by ScribeFire.

Venezia affonda più in fretta del previsto

Corriere della sera


Nuove misurazioni Gps indicano che il centro storico prosegue la subsidenza e si inclina verso est




MILANO - Ci sono novità per quanto riguarda Venezia e l’acqua alta che l’assilla: nuove misurazioni indicano che il centro storico della città continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto supposto, e in più si sta inclinando leggermente verso est. Non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando (eustatismo), ma anche il suolo che si abbassa (subsidenza). E questo era noto. Secondo quanto si sapeva finora però l’entità della subsidenza era più contenuta, invece pare non essere così. Per lo meno nell’ultimo decennio. Le nuove misurazioni giungono da una ricerca condotta da Yehuda Bock, geodeta dell’Istituto di oceanografia dell’Università di San Diego in California, in collaborazione con l’Università di Miami in Florida e con la società italiana Tele-Rilevamento Europa, che misura le deformazione terrestri, analizzando i dati raccolti da Gps e radar satellitari (InSAR) per quanto riguarda Venezia e la sua laguna.

SUBSIDENZA - «Venezia continua a subire una subsidenza con un tasso di circa 2 millimetri all'anno», spiega Yehuda Bock. «È un piccolo effetto, ma importante, perché il lieve cedimento del suolo (associato all’aumento del livello del mare) raddoppia il tasso al quale l’altezza dell’acqua sale rispetto alla città». Nei prossimi vent'anni, se Venezia e i suoi immediati dintorni continuano ad affondare al ritmo attuale, i ricercatori si aspettano un livello del mare di 8 centimetri più alto di quello attuale.

LE MISURE - Le misurazioni Gps forniscono elevazioni assolute, mentre i dati InSAR sono stati utilizzati per calcolare le elevazioni rispetto ad altri punti. Dalla combinazione dei dati ottenuti dai due sistemi di rilevazione nel decennio 2000-2010, Bock e i suoi collaboratori hanno trovato che la città di Venezia ha subito un cedimento in media di 1-2 millimetri all'anno. Il fenomeno è stato rilevato anche per la laguna: la parte settentrionale della laguna cede al ritmo di 2-3 millimetri all'anno, mentre la laguna sud subisce una subsidenza annua di 3-4 millimetri. I risultati saranno pubblicati il 28 marzo su Geochemistry, Geophysics, Geosystems, la rivista dell’American Geophysical Union.

INCLINAZIONE - Ma non è l’unica novità. L’analisi dei dati ha evidenziato che il fondale della laguna si sta un po’ inclinando verso est di circa 1-2 millimetri all’anno. Vale a dire che la parte occidentale - dove è posta la città di Venezia – supera in altezza quella orientale. «La nostra analisi combinata di Gps e InSAR ha evidenziato chiaramente i movimenti nell'ultimo decennio che i due sistemi da soli non potevano percepire», dice Shimon Wdowinski, professore di geologia marina e geofisica presso l'Università di Miami.

EMUNGIMENTO D’ACQUA - La subsidenza di Venezia venne riconosciuta come un'importante concausa dell’aumento delle acque alte. Gli studiosi attribuirono parte del fenomeno all’emungimento di acqua dalla falda, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti industriali di Porto Marghera. Venne calcolato che imputabile a questo prelievo sia l’abbassamento di circa 7 centimetri. Il pompaggio di conseguenza fu vietato e la subsidenza dovuta all’agire dell’uomo si fermò, ma la subsidenza per cause naturali, dovuta soprattutto all’inabissarsi dei suoli nelle zone umide, è sempre in atto. La media - secondo i dati finora noti - è però valutata in 4 cm al secolo e non di 4 cm in vent'anni, come prospetta il nuovo studio.

ATTESA - «Sono incuriosito dall’aspetto metodologico», dice l’ingegner Pierpaolo Campostrini, direttore del Corila, il consorzio di ricerche lagunari che raccoglie una quarantina di istituti universitari italiani. «Attendo di leggere la ricerca nella sua completezza. Terremo in considerazione questi nuovi studi. Bisogna però essere prudenti: la subsidenza può essere di maggiore o minore intensità valutata nel tempo. Ci potrà essere un’accelerazione o un rallentamento».


Massimo Spampani
22 marzo 2012 | 18:11



Powered by ScribeFire.

Delitto Cesaroni, la superperizia: «Il morso di Busco non compatibile»

Corriere della sera

È la conclusione dei consulenti della Corte d'Assise d'appello. L'ex fidanzato di Simonetta: «Ci sentiamo sollevati». Sul corpetto della ragazza«Dna di 3 uomini»


ROMA - Via Poma, salta tutto. Crollano le accuse su Raniero Busco. Crolla il castello che dopo 21 anni aveva portato al nome dell’assassino di Simonetta Cesaroni. Il segno sul seno sinistro della ragazza uccisa con 29 coltellate il 7 agosto del 1990 considerato in primo grado la firma dell’assassino, il segno perfetto della dentatura anomala di Busco, il suo fidanzato dell’epoca, non è stato considerato un morso dai consulenti nominati dalla corte d'assise d'Appello chiamati a chiarire le cause della morte. Un sollievo per l’imputato che in primo grado era stato condannato a 24 anni di carcere, un altro rompicapo per la famiglia Cesaroni che non si è mai arresa in questi anni, che chiede l’assassino, non un assassino.


UN SOLLIEVO PER BUSCO - «A casa ci sentiamo sollevati, finalmente vediamo le cose in maniera più rosea», ha detto Raniero Busco, che appresa la notizia sugli esiti della superperizia ha abbracciato moglie e figli, i suoi gemelli. «Novità? Io lo sapevo da tre anni che quello non era un morso», ha commentato il suo difensore, l’avvocato Paolo Loria «Finalmente l’orizzonte si schiarisce. Il processo non è finito, ma un passo avanti è stato fatto».



LA CROSTICINA - «Hanno fatto la scoperta dell’America», sbotta con una battuta l’avvocato storico della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro, «L’enigma era: quel morso, quel segno era contestuale o no? Quello interessava. Ma non poteva esserlo visto che c’era una crosticina. Ho fatto dei solleciti in passato, in fase preliminare, per far approfondire al meglio quel segno sul capezzolo. Per me se c’era una crosticina la lesione non poteva essere frutto dell’aggressione, visto che Simonetta è morta in quattro cinque minuti. E facevo solleciti proprio per non trovarci sorprese di questo tipo. Qui ci troviamo davanti al delitto italiano più noto degli ultimi cinquant’anni».

LA NOTTE DELL’AUTOPSIA - Il primo a parlare di morso, secondo Molinaro, era stato la notte dell’autopsia di Simonetta Cesaroni il medico legale Ozrem Carella Prada, proprio uno degli esperti nominati per la superperizia dal procuratore generale della Corte d’assise d’appello. Molinaro ricorda a memoria le parole della perizia: «Si nota una deviazione del capezzolo del seno sinistro e la formazione di una crosticina che potrebbe essere stata causata da un probabile morso». «Scrisse probabile o eventuale morso» precisa Molinaro, «usò una formula dubitativa.

Il pm Cavallone, una volta ritrovato il corpetto e il reggiseno di Simonetta, si rilesse per l’ennesima volta gli atti e puntò su quelle parole, su quella pista, sui dna, su quel segno e la dentatura unica di Busco per via di un sovradente». I Ris confermarono. Dal corpetto e dal reggiseno vennero isolate 19 tracce di sudore e saliva che fecero risalire a Busco. Quel dna, confrontato con quello di altri 17 sospettati, era dell’ex fidanzato di Simonetta. E siamo nella primavera 2005. Ma l’avvocato di Busco non contesta nulla:

«Erano fidanzati e si erano visti la sera prima» spiegò Loria. Questione di baci, di effusioni, insomma. Ma la madre di Simonetta in aula dirà altro. Spiegherà che la figlia era maniacale per l’igiene, che cambiava la biancheria intima tutti i giorni. Busco, dopo 31 udienze, vissute in silenzio, accanto alla moglie, viene condannato. E’ il 26 gennaio 2011. «Sono una vittima», dice.

TRE SOGGETTI MASCHILI - Dalla superperizia chiesta dal pg della Corte d’assise d’appello, intanto, la notizia è del 21 marzo 2012, come quella del «non-morso» vengono isolati sul corpetto «con certezza la presenza di almeno tre soggetti maschili». Un altro elemento nuovo, che destabilizza.

LA PERIZIA - I risultati della perizia svolta per chiarire le cause della morte di Simonetta Cesaroni saranno illustrate nell'udienza del 27 marzo. La perizia che sembra scagionare Raniero Busco era stata fortemente sollecitata dalla difesa dell'ex fidanzato della Cesaroni che in primo grado, il 26 gennaio del 2011, è stato condannato a 24 anni di reclusione.

MAI IN CARCERE. È il caso dei paradossi quello di via Poma. Raniero Busco è stato condannato per l’omicidio ma non ha mai fatto, fortuna sua e accortezza degli inquirenti, mai un giorno di galera. Non ha mai subito un arresto. Era stato arrestato e tenuto un mese in carcere, invece, il portiere dello stabile di Via Poma, Pietrino Vanacore, solo per un sospetto. Poi ci si accorse che fu un errore, che non poteva essere stato lui ad uccidere. Vanacore non perdonò. Guardò altri sospettati finire nel mirino come il nipote dell’ingegnere Valle che viveva nello stabile di Via Poma. Vanacore e i suoi silenzi.

LA MORTE DI VANACORE - L’altro sollievo Busco ce l’aveva avuto proprio quando nel marzo 2010 Pietrino Vanacore venne trovato annegato a due passi da casa, nel lungo mare di Marina di Torricella, nella sua Puglia. Era strana quella morte: Vanacore due giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare a Roma, proprio al processo a carico di Busco. «Aveva qualcosa da nascondere», era il suo sospetto. Ma Vanacore aveva lasciato degli appunti. Uno, un cartoncino, era in vista sul cruscotto dell’auto: «Venti anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio».

Venne considerato un suicidio anomalo. Ma il caso poi è stato archiviato. E resterà tale, fino a quando non verranno fuori altri elementi. Per il pm Ilaria Calò che ha chiesto in primo grado la condanna di Busco, Vanacore era stato il primo a trovare il corpo di Simonetta Cesaroni negli uffici di Via Poma, tanto da preoccuparsi di avvertire il responsabile degli uffici, l’avvocato Caracciolo, presidente dell’Aiag per cui Simonetta lavorava da pochi settimane. Ma non lo avrebbe mai detto per omertà, sviando così vent’anni di indagini.

«TRACCE NON ATTRIBUIBILI» - In merito agli altri campioni sul corpetto o si tratta di tracce biologiche commiste o non attribuibili all' imputato o attribuite a Busco anche se per alcune i consulenti ipotizzando che la traccia possa essere frutto di una contaminazione tra reperti. In merito alla traccia ematica individuata sul lato interno alla porta della stanza dove fu trovata priva di vita, Simonetta Cesaroni, «è attribuibile ad un soggetto maschile di gruppo sanguigno A e di genotipo 1.1/4 al locus Dqalfa e quindi certamente non all'imputato Raniero Busco».

Quanto alla traccia di sangue trovata sul lato opposto della stessa porta è attribuibile «con certezza alla vittima. Frammisti, vi sono quantitativi minimi di Dna in relazione ai quali non è possibile eseguire qualsivoglia comparazione». Anche il sangue trovato sul telefono della stanza teatro del delitto è dello stesso gruppo sanguigno e quindi «non può essere attribuito né alla vittima né all'imputato». Sullo specchio dell'ascensore dello stabile di via Poma furono trovate due tracce ematiche: una, secondo i periti, é di Simonetta, l'altra é «attribuibile ad un soggetto di sesso maschile allo stato ignoto».

ORA DEL DELITTO - È leggermente spostata in avanti l’ora del delitto di Simonetta Cesaroni dagli esperti nominati dalla Corte d’Assise d’Appello. I periti, in particolare, affermano come «la cronologia della morte si può collocare tra le ore 18 circa e le ore 19 circa, con qualche piccola variazione adattata sulla scorta degli elementi circostanziali». Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici della III Corte d’Assise avevano invece sostenuto: «Può fondatamente ritenersi che l’orario della morte vada a collocarsi dopo le 17.15-17.30 e prima delle 18-18.30».

La questione dell’ora del delitto è affrontata in circa venti pagine della superperizia e già in passato era stata spostata diverse volte. Argomento complesso che gli esperti cercano di risolvere analizzando le condizioni meteorologiche di Roma di quel giorno e gli aspetti ambientali della scena del delitto. Secondo i periti non sarebbero rilevanti le valutazioni fatte in passato facendo riferimento ai contenuti gastrici dello stomaco di Simonetta, aspetto per la valutazione dell’ora del delitto, ritenuto «estremamente infido». Sarebbe stata invece fondamentale la rilevazione del «raffreddamento del corpo in rapporto alla temperatura ambientale», cosa che invece non fu fatta.

«PUNTUALIZZARE NATURA MORTE SIMONETTA» -Era stato il presidente Lucio D'Andria a dare il via a «una perizia medico-legale e genetica» per, «tra l'altro», puntualizzare «l'orario della morte, la natura e l'epoca delle lesioni riportate da Simonetta Cesaroni sul seno sinistro e in regione sterno-claveare, nonché le modalità di conservazione dei reperti e la loro attribuibilità». Il presidente D'Andria, con il giudice a latere Giancarlo De Cataldo, autore di Romanzo criminale e scrittore affermato, hanno voluto «riesaminare le contrastanti prospettazioni dei consulenti» dell'accusa e della difesa emerse nel processo di primo grado, finito con la condanna di Raniero Busco a 24 anni.

IL 27 MARZO - Intanto il 27 marzo riprenderà il processo d’appello a carico di Busco. Quel giorno i periti spiegheranno le duecento pagine del loro lavoro che «scagionano» almeno dal morso-firma dell’assassino attribuito a Busco. «Quel segno non è certo che sia un morso, potrebbe essere di tutto», sono le conclusioni. Il giallo di via Poma, insomma, per ora resta tale

Adelaide Pierucci e Redazione Roma Online2
1 marzo 2012 (modifica il 22 marzo 2012)

La Nuova Zelanda va in crisi da Marmite Esaurite le scorte di crema da spalmare

Corriere della sera

Sospesa la produzione dopo un terremoto, i consumatori si organizzano con aste online e mappe dei punti vendita



Un barattolo di Marmite
WELLINGTON - È caccia alla Marmite in Nuova Zelanda. Nel pieno della crisi denominata «Marmaggeddon», la gente ha assalito gli scaffali dei supermercati alla caccia della popolarissima crema da spalmare sul pane, elemento indispensabile della colazione kiwi. Molti punti vendita esibiscono già il tutto esaurito, mentre altri, più fortunati, hanno ancora alcuni barattoli che centellinano alla clientela: non più di uno a testa, è la regola. Nessuno è risparmiato: anche il primo ministro neozelandese John Key sta razionando le sue scorte, come un normale cittadino.

DANNI DA TERREMOTO - Tutto è cominciato un paio di giorni fa quando Sanitarium, la società che produce Marmite, una crema nera e vischiosa composta da lievito, zucchero e sali minerali, ha scoperto danni irreparabili nell’impianto di Christchurch, l’unico che produce l’ambita crema in Nuova Zelanda. I danni, causati dalle scosse di assestamento seguenti al terremoto che ha devastato la regione nel febbraio 2011, hanno costretto alla chiusura della fabbrica. Sanitarium sta cercando di spostare l’impianto in una zona più sicura di Christchurch, ma nel frattempo la produzione si è fermata. Il gruppo alimentare ha quindi pubblicamente avvisato che le scorte di Marmite si stanno rapidamente esaurendo e che il nuovo impianto non produrrà nuove confezioni prima di sei mesi.

STRATO LEGGERO Mentre i kiwi assaltano i pochi supermercati rimasti con scorte di Marmite, Sanitarium ha invocato i neozelandesi a non farsi prendere dal panico e ha dispensato saggi consigli sull’uso delle scorte rimaste. A quanto pare, è meglio usare la crema sul pane tostato, perché si spalmerebbe meglio su una superficie calda e quindi ne servirebbe di meno. Sanitarium ha anche consigliato ai kiwi di spalmare uno strato più leggero di Marmite, per far durare di più il barattolo. «Bisognerebbe anche – ha aggiunto Pierre van Heerden, general manager di Sanitarium a Radio New Zealand – evitare di usare Marmite ogni giorno e rassegnarsi a mangiarla due o tre volte per settimana». «Me ne è rimasto solo mezzo barattolo in ufficio – ha intanto comunicato il primo ministro – Cercherò di farlo durare il più possibile».

LA RIVALE AUSTRALIANA E LE ASTE – Gli unici a sorridere di questo dramma collettivo nell’emisfero australe sono proprio gli australiani che producono Vegemite, prodotto rivale di Marmite. Se alcuni kiwi si stanno rassegnando a usare Vegemite nei prossimi mesi, più di qualcuno invoca il sentimento patriottico e invita a resistere fino a quando la crema di Christchurch sarà di nuovo a disposizione. Intanto sul sito di aste online Trademe, confezioni di «oro nero» neozelandese sono battute fino a cento dollari, contro un prezzo di mercato di poco più di quattro dollari. Il Marmageddon è solo all’inizio, nessuno sa a quanto arriveranno i prezzi nei prossimi mesi. Nel frattempo i siti dei principali giornali kiwi forniscono mappe in cui vengono segnalati punti vendita dove il prodotto è ancora disponibile. Ancora per poco, si presume.



Emma Kay
22 marzo 2012 | 15:38



Powered by ScribeFire.

Caro (?) Diliberto, non te n'eri accorto? Ora accorgiti che devi chiedere scusa

La Stampa

L'onorevole (!?!) Diliberto è incappato in un disprezzabile episodio. Probabilmente lo conoscete, visto che la foto di lui abbracciato a una signora con una spregevole maglietta con la scritta "Fornero al cimitero" ha fatto il giro del web. Quando il caso è scoppiato, e dopo che la Fornero ha espresso "disgusto" per la vicenda, Diliberto è intervenuto una prima volta, senza scusarsi. Ecco cos'ha detto, riporto l'agenzia integrale. "Ribadisco e rafforzo quanto già detto: non mi ero accorto della maglietta". Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci, interviene ancora sulla questione della foto di ieri nella quale viene ritratto con una militante con indosso la maglietta con la scritta 'Fornero al cimitero'. "E' ovvio che non solo rifiuto lo slogan, ma che è lontanissimo dalla mia cultura politica, che affonda le radici nella Costituzione e nella democrazia", aggiunge.


Insomma, non si era accorto. Come si vede dalla foto lui arrivava da dietro e potrebbe anche essere prendiamo per buona la sua dichiarazione anche se non si è scusato. La sera, il nostro ha pure alzato un  po' la cresta. Ecco cos'ha detto a La Zanzara su Radio 24: «La Fornero mi sembra un po' nervosa. Il fatto che la CGIL non abbia firmato l’accordo la innervosisce e alza il tiro su argomenti come quello della maglietta per non parlare delle misure del governo. Dovrebbe essere lei a chiedermi scusa per le parole che ha usato su di me».  Ha fatto un po' il ganassa. Ma il signor Diliberto dovrebbe sapere che la verità, alla fine, viene sempre a galla. Il "mitico" blogger nomfup (http://nomfup.wordpress.com) ha ripreso un video di Bobbyfly96 , e guardate tra il minuto 9 e il minuto 14 che succede. Davvero Diliberto non te n'eri accorto? Ora le scuse devi farle a tutti noi che ti abbiamo creduto in buona fede. E non più solo quelle (dovute) a Fornero



Marco
marco.castelnuovo@lastampa.it
twitter@chedisagio

E meglio sposarsi o convivere?

La Stampa


A CURA DI CARLO RIMINI
professore ordinario di diritto privato all’universitÀ di milano


Io e il mio compagno conviviamo da quattro anni. Non abbiamo mai pensato di sposarci perché siamo convinti che vivere assieme sia un impegno da rinnovare ogni giorno. Quale è la disciplina giuridica che si applica alla nostra unione?
La legge italiana non attribuisce effetti alla convivenza fra due persone non unite in matrimonio. Alcuni anni fa sono stati a lungo discussi diversi progetti di legge su questo tema, ma il dibattito non è approdato ad alcun risultato. Le segnalo tuttavia che recentemente la Corte di cassazione, con una sentenza innovativa, ha affermato che la cosiddetta «famiglia di fatto» trova una tutela direttamente nella Costituzione, essendo una formazione sociale in cui si svolge la personalità dell’individuo. La Corte giunge a questa conclusione sulla base di una premessa molto vicina alle motivazioni della vostra scelta: la convivenza nella società contemporanea è particolarmente apprezzata proprio perché in essa il vincolo affettivo trova maggior valutazione rispetto ai vincoli formali e coercitivi.


Ora però stiamo per avere un bambino. Ci hanno detto che sarebbe trattato dalla legge quasi come un figlio illegittimo… È quindi meglio se ci sposiamo prima che nasca?
Effettivamente capita frequentemente che i conviventi decidano di sposarsi poco prima della nascita di un figlio. Tuttavia, da tempo la nostra legge ha eliminato gran parte delle differenze di trattamento fra i figli legittimi (cioè quelli che nascono dai genitori uniti in matrimonio) e i cosiddetti «figli naturali» (cioè quelli nati al di fuori del matrimonio). Qualche differenza però ancora rimane. Soprattutto perché la legge attuale prevede che il riconoscimento del figlio naturale produca effetti solo nei confronti dei genitori. Ciò significa che il figlio di genitori che non sono uniti in matrimonio non ha un legame di parentela con i parenti dei genitori. Un disegno di legge in discussione in Parlamento eliminerà questa discriminazione, ma i tempi dell’approvazione di questo emendamento non sono prevedibili.


Ma, in concreto, nella vita di nostro figlio che cosa cambierebbe?
Il figlio di genitori non sposati ha, nei confronti dei genitori, gli stessi diritti e gli stessi doveri del figlio di una coppia di coniugi: ha il diritto a essere mantenuto, cresciuto, educato. Le differenze di trattamento riguardano prevalentemente il diritto successorio e si tratta comunque di questioni marginali che non incidono sul diritto fondamentale del figlio naturale ad ereditare il patrimonio dei genitori. La differenza più significativa, nell’esperienza pratica dei genitori non uniti in matrimonio, riguarda però un problema completamente diverso.

Di quale problema si tratta?
Il problema si presenta se la convivenza dovesse cessare. Infatti, se i genitori sono sposati le questioni relative all’affidamento dei figli e alla regolamentazione dei loro rapporti con i genitori sono trattate dal giudice nel contesto della separazione. Se i genitori invece non sono sposati, gli stessi problemi sono affrontati in un giudizio autonomo. Mentre la separazione è discussa innanzi al tribunale civile ordinario, il giudizio che ha per oggetto l’affidamento dei figli naturali è di competenza del tribunale per i minorenni. Dal 2006 questi due diversi giudici sono chiamati ad applicare le stesse norme, cioè la legge sull’affidamento condiviso. 

Tuttavia il tribunale per i minorenni segue una procedura e un metodo del tutto diversi dal tribunale ordinario: è, infatti, un giudice abituato a fare largo uso dei servizi sociali e di altri strumenti di indagine sui comportamenti dei genitori; il collegio giudicante è composto non solo da magistrati, ma anche da psicologi. Il processo non è regolato dalle normali cadenze del processo civile ma esclusivamente dal potere discrezionale del giudice. In passato questa discrezionalità è stata oggetto di polemiche. Per tale ragione i tribunali per i minorenni hanno cercato di darsi regole di comportamento relativamente uniformi.


Dunque, in conclusione lei che cosa mi consiglia di fare?
Non credo che la decisione di sposarsi debba essere presa con il codice civile in mano. Penso che siano altre le considerazioni che dovrebbero prevalere. Tuttavia mi permetto di aggiungere un elemento di riflessione. Se, come talora accade, dopo la nascita di un figlio uno dei genitori rinuncia a una parte delle proprie prospettive lavorative per dedicarsi alle esigenze del bambino, il matrimonio, con le norme che lo regolano, può essere una forma di garanzia rispetto ai sacrifici fatti a favore della famiglia.



Powered by ScribeFire.

Vuoi il posto fisso? Fatti prete»

Corriere della sera

Il messaggio lanciato in Rete dalla Chiesa spagnola per stimolare nuove vocazioni


MILANO - Vuoi il posto fisso? Un contratto a tempo indeterminato? E una vita appassionante? Fatti prete. È questo il messaggio lanciato in Rete dalla Chiesa spagnola per stimolare nuove vocazioni. La Conferenza episcopale spagnola (Cee) ha puntato sul marketing virale. Con successo. La videoclip «Te prometo una vida apasionante» è cliccatissima. Ma non tutti condividono la scelta dell’appello 2.0 a diventare testimoni di Cristo.

NEL NOME DEL MARKETING VIRALE - Un lavoro stabile, un reddito garantito, la sicurezza di poter pianificare con tranquillità la propria vita. Chi non vorrebbe trovare tutte queste cose in un annuncio di lavoro? Soprattutto i giovani, coloro che oggigiorno faticano ad uscire dal purgatorio del precariato. Nella Spagna che fa i conti con la recessione il tasso dei senza lavoro è salito a livelli record nell’Ue. Oggi il 50% delle ragazze e dei ragazzi con meno di 25 anni sono disoccupati. E se il loro futuro si fa sempre meno sereno, uno spiraglio di luce potrebbe arrivare proprio dalla Chiesa spagnola. «Quante promesse hai ricevuto che non sono poi state mantenute?» Inizia così il video realizzato dalla Cee, pubblicato su internet qualche giorno fa e che sta facendo discutere animatamente la blogosgera. È in ogni caso evidente che i monseñores dimostrano di conoscere a menadito le moderne tecnologie associate alle sofisticate strategie di marketing.







CAMPAGNA DI RECLUTAMENTO - «Non ti prometto un grande stipendio, ti prometto un lavoro fisso», dice un giovane all’inizio del filmato mentre sorride timidamente alla telecamera. Dopo qualche sequenza ritorna, stavolta in abito talare e più sicuro di sé. «Non ti prometto la comprensione di chi ti circonda, ti prometto che sapranno che hai fatto la cosa giusta», aggiunge un secondo. E ancora: «Non ti prometto una vita di avventure, ma una vita appassionante». Nove sono in tutto i sacerdoti tra i 26 e gli 82 anni che, in rapida successione, spiegano i benefici del proprio lavoro. «Non ti prometto una decisione facile, ti prometto che non te ne pentirai mai». La «campagna di reclutamento» costata 7 mila euro è stata diffusa attraverso YouTube e diverse reti sociali, come Facebook e Twitter. http://www.teprometounavidaapasionante.com/

EFFETTO RATZINGER - I vescovi spagnoli sono convinti che il video aiuterà molti giovani a scoprire la loro vocazione. «Ci siamo guardati un po’ in giro e intervistato un centinaio di preti. Così è nato il video», ha spiegato Isidro Catela, portavoce Cee, durante la presentazione della nuova campagna qualche giorno fa a Madrid. La speranza è quella che aumentino i ragazzi pronti ad indossare il saio. Soprattutto dopo la Giornata Mondiale della Gioventù col Papa a Madrid è accresciuto il numero dei seminaristi. Stando alle cifre della conferenza episcopale, il numero dei preti nella penisola iberica è infatti salito del 4,2% tra il 2011 e il 2012, per stabilirsi a 1.278. Erano 1.738 dieci anni fa (una diminuzione del 25% dal 2002). Ma centra solo la crisi? Molti giovani in Spagna scelgono di farsi prete solo per sfuggire alla disoccupazione? No, dice convinto Miguel Angel Nunez, rettore del seminario di Siviglia.

CARENZA DI PRETI E FEDELI - «Nessuno arriva perché senza lavoro, ma perché vuole dedicare la propria vita alla comunità». Anche lo stipendio - circa 850 euro al mese - non sarebbe il motivo principale per diventare testimoni di Cristo. Dunque resta il quesito sul motivo reale per il quale la Chiesa in Spagna abbia deciso proprio ora di partire con la campagna. Sicuramente vuole ringiovanire il clero. L'età media dei sacerdoti attivi in Spagna è di 63 anni, in alcune zone supera addirittura i 72 anni. Inoltre, vi è una grave carenza di personale: ci sono più di 23.000 parrocchie, ma solo 10.000 sacerdoti. «Qui da noi arriva un prete solo quando muore qualcuno, da tempo non ci sono più funzioni religiose», si lamenta una donna del villaggio Avellanedo (Cantabria). Inoltre, nella cattolicissima Spagna di qualche decennio fa, va gradualmente diminuendo il numero di fedeli praticanti: meno del 15% vanno a messa almeno una volta alla settimana. Sotto il regime di Franco la funzione della domenica era ancora obbligatoria. In alcune comunità il sacerdote chiedeva persino l'aiuto della Guardia Civil per «redimere» le anime perse e portarle in chiesa. Fino al 1955 tale «crimine» era punito con un’ammenda di 25 pesetas.



Elmar Burchia
22 marzo 2012 | 12:44

L’altra casta Ecco le toghe multistipendio

La Stampa

Il governo Monti squarcia il velo dei doppi incarichi Consulenze, cumulo di stipendi e conflitti di interesse



FRANCESCO GRIGNETTI
Roma


È davvero arrivata l’era della trasparenza. Il governo per la prima volta squarcia il velo dell’oscurità e presenta in Parlamento i dati su stipendi e doppi incarichi, o terzi, o quarti, dei magistrati italiani. Non soltanto gli ottomila della magistratura ordinaria, ma anche quelli in organico all’Avvocatura dello Stato, Tar, Corte dei Conti, Consiglio di Stato. Nel mazzo c’è davvero di tutto. Si va dal rigorosissimo Giuseppe Esposito, magistrato del Tar di Napoli, che partecipa a incontri con le scolaresche di Vico Equense e devolve gli 800 euro di compenso alla biblioteca scolastica, al caso ben diverso del consigliere di Stato Gabriele Carlotti che, oltre lo stipendio regolare, riceve dall’Autorità per l’Energia 100 mila euro l’anno in quanto responsabile della direzione Affari giuridici.

Un’operazione di glasnost senza precedenti resa possibile da un emendamento del deputato Roberto Giachetti, Pd, che chiede di fissare paletti precisi sugli incarichi «fuori ruolo». Già, perché la miriade di doppi incarichi pone problemi etici, possibili conflitti di interessi, commistioni. Ma anche economici. E su tutti sta per abbattersi la scure del tetto da 294 mila euro, pari al guadagno del presidente della Cassazione.

Alcuni numeri, innanzitutto. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha la radiografia dei magistrati ordinari: su 8.734 toghe, sono 227 quelle collocate fuori ruolo, pari al 2,6% del totale. Nell’ultimo anno, poi, il Csm ha autorizzato 1423 incarichi a tempo parziale. «Nella gran parte dei casi si tratta di incarichi di docenza». Perlopiù sono lezioni universitarie e i magistrati in questione incassano poche migliaia di euro.

Altro discorso (e altre cifre) quando il ministro Filippo Patroni Griffi consegna gli emolumenti dei 516 giudici della magistratura amministrativa, i 456 della contabile, i 360 dell’avvocatura dello Stato. Interessante è la dinamica salariale di questi ultimi: incassano stipendi per 54 milioni di euro, da ultimo decurtati per le misure di solidarietà a 53 milioni, più un’indennità particolare detta «propina» che rappresenta altri 55 milioni di euro. Per fare un solo caso esplicativo, il capo dell’ufficio, l’avvocato generale dello Stato, sua eccellenza Filippo Ignazio Caramazza, gode di un trattamento fondamentale di 289 mila euro a cui va aggiunta la «propina» di altri 324 mila euro.

Caramazza risulta avere un incarico extragiudiziale in quanto membro della commissione di accesso ai documenti amministrativi. Senza cifre. Pierluigi Di Palma, vicesegretario generale della Difesa, giudice dell’Avvocatura di Stato che incassa 179 mila euro di trattamento fondamentale e 186 mila di «propina», ha ottenuto nel corso del 2011 anche 70 mila euro come consulente giuridico dell’Agenzia spaziale italiana. Risulta essere anche presidente del collegio arbitrale per una vertenza tra Anas e Asfalti Sintex, ma non è indicato l’emolumento.

La categoria dei giudici amministrativi - provenienti da Tar e Consiglio di Stato - rappresenta la spina dorsale dei ministeri. Sono moltissimi quelli che hanno il doppio incarico di giudice e di capoufficio legislativo o capogabinetto. Il più noto è forse Filippo Patroni Griffi, presidente di sezione del Consiglio di Stato. In quanto ministro alla Pubblica amministrazione è colui che ha portato questi dati in Parlamento e doverosamente ha inserito anche i dati che lo riguardano. Patroni Griffi comunica quindi di essere fuori ruolo dal momento della nomina nell’Esecutivo. Da quella data guadagna 17 mila euro al mese in quanto ministro. Ha appena esaurito anche l’incarico extragiudiziario di presidente del Consiglio arbitrale in una vertenza tra Fiat e Tav, percependo 76.950 euro netti.

Da questi elenchi emerge una raffica di doppi incarichi: Michele Buonauro cumula l’incarico di giudice del Tar con la consulenza giuridica all’Autorità per le Comunicazioni e che per due giorni a settimana di impegno incassa 35 mila euro lordi; Paolo Carpentieri ottiene 60 mila lordi come capo dell’ufficio legislativo del ministero per i Beni culturali; Giuseppe Caruso prende 58 mila lordi in quanto membro della commissione di valutazione dell’impatto ambientale al ministero dell’Ambiente; il sottosegretario alla Presidenza Antonio Catricalà è fuori ruolo e incassa 25 mila euro netti annui dalle funzioni di segretario del Consiglio dei ministri; Claudio Contessa incassa 73 mila euro per l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro; Roberto Garofoli ottiene 70 mila euro lordi in quanto capo di gabinetto del ministro per la Pubblica amministrazione. Di moltissimi poi lo stesso ministero non ha ancora i dati sugli emolumenti e si riserva di comunicarli.



Powered by ScribeFire.

Pasolini e Feltrinelli: adesso i complottisti tornano alla carica

di Mario Cervi - 22 marzo 2012, 09:05

Ancora oggi l’intellighenzia si ostina a raccontare di agguati fascisti e messe in scena a opera dei servizi segreti deviati. Ma sulla morte dei due "miti" non c’è alcun mistero


Ritornano sempre. Ritornano, infallibilmente, le tesi, i testi, i rituali con cui è stata costruita, durante decenni, la versione politicamente corretta della realtà culturale italiana. Feltrinelli non morì, la notte del 14 marzo 1972,mentre a Segrate, nelle vicinanze di Milano, tentava di sabotare con la dinamite un traliccio dell’alta tensione.

Screen 2012.3.22 9-57-59.9

Pier Paolo Pasolini non fu assassinato a Ostia, la notte tra l’uno e il due novembre 1975, da Giuseppe Pelosi detto Pino la Rana, al tempo ancora minorenne. La verità, si insiste, fu ben diversa, e occultata da una magistratura cieca o corrotta e da un’informazione asservita. Entrambi, l’editore e lo scrittore, furono vittime di biechi complotti reazionari e fascistoidi, orditi con tale diabolica abilità che l’uccisione di Feltrinelli sembrò l’incidente sul lavoro d’un attentatore e l’uccisione di Pasolini fu contrabbandata come un fait divers, uno di quegli ammazzamenti d’omosessuali di cui son gremite le cronache.
 
A quarant’anni dalla fine del suo fondatore, la Feltrinelli ha pubblicato un opuscolo che ne riporta alcuni scritti e che ne ricostruisce l’itinerario umano e ideologico. Vi si ammette senza reticenze che Giangiacomo «creò nel 1970 i Gruppi d’azione partigiana» e che questi «compirono alcuni attentati dimostrativi presso cantieri edili a Genova e a Milano». Per quanto riguarda le circostanze della tragedia di Segrate questo testo è, bisogna riconoscerlo, molto cauto e succinto.

«Non sono mancate perplessità sulla notte di Segrate». La breve annotazione è stata tuttavia arricchita e completata, con ben maggiore perentorietà, da una pubblicistica simpatizzante. Su Repubblica Simonetta Fiori ha asserito che «a distanza di quattro decenni ancora non sappiamo come siano andate veramente le cose». L’indomani del fattaccio l’intellighenzia di sinistra non aveva dubbi su come veramente fossero andate le cose. Un gruppo di intellettuali - tra loro Camilla Cederna- firmò un documento che qualificava l’accaduto come «una mostruosa provocazione» e che ridicolizzava le spiegazioni delle forze dell’ordine. «Il solito staff dell’Ufficio politico della Questura di Milano, Allegra e Calabresi in testa con tutti i loro soci dietro». Durante i funerali al Monumentale di Milano - ero presente come cronista del Corriere - ragazzotti spiritati ritmavano «uccidere un fascista non è peccato, compagno Feltrinelli sarai vendicato».

Onorare Feltrinelli è più che giusto. Per quei due colpi geniali che si chiamarono Dottor Zivago e Il gattopardo. ll suo nome deve restare in lettere d’oro nella storia letteraria italiana. Seppe resistere coraggiosamente al Pci, pronto a giustificare vilmente, con Mario Alicata, le pressioni e le intimidazioni delle autorità sovietiche. Fu risoluto e anche all’occorrenza cinico. Cito dalla Storia d’Italia di Montanelli e mia una testimonianza di Valerio Riva, che di Feltrinelli fu collaboratore. Riva raccontò dì una telefonata allucinante tra Olga Ivinskaia, vedova di Pasternak pur senza certificato matrimoniale, e Giangiacomo. La donna insisteva per avere i suoi soldi, e l’editore avanzava una obiezione dopo l’altra, sempre più impaziente e nervoso. Finché era sbottato dicendole press’a poco: «È mai possibile che tu m’infastidisca per un po’ di vile denaro, tu che hai la fortuna di vivere in una società socialista mentre io sono qui a soffrire sotto il giogo capitalista?».

Rimangono dubbi sulla vicenda di Segrate? Si potè crederlo, con molta buona volontà, per qualche anno. Non più quando nel 1979,durante un processo per terrorismo, gli imputati lessero un comunicato firmato Renato Curcio, Giorgio Semeria, Augusto Viel. Esso recava: «Osvaldo (nome di battaglia di Feltrinelli n.d.a.) non è una vittima ma un rivoluzionario caduto combattendo. Egli era impegnato in un’operazione di sabotaggio di tralicci dell’alta tensione... Fu un errore tecnico da lui stesso commesso, e cioè la scelta di utilizzare orologi di bassa affidabilità trasformati in timers». Occorre altro?
 
A rinfrescare il ricordo di Pierpaolo Pasolini ha provveduto ultimamente Emanuele Trevi con Qualcosa di scritto (Ponte alla Grazie, pagg. 246, euro 16,80) . Che Pasolini non l’ha mai conosciuto ma che ha lavorato nel fondo a lui dedicato, sotto la sferza iraconda di Lauro Betti che del pasolinismo era la turpiloquente vestale. Il romanzo di Trevi è divertente per le molte pagine dedicate proprio alla Betti che lui chiama la Pazza, e che da Pazza lo insultava come «zoccoletta». Anche secondo Trevi Pasolini fu vittima d’un agguato di fascisti che lo massacrarono urlandogli «sporco comunista, frocio, carogna».

Il pentimento di Pelosi, dopo aver scontato nove anni e sette mesi di galera per un delitto del quale s’era sempre riconosciuto colpevole, è adesso preso molto sul serio: anche se poi Pino la Rana chiama dei morti a conforto del suo voltafaccia. Più d’uno ha visto nella conversione di Pelosi la conferma della ricostruzione che Oriana Fallaci fece a caldo, e che molte circostanze di fatto e ambientali avevano demolita. Il sensazionale piace, l’idea che i nostalgici del Duce siano immischiati in un misfatto piace anch’essa. E se ci si aggiungono gli accenni a Eugenio Cefis in Petrolio la trama è perfetta. Pelosi ha sostenuto - nella vulgata più recente - che l’incontro con Pasolini non fu casuale, era stato fissato già da una settimana. Voglio essere puntiglioso, anche le minuzie hanno un loro peso in questi intrighi.

Come mai allora Pasolini s’imbattè in Pelosi dopo aver pranzato, e assistette sorbendo una birra al suo abbondante pasto? Si vuole insomma che la somiglianza tra la fine di Pierpaolo Pasolini e quella di tanti altri omosessuali sia una messinscena irrilevante. Credibile è Pino la Rana, le cui doti di mentitore sono conosciute. Come tanti altri, anch’io riconduco quella brutta storia alla sua banalità da Grand Guignòl, o piuttosto da film pasoliniano sui ragazzi ragazzacci di vita. Le fantasie torbide, anzi malate di Petrolio hanno la loro sintesi in quest sentenza: «Il cazzo è la sola realtà». Se ne può anche morire.

Orgasmo da palestra», l'effetto collaterale che colpisce le donne

Il Mattino


Finora era materia di discussione riservata alle chiacchiere tra amiche, argomento da blog o di qualche articolo su magazine e riviste di fitness e benessere: provare piacere sessuale semplicemente facendo sport, per esempio pedalando alla cyclette o correndo sul tapis roulant, senza pensare in alcun modo a incontri o situazioni "piccanti".

Ora, per la prima volta, l'orgasmo "da palestra" - un'esclusiva femminile, considerando che a riferirlo sono solo donne - è diventato un tema d'indagine scientifica, grazie a una ricerca americana pubblicata sul "Sexual and Relationship Therapy".

Gli anglosassoni lo hanno battezzato "coregasm" dal termine "core", così come viene chiamato nel complesso l'insieme dei muscoli dell'addome. Il piacere da fitness, infatti, sarebbe fondamentalmente una questione di addominali. Allenarli, nella donna, può avere come "effetto collaterale" a sorpresa addirittura un vero e proprio orgasmo.

A indagare sul fenomeno sono stati Debby Herbenick, co-direttore del Center for Sexual Health Promotion dell'Indiana University School of Health, Physical Education and Recreation, nonchè autrice di libri e curatrice di rubriche, insieme a J. Dennis Fortenberry, docente affiliato allo stesso istituto dell'ateneo Usa. I risultati pubblicati sono basati su un'indagine online su 124 donne che hanno riferito esperienze di orgasmo indotto dall'esercizio fisico (Eio), e altre 246 che hanno sperimentato piacere sessuale indotto da esercizio fisico (Eisp).

Giovani e meno giovani (dai 18 ai 63 anni), la maggior parte sposate o legate a un partner, eterosessuali nel 70% circa dei casi. Lo studio non si prefiggeva intenti epidemiologici. L'obiettivo, cioè, non era capire quante donne conoscono l'orgasmo "da palestra" non per sentito dire, ma per averlo provato direttamente.

Tuttavia un'indicazione in merito è arrivata comunque: «Il fenomeno non dev'essere poi così raro - osservano gli autori - se per 'reclutarè le 370 donne del campione ci sono volute appena 5 settimane». Ed ecco i risultati dell'indagine statunitense. Circa il 40% delle donne che hanno provato orgasmo (Eio) o piacere sessuale (Eisp) indotti dall'esercizio fisico dice di avere fatto questa esperienza in più di 10 occasioni.

Il 20% delle sportive che allenandosi sono arrivate all'orgasmo spiega di non essere riuscita a controllarsi, benchè fosse in pubblico. E la maggior parte assicura che in quel momento non stava fantasticando su nulla che avesse a che fare col sesso.

Ma quali sono gli esercizi "giusti" in cui cimentarsi, per cercare di imbattersi nel singolare fenomeno? Più della metà (51,4%) delle donne del gruppo Eio (orgasmo vero e proprio) ha associato l'esperienza con un allenamento agli addominali eseguito negli ultimi 90 giorni. Ma ad altre è capitato mentre facevano sollevamento pesi (26,5%), oppure yoga (20%), bicicletta (15,8%), corsa (13,2%), persino passeggiate o escursioni (9,6%).

In particolare, nelle risposte libere, fra gli esercizi più "stimolanti" in molte hanno citato la cosiddetta 'sedia del capitanò: un tipo di esercizio agli addominali che consiste nel contrarre i muscoli della pancia in modo da sorreggersi solo sulle braccia, tenendo le gambe piegate ad angolo come su una sedia, ma sospese nel vuoto. Inquadrato scientificamente il fenomeno, resta ora da chiarire il meccanismo che scatena l'orgasmo da palestra, precisa Herbenick.

Un altro punto da approfondire, secondo la specialista, è il legame generale fra attività fisica e benessere sessuale femminile. Come dire che, anche senza arrivare "all'acme", fare sport potrebbe comunque migliorare le performance della donna tra le lenzuola.

Martedì 20 Marzo 2012 - 15:11    Ultimo aggiornamento: 15:19



Powered by ScribeFire.

Spari contro consigliere comunale: è grave

Corriere della sera

Alberto Musy, capogruppo Udc a Torino, colpito alla schiena. Cancellieri: «La matrice è oscura, ma è stato un agguato»


MILANO- Un agguato nel cortile di casa. Alberto Musy, consigliere comunale di Torino, è stato colpito da almeno quattro colpi di pistola, mentre usciva dal palazzo in cui abita, in pieno centro città. A sparare un uomo con casco integrale. Subito soccorso dalla moglie, Angelica D'Auvare, le sue parole prima di svenire sono state: «Ange, mi hanno seguito...». Poi è stato trasportato all'ospedale Molinette, dove è stato per ore in sala operatoria a causa di un ematoma cerebrale. Ora è in coma farmacologico, le sue condizioni sono giudicate gravi. Anche con l'ultimo bollettino, delle 17.45, i medici hanno deciso di non sciogliere la prognosi, anche se intervento chirugico cui è stato sottoposto per la rimozione dell'ematoma è tecnicamente riuscito. Ma la prognosi resta riservata. Musy, capogruppo dell'Udc e avvocato, è stato candidato sindaco nel 2011.




LA DINAMICA- Poco prima delle 8.30 un uomo ha citofonato a un vicino di Musy in via Barbaroux, in pieno centro, spiegando che doveva consegnare un pacco. Così è entrato nel portone e ha aspettato in cortile che l'avvocato scendesse di casa per andare a lavorare. Come ogni mattina era tornato da poco nella sua abitazione dopo aver accompagnato le figlie a scuola. Quando ha attraversato il cortile per uscire dal portone, è stato colpito dai colpi di un P38. Quattro lo hanno colpito, mentre altri sarebbero stati ritrovati sul posto. Nell'appartamento, al quarto piano c'era la moglie che ha sentito tutto e si è precipitata ad aiutarlo. Subito portato in ospedale, l'avvocato è in rianimazione.

IL BOLLETTINO- I medici spiegano che le sue condizioni sono gravi e a causa di un ematoma cerebrale è stato subito portato in sala operatoria. Paolo Del Gaudio, primario di anestesia e rianimazione spiega che Musy è stato «colpito da quattro colpi di pistola, di cui uno alla schiena. Due sono rimasti dentro al torace, con i fori di ingresso sul braccio destro e sull'ascella sinistra, in più ha una ferita lacero contusa alla testa e non si capisce come se la sia fatta. Non si esclude che abbia ricevuto un altro colpo». In ospedale sono arrivati amici e parenti. E la sorella ha spiegato: «Le prossime 48 ore saranno determinanti per capire l'evolversi della situazione sulla quale i medici si esprimono con cauto ottimismo».




LE PISTE-Ci si interroga, quindi, sul movente. Mentre Roberto Cota, governatore del Piemonte, spiega che «non ci sono elementi collegati a matrice politica», il ministro dell'Interno Cancellieri è più cauta: «Non abbiamo elementi per dire quale sia stata la matrice, ma quello contro il consigliere Musy è stato un agguato». Intanto gli investigatori della squadra mobile e della Digos, coordinati dal pm Roberto Furlan, si muovono su più fronti. E non escludono alcun movente. In particolare stanno cercando di capire se tra le cause seguite da Musy, ci sono clienti insoddisfatti. L'avvocato è specializzato anche in procedure fallimentari. Le immagini delle telecamere della zona sono al vaglio degli inquirenti.

IL SINDACO - Piero Fassino, primo cittadino di Torino, si è precipitato alle Molinette, martedì mattina, per andare a capire quali fossero le condizioni di Musy. Il sindaco spiega: «È grave, ma non è in pericolo di vita. Non sono stati colpiti organi vitali». E poi ha aggiunto: «Sgomento e dolore per atto di violenza inaudita». La solidarietà della politica.


Benedetta Argentieri
(Ha collaborato Elisa Sola)21 marzo 2012 | 18:17