giovedì 15 marzo 2012

Moto Morini, dal fallimento al rilancio All'asta 600 esemplari

Corriere della sera

Dal 15 marzo parte la vendita online



MILANO - È datato 15 marzo il rilancio di Moto Morini, lo storico marchio bolognese rinato, lo scorso anno, dopo il fallimento. Da giovedì saranno messi all'asta 600 esemplari della Rebello, un modello del 1956 che verrà realizzato in versione moderna, la Giubileo, per festeggiare i 75 anni di vita dell'azienda. E saranno riproposte online la Corsaro veloce, la Scrambler e la Gran Passo.

LA VENDITA - Da giovedì comincerà per trenta giorni sul sito internet della casa la prevendita dei coupon di prenotazione delle nuove moto, che saranno consegnate entro l' anno. Si aggiudicheranno i coupon le venti migliori offerte (che non potranno superare i 13.900 euro), e in caso di parità sarà vincente la prima offerta in ordine di tempo. «Una moto di culto da collezionare, con uno stile assolutamente Moto Morini, nella continuità della sua tradizione e della capacità di innovare, caratteristiche di questa grande azienda in tutta la sua storia», dice, riferendosi alla Rebello, Sandro Capotosti, presidente di Moto Morini e per anni socio di riferimento e gestore di Banca Profilo. Lo scorso anno Capotosti ha intrapreso la nuova avventura con un altro imprenditore milanese, Ruggero Massimo Jannuzzelli, a capo di una newco chiamata non a caso Eagle Bike, richiamando l'aquila d'oro che contraddistingue il marchio della casa di Casalecchio.

IL FALLIMENTO - Sono stati loro il 19 luglio 2011, 14 mesi dopo il fallimento (e dopo che in aprile la prima asta era andata deserta), ad aggiudicarsi per un milione e 960mila euro, diecimila in più della base d'asta, la casa della T125, ma soprattutto del Corsarino, prodotto dal '63 al '77, e della '3 1/2' del 1972. A presentare un'offerta c'era stato anche Paolo Berlusconi, sfilatosi poi dalla trattativa. La nuova proprietà prevede di realizzare mille moto quest' anno e 5.000 a pieno regime nel 2016, con un fatturato di 60 milioni e cento dipendenti, quasi il triplo dei 36 che il prossimo mese torneranno nella sede di via Porrettana per riprendere la produzione.


Redazione Online13 marzo 2012 (modifica il 15 marzo 2012)



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Venere incontra Giove Appuntamento alle 19,10

La Stampa

Una insolita congiunzione tra i due pianeti, ben visibile in cielo verso sera





Piero Bianucci


Che cosa sono quelle due stelle luminosissime che si vedono a ovest appena tramonta il Sole?

Non sono stelle. Sono i pianeti Venere (l’astro più luminoso e più ad ovest) e Giove, in una loro insolita congiunzione. Che poi non è letteralmente una congiunzione, tanto meno carnale, ma un forte avvicinamento. La massima vicinanza tra i due pianeti viene raggiunta questa sera, 14 marzo, alle 19,10. Ma poiché il loro movimento è piuttosto lento, anche le prossime sere, fino alla fine del mese, saranno quasi altrettanto favorevoli. La minima distanza, quella del 14 marzo, è di tre gradi, cioè circa sei volte il diametro apparente della Luna.

Il miglior modo di osservare una congiunzione è a occhio nudo o con un binocolo a largo campo. Ma se usate un piccolo telescopio, pur non potendo inquadrare insieme Venere e Giove, vedrete altre cose interessanti. Giove mostrerà i suoi quattro satelliti principali, già scoperti da Galileo: Io, Europa, Callisto e Ganimede. Di Venere vedrete la fase: dalla posizione attuale della Terra, infatti, la vediamo un’ di lato, e noteremo che è ormai vicina al quarto. Il diametro apparente del pianeta è attualmente intorno a 21 secondi d’arco e raggiungerà i 25 a fine marzo.

Quanto alla distanza angolare dal Sole, raggiungerà il valore più alto il 27 marzo, quando si troverà a 46 gradi dal Sole, e quindi brillerà fino a notte abbastanza avanzata. “La congiungente Sole-pianeta – scrive Walter Ferreri sulla rivista mensile “Orione” – è quasi verticale e questo significa che le condizioni sono ideali, con il pianeta ben alto sull’orizzonte”.

Altra congiunzione interessante: il 26 marzo, falce della Luna, Venere e Giove.





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Viaggio oltre Gomorra: il tesoro dei boss

Corriere del Mezzogiorno

Un documentario realizzato da studenti del Suor Orsola Zappalà: «È la prima volta che nasce un rapporto tra Università e Rai, che Napoli faccia da battistrada!»


Sono tre ragazzi dell'Università «Suor Orsola Benincasa» e hanno deciso di trasformarsi in agguerriti documentaristi, sociologi, narratori, cameramen, a toccare per mano l'argomento forse più scottante dei nostri anni: lo strapotere della criminalità organizzata. Il risultato è il film televisivo Oltre Gomorra. Il tesoro dei boss: viaggio sui beni confiscati alle mafie che Valerio D'Ambrosio, Jole Rago e Ilaria Stefanini hanno realizzato con Aldo Zappalà in veste di regista-autore, ma anche di docente di scritture creative presso il «Suor Orsola» (il film è prodotto da Village Doc&Films per Rai-La Storia siamo noi).
 
L'incipit del documentario è ad alta caratura drammatica: «C'è una impresa contro cui lo stato da anni è impegnato in una guerra senza sosta. È una impresa che resiste ad ogni crisi con un fatturato in continua crescita. È la premiata ditta ‘‘Mafie spa''. Una impresa che ammazza, ruba, truffa, si nasconde e si insinua nella politica, nella finanza, nella vita quotidiana, fa affari con ogni attività legale e ovviamente criminale. Ogni reato, ogni delitto è buono per fare soldi, tanti soldi...» Dice Jole Rago: «Nel marzo 2010 un articolo di ‘‘Repubblica'' suscitò la nostra attenzione.

Il titolo: ‘‘Niente credito alle società confiscate'', ci rivelava qualcosa in più sulle vicende legate ai beni tolti alla criminalità organizzata. Decidemmo così di intraprendere un percorso di ricerca per la tesi di laurea, che il nostro relatore Aldo Zappalà (noi abbiamo studiato anche con Stefano Rizzelli) ha voluto trasformare in racconto televisivo».

Trapani è la prima tappa dei giovani, emozionati reporter, dove il giornalista Rino Giacalone del quotidiano «La Sicilia» ricapitolerà davanti alle telecamere le vicende del boss Vincenzo Virga proprietario della «Calcestruzzi Ericina» — messa sotto sequestro in base alla Legge 109 che colpisce i beni mafiosi — e affidata a una cooperativa che avrà vita difficile perché gli imprenditori siciliani preferiranno tenersi inizialmente alla larga. Virga, tra l'altro, come racconta Giacalone, il 2 aprile del 1985 tentò di ammazzare a Pizzolungo, con un'autobomba, il magistrato avellinese Carlo Palermo, il quale se la cavò con ferite leggere, mentre morirono Barbara Rizzo Asta e i suoi figli Salvatore e Giuseppe che erano a bordo di un auto in fase di sorpasso.


Racconta oggi Margherita Asta in Oltre Gomorra: «Avevo 10 anni quando mia mamma e i miei fratelli sono stati assassinati. Erano gemelli, uno biondo con i capelli ricci, l'altro bruno con i capelli lisci...». Dell'espansione dei capitali della 'ndrangheta al Nord si è detto tantissimo, soprattutto dopo le denunce di Roberto Saviano. Ne parla al microfono anche don Luigi Ciotti, intervistato dai ragazzi del «Suor Orsola» a Cascina Caccia, terra confiscata a Domenico Belfiore, uno dei capi della 'ndrangheta all'ergastolo come mandante dell'omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia.

Dice tra l'altro don Ciotti: «Oggi il problema delle mafie travolge tutta l'Italia, dunque mi stupisco di chi si è stupito della loro presenza al Nord». Naturalmente le telecamere hanno a lungo indugiato nella grande conurbazione di Napoli dove delitti camorristici ed egemonia d'impresa nel campo delle eco-mafie sono all'ordine del giorno, ma per fortuna le cronache ci parlano anche di arresti di latitanti, con confische di cantieri, aziende, supermercati, terreni, ville hollywoodiane.

Paolo Berizzi, inviato di «Repubblica» ha spesso «investigato» sui crimini piccoli e grandi in Campania, a cominciare dal campo delle sofisticazioni alimentari: «Molti produttori di mozzarelle importavano latte straniero, quindi cagliate provenienti dalla Romania ma anche, in molti casi, arrivate clandestinamente dai paesi del Sud America, cagliate che affrontavano dunque viaggi lunghissimi prima di arrivare in terra di Gomorra dove venivano sbiancate con soda caustica e calce. Anche il pane ‘‘cafone'' molto spesso è taroccato!» Oggi un ruolo importante per il ritorno della legalità è affidato alla Fondazione Pol.i.s (Politiche integrate di Sicurezza, per le vittime innocenti di criminalità e i beni confiscati) promossa dalla Regione Campania. In quelle che una volta erano le scuderie e le proprietà di Michele Zaza, la cooperativa di «Libera Terra» intestata a don Peppe Diana produce mozzarella non taroccata.
 
Spiega Walter Dondi: «La realizzazione del caseificio è forse la cosa più complicata che si sta facendo su ciò che una volta apparteneva alla camorra. Noi ne abbiamo aiutato la nascita, attraverso il contributo che destiniamo alle nuove cooperative sui beni confiscati». Replica don Ciotti: «Sono sicuro che ‘‘Libera Terra'' con la mozzarella della legalità darà una bella sberla ai giochi criminali e camorristi del territorio!». I ragazzi del «Suor Orsola Benincasa» sono arcifelici del traguardo raggiunto. Dice Zappalà: «È la prima volta, forse, che nasce questo rapporto stretto fra Rai e Università ed è importante che una volta tanto Napoli faccia da battistrada!».

Sergio Lambiase
14 marzo 2012


Ha fatto combattere i bambini-soldato» Condannato all'Aia il congolese Lubanga

Corriere della sera

Sentenza storica della Corte per i crimini di guerra



La Corte penale internazionale ha riconosciuto colpevole di crimini di guerra l’ex capo delle milizie congolesi Thomas Lubanga, accusato di aver reclutato bambini soldato durante la guerra civile della Repubblica democratica del Congo. Si tratta del primo verdetto emesso dalla Corte dell’Aia, dieci anni dopo la sua nascita.


SENTENZA STORICA – «La corte è giunta alla conclusione all'unanimità che l'accusa ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che Thomas Lubanga è colpevole dei crimini di coscrizione e arruolamento di bambini di meno di quindici anni e li ha fatti partecipare a un conflitto armato», ha detto il giudice britannico Adrian Fulford. La pena verrà pronunciata successivamente, ma l’ex signore della guerra congolese rischia dai 30 anni di carcere alla reclusione a vita.

IL PROCESSO - Lubanga era stato fermato e trasferito a L’Aia nel marzo 2006 diventando la prima persona mai arrestata sulla base di un mandato di cattura della Corte penale internazionale. Il processo a suo carico era iniziato il 26 gennaio 2009 per concludersi lo scorso agosto. Durante i 204 giorni di udienze i giudici hanno ascoltato 36 testimoni dell’accusa e 24 della difesa, permettendo a più di un centinaio di giovani vittime di presenziare al processo. Lubanga si era dichiarato non colpevole di tutti i capi di imputazione e i suoi legali avevano accusato la Corte di aver presentato prove e testimonianze false.

JOLIE FRA IL PUBBLICO – L’attrice Angelina Jolie era presente fra il pubblico al momento della lettura della sentenza. La Jolie, che negli ultimi anni ha messo la propria notorietà al servizio di alcune cause umanitarie, ha definito il verdetto una storica vittoria per tutti i bambini soldato. «E’ il loro giorno. Oggi questi bambini sentiranno che non c’è impunità per quello che gli è accaduto, per quello che hanno sofferto» ha dichiarato la Jolie.

SIGNORE DELLA GUERRA - Lubanga, 51 anni, era il leader fondatore dell'Unione dei Patrioti Congolesi (Upc) e del suo braccio armato, le Forze patriottiche di Liberazione del Congo (Fplc), una milizia accusata di aver arruolato i minori durante il conflitto interetnico che per più di 5 anni (1999-2003) ha insanguinato la regione dell’Ituri, nel nord est della Repubblica democratica del Congo. Il conflitto a bassa intensità, scoppiato per tensioni etniche e per il controllo delle risorse naturali della regione ricca di giacimenti aurei, è costato la vita a più di 60 mila persone.

LA CORTE DELL’AIA - Creata dallo Statuto di Roma del 2002, la Corte dell’Aia è il primo tribunale penale internazionale permanente con il compito di giudicare i presunti colpevoli di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Accusata da molti di essere scarsamente operativa, mancando in effetti di una forza di polizia e potendo condurre indagini solo nei 120 paesi che ne riconoscono formalmente l’autorità, la Corte penale internazionale con questa sentenza incassa un credito importante, oltre ad un precedente giuridico, che potrebbe segnare un punto di svolta nella storia del diritto internazionale.


Andrea de Georgio

14 marzo 2012 | 15:48



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Il rapporto di Amnesty International: "Ecco come Assad tortura i dissidenti"

La Stampa

Violenze e abusi sui detenuti. Ampio l’uso delle scariche elettriche negli interrogatori



Una donna ferita durante le violenze a Idlib


Damasco

Un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International denuncia l’incubo delle torture sistematiche vissuto dalle persone vittime degli arresti di massa nel corso della rivolta siriana. L’ampiezza delle torture e dei maltrattamenti ha raggiunto, secondo l’organizzazione per i diritti umani, un livello che non si vedeva da anni e che ricorda il periodo nero degli anni Settanta e Ottanta.

 Rilasciato un giorno prima dell’anniversario dell’inizio delle proteste di massa nel paese, il rapporto di Amnesty International, intitolato ’Volevo morire: parlano i sopravvissuti alla tortura in Siria', documenta 31 metodi di tortura e maltrattamenti praticati dalle forze di sicurezza, dai militari e dalle shabiha (le bande armate filo-governative) attraverso i racconti di testimoni e vittime che l’organizzazione per i diritti umani ha incontrato in Giordania nel febbraio di quest’anno.

«L’esperienza fatta dalle tante persone arrestate nel corso dell’ultimo anno è ora molto simile a quella fatta dai prigionieri sotto l’ex presidente Hafez al-Assad: un incubo di torture sistematiche», ha dichiarato Ann Harrison, vicedirettrice ad interim del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. «Le testimonianze che abbiamo ascoltato descrivono dall’interno un sistema di detenzione e interrogatori che, a un anno dall’inizio delle proteste, ha il principale obiettivo di degradare, umiliare e mettere a tacere col terrore le vittime».


Le torture e i maltrattamenti ai danni dei detenuti, afferma Amnesty, seguono in genere un modello stabilito. Molte vittime hanno dichiarato di essere state picchiate al momento dell’arresto. Il pestaggio è proseguito con l’haflet al-istiqbal (’festa di benvenuto'), all’arrivo nel centro di detenzione, con pugni e percosse con bastoni, calci dei fucili, fruste e cavi di corda intrecciata. I nuovi arrivati vengono solitamente lasciati in mutande e talvolta tenuti all’aperto anche per 24 ore. Il momento di maggior pericolo è tuttavia quello dell’interrogatorio. Parecchi sopravvissuti alla tortura hanno descritto ad Amnesty International la tecnica del dulab (’pneumatico'): il detenuto è infilato dentro a uno pneumatico da camion, spesso sospeso da terra, e viene picchiato, anche con cavi e bastoni.

Amnesty International ha riscontrato un aumento delle testimonianze sullo shabeh: il detenuto è appeso a un gancio o ad altro attrezzo in modo che i piedi fluttuino nel vuoto o le loro dita tocchino a malapena il pavimento; spesso, in questa posizione, viene picchiato. È andata così a «Karim», 18 anni, uno studente di al-Taybeh (provincia di Deràa) che ha raccontato ad Amnesty International che, nel dicembre 2011, presso la sede di Deràa dei servizi segreti dell’Aeronautica, le persone che lo stavano interrogando gli hanno strappato la pelle dalle gambe usando delle tenaglie.


Risulta ampio anche l’uso delle scariche elettriche durante gli interrogatori. Vittime di tortura hanno descritto ad Amnesty International tre metodi: la vittima o il pavimento della cella vengono bagnati d’acqua e poi viene sprigionata l’elettricità; la ’sedia elettrica', con gli elettrodi applicati alle parti del corpo; e l’uso di pungoli elettrici. Nel corso dell’ultimo anno paiono essere diventati più comuni anche le torture basate sul genere e la violenza sessuale. ’Tareq’ ha riferito ad Amnesty International che, nel luglio 2011, mentre era detenuto nella sede dei servizi segreti militari di Kafr Sousseh, a Damasco, è stato costretto ad assistere allo stupro di un altro prigioniero, ’Khalid’: "Gli hanno tirato giù i pantaloni. Aveva una ferita sulla coscia sinistra. L’ufficiale lo ha violentato contro il muro. ’Khalid’ non poteva fare altro che piangere e batteva la testa contro il muro".



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L'uomo più alto del mondo ha smesso di crescere (con l'aiuto dei medici)

Corriere della sera


Sultan Kosen, 29 anni è alto 2,51 metri e porta il 57 di scarpe. A 10 anni ha sviluppato una patologia che porta al gigantismo


Sultan KosenSultan Kosen

MILANO - È turco, ha 29 anni ed è alto 2 metri e 51 centimetri. È Sultan Kosen, dal 2010 il detentore del primato di uomo più alto del mondo. Ora ha smesso di crescere. I medici statunitensi sono infatti riusciti a «fermare» il giovane gigante grazie ad una terapia farmacologica. La scelta (quasi impossibile) dei vestiti non è però il suo cruccio maggiore.

TERAPIA - Sultan Kosen, entrato nel Guinnes dei primati per la sua abnorme statura, è stato sottoposto ora ad una terapia farmacologica al Centro Medico dell'Università della Virginia a Charlottesville, nei pressi di Washington, riferisce fra gli altri il giornale Richmond Times-Dispatch. Al giovane era stato asportato in precedenza anche un tumore benigno il quale, nella ghiandola pituitaria (la ghiandola endocrina situata alla base del cervello che elabora numerosi ormoni e sovrintende alla funzionalità delle altre ghiandole endocrine), gli impediva di arrestare la sua attività cellulare fino a farlo diventare un gigante.

STORIA TRISTE - Nato a Mardin, una città del sud-est della Turchia, Kosen era un bambino del tutto normale fino all’età di dieci anni. Poi ha sviluppato una patologia chiamata acromegalia, che porta al gigantismo. Grazie (o per colpa) di questa malattia metabolica cronica il suo nome è entrato per diverse volte nel Guinness dei primati. Con un’altezza di 2,51 metri è attualmente l’uomo vivente più alto del pianeta. Tra gli altri suoi record, anche quello di uomo dalle mani e dai piedi più lunghi del mondo: rispettivamente 27,5 centimetri e 36,5 centimetri. Porta scarpe numero 57. Un primato del quale il giovane Kosen è molto orgoglioso e che lo ha portato a viaggiare da un capo all’altro del mondo. Firma autografi, si fa fotografare, viene invitato alle inaugurazioni di centri commerciali o nelle librerie. Tuttavia, l’enorme popolarità non lo ripaga dei tanti disagi che le sue incredibili dimensioni gli hanno provocato per tutta la vita. Dietro al suo primato si nasconde una storia abbastanza triste: il ragazzo non ha infatti mai avuto una vita che si possa definire normale. Qualche tempo fa si era lamentato del fatto di non riuscire a trovare un'automobile in cui riuscire ad entrare e, problema ancora più irritante, una fidanzata. «Le donne hanno paura dei giganti», aveva spiegato.



Elmar Burchia
14 marzo 2012 | 12:33




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Mister Valtur? I soldi sono del padrino»

Corriere della sera


L'antimafia vuole il blocco di tutti i beni del proprietario: 5 miliardi di euro. «È un prestanome di Messina Denaro»



ROMA - Il pericolo sembrava ormai sventato. I tentativi di far digerire ai contribuenti la Valtur erano miseramente falliti. Ma nessuno si aspettava il colpo di scena che potrebbe creare una situazione paradossale, costringendo lo Stato a farsi carico suo malgrado di quel marchio storico e prestigioso dell'industria turistica italiana che gestisce una ventina di villaggi.

La Direzione investigativa antimafia di Palermo ha chiesto il sequestro di tutti i beni di Carmelo Patti, imprenditore originario di Castelvetrano, in Provincia di Trapani. E fra questi c'è appunto la Valtur. Ha raccontato Salvo Palazzolo sull'edizione palermitana di «Repubblica» che l'accusa mossa nei suoi confronti è pesantissima: quella di essere nientemeno che il referente e prestanome di Matteo Messina Denaro, ritenuto dagli inquirenti uno dei capi di Cosa Nostra. Anche lui di Castelvetrano.

Gli investigatori aggiungono di aver riscontrato «una inquietante sperequazione fra redditi e investimenti», tanto da formulare al tribunale la richiesta di un sequestro spettacolare: 5 miliardi di euro. Somma sconcertante, che certamente mal si concilia con le difficoltà delle imprese della famiglia Patti. Per esempio la Cablelettra, uno dei principali fornitori della Fiat. Messa nel 2009 in amministrazione straordinaria, è stata rilevata la scorsa estate dalla giapponese Yazaki.

Ma soprattutto la Valtur, acquistata da Patti nel 1998 per la cifra astronomica di 300 miliardi di lire. Dodici anni dopo quella spesa folle lo stato delle cose è drammatico. La situazione patrimoniale al 31 ottobre del 2010, che farà fede per il commissariamento, presenta 358 milioni di debiti a fronte di 187 di fatturato. Come ci si è arrivati, è presto detto. Acquisizioni a prezzi fuori mercato fatte in Sicilia, errori strategici (a un certo punto viene comprata una nave da crociera) ma anche, evidentemente, lacune nella gestione.

Per venirne fuori Carmelo Patti le tenta tutte. L'obiettivo è far tornare la Valtur nell'orbita pubblica. Nel Palazzo ha ottime amicizie. Intanto il Cavaliere e il sottosegretario Gianni Letta. Ma anche il ministro dell'Industria Claudio Scajola e il fido consigliere Ignazio Abrignani, tanto fido da essere nominato deputato nel 2008. E poi i numerosi esponenti politici siciliani, il Guardasigilli Angelino Alfano, l'ex sottosegretario all'Interno Antonio D'Alì...

I rapporti fra la famiglia Patti e il governo Berlusconi sono così solidi che quando c'è da nominare il presidente di Buonitalia, società del settore turistico che distribuisce sussidi alle imprese e fa capo al ministero dello Sviluppo, ecco pronta la poltrona per Maria Concetta Patti, amministratore delegato della Valtur e figlia di Carmelo. In questo contesto dovrebbe essere un gioco da ragazzi far rilevare a Invitalia l'azienda che ormai annaspa.

Le pressioni sull'amministratore delegato Domenico Arcuri sono tremende. E non scherzano nemmeno quelle su Fintecna. Ma sia Arcuri che l'amministratore delegato della holding del Tesoro, Massimo Varazzani, resistono. Non resta allora che la strada del commissariamento. Di commissari, il 18 ottobre 2011 ne vengono nominati addirittura tre. I loro nomi: Daniele Discepolo (stimatissimo dal successore di Scajola, Paolo Romani, che lo nomina addirittura per decreto suo consigliere per le amministrazioni straordinarie), Stefano Coen (professionista tenuto in ottima considerazione da Gianni Letta) e Andrea Gemma. Parente, quest'ultimo, di quel Sergio Gemma che fino al 2002 era stato presidente del collegio sindacale della Valtur.

E c'è chi continua a sospettare che il commissariamento non sia altro che una mossa tattica, non sgradita agli stessi azionisti. Antonino Le Presti, deputato siciliano eletto con il Pdl e poi passato al Fli presenta il primo febbraio scorso una interrogazione ustionante. Chiede chiarimenti sulla nomina dei commissari, vuole chiarimenti sulle loro competenza, pretende l'elenco dei consulenti con relativi onorari.

Un clima dunque pesantissimo, come sta a dimostrare un altro episodio. Nelle settimane scorse circolavano nelle redazioni dei giornali delle carte tese a dimostrare come Arcuri, l'uomo che si è rifiutato di salvare l'azienda di Patti con soldi pubblici, durante il Natale di un paio d'anni fa avrebbe soggiornato gratis con la famiglia nel villaggio Valtur di Mauritius. Una circostanza smentita però dai documenti bancari, secondo i quali l'amministratore delegato di Invitalia avrebbe pagato la vacanza due volte: la prima alla partenza, con un bonifico; la seconda, con un successivo bonifico, dopo aver scoperto che la Valtur gli aveva fatto riaccreditare il costo del soggiorno sul suo conto corrente.



14 marzo 2012 | 13:55



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Il cavallo cieco che vince tutto

Corriere della sera

È un purosangue di nove anni, cieco dalla nascita a causa di un fungo. Ma la cecità non impedisce a Laghat, questo il nome del cavallo, di vincere in pista


PISA - È un purosangue di nove anni, cieco dalla nascita a causa di un fungo. Ma la cecità non impedisce a Laghat, questo il nome del cavallo, di vincere in pista. La sua storia è raccontata dal quotidiano Il Tirreno. Il purosangue ha già vinto diciannove corse in cinque anni e ha al suo attivo una serie di buoni piazzamenti.

ALLENAMENTI NEL PARCO SAN ROSSORE - Invece che in un box, vive in una comoda capanna nel parco di San Rossore a Pisa dove si allena. Il suo proprietario, Federico De Paola, racconta in un intervista al quotidiano che il cavallo non ha alcun problema a stare in gruppo e ad evitare contatti con gli altri. «Devo ancora capire come sia possibile - dice De Paola che è anche il suo fantino - ma posso dire di non aver mai avuto problemi a comandarlo, anche in corse particolarmente affollate, di sedici-diciotto partenti. Reagisce perfettamente ai comandi, da sempre».

14 marzo 2012




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Se la coppia è “diversa”. L’amore (contrastato) fra chi è disabile e chi no

Corriere della sera

di Claudio Arrigoni

Enza e Max. Francesco e Sonia. E mille altre. Coppie che si amano. E fanno l’amore. Belli. Felici. Ma non per tutti. Quella che dovrebbe essere normalità è vista con sospetto e curiosità, se non provoca addirittura scandalo: ma come lei, simpatica e così bella stare con un disabile? Lui, bello e così simpatico, vive con lei che ha una disabilità così grave? Perché Max ha occhi meravigliosi in un corpo segnato dalla distrofia muscolare ed Enza no, bellezza siciliana e mediterranea. E Sonia ha sorrisi e sguardi dolcissimi ma forza per alzare a malapena una bottiglia per una amiotrofia spinale che l’ha portata a usare una carrozzina elettrica e Francesco no, con quel fisico da cestita mancato. L’affettività in persone con disabilità ha tante sfaccettature (alcune le abbiamo messe in luce nei post precedenti) e probabilmente la normalità è quella che fa più paura: l’amore e il sesso nella semplicità e nelle difficoltà della vita di coppia, specie se una persona vive con disabilità, magari grave, e l’altra no. Coppie “miste”, per usare un termine sbagliato. Perché sono coppie normali.

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C’è quella famosa di Nick e Kanae: lui, Nick Vujicic, nato in Australia senza braccia e gambe, solo due piedini di cui uno con due dita, per la tetramelia, malattia genetica, predicatore e motivatore di professione; lei, Kanae Miyahara, di quelle che fanno girare la testa, mora e viso orientale. Si sono sposati a febbraio in California, luna di miele alle Hawaii. C’è quella “trasgressiva” di Isa e Staral: francesi, lui aveva una distrofia degenerativa che l’ha portato a morire, lei pochi anni meno di lui e nessuna disabilità. Insieme crearono un blog che ha fatto anche scandalo, dove hanno raccontato del loro amore e condiviso le foto dei loro corpi che si incontrano.

Max ed Enza sono belli insieme. “A volte mi hanno scambiato per la badante. Siciliana, mora, carnagione chiara, mi prendevano per una romena che curava il disabile in carrozzina”. Enza ci scherza, ma non deve essere stato facile: “I miei non l’avevano presa bene, per un anno non mi hanno parlato, al matrimonio non sono venuti. Pensavano non potessi essere felice con lui. Ma se io mi immagino anziana, ci vedo insieme. Chi non conosce pensa: ‘Avrà la sindrome da crocerossina’ o ‘sarà una sfigata che non trova altro’. Cosa vuoi rispondere a chi ragiona così?” Enza aveva 25 anni quando si sono sposati, nel 2008, e vivono insieme a Bologna. Si sono conosciuti via internet perché Max ha un blog molto visitato, un sito per vacanze e turismo accessibile e un altro in procinto di nascere proprio su affettività e disabilità, oltre a improvvisarsi attore per un film che tratta proprio di sesso e disabilità. “Il primo approccio non è stato fisico, ma quando questo c’è stato sapevo come doveva essere, proprio grazie a Max non ho avuto sorprese. Solo questo potrei consigliare: cercare di capire la disabilità e le problematiche che porta”.

Sonia è una sportiva di quelle vere: portiere della Nazionale di wheelchair hockey, l’hockey su carrozzina elettrica. Usa uno stick, strumento applicato davanti alla pedana della carrozzina per colpire la palla, perché non riesce a tenere in mano la mazza. “Quando dicevo che ero fidanzata, c’era sempre la domanda: ‘ah, e anche lui ha difficoltà?’. Ho conosciuto Francesco alle partite, accompagnava la squadra di Monza, dove giocano suoi cari amici. Mi ha chiamato e un giorno l’ho trovato a Genova, sotto casa mia”. Corteggiamento e fidanzamento, aprile del prossimo anno la data del matrimonio. “Quando ho iniziato a perdere la testa per lei avevo già un’altra ottica: non vedevo la carrozzina, i miei migliori amici la usano, l’ambiente che frequento è fatto anche di persone con disabilità. E Sonia è molto più che carina, ci sto proprio bene. Figli? Sarà quel che sarà, crediamo nella famiglia e se ci si pone problemi su cosa succederà domani non si fa nulla. La sessualità è parte della vita di coppia”.

Come per Enza, le paure maggiori sono quelle dei genitori. Sonia: “Mamma teme magari che qualcosa possa non funzionare”. Cosa è: paura del futuro dei figli? O del presente?  Francesco: “mi piacerebbe sapere cosa hanno pensato i miei la prima volta che l’ho portata a casa. Ma voler bene a un figlio vuol dire anche saper accettare le sue scelte”. Quanti di noi cercano di insegnare l’amore e potrebbero ritrovarsi a vivere le contraddizioni del padre di “Indovina chi viene a cena”, quella volta riferito al colore della pelle e in questo caso alla disabilità?

Ne aveva parlato Max a Giuseppina Manin per la 27esimaora: “I nostri corpi sono un po’ come i quadri di Picasso. Non piacciono a tutti, per capirli bisogna avere occhi particolari. Ma se li hai, poi li ami moltissimo, te ne innamori anche più di un quadro ‘classico’.”

Living Docs, Mozilla lancia i documentari interattivi

La Stampa


Arriva anche la versione 11 del browser Firefox con nuovi strumenti

TORINO


«Mozilla sta collaborando con i leader mondiali del film-documentario per lanciare il progetto Living Docs. La partnership produrrà eventi, progetti e codice volto a rivoluzionare i documentari basati sul Web, utilizzando la potenza dei nuovi strumenti Web "aperti", come Mozilla Popcorn, per creare nuovi modi di raccontare storie online». Così comincia la presentazione del nuovo servizio proposto sul blog ufficiale di Mozilla, dove è specificato che l'esperimento nasce da una partnership con il Tribeca Film Institute (uno dei finanziatori e tra le maggiori organizzazioni mondiali dedicate al cinema indipendente), il Center for Social Media presso l'American University, ITVS e BAVC.

In pieno «spirito hacker» di innovazione aperta al mondo, Living Docs si propone di offrire a cineasti e sviluppatori gli strumenti, come la piattaforma Popcorn, per rinnovare la narrazione per immagini, usando tecnologie open Web e mettendo in condivisione codici e risorse. «E' l'evoluzione del genere documentario», ha commentato Brett Gaylor di Mozilla, un sistema che permetterà a registi e sviluppatori di lavorare insieme per raccontare storie in modi mai tentati prima. «L'arte della narrazione entra nel 21° secolo, ispirata ai principi open-source promossi da Mozilla, di collaborazione, apprendimento costante e interazione», dicono alla ITVS. «Questo modo di lavorare richiede nuove competenze, nuove squadre e nuove estetiche».

La particolarità di questo tipo di produzioni è data dalla possibilità di modificare l'opera, magari in base ai suggerimenti degli utenti in Rete, o aggiornarla seguendo l'evolvere della tecnologia. Il primo appuntamento per vedere sviluppatori web e documentaristi all'opera insieme sarà l'«Hot Hacks», il 28 e 29 aprile, ospitato all'interno del prossimo festival del cinema «Hot Docs» di Toronto: due giorni di workshop dedicati all'innovazione del linguaggio e dei mezzi filmici, per i quali  si reclutano registi e tecnici con progetti interattivi. Intanto, a poco più di un mese dal lancio della precedente, dalla fucina di Mozilla esce anche la versione 11 del browser multipiattaforma Firefox con alcune novità, come la sincronizzazione degli add-on fra un pc e l’altro attraverso Firefox Sync e l'opzione per importare bookmark, history, e cookie da Chrome. Per gli sviluppatori, Page Inspector 3d View dà la possibilità di vedere la struttura dei siti web in tre dimensioni, mentre Style Editor modifica i fogli di stile come in un editor di testi.

Qui la preview sul blog di Mozilla e il link per scaricare il software.

(L'immagine è tratta dal blog di Mozilla)




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Scoperto perché le arance rosse fanno così bene

La Stampa

Ricercatori del progetto europeo Athena hanno individuato il meccanismo genetico che regola le proprietà salutari delle arance rosse di Sicilia




Rosso colore della salute. È il caso delle arance rosse di Sicilia che devono proprio questo loro colore caratteristico a delle sostanze chiamate “antocianine”. Quelle stesse sostanze che sono state riconosciute essere dei potenti antiossidanti, in grado di apportare numerosi benefici all’organismo. Grazie dunque alle antocianine, le arance rosse di Sicilia si pongono ai vertici della classifica dei frutti salutari e della sana alimentazione. Ma cosa rende le arance rosse di Sicilia così caratteristiche? È un gene. Si chiama “Ruby”, ed è stato identificato dai ricercatori del Progetto europeo Athena. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Plant Cell, è stato condotto dal John Innes Centre di Norwich (Uk) e dal Centro di Ricerca per l’Agrumicoltura e le Colture Mediterranee di Acireale.

Le arance rosse diventano tali e sviluppano il loro alto contenuto di antocianine, soltanto a fronte di determinate condizioni ambientali. Hanno per esempio bisogno di giorni caldi e notti fredde – queste ultime necessarie soprattutto durante la fase della maturazione. In assenza di queste condizioni climatiche, i frutti non riescono a produrre una quantità sufficiente di antocianine e finiscono per somigliare molto alle comuni varietà di arance bionde. Ed è quindi in Sicilia, e più precisamente nel clima tipico dell’area del monte Etna che le arance trovano il luogo  ideale per il loro corretto sviluppo.

Lo studio ha anche messo in luce come le antocianine siano presenti sia nelle arance rosse che bionde, tuttavia mostrano con evidenza la loro presenza e influenza soltanto nella varietà rossa. Ma perché accade ciò? Oltre alla già citata influenza del clima i ricercatori hanno scopeto che questo fattore è determinato da una caratteristica del gene Ruby presente nelle arance rosse, capace di influenzarne l’attività. «Questa parte appartiene alla categoria di sequenze del DNA chiamate retrotrasposoni – spiega Eugenio Butelli, autore principale dello studio – Quello identificato da noi è inserito accanto al gene Ruby e controlla la sua attività. In pratica, questo particolare retrotrasposone è responsabile della cascata che porta alla produzione di antocianine».

I retrotrasposoni sono degli elementi ancora misteriosi, presenti nel materiale genetico di tutti gli organismi viventi. Spesso, nelle piante, più del 50 percento del DNA è composto proprio da queste sequenze genetiche. Si possono muovere, replicare o essere silenti. «Il retrotrasposone che abbiamo identificato – continua Butelli – è presente anche nelle arance bionde ma solo in quelle rosse è inserito al posto giusto per agire come un interruttore capace di attivare il gene Ruby quando la pianta è esposta a temperature piuttosto fredde». Una concomitanza di situazioni che fa la differenza quindi.

«Al fine di ottenere autentiche arance rosse questo specifico retrotrasposone e le temperature fredde sono entrambi elementi indispensabili – specifica Cathie Martin del John Innes Centre e coordinatore del Progetto Athena – Vorrei sottolineare l’importanza di una comprensione approfondita del processo coinvolto nella produzione di antocianine nelle arance. Diversi studi hanno dimostrato che un consumo di succo di arance rosse riduce lo stress ossidativo nei pazienti diabetici, protegge il DNA dal danno ossidativo e può ridurre i fattori di rischio cardiovascolari nella stessa misura in cui avviene con altri cibi ricchi di antocianine. 

È chiaro quindi che le arance rosse rappresentano una risorsa importante per la salute e la prevenzione delle malattie. Una migliore conoscenza delle basi genetiche e molecolari della produzione di antocianine in questi frutti può spianare la strada, attraverso l’ingegneria genetica, verso varietà di arance rosse che possano essere coltivate anche in climi più caldi. In questo modo sarebbe possibile allargare la coltivazione e contribuire ad una maggiore disponibilità di questo particolare tipo di agrumi».

«Lo studio – commenta Giuseppe Reforgiato Recupero, del Centro di Ricerca per l'Agrumicoltura e le Colture Mediterranee – sottolinea ancora una volta l’unicità dell’ambiente in cui le arance rosse sviluppano appieno il loro potenziale benefico. Il freddo infatti non è una condizione sufficiente: le basse temperature inducono la produzione di antociani, ma è pur vero che i giorni assolati e caldi sono necessari per avere un frutto dolce e gustoso. Questo spiega le difficoltà incontrate quando si prova a far crescere arance rosse in luoghi geografici che non siano quelli attorno al monte Etna». Una riprova che la Natura sa fare il suo mestiere.

«L’effetto immediato della nostra ricerca – aggiunge Reforgiato – è che ora abbiamo un marker genetico che ci permette una selezione veloce. In passato bisognava aspettare che la pianta si sviluppasse interamente (il che richiedeva anni) prima di sapere se avremmo ottenuto arance rosse. Invece ora possiamo selezionare solo quelle piante che hanno questo marchio genetico di distinzione».

La ricerca del progetto Athena ha anche un’implicazione storica. Gli scienziati hanno infatti esaminato le origini delle arance rosse, usando tecniche genetiche ma anche consultando antichi libri e le pitture di Bartolomeo Bimbi, un artista fiorentino autore della collezione Medici Citrus risalente al XVIII secolo. I risultati dimostrano che, mentre esiste tutt’ora una varietà di arance rosse in Cina, quelle di Sicilia si sono originate a seguito di una mutazione indipendente, che probabilmente è avvenuta una volta che l’arancia dolce è stata portata nelle aree del Mediterraneo proprio dalla lontana Cina.

Il progetto ATHENA

Il progetto europeo Athena è finanziato dalla commissione europea (Grant Agreement no. 245121) nell’ambito del settimo programma quadro. (Cooperazione – Tema di ricerca “Cibo, agricoltura, pesca e biotecnologia). Il progetto è la continuazione del precedente progetto Flora finanziato nell’ambito del sesto programma quadro che ha studiato la relazione tra consumo di flavonoidi e malattie croniche come quelle cardiovascolari e tumori. La ricerca con modelli animali e specifici trial su volontari umani ha valutato gli effetti benefici di un consumo prolungato di flavonoidi su alcuni parametri di salute come quelli legati all’infiammazione e alla trombosi. Athena fornirà una conoscenza ancora più approfondita sul promettente legame che esiste tra le abitudini alimentari e l’insorgenza delle malattie croniche attraverso specifici studi su volontari umani. I risultati aiuteranno a formulare accurate raccomandazioni alimentari e a disegnare valide strategie di salute. 

Per maggiori info: www.athena-flora.eu/





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Microsoft inventa il traduttore vocale istantaneo

La Stampa

CARLO LAVALLE


I ricercatori Microsoft hanno creato un software che, una volta perfezionato, sarà in grado di tradurre in tempo reale il suono di una voce umana in una lingua diversa da quella di partenza. Il programma, chiamato Monolingual TTS, consente di effettuare le operazioni di registrazione e di riproduzione vocale in 26 linguaggi differenti, compreso l'italiano.

Il sistema di traduzione universale è stato presentato durante il TechFest2012 da Frank Soong, ricercatore capo del progetto sviluppato insieme ai suoi colleghi di Microsoft Research Asia, uno dei più importanti laboratori di ricerca della società di Redmond, fondato a Pechino nel 1998.

Per dare una dimostrazione in pubblico dei risultati raggiunti e della validità del lavoro svolto il team Microsoft ha usato una versione demo con audio integrato ad uno speciale avatar virtuale. Nella circostanza è stata realizzata un'immagine parlante di Craig Mundie, responsabile Ricerca e Strategia di Microsoft, capace di comunicare con una mimica ed una espressione fedele all'originale in due differenti lingue, inglese e cinese. Combinando tecnologie avanzate come sintetizzazione vocale tex-to-speech elaborata che converte il testo in parlato mediante una voce simile a quella reale e animazione video in 3D fotorealistico, si ottiene un effetto sorprendente.

Il software prodotto è stato pensato per avere applicazione in vari campi, dal lavoro al turismo, permettendo una interlocuzione diretta, da vicino o a distanza, tra due o più soggetti senza bisogno di conoscere la lingua dell'altro. Tuttavia, potrebbe anche essere utilizzato come sistema per favorire l'apprendimento linguistico da parte dei giovani. Ascoltare frasi di un linguaggio non materno ripetute dalla propria voce potrebbe rappresentare un mezzo per imparare più facilmente.

Un suo ulteriore impiego prevederebbe l'installazione in uno smartphone in modo che sia possibile tradurre immediatamente il testo di scritti, insegne o cartelli stradali in lingua straniera ripresi dalla fotocamera.

Il sogno avveniristico coltivato dai ricercatori Microsoft è però quello di determinare una situazione in cui una persona seduta comodamente nel suo ufficio possa in un futuro prossimo conversare con un collega di un paese straniero riuscendo a parlare nell'idioma dell'interlocutore per bocca di un avatar, modellato a propria immagine e somiglianza, grazie all'ausilio della traduzione simultanea tramite computer.


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L'Enciclopedia britannica sarà solo online

La Stampa


Fine della versione cartacea, d'ora in poi sarà accessibile sul sito a un costo di 70 dollari annuali
Per chi si sente schiacciato dal peso della cultura: l’Enciclopedia Britannica, 244 anni dopo la sua prima edizione stampata in Scozia, rinuncia alla carta e d’ora in poi sarà on line esclusivamente in versione digitale. Il costo annuale dell'abbonamento dovrebbe essere di 70 dollari (circa 53 euro).

«È un rito di passaggio in questa nuova era», ha detto al New York Times Jorge Cauz, presidente di Encyclopaedia Britannica Inc. «Questa notizia renderà certamente qualcuno triste o nostalgico, ma adesso abbiamo a disposizione strumenti migliori», ha spiegato Cauz. Nel 2010 l'azienda ha venduto 8.000 delle 12.000 copie stampate dell'enciclopedia, mentre la versione on line, che offre servizi gratuiti e chiede un pagamento annuale per consultare più in profondità il contenuto del sito, attirerebbe circa 100 milioni di persone in tutto il mondo.

L’enciclopedia stampata nel 2010 (i volumi venivano aggiornati ogni due anni) sarà l’ultima edizione su carta: è composta da 32 volumi, che pesano quasi 60 kg, cui hanno collaborato 4.000 esperti.





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Svizzera, pullman si schianta in un tunnel: 28 morti, tra cui 22 bambini belgi

Corriere della sera

L'incidente a Sierre, nel cantone Vallese. Anche l'autista e un suo collega hanno perso la vita. I feriti sono 24


MILANO - Ventotto persone hanno perso la vita, fra queste 22 bambini, in un gravissimo incidente stradale avvenuto martedì notte a Sierre, nel cantone Vallese, in Svizzera. Per motivi ancora ignoti (ma i siti di informazione svizzeri e belgi ipotizzano un colpo di sonno dell'autista, unito probabilmente alla velocità eccessiva) un pullman con targa belga ha urtato violentemente la parete sinistra di una galleria autostradale, andandosi poi ad incastrare in un cunicolo di sicurezza. Altri 24 bambini sono rimasti feriti, alcuni in modo grave. Entrambi gli autisti del pullman sono morti nell'incidente.




LO SCONTRO - L'autobus trasportava 52 passeggeri provenienti dalle località di Lommel e Heverlee, nel nord del Belgio. I bambini facevano parte di due classi scolastiche delle medie. Il comandante della polizia del Vallese ha parlato di tragedia «senza precedenti». L'ufficiale ha spiegato che elicotteri e ambulanze hanno trasportato i feriti in quattro ospedali. Il ministero degli Esteri belga Didier Reynders, ha riferito che l'autobus era stato noleggiato insieme ad altri due mezzi da un gruppo cristiano. «È incomprensibile quanto successo, - ha detto Reynders - c'erano tre bus in fila, e solo uno è rimasto coinvolto nell'incidente, senza peraltro coinvolgere gli altri mezzi». L'ambasciatore belga in Svizzera, Jan Luykx, ha detto che «è una tragedia per tutto il Paese».

Il premier belga Elio Di Rupo andrà in Svizzera sul luogo dell'incidente. Lo ha annunciato lo stesso premier. «Il primo ministro ha preso conoscenza con costernazione dell'orribile incidente avvenuto in Svizzera - ha detto Di Rupo in un comunicato -. È un giorno tragico per tutto il Belgio». «I miei pensieri si rivolgono in primo luogo alle vittime e ai loro familiari», si legge nel comunicato. Il governo belga sta facendo il possibile affinché le famiglie delle vittime siano informate nel modo più dignitoso e per organizzare il viaggio verso il luogo dell'incidente».

I SOCCORSI - È stato imponente lo schieramento di soccorritori sul posto. Circa 200 persone hanno lavorato per tutta la notte nella galleria autostradale. Sono state utilizzate 12 ambulanze e 8 elicotteri per portare i feriti negli ospedali del cantone. L'intervento è ora terminato e il mezzo incidentato è stato rimosso dalla galleria.




L'INCHIESTA - Il procuratore del canton Vallese, Olivier Elsig, ha assicurato che l'inchiesta per far luce sul drammatico incidente sarà condotta con trasparenza assoluta. L'autobus era di nuova generazione e dotato di cinture di sicurezza, riporta sul suo sito la Radio televisione svizzera. Il limite di velocità all'interno della galleria è fissato a 100 km/h.

Redazione Online14 marzo 2012 | 11:11

In un video con il telefonino i migranti portati a Gheddafi

Corriere della sera

Girato su un barcone, accusa l'Italia. Nel film documentario «Mare chiuso» ecco le storie dei profughi fatti tornare indietro


«Ci state gettando nelle mani degli assassini... Dei mangiatori di uomini...». Così gli eritrei fermati su un barcone supplicarono i militari italiani che li stavano riconsegnando ai soldati di Gheddafi. Avevano diritto all'asilo, quegli eritrei: furono respinti prima di poterlo dimostrare. C'è un video, di quell'operazione. Girato con un telefonino. Un video che conferma le accuse che due settimane fa hanno portato la Corte dei diritti umani di Strasburgo a condannare l'Italia. Quel video, miracolosamente sottratto alle perquisizioni dei gendarmi italiani e libici, messo in salvo e gelosamente custodito per due anni nella speranza che un giorno potesse servire, è oggi il cuore di un film documentario che uscirà domani. Si intitola «Mare chiuso», è stato girato da Stefano Liberti e Andrea Segre e racconta la storia di un gruppo di profughi, in gran parte eritrei e cristiani, in fuga dalla guerra che da troppo tempo si quieta e riesplode sconvolgendo la regione.

«Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia», raccontano gli autori. Lo scoppio della rivolta contro il tiranno libico, nel marzo 2011, cambiò tutto. Migliaia di poveretti rinchiusi nei famigerati campi di detenzione di Zliten o Tweisha o nella galera di Khasr El Bashir riuscirono a scappare. E tra questi «anche profughi etiopi, eritrei e somali vittime dei respingimenti italiani che raggiunsero in qualche modo il campo Unhcr delle Nazioni Unite per i rifugiati a Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati».


L'atto di accusa contro l'Italia per avere violato le regole del diritto d'asilo è una conferma della sentenza della Corte di Strasburgo. Il processo, come noto, aveva un punto di partenza preciso: il 6 maggio 2009 a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le nostre autorità intercettarono una nave con circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea tra cui bambini e donne incinte. Tutti caricati su navi italiane e riaccompagnati a Tripoli «senza essere prima identificati, ascoltati né informati preventivamente sulla loro effettiva destinazione».

Le regole, come inutilmente tentarono allora di ricordare l'alto commissariato Onu per i rifugiati, le organizzazioni umanitarie, molti uomini di chiesa e diversi giornali tra i quali Avvenire e il Corriere , erano infatti chiarissime. La Convenzione di Ginevra del 1951 dice che ha diritto all'asilo chi scappa per il «giustificato timore d'essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche». E l'articolo 10 della Costituzione conferma: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d'asilo».

Non bastasse, il direttore del Sisde Mario Mori, al comitato parlamentare di controllo, aveva chiarito com'erano trattati i profughi in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi...». Oppure, stando alla denuncia dell'Osservatorio sulle vittime delle migrazioni «Fortress europe», venivano abbandonati a migliaia in mezzo al deserto del Sahara.

Per non dire della sorte riservata alle prigioniere. Spiegò un comunicato del servizio informazione della Chiesa: «Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l'85% delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate». L'Osservatore Romano ribadì: «Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi è nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno».

Il film documentario di Liberti e Segre, attraverso testimonianze da far accapponare la pelle, ricostruisce appunto come il destino di tanti uomini, donne, bambini fu segnato dalla violazione di tutti i diritti di cui dovevano godere. Basta mettere a confronto le parole di tre protagonisti di questa storia.
 
Muammar Gheddafi: «Gli africani non hanno diritto all'asilo politico. Dicono solo bugie e menzogne. Questa gente vive nelle foreste, o nel deserto, e non hanno problemi politici». Silvio Berlusconi: «Abbiamo consegnato delle imbarcazioni al fine di riportare i migranti in territorio libico, dove possano facilmente adire l'agenzia delle Nazioni Unite per mostrare le loro situazioni personali e chiedere quindi il diritto di asilo in Italia». Un anziano somalo filmato in un campo profughi: «Era domenica quando ci hanno riportato a Tripoli.

I libici ci hanno portati via con dei camion container e poi nel carcere di Khasr El Bashir. Ci hanno bastonato. Ci hanno picchiati. Ci hanno rinchiusi». Una testimonianza confermata da Omer Ibrahim e Shishay Tesfay e Abdirahman e tanti altri. Del resto Laura Boldrini, la portavoce, ricorda che l'Alto commissariato Onu per i Rifugiati aveva denunciato l'impossibilità di svolgere laggiù, in Libia, sotto il tallone di un tiranno come Gheddafi che non riconosceva la convenzione di Ginevra, quell'attività prevista dagli accordi: «Non avevamo neppure accesso ai campi di detenzione. A un certo punto ci chiusero, dicendo che non avevamo le carte in regola. Per poi riaprire col permesso di trattare solo le pratiche vecchie».

Ma è la storia di Semere Kahsay, uno dei giovani che stava su uno di quei barconi, il filo conduttore del film. Eritreo, cristiano, in fuga dalla guerra, con tutte le carte in regola per godere del diritto d'asilo, nell'aprile 2009 riuscì a caricare la moglie incinta, un paio di settimane prima del parto, su un barcone per Lampedusa. Poi, messi insieme ancora un po' di soldi lavorando in Libia, si imbarcò per raggiungere la moglie e la figlioletta nata in Italia. Un viaggio infernale.

Il barcone troppo carico. L'avaria. La fine della scorta di acqua. La paura. L'arrivo di un elicottero italiano. L'apparizione di una motovedetta: «Eravamo felici. Felici». Poi la delusione. L'irrigidimento dei militari. Il ritorno a Tripoli. Il sequestro di documenti. La riconsegna ai libici. Il tentativo disperato e inutile di spiegare il suo diritto all'asilo. La prigionia. La guerra. La fuga verso la Tunisia. I nuovi tentativi per ottenere lo status di rifugiato.
 
Semere l'ha avuto infine, quell'asilo che gli spettava e che secondo il Cavaliere avrebbe potuto «facilmente» avere in Libia andando all'apposito ufficio. Dopo due anni e mezzo d'inferno. E solo grazie alla guerra civile libica, alla fine di Gheddafi e all'aiuto per sbrigare le pratiche che gli hanno dato gli autori di Mare chiuso . Che l'hanno seguito passo passo fino al suo arrivo, agognato, in Italia. Dove ha potuto infine ritrovare la moglie, vedere quella figlioletta mai conosciuta e regalarle, in lacrime, un chupa-chups.


Gian Antonio Stella
14 marzo 2012 | 9:33

Una pensione dallo Stato, un'altra dalla camorra: così arrivo a 750 euro»

Corriere del Mezzogiorno


Telefonata intercettata tra Salvatore Zippo, indagato, e tale Peppe, che sostiene di ricevere il «conguaglio»


NAPOLI - Monti potrà anche toccare le pensioni, ma i camorristi hannno le spalle coperte. Ci pensa il clan a firmare l'assegno per un «conguaglio». È quanto emerge da un dialogo intercettato e riportato dal gip nell'ordinanza che ha portato agli arresti di 8 presunti affiliati al clan dei Casalesi e il sindaco di San Cipriano D'Aversa. Il dialogo è tra l'indagato Salvatore Zippo e un uomo mai identificato di nome Peppe. Quest'ultimo riferisce di ricevere due pensioni, una dallo Stato e una dalla camorra.



Ecco uno stralcio dell'intercettazione:

Zippo: la pensione la prendi, Peppe?
Peppe: la pensione la prendo! Ho due pensioni.
Zippo: due pensioni!
Peppe: una da camorrista ed un'altra dal Governo.
Zippo: e quella da camorrista quanto prendi?
Peppe: trecentocinquanta!
Zippo: trecentocinquanta? E chi ve li dà?
Peppe: trecentonovanta me li danno gli altri ed arrivo a settecentoquaranta, settecentocinquanta al mese.

«L'affermazione fatta da Peppe - commenta il gip - è di notevole importanza, poiché fornisce un nuovo elemento da aggiungere alla strutturazione economica del clan camorristico in argomento, ovvero che anche il militante posto in quiescenza continua a percepire il beneficio economico che satiricamente può definirsi la pensione».

13 marzo 2012



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