domenica 18 marzo 2012

Anonymous contro Sgarbi Lui replica: "Sono poveretti che vivono nei tombini"

di Redazione - 17 marzo 2012, 18:54

"Salve Vittorio, Come al solito hai perso un'altra occasione per tacere. Capra. A noi i simpatizzanti omofobi della mafia non ci piacciono affatto, e tu non ci piaci".

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Con queste parole e il video di un discorso di Paolo Borsellino il gruppo di hacker Anonymous ha attaccato il sito di Vittorio Sgarbi. Il critico d'arte e opinionista risponde alle accuse: "Sono poveretti che non sanno di cosa parlano. Non sono omofobo per nulla: credo che gli uomini vadano liberati da qualunque matrimonio. Che sia eterosessuale o omosessuale". E per quanto riguarda la mafia sostiene: "Io la mafia non l'ho mai incontrata. Anzi, quando la moglie di Borsellino venne a Salemi mi disse sei un missionario". ASCOLTA L'AUDIO INTEGRALE

La Bindi nella beauty farm Dura vita del presidente Pd

Libero

Rosi paparazzata nel bel mezzo del programma di 'remise en forme': si concede acque termali, massaggi e sauna vicino a Cortina


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I suoi detrattori hanno detto di lei che "è brava quanto bella". Certo, non una galanteria. Ma, altrettanto certo, la presidente del Partito democratico Rosy Bindi, non spicca certo per bellezza nel panorama politico italiano. che abbia deciso di mettere mano alla situazione? L'esponente democratica, infatti, è stata vista nei giorni scorsi nelle tiepide acque di una beauty farm di Borca di Cadore, non lontano da Cortina. La signora, con tanto di costume olimpionico, sbraccettava su e giù per la vasca e chi l'ha incontrata l'ha vista anche concedersi sauna e massaggi. I suoi detrattori adesso diranno: "Ce n'è di lavoro da fare...".

17/03/2012

Gaza, vietate pure le Adidas perché sono lo sponsor della corsa di Gerusalemme

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Il ministero della Gioventù di Gaza ha chiesto di boicottare tutti i prodotti della azienda tedesca. Il motivo? E' lo sponsor della maratona internazionale di Gerusalemme


Al bando le scarpe da ginnastica della Adidas. Non è uno scherzo, a Gaza può succedere anche questo. Il ministero della Gioventù e dello Sport ha diffuso un appello al boicottaggio dei prodotti Adidas.




Questioni di stile? Ovviamente no, è solo una faccenda politica. La colpa dell'azienda tedesca è solo una: essere lo sponsor della maratona internazionale di Gerusalemme"Abbiamo parlato con il governo della decisione di boicottare i prodotti della Adidas perchè ha sponsorizzato la municipalità dell’occupante a Gerusalemme", ha spiegato il direttore degli Affari sportivi Jaber Ayyash all’agenzia di stampa Màan. Non finisce qui. Il ministero di Hamas vuole contattare i dicasteri dello Sport nel mondo arabo per diffondere il boicottaggio.





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Il pi greco? Non è soggetto a copyright

Corriere della sera

Lo ha stabilito una sentenza di un tribunale americano dopo che due artisti lo hanno tradotto in un brano musicale


MILANO - Il parere del giudice statunitense Michael H. Simon, proprio nel giorno in cui si festeggia e si consacra il pi greco, è chiaro: la costante matematica non si tocca, non è di nessuno o se si preferisce è di tutti e non può sottostare alle leggi del copyright. Così si è conclusa una controversia legale intorno al pi greco e alla sua proprietà intellettuale che ha come protagonisti due artisti che si dilettano a convertire i numeri in musica.

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TUTTO INIZIA CON UNA CANZONE – Correva l’anno 2011 quando fu postato su YouTube dal musicista-matematico dell’Oregon Michael Blake un brano dal titolo esplicativo What Pi Sounds Like, ovvero come dice il titolo una sorta di trasposizione musicale del celeberrimo numero 3,14. Più precisamente la musica traduce la sequenza numerica (in realtà i primi 31 numeri dopo la virgola) in accordi o note singole a seconda dello strumento e combina i suoni emessi da una pluralità di strumenti, tra i quali l’ukulele, il banjo, la tastiera, la chitarra, lo xilofono e persino il battito di mani. Inoltre il tempo è di 157 bpm (battiti per minuto), ovvero l’esatta metà dell’amato 3,14. Il risultato è una melodia suggestiva e curiosa che diviene subito virale in rete.

L’AUTORE DELLA PI SIMPHONY - Tanto che viene notata da un altro musicista appassionato di numeri e dell’arte di coniugare le due discipline: Lars Erickson, questo il nome dell’artista originario del Nebraska, si accorge subito della somiglianza con la propria sinfonia (risalente al 1992) dal titolo Pi Symphony e soprattutto è infastidito dall’idea che qualcun altro abbia pensato di prendere un π e di trasformarlo in note musicali. Il brano di Erickson era coperto da copyright e l’artista contatta immediatamente YouTube riuscendo a rimuovere il video di Blake. What Pi Sounds Like sparisce da internet e per il suo compositore è un grande dolore, ma decide di non arrendersi. A quel punto Lars Erickson si rivolge al giudice affinché sulle sorti del pi greco e della sua interpretazione decida la legge.

LE RAGIONI DELLA GIUSTIZIA - La querelle legale alla quale ha fatto seguito la sentenza del giudice vede dunque due musicisti e matematici che hanno convertito in note la costante matematica, rivendicandone ciascuno il diritto di proprietà intellettuale. Ma il parere del giudice statunitense fa riferimento a vari aspetti della bizzarra vicenda. Da una parte innanzitutto i due brani sono sufficientemente differenti da non poter parlare di violazione di copyright. Dall’altra parte invece l’idea di convertire il pi greco in suoni non può appartenere a nessuno perchè la cifra che esprime il rapporto tra la circonferenza e il suo diametro è un patrimonio universale e non può sottostare a nessuna regolamentazione giuridica: «L’iniziativa di trasporre il pi greco in musica è un’idea non-copyrightable», ha dichiarato il giudice Simon.

TUTTO SI PUO’ TRASFORMARE IN MUSICA – L’idea di trasformare un numero o una sequenza di elementi in un brano musicale non è nuova. Per esempio nel 2010 un musicista scozzese dal nome Stuart Mitchell riuscì a tradurre il codice genetico di Ludwig van Beethoven in una composizione della durata di 15 minuti. In realtà ogni cifra può essere convertita in note. Nel brano di Michael Blake divenuto oggetto della discordia, esattamente come in quello di Erickson, gli artisti hanno assegnato un numero (da 0 a 9) a ciascuna nota partendo dal do e hanno attribuito un numero anche ai vari accordi. Ma in realtà in tutti i casi di musicisti prestati alla matematica o alla genetica il rapporto tra la musica e gli altri elementi fa solo da sfondo alla composizione vera e propria, realizzata innanzitutto grazie a un contributo artistico e a una sensibilità speciali, a un modo di mettere insieme i suoni e combinarli in modo originale e all’arte di utilizzare una pluralità di strumenti. Con tutto il rispetto per il pi greco che è talmente importante da essersi meritato una festa dal 1988. Ma che nel caso della vicenda Blake versus Erickson è solo un pretesto per un virtuosismo.


Emanuela Di Pasqua
17 marzo 2012 | 17:41

La Statua del figlio del Duce spaventa Forte dei Marmi: "Pericolo di atti di violenza"

di Libero Pennucci - 17 marzo 2012, 15:21

Il comune non esporrà la statua dedicata a Bruno Mussolini. Il sindaco Buratti in retromarcia: "C'è il rischio di episodi di violenza, alcuni me li hanno annunciati direttamente al telefono"


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A Forte dei Marmi il Duce (anzi suo figlio Bruno) fa ancora paura. In una delle mete più chic del Paese l'esposizione di una statua dedicata a Bruno Mussolini può ancora suscitare violenza. Meglio non metterla, così ha deciso il sindaco di centrosinistra Umberto Buratti con una repentina retromarcia. Il 25 marzo, in occasione dell’ottantanovesimo anniversario dell’Associazione Arma Aeronautica la statua ’L’Aviatorè, che raffigura Bruno Mussolini, figlio del Duce scomparso nel 1941 a causa di un incidnete aereo. A far desistere il primo cittadino, si legge in una nota del comune, per l’allerta "i rischi di episodi di violenza, in alcuni casi annunciati. "Alcuni me li hanno annunciati direttamente per telefono" aggiunge a voce Buratti. Era stata la stessa giunta di Forte dei Marmi a decidere, tra le polemiche, di esporre la statua, commissionata ad Arturo Dazi nel 1943 dallo stesso Mussolini.

"Il sindaco di Forte dei Marmi - si legge ora nella nota -, allertato sui rischi di episodi di violenza, in alcuni casi annunciati, nella consapevolezza del proprio ruolo e della responsabilità che ne deriva, in quanto rappresentante delle Istituzioni, comunica, d’intesa con l’Associazione Arma Aeronautica, che alla cerimonia prevista per domenica 25 marzo 2012 non verrà esposta la statua ’L’Aviatorè di Arturo Dazzi". "Avevo informazioni ben precise - spiega poi Buratti - dell’organizzazione di episodi violenti. Alcuni me li hanno annunciati direttamente per telefono. La mia intenzione non è mai stata quella di omaggiare il Duce e la sua famiglia". Una scelta temporanea, perché Buratti non intende mollare: "È mia intenzione - spiega il sindaco - andare avanti nel progetto del museo dedicato ad Arturo Dazzi. Lì saranno conservate diverse sue opere, compresa quella dell’aviatore Bruno".

Errore tecnico, il Comune paga la luce a Berlusconi

Il Giorno


L’errore è stato scoperto pochi giorni fa. Ma il Comune non potrà richiedere i circa 2000 euro di arretrato all’ex premier. Il sindaco "rosso" Rosalba Colombo: "Non è certo colpa, è una vicenda vecchissima"


di Antonio Caccamo


Arcore, 17 marzo 2012



Sono poche decine di euro l’anno. Solo che li paga il Comune di Arcore, mentre invece la bolletta della luce per i due lampioni che illuminano l’esterno della villa S.Martino di Arcore spetterebbe al proprietario della strada: cioè a Silvio Berlusconi. In trenta anni però nessuno si è mai accorto che quella via è privata. L’errore è stato scoperto pochi giorni fa. Dovendo sostituire in tutto il paese i tradizionali lampioni con quelli più economici a led, i tecnici si sono trovati in mano le carte da dove risulta che la strada è privata.


Ma il Comune non potrà richiedere i circa 2000 euro di arretrato all’ex premier. Che trova un difensore inatteso: il sindaco Rosalba Colombo, ribattezzata “Rosalba la Rossa” per la sua fede comunista: «Silvio Berlusconi non c’entra proprio nulla. Non è certo colpa sua, ma degli amministrastori che si sono avvicendati al governo del paese. È una vicenda vecchissima. Che risale alla fine degli anni ‘70, quando furono messi i due lampioni. Bisogna smetterla con questo gioco per cui ogni cosa è colpa di Berlusconi.Correggeremo il piccolo errore urbanistico».





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Piazzale Clodio, il mega parking abusivo per giudici, avvocati e e giornalisti Rai

Il Messaggero

Davanti al tribunale la riserva naturale è occupata dalle auto. A gestire il racket parcheggiatori non autorizzati


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di Claudio Marincola



ROMA - Il più grande parcheggio abusivo di Roma? É nella «riserva naturale», a un passo dalla città giudiziaria. Secondo il piano d’assetto doveva essere un’area verde da tutelare, la porta del Parco di Monte Mario. Ma tutte le mattine la varcano in tanti: avvocati, magistrati, giudici di pace, guardie penitenziarie. Uomini di legge ma anche dirigenti, tecnici e giornalisti della sede Rai di Via Teulada e de La7, e imputati, parenti degli imputati, testimoni, periti. A un passo c’è la stazione dei carabinieri. É uno spazio abusivo ma a guardare bene è anche uno spaccato di una certa Italia. Un mondo.


I parcheggiatori fanno affari d’oro. Giuseppe, marocchino di Casablanca, sa indicarti persino dove abitualmente i suoi clienti vogliono mettere la macchina. Conosce le loro abitudini, ad esempio, quel magistrato «che mette l’auto sempre sotto lo stesso albero» o «il cancelliere che odia la polvere». Utilitarie piccole e grandi, Smart ma anche Porsche. Intanto su piazzale Clodio con le temperature primaverili sono tornati a fiorire i cartelloni abusivi. Che si aggiungono agli ambulanti, anche loro ovviamente abusivi. I quali ambulanti hanno le loro bancarelle vicino all’ingresso dei palazzi giudiziari, all’angolo con la Panoramica, la strada che si arrampica verso piazzale delle Medaglie d’oro. Al semaforo non mancano i lavavetri, (abusivi, ca va sans dire).

L’area del mega parcheggio 15.600 metri quadrati era destinata a ben altro. Fino a qualche tempo fa è stata impropriamente utilizzata per piantare il tendone per i circhi o per gli spettacoli (quello di Fiorello, ad esempio). Il Piano regolatore l’ha destinata a parco (delibera n.18 del 12 febbraio 2008). A gestirla sarebbe stato l’ente regionale Roma Natura. Qualcosa non ha funzionato. Da quel giorno non si è mossa una foglia. In tutta la zona c’è fame di posti auto. E così una bella mattina qualcuno stanco di girare in cerca di un parcheggio ha tagliato la rete. Centinaia di automobilisti hanno seguito l’esempio. Così che quello che a prima vista sembrava un cantiere dismesso ha cambiato aspetto.

Vi si può accedere sia da piazzale Clodio che da via Teulada. In alcuni punti si sono formati dei dossi, basta procedere con prudenza e dare un piccola mancia al «ragazzo». Ma non è finita: il colmo di questo abusivismo diffuso che non risparmia un centimetro di territorio, neanche nel centralissimo quartiere Prati, è un altro: un imprenditore, Carlo Scatena, proprio davanti al mega parcheggio abusivo ne sta realizzando uno autorizzato. Una struttura interrata da 169 posti auto e 136 posti moto. Sempre con fondi privati, un altro suo collega sta costruendo in via Teulada un secondo parcheggio. Entrambe le opere fanno parte del vecchio piano urbano parcheggi (Pup). Da qualche giorno in via Faravelli, all’ingresso dell’area gestita dagli abusivi, è apparso un cartello. Tra rifiuti, cespugli e avanzi di cantiere c’è scritto: «Riserva naturale di Monte Mario». «Si commenta da solo, siamo al limite dell’assurdo», allarga le braccia Fabrizio Panecaldo, vice presidente del gruppo comunale del Pd. Insieme al suo collega Antonio Gazzellone (Pdl), delegato al Turismo, sta conducendo una battaglia bipartisan per sollevare il caso. Nei prossimi giorni i due consiglieri presenteranno un’interrogazione congiunta.


Sabato 17 Marzo 2012 - 08:52    Ultimo aggiornamento: 18:13

Mamme contro sexy maestra "E' troppo bella. Via dall'asilo"

Libero

La protagonista dell'attacco è Michela Roth, 38 enne, che fa la modella nel tempo libero. "L'invidia a volte supera il limite"


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E' guerra tra le mamme e una maestra d'asilo di Castello di Serravalle, in provincia di Bologna. "La maestra è troppo bella, non può insegnare a mio figlio" hanno protestano in coro i genitori dei piccoli. La protagonista degli attacchi è la 38enne Michela Roth, insegnante e modella nel tempo libero, originaria degli Stati Uniti e vincitrice della fascia provinciale e regionale di ‘Miss mamma italiana’ ed altri concorsi su internet. La maestrina prova a stemperare gli animi. ""Carissimi genitori dell' "Asilo dei Bambini", ogni tanto , come terzo lavoro faccio la modella.

E' ovvio che all'asilo sono con la mia divisa da maestra . E per chi mi conosce personalmente, può testimoniare sulla mia professionalità sia da maestra che da modella. Grazie a tutti voi ! un augurio a tutte le mamme e tutte le donne!", scrive la donna sul suo profilo Facebook. Ma le mamme non intendono retrocedere. A loro non sono andate giù le foto pubblicate dalla Roth sui siti Internet. "Durante il compleanno di un bimbo — racconta la modella insegnante — il tema era se potevo far bene il mio lavoro dal momento che ero anche una modella. Credo che l’invidia a volte superi davvero il limite. Ci sono, però, anche delle mamme che mi dicono che i loro bimbi non vedono l’ora vedermi tutte le mattine".

17/03/2012

Olanda, minori castrati in un collegio cattolico

Quotidiano.net

Negli anni '50 per 'guarire gli impulsi omosessuali'


Secondo i giornali sono almeno 10 i casi di ragazzini vittime dell'orribile pratica. In almeno un caso la castrazione fu la punizione di un giovane che aveva denunciato gli abusi sessuali subiti dai ‘frere’


Amsterdam, 17 marzo 2012



Orrore in Olanda: è destinata a fare scalpore la notizia che negli anni Cinquanta, in un collegio cattolico nei Paesi Bassi, almeno 10 minori olandesi vennero castrati per essere ‘guariti’ dagli impulsi omosessuali. In almeno un caso la castrazione fu la punizione di un giovane che aveva denunciato gli abusi sessuali subiti dai ‘frere’. Dopo la sua testimonianza, nel 1956, il giovane fu portato in un’istituzione psichiatrica e poi venne ricoverato in un ospedale dove venne castrato.

A tanti anni di distanza  il quotidiano olandese Nrc Handelsblad, che ha sede a Rotterdam, riporta l'agghiacciante vicenda.  Il quotidiano sostiene di aver scoperto le “prove” della castrazione forzata di un ragazzo e “forti indizi” sul fatto che ad almeno una decina di altre vittime di abusi vennero forzatamente rimossi i testicoli. Tra le prove, atti giudiziari, cartelle cliniche e lettere private e di avvocati.

Secondo il quotidiano, la pratica venne denunciata nel 2010 alla Commissione Deetman, incaricata dalla Chiesa Cattolica di indagare sugli abusi sessuali commessi sui minori. Ma la Commissione, guidata dall’ex ministro Wim Deetman, del Partito Cristiano Democratico, non ha fatto alcun cenno alle castrazioni nel suo documento finale perché - ha fatto sapere adesso, reagendo all’articolo - non trovò “indizi per ulteriori indagini”.



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Morto l'ex carceriere nazista John Demjanjuk

Corriere della sera

Aveva 91 anni. Era stato condannato nel 2011 in Germania


John Demjanjuk (Afp)John Demjanjuk (Afp)

MILANO - L'ex carceriere nazista John Demjanjuk è morto nella casa di riposo nella Germania meridionale dove risiedeva, a Rosenheim, in Baviera. Lo ha riferito la polizia tedesca. Aveva 91 anni. Demjanjuk era stato condannato lo scorso anno per aver partecipato nel 1943 all'uccisione di 27.900 prigionieri nel campo di sterminio nazista di Sobibor, nella Polonia occupata.

IVAN IL TERRIBILE - Demjanjuk era emigrato negli Usa nel 1952 dove si era cambiato il nome originario di Ivan in John. Nel 1986 era stato portato in Israele come imputato in un processo durante il quale è stato identificato dalle vittime dell'Olocausto come «Ivan il terribile», temutissima guardia nei campi di Treblinka e Sobibor. Demjanjuk è stato accusato di aver commesso omicidi e atti di terribile violenza contro i prigionieri dei campi di sterminio tra il 1942 e il 1943. Nel maggio 2011 era stato condannato dalla giustizia tedesca che aveva stabilito che era stato lui il custode del campo di Sobibor (Polonia) dove furono uccise più di 27.000 persone.


Redazione Online
17 marzo 2012 | 13:01



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Identificato il soldato della strage in Afghanistan

Corriere della sera

Si chiama Robert Bales, è detenuto nella base di Fort Leavenworth



Le accuse di Genchi colpiscono Annozero e i fratelli Ruotolo

di -

Il verbale al Copasir dell’ex braccio destro di De Magistris tira in ballo toghe e giornalisti per fughe di notizie "letali"



L’audizione segretata al Copasir del super esperto informatico Gioacchino Genchi, a processo per abuso d’ufficio insieme all’ex pm Luigi De Magistris (la storia è quella dei tabulati telefonici di otto parlamentari controllati senza autorizzazione del parlamento) è una bomba.


Gioacchino Genchi, ex consulente informatico delle procure
Gioacchino Genchi, ex consulente informatico delle procure


Rivela una vicenda di presunte, diaboliche, commistioni fra magistrati antimafia, protagonisti dello scandalo Telecom e giornalisti autori di scoop che Genchi definisce devastanti, letali, per le indagini sulla ’ndrangheta (strage di Duisburg, omicidio Fortugno, eccetera). L’ex braccio destro del pm De Magistris tira la croce addosso al numero due dell’Antimafia nazionale, Alberto Cisterna, ai pm calabresi Mollace e Macrì, scomoda giornalisti esperti come i fratelli Ruotolo, Guido (La Stampa) e Sandro (Annozero, ora Servizio Pubblico), e Paolo Pollichieni, ex direttore di Calabria Ora. Li mette tutti insieme nel frullatore e poi aziona l’interruttore. La miscela è esplosiva, con accuse da brivido di cui Genchi ripete di prendersi la piena responsabilità.

A Genchi viene chiesto conto del perché vennero controllati anche i tabulati del procuratore Piero Grasso. L’esperto informatico parte da lontano, dall’inchiesta Poseidone, dalla teste Merante e dagli articoli che Pollichieni manda in edicola, col risultato che i traffici telefonici del cronista finiscono nel fascicolo. «Dal tabulato di Pollichieni viene fuori una serie di rapporti continui, quasi osmotici, con Cisterna. Con il dottor Mollace, con utenze della Dna, e tra Macrì e Mollace». Normale. «Ma vi è di più: lo scambio di cellulari, almeno quattro o cinque della procura nazionale antimafia con Pollichieni. Per scambio intendo che si sono scambiati le sim, i telefoni o entrambe le cose. È un rapporto telefonico che vi invito ad analizzare perché altamente preoccupante». Alcuni pm della Dda, prosegue Genchi, erano preoccupati dalle fughe di notizie sul pentimento di Novella nel caso Fortugno.


Il giornalista Sandro Ruotolo


Dai tabulati di Pollichieni, aggiunge Genchi, «emerse sostanzialmente questo rapporto continuo (coi magistrati, ndr) nelle fasi dinamiche dell’acquisizione della notizia del pentimento». E così anche per le fughe di notizie nelle indagini per la strage di Duisburg «che ha determinato l’interruzione di tutte le intercettazioni su persone di San Luca che si dovevano arrestare, che sono state rese latitanti e che probabilmente sono state uccise per intempestività di un’azione giudiziaria che è stata violentemente e bruscamente interrotta da quella fuga di notizie, di cui il protagonista ancora una volta è Pollichieni». La tecnica delle fughe di notizie, insiste Genchi, avveniva con la pubblicazione di anticipazioni su altri giornali «di chi le aveva recepite perché alcune giornalisti non hanno accettato il regalo, tipo l’immaginetta della santa che pubblica il giorno prima Ruotolo su La Stampa in un asse perfetto che ha collegato i due giornalisti di nome Ruotolo, e vi dirò moltissime cose sull’argomento. (...).

In particolare a Ruotolo, che ritengo sia uno dei soggetti principali di questa vicenda, a tutto ciò che ha ruotato intorno all’asse Ruotolo come persona fisica della Stampa e il fratello, e questo anche il perfetto raccordo sincronico dell’articolo “Il Palazzo nelle mani del giudice” con la puntata di “Annozero” che era stata programmata. A questa trasmissione - continua il super consulente - io, il dottor Ingroia e altri amici abbiamo implorato De Magistris di non andare, per non prestarsi a quella che era una strumentalizzazione, anche dei giornalisti, per loro finalità, probabilmente anche nobili (quelle di Ruotolo sicuramente non lo erano, perché intendevano “realizzare”). Vi siete mai chiesti come mai il dottor Genchi non sia andato ad Annozero, nonostante tutte le volte che è stato invitato (solo una settimana dopo, il 5 febbraio 2009, Genchi sarà invece presente nella trasmissione di Michele Santoro, ndr)» mentre «non ho paura di andare a Matrix perché conosco l’onestà di Mentana, che so da che parte sta, non ho paura nemmeno dei mafiosi, perché so da che parte stanno.

Ho paura di quelli che non sanno da che parte stare, mi spiego?». Genchi non si ferma. «Rutolo (Guido, ndr) c’entra perché è in rapporto organico con Pollichieni come fornitore di informazioni». Poi si lascia andare a incomprensibili considerazioni antopologiche: «Un medico mi ha spiegato che i gemelli, pur avendo due corpi e una struttura cerebrale autonoma, nel momento delle sinapsi mobili, ossia quando si realizza la massima evoluzione, hanno bisogno di essere insieme come nel grembo materno». E quando ti aspetti l’affondo finale per alcuni imprecisati «soggiorni in Calabria», Genchi torna sui suoi passi: «Secondo me i Ruotolo sono due persone per bene». Del giudice Mollace, il consulente dice che «ha utilizzato decine di cellulari (60-70, non conosco il numero preciso) ha poi denunciato il furto di uno di questi e se ne è fatti assegnare non so quanti dal Comune di Reggio Calabria».

Guido Ruotolo, rintracciato dal Giornale, si dice incredulo. «È un delirio, sono cose insensate. Non voglio commentare. Domani mi tocca leggervi, poi andrò dall’avvocato e cercherò di capire come stanno effettivamente le cose». Pollichieni è più loquace: «È vero, facendo il giornalista ho rapporti con i magistrati e nessun rapporto con la ’ndrangheta. Le mie notizie non hanno rovinato alcuna indagine posto che per l’omicidio Fortugno/pentimento Novella (e lo scoop peraltro fu della Gazzetta del Sud, non mio) sono stati comminati 4 ergastoli, per Duisburg 6. Non sono mai stato imputato di nulla, mai ho ricevuto un avviso di garanzia, mentre lui si ritrova sotto processo. L’ho già citato in giudizio, ogni commento è assolutamente superfluo».



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Operatori di Shiatsu contro il Comune "Non siamo estetisti"

La Stampa

La rivolta dopo le nuove norme: andremo al Tar



Lo Shiatsu (digito-pressione, dal giapponese Shi=dito e atsu=pressione) è una tecnica per il riequilibrio energetico (nella foto, lo shiatsuka Valter Vico al lavoro)
Letizia Tortello
Torino

Dopo i massaggiatori cinesi, anche gli operatori shiatsu sono su tutte le furie. L’oggetto della protesta è il regolamento adottato di recente da Palazzo civico per disciplinare l’attività di estetica. Una norma che ha già messo in croce i gestori orientali dei centri relax, obbligati ad assumere un estetista come direttore tecnico per essere a norma.

La medesima delibera comunale coinvolge anche gli shiatsuka, cioè gli operatori della disciplina di origine giapponese, che sono sempre più preoccupati perché le loro attività rischiano di fallire in massa. Da regolamento, infatti, il vincolo dell’estetista obbligatoria li costringe a pagare uno stipendio in più, a «un dipendente per noi inutile, perché non sa nulla di shiatsu», spiega Valter Vico, torinese, consigliere della Fis (Federazione Italiana Shiatsu) Insegnanti e Operatori. Il suo allarme è perentorio: «Con queste regole, chiuderemo tutti. Non abbiamo le risorse per mantenere un diplomato in estetica. La sua presenza sarebbe comunque superflua».

I centri shiatsu (circa 2000 in città) sono per la maggior parte attività che si reggono sulle partite Iva di singoli professionisti. La delibera del Comune minaccia di mettere in crisi l’intero comparto, perché i titolari saranno esposti a multe salate, addirittura alla chiusura se non si adegueranno. «E' quanto è successo a una collega di Orbassano - continua Vico -. Qualche settimana fa ha dovuto abbassare la serranda, a seguito di un controllo dei vigili, rimanendo da un giorno all'altro senza un lavoro».

Per questo sono determinati a dare battaglia, contro il regolamento che definiscono «inutile e inadeguato». Si sono riuniti mercoledì sera, in un incontro fiume che aveva lo scopo di concordare le mosse della protesta: «Stiamo preparando un ricorso al Tar. Impugneremo l’atto amministrativo, insieme agli altri colleghi (riflessologi plantari, operatori ayurveda, naturopati e gli stessi massaggiatori cinesi)». A questo seguiranno «altre azioni e dimostrazioni, per convincere gli amministratori che non abbiamo nulla a che fare con l'estetica». Ad aprile, a Torino, ci sarà un convegno nazionale, per ragionare sul futuro del settore. «Forse servirà anche presentarsi tutti quanti a Palazzo Civico - aggiunge il consigliere Fis -, per omaggiare i consiglieri di una seduta shiatsu. Così chiariranno finalmente in cosa consiste la nostra disciplina».

Non certo in un massaggio, puntualizzano. E rivendicano una precisa autonomia, anche normativa, come si legge in una lettera inviata all’assessore al Commercio, Giuliana Tedesco: «Apparteniamo alle tecniche bionaturali. Lo shiatsu si svolge esercitando pressioni con il palmo e con il pollice sulla persona vestita. Non si prevede l’uso di oli o creme, né si adotta alcuna tecnica tipo frizioni, impastamenti, sfioramenti. Il riferimento teorico è il sistema dei meridiani e si basa sul Taoismo, il Buddismo Zen e la Macrobiotica». Tra gli shiatsuka serpeggia il sospetto che «Palazzo civico voglia dare alle estetiste l’esclusiva di tutte le attività di manipolazione del corpo umano», dice Vico, che chiede a nome degli associati un chiarimento sull’interpretazione della delibera.

Anche perché il regolamento comunale impone di fatto un doppio vincolo: gli operatori shiatsu, per poter esercitare, devono aver frequentato tre anni di corso. Una fatica costosa, che però non basta. A fare da garante della loro professionalità, ora, può essere solo un estetista diplomato.




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Il Quartetto Cetra e l’oblio della Rai

Corriere della sera

Non sarebbe giusto programmare una serata speciale per ricordare i Cetra?



Il Quartetto Cetra negli anni '50 (Archivio Corriere)Il Quartetto Cetra negli anni '50 (Archivio Corriere)


Per disperazione sono andato a cercare una vecchia cassetta e mi sono rivisto la parodia dei «Promessi sposi » del Quartetto Cetra («Al Paradise», 1985) con Albano e Romina nelle vesti di Renzo e Lucia e la meravigliosa hit «Una lacrima sul Griso». A distanza di anni, pare un capolavoro irraggiungibile, per capacità di rilettura e sapienza nel cogliere tutti gli effetti scenici sparsi a piene mani da Alessandro Manzoni nel suo celebre «bal pour le pauvres», e nell’indovinare le sublimi note di regia distribuite fra le righe del romanzo.

Era successo questo. Incuriosito dalla notizia che Canale Italia (913 di Sky, ore 23.44) avrebbe celebrato il Quartetto, in omaggio alla scomparsa di Lucia Mannucci, ho aspettato fiducioso, ma poi mi sono trovato davanti (con tutto il rispetto) il «Sacher Quartet» che nella trasmissione «Cantando, ballando», presentata da Chicco Fabbri, interpretava alcune celebri canzoni dei Cetra. Tutto qui.

Già, ma la Rai che fa? Non sarebbe giusto, specie per il pubblico non più giovanissimo di Rai1, programmare una serata speciale per ricordare i Cetra? Nelle Teche Rai giacciono non solo preziose antologie della storia musicale del Quartetto, ma attendono di rivedere la luce le perle di «Biblioteca di Studio uno»: i quattro cantanti si esibivano in straordinarie parodie di libri celebri (da Il conte di Montecristo a I tre moschettieri, da La primula rossa all’Odissea) e sull’aria di celebri motivi innestavano parole nuove, scatenando l’effetto comico.

È così difficile organizzare uno spettacolo del genere? Si è del tutto persa la memoria storica di Viale Mazzini? Per una sera, invece di quel ballo per poverissimi che è «Ballando con le stelle» non si potrebbe lasciare spazio a «Il Visconte di Castelfombrone», «Un disco dei Platters», «Che centrattacco!» «Vecchia America» di Lelio Luttazzi e «Un bacio a mezzanotte» di Gorni Kramer?



17 marzo 2012 | 9:12



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Ghostbusters a caccia dell'arte perduta

La Stampa

Non solo «La battaglia di Anghiari»: dall’antichità ai tempi più recenti i capolavori scomparsi sono innumerevoli. Ma c’è chi non si rassegna



Autoritratto di Michelangelo Merisi, il Caravaggio (1571-1610). Prima di giungere a Roma, intorno ai 25 anni, deve aver lavorato in Lombardia: che fine hanno fatto quei dipinti?


Mario Baudino

Non c’è solo la battaglia di Anghiari nel lungo elenco di capolavori scomparsi, distrutti, nascosti, dimenticati, triturati dalla Storia e dagli eventi bellici o semplicemente introvabili, diventati leggenda, a volte ossessione. Qualche anno fa un discusso studioso inglese, Philip Mould, pubblicò un libro sulla Eccitante ricerca dei tesori d’arte perduti, che si intitolava Sleuth (Segugio). Raccontava di scoperte esaltanti, come quella avvenuta in Inghilterra quando il figlio di un ricco collezionista che aveva prestato al Rockwell Museum un quadro di Norman Rockwell, il grande illustratore americano del «realismo romantico», abbattè un muro e scoprì che l’originale era lì dietro, in casa. Quel taccagno del padre al museo aveva dato solo una copia.

Fatte le dovute proporzioni, e taccagneria a parte, la situazione è sempre la stessa, come lo sono il gioco delle parti, il clamore, l’atmosfera di sospensione e di meraviglia, le polemiche che in questi giorni fanno della caccia alla Battaglia di Anghiari, il Leonardo perduto di Palazzo Vecchio, a Firenze, un evento mediatico prima ancora che scientifico. Se poi dietro il muro del Vasari ci sia davvero l’agognato Graal, questa è già tutta un’altra storia. Non sappiamo neppure se lo riconosceremo, perché è probabile sia in pessime condizioni. È la maledizione - e anche il fascino - dei capolavori perduti, ridotti a traccia evanescente, spettro, sogno di un sogno. E non riguarda solo Leonardo. Ammesso che ancora esista e non sia in polvere da secoli, ad esempio, come potrebbe essere oggi l’Ercole di Michelangelo, scolpito dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, descritto dal Vasari, acquistato da Francesco I dopo l’assedio di Firenze, e scomparso in Francia intorno al 1713, all’epoca di Luigi XIV? C’è un disegno di Rubens che (forse) la riproduce, ed è tutto.

Le opere perdute sono innumerevoli. Il Rinascimento ha fatto strage del Quattrocento romano (dagli affreschi sulle storie di san Giovanni Battista realizzati da Gentile da Fabriano per San Giovanni in Laterano, a quelli di Pisanello che completò il ciclo, alle stanze di Piero della Francesca in Vaticano, ai Pinturicchio, ai Signorelli e agli altri maestri che vennero coperti nei Palazzi Vaticani e nella Cappella Sistina. Nella gran maggioranza dei casi ritrovarle è semplicemente impossibile, restano icone della nostalgia cui si può dedicare anche una grande mostra, come quella sul ‘400 a Roma, al Museo del Corso, nel 2008. Sono il segno che la storia, anche quella dell’arte, conserva e distrugge, inarrestabile. Qualche volta dimentica.

La graduatoria degli introvabili, dei fantasmi più ambiti, dei sogni filologici, è ovviamente diversa da studioso a studioso. Ognuno ha la sua «arca perduta», non tutti la dichiarano. Quella di Flavio Caroli, in sintonia con i suoi studi, è forse una delle più universali: «Caravaggio - dichiara - è uno dei più straordinari enigmi che conosca». Ed ecco perché: «Fino a qualche mese fa si pensava che fosse giunto a Roma a 23 anni, ora si propende per i 25. Ed era già un rivoluzionario. Come lo è diventato? Non lo sappiamo. Non esiste un solo quadro dipinto in Lombardia prima di quella data, ed è ovviamente impossibile che non abbia lavorato in ambiente lombardo. Abbiamo qualche vaga traccia, possiamo immaginare che si dedicasse a nature morte, cesti di frutta come la sua Fiscella conservata alla Pinacoteca Ambrosiana». Trovare un dipinto milanese sarebbe una scoperta più importante di qualsiasi Leonardo? «Sarebbe sconvolgente. Caravaggio resta l’unico caso nella storia dell’arte in cui non conosciamo, per così dire, il ritratto dell’artista da giovane».

Le speranze di arrivarci sono esili, e non sarà certo questioni di muri da superare o di botteghe da esplorare. Ci vorrebbe un colpo di genio, un momento fatato di serendipity come quello che portò alla scoperta di un maestro non solo ignoto, ma di cui per secoli non si sospettò neppure l’esistenza: Jan Vermeer. Fu un critico e studioso francese, Théophile Thoré Burger (1807-1869), spesso in esilio per le sue posizioni rivoluzionarie, a scoprire che fra i molti pittori olandesi a nome Vermeer ce n’era uno straordinario, e a stilare la lista delle sue opere: quando si trovò il testamento dell’artista, a Deft, si scoprì che corrispondeva perfettamente. La caccia ai capolavori perduti continua, aiutata da tecnologie sempre più sofisticate. Ma sarà difficile superare Thoré, che non ne aveva a disposizione proprio nessuna. E forse neppure necessario, fatte salve le ambizioni personali.

Salvatore Settis, da storico dell’arte antica, ci ricorda ad esempio come in questo campo tutto o quasi sia «perduto», e solo una percentuale minima di quelle opere sia arrivata a noi. Basti pensare a Policleto e Apelle, considerati l’uno il più grande scultore, l’altro il più grande pittore dell’antichità. «La speranza non è certo di trovare qualche loro opera, ma di cogliere un riflesso in più nelle copie romane o negli affreschi, che so, di Pompei», dice lo studioso. In ultima analisi, è anche giusto così. Perché l’«accanimento» - quasi terapeutico -, nei confronti dei grandi nomi e delle loro opere scomparse è «completamente sbagliato. In un momento molto difficile, in cui tutto sembra andare in malora, bisogna piuttosto salvaguardare quel c’è».

Settis pensa a un Leonardo magicamente ritrovato, il Salvator mundi esposto a Londra l’anno scorso, «che forse non è neppure un Leonardo». E a una miriade di casi che sconfinano nella «botta di teatro»: «Un paravento per nascondere la nostra incapacità di gestire il patrimonio esistente».



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Risolto il mistero del triangolo sul sole

La Stampa

Mauro Masserotti dell'Istituto Nazionale di Astrofisica: "Distribuzione dell'emissione a raggi X del plasma della corona"



Dal sito della Nasa, immagine del sole all'1,06 di oggi http://sohowww.nascom.nasa.gov/data/realtime/eit_284/512/



Il triangolo che mercoledì è stato osservato sulla Corona Solare altro non è che la distribuzione dell'emissione a raggi X del plasma della corona solare osservata dal telescopio del satellite GOES-15. è così che Mauro Masserotti dell'Istuto Nazionale di Astrofisica ha spiegato quell'apparzione, apparentemente misteriosa, triangolo sul Sole.

 «Le zone più chiare sono quelle corrispondenti ad alta emissività, associata alle regioni attive, dove i campi magnetici hanno configurazioni chiuse a forma di cappio che si riconnettono e danno origine ai brillamenti solari, cioè rilasci localizzati di enormi quantità di energia. Le zone più scure - ha aggiunto Messerotti - rappresentano regioni di bassa emissività, chiamate per questo buchi coronali, da cui si estendono nello spazio interplanetario linee di forza aperte del campo magnetico e flussi di vento solare veloce».

«Il contorno dei buchi coronali - ha spiegato l'esperto - è modellato dalla configurazione dei campi magnetici delle regioni circostanti e può assumere forme molto complesse, come in questo caso. Tali forme sono assolutamente fisiologiche ed il fatto che ci appaiono »strane« deriva  dall'interpretazione che ne fa il nostro cervello, il quale tende a riconoscere qualsiasi forma come una forma nota (ad esempio la sensazione di vedere gli occhi, il naso e la bocca sul disco della Luna piena). 

Ciò accade anche in questo caso, trattandosi di una forma estesa che ci sembra inusuale. è sufficiente però confrontare le immagini della corona solare riprese in altre bande dello spettro elettromagnetico per capire come non ci sia proprio nulla di anomalo sul Sole: è piuttosto attivo, ma come gli capita da almeno 4 miliardi di anni. Ci stavamo preoccupando per il prolungato periodo di inattività ed ora ci preoccupiamo se ci sembra di vedere qualcosa di strano, ma il fatto è che ci solletica il catastrofismo».



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Morto inventore Red Bull lascia fortuna di 5 miliardi

Libero

Il thailandese Chaleo Yoovidhya aveva 89 anni. Aveva creato il celebnre energy drink nel 1984 insieme a un socio austriaco


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Questa volta, la sua bevanda non è riuscita a mettergli le ali, come diceva un celebre spot televisivo. O, a seconda dei punti di vista, gliele ha messe davvero. Chaleo Yoovidhya, il creatore della Red Bull, l'energy drink diventato popolarissimo tra chi vuole qualcosa per tirarsi su, è morto a Bangkok alla veneranda età di 89 anni per cause naturali. Self-made man e oggi uno degli uomini più ricchi della Thailandia,  aveva fondato nel 1984, con un partner austriaco, Dietrich Mateschitz, l’azienda che poi trasformò la bevanda in un marchio venduto in 160 Paesi del mondo; ma aveva formulato negli anni '70 il prototipo del drink, battezzato Krathing Daeng, divenuto poi popolarissimo tra autisti e operai locali. Forbes aveva stimato la sua fortuna in circa 5 miliardi di dollari.


17/03/2012

Pacchetto giustizia la riforma allo studio in sei mosse chiave

La Stampa

Il compromesso difficile tra i partiti: mettere insieme garanzie, effettività delle pene, efficienza del sistema




Per la riscrittura del reato di concussione pesa il il parere di Berlusconi, sotto processo per il caso Ruby a Milano



A CURA DI FRANCESCO GRIGNETTI


PRESCRIZIONE
Si allungano i tempi per maturarla

Cambiano le regole sulla corruzione. Il governo presenterà presto le sue proposte in tema di prevenzione e di repressione a cui stanno lavorando i ministri Patroni Griffi e Severino: ci sarà più trasparenza nei processi decisionali in materia di appalti pubblici, rotazione obbligatoria negli incarichi per i dirigenti, ma s’innalzeranno anche le pene. Di conseguenza s’allungheranno anche i tempi della prescrizione, venendo incontro alle richieste dell’Ocse che aveva bacchettato l’Italia per l’inefficienza del nostro sistema penale. Tra le varie ipotesi c’è una idea-choc. Il dipendente pubblico che venga a conoscenza di una corruzione e che aiuti gli investigatori avrà garanzia di anonimato e potrà essere premiato con una quota dei soldi recuperati al termine del processo. Raggiunto l’accordo, tutti possono dirsi contenti. L’Alfano che rivendica: «Ho firmato io il ddl, figurarsi se potevo essere contrario». Oppure il Bersani del «ci siamo detti di andare avanti». «C’è una forte presa di coscienza - spiega il senso dell’intesa la ministra dell’Interno, Annamaria Cancellieri da parte dei partiti e da tutta la società civile. Occorre un cambio di marcia, un segnale importante perché la gente lo vuole e non ne può più».

CORRUZIONE
In arrivo anche quella tra privati


Per combattere la piaga della corruzione, ci sono alcuni nuovi reati in arrivo. Uno sarà la «corruzione tra privati». Finora la corruzione riguardava un accordo illecito tra un funzionario pubblico e un privato cittadino. Il funzionario pubblico si «vendeva» una firma, il corruttore pagava la mazzetta per avere un trattamento di favore. In futuro, anche l’accordo tra un manager e un subappaltatore, per dire, qualora ci siano mazzette sottobanco, sarà considerato reato.

La ministra Paola Severino da tempo ne parla e ha dovuto convincere il Pdl che questo nuovo reato era necessario perché si tratta di tutelare un bene importante quale è la libera concorrenza. Ovviamente sarà da vedere come il futuro reato verrà articolato. Il governo non vuole certo inserire nel codice una versione troppo estesa. Non si può pensare che rischi una condanna per «corruzione tra privati» il portiere d’albergo che suggerisce ai clienti un ristorante della zona e poi riceve dal ristoratore una qualche forma di ringraziamento, tipo la cena gratis. Sulla falsariga della corruzione attuale, sarà indispensabile che uno dei due soggetti abbia una posizione apicale e che pieghi il suo incarico, ricavandone soldi o altre utilità, per favorire una decisione che danneggia la sua società.

CONCUSSIONE
Sulla riscrittura il macigno Berlusconi


L’ Europa ce lo chiede. L’Ocse, pure. Il reato di concussione è una singolarità del codice penale italiano e se vogliamo armonizzare la nostra legislazione con quella dei Paesi Ue, e favorire anche così gli investimenti in Italia, dobbiamo cancellare il reato stesso. C’è anche questa riscrittura della concussione, nell’accordo tra i partiti e il governo. Il che non significa impunità per i concussori. Tra le ipotesi allo studio c’è una riscrittura dei reati di corruzione e di estorsione per ricomprendere quelle condotte che finora erano catalogate come concussione.

C’è però un imputato eccellente, Berlusconi Silvio, che in questo momento è sotto processo per concussione a Milano (il caso Ruby) e che potrebbe essere molto interessato all’esito di questa riscrittura dei reati. L’ex premier è accusato di avere concusso i dirigenti della questura di Milano con la sola forza del suo incarico. I tecnici del diritto dei vari partiti sono settimane che s’interrogano su quale potrebbe essere la ricaduta pratica a Milano per una decisione del genere in Parlamento. Pd e Idv, nel dubbio di fare un favore a Berlusconi, la settimana scorsa hanno ritirato alcuni loro emendamenti che abolivano la concussione.

INTERCETTAZIONI
Cautela e misure soft su editori e cronisti

Anche sulle intercettazioni, qualcosa sta per cambiare. Sono anni che il Parlamento si dilania per modificare la legislazione senza costrutto. Ci provò il ministro Mastella ai tempi del centrosinistra. Ci ha provato Alfano (e Ghedini) ai tempi del centrodestra. Ora entra in campo la Severino, che forse non sarà entusiasta dell’incombenza, ma è questo uno dei cardini dell’accordo tra i partiti. Troppo presto per entrare nei dettagli, si sa solo che il governo non ha alcuna intenzione di infilarsi nelle polemiche sul «bavaglio» e quindi ci saranno misure molto soft su editori e giornalisti. Piuttosto si ripartirà dal ddl Mastella che era stato votato a larga maggioranza da un ramo del Parlamento nel 2008 e dal ddl Alfano che anch’esso è stato votato da un ramo del Parlamento, arenatosi sull’accordo Bongiorno-Alfano che non piaceva a Berlusconi. Unendo i due testi, la Severino è intenzionata a procedere con somma cautela. Partirà dai punti condivisi. E sul resto si vedrà. Giornalisti, avvocati e magistrati hanno già alzato le antenne. Il sindacato dei giornalisti: «No a patti che limitino l’informazione». Il Consiglio nazionale forense: «Stralciare quello che non è rilevante e niente processi in tv». Cosimo Ferri a nome della corrente Magistratura Indipendente: «Bene evitare fughe di notizie, dannose per le indagini, e lesive di diritti».

RESPONSABILITA' DELLE TOGHE
Il risarcimento chiesto allo Stato, non al giudice

La responsabilità civile dei giudici è un tema incandescente. I partiti regolarmente litigano quando ne parlano. Si trasformano immediatamente in partigiani. Eppure Alfano e Bersani sono usciti cinguettando dal vertice di palazzo Chigi. Una volta di più, è la ministra Paola Severino che dovrà trovare la quadratura. L’accordo generale è che occorre una «soluzione equilibrata». Il sottinteso è che l’attuale formulazione, così come proposta dal leghista Pini e votata alla Camera un mese fa, non è affatto equilibrata. Il governo è orientato a ripristinare il meccanismo indiretto: il cittadino che si considera vittima di un errore giudiziario potrà chiedere un risarcimento allo Stato; sarà poi lo Stato a rivalersi eventualmente sul giudice. A grandi linee, è il meccanismo attuale per come lo aveva inventato l’allora ministro Giuliano Vassalli. Ma è ormai pacifico che il meccanismo non funziona. «E poi non si può cancellare con un schiocco di dita il voto della Camera», spiegano al ministero della Giustizia. I magistrati avvertono che il pericolo non è del tutto scampato e diranno le loro ragioni martedì prossimo, in un’audizione autorizzata da Schifani.

ARTICOLO 18
Distinguere licenziamenti discriminatori o motivati

Lo slogan è suggestivo: va velocizzato il processo sulle cause di lavoro. E infatti sono tutti d’accordo. Figurarsi. E in effetti è uno scandalo che le cause davanti al giudice del lavoro durino anni. Oltretutto un tempo queste cause potevano essere avviate senza grande spesa e invece uno degli ultimi decreti di Tremonti aveva innalzato alle stelle il cosiddetto «contributo di giustizia», che è una tassa preliminare che si paga per avviare una causa civile. Per sbloccare la trattativa sull’articolo 18, però, il governo ha gettato questa carta sul tavolo: non solo dare al giudice del lavoro la competenza di stabilire se un licenziamento è discriminatorio (e quindi sempre vietato) oppure motivato per ragioni economiche (e quindi possibile). Come velocizzare questo processo, però, non è ancora chiaro. Il governo ha già deciso di rafforzare gli organici delle sezioni speciali dedicate alle imprese. Ma già il Consiglio nazionale forense avverte: «Ogni rapporto di lavoro diventerebbe più conflittuale. Il lavoratore, maggiormente esposto a possibili arbitri. Affidare poi al giudice la scelta tra reintegro e risarcimento è inaccettabile».



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La tassa sui telefonini è ancora in vigore

La Stampa


La tassa sulle concessione governative sui contratti di abbonamento per l’utilizzo dei telefonini va pagata da tutti gli utenti, siano essi privati o amministrazioni pubbliche non statali, come i Comuni. Il chiarimento arriva dall’Agenzia delle Entrate che, con la risoluzione n. 9/E, risponde a un interpello trasmesso dall’Agenzia interregionale per il fiume Po. Il tributo, istituito dall’art. 21 della tariffa annessa al DPR n. 641/1972, è dovuto «per la licenza o documento sostitutivo per l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio pubblico terrestre di telecomunicazioni (art. 318 DPR n. 156/1973 […]) per ogni mese di utenza».

Poiché il Codice delle comunicazioni (d.lgs. 259/2003) ha abrogato l’art. 318 citato, è sorto il dubbio se fosse ancora in vigore l’obbligo di pagamento della tassa di concessione governativa per la telefonia mobile. Da qui la richiesta di chiarimenti rivolta all’Agenzia delle Entrate. Il tributo non è stato abrogato dal Codice delle comunicazioni. E la risoluzione n. 9/E afferma che il tributo non è stato intaccato dall’entrata in vigore del Codice delle comunicazioni: anche a seguito dell’abrogazione, infatti, non risulta modificato il presupposto di applicazione della tassa. La tassa è dovuta quando viene rilasciato all’utente il documento attestante la sua condizione di abbonato.

Non c’è più la «licenza», ma esiste ancora «il documento sostitutivo», che è rappresentato dal contratto di abbonamento dell’utente con gli operatori telefonici autorizzati, ex art. 33, comma 2, D.M. n. 33/1990. In ogni caso, il contenuto dell’art. 318 cit, espressamente abrogato, è stato ripreso e letteralmente trasfuso nell’art. 160 D.L. n. 259/2003: il presupposto impositivo della tassa non è venuto meno.

E la vigenza dell’art. 21 della tariffa trova ulteriore conferma in altre disposizioni normative. Le amministrazioni pubbliche non statali non sono esentate dal tributo. L’Agenzia chiarisce, infine, che la qualifica di amministrazione pubblica non esclude detti soggetti dall’obbligo di pagamento della tassa, e richiama una precedente risoluzione (55/2005) che riconosce un’esenzione per le amministrazioni statali ma ha escluso da tale regime di favore quelle non statali.


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Come essere felici con 200 euro al mese»

Corriere della sera

La storia di «Pecoranera», alias Devis Bonani, che ha scelto di vivere nella natura


MILANO - Altro che Bot e Btp. Piselli e ravanelli sono al centro della sua vita. E poi la serra e le pannocchie rosse. Lontano anni luce dallo spread e dagli ammortizzatori sociali, ecco il «vivere altrimenti» di Devis Bonanni. Classe 1984, nato e cresciuto a Raveo, quattrocento abitanti in Carnia (in provincia di Udine), Devis a 23 anni decide di abbandonare l'impiego come tecnico informatico e si trasferisce in una casetta prefabbricata riscaldata solo da una stufa a legna per dedicarsi a tempo pieno a quella che battezza «vita frugale». Vale a dire l'orto, la serra e i campi. Da questa scelta nasce l'appellativo «Pecoranera», che diventa prima un blog, poi un libro della Marsilio: «Si definisce pecora nera della famiglia o di un gruppo di conoscenti un individuo che ha imboccato una cattiva strada o che non soddisfa le aspettative degli altri componenti».




IL BLOG - La cattiva strada viene raccontata dal 2003 sul blog dove posta pensieri come questo: «Ho iniziato quest'avventura per verificare se fosse possibile vivere altrimenti. Auto-produrre buona parte del cibo di cui ho bisogno, muovermi con mezzi alternativi all'automobile, riscaldare la casa con la legna e compiere tutte quelle scelte che sono annoverate tra le abitudini del bravo ecologista. In parte sento di esserci riuscito anche se non mancano incoerenze e piccole storture». Chiaro? Non una fuga ma una scelta. «Non sono un'eremita, non fuggo dalla modernità». E come contraddirlo? Le sue scelte sono sorprendenti: non ha il frigo ma ha un cellulare. Ha venduto l'auto e gira in bici. Niente tv, ma un pc portatile con connessione Internet.

200 EURO AL MESE - Denis vive delle uova delle sue galline e di ciò che cresce nel suo appezzamento. «Lavorare la terra è una parte di me, è come camminare, respirare». Per le spese gli bastano 200 euro al mese che guadagna vendendo appunto le «eccedenze»: pomodori, melanzane, verdura fresca d'estate, fagioli e farina di mais. Non paga l'affitto (la casa è di proprietà della sua famiglia), la bolletta del gas non esiste, ha boiler e stufa a legna. E per cosa spende? «Sfizi» li chiama lui: olio, pastasciutta e pane, una volta ogni tanto. E quanto spende? Venti euro al mese, per gli sfizi.

CIOCCOLATA- Ma Devis ha anche i suoi momenti di crisi. Durante un fugace tuffo nella «nostra» realtà scrive: «Sono al supermercato per procurarmi quei beni voluttuari cui non rinuncio mai. Birra e cioccolata su tutti. Cioccolata in particolare, in tutte le declinazioni, dalla barretta alla merendina ripiena. In quest'epoca il cibo è come una puttana, sempre disponibile – basta pagare. Sugli scaffali del supermercato vedo di tutto e di ogni cosa vorrei fare incetta ma rimango ancorato ai peccati di cui sopra. La bici l'ho lasciata fuori, la crisi ipoglicemica mi fa salire la bava alla bocca. Immagino un mio progenitore della savana con lo stesso languore mentre sta alle calcagna della preda. La mia lancia è il braccio, l'allungo e afferro una preda già morta, lavorata e confezionata. Meno cruento, colgo dall'albero-scaffale un frutto mai scarso, sempre perfetto e identico a se stesso».

NON UNA FUGA, UNA SCELTA - E le ragazze? Con una vita così, le ragazze fuggono e al contempo sono affascinate. All'inizio scappavano, adesso che è quasi una celebrità i contatti con il gentil sesso sono cresciuti in misura esponenziale. Chi pensa che Devis sia l'espressione di un disagio generazionale, di una frattura tra genitori e figli, tra il boom economico e la decrescita felice, non si sbaglia. Ma la novità è che Denis è tra i pochi che fa coincidere il pensare con l'agire: «I bisogni schiacciano noi e ammorbano il Pianeta… Sediamo a tavola annoiati da tanta abbondanza e sapore.

Senza fame non ci sarà pietanza in grado di soddisfarci. Perché abbiamo bandito la fame dalle nostre tavole?». Quindi ci ammonisce: «Il nostro corpo immoto si ammala nel suo stesso torpore. Allora corriamo sul tapis roulant come criceti che non hanno altro mondo che la propria gabbia». La differenza è questo detto, Devis sceglie e agisce, così cambia il suo stile di vita. Nessuna fuga però. Devis è rimasto a Raveo, abita nella periferia del mondo ma pur sempre nel mondo. «In questa nuova vita non ci sono domeniche. Le settimane non segnano più il passo. È la natura a scandire il tempo. Non dovremmo portare più orologi al polso, come cappi al collo». L'unico dilemma è: Devis, quanto durerà?

Nino Luca
13 marzo 2012 (modifica il 17 marzo 2012)