martedì 20 marzo 2012

Rosi, il potere e «le mani sulla città»: l'Italia è rimasta la stessa di quel film

Corriere del Mezzogiorno

«Allora svelai i trucchi politici, oggi li conosciamo» La pellicola giovedì in edicola col «Corriere» per la prima volta in versione dvd


La copertina del dvd di «Le mani sulla città» in edicola (a 12,90 euro)

In uno studio pieno di libri fino all'inverosimile, dopo l'immancabile caffè («con il mezzo sigaro è l'unico vizio di cui non posso proprio fare a meno»), Francesco Rosi ricorda l'avventura di Le mani sulla città, che il Corriere pubblica per la prima volta in dvd, allegato al quotidiano di giovedì 22. Un film che allora, nel 1963, fece scandalo e che non ha perso un'unghia della sua attualità.

Merito del regista o demerito dell'Italia, rimasta «ferma» alle speculazioni e alla politica come occupazione del potere? «Posso dire che sono valide tutte e due le interpretazioni? Colpa dell'Italia certamente, perché certe brutture e certe manchevolezze oggi sono ancora più che presenti, più che vive. Ho diretto quel film guardando la realtà di Napoli, e dell'Italia, dei primi anni Sessanta ma a tanto tempo di distanza non vedo molti cambiamenti».
 
Quindi un po' di merito del regista c'è...  «È quello di aver voluto raccontare certe storie, scegliere certi argomenti. Un merito che va diviso anche con il produttore, Nello Santi, e i miei cosceneggiatori, Raffaele La Capria ed Enzo Forcella». Altri anni, altri entusiasmi.




«Stava nascendo il centrosinistra e tutte le forze di chi voleva un Paese migliore si sentivano coinvolte in un'unica opera di crescita, di impegno. A cominciare dal cinema». Oggi invece questo senso di «responsabilità collettiva» sembra molto affievolito. «Quando ho cominciato a fare cinema, erano tantissimi i registi che sceglievano con le loro opere di calarsi nella realtà italiana. C'era Rossellini naturalmente, poi Visconti e De Sica, ma anche chi dirigeva delle commedie si sentiva parte di questo percorso comune. Penso ai film di Zampa, per esempio, o di Comencini: facevano ridere ma affrontavano anche i problemi di tutti. Sapevano far discutere».
 
E l'argomento su cui «Le mani sulla città» aveva voglia di discutere era la degenerazione della politica. «Che cosa raccontava il film? Tutti i trucchi, tutte le malversazioni, tutti gli inganni che certa politica poteva mettere in campo. Oggi in Italia queste pratiche le conosciamo fin troppo, ma cinquant'anni fa erano delle tragiche novità. E come abbiamo fatto per raccontarle? Siamo entrati in un consiglio comunale, siamo andati in giro per Napoli: abbiamo filmato quello che vedevamo».
 
Questa originalità d'impostazione si vede anche nella scelta del cast: attori professionisti insieme a volti presi dalla realtà: Rod Steiger accanto a Salvo Randone ma anche un autentico militante comunista, Carlo Fermariello. «Fermariello era il segretario della Camera del Lavoro di Napoli. Io non volevo farne a meno ma alcuni dirigenti del Pci erano contrarissimi a permettergli di "fare l'attore". Per fortuna una sera a cena con La Capria, alla Casina del Fusaro, convinsi Amendola a darmi il via libera del partito.

Volevo usare un altro volto pubblico, quello dell'impresario Remigio Paone, per fare il sindaco di Napoli, ma a tre giorni dalle riprese mi disse che non poteva andare a chiedere soldi alle banche con "la faccia di un attore" e si tirò indietro. Io ero disperato ma per fortuna una mattina, entrando per un caffè da Moccia, in via dei Mille, ho trovato il mio uomo: gli sono girato intorno tre o quattro volte, mettendolo naturalmente un po' in imbarazzo. Ma quando mi sono presentato l'ho convinto: era un napoletano che vendeva automobili in America, mi sembra a Chicago, Vincenzo Metafora».
 
E Rod Steiger? «L'avevo in mente dai tempi di Fronte del porto. Era americano ma mi sembrava perfetto per fare Nottola, lo speculatore edilizio. E avevo ragione». Se lei dovesse indicare un merito del film? «Penso quello di aver raccontato la politica senza dimenticare le ragioni dello spettacolo, riuscendo a tener sveglia l'attenzione dello spettatore. Perché quello che racconta il film lo riguarda direttamente».

Paolo Mereghetti
20 marzo 2012

Van Gogh e la doppia tela: sotto la natura morta si celano due lottatori a torno nudo

Corriere della sera

L' opera datata 1886 esposta al Museo Kröller-Müller di Otterlo



L'opera esposta nel Museo di Otterlo in OlandaL'opera esposta nel Museo di Otterlo in Olanda

MILANO - Un nuovo dipinto di Vincent van Gogh è stato scoperto in un museo olandese: dopo una serie di indagini approfondite, e grazie alla tecnica della cosiddetta macro-fluorescenza a raggi X adottata dagli esperti tedeschi dell’ elettrosincrotrone di Amburgo Desy (Deutsche Elektronen-Synchrotrol) è stata trovata la tela di due lottatori a torso nudo nascosta sotto una natura morta.

DUPLICE TELA - Il dipinto «Natura morta con fiori di campo e rose» esposto al Museo Kröller-Müller nel villaggio di Otterlo, in Olanda, risale al 1886. Fino ad oggi l’opera era stata attribuita ad un pittore anonimo. Il museo privato aveva acquistato la grossa tela (100 per 80 centimetri) nel 1974. E già allora gli esperti sospettavano che potesse essere di van Gogh (1853-1890). Tuttavia, sul dipinto mancava la caratteristica firma del famoso pittore. Il formato era inoltre insolitamente grande per i suoi quadri di nature morte. Se nel 2003 un’attribuzione al pittore fu respinta, i dubbi e i misteri rimasero.

ANALISI - È così che il museo ha deciso di sottoporre negli anni l’opera a ulteriori analisi. Già nel 1998 una radiografia faceva intravedere sotto i fiori appassiti ed i colori malinconici della natura morta, anche lo spettro di due lottatori a torso nudo. Van Gogh li avrebbe ritratti nel 1885 o nel 1886, durante la sua permanenza presso la Scuola di Belle Arti di Anversa, in Belgio. A Parigi il pittore squattrinato avrebbe successivamente ridipinto il quadro. Ora, grazie ad una nuova tecnica di scanning - effettuata con l’elettrosincrotrone Desy nel laboratorio di fisica delle particelle fondamentali di Amburgo - un team di ricercatori internazionali ha accertato appieno il contenuto della pittura nascosta e potuto confermare così la paternità dell’opera.


Elmar Burchia
20 marzo 2012 | 16:56




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Nave contro gli scogli, il comandante dormiva: inserito il pilota automatico

Corriere del Mezzogiorno

L'ucraino Sergy Kryvodud l'ha confermato in Procura, dicendo di non aver sentito l'allerta inviata dal Vts



La nave arenatasi a Messina
La nave arenatasi a Messina


MESSINA - Gli uomini della Capitaneria e del Vts, il sistema di controllo della navigazione nello Stretto di Messina lo avevano già ipotizzato, ma oggi lo ha confermato in Procura lo stesso comandante ucraino Sergy Kryvodud, 41 anni: durante la navigazione si è addormentato in plancia e ha inserito il pilota automatico per questo è andato a sbattere con la sua nave mercantile, l’Hc Rubina, lo scorso sabato contro gli scogli antistanti il rione di Ganzirri a Messina. L'uomo ha detto quindi di non aver sentito gli uomini del Vts che più volte gli chiedevano di cambiare rotta. Si è risvegliato poco prima dell'impatto ed è solo riuscito a ridurre la velocità. L'ucraino è indagato per naufragio e violazione del codice della navigazione. In plancia, oltre al comandante, secondo quanto previsto per la navigazione dello Stretto ci sarebbero dovuti essere altri membri dell'equipaggio.

Sul caso è intervenuto il presidente del Sasmant, il comandante Sebastiano Pino che ha spiegato: «Per l’attraversamento di aree come lo Stretto di Messina le norme prevedono la presenza sul ponte di Comando di almeno quattro persone: timoniere, vedetta, ufficiale di guardia e la supervisione del comandante. Questa volta è andata bene, nessuna vittima, nessun danno. Ma un evento del genere, in altre circostanze, avrebbe potuto avere conseguenze veramente tragiche per la vita umana e l’ambiente».



Gianluca Rossellini
20 marzo 2012




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Fai la chemio? Niente patente

Corriere della sera


In Spagna non si rinnova la licenza di guida ai malati cancro (solo con tumore del sangue) sottoposti a chemioterapia.
Gli esperti:«Insensato e discriminatorio »



MILANO – La notizia è di quelle che lasciano stupefatti, destinata a suscitare scalpore. Il quotidiano spagnolo El Mundo riporta oggi la decisione delle autorità iberiche di non rinnovare la patente di guida ai malati con un tumore del sangue sottoposti a chemioterapia. Come riportato nel paragrafo IV del Regio Decreto 818 del 2009 , infatti, i pazienti con neoplasie ematologiche che si vedono scadere il permesso di guida mentre sono sottoposti ai trattamenti chemioterapici dovranno aspettare tre mesi dalla fine delle cure per poter presentare la richiesta di rinnovo, dietro parere favorevole di un medico. Non solo: il rinnovo, se concesso, sarà valido solo tre anni e non dieci, come comunemente avviene per le persone «sane».


SUBBUGLIO IN SPAGNA - L’annuncio ha già scatenato un putiferio nei forum e fra le associazioni dei pazienti oncologici e Jesús García Mata, portavoce della Sociedad Española de Oncología Médica (Seom) ha espresso il proprio parere contrario, giudicandola una «misura esagerata, perché il regolamento non rispecchia la realtà visto che le persone sottoposte a chemioterapia possono condurre una vita perfettamente normale». Senza considerare che, ha aggiunto l’esperto, molti malati vengono sottoposti alla chemio solo per prevenire delle ricadute e molti altri (con un tumore del sangue) possono ricevere la terapia «a vita» perchè convivono per anni con la malattia. Alcuni malati di altri tipi di cancro, poi, hanno raccontato il mancato rinnovo della licenza di guida perché durante la visita (alla quale si erano presentati calvi, a causa della perdita dei capelli causata della chemio) hanno ammesse di essere sottoposti a trattamento oncologico.

LIMITAZIONI PER CHI POTREBBE PERDERE IL CONTROLLO DELL’AUTO - Secondo le autorità della Sociedad Española de Medicina de Tráfico (Semt) e della Dirección General de Tráfico, invece, questa norma è valida al pari delle limitazioni previste per altre categorie di malati (quelle con difetti nelle capacità visive e uditive; patologie del sistema muscolo-scheletrico o cardiovascolare; malattie renali e mentali, del sistema respiratorio, del sistema nervoso e muscolare, diabete): per guidare servono precise attitudini psico-fisiche che alcune patologie, per determinati periodi, possono far mancare. Il principio seguito dai legislatori spagnoli (che dicono di essersi consultati con associazioni mediche e scientifiche) prevede restrizioni per chi abbia malattie che possano causare la perdita o la grave diminuzione di funzioni motorie, sensoriali o di coordinazione che possano incidere involontariamente sul controllo del veicolo.

L’ONCOLOGO: UNA REGOLA INSENSATA - Principio intoccabile e ampiamente condivisibile, ma che c’entrano i pazienti con un tumore del sangue che fanno chemioterapia? «E’ quello che mi chiedo anch’io – risponde Carmine Pinto, segretario nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica e direttore dell’Oncologia all’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Policlinico Sant’Orsola-Malpighi -. È vero che i malati onco-ematologici durante la chemio vedono spesso abbassarsi moltissimo i valori di piastrine, globuli bianchi e rossi, con possibili emorragie (anche cerebrali), stanchezza grave o perdita di coscienza. Ma è altrettanto vero che questo tipo di malati o è ricoverato o è allettato a casa propria: non sono certo persone che possono andare in giro in macchina. Per cui una simile legge finisce per colpire tutti gli altri pazienti, che invece sono perfettamente in grado di condurre una vita normale». In Italia, spiega l’oncologo, «l’unica limitazione alla guida è comprensibilmente prevista per chi ha un tumore o metastasi al cervello ed è quindi a rischio di crisi epilettiche, convulsioni, perdita (anche improvvisa) di coscienza o di varie funzioni psicomotorie».

UNA DISCRIMINAZIONE GRAVEA ritenere irragionevole e infondata la normativa spagnola è anche Elisabetta Iannelli, avvocato specializzato in difesa dei malati oncologici e segretario nazionale della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo): «Non solo questa decisione è scientificamente immotivata, ma potrebbe essere considerata come una grave discriminazione verso questi pazienti – dice -. L’unica domanda che abbia un senso è se un malato di cancro sottoposto a chemio sia pericoloso alla guida. Durante la chemio si può soffrire di nausea, avere un malessere diffuso, ma non si hanno problemi che limitino le capacità visive, uditive o le facoltà psicomotorie necessarie a guidare un auto. Moltissimo è stato fatto negli ultimi anni a livello burocratico, legale, sindacale, per agevolare il ritorno alla normalità dei pazienti – conclude Iannelli -: le persone oggi rientrano al lavoro a pochi mesi dalla diagnosi, quando ancora magari stanno facendo la chemio, togliere loro la patente oltre a essere ingiustificato è come fare un passo indietro di decenni».


Vera Martinella
(Fondazione Veronesi)
20 marzo 2012 | 14:08


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Le app gratuite consumano più energia

Corriere della sera

Ricerca sulle applicazioni gratis come Angry Birds e Facebook: il 65-75% del consumo energetico per scaricare pubblicità



MILANO – Capita spesso a chi utilizza il proprio smartphone anche per informarsi, giocare o aggiornare il proprio profilo sui social network di ritrovarsi con la batteria del telefono completamente a secco o quasi. Si potrebbe pensare che l’evoluzione e le prestazioni dei software per cellulari inevitabilmente portino al consumo di quantità maggiori di energia, ma secondo i ricercatori statunitensi della Purdue University in collaborazione con Microsoft la risposta è un’altra: quasi tutta colpa dell’advertising e della geo-localizzazione, perché sono proprio gli annunci pubblicitari a succhiare la parte più significativa di energia consumata da una singola applicazione.


CONSIGLI PUBBLICITARI –Le normali applicazioni gratuite presentano messaggi pubblicitari integrati nel software e questo, oltre a spiegare la fonte del guadagno degli sviluppatori che le offrono gratis, mette in luce gran parte delle cause che portano al rapido esaurimento della batteria rilevato dagli studiosi americani. L'assorbimento energetico sarebbe infatti spiegato dal Gps, usato per localizzare il telefono e proporre pubblicità contestuale (con l’approvazione dell'utente), e dal trasferimento di dati. Nella ricerca sono stati presi in esame dispositivi dotati di sistema operativo Android o Windows Mobile (a causa delle consuete restrizioni di sicurezza di Apple non è stato possibile controllare i consumi dell’iPhone) e per ogni applicazione analizzata (tra queste Angry Birds, Facebook, il New York Times e Chess) si è proceduto a registrare la quantità di energia consumata e a individuarne le ragioni, grazie anche all’utilizzo di un software dal nome Eprof capace di tracciare il profilo energetico. E sorprendentemente è risultato che una percentuale compresa tra il 65 e il 75 per cento viene impiegata esclusivamente per effettuare la localizzazione dell’utente e proporre messaggi pubblicitari.

L’ESEMPIO DI ANGRY BIRDS - La sperimentazione, condotta attraverso connessioni 3G, ha evidenziato per esempio che un’applicazione come la versione gratuita del gioco di Angry Birds utilizza soltanto il 20 per cento del totale dell’energia consumata per far funzionare il gioco vero e proprio; della restante parte, il 45 per cento viene bruciato per la localizzazione e il download di pubblicità (). Inoltre è stata rilevata la cosiddetta 3G tail (o coda del 3G) che altro non è che un prolungamento della connessione fino a dieci secondi oltre il termine del download vero e proprio. Nel caso del popolare videogame degli «uccelli arrabbiati» questo comporta il consumo di più di un quarto dell’intera energia necessaria a far girare il gioco.
EPROF Energy profiler o Eprof è il software creato e utilizzato dai ricercatori della Purdue University e del marchio di Redmond nel corso dello studio che verrà presentato alla conferenza EuroSys2012 che si terrà dall’11 al 13 aprile a Berna, in Svizzera. In sostanza questa piattaforma è in grado di analizzare dettagliatamente le attività di un'applicazione e i relativi consumi energetici.


Emanuela Di Pasqua
20 marzo 2012 | 12:16



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I fast-food «medici» di Taiwan per curarsi con i brodi di pollo

Corriere della sera

In estremo oriente la «nutraceutica» è una filosofia millenaria



TAIPEI- La zuppa di pollo con ananas e zucca (chiamiamola zucca perché così ci sembra: ha una forma allungata, un aspetto bitorzoluto e un colore verde chiaro, il suo gusto è amaro, ma apprezzabilissimo anche per palati occidentali) è indicata per chi soffre di diabete. Quella alle quattro erbe, è consigliabile alle donne che hanno appena partorito, perché "tonifica" il sangue. Un'altra ancora, con il brodo di colore scuro, abbassa il colesterolo, fortifica i reni, combatte l'invecchiamento precoce e la comparsa dei capelli bianchi. Al ristorante Tai G, allo Shipai Night Market di Taipei (nella zona nord della città) si può scegliere fra le otto varietà di zuppe di pollo del menù, appeso alle pareti, attratti dall'aspetto e dagli ingredienti, ma non solo. La scelta può dipendere anche dalle condizioni di salute dell’avventore: perché queste zuppe vantano poteri medicinali.

Gli abitanti del posto lo sanno benissimo, dal momento che l'idea del cibo come medicina fa parte della loro cultura millenaria, gli stranieri si lasciano guidare dalle spiegazioni dei locali e cercano di capire. «Quella al ginseng - ci dice un cameriere - va bene per tutti, ha proprietà rinforzanti e tonificanti». La ordiniamo e il piatto viene preparato al momento sui fornelli che stanno all'ingresso del ristorante. Il sapore è deciso, anche perché fra gli ingredienti c'è il vino di riso: l'idea era di assaggiarla soltanto, finiamo per mangiarla tutta. E nel frattempo constatiamo che anche quella con l'ananas non è niente male. Le minestre medicate hanno una lunga tradizione nella medicina cinese (e non solo) e si trovano un po' ovunque, a Taiwan, ma anche in tutta la Cina, soprattutto quella del Sud, spesso servite come cibo da strada. La dietetica è uno dei capisaldi della medicina tradizionale cinese, che si basa sul concetto di Yin e Yang, le due forze che regolano tutto l'universo.


Così, a seconda del contesto, yin è l’aspetto femminile, il buio, il freddo, mentre yang rappresenta l'aspetto maschile, la luce, il caldo. Non sono due principi in contrapposizione, ma sono complementari, l’uno con l’altro. Ma che cosa ha a che fare questa filosofia con la zuppa?  I cinesi credono che la malattia nasca dallo sbilanciamento delle due forze. Per esempio: se una persona soffre di una malattia da raffreddamento, il raffreddore per esempio, è perché ha troppo yin nel suo corpo. Ecco allora che può trovare rimedio in una zuppa che aumenti lo yang. Se, invece, il problema è la febbre, cioè un eccesso di calore, è indicata una minestra con ingredienti yin. I medici cinesi e gli erboristi, negli anni, hanno sviluppato un sistema di classificazione degli alimenti a seconda delle loro proprietà prevalenti, yin o yang, riscaldanti o raffreddanti. Così gli spinaci sono un cibo raffreddante che aiuta la digestione e riduce la costipazione, mentre il cordyceps, un fungo che cresce in Tibet, dà vigore. Lo zenzero è yang: riequilibra le forze del corpo. Anche il ginseng (rosso) è riscaldante ed è un ingrediente-base di molti piatti: in aggiunta ai datteri rossi (jujubes) favorisce la circolazione.

Generalmente, però, gli ingredienti yin e yang sono bilanciati nei piatti, il che assicura il mantenimento di un buono stato di salute. I fast food salutistici, che servono le zuppe, si trovano soprattutto nei mercati notturni di Taipei, ma nella zona più antica della città ci sono tante farmacie-erboristerie che vendono le erbe indispensabili per cucinare, anche a casa, secondo la dietetica classica, di cui non si è affatto persa la tradizione, anche nella modernissima capitale di Taiwan. Basta aggirarsi fra le vie del Dihua market e sostare in una farmacia per scoprirne tutte le opportunità. Per esempio, un mix di erbe con etichetta gialla, indicato per cucinare la carne di capra, ha addirittura una controindicazione medica, ci avverte il farmacista: non è adatto per le donne incinte perché contiene un ingrediente che tonifica yin, agisce sulla circolazione del sangue e può provocare aborto.


La mistura dei sacchettini con etichetta verde contiene, invece, anice stellato e foglie di alloro ed è particolarmente indicato per i piatti a base di carne di maiale: ha un effetto riscaldante ed è utile per combattere il freddo invernale. Viene da pensare che la moderna nutraceutica (termine che nasce dalla fusione fra nutrizione e farmaceutica), coniato in Occidente dall’americano Stephen De Felice nel 1989, per indicare cibi con poteri curativi, come lo yogurt con i probiotici, l’uva rossa con il resveratrolo, la soia con i suoi isoflavoni, che tanto fanno oggi gola all’industria alimentare, non sia altro che una rivisitazione di quello che le antiche medicine hanno già scoperto da millenni.



Adriana Bazzi
20 marzo 2012 | 15:08



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Sarà tutto spento per l’Ora della Terra

Quotidiano.net

16 marzo 2012
terra1


E’ un’ora sola, dalle 20,30 alle 21,30 del 31 marzo, ma è un’ora importantissima, perché è l’Ora della Terra, evento globale di lotta al cambiamento climatico che spegnerà simbolicamente le luci di monumenti e luoghi simbolo in tutto il Pianeta, coinvolgendo cittadini, istituzioni e imprese in azioni concrete per dare al mondo un futuro sostenibile e vincere la sfida del cambiamento climatico.


 All’iniziativa partecipano anche gli agriturismi di Agriturismo.it e le Fattorie del Panda, rete Wwf di aziende agricole multifunzionali e sostenibili, che daranno il loro contributo organizzando cene a lume di candela, degustazioni, menù biologici (e cibi cotti esclusivamente con il forno a legna), osservazioni delle stelle e seminari su temi ambientali. L’Ora della Terra è partita da Sydney nel 2007 e in cinque anni è diventata un movimento globale. Nel 2011 ha coinvolto quasi 2 miliardi di persone, 5.200 città e centinaia di imprese e organizzazioni in 135 nazioni. In Italia hanno partecipato monumenti simbolo come Piazza Navona, il Colosseo, il Duomo di Milano, la Torre di Pisa.


 Anche il mondo imprenditoriale scende in campo per salvare il Pianeta, in risposta all’appello di Earth Hour, L’Ora della Terra, la campagna globale contro il cambiamento climatico e per un futuro sostenibile. Tra i partner dell’evento Cisco, leader nel settore dell’Information Technology, che sta raccogliendo adesioni per la prima ”Business Travel Free Week”, dal 26 al 30 marzo: le aziende che parteciperanno si impegneranno a ridurre al minimo indispensabile i viaggi aziendali dei propri dipendenti, valorizzando i vantaggi ambientali ed economici connessi all’utilizzo delle tecnologie di tele-presenza e audio-video conferenza. Coin si è impegnata nella produzione di shopper in carta certificata Fsc, nella smaterializzazione delle Coincard e nella riduzione dei viaggi aziendali tramite un maggior utilizzo della tecnologia di video-conferenza ”Coin touch” e ha lanciato un ironico contest fotografico sul sito coin.it/peccato verde, che ha già raccolto le foto di decine di ”peccati green”. Per il 31 marzo, spegnerà le vetrine dei negozi in tutta Italia e il videowall di Milano Piazza V Giornate.


 Dodo inizierà a produrre il packaging dei suoi prodotti e i suoi leaflet in carta certificata Fsc; I Provenzali si impegnerà nella produzione di confezioni 100% ecologiche; Mutti ha puntato sulla sensibilizzazione dei propri dipendenti sulla riduzione dell’impronta idrica; e poi Berendsohn, Auchan e Peroni. Il Gruppo cartario Sofidel, membro del programma Wwf Climate Savers, ha dichiarato che consolidera’ ulteriormente l’impegno in termini di ricorso a fonti forestali certificate; Electrolux presenterà “Future Insight”, il nuovo rapporto biennale dedicato alle strategie messe in atto dal gruppo per un futuro piu’ sostenibile.




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Pontifex contro Radio Maria «Scomunicate padre Livio»

Corriere della sera


Gli ultras cattolici citano documenti del Vaticano: non c'è alcuna certezza su Medjugorie



Padre Livio Fanzaga a Radio MariaPadre Livio Fanzaga a Radio Maria

ERBA (Como) - Il sito religioso Pontifex contro padre Livio Fanzaga, leader spirituale, e non soltanto, del «fenomeno» Radio Maria. In discussione c'è il culto verso la Madonna di Medjugorie che è un pilastro incrollabile per l'emittente erbese e per padre Livio mentre è un culto ancora privo dell'imprimatur del Vaticano per quelli di Pontifex. I quali, piatto piatto, hanno chiesto un intervento delle autorità ecclesiastiche perché scomunichino e blocchino la voce di Radio Maria. Parole d'altri tempi che riguardano però personaggi e fenomeni circondati da vastissima popolarità.

Apriti cielo, è il caso di dire. Volendo stemperare i toni potremmo metterla così: trattasi di un derby tra ultras della fede cattolica, più di una volta criticati per i toni e i giudizi sopra le righe piovute da entrambe le parrocchie. Qualche esempio? Secondo Pontifex l'incidente sul lavoro di cui è rimasto vittima l'operaio che montava il palco di Jovanotti è un segno con il quale il Padreterno ha voluto punire i peccati del cantante; per non essere da meno, qualche tempo prima anche padre Fanzaga aveva interpretato il sisma in Abruzzo come una saetta punitiva piovuta dal Cielo.

Uniti nell'additare i peccati nel mondo, i duellanti questa volta si sono divisi sul culto della Madonna e sulla apparizioni di Medjugorie, fenomeno che ha segnato le fortune di Radio Maria, accreditata ormai di un milione e 700 contatti in tutta Italia. «Sostenere affermazioni come quelle che quotidianamente sforna Padre Livio, ormai trombone mediatico dei presunti fenomeni di Medjugorje sarebbe come dire che Martin Lutero è un santo» ecco il sobrio anatema che lancia il sito ultracattolico. Pontifex cita documenti del Vaticano, secondo i quali non vi è alcuna prova che accrediti le apparizioni mariane nella ex Jugoslavia come fenomeni divini. In questi casi «si deve obbedienza alla Santa Sede e non ci si deve schierare altrimenti si cade nel protestantesimo».

Da qui la richiesta di intervento delle autorità ecclesiastiche perché mettano in riga padre Livio. Il quale è accusato addirittura di mettere in dubbio e ridicolizzare con il suo comportamento l'autorità del Papa che, ricorda il sito, in materia di fede gode del dogma dell'infallibilità. Figurarsi se il predicatore radiofonico, che secondo alcune biografie fu addirittura compagno d'università di Mario Capanna, si poteva lasciar intimidire dai richiami all'autorità. Il leader di Radio Maria, un vero e proprio maratoneta del microfono, prosegue imperterrito nella sua linea, consapevole anche del fatto che un bavaglio all'emittente da parte dei superiori gerarchici non rimarrebbe senza reazioni da parte del popoloso «gregge» di cui padre Livio è indiscusso pastore mediatico.

Claudio Del Frate

20 marzo 2012 | 10:35




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Primario non lavora e prende lo stipendio: «La Regione ha chiuso mio reparto un anno fa»

Corriere della sera

Lo stop alla struttura di Villa Betania blocca il professionista a capo di Chirurgia maxillo facciale, che si autodenuncia: «Obbligato a timbrare il cartellino. Mi sento umiliato»




Domenico Scopelliti, primario al Villa BetaniaDomenico Scopelliti, primario al Villa Betania

ROMA - Otto mesi con lo stipendio da 3.200 euro al mese netti senza lavorare. Dopo un anno di paziente attesa, Domenico Scopelliti, 50 anni, uno dei più apprezzati esperti di chirurgia maxillo facciale in Italia, è amareggiato: «Basta: non riesco più a sopportare questa umiliazione. Sto pensando di andarmene all'estero: le offerte non mancano». Il medico ha presentato un ricorso al giudice del lavoro contro la Asl Roma-E e contro la Regione, in attesa che forse la Corte dei conti verifichi se ci siano gli estremi di danno erariale. Nei prossimi giorni verrà fissata la prima udienza.


La storia inizia quando Renata Polverini, per arginare il deficit della sanità, il 30 settembre 2010 decreta la chiusura, tra gli altri, del reparto di Chirurgia maxillo facciale di Villa Betania, diretto da Scopelliti. La struttura fa parte della Asl Roma-E. Il 12 marzo di un anno fa, dopo due proroghe, il reparto termina l'attività. «Da allora non sono stato più messo in condizioni di lavorare - taglia corto il medico - ma per oltre 8 mesi mi hanno costretto a timbrare il cartellino e rimanere 6 ore e 20 minuti con le braccia conserte. Volevano farmi fare piccoli interventi ambulatoriali, come eseguire una biopsia o togliere un dente del giudizio, ma ho fatto notare questo non ha nulla a che vedere con il mio lavoro: sono interventi che competono a un dentista. Io mi occupo di altro...».


Infatti Scopelliti, che vanta oltre 40 missioni umanitarie nei Paesi in via di sviluppo (come Filippine, Afghanistan, Venezuela, Madagascar, Senegal e Kenya), ha maturato una grande esperienza, oltre che nelle patologie traumatiche e oncologiche sul viso, nelle malformazioni congenite su neonati e bambini, ridando il sorriso a centinaia di ragazzini che, senza il suo aiuto, probabilmente sarebbero rimasti sfigurati per tutta la vita. Professionalità che gli viene riconosciuta anche a livello internazionale: è l'unico italiano invitato a parlare a maggio nel congresso mondiale di malformazioni cranio facciali.

«Ma a prendere lo stipendio senza lavorare io non ci sto - sottolinea -. Ho chiesto tante volte alla Asl e alla Regione dove mi avrebbero mandato, ma non mi hanno mai saputo rispondere. Così dal 15 giugno al 31 ottobre 2011 alla Asl ho fatto domanda di "aspettativa per inattività forzata"».
Il 7 luglio 2011, però, arriva alla Asl Roma-E una lettera dalla Regione, firmata dal sub commissario Giuseppe Spata che annuncia il trasferimento di Scopelliti e della sua équipe nel San Camillo dal 1° settembre.

«Pensavo che tutto si stesse sistemando - aggiunge il primario - ma il 31 agosto dalla Regione hanno mandato un'altra lettera che prevedeva il nuovo reparto nel Santo Spirito». Per aprirlo, però, «servono strumenti, personale e uno spazio adeguato - fa notare Scopelliti -. Così la direzione generale della Asl mi commissiona un piano di riorganizzazione. E mi fanno revocare l'aspettativa». I primi di ottobre il primario consegna alla Asl e alla Regione il piano. Dopo un mese la Asl sollecita la Regione ricordando che continua a pagare stipendi a tre dipendenti (Scopelliti e due suoi aiuti) senza farli lavorare.

Fino a dicembre non si muove nulla. Il primario non si dà pace: «Perché sono stato privato della possibilità di curare centinaia di malati? Forse perché non ho una tessera di partito in tasca...». Comunque dei 350 pazienti in lista d'attesa per un intervento a Villa Betania, la maggior parte giovani (tra 18 e 30 anni), oltre ai 500 già operati e ancora da seguire, Scopelliti ha continuato ad assisterne «senza farmi pagare» una piccola parte nel suo ambulatorio privato: «Attraverso "Operation Smile" e grazie a collaborazione con la clinica Sanatrix che ha messo a disposizione sale operatorie e reparto - rivela - ho potuto operare gratuitamente 21 pazienti, quelli più disagiati. Tutti gli altri malati, purtroppo, sono finiti in altri ospedali a ingrossare le liste d'attesa...».


Francesco Di Frischia
(L'articolo e altri servizi a pagina 4
in Cronaca di Roma sul
Corriere della Sera)
20 marzo 2012 | 11:52



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Il padre di Saviano «segnalato» da uno dei giudici tributari arrestati

Corriere del Mezzogiorno

La circostanza è riportata nell'ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta dei pm della Dda


NAPOLI - Il padre dello scrittore Roberto Saviano sarebbe stato segnalato, in relazione a un ricorso, da Corrado Rossi, uno dei giudici tributari arrestati nel corso del blitz della Guardia di Finanza. La circostanza è riportata nell'ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Nel provvedimento, in particolare, è riportata una intercettazione ambientale risalente all'8 aprile 2009 nella stanza della seconda sezione della Commissione tributaria provinciale di Napoli durante la quale un uomo non meglio identificato e «la signora Manzillo parlavano del ricorso del padre di Roberto Saviano segnalato da Corrado Rossi».

L'INTERCETTAZIONE - «A tal proposito - è scritto nell'ordinanza - si può notare che accanto al nome di Saviano (e Colella) il giudice Corrado Rossi ha trascritto negli appunti, alla voce ricorsi, la somma di euro 6.000,00». L'intercettazione avviene nella stanza della segreteria. ......

UOMO: Ah Roberto (verosimilmente il nome del segretario della sezione, annotano gli inquirenti) gli volevo dire che ho il fascicolo del padre di Roberto Saviano.

LILIANA MANZILLO: ahhh.

UOMO: è raccomandato da Corrado Rossi! perchè il padre di Roberto Saviano vive, anche Roberto Saviano è originario di Frattamaggiore, il padre di Roberto Saviano è un medico di base ha fatto la combine con i centri medici, le radiologie e mo ha il fascicolo da me e poi Corrado Rossi mi ha raccontato tutta la storia, i genitori di Roberto Saviano si sono separati ed il padre... è mezzo imbroglioncello.

GIA' SOTTO ACCUSA - Luigi, medico di base alla Asl di Napoli, è sotto processo per un storia di prestazioni inesistenti, prescrizioni e ricette fasulle, rimborsi non dovuti. I fatti risalgono al periodo 2000-2004, ma il 19 maggio il tribunale di Santa Maria Capua Vetere (presidente Raffaello Magi, l’estensore della sentenza Spartacus al clan dei casalesi) dovrà decidere se accorpare al procedimento riguardante il papà dello scrittore un secondo filone. Luigi Saviano è imputato, insieme ad altri medici e professionisti, con l’accusa di truffa, ricettazione, corruzione e concussione ai danni dell’Asl.


Redazione online
19 marzo 2012

Insospettabili» e clan: 47 arresti In manette 16 giudici tributari

Corriere del Mezzogiorno

Coinvolti funzionari delle commissioni tributarie provinciale di Napoli, un dirigente dell'Ufficio del Garante del Contribuente e un impiegato delle Entrate




NAPOLI - Militari del Comando provinciale di Napoli della Guardia di Finanza hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare, chiesta e ottenuta dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, nei riguardi di 60 persone, 16 delle quali svolgono le funzioni di giudici tributari. Nell'inchiesta sono coinvolti esponenti del clan camorristico Fabbrocino, egemone nell'area vesuviana e nel nolano, funzionari e impiegati delle commissioni tributarie provinciale di Napoli e regionale per la Campania, un funzionario dell'Ufficio del Garante del Contribuente della Campania, un funzionario dell'Agenzia delle Entrate, un commercialista e un docente universitario: si tratta di Enrico Potito, professore di Diritto Tributario della facoltà di Economia della Università Federico II di Napoli.

22 IN CARCERE, 25 AI DOMICILIARI - Le misure cautelari sono complessivamente 60: per 22 persone è stata disposta la custodia in carcere, per 25 gli arresti domiciliari, per 13 il divieto di dimora a Napoli.

SEQUESTRO DA UN MILIARDO - Le Fiamme Gialle hanno, infine, sequestrato quote societarie, titoli azionari, fabbricati, conti correnti, terreni ed automobili per un valore di un miliardo di euro. Alle persone coinvolte nell'inchiesta, quasi tutte bloccate in Campania, solo alcune in Lombardia, sono contestati reati che vanno dal concorso esterno in associazione camorristica al riciclaggio, dalla corruzione in atti giudiziari al falso.




CORRUZIONE - L'inchiesta riguarda «affari» illeciti di esponenti di rilievo del clan Fabbrocino. Attraverso le indagini della Guardia di Finanza si è poi progressivamente allargata ad altre operazioni illecite, fino a coinvolgere imprenditori operanti nei settori della commercializzazione del ferro, della compravendita immobiliare e della gestione di alberghi ed ha infine chiamato in causa giudici tributari e funzionari pubblici. Inquirenti e finanzieri hanno, infatti, accertato che decine di contenziosi tributari sarebbero stati oggetto di episodi di corruzione e che in tal modo si sarebbero risolti in maniera favorevole ai ricorrenti, spesso in odore di camorra, con grave danno per le casse dello Stato.

L'IMPERO DEI RAGOSTA - L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Federio Cafiero de Raho, e dai pm Francesco Curcio, Alessandro Milita e Ida Teresi è concentata sulle attività degli imprenditori Ragosta che, attivi nel settore siderurgico, nel corso degli anni hanno messo in piedi un vero e proprio impero economico con l'acquisto, tra l'altro delle Acciaierie Sud, di alberghi a Taormina e a Vietri sul Mare, un palazzo storico a Roma e del biscottificio Lazzaroni. Secondo quanto emerso dalle indagini, i Ragosta avrebbero reimpiegato denaro del clan Fabbrocino che opera nella zona vesuviana.

I GIUDICI ARRESTATI - Ecco chi sono i 16 giudici tributari nei riguardi dei quali è stata emessa ordinanza di custodia cautelare dalla magistratura di Napoli: - In carcere: Anna Maria D'Ambrosio, Vincenzo Esposito, Massimo Massaccesi - Ai domiciliari: Angelo Delle Cave, Pasquale Riccio, Francesco Rippa, Corrado Rossi, Paolo Rossi, Francesco Sapignoli, Eligio Leonardo Scinto, Graziano Serpico, Lucio Stabile, Roberto Trivellini, Umberto Vignati, Raffaele D'Avino, Aldo Del Vecchio.

Redazione online
19 marzo 2012

Guida in modo spericolato e provoca un incidente: c’è la giusta causa

La Stampa


La valutazione della gravità dell’infrazione e della sua idoneità ad integrare giusta causa di licenziamento si risolve in un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito ed incensurabile in sede di legittimità, se ben motivato. Lo afferma la Cassazione (sentenza 457/12).


I caso

All’interno dello stabilimento di una società due veicoli si scontrano. Viene ritenuto esclusivamente responsabile l’operaio che conduceva uno dei due automezzi viaggiando ad una velocità superiore al limite massimo consentito. In conseguenza del fatto, il lavoratore perde il posto e si rivolge al giudice per ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento. Il Tribunale rigetta la domanda e condanna l’operaio al pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno. La Corte d’appello conferma la sentenza e si arriva in Cassazione.

Per prima cosa, l’operaio critica la ricostruzione dell’incidente operata dai giudici. Cerca, insomma, di alleggerire la propria posizione sostenendo che qualche responsabilità sia da addebitare anche al conducente dell’altro veicolo e alla stessa società. Quest’ultima non avrebbe garantito la sicurezza dei lavoratori omettendo di apporre l’opportuna segnaletica stradale. I motivi di doglianza sono però inammissibili poiché tali valutazioni competono al giudice di merito. Alla Suprema Corte spetta soltanto la verifica della congruità e logicità della motivazione che, nel caso, risulta completa ed esauriente.

L’operaio sostiene poi che la Corte territoriale avrebbe omesso la motivazione sulla decisiva circostanza della sussistenza della giusta causa di licenziamento. In ogni caso,poi, la sua condotta non sarebbe stata idonea a ledere il rapporto fiduciario tra lavoratore e datore di lavoro. La Suprema Corte respinge anche questi argomenti. I giudici di merito, infatti, dopo aver motivato l’assenza di concorso di colpa della società nell’incidente, hanno correttamente individuato in questo la giusta causa del licenziamento. Se poi il comportamento dell’operaio fosse idoneo o meno a ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia non può essere giudicato dalla Cassazione che, anche in questo caso, può solo limitarsi a verificare la congruità e logicità formale dell’argomentazione del precedente giudizio.

Del resto, «la valutazione della gravità dell’infrazione e della sua idoneità ad integrare giusta causa di licenziamento si risolve in un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito ed incensurabile in sede di legittimità, se congruamente motivato». Il licenziamento è legittimo anche se il lavoratore era in malattia. Infine, l’operaio prova a lamentare l’inefficacia del licenziamento che, a suo dire, sarebbe illegittimo perché adottato mentre era assente per infortunio. Anche questo motivo è infondato perché, come precisa la Corte, «il licenziamento per giusta causa, implicando la cessazione del rapporto di fiducia e giustificando sul versante giudiziario l’impossibilità oggettiva della prosecuzione del rapporto, non tollera dilazioni neanche per la malattia del lavoratore».


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Milano, all'asta i documenti delle Br

La Stampa

La valutazione dell’ intero lotto è di 1.500 euro. C'è anche il foglio con la condanna a morte di Moro


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Diciassette tra comunicati e volantini delle Brigate Rosse saranno messi all’asta il 27 marzo nella sede milanese della Bolaffi, nel corso di una vendita dedicata a documenti, lettere, autografi, fotografie di interesse storico. Il più importante tra i comunicati brigatisti è quello del 15 Aprile 1976, in cui veniva annunciata la condanna a morte di Aldo Moro, sottoposto a ’processo' da parte delle Br nel covo clandestino romano, dove fu tenuto prigioniero dopo l’uccisione della scorta e il suo rapimento in via Fani. «Per quel che ci riguarda - è scritto del documento - il processo ad Aldo Moro finisce qui.


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Aldo Moro è colpevole e viene condannato a morte». La sentenza fu quindi eseguita ed il cadavere fu fatto ritrovare nel bagagliaio di un’auto parcheggiata nel centro di Roma. Vi sono poi copie dei volantini che le Brigate Rosse distribuivano in fabbriche o nel corso di manifestazioni dell’estrema sinistra. La valutazione dell’ intero lotto è di 1.500 euro. Superiore ad un documento firmato da Adolf Hitler (mille euro) o da Benito Mussolini (500).

Tolosa, attentato davanti a scuola ebraica Quattro le vittime, fra cui tre bambini

Corriere della sera

Il killer è fuggito in scooter. Morti un professore e i suoi due figli. Un ferito grave. Sarkozy: «Una tragedia nazionale»


MILANO - Un uomo ha aperto il fuoco davanti alla scuola ebraica Ozar Hatorah, a Tolosa in Francia. Almeno quattro persone - tre delle quali bambini - sono morte nell'attentato. Tra le vittime anche un professore di religione, Jonathan Sandler, 30 anni, di cittadinanza francoisraeliana, residente a Gerusalemme, e i suoi 2 figli Arieh (6 anni) e Gabriel (3). L'altra vittima è una bambina Miriam, di circa 8 anni, figlia del direttore di quell'istituto scolastico. Un adolescente di 17 anni invece è stato gravemente ferito e si trova in fin di vita all'ospedale di Tolosa. L'attentato è avvenuto poco dopo le otto del mattino dinanzi alla scuola, in un momento in cui circa 200 tra ragazzini e adolescenti, insieme ai loro famigliari, si trovavano di fronte all'istituto. L'uomo, secondo la ricostruzione del procuratore Michel Valet, prima ha «sparato contro tutto quello che aveva di fronte», poi ha anche «inseguito alcuni bambini all'interno della scuola». L'attentatore sarebbe poi fuggito con uno scooter Yamaha T-Max. L'attacco è avvenuto nel quartiere di La Roseraie, una zona residenziale di piccoli villini di Tolosa.




CORPULENTO E TATUATO - Le munizioni e il tipo di fucile utilizzato nell'attentato sarebbero dello stesso calibro di quelli utilizzati dall'uomo che ha ucciso la settimana scorsa tre militari in due distinti agguati a Tolosa e Montauban. Secondo la polizia, si dovrebbe trattare quindi dello stesso attentatore che avrebbe utilizzato la stessa arma. Inoltre si batte la pista neonazi: per gli omicidi dei militari si sospetta di tre parà commilitoni degli uccisi, cacciati dal reggimento e appartenenti a gruppi di estrema destra. Identico sarebbe il modus operandi alla strage nella scuola: un uomo vestito di nero, con casco da motociclista, spara senza proferire parola e fugge in moto. Inoltre tre su quattro dei militari uccisi erano di origine maghrebina: Imad 30 anni, Abel 24, Mohamed 26. Intanto il tribunale antiterrorismo di Parigi ha aperto un'inchiesta per la strage della scuola e per l'omicidio dei militari. Davanti alla scuola ebraica sono stati trovati bossoli di due armi diverse, una di calibro 11,43, l'altra di 9 millimetri: i bossoli 11,43 sono gli stessi utilizzati per sparare contro i militari. Nonostante un'autentica caccia all'uomo in tutta la regione dell'Alta e Media Garonna, finora il killer dei militari non è stato individuato. L'omicida, secondo fonti non confermate, sarebbe «un uomo di dimensioni corpulente» e «con un tatuaggio o una cicatrice sulla guancia sinistra». Secondo altre fonti, il killer sarebbe vestito di nero e indosserebbe un casco da motociclista. Ai militari della zona è stato ordinato di non indossare l'uniforme fuori dalle caserme per ridurre il pericolo di attacchi.




MINISTERO DELL'INTERNO - Il ministero dell'Interno francese ha disposto successivamente all'attentato il «rafforzamento della sorveglianza» davanti alle scuole ebraiche del Paese. In molti istituti. in particolare a Parigi, gli studenti non escono nei cortili, nemmeno durante la ricreazione. Il ministro dell'Interno, Claude Gueant, che si trovava a Mulhouse, nell'est, ha interrotto la sua visita ed è arrivato a Tolosa. Anche il presidente francese Nicolas Sarkozy si è subito recato a Tolosa. «Vi sono alcune similitudini ma è troppo presto per dire che questo legame sia vero o no» ha detto il presidente francese in una dichiarazione a sottolineando la necessità di aspettare quanto verrà stabilito da polizia e magistratura. Poi in televisione il presidente, sconvolto, ha dichiarato: «È una tragedia. Ed è una tragedia anche che esistano dei folli capaci di questo genere di atti, che non hanno alcun rispetto per la dignità e per la vita delle persone». Sarkozy ha decretato per martedì un minuto di silenzio nelle scuole del paese.




ISRAELE E UE - Lo Stato di Israele si è detto«inorridito» dalla strage e confida che le autorità francesi «facciano luce» su quanto accaduto e consegnino i responsabili alla giustizia. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor. Mentre una « ferma condanna per il crimine odioso» è arrivata anche dal presidente dell'esecutivo comunitario Josè Manuel Barroso.


Redazione Online19 marzo 2012 | 15:42

La nuova versione della profezia Maya La fine del mondo arriverà il 5 giugno

Il Mattino

ROMA - Sarà l'imminente passaggio di Venere sul disco solare (accadrà il 5 giugno prossimo) a segnare la fine del ciclo calendariale dei Maya, che alcuni leggono come un'apocalittica fine del mondo. La nuova interpretazione della tanto chiacchierata profezia è stata enunciata stasera dall'archeologa americanista Maria Longhena, nell'ultima delle conferenze della terza edizione di «Kon Tiki, Rassegna del Documentario di Archeologia e di Viaggi», a Bologna. Anche se non tutti sorridono sulla paura che nasce dalla più catastrofica interpretazione delle scritture dei sacerdoti maya (che erano astronomi bravissimi), il dato sicuro che ora viene certificato dai moderni astrofisici è la coincidenza del preciso allineamento Sole-Venere-Terra con la data del prossimo 5 giugno: il che ci costringerebbe ad anticipare la fine del mondo di 200 giorni rispetto al solstizio invernale di quest'anno.

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Ma la certificazione di quest'ultima data è già stata autorevolmente contestata, considerando l'arbitrarietà del conteggio a ritroso dei tredici Baktun (periodi di 400 anni) del «Conto lungo» del calendario dei Maya che fisserebbe il loro anno zero all'11 agosto del 3114 a.C. della nostra cronologia. Perchè è così importante questo passaggio di Venere? La divinità legata a questo pianeta - ha spiegato Maria Longhena - era associata a eventi nefasti, come alluvioni, disastri, guerre. E la fine del ciclo del «conto lungo» calendariale maya è prevista con sventure, esattamente come la fine del ciclo precedente: quest'ultima è rappresentata, nel Codice di Dresda, con un diluvio universale simboleggiato da un immane drago che vomita le acque sulla Terra. Anche se è complicato decodificare le profezie dei sacerdoti maya, una chiave di lettura legata al transito di Venere sul Sole viene ora individuata dall'astrofisico Jesùs Galindo Trejo che ha studiato i dipinti parietali nella «Sala degli Affreschi» a Mayapan: i 13 Baktun del «Conto lungo» si compiranno al prossimo transito di Venere sul Sole, ossia il nostro 5 giugno.

E le scritture incise su una grande stele di pietra a Tortuguero (nel Tabasco, il profondo sud del Messico) prevedono con certezza la fine del ciclo calendariale al compimento del «Conto lungo», con la discesa dal cielo di un essere soprannaturale, il quale porterà... Purtroppo, a questo punto dell'iscrizione la stele è rovinata, tanto da rendere illeggibile lo scritto. Se vogliamo sapere quali saranno gli eventi nefasti portati da questa divinità - questa la conclusione dell'archeologa - ci toccherà aspettare il prossimo 5 giugno, e l'annunciato passaggio di Venere sul Sole.


Lunedì 19 Marzo 2012 - 12:39   
Ultimo aggiornamento: 12:44

Ladro di biscotti muore dopo scarica di taser

Corriere della sera

La polizia che cercava di fermarlo lo ha colpito prima con spray al peperoncino e poi con la pistola elettrica


Quando il taser uccide MILANO - Un uomo è morto domenica a Sydney dopo aver ricevuto una scarica di taser. Per fermare il presunto ladro la polizia australiana ha fatto ricorso prima allo spray al peperoncino e poi alla controversa pistola elettrica di produzione statunitense. Ora l’opinione pubblica chiede a gran voce uno stop all’uso dell'arma che dovrebbe solo stordire, non uccidere. Contrari polizia e politica.


STORDITO A MORTE - I poliziotti erano intervenuti domenica nel centro della metropoli australiana in seguito ad un presunto taccheggio. Secondo alcune testimonianze un uomo avrebbe rubato una confezione di biscotti da un negozio. Dopo aver opposto resistenza all'arresto, gli agenti hanno fatto ricorso prima allo spray al peperoncino e, infine, al taser. Un colpo da 50mila volts. Il presunto ladro ha smesso di respirare e si è accasciato a terra. Inutili tutti i tentativi di rianimarlo. «Devono essere chiarite le cause della morte», ha spiegato la polizia. Un portavoce ha addirittura dovuto ammettere di non sapere al momento se ci sia stata o meno una tentata rapina, se la vittima fosse in qualche modo collegata, quanti agenti sono coinvolti e quante scariche sono state sparate. «È un’indagine complessa», ha detto Alan Clarke della polizia di Sydney. Le immagini riprese da una telecamera di sorveglianza e pubblicate dai media del Paese mostrano il sospettato che fugge dai poliziotti, prima finire sull'asfalto dopo una scarica. La vittima non è ancora stata identificata, dovrebbe trattarsi di un cittadino sui trent’anni di origini sudamericane.

LA MORATORIA - La morte dell'uomo ha scatenato un’ondata di critiche. L’organizzazione Council for civil liberties, del Nuovo Galles del Sud, ha ribadito i timori sugli effetti del taser e chiede una moratoria in attesa di vederci più chiaro. I medici australiani dell'Australian medical association (Ama) esigono invece che la polizia fornisca tutte le informazioni sull'uso del taser «per rassicurare l'opinione pubblica che le armi stordenti vengono effettivamente impiegate in modo appropriato». Ciononostante, la polizia e il premier del New South Wales, Barry O'Farrell, sostengono che «l’aternativa al taser, nel mondo intero, sono le armi da fuoco». È stata aperta un'inchiesta, ma non è stato sospeso l'uso del manganello elettrico. I 16 mila agenti del Nuovo Galles del Sud sono dotati di taser dal 2009. Secondo i rapporti di Amnesty International dal 2001 si sono registrati 500 decessi in tutto il mondo a causa dell’uso di quest’arma da parte delle forze di polizia. Soprattutto negli Usa e in Canada la pistola elettrica è al centro di numerosi morti sospette. Il produttore americano, la Taser International, sostiene che la sua arma «non letale» abbia finora salvato più di 87.000 vite.


Elmar Burchia
19 marzo 2012 | 12:59

App Store, cade il mito sicurezza: account violati e rischio virus

Il Mattino

LOS ANGELES - Tegola sulla Apple. Dopo le gioie per il lancio del nuovo iPad, arrivano i dolori per una serie di frodi che riguardano il suo negozio online, l'App Store.

Reclami. L'azienda ha ricevuto infatti più di un migliaio di reclami per account violati e frodi a carte di credito. Le rogne sarebbero iniziate già nel 2009, con clienti che hanno denunciato il furto di numeri di carte di credito per transazioni fasulle che andavano da pochi dollari fino a 800 verdoni. Un articolo sul New York Times racconta di un uomo, Ryan Matthew Pierson, che si è ritrovato con un conto di quasi 440 dollari sull'App Store per aver comprato "moneta virtuale" per un gioco per iPhone chiamato "iMobsters". Solo che il malcapitato non è mai riuscito a giocarci perché si trattava di una bufala.

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La Apple è stata persino costretta a chiudere degli account dopo che alcuni hacker avevano effettuato acquisti non autorizzati. Anche se la questione è stata risolta ed il clienti rimborsati, il problema resta, anzi è in aumento - come riporta il New York Times - e la Apple, sempre secondo il quotidiano della Grande Mela, non starebbe facendo abbastanza. Cade insomma il mito dell'inviolabilità del negozio online della casa di Cupertino. L'App Store offre più di mezzo milione di programmi software per qualsiasi prodotto Apple. E per gli hacker, quindi, è un bersaglio succulento.
I rischi. Molti clienti App Store, inoltre, usano nome utente e password dell'account Apple che di solito è legato ad una carta di credito autorizzata ad acquistare online di tutto, dalla canzone a 99 centesimi si iTunes fino ad un MacBook Pro del valore di 2.500 dollari. Un connubio che può fruttare agli imbroglioni migliaia di dollari. La scorsa settimana più di un centinaio di utenti di iTunes si sono lamentati per essersi trovati con un credito inferiore.

Lamentele. Come se non bastasse anche i creatori di app reclamano mancati pagamenti da parte del punto vendita Apple. David Edery, a capo di un'azienda di software che vende giochi su App Store, ha spiegato che proprio perché la piattaforma Apple è cosi popolare non c'è da meravigliarsi per questi "attacchi" che ne possono compromettere la sicurezza.

Virus. Dulcis in fundo, c'è il problema di probabili app fasulle in vendita sull'App Store che potrebbero compromettere i dati personali e aprire la strada a virus. Sul suo sito la Apple raccomanda di usare password di almeno otto caratteri e combinate con numeri o simboli. Sulla questione degli account violati, tramite un comunicato, l'azienda di Cupertino ha detto che sta lavorando per potenziare la sicurezza del suo negozio digitale.


Sabato 17 Marzo 2012 - 22:04

Giovane castrato perché gay Chiesa olandese sotto choc

Il Mattino


di Franca Giansoldati


CITTA' DEL VATICANO - La Chiesa in Olanda è sotto choc per l’ennesimo episodio di violenza su minori emerso dal passato. Negli anni Cinquanta, in un istituto per ragazzi ad Harreveld, sarebbe stata praticata la castrazione su un adolescente perché sospettato di essere omosessuale.

La notizia arrivata ad un quotidiano locale, mentre è ancora in corso una indagine da parte di una commissione indipendente istituita dall’episcopato (Commissione Deetman) per chiarire gli abusi sessuali avvenuti negli ultimi trent’anni, ha immediatamente sollevato un putiferio. Con un comunicato la conferenza episcopale olandese si è detta costernata e ha assicurato che si impegnerà con adeguate risorse per fare luce sul tragico episodio. «La nostra volontà è di lavorare per accertare la verità anche su questo episodio».

I vescovi olandesi assieme a tutti gli ordini religiosi due anni fa, a fronte di denunce di abusi risalenti a parecchi anni prima, hanno dato vita ad una indagine a tappeto per comprendere quanto il fenomeno fosse esteso e quanti casi comprendesse effettivamente. Di lì a poco fu incaricata una commissione indipendente formata da psicologi, docenti universitari cattolici e non, con l’incarico di analizzare tutti i dati disponibili, relativi a un arco temporale che andava dal dopoguerra fino ai giorni nostri. Per completare i dati sono anche state spediti alle famiglie 34 mila questionari per fare emergere abusi non denunciati. Il rapporto stilato pubblicato e reperibile on line (http://www.onderzoekrk.nl/eindrapport.html) precisa che le violenze su minorenni mostrano cifre minoritarie rispetto a quello che inizialmente si ipotizzava. Inoltre è stato precisato che gli accusati non solo parroci, ma anche insegnanti cattolici e dipendenti parrocchiali e non è detto che siano tutti colpevoli perché molti processi non sono mai stati fatti. In ogni caso in 65 anni i casi potrebbero essere compresi tra i 10 mila e i 20 mila casi di abuso, con circa 800 responsabili (non tutti sacerdoti). Sembra sia difficile avere giustizia. Molti orchi nel frattempo sono morti. Solo 105 presunti responsabili sono ancora in vita.

L’inchiesta della Chiesa tuttavia ha fatto emergere l’atteggiamento omertoso di molti vescovi davanti ai più casi scomodi. La linea della tolleranza zero promossa da Papa Wojtyla (purtroppo solo nel 2000) e successivamente da Papa Ratzinger all’epoca non esisteva ancora. Anzi. I ricercatori olandesi hanno evidenziato tre diverse strategie da parte dell’episcopato per contenere il fenomeno. All’inizio degli anni Cinquanta i vescovi olandesi cercarono di reprimere gli abusi senza però capire fino in fondo la questione. Le punizioni avvenivano nel silenzio, senza prendere altri provvedimenti. Negli anni Sessanta, invece, davanti all’aumento dei casi, evidentemente disorientati, scelsero la strada dell’omertà, cercando di minimizzare, spostando i parroci da un posto all’altro pensando soprattutto di risolvere il problema. Avevano a cuore il buon nome della Chiesa ma non la protezione delle piccole vittime. Solo negli ultimi dieci anni qualcosa si è mosso, quando le direttive emanate nel 2001 da Roma sono state recepite. Purtroppo in ritardo.

Lunedì 19 Marzo 2012 - 12:23    Ultimo aggiornamento: 12:24





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Ricarica addio, allo studio la superbatteria che dura 3 mesi

Il Mattino

ROMA - Mettere in carica il proprio cellulare ed utilizzarlo poi per mesi e mesi, senza il bisogno di dover ricaricare le batterie ogni due o tre giorni al massimo, e poter fare lo stesso anche con le auto elettriche e tanti elettrodomestici di uso domestico.

La ricerca. È questo l'obiettivo al quale puntano ricercatori italiani e giapponesi che, insieme, stanno per avviare un progetto che porterà in futuro alla messa a punto di "super batterie intelligenti" che garantiranno una autonomia di almeno 90 giorni. Il progetto è frutto della collaborazione tra il Distretto Veneto delle Nanotecnologie "Veneto Nanotech" (nato nel 2003 dalla sinergia tra le università di Padova, Venezia e Verona, Regione Veneto, Ministero della Ricerca Miur, istituzioni pubbliche e compagnie private) e la Nagano Techno Foundation giapponese.

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Una collaborazione di frontiera fra Italia e Giappone la cui importanza è sottolineata anche dal ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo, che rileva come siano vari i campi di interesse comuni tra i due Paesi. Obiettivo della Veneto Nanotech è appunto quello di sviluppare la ricerca per ottenere innovativi materiali dalle nanotecnologie, con una significativa valenza industriale. Il distretto rappresenta dunque un'eccellenza nella ricerca del settore, riconosciuta anche all'estero, ed in particolare dai ricercatori giapponesi, che hanno appunto scelto di collaborare con l'Italia per avviare il progetto sulle super-batterie.

«Il nostro obiettivo - spiega il professor Morinobu Endo, della Facoltà di Ingegneria della Shinshu University - è mettere a punto batterie di lunghissima durata, minimo tre mesi, in grado di dispensare l'energia in modo intelligente. L'idea è che nel futuro potremo dimenticarci di dover caricare le batterie di cellulari o altri dispositivi, perché queste avranno una autonomia lunghissima. Le applicazioni - sottolinea - saranno non solo riferite ai telefoni cellulari, ma anche a vari dispositivi elettronici, elettrodomestici di uso casalingo e auto elettriche».

Nanotecnologie. Un progetto che prevede l'utilizzo delle nanotecnologie, come ad esempio la cosiddetta tecnica del "coating" (rivestimenti nano strutturati). Ma la "super-batteria" è solo un esempio dei vari settori di interesse comune tra Italia e Giappone: «Nell'ultimo bando di cooperazione, ad esempio - sottolinea Profumo - sono stati finanziati 13 progetti, tra cui appunto quello che vede coinvolto il Giappone e la Veneto nanotech per la parte italiana». E vari, secondo il ministro, sono i temi comuni «su cui ci potrebbe essere una ulteriore attenzione. Tra questi - spiega - vi è anche quello delle tecnologie per le persone anziane e quello delle energie rinnovabili». In questo ultimo ambito, ad esempio, ricorda Profumo, «è già attiva una grande collaborazione tra il Giappone e un'azienda in Sicilia per la produzione di pannelli solari: una collaborazione importante, dal momento che si tratta di uno dei più grandi stabilimenti in Europa per la produzione di pannelli solari».


Lunedì 19 Marzo 2012 - 12:50    Ultimo aggiornamento: 16:03

Sindaco Chieti: Zeman mezzo rom. Lui: «Ignora storia e etnie»

Il Messaggero

PESCARA - «A me dà fastidio se uno è ignorante sulle razze e sulla storia delle varie etnie». Lo ha detto l'allenatore del Pescara, Zdenek Zeman, replicando agli insulti lanciati dal sindaco di Chieti, Umberto Di Primio, venerdì scorso, nel corso di una trasmissione televisiva.



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Di Primio aveva definito il boemo un «mezzo rom», mentre oggi su Facebook ha parlato di semplice battuta, chiedendo scusa. «Il sindaco fa polemica - ha commentato Zeman - perché è di Chieti. Deve fare e dire qualcosa per i suoi concittadini, per il suo popolo, anche forse per avere qualche voto in più quando ci saranno le elezioni. Il sindaco probabilmente ignora le etnie. Forse non conosce queste cose. Non so se così parlando voleva offendere i Rom, oppure il sottoscritto».

Nei giorni scorsi i tifosi di Chieti - in accesa rivalità da sempre con il Pescara - avevano reagito in maniera esagitata all'annuncio che Zeman fosse tra i finalisti del Premio «Prisco» 2012: prima sul web, poi sui muri della città, sono comparsi i manifesti contro il tecnico biancazzurro. «Zeman a Chieti non lo vogliamo! - si legge nei manifesti - Basta con questa ondata di pescaresità e non, a tutti i costi. Chieti merita rispetto». Il premio «Prisco» verrà assegnato a Chieti il prossimo 7 maggio.

Domenica 18 Marzo 2012 - 20:25   
Ultimo aggiornamento: 23:21

Come sta l'ambiente? Ce lo dicono le rondini

La Stampa
La zampa

Stanno per arrivare: si moltiplicano le iniziative per accoglierle


ANTONELLA MARIOTTI
Torino

Bisogna esser leggeri come una rondine, non come una piuma». Lo scriveva il poeta francese Paul Valéry, le rondini sono nell’immaginario umano gli uccelli sempre in volo, che non si posano mai a terra, pena la morte: forse per questo nei secoli sono diventati protagonisti della letteratura, ma sempre meno, purtroppo, dei cieli di primavera. Dagli Anni Settanta la popolazione delle rondini si è ridotta del 50 per cento, i nostri cieli del 21 marzo, equinozio di primavera, sono sempre più silenziosi: la rondine non è l’unica specie migratoria in pericolo, ma di sicuro è fra le «sentinelle» della salute della natura, animali che come il panda tra gli orsi stanno a misurare quanto ci resta di biodiversità.


Così la Lipu, Lega protezione per gli uccelli, domenica prossima festeggia l’arrivo di 16 milioni di coppie di rondini con «Spring Alive», il progetto educativo di Birdlife International, un censimento «allargato» a tutti: chiunque avvista una rondine (o un altro esemplare delle specie «primaverili» come rondoni, gruccione, cuculo e cicogna bianca) può segnalarne la presenza sul sito Internet www.springlive.net. «C’è una drastica diminuzione nella specie di tre o quattro punti percentuali ogni anno. Le cause sono numerose, come per altri animali, di sicuro c’entrano il tipo di coltivazioni e i cambiamenti climatici, come per altre specie», avverte Claudio Celada, direttore conservazione natura di Lipu. Che spiega: «Ci sono problemi nelle aree di svernamento in Africa, le popolazioni di rondini che svernano a Sud del Sahara stanno spostando, negli ultimi anni, le aree invernali più a Nord, dove c’è deserto. E questo mette a rischio gli uccelli».


Poi le rondini arrivano in Europa e «trovano la trasformazione dell’agricoltura e delle stalle. Con l’allevamento tradizionale, con gli animali anche all’esterno, c’era una maggiore nidificazione perché gli animali garantivano la presenza di grandi quantità di insetti, cibo per questi volatili». Una coppia di rondini «consuma» seimila insetti al giorno (mosche e vespe sono le loro preferite) e, fatti i conti, trovare cibo per i milioni di coppie non è più così facile come un tempo. Anche perché «gli insetti di solito si trovano, anzi si trovavano, vicini alle stalle ma anche nei prati, quelli che rimanevano tali per decenni, i cosiddetti prati “stabili”. Ora la coltivazione intensiva di mais con il conseguente uso di pesticidi ha ridotto drasticamente la presenza di cibo per le rondini».


A Roma il Comune ha lanciato un appello: «Evitate di fare lavori alle grondaie e nei sottotetti delle case dove questi uccelli costruiscono il loro nido o dove tornano sperando di trovare il rifugio dell’anno precedente». Le rondini arrivano in Europa dall’Africa, e poco si sa delle loro rotte migratorie. L’Università di Milano ha in via di chiusura un progetto per monitorare le rotte di questi migratori (ancora in parte misteriose), un «geolocator» del peso di mezzo grammo. Una specie di zainetto sul dorso della rondine è stato posizionato su alcuni di questi uccelli che al loro rientro dopo la sosta in Africa potrà raccontare ai ricercatori quali cieli sono stati percorsi. La Lega protezione uccelli da tempo chiede, oltre a un’agricoltura meno intensiva, che i Comuni emanino una delibera «salvarondini».


«Che si vieti la distruzione dei nidi e si impedisca il restauro degli edifici nel periodo della nidificazione», spiega Fulvio Mamone Capria, presidente Lipu. Uno dei Comuni che già da tempo ha risposto all’appello Lipu è Marciana, sull’isola d’Elba, il cui territorio è compreso nel Parco nazionale dell’Arcipelago toscano, dove sui tetti vengono ripristinate le vecchie tegole con i «coppi aperti» nella prima fila proprio per permettere l’ingresso alle rondini che le usano per nidificare.



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Napoli, in manette 16 giudici tributari

La Stampa

Intreccio tra clan e imprenditori raffica di arresti tra funzionari, commercialisti e impiegati



L’inchiesta della Gdf ha portato a 60 misure cautelari, 16 delle quali a carico di giudici tributari


Napoli

Militari del Comando provinciale di Napoli della Guardia di Finanza sono impegnati dall’alba di oggi nell’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, chiesta e ottenuta dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, nei riguardi di 60 persone, 16 delle quali svolgono le funzioni di giudici tributari. Nell’inchiesta sono coinvolti esponenti del clan camorristico Fabbrocino, egemone nell’area vesuviana e nel nolano, in provincia di Napoli, funzionari e impiegati delle commissioni tributarie provinciale di Napoli e regionale per la Campania, un funzionario dell’Ufficio del Garante del Contribuente della Campania, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, un noto docente universitario e un commercialista.


Per alcuni indagati è stata disposta la detenzione in carcere, per altri la misura degli arresti domiciliari, per altri ancora il divieto di dimora a Napoli. Le Fiamme Gialle hanno, infine, sequestrato quote societarie, titoli azionari, fabbricati, conti correnti, terreni ed automobili per un valore di un miliardo di euro. Alle persone coinvolte nell’inchiesta, quasi tutte bloccate in Campania, solo alcune in Lombardia, sono contestati reati che vanno dal concorso esterno in associazione camorristica al riciclaggio, dalla corruzione in atti giudiziari al falso. L’inchiesta riguarda «affari» illeciti di esponenti di rilievo del clan Fabbrocino. Attraverso le indagini della Guardia di Finanza si è poi progressivamente allargata ad altre operazioni illecite, fino a coinvolgere imprenditori operanti nei settori della commercializzazione del ferro, della compravendita immobiliare e della gestione di alberghi ed ha infine chiamato in causa giudici tributari e funzionari pubblici.


Inquirenti e finanzieri hanno, infatti, accertato che decine di contenziosi tributari sarebbero stati oggetto di episodi di corruzione e che in tal modo si sarebbero risolti in maniera favorevole ai ricorrenti, spesso in odore di camorra, con grave danno per le casse dello Stato.



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La denuncia Adusbef: sulle spalle di ogni italiano 32mila euro di debito pubblico

Il Mattino


ROMA - Una macchina di grossa cilindrata, una cucina di design, forse l'anticipo per un piccolo appartamento: se ogni italiano potesse 'spenderè il debito pubblico che grava sulle proprie spalle potrebbe realizzare almeno uno di questi sogni, visto che ormai l'Italia è arrivata alla cifra-monstre di 1.935,829 euro, vale a dire 32.300 euro per ciascuno, neonati compresi.



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A fare i conti sono Adusbef e Federconsumatori, che assegnano al governo Monti il record dell'esecutivo che, negli ultimi 15 anni, ha registrato la più consistente crescita mensile del debito pubblico, pari a 15,4 miliardi. Da febbraio 2011 a gennaio 2012, spiegano le due associazioni, il debito pubblico è passato da 1.875,917 a 1.935,829 euro, con un aumento di 59,912 miliardi. Pertanto, solo nell'ultimo anno, l'aumento del carico per ciascuno dei 60 milioni di residenti, neonati compresi, è stato pari a 998 euro (a 32.300 euro), mentre per ciascuna famiglia l'onere è cresciuto di 2.723 euro a circa 88mila euro.
 
Dal 1996 in poi, sottolineano ancora Adusbef e Federconsumatori, gli incrementi del debito pubblico sono andati crescendo di volume: il primo governo di centro sinistra (1996-2001) ha proceduto a colpi di 2,7 miliardi di euro al mese.

Col successivo governo Berlusconi (2001-2006) siamo arrivati ad oltre 3,8 miliardi al mese. Il nuovo governo Prodi (2006-2008) ha ritoccato le emissioni portandole a 3,9 miliardi al mese. Con l'ultimo governo Berlusconi (2008-2011) l'incremento si impenna fino a superare i 6 miliardi al mese. Ma sotto il governo Monti la cifra è addirittura raddoppiata arrivando a quasi 15,5 miliardi di euro al mese e «raggiungendo un record difficilmente superabile».

Oltre a fare i conti, le due associazioni ricordano anche la loro ricetta per ridurre il debito pubblico, ripetuta negli ultimi 10 anni: la soluzione, dicono, «passa per la vendita dell'oro e delle riserve di Bankitalia, non più necessarie a garantire la circolazione monetaria, la lotta agli sprechi ed alla corruzione, i tagli dei privilegi ovunque siano annidati, il tetto agli stipendi dei manager pubblici, la sostituzione delle auto blu in tutti i settori (nessuno escluso) con l'abbonamento ai servizi pubblici di trasporto locale e nazionale, la riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti».

Per rilanciare l'economia in recessione, infine, «occorre finalizzare almeno il 50% dei prestiti triennali di 251 miliardi di euro, che le banche hanno ricevuto dalla Bce al tasso dell'1%, costituendo un fondo straordinario per ridare ossigeno alle famiglie ed alle imprese strangolate, ad un tasso non eccedente il triplo, introdurre l'accisa mobile sui carburanti per impedire un surplus fiscale (ben 4 miliardi di euro negli ultimi anni incassati dallo Stato), congelare l'aumento dell'Iva previsto dal 1 ottobre dal 21 al 23% ed i rincari dell'Iva intermedia che vanno a gravare sui beni di prima necessità».


Domenica 18 Marzo 2012 - 14:38    Ultimo aggiornamento: 17:13