domenica 11 marzo 2012

Di nuovo Anonymous: hacker contro Equitalia

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Il gruppo di attivisti del web dà l'attacco al sito dell'Agenzia delle entrate, denunciando una riscossione "non trasparente", "abusi e vessazioni"


Il collettivo di attivisti-hacker di Anonymous continua a colpire nuovi obiettivi sul web. La sezione italiana del gruppo, dopo i recenti attacchi ai siti del governo, del vaticano, ma anche delle ferrovie italiane, ha oggi preso di mira Equitalia, l'agenzia incaricata della riscossione dei tributi.


Anonymous contro Equitalia
Anonymous contro Equitalia


Il sistema è quello già utilizzato altre volte. Migliaia di richieste convogliate verso il sito, che non regge il colpo e cade. Poi un comunicato nel quale gli hacker spiegano le loro ragioni, postato su Pastebin. Un comunicato che questa volta è piuttosto ironico. "Abbiamo deciso di dimostrarvi tutto il nostro affetto", dicono gli Anonymous, parlando di Equitalia come "un'anomalia tutta italiana, un azienda in teoria pubblica che si occupa della riscossione di (presunti) tributi dovuti all'Agenzia delle Entrate" e che lo fa "con una ferocia inaudita e con pratiche quantomeno opinabili".


Il comunicato si scaglia anche contro quello che dagli hacker viene considerato un abuso, la riscossione "agli inadempienti" che abbiano dimostrato la loro indigenza, che viene definita "deprecabile", causa del suicidio di molte persone. Ad Equitalia viene attribuita anche una riscossione non trasparente, che terrebbe in maggior considerazione personaggi illustri o politici, che riceverebbero "trattamenti preferenziali e dispari". "Gli Italiani sono stanchi dei vostri abusi e delle vostre vessazioni", concludono gli hacker "e noi come sempre intendiamo dar loro voce. Avreste dovuto aspettarci. Vi auguriamo una splendida domenica, sperando stiate apprezzando questo splendido weekend almeno quanto noi".



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L'immagine della Sindone frutto di una radiazione"

La Stampa


Studio di un esperto padovano pubblicato negli Usa: è l'ipotesi più attendibile



Andrea Tornielli
Milano


La Sindone di Torino, il lenzuolo di lino che secondo la tradizione avrebbe avvolto il corpo di Gesù e che porta impressa la figura di un uomo crocifisso in un modo corrispondente al racconto dei vangeli, rimane un mistero. Uno studio appena pubblicato conclude che l’ipotesi altamente più probabile all’origine dell’immagine sindonica sia quella di una radiazione, in particolare dell’«effetto corona».

Lo scrive Giulio Fanti, professore di Misure meccaniche e termiche al Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova, che da molti anni porta avanti una ricerca sulla Sindone. Lo studioso ha presentato i risultati del suo lavoro in un articolo appena pubblicato sulla rivista scientifica americana «Journal of Imaging Science and Technology».

«Fin dal 1898, quando il fotografo Secondo Pia ottenne le prime riproduzioni fotografiche della Sindone, molti ricercatori hanno avanzato ipotesi di formazione dell’immagine», spiega Fanti a La Stampa. «Fino ad oggi sono state esaminate molte ipotesi interessanti, ma nessuna di queste può spiegare completamente la misteriosa immagine. Nessuna delle riproduzioni effettuate, nessuna delle copie fabbricate riesce a offrire caratteristiche simili a quelle del telo sindonico».

L’articolo esamina in modo scientifico tutte le più importanti ipotesi, confrontandole con 24 caratteristiche peculiari dell’immagine scelte come le più significative fra le più di cento pubblicate anche recentemente su riviste scientifiche internazionali. Vengono passate in rassegna e vagliate le prime ipotesi formulate dai ricercatori che hanno analizzato le prime fotografie della Sindone agli inizi del ‘900, come quelle che attribuivano la formazione della figura al gesso o all’ammoniaca, all’effetto di un fulmine o a un calco con polvere di zinco. «Ho quindi preso in esame – spiega il professore – le ipotesi più sofisticate come quelle relative alla diffusione di gas o al contatto con il cadavere avvolto in un telo impregnato di aromi e sostanze varie».

«Nella mia ricerca – continua Fanti – ho anche considerato la possibilità della compresenza di più meccanismi, riportando le idee di coloro che, dalla seconda metà del secolo scorso, hanno iniziato a dubitare sull’autenticità della Sindone e hanno quindi proposto tecniche di riproduzione in uso tra gli artisti medievali».

Fra le ipotesi «artistiche» citate nell’articolo, vengono considerate anche quelle di Delfino Pesce e Garlaschelli. «Ho evidenziato – spiega lo studioso – quanto siano distanti i risultati sperimentali ottenibili perfino nel XXI secolo, dalle caratteristiche estremamente particolari della Sindone. Molti studiosi hanno infatti proposto copie artistiche ottime dal punto di vista macroscopico, ma che purtroppo sono molto carenti nel riprodurre molte particolarità microscopiche e che rendono quindi vano il risultato».

Diversa è invece la conclusione per quanto riguarda la possibilità che all’origine vi sia stata una radiazione. Fanti cita le ipotesi di altri studiosi, e descrive i risultati del gruppo dell’Enea che ha recentemente utilizzato laser eccimeri. «L’ipotesi della radiazione – osserva il professore – permette di avvicinarsi maggiormente alle particolari caratteristiche dell’immagine sindonica, ma presenta ancora un notevole problema: si possono solo riprodurre piccole parti di immagine dell’ordine del centimetro quadrato di tessuto, perché altrimenti sarebbero necessarie energie non ancora disponibili in laboratorio». Gli esperimenti eseguiti a Padova da Fanti in collaborazione con il professor Giancarlo Pesavento hanno richiesto «tensioni elettriche dell’ordine di circa 500.000 volt per ottenere immagini simil-sindoniche di pochi centimetri di lunghezza».

I risultati dell’analisi scientifica condotta da Fanti sono riassunti in due tabelle che dimostrano come una sorgente di radiazione rappresenti l’ipotesi più attendibile. E fra le ipotesi di radiazione, «solo quella che si basa sull’effetto corona (particolare scarica elettrica) soddisfa tutte le caratteristiche peculiari dell’immagine corporea della Sindone», anche se per ottenere una figura così grande come quella presente nel telo torinese, conclude l’autore, «sarebbero necessarie tensioni fino a decine di milioni di volt. Oppure, uscendo dal campo scientifico, un fenomeno legato alla resurrezione».



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La Orlandi fu rapita per far tacere Agca"

di -

Il fratello di Emanuela racconta in un libro dell’"idea" suggeritagli dal cardinale Re. Una versione che coincide con quella del terrorista



«Non escludo che i responsabili dell’attentato a Papa Wojtyla del 13 maggio 1981, i paesi dell’Est, abbiano rapito Emanuela per impedire ad Alì Agca di fare i nomi dei mandanti, promettendogli la libertà.

Emanuela Orlandi
Emanuela Orlandi


Orlandi, mi intenda bene: questa è soltanto una mia idea».



A riferire a Pietro Orlandi la sua «idea» circa la scomparsa di sua sorella Emanuela - la cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, che sparì in circostanze misteriose il 22 giugno 1983 all’età di 15 anni - non è un personaggio qualunque. Bensì il cardinale Giovanni Battista Re, l’ex prefetto della Congregazione dei vescovi che ai tempi della scomparsa di Emanuela era assessore della segreteria di stato vaticana. Fu lui, più di altri, a fare la spola tra l’appartamento papale e la casa degli Orlandi in quei giorni in cui molti speravano ancora che Emanuela potesse tornare a casa. Poche parole, quelle di Re, ma significative perché sostanzialmente avallano l’ipotesi che dietro il rapimento vi sia la pista del terrorismo internazionale. Emanuela sarebbe stata rapita per convincere Alì Agca a non fare i nomi dei mandanti del tentato omicidio ai danni di Wojtyla. L’idea era di concedere poi la libertà a Emanuela in cambio della scarcerazione di Agca il quale avrebbe ringraziato col silenzio.


Il parere di Re, che il Giornale anticipa in esclusiva, è contenuto nella seconda edizione - fra due settimane nelle librerie - di Mia sorella Emanuela, il libro che Pietro Orlandi ha scritto assieme al giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci (edizioni Anordest) con la prefazione di don Luigi Ciotti. Sono parole inedite e a loro modo storiche, perché aprono una breccia in quel muro di silenzio e di omertà che fin dal principio ha avvolto la vicenda. È stato qualche settimana fa che Pietro Orlandi ha chiesto udienza a Re, dopo che in un incontro avvenuto a Istanbul, all’interno di un’abitazione privata nella parte asiatica della città, Agca gli aveva detto che chi sapeva tutto di sua sorella era il cardinale Re.


Pietro ha provato a incalzare il cardinale, chiedergli ulteriori particolari, ma Re stava già porgendogli la mano. «La saluto…», gli disse. Pietro provò un ultimo disperato tentativo: «Ma almeno la voce di Agca registrata la vuole sentire?». «No, lascia perdere…», fu la risposta del prelato. La stessa risposta che la magistratura italiana ha dato a Pietro quando si è presentato nell’ufficio del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, alla presenza anche del sostituto procuratore titolare dell’inchiesta Orlandi, Simona Maisto. «Come sapete sono stato in Turchia. Volevo riferirvi cosa mi ha detto Agca…». La risposta lo ha gelato. «Ma no, Agca… Riparlare di lui dopo tanti anni? A che serve? Guardi, non è proprio il caso…». Anche le autorità inquirenti, quindi, ritengono irrilevante qualsiasi dichiarazione dell’ex terrorista turco. A prescindere dal contenuto. A prescindere dal fatto che la versione che Agca ha dato a Pietro coincide clamorosamente con quella offerta a spizzichi e bocconi da Re.


Pietro non ha incontrato soltanto Re. Recentemente è stato anche dal segretario di Benedetto XVI, Georg Gänswein, «l’unico - dice Pietro - che mi è sembrato sinceramente interessato alla verità. Mi ha promesso il suo impegno in tale senso. Un impegno che sono convinto stia dietro l’appunto di padre Federico Lombardi, portavoce di Papa Ratzinger, datato il 27 dicembre 2011 e fatto uscire da

l Vaticano nel febbraio 2012 da una “manina” anonima». L’appunto contiene un’approfondita analisi della vicenda Orlandi e ragionamenti su come gestire mediaticamente gli sviluppi suscitati dal libro di Pietro. Il portavoce di Ratzinger esamina capitolo per capitolo, novità, piste e scenari sulla scomparsa di Emanuela. Scrive Lombardi: «Pietro ritiene che la sorella sia stata sequestrata perché cittadina vaticana, in connessione con l’attentato a Wojtyla, e vorrebbe che questo fosse pubblicamente riconosciuto e dichiarato».

Per Lombardi questa richiesta non è del tutto infondata. Ma «anche se non ci sono prove» per dire che il Vaticano abbia voluto nascondere qualcosa, vi sono tuttavia «alcuni aspetti di comportamento umano e cristiano probabilmente criticabili o imprudenti che hanno contribuito all’atteggiamento negativo di Pietro». A chi ha mandato Lombardi questo appunto? Pietro Orlandi non ha dubbi: «Credo che Lombardi ha risposto a una richiesta di maggiore chiarezza fattagli direttamente dal segretario del Papa. L’appunto credo sia stato inviato a Gänswein, l’unico che finora dimostra di volere la verità. Speriamo la scopra il più presto possibile».





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Scacchi, vietato il look troppo sexy alle giocatrici

Corriere della sera

La European Chess Union impone un «dress code» castigato: «Basta gareggiare con gonne troppo mini e scollature osè»



La campionessa russa Maria Manakova in una copertina sexy di qualche anno faLa campionessa russa Maria Manakova in una copertina sexy di qualche anno fa

MILANO - Nel 2004 la campionessa russa Maria Manakova posò praticamente nuda (aveva giusto una pelliccia a nascondere le notevoli grazie) sulla cover di una rivista del suo paese (Speed) per cercare di aumentare la popolarità degli scacchi, mentre in epoca più recente è stata l’inglese Javonka Houska a tentare di rendere più intrigante l’immagine di uno sport che è tutto fuorché sexy, facendosi ritrarre languidamente sdraiata su una maxi scacchiera, con un vestito rosso talmente scollato da lasciare ben poco all’immaginazione. Un vestito che sarebbe però fuorilegge all’European Women’s Championship in svolgimento in questi giorni a Gaziantep, in Turchia, visto che è appena entrato in vigore il nuovo dress code imposto dai grandi capi della European Chess Union (Ecu) per riportare un minimo di decoro fra le giocatrici di scacchi, dopo che troppo spesso in passato queste si sono presentate ai tavoli da gioco (s)vestite in modo davvero poco appropriato.

«Ho visto i primi tre turni del torneo in Turchia – ha raccontato il segretario generale della Ecu, Sava Stoisavljevic, al sito specializzato tedesco ChessBase – e credo che ci sia purtroppo ancora molto da fare per quanto riguarda l’abbigliamento. Ho visto alcune giocatrici con delle gonne davvero corte, per non parlare poi di quelle che giocano in pantaloncini, e anche se sono delle belle ragazze e quindi può essere un piacere guardarle, credo sia necessario mettere un limite, anche perché poi i commenti del pubblico o dei coach sono inevitabili e non sempre eleganti. Del resto, molti sport hanno un loro “dress code” molto rigido e quindi trovo che averlo introdotto anche negli scacchi sia stata un’ottima idea».

GONNE MINI MA NON TROPPO - Nuovo regolamento alla mano, dunque, niente più abiti attillati e provocanti, ma nemmeno gonne esageratamente corte (il massimo consentito è di 10 centimetri sopra al ginocchio, ma se sono meno è meglio) o scollature abissali (si possono slacciare solo i primi due bottoni della camicetta, sempre che il primo sia posto bene in alto). Ma la Stoisavljevic nega che dietro alla censura modaiola ci sia la volontà di impedire che le giocatrici possano distrarre chi le guarda (o magari i colleghi maschi nei tavoli a fianco): per lei è solo una questione di decenza. Perduta negli anni passati e necessariamente da ritrovare. «Anni fa – ha continuato la donna – quando facevo l’arbitro e non c’erano comunque ancora delle regole precise sull’abbigliamento, mi sentii in dovere di riprendere una giocatrice che si era presentata al tavolo vestita come se stesse andando in spiaggia, perché lo trovai davvero sconveniente».

ANCHE PER GLI UOMINI - La scure del cattivo gusto non colpirà però solo le donne eccessivamente disinvolte nel look, ma anche i giocatori maschi dovranno fare attenzione a come si conceranno d’ora in avanti (i campionati europei sono dietro l’angolo), perché certe cadute di stile del passato (leggi vestiti strappati, sgualciti e persino maleodoranti) non saranno più tollerate e dopo due richiami (uno verbale e l’altro scritto) e la manifesta volontà a non collaborare (ovvero, non andarsi a cambiare per indossare abiti più consoni) potrebbe addirittura scattare il divieto d’accesso nell’area di gioco e l’espulsione varrà anche per il pubblico e per gli stessi accompagnatori.

LE REGOLE - Queste le regole principali del “dress code”:

Per gli uomini, sono ammessi jeans e pantaloni lunghi; camicie a maniche lunghe e corte o, in alternativa, magliette e polo; giacca sportiva o elegante; mocassini o sneakers (calze obbligatorie). Gli abiti devono essere puliti e stirati e non mostrare segni di usura eccessiva o addirittura buchi e avere un cattivo odore.

Per le donne, sono ammesse camicette (il secondo bottone può essere aperto in aggiunta al primo), maglie a dolcevita, magliette o polo; pantaloni, jeans, gonne o abiti interi; scarpe piatte o con il tacco e sneakers (sempre con calzini obbligatori), proibite le infradito. Permessi gli occhiali (anche da sole) ma proibiti i cappelli (se non per motivi religiosi). Per entrambi i sessi, l’insieme deve essere comunque armonioso e non eccessivamente sgargiante.



Simona Marchetti
10 marzo 2012 | 19:49



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Mancino: «Io usato e venduto nella trattativa con la mafia»

Corriere della sera

L'ex ministro dell'Interno: chi fece arrivare il mio nome a Riina?



Nicola MancinoNicola Mancino

ROMA - «Io sono amareggiato, non so più che cosa dire» mormora Nicola Mancino, ministro dell'Interno a partire dal 1° luglio 1992, nel pieno della presunta trattativa tra lo Stato e la mafia ricostruita dal nuovo atto d'accusa della Procura di Caltanissetta. Oggi, a ottant'anni compiuti, dopo essere stato presidente del Senato e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, trascorre gran parte del suo tempo a leggere e rileggere articoli e carte processuali sulla stagione del terrorismo mafioso, di cui fu testimone diretto.

Forse basterebbe dire la verità, presidente Mancino.
«Ma io l'ho detta! Ora vedo che i pubblici ministeri giudicano inverosimile il mio racconto, e ipotizzano che abbia qualcosa da nascondere. Ma io non ho segreti, se ne avessi li avrei già svelati, in mezzo a tanti che ritrovano la memoria dopo diciassette o diciotto anni non sfigurerei di certo. Ma non conosco verità inconfessabili, so solo ciò che ho riferito».

Ma come può pensare che sia verosimile non ricordare di aver incontrato Borsellino, quello che tutti indicavano come l'erede naturale di Giovanni Falcone appena assassinato, nel giorno del suo insediamento al Viminale? 
«Capisco che possa apparire incredibile ma andò proprio così. Non ho mai escluso di avergli stretto la mano, ma non l'avevo mai visto prima, e dunque non avrei potuto riconoscerlo. Un altro giudice, Aliquò, ha detto che lui e Borsellino ebbero con me un fugace saluto e se ne andarono delusi, il che è compatibile con il mio non ricordo. C'erano centinaia di persone alla cerimonia del mio insediamento. Nessuno mi indicò quel magistrato come Borsellino, né lui mi ha chiesto un colloquio più approfondito. Ma le pare che se avesse domandato di incontrarmi io non avrei accettato?».

Non mi pare. Però pare impossibile che lei non ricordi l'incontro con colui che già era un simbolo dell'Antimafia, e di lì a poco ne divenne un martire. Borsellino appuntò sulla sua agenda l'incontro con lei. 
«Il pentito Gaspare Mutolo riferisce che quel giorno Borsellino si allontanò dall'interrogatorio con lui per andare al Viminale, e quando tornò gli confidò di aver incontrato non me, ma Parisi e Contrada. Quel Contrada di cui Mutolo stava per rivelare le collusioni con la mafia. Il pentito è considerato attendibile, e il suo racconto coincide col mio. In ogni caso, a parte la possibile stretta di mano, è certo che dopo Borsellino non mi ha mai cercato. Tantomeno per dirmi che aveva intuito l'esistenza di una trattativa».

Magari poteva cercarlo lei. 
«E perché? Io ero ministro dell'Interno, non della Giustizia. E della presunta trattativa, dei carabinieri che erano in contatto con Vito Ciancimino non ho mai saputo niente».

L'ex ministro della Giustizia Martelli dice di avergliene parlato, per lamentarsi di un'iniziativa che lui giudicava inopportuna. Mente Martelli o mente lei? 
«Io non mento, a me Martelli non ha mai detto niente del genere. L'ho ribadito anche nel confronto che abbiamo fatto davanti ai magistrati di Palermo. Del resto non capisco il senso di lamentarsi con me: se pensava che i carabinieri stessero commettendo irregolarità o scorrettezze, perché Martelli non l'ha detto al procuratore competente? Io non avevo nessun tipo di rapporto con l'allora colonnello Mori. Lui e i suoi superiori non mi comunicarono nemmeno la cattura di Riina: me lo disse il presidente della Repubblica. Figurarsi se mi informavano dei loro incontri con Ciancimino».

Eppure Massimo Ciancimino e il pentito Brusca, l'uno per averlo saputo dal padre Vito e l'altro da Totò Riina, sostengono che il terminale politico della trattativa con Cosa Nostra era lei. 
«Posso confessarle una sensazione? Io penso di essere stato usato e venduto».

Da chi?
«È quello che vorrei sapere. Evidentemente qualcuno ha fatto il mio nome a Vito Ciancimino, politicamente distante mille miglia da me, e poi il nome è arrivato a Riina. Aspetto di sapere come e perché s'è realizzato questo millantato credito. Purtroppo Ciancimino è morto e il figlio è giudicato inattendibile dagli stessi magistrati di Caltanissetta».


Può essere stato l'allora colonnello Mori?
«Non ho elementi per dirlo. Però è certo che Mori e il capitano De Donno s'incontravano con Ciancimino. Leggo che ritennero di non riferire nulla dei loro incontri nemmeno al giudice Borsellino. Questo a me pare inspiegabile».

Lei dice di non averne saputo nulla all'epoca, ma oggi s'è fatta un'idea più precisa sulla trattativa? Qualcuno nello Stato è sceso a patti con la mafia?
«Io non lo posso escludere. E credo, a posteriori, che la mafia può aver avuto l'impressione che qualcuno nello Stato stava cedendo alle sue pressioni e richieste. Pezzi dello Stato, però, da cui io sono fuori. Ora qualcuno dice che lo Stato ha sempre trattato, ma allora significa che io sono cresciuto in uno Stato che non ha avuto rispetto di se stesso. Io l'ho servito sempre con onestà e determinazione, anche in un periodo torbido come quello. Fui per l'intransigenza contro i terroristi che tenevano in ostaggio Aldo Moro, s'immagini con i mafiosi. Preferisco passare per un ingenuo e magari un fesso, ma non come un furbo, o uno che nasconde la verità».

Nel 1993 lei seppe che a qualche centinaio di mafiosi non fu rinnovato il regime di carcere duro e non fece nulla. Perché?
«Io venni a sapere da un giornalista che il ministro della Giustizia Conso, succeduto a Martelli, non aveva rinnovato 140 decreti e risposi che bisognava vedere di che calibro fossero. Ora si scopre che erano quasi 400, ma non ne ebbi mai comunicazione ufficiale. Del resto non era materia di mia competenza, e lo stesso Conso ha riferito di aver preso quella decisione in assoluta solitudine».

Le pare credibile?
«Che le devo rispondere? Oggi leggo che ci fu una interlocuzione con la direzione delle carceri, evidentemente Conso avrà meditato e poi deciso. Ne fossi stato informato io avrei posto il problema nelle sedi competenti; lui, col suo indiscutibile prestigio, ha fatto quel che riteneva di fare».



11 marzo 2012 | 9:14


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Lusi: in sette alle Bahamas e rimborsi anche per il caffè

La Stampa

Ecco le spese folli dell'ex tesoriere. La Margherita sbigottita



FRANCESCO GRIGNETTI
Roma


Abocca aperta. Così sono rimasti i vertici della Margherita quando hanno potuto scorrere i risultati della «due diligence», la revisione dei conti, affidata a esperti esterni che da due giorni è sui tavoli dei magistrati Alberto Caperna e Stefano Pesci. «Lusi si comportava come se la cassa del partito fosse sua», si lascia sfuggire uno dei legali che assistono Rutelli, Bianco e gli altri big dell’ex partito. Come definire altrimenti chi metteva in conto al partito il panino (come da ricevuta di McDonald’s del 3 marzo 2007: euro 13) e poi lo sfavillante weekend a Venezia da 6.300 euro?

Accadeva il 26 giugno scorso. Il senatore Luigi Lusi e consorte hanno preso un aereo da Fiumicino a Parigi. Lì li aspettava una macchina con autista che li ha portati alla stazione ferroviaria. Hanno preso posto sul fascinoso Orient Express che in una notte li avrebbe condotti a Venezia. Alla stazione veneziana, di nuovo il trasferimento pronto. Ovviamente in motoscafo di lusso. E di qui via di corsa tra le onde della laguna alla Locanda Cipriani. Mezza pensione, per carità. Soggiorno dal 27 al 28 giugno. Prezzo complessivo: 6300 euro. Alla faccia della crisi che attanaglia gli italiani. Ovviamente pagava la Margherita. Peraltro lo stesso viaggio è fatturato dall’agenzia di viaggi due volte. La seconda fattura porta la cifra di 9200 euro. Da capire se il romantico viaggio, all’ex partito, sia costato 15mila euro.

Non bastassero le scoperte della Finanza sugli 11 milioni di euro che sono usciti dalle casse della Margherita in forma di assegni in bianco e per la metà finiti anch’essi nelle tasche di Lusi (e il magistrato è convinto che troverà uguale esito anche per il resto), le fatture della «Dolby Travel», l’agenzia di viaggi su cui Lusi si appoggiava, da qualche giorno sono una fonte di arrabbiature continue ai vertici del partito. Complessivamente nel corso del 2011 Lusi ha bruciato 218mila euro a colpi di weekend, viaggi a Toronto e New York, voli per sette persone alle Bahamas (33.000 euro), settimane in un resort di lusso alle Kayman e vacanze in Montenegro.

Non che Lusi ci andasse leggero anche nel menage quotidiano. Si sapeva che era di casa al ristorante «La Rosetta», tra Montecitorio e il Pantheon. S’ignorava che la Margherita, con i fondi del rimborso elettorale, ovvero soldi pubblici affidati a un partito per farne attività politica, pagasse 180 euro un piatto di spaghetti al caviale per il suo tesoriere gourmet. Gli piaceva mangiare bene. Quindi, quando passava per l’Abruzzo, la sua regione d’origine, e dove il fratello Antonino è sindaco nel piccolo borgo di Capistrello, era di casa a Carsoli, al ristorante «Da Mauro». Lusso e stelle Michelin. Ha messo in conto 1500 euro per una cena. Tanto pagava qualcun altro.

Lui pubblicamente non reagisce, ma poi lancia messaggi oscuri. «Ero il bancomat della sinistra». Conferma comunque di essere depositario di grandi segreti, avendo gestito 220 milioni di euro del partito in otto anni, così come insiste di avere coperto alcune spese del sindaco di Firenze, Matteo Renzi. «Non ricordo ora se per le primarie o per la campagna elettorale».

«Non sono spavaldo, anche se ammetto di avere altri vizi», racconta a chi lo incontra per caso nei corridoi del Senato. Con il quotidiano Libero si lagna: «Sono stretto in una cinghia asfissiante. Stanno lavorando per massacrarmi». Ce l’ha con i vecchi compagni di cordata che definisce «i miei ex migliori amici». «Mentre la crisi riduce i consumi e impoverisce gli italiani, leggere di mega viaggi e spese folli è un’offesa alla nazione», s’arrabbia Massimo Donadi, Idv. «Lo scandalo Lusi segna un punto di non ritorno per la politica italiana».



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Principati e pellicce, se a farlo strano sono gli onorevoli

La Stampa

Un dossier raccoglie i disegni di legge più stravaganti



CARLO BERTINI
Roma


Chi non lo sa, immagina che i nostri mille onorevoli se ne stiano spesso sfaccendati in attesa di questo o quel decreto anti-crisi sfornato dal governo o che i più seri si affannino a cercare intese su riforme istituzionali di là da venire.

E invece no: le commissioni parlamentari traboccano di testi e documenti frutto del loro lavoro e solo elencando i titoli delle proposte di legge dell’ultimo anno, emerge un campionario fantastico. Da cui si scopre che anche i protagonisti di epiche battaglie sulla Giustizia come Tonino Di Pietro o Edmondo Cirielli del Pdl, trovano il tempo per divagarsi con argomenti un tantino più leggeri. A stilare una hit parade del 2011 ci ha pensato l’Istituto Bruno Leoni; con un repertorio che dimostra come l’adagio di Bettino Craxi sul Parlamento aduso a occuparsi di temi minori come l’eviscerazione dei polli, trent’anni dopo sia ancora valido.

Al primo posto della hit parade svetta la proposta costituzionale di Cirielli che propone di istituire una ventunesima regione, «il Principato di Salerno». Partendo dall’alto Medioevo, passando per la ricostituzione del Principato con Carlo lo Zoppo nel 1272, fino ai giorni nostri. Per dimostrare che «la provincia salernitana ha sempre costituito una realtà omogenea, consapevole delle proprie caratteristiche e potenzialità, capace di esprimerle oggi in autonomia, come ai tempi delle ingerenze di Carlo Magno, se sgravata da una politica regionale che punta con evidenza allo sviluppo di altri territori».

Un suo collega campano, Gaetano Nastri, di Boscoreale ma eletto nella circoscrizione Piemonte 2, si becca la medaglia d’argento proponendo alla commissione Agricoltura una legge per la «Tutela e promozione del gelato tradizionale italiano». Che per essere tale, come prescrive un allegato di tre pagine, deve «prevedere l’impiego di almeno il 15% di agrumi o il 30% di altra frutta»; e per il gelato di crema, «la percentuale minima di tuorlo d’uovo deve essere almeno del 6%».

Al Senato non sono da meno e in commissione Industria giacciono le «Nuove disposizioni per l’utilizzo dei termini cuoio, pelle e pelliccia». Correggendo una legge del 1966 con il principio fissato dall’articolo 1 del testo di Cosimo Izzo: questi termini sono riservati solo «ai prodotti, con o senza pelo, ottenuti dalla lavorazione di spoglie animali sottoposte a trattamenti di concia o impregnate in modo tale da conservare inalterata la struttura naturale delle fibre. Nonché agli articoli con esse fabbricati, purché eventuali strati ricoprenti di altro materiale siano di spessore uguale o inferiore a 0,15 millimetri».

Arriva sempre dagli scranni del Pdl, questa volta ad opera di Giuseppe Galati ex sottosegretario all’Istruzione, l’idea di una road map «degli itinerari dei prodotti d’eccellenza italiani» che andrebbero normati per legge. Destinata «a quei viaggiatori in cerca di emozioni olfattive e gustative o di forti esperienze sensoriali attraverso percorsi enogastronomici o culturali». A seguire in questa ideale classifica non può che esserci la legge per la qualifica di pizzaiolo e per la «tutela della ristorazione italiana nel mondo» del Pdl Gilberto Pichetto Fratin.

Come non va trascurata l’iniziativa di Susanna Cenni del Pd che ha convinto altri 60 deputati a firmare una proposta per la «Valorizzazione delle strade bianche». Da intendersi come «tratto viario di interesse storico e paesaggistico, caratterizzato dalla superficie di usura prevalentemente in stabilizzato calcareo, posta su un’adeguata fondazione sassosa». Costo, 3 milioni di euro l’anno. E che dire poi dell’impegno profuso da Di Pietro per valorizzare gli 8 mila comuni italiani consentendo ai genitori la scelta di un luogo di nascita dei figli diverso da quello dove sono stati partoriti?

«Istituzione del luogo elettivo di nascita», assegnato alla commissione Giustizia un anno fa. Cita poi i giardini di Semiramide, Salvo Fleres di Grande Sud per rinverdire l’antica tradizione dei tetti ricoperti di piante da incentivare con il 36% di sconto fiscale. E una decina di leghisti doc si battono per la «Disciplina della professione di estetista e di onicotecnico», cioè gli esperti in ricostruzione delle unghie. Poteva mancare uno scatto di fantasia di Scilipoti? «Disciplina della musicoterapia», dieci pagine tutte da leggere.




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L'errata corrige paga sempre

La Stampa

ANNA MASERA


Gli errori vanno sempre corretti e i giornali che li correggono pubblicamente migliorano la propria reputazione di servizio pubblico alla ricerca della verità.


Il New York Times, icona per il giornalismo mondiale, ha provato a contare i propri errori. L’anno scorso ha pubblicato 3.500 correzioni su carta e altrettante online. Ma si tratta solo di una piccola percentuale degli errori pubblicati. Secondo una ricerca sull’accuratezza del giornale, che viene condotta periodicamente da 75 anni a questa parte, le fonti delle notizie segnalano un tasso di errori negli articoli straordinariamente alto. E secondo un’approssimazione dell’editor incaricato della pagina delle correzioni, il New York Times pubblica più di 14 mila errori l'anno, e ne corregge meno della metà.

Ma gli altri giornali non hanno di che consolarsi. Nel 2005 oltre il 60 per cento degli articoli in un gruppo di 14 giornali conteneva qualche errore. E un’altra ricerca ha scoperto che solo una su 10 delle fonti ha segnalato l’errore al giornale: alla fine, meno del 2 per cento degli errori viene corretto. E le cose purtroppo stanno peggiorando, riporta il New York Times. E’ una sfida che riguarda tutti i giornali: anzi, secondo Craig Silverman gli errori al New York Times sono solo la punta dell’iceberg. Un fatto è certo: più correzioni vedete pubblicate in un giornale, meglio è.


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