venerdì 16 marzo 2012

Scoop a casa della Boccassini

di -

Nei verbali secretati di Gioacchino Genchi spuntano il nome del procuratore aggiunto a Milano e i suoi rapporti personali con i giornalisti


Rapporti ravvicinati di un certo tipo tra giornalisti e magistrati. Rapporti pericolosi che s’intersecano con fughe di notizie pilotate, scoop «criminali» e scambi di atti giudiziari, coperti dal segreto e non.



Ilda Boccassini

Dal verbale bomba di del superconsulente Gioacchino Genchi, segretato al Copasir, spuntano i nomi di Ilda Boccassini, del procuratore antimafia Piero Grasso, del suo vice Cisterna, dei pm calabresi Mollace e Macri, dell’ex capo degli ispettori Miller, di tante altre toghe controllate via tabulati. Rivelazioni devastanti quelle dell’esperto informatico Gioacchino Genchi che il 17 aprile sarà alla sbarra a Roma insieme all’ex pm Luigi De Magistris per rispondere dell’accusa di aver prelevato e utilizzato senza apposita autorizzazione i tabulati telefonici di Prodi, Mastella, Pittelli, Minniti, Pisanu, Gentile, Gozi e pure di Rutelli che quel 30 maggio 2009 guida l’audizione di Genchi in quanto presidente del comitato di controllo sui servizi segreti.


L’anticipazione del sito Dagospia delle indiscrezioni raccolte dal settimanale Tempi invitano a spulciare nelle 150 pagine di audizione custodite in cassaforte. Nell’affrontare l’imbarazzante capitolo del perché si arrivò a controllare il traffico telefonico dell’ex capo dei Servizi segreti militari, Nicolò Pollari, Genchi si contrappone spesso ai presenti. Giura di non aver mai saputo che quell’utenza corrispondesse al numero uno dell’intelligence nonostante un preciso indizio uscisse, per tempo, dall’agenda elettronica del generale della guardia di finanza, Walter Cretella, perquisito da De Magistris. Gli domandano: «Quando lei ha visionato, come esperto della procura, la rubrica del generale Cretella e ha letto “Gen. Pollari” non le è venuto il dubbio che si trattasse del generale Pollari del Sismi?».



Risposta lapidaria: «No». Seguita da altra singolare puntualizzazione: «Ho saputo che il tabulato era il suo solo quando l’hanno scritto i giornali». E nel mentre la discussione prosegue, da un lato, sul perché ci si concentrò tanto sul numero uno di Forte Braschi che nulla c’entrava con Why Not («non ho avuto niente contro Pollari e anzi, sulla base di altre risultanze processuali, ho maturato un sentimento di profonda ammirazione nei suoi confronti anche per le vicende di cui è oggetto») e dall’altro si dibatte di una sua vecchia intervista a Repubblica dove affermava che tutto sommato i tabulati di Pollari erano repliche dei tabulati già acquisiti dalla procura di Milano (il pm Spataro all’epoca lo smentì), Genchi tira in ballo cronisti amici che gli avrebbero passato carte sottobanco: «Mi sono procurato tramite alcuni amici giornalisti di avere i provvedimenti di Milano dai quali risultava il numero di Pollari nell’indagine Abu Omar. Volevo difendermi dagli attacchi...».



Lì per lì Genchi non fa i nomi. Ma quando passa a parlare di oscure trame fra indagini di ’ndrangheta, fughe di notizie pilotate e scandalo Telecom, cita Lionello Mancini del Sole 24 ore, amico di Gianni Barbacetto del Fatto. Nell’anticipazione di Dagospia su Tempi si azzarda: «Chi fossero questi “amici giornalisti” non c’è scritto nella relazione del Copasir. Lo si può sospettare solo quando Genchi, nel vortice di un’audizione deragliata al caso Telecom-Tavaroli, riferirà ai commissari di una - a suo dire - misteriosa triangolazione telefonica riguardante un aspetto di quella storia». Nel verbale, riprendendo retroscena collegati a Mancini, il consulente afferma: «Posso anche dirvi chi è stato. Gianni Barbacetto (perché io ho molti amici giornalisti) che ho conosciuto a Palermo molti anni fa, il quale mi disse di essere amico di Ilda Boccassini, con cui sarebbero andati a casa sua».


Barbacetto, contattato dal Giornale, cade dalle nuvole: «Così come si legge dal verbale non è chiaro quel che vuole dire Genchi. Io non ho mai preso documenti dalla Boccassini da girare a Genchi al quale, al massimo, posso aver detto di aver conosciuto Lionello Mancini (che a un certo punto si mise a scrivere contro Genchi «e Gioacchino era molto preoccupato») a una festa a casa della Boccassini, dove andai con mia moglie, ma anni e anni prima rispetto ai fatti di cui si parla e in un periodo in cui Ilda era ancora socievole coi giornalisti.


Ere geologiche precedenti a questa». E Genchi? «L’ho conosciuto a Palermo, ma più recentemente per scrivere delle note inchieste che seguiva con De Magistris. Ma di Pollari non avevo né carte né numeri. Al massimo posso avergli girato qualche atto giudiziario vecchio, pubblico, in possesso di qualsiasi cronista».




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In Pakistan contro la cybercensura: Bahrein e Bielorussia tra i "cattivi"

La Stampa


Nella giornata contro la censura di Internet promossa da Reporters Sans Frontières, denunce e nuovi ingressi nella lista dei nemici della Rete
CLAUDIO LEONARDI


In concomitanza con la «Giornata internazionale contro la censura di Internet», sono stati aggiunti nuovi nomi alla lista dei Paesi nemici della Rete e nuove denunce si sono alzate contro possibili forme di repressione della libertà d'espressione online in Pakistan.

L'Hrcp, la Commissione dei diritti umani del Pakistan (Human Rights Commission of Pakistan), in particolare, ha espresso profonda preoccupazione per il tentativo da parte del Ministero dell'Information Technology di limitare la creatività e la libera circolazione di idee su Internet, attraverso un vasto sistema di filtraggio che potrebbe bloccare fino a 50 milioni di Url 'indesiderabili' a livello nazionale.

Il National Ict Fund Rd del Ministero dell'Information Technology ha infatti emesso a febbraio una sorta di bando rivolto a università, istituti di ricerca, aziende e organizzazioni perché presentassero, entro il 16 marzo, un progetto per la creazione di un sistema di controllo e filtraggio del web. L'appello sosteneva che l'accesso a Internet in Pakistan è per la maggior parte libero e senza filtri, così che Internet Service Provider (Isp) e fornitori di dorsale del Paese necessitavano di un sistema ad alte prestazioni per bloccare milioni di Url con contenuti sgraditi, come notificato dalla Pakistan Telecommunication Authority (Pta).

Il Pakistan, insomma, rischia il triste privilegio di finire nella lista di “nemici di Internet”, accuratamente compilata e aggiornata dall'associazione internazionale a difesa della liberta di stampa e di parola Reporters sans frontières. Proprio in questi giorni, si è aggiunto alla lista il Bahrein, da oltre un anno scosso da forme di ribellioni simili a quelle che hanno attraversato Libia, Algeria, Tunisia ed Egitto. Il Paese è colpito da dure forme di repressione: blogger arrestati e attivisti dei diritti umani perseguitati. All'inizio di quest'anno, il corrispondente del New York Times, Nick Kristof, e altri giornalisti che cercavano di coprire il primo anniversario delle proteste contro la monarchia sunnita, sono stati tenuti fuori dal Paese con la scusa di un eccesso di richieste.

Sono ormai 12 i governi marchiati come nemici di Internet. Oltre al Bahrein, ha fatto il suo ingresso anche la Bielorussia, aggiungendosi a Iran, Corea del Nord, Birmania, Cina, Cuba, Arabia Saudita, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

Nella relazione annuale all'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2011, il relatore speciale dell'Onu sulla promozione e la tutela del diritto alla libertà di opinione e di espressione, Frank La Rue, ha sottolineato che le restrizioni al flusso di informazioni su Internet dovrebbero avvenire ”in poche circostanze del tutto eccezionali e limitate, previste dal diritto internazionale per la tutela di altri diritti umani".

Come ha ricordato anche il presidente pakistano della Federazione Internazionale per i Diritti Umani (Fidh), Souhayr Belhassen, "Il diritto internazionale impone una soglia alta sul tipo di espressioni che potrebbero essere legittimamente limitate, come ad esempio l'incitamento all'odio razziale o la pornografia infantile, ma le restrizioni in Pakistan su espressioni che sono semplicemente critiche verso il governo o sgradevoli per le norme sociali prevalenti non sono compatibili con queste categorie".

Nel 2011, le autorità pakistane chiesero agli operatori di telefonia mobile di censurare gli SMS, fornendo un elenco di 1.600 vocaboli interdetti, tra cui "Gesù Cristo", "lingua", "fata", "omicidio" e "piede d'atleta." L'agenzia fece marcia indietro dopo una reazione violenta da parte dei fornitori di telecomunicazioni e dei media pakistani.

Fidh e Hrcp hanno chiesto al governo pakistano di sospendere l'istituzione del sistema di filtraggio e di accertarsi che la misura non finirà per istituzionalizzare la censura e la sorveglianza di Internet. La società civile e i gruppi per i diritti umani dovrebbero essere consultati sistematicamente e le loro raccomandazioni debitamente incluse nei termini del progetto di riferimento in modo che la decisione su quali contenuti debbano essere bloccati non sia lasciata ai capricci dei burocrati. Un organo giudiziario indipendente dovrebbe determinare necessità e giustificazioni per bloccare un particolare sito web. Se l'appello sarà accolto, forse il Pakistan non finirà nella lista nera dei nemici di Internet. Una lista da cui si può anche uscire onorevolmente, come dimostrano i recenti casi di Libia e Venezuela, depennati dall'elenco annuale dei cattivi di Rsf




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L'hacker che rubava le vite via webcam

Corriere della sera

Mijangos ha spiato i computer di 230 persone e le ha ricattate



Luis Mijangos all'uscita del tribunale (news.24by7info.net)Luis Mijangos all'uscita del tribunale (news.24by7info.net)

MILANO - Spiava le sue vittime attraverso le webcam, entrava negli hard disk, rubava foto e informazioni. E poi le ricattava. Torna a far discutere l'incredibile vicenda dell'hacker messicano Luis Mijangos, arrestato nel settembre del 2011, con l'accusa di aver spiato più di 230 persone, alcune delle quali minorenni. Il reporter americano David Kushner, esperto di giornalismo tech, ne ha ripercorso la storia sulle pagine di GQ e di Wired, mentre ancora oggi nuove vittime si fanno avanti per denunciare di essere cadute nella rete di Luis.

LA LUCINA LAMPEGGIA - Figlio di un agente di polizia federale di Città del Messico, a 16 anni Mijangos rimane coinvolto in una sparatoria, un proiettile vagante lo colpisce e il ragazzo rimane paralizzato. A quel punto Luis con la famiglia si trasferisce in California, si iscrive ai corsi di informatica e scopre quanto sia facile violare il computer di una persona. All'inizio si limita a truffare i siti di e-commerce. Poi va oltre. Grazie a programmi reperibili facilmente in rete, riesce a trovare un sistema per controllare oltre 600 computer contemporaneamente. E scopre come la webcam diventi un canale per osservare le persone e scoprire tutti i loro segreti. Così inizia ad entrare nei forum e sui social network e lancia le sue esche, "infettando" le vittime con link grazie ai quali entra nei loro pc. La prima è Kiki, una prostituta, trovata su un forum di escort.

Poi è il turno di Gina. Anche ragazzine minorenni finiscono nella sua rete. Luis non riesce più a fermarsi. Le donne vengono ricattate e spaventate in diretta. Alcune si rivolgono alla polizia. Ma immediatamente ricevono messaggi minatori in chat «So cosa stai facendo, se non vuoi che metta in rete le tue foto hard smettila subito». Per le ragazze la vicenda si trasforma in un incubo da film dell'orrore. Intanto la lucina della webcam continua a lampeggiare: Luis vede tutto quello che accade nella casa delle donne, momenti intimi compresi. La voce si diffonde, per 150 dollari questo ragazzo è disposto a violare il computer di chiunque, in qualunque parte del mondo.


"SEXTORTION" - Il 10 marzo del 2010, il giorno del suo 31esimo compleanno Mijangos viene arrestato da una squadra di agenti dell'Fbi. Passano 18 mesi e la sua foto in sedia a rotelle fa il giro del mondo. L'accusa è di estorsione e "sextortion", la condanna sette anni di carcere. Al giornalista che lo ha intervistato nella sua cella spiega: «Lo facevo per frustrazione, quelli si divertivano, facevano progetti, balli di fine anno, feste. Io non ho mai vissuto nulla del genere. E allora pensavo: perché non provi a passare delle giornate di merda come le mie?».


Marta Serafini
Twitter: @martaserafini
15 marzo 2012 | 16:21


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Cameraman uccide il coniglietto senza orecchie

Corriere della sera

Calpestato inavvertitamente durante la presentazione pubblica in tv. Era già diventato la star di uno zoo in Sassonia


MILANO - Il simpatico animaletto avrebbe dovuto diventare presto la nuova star di un piccolo zoo in Sassonia: un coniglietto senza orecchie. Ma poi è arrivato un uomo con delle scarpe grosse.


STELLA MAI NATA -
Siamo a Limbach-Oberfrohna, in Germania. Tre settimane fa, nel parco animali della cittadina tedesca era nato un coniglio domestico molto particolare. Come per altri sui predecessori, diventati nottetempo delle celebrità internazionali, anche il coniglietto era sulla giusta strada per essere amato dal pubblico e dai media di tutto il mondo. L’animaletto, infatti, era venuto alla luce senza orecchie. Tanto è bastato, insomma, per far subito il giro del web ed innescare il solito tam tam sui social network. Senza contare il potenziale giro d'affari che avrebbe potuto generare il coniglietto, fra contratti pubblicitari e gadget. Ma la sua carriera è terminata, purtroppo con un epilogo tragico, ancor prima di cominciare.

L'INCIDENTE - Cos’è accaduto? Dunque, andiamo per ordine. In questi giorni era prevista la presentazione ufficiale alla stampa del coniglietto senza orecchie; sarebbe stato battezzato col nome «Til», da Til Schweiger, il noto attore tedesco che ha già calcato le scene internazionali, protagonista della commedia campione d’incassi in Germania «Keinohrhasen» (Coniglio senza orecchie). Mercoledì scorso, durante le riprese che avrebbero raccontato la storia della nuova stella dello zoo, un cameramen ha calpestato accidentalmente il piccolo animale con un passo falso all’indietro. E lo ha ucciso. «È morto all’instante, non ha sofferto», ha detto il responsabile dello zoo, Uwe Dempewolf.

Che aggiunge: «Siamo tutti sconvolti e non ci possiamo credere». Prima dell’incidente il coniglio senza orecchie si trovava insieme ai suoi cinque fratelli e alla madre in una stalla a parte all’interno del parco animali. Era diventato la mascotte dello zoo. Numerose persone da tutta la Sassonia avevano già fatto richiesta per visitare il coniglio senza orecchie. «Eravamo così contenti di poter presentare il piccolo animale e vederlo crescere qui da noi», ha aggiunto Dempewolf. Che, tuttavia, ci tiene a sottolineare: «Non è stata colpa del cameraman, lui è il più scosso di tutti. È stato solamente un tragico incidente».

SARA' IMBALSAMATO - Perchè il coniglietto fosse nato senza orecchie non è ancora stato del tutto chiarito. Probabilmente si tratta di una malformazione genetica. «Può anche darsi che la madre gli abbia morsicchiato le orecchie», ha spiegato il presidente dell’associazione degli allevatori di conigli di razza della Sassonia, Michael Rockstroh. Ciononostante, si tratta «di un caso assai raro». Appena lo choc sarà superato lo zoo valuterà l’ipotesi di imbalsamare il coniglio. Per la «felicità» di tante persone che in tutta la Germania avrebbero quasi certamente imparato ad amarlo.



Elmar Burchia
15 marzo 2012 | 14:35




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Cadaveri eccellenti? La mostra evento di von Hagens, l'artista «dottor morte»

Corriere del Mezzogiorno

Il Comune sta lavorando per accogliere all'Albergo dei poveri la mostra dell'anatomopatologo tedesco che conserva i morti sostituendo i liquidi col silicone



Una delle opere di Von Hagens
Una delle opere di Von Hagens


NAPOLI - Real Albergo dei Poveri potrebbe ospitare tra aprile e maggio il «dottor Morte». Il Comune di Napoli, infatti, sta lavorando per accogliere nell'edificio di origine borbonica la mostra di Gunter von Hagens, l'anatomopatologo tedesco inventore della plastinazione. Del procedimento, vale a dire, che permette la conservazione dei corpi umani tramite la sostituzione dei liquidi con polimeri di silicone. Procedura che von Hagens utilizza da circa 15 anni e che gli ha permesso di allestire in tutto il mondo numerose mostre, tanto visitate (33 milioni di spettatori in 60 città, giurano i suoi collaboratori) quanto discusse e contestate.

IN ARRIVO 200 ORGANI E 20 CADAVERI - L'evento, che potrebbe essere organizzato nel monumentale edificio di Piazza Carlo III - solo parzialmente restaurato ed oggetto di lavori che procedono molto lentamente, non essendo le imprese pagate da due anni - è un allestimento di 200 organi e 20 cadaveri interi. Corpi ritratti in pose plastiche, raffiguranti sculture dell'epoca antica o combinati in maniera tale da raffigurare scene di vita quotidiana. Body World, questo il titolo voluto dai promotori, ha già fatto tappa a Roma a febbraio, alle Officine Farneto - sedici euro il biglietto d'ingresso - e, secondo il proposito dichiarato in quella occasione alla stampa dall'anatomopatologo, «rappresenta un mezzo per divulgare al grande pubblico la complessità del corpo umano ed i temi della salute». Obiettivi ambiziosi, come si vede. Propositi umanitari che tuttavia non hanno risparmiato all'artista - medico, in tanti anni, critiche, accuse anche feroci, ostracismi. In Francia gli allestimenti delle sue opere sono stati proibiti.


I cadaveri eccellenti di von Hagens: le foto


LA CHIESA TEDESCA LO ACCUSA - La chiesa protestante tedesca lo ha accusato, senza perifrasi, di speculare volgarmente e per fini commerciali sulla morte. C'è stato perfino chi, in verità senza addurre prove concrete, tempo addietro ha sostenuto che alcuni dei corpi impiegati da von Hagens siano stati acquistati in Cina e fossero appartenuti ai giustiziati nella Repubblica Popolare, come è noto prodiga di sentenze capitali, inflitte per una vasta categoria di reati. Insomma, dire che von Hagens sia un personaggio discusso è ancora un eufemismo. Polemiche e denunce, però, non hanno evidentemente scalfito la fiducia dell'amministrazione comunale partenopea negli scopibfilantropici e nel valore artistico delle mostre di cadaveri «plastinati» organizzate dall'anatomopatologo.

L'INCONTRO ORGANIZZATIVO - L'otto marzo, infatti, si è svolto un incontro durante il quale sono stati affrontati in via preliminare alcuni dei problemi legati all'allestimento dell'evento in un'area, quella dell'edificio borbonico, che è tuttora in parte destinata a cantiere. Una riunione operativa alla quale hanno partecipato tra gli altri Fabio Di Gioia, amministratore della società che gestisce l'organizzazione della mostra; un dirigente di Napoli Servizi; il responsabile dell'ufficio progetto per il recupero dell'Albergo dei Poveri; l'architetto Renata Ciannella, dello staff di Luigi De Falco (Urbanistica) e Lucia Russo. Staffista, quest'ultima, dell'assessore allo Sport ed alle Pari Opportunità, Pina Tommasiello, e cugina del sindaco de Magistris.


Proprio la dottoressa Russo, racconta chi sta seguendo da vicino la pianificazione del progetto, è la più entusiasta sostenitrice dell'idea di accogliere a Napoli i cadaveri «plastinati» dell'anatomopatologo tedesco. Il «Corriere del Mezzogiorno» l'ha contattata ieri mattina, per chiederle dettagli. «E' ancora solo una ipotesi - la sua scaramantica risposta - non abbiamo ancora chiuso il lavoro. Risentiamoci tra un paio di giorni. Certo, ci stiamo provando. L'evento dovrebbe svolgersi in primavera». Se tutto andrà come si augurano a Palazzo San Giacomo, l'edificio che Carlo III volle per ospitare i poveri del Regno accoglierà dunque anche i cadaveri e gli organi che von Hagens porta in giro per il mondo.


Fabrizio Geremicca
15 marzo 2012



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Quella carcassa di cavallo tra i rifiuti

Il Mattino


Questa città procede piano piano sempre più verso il declino. Ormai il fatto che il cadavere (perché io con qualcun altro che viene chiamato fanatico ambientalista) di un cavallo sia abbandonato a bordo strada come un frigo o un vecchio apparecchio tv è un problema di "Munnezza".

Perché il cavallo forse non ha diritto di vita e neanche di morte decente. Non ha diritto a una sua dignità neanche da morto. No. È solo un problema che puzza. Il cavallo è un problema. Ma non la "munnezza d ’a gente". Che bella città!


Marco Marmorino - Napoli



Caro Marmorino, la carcassa del cavallo tra i rifiuti di una improvvisata discarica a cielo aperto è una delle immagini più raccapriccianti di Napoli pubblicate dal Mattino negli ultimi anni. Non è solo una spia dell’emergenza strisciante che ogni tanto fa capolino in una città distratta e con la coazione a ripetere i suoi mali, ma testimonia lo sprezzo perfino della pietà.

Che si tratti di un animale nobile come il cavallo o di un uomo, in fin dei conti, fa poca differenza. Quando si arriva a considerarli rifiuti, per quanto speciali, oltre che la nostra sana indignazione dovrebbero scattare mille campanelli d’allarme. E invece nulla. Magari qualcuno si sarà fatta pure una grassa risata.


Tutto questo quando l’approvazione del nuovo decreto rifiuti ci fa riprecipitare nell’incubo dell’emergenza che abbiamo vissuto fino a pochi mesi fa. Il motivo? Semplicissimo: il sindaco non vuole termovalorizzatori nella sua area per non scontentare gli elettori. I paesi del Napoletano rifiutano le discariche perché ammorbano l’aria e la salute. E in compenso si pagano fior di quattrini per portare la monnezza di Napoli all’estero con le navi. Poi sarà difficile dar torto alla Lega che, pur facendo un paradossale danno alle casse dei propri impianti di smaltimento, respinge i rifiuti di Napoli. Ammettiamolo.




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Tre genitori (tutti gay) sono meglio di due

Corriere della sera


Finisce alla Corte d'Appello di Londra il caso di un donatore di sperma che rivendica il diritto di crescere il figlio


MILANO – Un uomo gay che ha regalato il proprio sperma, una madre biologica felicemente innamorata di un’altra donna (tecnicamente definita assistente alla concezione) e un bimbo di due anni: questi sono i protagonisti di un contenzioso legale in Gran Bretagna sugli oneri e onori nelle famiglie alternative e che per il momento ha dato ragione al donatore, con una sentenza storica che sancisce la possibilità per un figlioletto di avere tre genitori egualmente coinvolti nella sua educazione. Non vi può essere un mero contratto legale, né il padre può essere considerato un semplice donatore senza alcun diritto: questo il senso della sentenza della Corte d’Appello di Londra che riconosce il ruolo e i diritti del padre anche in una famiglia con due madri. Sottolineando che, come riporta il Guardian, ciascun protagonista della bizzarra famiglia ha un compito primario e cruciale: papà, mamma biologica e fidanzata della mamma.

ACCODI PRE-CONCEPIMENTO - Quel padre si era incontrato in un ristorante con la madre biologica del bimbetto e con la di lei compagna (tutti e tre professionisti londinesi di alto livello) prima del concepimento e aveva chiarito con la coppia i dettagli dell’accordo: il piccolo sarebbe nato e avrebbe avuto due mamme. Per il resto il maschio donatore non avrebbe potuto rivendicare diritti e avrebbe accettato un ruolo marginale o quasi inesistente (cinque ore di frequentazione ogni due settimane). Ma al cuor non si comanda e quel papà particolare ha iniziato a provare sentimenti del tutto simili a quelli di tutti gli altri padri. E ha incominciato a desiderare un ruolo nell’educazione del figlioletto, a voler trascorrere qualche notte con lui e magari le vacanze. A volergli insegnare ad andare in bici e come ci si soffia il naso, a volergli tenere la manina mentre ha la febbre e a giocare alle costruzioni. Ma i patti pre-concepimento non prevedevano questa vicinanza e la coppia di donne si mette contro, racconta il Telegraph, sentendosi tradita.

LA SENTENZA - E così il papà donatore si rivolge alla giustizia, incontrando nel proprio cammino i giudici di appello Lord Justice Thorpe, Lady Justice Black e Sir John Chadwick, che gli attribuiscono un ruolo nient’affatto secondario nel futuro del bambino. Il quarantenne sa bene che si tratta probabilmente dell’unico figlio che potrà mai avere, essendo anch’egli omosessuale, e i giudici gli danno ragione: l’atipico padre ha molto da offrire al bimbo ed è giusto che quest’ultimo possa godere dell’amore paterno, del tempo con il papà e di tutto quanto l’alternativo padre dell’alternativa famiglia avrà da offrire al proprio bambino.

I LEGALI L’avvocato dell’uomo specifica che la richiesta non è assolutamente un tentativo di rendere marginale il ruolo della compagna della mamma biologica, ma semplicemente si tratta di una volontà di esserci, sempre, nella vita del figlio. Viceversa i legali delle due donne insistono sul patto del ristorante che aveva chiarito fin troppo bene che il nascituro avrebbe avuto una famiglia con due mamme, perché la coppia lesbica, pur nella sua palese atipicità, si dichiara tradizionale e dunque desiderosa che il figlio abbia solo due genitori (poco importa se sono due mamme). Ma i giudici insistono: l’unico elemento da considerare è il bene del piccolo.

OMOSESSUALITA’ E PROLE - I nuclei omosessuali con prole sono una realtà in molti Paesi: in una quota significativa di coppie omosessuali sono presenti uno o più figli, il che comporta la necessità di tutelare i diritti degli omosessuali che scelgono di costruire una famiglia tramite fecondazione artificiale o adozione, ma anche soprattutto il bisogno di proteggere i bimbi di questi nuclei famigliari il cui bene, come spiega dettagliatamente la sentenza, è e rimane la priorità rispetto a qualsiasi altro desiderio o diritto.


Emanuela Di Pasqua
15 marzo 2012 | 12:40



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EuroDisney, è qui l'America che fa ricca la Francia

La Stampa

Grande festa per i 20 anni: un successo da 250 milioni di visitatori, in crescita



15,7 milioni sono stati i visitatori di Disneyland Paris nel 2011: il Louvre ne ha avuti 8,4 milioni, la Tour Eiffel 6,6 milioni


ALBERTO MATTIOLI
corrispondente da parigi


Sarà anche stata «una Chernobyl culturale», come accusò la regista Ariane Mnouchkine, un pezzo di America trapiantato nel Paese che più detesta gli americani, però per la Francia Disneyland Paris è stato un ottimo affare. L’unico parco di divertimenti griffato Disney in Europa, 32 chilometri a est di Parigi, sarà anche «non luogo» (giusto per citare anche l’affascinante saggio dell’antropologo Marc Augé), ma è un non luogo affollatissimo. Topolino iniziò a ricevere visitatori il 12 aprile ‘92: in vent’anni, sono stati in tutto più di 250 milioni, record lo scorso anno con 15,7. Insomma, Disneyland Paris non è solo la meta turistica più visitata di Francia (battuto il museo del Louvre e «doppiata» la Tour Eiffel), ma d’Europa.

Però i dati più curiosi sono emersi da uno studio commissionato dalla «délégation interministerielle» incaricata del progetto Euro Disney e presieduta dal prefetto dell’Île-de-France, Daniel Canepa. Secondo lo studio, in vent’anni il parco ha prodotto 50 miliardi di euro di valore aggiunto per l’economia francese e i suoi visitatori (il 58% dei quali è straniero) hanno speso in Francia 59 miliardi di euro, il 6,2% del giro d’affari del ricco turismo transalpino. Per la République, che ha sostenuto il progetto, l’investimento ha pagato: all’inizio, lo Stato ci ha speso l’equivalente di 666 milioni di euro, ma i privati ci hanno messo, in tutto, 7 miliardi. Riassume Philippe Gas, Pdg (Président - Directeur général) di Euro Disney: «Ogni volta che il settore pubblico ha investito un euro, quello privato ne ha investiti dieci, quando la media è piuttosto di uno a quattro». E annuncia che, dopo i due parchi già esistenti (accanto alla Disneyland vera e propria c’è il Parc Walt Disney Studios), la decisione se costruirne un terzo sarà presa nel 2020.

E poi, per tornare alle cifre: 5,33 miliardi di euro di entrate fiscali per lo Stato francese, che qui può rivestire i panni, per lui piuttosto insoliti, di zio Paperone, e circa 55 mila posti di lavoro, perché ogni impiego a Disneyland significa che se ne sono creati, più o meno, altri tre nel resto della Francia. Il tutto in una vallata dove l’attività principale consisteva nell’andare a lavorare a Parigi. Insomma, secondo monsieur Canepa, le vecchie polemiche sui finanziamenti statali e quelle ricorrenti contro il «gigante americano», i suoi metodi spicci e la sua colonizzazione culturale sono, almeno per quel che riguarda i conti, infondate.

L’oro luccica meno per gli azionisti della società che gestisce il parco. Com’è noto, all’inizio il complesso ha stentato a ingranare e così ha accumulato un maxidebito di un miliardo e 800 milioni, che si estinguerà solo nel 2024. Gli ultimi dividendi sono stati distribuiti nel 2001, tre anni dopo il fallimento è stato evitato solo grazie a una drastica ristrutturazione del debito tipo Grecia e la capitalizzazione in Borsa resta modesta, meno di 180 milioni. Un dato dice tutto: il 2 gennaio 1992, un’azione EuroDisney valeva 550 euro e 45 centesimi, ieri l’altro quattro euro e mezzo. Topolino è un affare per tutti tranne per chi ci ha messo i soldi.

Anche i sindacati si lamentano. Il parco dà lavoro a 14 mila e 700 persone, fra l’85 e il 90% a tempo indeterminato. Però, denunciano, i salari non hanno seguito lo sviluppo e, dopo vent’anni di lavoro, una commessa, oltre a doversi cammuffare da Biancaneve o da Paperina, guadagna appena 1.300 euro al mese. Paradosso: visto che la zona ex depressa dove sorge il parco, a Marne-la-Vallée, adesso è diventata affollatissima (almeno 29 mila abitanti in più), chi lavora lì fa sempre più fatica a trovarci un alloggio e resta condannato al pendolarismo. Luci e ombre, insomma. Però, ammettiamolo, Chernobyl è stata peggio.




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I segreti dei pancakes

La Stampa

Tipica ricetta nordamericana, i pancakes sono un gustoso preparato conosciuto in tutto il mondo, con varianti tutte estremamente gustose.


Si presentano come una sorta di crepe, tipiche dell'America settentrionale, gustose e nutrienti, ideali per la prima colazione. I pancakes sono una ricetta ormai conosciuta in tutto il mondo, anche da chi non ha molta dimestichezza con il mondo anglosassone.

La tradizione li vuole fatti con burro, farina, latte, zucchero e uova, ma ci sono diverse varianti come quelle che prevedono l'aggiunta di cannella, vaniglia o l'uso dello yogurt al posto del latte. Solitamente sono dolci, accompagnati da sciroppo d'acero, marmellata, miele, frutta o cioccolato liquido, ma non dispiace neanche la versione salata, con burro fuso sulla pancake calda, uova e bacon, oppure con formaggio, prosciutto, cipolle e zenzero come vuole la tradizione dei Paesi Bassi e ancora con gli spinaci come sono diffusi in Polonia.

In Russia si mangiano anche col caviale, mentre in Australia e Nuova Zelanda vengono serviti con la panna oltre che con la marmellata. La versione francese delle tipiche crepe si differenzia dai pancakes americani per essere molto più sottili. L'accompagnamento principale nella tradizione nordamericana è quello dello sciroppo d'acero, la linfa che si estrae dalla pianta dell'acero, prodotto principalmente in Canada di cui ne è anche il simbolo nazionale.

La ricetta golosa per i pancakes allo sciroppo d'acero prevede 25 gr. di burro, 125 gr. di farina, 200 ml. di latte, 2 uova, 15 gr. di zucchero, 6 gr. di lievito in polvere, un pizzico di sale, sciroppo d'acero, zucchero a velo. Si separano i tuorli dagli albumi, si uniscono i tuorli con il latte e il burro fuso e si aggiunge, dopo averli setacciati, farina e lievito. Gli albumi montati a neve si uniscono allo zucchero, Si mette a scaldare a fuoco medio un padellino antiaderente del diametro di 10-12 cm dopo averlo imburrato e si versa al centro un mestolo del preparato; quando il pancake sarà dorato, si può girare dall'altro lato. Una volta cotto e messo nel piatto, via libera al gusto preferito con zucchero a velo e sciroppo d'acero, oppure miele o qualsiasi altro condimento. 

F.G.





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E se mia madre si risposa?

La Stampa


A CURA DI CARLO RIMINI
professore ordinario di diritto privato alluniversitÀ di milano


Mia madre è vedova, mio padre è mancato qualche anno fa. Ha 60 anni e da un anno ha un compagno, un signore divorziato di 65 anni. Adesso vorrebbero sposarsi, ma a me la cosa non piace per nulla.
Mi sembra che sia positivo che sua madre a 60 anni, dopo un grave lutto, abbia voglia di fare progetti e abbia una persona con cui passare la vecchiaia.

Si, ma che bisogno hanno di sposarsi?
E poi mi sembra una complicazione dal punto di vista economico: mia madre è benestante, non vorrei che lui ne approfittasse. Forse per sua madre non è concepibile vivere assieme ad un uomo senza essere sposati. Per quanto riguarda i rapporti patrimoniali, potranno scegliere la separazione dei beni. In questo modo ciascuno resterà titolare esclusivo del suo patrimonio: non solo dei beni di cui era già proprietario prima del matrimonio, ma anche di quelli che acquisterà in futuro.

Questa possibilità mi tranquillizza, ma cosa dice la legge dal punto di vista successorio?
Che cosa succederebbe se mia madre mancasse prima di lui? I coniugi sono eredi reciproci. Se sua madre non farà testamento, il marito avrà diritto, secondo quanto prevede l’art. 581 del codice civile, alla metà del patrimonio se lei è figlia unica. Se invece lei ha fratelli o sorelle, voi figli avrete complessivamente diritto a due terzi del patrimonio e il marito ad un terzo.

Ma questo è inammissibile! Il patrimonio di mia madre proviene in gran parte da quanto le ha lasciato mio padre. Sono figlia unica e sarebbe ingiusto che la metà andasse ad un estraneo e magari ai figli di lui. Mia madre potrà fare testamento a mio favore?
Sì, fare testamento è molto facile. È sufficiente prendere un foglio di carta e scrivere di proprio pugno (e non a macchina o al computer) le proprie volontà, datarlo e sottoscriverlo. Il problema è che sua madre, se contrae un nuovo matrimonio, non può lasciare a lei l’intero patrimonio. Il coniuge infatti ha diritto a ricevere almeno un terzo, secondo quanto prevede l’art. 542 del codice civile (la cosiddetta «legittima»).

Mia madre dice che lui sarebbe pronto a rinunciare ad ogni suo diritto. Potrebbe sin da ora farlo con quelli successori?
Purtroppo no. La legge italiana afferma che sono nulli i patti successori e fra questi rientrano gli accordi con cui una persona rinuncia ai diritti che gli spetterebbero a seguito di una futura successione.

Ma è una legge ingiusta! Se sono entrambi d’accordo a rinunciare reciprocamente alla possibilità di ereditare dall’altro, perché la loro volontà non deve essere rispettata?
Effettivamente il divieto dei patti successori è una norma antica, nata in un contesto sociale molto differente da quello attuale, per ragioni oggi in gran parte superate. In molti Stati il legislatore è intervenuto a disciplinare la materia in modo diverso, più idoneo a rispondere alle esigenze delle nuove famiglie. Il nostro Parlamento invece non ha ancora saputo affrontare la questione. Il diritto successorio italiano lascia quindi molto poco spazio agli accordi con cui le persone legate da vincoli familiari o affettivi programmano il passaggio della ricchezza da una generazione ad un’altra. Questa rigidità talvolta, come nel caso di sua madre, pone problemi e limita la libertà delle persone.

E se mia madre mi donasse ora, prima del matrimonio, tutto ciò che ha ricevuto come erede di mio padre?
Così si risolverebbe il problema... No. La quota che spetta necessariamente al coniuge si calcola considerando anche le donazioni effettuate in vita. Una donazione fatta a lei da sua madre non diminuirebbe la misura dei diritti successori del marito.

Dunque, se decidessero di sposarsi, non ci sarebbe nulla da fare?

Sua madre potrebbe comunque fare un testamento e lasciare l’intero patrimonio a sua figlia. Questo testamento, lesivo dei diritti riservati dalla legge al marito, rimarrebbe però efficace fino a che lui non decidesse di impugnarlo. Se sua madre e il suo futuro marito sono d’accordo di rinunciare reciprocamente a qualsiasi pretesa successoria, probabilmente lui non impugnerebbe il testamento. È una questione di fiducia, ma certamente la persona con cui sua madre ha deciso di passare la vecchiaia merita fiducia.



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Viaggio all’interno di Green Hill il canile nella bufera

Il Giorno

Nella struttura off limits di Montichiari: «Remore? No. Non c’è altro modo di fare sperimentazione. E quando siamo in ospedale le medicine servono».



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Montichiari, 15 marzo 2012


Man mano che ci si avvicina ai cancelli di Green Hill, l’abbaiare dei cani, ben 2.500, si fa più forte. Ad accoglierci Bernard Gotti, biologo in pensione e consulente della Marshal esclusivamente per Green Hill. Inizia così il nostro viaggio nell’allevamento di beagle destinati a case farmaceutiche o cosmetiche. Subito una domanda: dottor Bernard, perché i beagle? «Sono cani sensibili e socievoli e in una sperimentazione anche questo conta — spiega il biologo —. Poi ci sono tutti gli altri fattori, uno fra questi il peso: al massimo 9 chili, ciò significa che il prodotto testato sarà di bassa quantità. Senza contare che si fanno esperimenti su questa razza da 40 anni e quindi ci sono tanti precedenti, dati utili su reazioni e prove». Il che significa meno esami, meno sofferenza.

Prima di visitare i cinque capannoni dove sono rinchiusi gli animali, ogni anno ne vengono alla luce almeno tremila, saliamo negli uffici, dove inizia il nostro colloquio. Difficile trovare un equilibrio: da una parte il pensiero è rivolto agli animali, dall’altro alla sperimentazione. «Sono fiero di svolgere questo lavoro — continua Gotti — Green Hill rappresenta il primo tassello di una lunga catena che porta poi alle medicine necessarie per vivere. Fare sperimentazione è un obbligo morale». Il dottor Gotti spiega il suo punto di vista. «Nessuno riflette sull’importanza delle cure mediche — continua il consulente — Quando siamo in ospedale perché malati, le medicine servono».

Vero, purtroppo. Ma che senso ha testare i prodotti sugli animali quando l’oggetto non è l’ultima pillola salvavita, ma un cosmetico? «Posso capire, qui si fa più fatica — sorride Gotti — ma la crema antirughe fa comodo. E se facesse allergia?». Ci togliamo subito il pensiero. «Non c’è un altro modo di fare ricerca — chiarisce il biologo — anche le case farmaceutiche sarebbero d’accordo: sperimentare sugli animali ha un costo anche per le aziende, un prezzo che risparmierebbero volentieri». Un'ora di chiacchierata, poi, visitiamo i capannoni. Cinque strutture nuove, color arancione, immerse nel verde. A disturbare la vista, solo l’abbaiare dei cani. Entriamo in una delle strutture, quella destinata alla riproduzione.

Indossiamo tutte, laviamo le mani e accediamo alle gabbie. Tante, tantissime, una dietro l’altra. Alla nostra vista, i cani, di diverse età, iniziano ad arrampicarsi vicino alle sbarre. Effettivamente sono molto socievoli, qualcuno, una volta aperto il cancelletto, ha paura di uscire, ma poi si fa coraggio e si lascia coccolare. La struttura è curata e pulita, nulla da obiettare. Nelle gabbie qualche giocattolo, ma sembra che i cani preferiscano più annusarsi fra loro, fra una grata e l’altra. A terra tanta segatura. A voler trovare un cavillo fuori posto, non ce n’è. L’areazione è controllata, ogni gabbia ha il suo mangiare, «il cibo è importante — spiega Gotti — un cane affamato è un cane arrabbiato».

Ogni mattina i capannoni vengono lavati, una volta al mese vengono disinfettati. Il personale è a disposizione fino all’ora di pranzo, nel pomeriggio restano solo i veterinari in sala parto, ma, ci assicurano, «il personale gioca con loro, ogni giorno. Li prendono in braccio, li visitano. Non sono abbandonati». Intanto non vedono mai la luce del sole ed escono solo per una passeggiata nel corridoio.


Il veterinario Renzo Graziosi, lavora lì da quattro anni, ci illustra le fasi dei controlli per la riproduzione. Gli esami iniziano a quattro mesi di vita. Si deve accertare che conformazione, sangue e qualsiasi altro elemento utile, sia perfetto. «I cani con qualche “difetto” — spiega il veterinario — vengono donati alle associazioni. Paghiamo tutto noi, anche il trasporto. Gli altri venduti». Circa tremila ogni anno.


serena.desimone@ilgiorno.net

Vivevano nel bosco poi la speranza Lieto fine per mamma e figlio

Il Giorno

Riconosciuti dai parenti su Il Giorno. Hanno trovato a mamma e figlio un tetto e un lavoro



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Usmate Velate, 15 marzo 2012

Gli angeli esistono e hanno un nome e un cognome. Si chiamano Ernesto e Stefano. E hanno trovato una casa e un lavoro per Samuele Galbusera, il giovane sfrattato due settimane fa, insieme alla madre 61enne, per avere accumulato un debito di 13mila euro, dalla casa Aler di Usmate Velate. I due la scorsa settimana sono stati costretti a trasferirsi nel bosco della Cassinetta. «È tutto merito de Il Giorno - dichiara Samuele -. Il vostro giornale ha fatto sì che la notizia della nostra situazione arrivasse fino a Carate Brianza, dove abita mio zio Ernesto, fratello di mia madre, con il quale avevamo perso i contatti da molti anni. Domenica mattina lo zio, che ha un bar e che al mattino presto legge sempre la cronaca della Brianza, ha aperto il quotidiano e ha visto le foto e letto l’articolo. Non credeva ai suoi occhi. E così è venuto con mio cugino Stefano qui a Velate per aiutarci».

Samuele non si capacita della sua «fortuna». «Mi ero svegliato da poco e stavo preparando il caffé - spiega, indicando la carriola dove normalmente cucina i suoi poveri pasti procurati dalla generosità della gente -. Alzo gli occhi e vedo in fondo al prato due uomini. Man mano che si avvicinavano, li ho riconosciuti e ho visto mio zio venirmi incontro con le lacrime agli occhi. “Adesso ci penso io a voi - mi ha detto quasi piangendo -. Non dovete più preoccuparvi. Ora vi troverò una casa e un lavoro”. Il mio incubo è finito con la pubblicazione di quell’articolo».

Ora Samuele ha ricominciato a sorridere e a sperare. Ieri mattina Ernesto Villella ha firmato il contratto con il proprietario di un bilocale di Sormano, un paesino di 633 anime in provincia di Como, a una trentina di chilometri da Carate. Per qualche tempo pagherà l’affitto, finché Samuele e sua madre Paola Villella non si saranno rimessi in piedi, finché il giovane non si sarà stabilizzato con il lavoro. «Ce ne andremo da qui venerdì. L’appartamento non è molto grande - continua il giovane -, ma è sufficiente. A noi non serve altro che un tetto sulla testa e la possibilità di stare insieme, senza rinunciare alla nostra cagnolina Laica».

Ma Stefano Villella ha fatto anche di più: ha trovato un lavoro al cugino. «Stefano ha un amico che possiede una fattoria, e che ha bisogno di un aiuto. Si è coronato un sogno: io adoro vivere e lavorare con gli animali e ora avrò la possibilità di farlo. Non solo, il padrone, mi ha detto che se sarò capace mi affitterà una parte del terreno, sul quale potrò coltivare e anche allevare degli animali, qualche capretta, delle galline e magari i cani. Non potevo sperare di meglio».

Samuele e sua madre hanno festeggiato la bella notizia con gli amici di vecchia data che non li hanno abbandonati: la solidarietà del paese, anche il Comune si è mobilitato per offrire dei pasti caldi, che subito si è messa in moto ha permesso alla famiglia di avere qualche cosa in più da mangiare. Poche cose, ma di grande valore. «Mi hanno portato latte, verdura, frutta, carne, patate - dice ancora Stefano -. E Antonio Corvino, che è la persona che ci ha trovato qui nel bosco e che ha avvisato i carabinieri, mi ha fatto tagliare l’erba del suo prato, dandomi un po’ di soldi. Mi ha anche dato una bottiglia di vino, con la quale brindare.Antonio è stato generoso e voglio ringraziarlo per quello che ha fatto».

La vicenda di Samuele Galbusera e Paola Villella ha subito colpito la sensibilità più profonda delle persone, come rivelano i numerosi commenti pubblicati sulla pagina web del nostro quotidiano. Diverse le posizioni: alcune mettono la questione sul piano della solidarietà, altre la spostano su quello della politica, accusando la classe politica di scarsa sensibilità nei confronti dei più deboli. Tutti, comunque, esterrefatti che ciò possa accadere in un Paese civile e solidali con i protagonisti della vicenda, cercano soluzioni stabili e definitive, che permettano di salvaguardarne la dignità, come nel caso di Cesare, che scrive: «Occorre un lavoro stabile per questo ragazzo, un contributo economico una tantum anche di media entità non è risolutivo, il problema si ripresenterebbe una volta terminati i soldi».

C’è spazio per qualche polemica che coinvolge anche la questione dell’accoglienza degli stranieri. «Se fossero extracomunitari o rom avrebbero gia una sistemazione. W l’Italia», scrive Willi, che è solo uno dei tanti che calcano la mano sulla questione. Ma Giovanna afferma: «A me non interessa se uno è italiano o straniero, le persone vanno aiutate. E poi garantisco, visto che ho parenti che ci vivono, all’estero, che lì, se non hai il lavoro, hai il sussidio per vivere, non importa se sei straniero. Perchè anche noi siamo stranieri negli altri Paesi o no? Che vergogna fare del qualunquismo. Piuttosto di blaterare cerchiamo di dare una mano».


di Myriam Russo

Il padre di Shalit: «Se fossi palestinese, rapirei un soldato israeliano»

Corriere della sera

Dichiarazioni choc alla televisione di Gerusalemme: «Pronto a trattare con chi ha sequestrato mio figlio»


Gilad e Noam ShalitGilad e Noam Shalit

MILANO - Per cinque lunghi anni è diventato un volto familiare per gli israeliani e non solo. Noam Shalit, il padre di Gilad, il soldato rapito da Hamas, si è visto tante volte mentre perorava la causa della liberazione del figlio, una sorta di «papà coraggio».

«L'ABBIAMO FATTO ANCHE NOI»
- Ora che Gilad è stato liberato, a ottobre nell'ambito di uno scambio con prigionieri palestinesi, Noam, come riporta il Guardian, ha rilasciato diverse dichiarazioni alla tv israeliana. Che hanno scatenato un vero terremoto a Gerusalemme: «Se io fossi palestinese, rapirei un soldato israeliano». Adducendo ragioni di natura storica: le tecniche dei paramilitari sionisti al tempo della guerriglia contro l'occupazione britannica, non erano molto dissimili da quelle dei militanti di Hamas, sostiene Noam: «Anche noi rapivamo i soldati inglesi quando stavamo combattendo per la nostra libertà».

CANDIDATO PER I LABURISTI - Noam, che si candiderà tra le file dell'opposizione laburista alle prossime politiche, ha dichiarato pure di «esser pronto a parlare con chiunque abbia intenzione di parlare con noi». Tradotto, anche con Hamas, cosa che Israele al momento si rifiuta di fare. E sarebbe pronto a stringere la mano del rapitore di suo figlio, qualora questi diventasse il capo del governo palestinese, se servisse:« Se [Hamas] cambia la sua visione ed è disposta a riconoscere l'esistenza di Israele, sì, gli stringerei la mano». Non c'è che dire, un vero terremoto.



Matteo Cruccu
Twitter: @ilcruccu
15 marzo 2012 | 19:58



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Uccise il nonno eroe, ma viene assolto: "E' stato un black-out psichico"

La Stampa

I giudici: in quel momento non era in sé. Prima e dopo, sì



Luigi Furian, il culturista che ha investito e ucciso Mercazin



ANNA SANDRI
treviso


Tra la lucida volontà di uccidere e la furia che conduce all’incapacità di intendere e di volere nel commettere qualsiasi delitto, si estende la zona grigia del «black-out psichico»: quel limbo che ha condotto per la via maestra all’assoluzione un giovane accusato di aver travolto e ucciso con la propria auto un anziano signore, che non gli aveva fatto mai nulla di male e che in vita ha avuto un solo torto: quello di trovarsi sulla traiettoria di una vettura condotta a velocità folle da chi non voleva trovare ostacoli.

L’accusa era doppia: omicidio colposo e omissione di soccorso; il proscioglimento è stato firmato al Tribunale di Vicenza dal giudice per le indagini preliminari Stefano Furlani. Motivazione: l’accusato «non è imputabile». Una diagnosi di pronto soccorso psichiatrico e due perizie confermano che al momento del fatto (e che il fatto sia avvenuto, questo sì, è incontrovertibile) l’imputato era in preda a un «black-out psichico», la sua mente era andata in cortocircuito per motivi che non dipendevano da lui e sui quali non poteva esercitare alcun controllo.

Il fatto risale al 22 febbraio dello scorso anno, il luogo è Alte di Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza. Sono le 16 e Antonio Mercanzin, pensionato, già carabiniere decorato e ora nonno vigile adorato dal paese intero, si appresta a dirigere il flusso degli scolari all’uscita dalla scuola elementare. In quegli stessi minuti, a Saonara in provincia di Padova, Luigi Furian - allora trentunenne - laureato in Economia e Commercio, culturista, impiegato nell’azienda di termoidraulica della famiglia, ha una discussione con il padre. Niente di grave: ma improvvisamente lo vedono sbiancare, sgranare gli occhi, alzarsi. Prende le chiavi della sua Mégane, fugge. Sarà una corsa folle, che lo porta fino a Alte, dove imbocca contromano e a velocità elevatissima la strada della scuola proprio mentre i bimbi escono. Il nonno vigile vede l’auto, agita la paletta, capisce che non c’è nulla da fare, riesce a spingere di lato un bimbo che è sulla traiettoria e finisce travolto. Muore all’istante. Bisogna arrivare fino a Valdagno perché Furian venga fermato dai carabinieri.

In Pronto soccorso, il giovane appare catatonico e finisce in Psichiatria: qui viene posato il primo mattone che porterà al suo proscioglimento. Ha la bava alla bocca, gli occhi sbarrati, non parla. E quando ricomincia a parlare, tre giorni dopo, ha paura. Parla di gente che lo insegue, che lo vuole uccidere; dice di essere scappato con l’auto, ma continuavano a inseguirlo. Quando gli chiedono se ha trovato ostacoli, ricorda di «aver abbattuto una transenna».

Furian è astemio, non si è mai drogato e gli esami lo dimostrano; ma la sua mente è un mistero. Tre mesi di ricovero fra ospedale e strutture private, sei di arresti domiciliari. L’avvocato Stefano Grolla, di Vicenza, lo ha seguito dal primo giorno. «Sembrava un caso impossibile per la difesa. La vittima era una persona molto amata, è morto da eroe salvando un bimbo; il mio assistito, un giovane culturista che correva a velocità folle, contromano». E invece: «Due periti, psichiatri forensi di grande levatura, Umberto Signorato per il Tribunale e Diego Arsiè per la difesa. hanno dimostrato che Furian è stato colpito da black-out psichico, che è altra cosa dall’incapacità di intendere e di volere. Certo che prova rimorso, ma non ha mai ricostruito il fatto dentro di sé».

Il giudice gli ha inflitto tre anni di libertà vigilata, il divieto di frequentare bar e sale da gioco, e l’obbligo di sottoporsi a controlli psichiatrici periodici. L’avvocato Grolla cercherà di far rivalutare la misura di sicurezza; sa già comunque che il caso è chiuso e non ci sarà appello. Renata Mercanzin, la vedova del nonno vigile, ha rinunciato alla costituzione di parte civile: è stata risarcita dall’assicurazione, di Furian non vuole sentir parlare e non vuole ascoltare la parola «perdono». Non ha mai voluto incontrare il giovane culturista né la sua famiglia.




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Troppe le gite low cost: la sicurezza è un optional"

Quotidiano.net

La denuncia del titolare di una compagnia italiana di bus


Come difendersi? L’Associazione per la sicurezza stradale ha da tempo preparato un decalogo. Alcune regole: tenere d’occhio il conducente, tenersi in contatto con l'agenzia, pretendere l'uso delle cinture di sicurezza

di Stefano Grassi


Roma, 15 marzo 2012




Il giorno nero è il 26 aprile 1983. Autostrada del Sole, galleria del Melarancio, fino a un paio d’anni fa 442 metri d’inferno. Un pullman si scontra con un autoarticolato: muoiono 11 studenti napoletani della scuola media 'Nicolardi' in gita scolastica al nord. Il camion trasportava un tubo di cemento, fuori sagoma, e in quel tratto, come spesso accadeva, si circolava su una sola corsia. Quei ragazzini, a Napoli, ancora li ricordano, come gli "undici fiori del Melarancio".


"Quando ho sentito dell’incidente in Svizzera ho subito pensato a un pullman italiano. Poi invece ho visto che era belga: e mi sono detto ‘Strano, quelli sono perfetti’, le regole le rispettano". Andrea Colangeli, 32 anni, da 10 conducente di autobus nella ditta paterna, una delle più note del Lazio e specializzata nelle gite scolastiche, ha girato tutta Europa portando in giro migliaia di ragazzi italiani sui suoi mammut superaccessoriati. E non ha dubbi: "Sulla strada siamo i peggiori di tutti. Non rispettiamo le regole e spesso siamo costretti ad arrangiarci. I belgi, invece: doppio autista, orari e turni, alla lettera".


La sua esperienza di driver, gli fa dire che in Italia, nonostante le norme severe le cose non vanno proprio bene e la tragedia è sempre dietro l’angolo. "Purtroppo qui è tutto un altro andazzo. Ci sono situazioni veramente gravi. Molti sono disposti a viaggiare per due lire e allora, delle regole e anche della sicurezza se ne fregano. Così si crea tanta concorrenza sleale. Penso ai nuovi bandi di gara del Comune di Roma: talmente al ribasso che il nostro consorzio s’è ritirato. Ma come si fa a a garantire efficienza e sicurezza a 283 euro al giorno. E’ pazzesco. Le nostre tariffe sono le più economiche d’Europa. Ci sono agenzie che mi chiamano all’estero, caricare gitanti a Parigi o Berlino, fare un tour di 9 giorni e riportarli in aeroporto. Mi pagano 8.900 euro. Se dovessero chiamare un vettore del posto pagherebbero più del doppio".


Come difendersi, allora, soprattutto in queste settimane che nelle scuole italiane d’ogni ordine e grado le gite sono quasi obbligo? L’Associazione per la sicurezza stradale ha da tempo preparato un decalogo, in gran parte recepito dalle norme sulla sicurezza contenute nella circolare 291 del ministero della pubblica istruzione che regola le gite scolastiche e che saggiamente al punto 9 recita: "Si consiglia di utilizzare il treno ogni volta che i percorsi programmati lo consentano". L’Asap invita prima di tutto a tenere d’occhio il conducente: che sia riposato, non beva alcolici e che non superi le ore previste di guida. Consiglia poi di tenersi in contatto con l’agenzia di viaggio per segnalare tempestivamente qualsiasi anomalia. Pretendere l’uso delle cinture di sicurezza per i passeggeri e prima di partire chiedere che un vigile verifichi le condizioni del veicolo.



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La società licenzia il dirigente depresso: nessuna discriminazione, solo riorganizzazione

La Stampa


Il dirigente di una società viene licenziato. L’uomo non la prende bene ed agisce in giudizio chiedendo che sia dichiarata la nullità del licenziamento in quanto discriminatorio, con ordine di reintegrazione nel posto di lavoro e con richiesta del risarcimento del danno. In subordine, il dirigente chiede l’accertamento della inefficacia del suddetto licenziamento fino al termine della malattia diagnosticatagli, poiché intimato in costanza della stessa. L’uomo, infatti, è affetto da uno stato ansioso depressivo reattivo e necessita di riposo e di cure.

Il primo grado accoglie parzialmente le richieste dell’uomo. Il Tribunale ritiene il licenziamento giustificato da precise scelte organizzative e non dettato da scelte ritorsive, ma lo dichiara temporaneamente inefficace fino al termine della malattia. La Corte d’appello riforma in parte la decisione di primo grado e condanna il dirigente alla restituzione degli importi percepiti in esecuzione della precedente sentenza.

Si arriva in Cassazione. La Suprema Corte, con la sentenza n. 3547/12 depositata il 7 marzo scorso, rigetta le doglianze del dirigente e rileva come la Corte territoriale abbia dato conto del consolidato orientamento della Cassazione secondo il quale «può considerarsi licenziamento ingiustificato del dirigente, cui la contrattazione collettiva collega il diritto all’indennità supplementare in ipotesi non definite dai principi di correttezza e buona fede, solo quello non sorretto da alcun motivo (e che quindi sia meramente arbitrario) ovvero sorretto da un motivo che si dimostri pretestuoso e quindi non corrispondente alla realtà, di talché la sua ragione debba essere rinvenuta unicamente nell’intento di liberarsi della persona del dirigente e non in quello di perseguire il legittimo esercizio del potere riservato all’imprenditore».

Nel caso specifico, avendo la società provveduto al licenziamento in seguito ad un effettivo processo di riorganizzazione del settore al quale il dirigente era preposto, ha fornito una motivazione lecita e obbiettivamente verificabile del provvedimento che dunque non risulta arbitrario ed è giustificato ai sensi del contratto collettivo.


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Giudici contro giudici, lite su via D'Amelio

La Stampa

La Cassazione ai pm di Caltanissetta: dubbi sui riferimenti ai "politici smemorati"



Il luogo dell'attentato in Via D'Amelio



RICCARDO ARENA
palermo


La Procura generale della Cassazione chiede le carte: vuole leggere quelle pagine in cui i magistrati di Caltanissetta parlano di politici smemorati e di amnesie istituzionali sulle stragi, su via D’Amelio in particolare. Le pagine in cui il Gip nisseno Alessandra Giunta dà per certa la trattativa fra Stato e mafia e parla, fra gli altri, dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, che fu anche vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. E che i pm ritengono sia a conoscenza delle interlocuzioni con esponenti di Cosa Nostra nel periodo delle stragi.

L’iniziativa dell’ufficio diretto da Vitaliano Esposito è, almeno per adesso, conoscitiva e appare avere un’unica finalità: la Procura generale della Cassazione infatti non agisce come organo di coordinamento, né si interessa al merito delle indagini delle singole Procure; è piuttosto titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati e dunque la valutazione delle carte ha un solo obiettivo: capire se negli atti dell’inchiesta il gip o il pm siano andati oltre il seminato. E dunque se possano o meno essere passibili di iniziative di competenza del pg della Suprema Corte, che divide col ministro della Giustizia la possibilità di proporre l’azione disciplinare al Csm. «Non sono sentenze, sono solo ipotesi ancora da valutare - chiosa un membro del Csm - e dunque va valutato se e quanto si possano spingere sul terreno della critica e dell’accusa nei confronti di persone non indagate».

La richiesta è stata fatta al pg di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, che l’ha a sua volta girata al capo della Procura, Sergio Lari. L’atto proveniente dal Palazzaccio non è motivato, ma fa riferimento solo a un articolo del Fatto del 9 marzo scorso, in cui Marco Travaglio ricostruiva i contenuti dell’ordinanza di custodia con cui, il giorno prima, erano state arrestate cinque persone. Ora nell’ufficio nisseno c’è sconcerto e preoccupazione per un’iniziativa che, comunque la si valuti, rischia di demotivare o delegittimare il complesso lavoro svolto dalla Procura. «Ci sono quattro anni della nostra vita, in questa indagine - dice Lari - e le ricostruzioni sulla smemoratezza sono ancorate a dati di fatto precisi. Va letta, in particolare, la nostra richiesta di custodia cautelare». E non è escluso che la prossima richiesta del pg della Cassazione sia proprio questa.

Nelle carte mandate al gip, con le quali tra l’altro Lari e i suoi aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone hanno scagionato mafiosi in galera da dieci e più anni, si ipotizza «la conoscenza della trattativa da parte dell’onorevole Mancino… Nuovi importanti indizi sono stati acquisiti al riguardo, ma non sono tuttavia allo stato sufficienti a delineare alcun tipo di responsabilità penalmente apprezzabile». E sempre nella richiesta di custodia ci sono passaggi molto duri sulla classe politica dell’epoca: «Rimane accertato un quadro certamente fosco di quel periodo della vita democratica di questo Paese. Quadro che, allo stato, comunque, non ci consegna alcuna responsabilità penale di uomini politici allora al potere».

Fra coloro che erano stati chiamati in causa anche ex ministri come Virginio Rognoni e Giovanni Conso, per ciascuno dei quali manca però sempre un elemento che possa delineare eventuali responsabilità penali. Mentre sulla responsabilità politica le valutazioni rimangono dure: «Poteva un governo di transizione, che voleva prefigurare una nuova Italia, permettersi di trattare apertamente con la mafia? Ecco, dunque, la necessità di agire senza clamore. Ecco, dunque, il verosimile motivo di tante amnesie da parte di uomini di Stato, che per alcuni sono durate 17 anni, per altri continuano, probabilmente, a perdurare ancora oggi».



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Il supermercato archeologico della Camorra

Corriere della sera

di Amalia De Simone


Viaggio nell'antica città di Cales nel Casertano, zona ricchissima di preziosi reperti e in stato di completo abbandono in mano alla criminanlità organizzata. I reperti archeologici vengono saccheggiati e finiscono o in casa dei boss o nella maggior parte dei casi in circuiti internazionali, venduti a mercanti d’erte o addirittura nelle aste. Qualche volta capita anche di rivederli in musei all’estero


NAPOLI - Un tempo furono i romani, poi gli etruschi e infine i «casalesi», quelli con le virgolette della cronaca nera. La città antica di Cales, definita da Cicerone “civitas magna” e da Polibio “egregia urbs” oggi è il supermercato dell’archeologia per le organizzazioni criminali e in particolare per il clan dei “casalesi”. Tra Calvi Risorta e Riardo (nel Casertano) è una zona ricchissima di preziosi reperti e come possiamo vedere dalla video inchiesta è in stato di completo abbandono. Già lungo il sentiero principale che porta alla cittadella archeologica si trovano frigoriferi, lavatrici, stracci e altri rifiuti a marcire. I cartelli che dovrebbero indicare i luoghi di interesse storico sono arrugginiti e spesso crivellati da proiettili. Gran parte dei reperti non sono ancora stati oggetto di scavo. Con poche eccezioni tra cui un maestoso teatro venuto alla luce grazie a scavi finanziati dall’Unione Europea e costati oltre un miliardo e duecentomila vecchie lire. L’area è recintata solo in parte: arrivando sul sito si notano cancelli di cui, in certi punti, è rimasto solo il telaio.


Chiunque può entrare facendosi beffa dei cartelli che prescrivono le modalità di accesso e che rimandano per la visita del sito alle prescrizioni del personale della vigilanza, di cui però non c’è traccia. Ci sono invece, all’interno del teatro, una ruota di un trattore, alcuni rifiuti e un materasso. «Sembra che qui lo Stato abbia alzato le mani - spiega Tsao Cevoli, presidente dell’associazione nazionale archeologi – E dove non c’è lo Stato, avanzano le organizzazioni criminali. Questo posto è completamente abbandonato, nonostante siano stati spesi dei soldi. Quando è stato effettuato lo scavo, gli archeologi erano scortati dai carabinieri perché questo è un territorio in cui la camorra fa quel che vuole e innanzitutto ruba le opere. Questi reperti poi finiscono o in casa dei boss o nella maggior parte dei casi in circuiti internazionali, vengono venduti a mercanti d’erte o addirittura nelle aste. Qualche volta capita anche di rivederli in musei all’estero».

Ipotesi confermata dalle indagini dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio, guidati dal comandante Carmine Elefante: «Alcune settimane fa abbiamo eseguito diverse ordinanze di custodia cautelare e indagato 51 persone, molte delle quali provenienti da Casal di Principe, dedite al traffico di reperti archeologici. Alcuni degli arrestati avevano precedenti in quanto collegati al clan dei casalesi. E’ capitato spesso che nelle case dei boss fossero ritrovate anfore, vasi e statuine di grande valore, provenienti da Cales: questi reperti sono simboli di prestigio e potere e spesso vengono donati ai capiclan in segno di rispetto». E infatti in casa di Gesualda Zagaria, sorella del boss Michele Zagaria, sono stati trovati quattro preziosi vasi probabilmente provenienti da Cales.

C’è anche un pentito del clan Domenico Frascogna, ex tombarolo che sta facendo rivelazioni sul commercio clandestino di reperti archeologici. «Il traffico di opere comunque di solito prende vie internazionali», precisa il comandante Elefante che ha seguito per mesi le tracce dei tombaroli riprendendoli anche di notte con telecamere a raggi infrarossi. Nel video che mostriamo li vediamo in azione con metal detector e i cosiddetti spilloni, degli attrezzi che vengono conficcati nel terreno per capire se sotto ci sono case, tombe o decorazioni. «Il traffico di reperti archeologici è secondo gli esperti di antimafia la terza voce nel business delle principali organizzazioni criminali», aggiunge Cevoli mentre mostra uno dei cunicoli dell’antico acquedotto, che servito per scavare nel terreno e tirare fuori statuine e anfore. «Qui certamente hanno portato via vasi di ceramica nera, (caratteristici di queste zone) perché è pieno di cocci, anche grandi risalenti al quinto secolo», osserva Tommaso Conti presidente di Ana Campania. Lungo il cammino ci imbattiamo nel Ponte delle Monache di epoca etrusca, tagliato nel tufo e secondo per importanza solo al Ponte Sodo di Veio. Peccato che sia colmo di pneumatici. Ce ne erano migliaia, come se fosse una discarica abituale. Negli spazi residui scorreva una densa e maleodorante schiuma. Sul Ponte un frigorifero usato come bersaglio da aspiranti pistoleri.

Dopo il ponte una enorme distesa di zolle, cocci, tessere di mosaico e pezzi di muro. Un vero tesoro archeologico deturpato. Un paesaggio lunare su cui campeggia solitario e impotente un foglio A4 attaccato ad una canna di bambù: «Area sottoposta a sequestro». In calce la firma del comandante dei carabinieri Tpc, Carmine Elefante. «Mentre i tombaroli (che altro non sono che la manovalanza delle organizzazioni criminali) in alcuni punti agiscono come talpe, - commenta Cavoli - qui, dove i reperti affiorano, si comportano come quei pescatori che lanciano le bombe e poi aspettano che i pesci salgano a galla. Così loro passano, scavano e distruggono tutto quello che per loro non è utile. Ciò che resta è una specie di campo minato. Eppure questo è territorio sottoposto a vincoli e tutela. Una tutela che è completamente svuotata di significato. Basterebbe poco per invertire la situazione e togliere dalle mani dei clan questo florido business: basterebbe investire negli scavi e nella cultura, creare un enorme parco archeologico realizzare iniziative teatrali, musicali consentendo lo sviluppo dell’indotto. In questo modo lo Stato si riprenderebbe queste città, creerebbe lavoro e darebbe davvero filo da torcere alla camorra»

14 marzo 2012 (modifica il 15 marzo 2012)

Napoli intitola una strada a Enzo Tortora

Corriere del Mezzogiorno

Nell'ex seconda traversa via Consalvo. Giovedì 15 la cerimonia con la Scopelliti, compagna del giornalista




Enzo Tortora
Enzo Tortora

NAPOLI - Una strada intitolata all'indimenticato presentatore di Portobello e giornalista, negli anni 80 ingiustamente accusato (e arrestato e processato) per inesistenti rapporti con la camorra di Cutolo. Giovedì 15 marzo alle ore 11 si svolgerà la cerimonia con la quale viene intitolata la «seconda traversa via Consalvo» a «Enzo Tortora - giornalista». Alla manifestazione parteciperà l'assessore alla Toponomastica Alberto Lucarelli e saranno presenti Giampaolo Carrozza, marito della sorella di Tortora, e la compagna di Tortora, l'onorevole Francesca Scopelliti.


Enzo Tortora: la fotogallery


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Gesù cammina sulle acque: è polemica per il nuovo spot Red Bull

Corriere della sera

Trasmesso da qualche giorno in Sudafrica e in Brasile, ha fatto infuriare vescovi e fedeli


MILANO - «Red Bull fa miracoli». Non solo volare, ora ti fa persino camminare sull’acqua. E quale miglior modo di pubblicizzare la bevanda se non quello di prendere direttamente Gesù come testimonial? Stavolta la società austriaca produttrice della nota bevanda energizzante mette in parodia la storia biblica descritta nei vangeli. Il controverso spot, trasmesso da qualche giorno in Sudafrica e in Brasile, ha fatto infuriare vescovi e fedeli. L'Arcidiocesi di Rio de Janeiro sta valutando un'azione legale.

SCONCERTO - Forse Red Bull sperava proprio in questo risultato: tanta pubblicità (gratuita) con uno spot che riprende il miracolo in cui Gesù cammina sulle acque del Mar di Galilea. «La parodia è blasfema», tuonano porporati e fedeli, «inopportuna» soprattutto in questo periodo di Quaresima. La pubblicità è andata in onda lunedì in prima serata sulla tv in Sudafrica, poi ritirata a causa delle tante proteste, riferisce il quotidiano Times Live di Johannesburg. La società di energy drink, ovviamente, sapeva a cosa andava incontro. Lo spot viene tuttora trasmesso anche nel cattolicissimo Brasile. E anche qui non sono mancate le tantissime lettere di persone che da questa pubblicità si sono sentite offese. Red Bull si è infatti beccata il rimprovero dei vescovi brasiliani, mentre il Consiglio del Paese per l'autoregolamentezione pubblicitaria sta valutando una censura.




LO SPOT - Ma cosa si vede nel filmato-sacrilegio? Il Gesù animato dello spot tv è sulla barca da pesca assieme a due discepoli. Per costoro è solo grazie alla bevanda che il Messia riesce a camminare sull’acqua. Nella scenetta Gesù però ribatte: «Nessun miracolo. Basta solo essere abbastanza scaltri per trovare le pietre su cui camminare». Ma l'esercizio sarcastico è spericolato, e finisce per ferire tanti e disturbare tantissimi. Nel frattempo, la società ha respinto le accuse di aver voluto deridere Gesù o la religione. «Abbiamo solo voluto scherzare. Oltre a ciò, in questa pubblicità abbiamo addirittura menzionato che Gesù non ha bisogno di bere Red Bull per camminare sulle acque».

GIUSEPPE E MARIA - Non è la prima volta che le pubblicità della nota bevanda energetica finiscono sotto i riflettori e vengono censurate per motivi religiosi. Lo scorso anno in Italia è stato ritirato lo spot nel quale Giuseppe e Maria ricevono la visita di quattro Re Magi nella capanna di Betlemme. Quando Maria si stupisce del fatto che non siano in tre - come dice il Nuovo Testamento - i Re Magi rispondono che si sbaglia, che sono proprio in quattro e portano in dono, oro, incenso, mirra e (colpo di scena) Red Bull. Nel 2010 fece invece scalpore la pubblicità che mostrava come Mosè e gli israeliti potessero attraversare il Mar Rosso solo grazie ad un sorso della bevanda, con lo slogan: «Red Bull ti mette le ali».

Elmar Burchia14 marzo 2012 | 19:58

Il Csm boccia la responsabilità civile «I magistrati potrebbero essere influenzati»

Corriere della sera

La motivazione: «Potrebbe preferire la soluzione che lo possa meglio preservare dal rischio dell'esercizio dell'azione diretta»


MILANO - Il plenum del Consiglio superiore della magistratura ha bocciato, con 19 voti favorevoli, 3 contrari e un astenuto, la responsabilità civile diretta dei magistrati, ipotesi introdotta nella legge Comunitaria approvata alla Camera e attualmente all'esame del Senato. Nella delibera approvata dal plenum viene richiamata una sentenza della Corte costituzionale (n. 18/89) che «evidenzia l'esigenza di tutelare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura quale presidio indispensabile per la tutela dei diritti fondamentali di ciascuno». Secondo l'organo di autogoverno «di fronte alla praticabilità ampia dell'azione diretta, il magistrato, destinato a scegliere tra tesi contrapposte, potrebbe essere condizionato e influenzato in tale scelta e portato a preferire la soluzione che lo possa meglio preservare dal rischio dell'esercizio dell'azione diretta».

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LA QUESTIONE - Della questione l'organo di autogoverno delle toghe si era già occupato il 28 giugno del 2011, in occasione della presentazione della prima versione dell'emendamento Pini (il deputato leghista promotore della norma). La nuova delibera, assai più sintetica, oltre a richiamare i contenuti di quella precedente, sottolinea come sia «evidente, in proposito, che il rischio di incorrere in responsabilità civile ha di per sé un effetto distorsivo sull'operato dei magistrati, i quali potrebbero essere indotti, al fine di sottrarsi alla minaccia della responsabilità, ad adottare, tra più decisioni possibili, quella che consente di ridurre o eliminare il rischio di incorrere in responsabilità, piuttosto che quella maggiormente conforme a giustizia».

Redazione Online14 marzo 2012 | 19:49

Festa matematica: è il "Pi greco day"

La Stampa


La data di oggi nel mondo anglosassone si scrive 3.14. Previsti eventi in tutt'Italia





Il monumento al Pi greco realizzato a Seattle



Dalla staffetta del Pi Greco alla caccia al tesoro scientifica fino a convegni e feste online come il Carnevale della matematica: sono numerosi gli eventi organizzati in tutta Italia in occasione del Pi Day, il giorno dedicato al Pi greco che si celebra in tutto il mondo il 14 marzo.

Prodotto del rapporto fra la circonferenza del cerchio e il suo diametro, il Pi Greco serve a calcolare area e circonferenza del cerchio. I matematici festeggiano questo numero il 14 marzo perchè nel sistema anglosassone questa data si scrive 03/14, come il Pi Greco che equivale a 3,14.

Inaugurata nel 1988 a San Francisco ad opera del fisico Larry Shaw, la tradizione del Pi-day si è rapidamente estesa in tutto il mondo. In Italia sono previsti eventi da Nord a Sud. Uno degli appuntamenti principali è il Carnevale della Matematica, nel quale siti e blog di matematici e divulgatori pubblicano insieme su un unico sito, Drop Sea, contributi divulgativi dedicati al Pi Greco.

Appuntamento fisso di ogni mese per i matematici di tutta Italia, il 14 marzo il Carnevale della Matematica diventa un vero e proprio evento online, spiega Roberto Natalini, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo "M. Picone" del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e dell’università di Roma Tor Vergata. Una delle principali sfide è trovare il modo per calcolare questo numero in modo sempre più preciso: prosegue così una tradizione antica quanto la matematica: «uno scriba egizio di nome Ahmes - spiega Natalini - è lo scrittore del più antico testo conosciuto contenente un’approssimazione del Pi greco, il papiro di Rhind, datato al XVII secolo a.C. e descrive il valore come 3,160. Archimede invece elaborò un metodo con cui è possibile ottenere approssimazioni buone del Pi greco e lo usò per dimostrare che esso equivale a circa 3,1419». La gara non è ancora finita e la giornata del Pi greco la rinnova ogni anno.

Ad aprire le «celebrazioni» del Pi Greco in Italia è stata la staffetta organizzata il 10 e 11 marzo a Udine. Per il 14 marzo sono in programma laboratori di matematica e robotica, la «Sfida all’ultima cifra», nella quale il Pi greco viene recitato a memoria, e poi: «A spasso con il Pi greco» una camminata nel centro cittadino lunga 3,14 chilometri alla scoperta di curiosità matematico-scientifiche. A Catanzaro il liceo «Siciliani» organizza una giornata divulgativa con studenti e docenti universitari. 




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