martedì 6 marzo 2012

Smartphone, vincitori e vinti: le pagelle del Mobile World Congress 2012

Corriere della sera

A Barcellona si è concluso il Mobile World Congress 2012, l’annuale maxi-fiera in cui l’industria della telefonia (e non solo, vista la convergenza con settori attigui dell’hi-tech) fa il punto su presente e futuro. Facciamo ordine su “chi ha presentato cosa” e, per una volta, ci permettiamo il giochino di giudicare quanto visto (n.b.: il voto non è assoluto ma relativo al MWC 2012, alle aspettative per il marchio e a quanto fatto in passato dal marchio stesso)

SONY(voto 6): momento storico per il marchio giapponese, che fa quadrato dopo aver scaricato Ericsson. La linea Xperia Nxt ha un design originale e con personalità. Sensata la scelta di puntare sull’integrazione con i punti di forza Sony (Playstation e soprattutto l’ampio catalogo di film e musica del gruppo). A Barcellona sono arrivati però solo due smartphone di fascia media e medio-bassa. E niente Quad Core (che forse non serve ma che fa scena).



  • NOKIA (voto 7,5) – La traversata del deserto di Nokia non è finita, gli esiti sono ancora incerti ma a Barcellona si è visto il consolidarsi della strategia Windows Phone, con i due  Lumia 900 e 610, il secondo dei quali particolarmente importante perché porta Windows Phone nella fascia medio-bassa del mercato, finora regno del solo Android. Ma Nokia ha destato sopratutto impressione per il suo 808 PureView. Un “cameraphone” da 41 Megapixel che non diventerà un best seller e che ha il “difetto” di usare Symbian (ma non ho mai visto girare Symbian così, è la release FP1 di Belle). Ma che serve a Nokia per mostrare i muscoli, per dire che l’eccellenza tecnologica, almeno in un settore come il Digital Imaging applicato ai telefoni, abita ancora dalle parti di Espoo. E poi per “allenarsi” in vista di Windows Phone: tutto quello che viene sperimentato su Symbian, dove Nokia ha un know how consolidato, arriverà sulla piattaforma Microsoft. Il Nokia 808 PureView non solo è stato premiato come Miglior Device del MWC 2012 ma è anche quello che ha suscitato il maggior “buzz” in rete. Ecco come funziona:



  • SAMSUNG (voto 6-) – Dai coreani ormai ci si aspetta sempre il massimo e pure di più. In anni recenti Samsung ha letteralmente dominato il MWC con i suoi annunci. Quest’anno si è tenuta in disparte, tra modelli di fascia medio-bassa (Galaxy Ace 2 e Galaxy Mini 2), eccentriche curiosità (Galaxy Beam, quello col proiettore:e rinforzi a una linea tablet che finora non ha sfondato, forse anche a causa di un assortimento fin troppo ricco e “incasinato” (quanti modelli ci sono? Ho perso il conto. E quali sono realmente nei negozi italiani?). Il botto arriverà più avanti, con il Galaxy S3, a primavera inoltrata.




  • HUAWEI (voto Otto) – Eccola qui la sorpresa del MWC. Che la Cina crescesse in fretta era assodato. Ma ha impressionato la volata di Huawei, che pure nelle reti è un gigante mondiale. In un anno è passata da device di fascia medio/bassa a veri mostri di potenza come l’Ascend D Quad. Sorpresa nella sorpresa: si son fatti pure il processore Quad Core in casa e promette scintille. In più non è che come design siano “cinesate” (li disegnano in Svezia): il sottilissimo Ascend P è uno dei device più belli visti a Barcellona. Se arrivano a un prezzo giusto Samsung e gli altri è bene che si guardino seriamente alle spalle. I device degli altri cinesi di Zte (voto: 6+) hanno impressionato meno. Ma intanto sono già il quarto gruppo mondiale per cellulari venduti.




  • LG (voto 6,5): il 2011 non è andato bene, nonostante siano stati i primi a uscire con i Dual Core e con gli schermi 3D. Quest’anno LG ha mostrato di aver imparato la lezione. La linea L-Style (da 129 a 399 euro) dovrebbe vendere bene: il design è gradevole, i prodotti ben differenziati tra loro e con un rapporto qualità-prezzo interessante. L’Optimus 4X HD ha un design un po’ più azzardato ma un display 720p davvero di qualità.




  • ASUS (voto 7): il Padfone sembrava una follia e invece è una realtà (come funziona? Non sarà un bestseller (troppo particolare) ma è un’idea originale che forse precorre il futuro. Un giorno gli smartphone saranno talmente potenti da diventare i “motori” per animare altri device (tablet, pc desktop, tv, media player, etc) che saranno solo dei “gusci” con display più grandi e altri sistemi di input (tastiera, mouse, gesti, voce, etc). Un giorno non lontano, per altro.




  • PANASONIC (voto 6,5): torna in Europa con la linea Eluga, due modelli (lo smartphone e il modello Eluga Power, un “phablet” con display 5 pollici) che non sono mostri di potenza ma sono sottilissimi, leggeri, belli da vedere e con la peculiarità di essere a prova di acqua. Funzionano pure “in ammollo”. Il mercato Android è affollatissimo ma i giapponesi fanno sul serio.




  • MOTOROLA (voto 5,5): il marchio americano è “tra color che son sospesi” dopo l’acquisizione di Google. A Barcellona si è visto poco e i prodotti più interessanti (come il Razr Maxx con la sua mega-batteria) non arriveranno, così pare, da noi. Nel secondo semestre però Motorola sarà tra i pochi marchi (gli altri certi sono i cinesi Lenovo e Zte) a lanciare uno smartphone con chip Intel. Una piccola, grande rivoluzione nel settore dei processori per i device mobili.




  • HTC (voto 7): dopo un 2011 in cui il marchio è stato oscurato dal successo di Samsung nel mondo Android, i taiwanesi puntano forte sulla line One. E fanno bene: One X è forse il device più completo visto a Barcellona. Molto bello da vedere, specifiche tecniche da urlo, una fotocamera superba, interfaccia Sense snellita e ripulita: se ottimizzano il Tegra 3, se il prezzo è quello giusto (699 euro ci sembrano tanti), se esce con 2-3 mesi di vantaggio sul Galaxy S3… con tutti questi “se” potrebbe davvero fare il botto.




  • RIM (voto 5): vediamo che cosa cambierà col nuovo amministratore delegato. A Barcellona nessuna novità: il Playbook con l’Os 2.0 finalmente è completo, peccato che sia in ritardo di un anno. Dei nuovi smartphone con BB 10 come previsto nessuna traccia, quelli con BB OS 7 sono solidi (il nuovo Bold 9790) e con i soliti punti di forza ma la concorrenza sembra correre a passo doppio. Sarà dura, durissima per i canadesi.



  • APPLE (ng): come sempre non c’era. Ma l’invito al lancio del nuovo iPad durante il keynote di Eric Schmidt è una stoccata al veleno a Google. E ha polarizzato l’attenzione di tutti sull’unico prodotto e sul brand che a Barcellona mancava. Geniacci del marketing.
  • E bufera sulla sanità napoletana Arrestato il primario Paolo Jannelli

    Corriere del Mezzogiorno

    Il responsabile dell'ortopedia avrebbe dirottato in una clinica privata i pazienti dell'ospedale Cardarelli


    Paolo Jannelli
    Paolo Jannelli


    NAPOLI - Blitz sulla sanità campana (con qualche «risvolto» in Toscana), con 13 provvedimenti cautelari contro medici e paramedici accusati di concussione, abuso d'ufficio, falso e truffa a danno della pubblica amministrazione. Tra gli arrestati anche un nome «eccellente», quello del primario ortopedico Paolo Jannelli.

    I PROVVEDIMENTI CAUTELARI - Sono in tutto 13: un arresto in carcere, 2 arresti domiciliari, tre divieti di dimora in Napoli e 7 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria. Oltre a questi ci sono 42 decreti di perquisizioni domiciliari emessi dalla procura di Napoli nei confronti di personale medico e amministrativo di varie strutture ospedaliere napoletane, tra cui l'ospedale Cardarelli, nonché di alcuni dipendenti della Casa di cura privata «Villa del Sole». I reati contestati sono l'associazione per delinquere finalizzata alla concussione, abuso d'ufficio, falso e truffa in danno alla pubblica amministrazione. Le indagini sono state coordinate dai pm Francesco Curcio ed Henry John Woodcock.




    NOME ECCELLENTE - Tra gli arrestati figura il primario di ortopedia dell'ospedale «Cardarelli», Paolo Jannelli, condotto in carcere. Agli arresti domiciliari il fratello del primario, Gabriele, e l'amministratore della casa di cura «Villa del Sole», Marco Von Arx. Secondo l'accusa gli indagati dirottavano verso la clinica privata pazienti dell'ospedale «Cardarelli» che attendevano di essere operati. L'inchiesta nasce da controlli della Guardia di Finanza sulle prestazioni sanitarie in regime di intramoenia. Successivamente gli inquirenti hanno delegato ai carabinieri del Nucleo antisofisticazioni e sanità la parte dell'indagine relativa ai ricoveri e agli interventi chirurgici. I carabinieri hanno quindi accertato che i pazienti per essere operati nella struttura privata pagavano anche diverse migliaia di euro a fronte di interventi che potevano essere eseguiti a carico del Servizio sanitario nazionale.

    LE ACCUSE DEI PM - I magistrati Curcio e Woodcock contestano a Jannelli che la seconda divisione di ortopedia dell'ospedale Cardarelli di Napoli fosse stata trasformata in un «vero e proprio centro di reclutamento di pazienti gestito dal primario». I pazienti - sostengono i pm - venivano dirottati alla casa di cura Villa del Sole, di proprietà, tra l'altro, dello stesso Jannelli. I pm spiegano che Jannelli «dopo aver prospettato speciosamente (e sistematicamente) ai degenti tempi lunghi di attesa per poter essere sottoposti alle cure e soprattutto agli interventi necessari, induce gli stessi a trasferirsi presso la casa di cura Villa del Sole, approfittando delle loro condizioni fisiche precarie, del loro stato di soggezione e di diminuita capacità di discernimento, così sfruttando ai fini di lucro la sua condizione di preminenza ed altresì costringendo persone deboli a lui affidate per la professione svolta a prendere decisioni che altrimenti non avrebbero preso».

    SOTTRASSE I FERRI - Nell'ambito dell'inchiesta, un chirurgo ortopedico di 36 anni, che vive e lavora ad Arezzo, è stato denunciato per peculato in concorso. Secondo l'accusa, quando lavorava al Cardarelli di Napoli, dove è rimasto fino al 2010 per poi trasferirsi ad Arezzo, avrebbe sottratto i ferri chirurgici in dotazione alla struttura pubblica e li avrebbe utilizzati per eseguire operazioni presso la casa di cura campana «Villa il Sole».

    GLI ALTRI INDAGATI - I l divieto di dimora nel comune di Napoli è stato applicato nei confronti di Umberto Bocchetti, Mario Chiantera, ortopedico del Cardarelli, e Giuseppe Trotta, anch'egli dirigente medico della Divisione di ortopedia dello stesso ospedale. L'obbligo di presentazione è stato disposto per Gennaro Devoto, ortopedico dell'ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, Vincenzo D'Aniello, anch'egli ortopedico a Pozzuoli, Carlo Carli, ex dirigente medico dell'Asl Napoli 2 presso il distretto di Bacoli attualmente in pensione; Ettore Dell'Anna, otorinolaringoiatra dell'ospedale San Giuliano di Giugliano in Campania, Clara Belluomo Anello, dirigente del reparto di terapia intensiva del Primo Policlinico di Napoli, Michele Chiariello, medico anestesista presso Villa del Sole e Luigi Angrisani, direttore dell'Unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Giovanni Bosco.

    IL CARDARELLI: SOSPESI - Scatterà nel giro di qualche ora il provvedimento di sospensione per tutti i destinatari delle misure cautelari disposte dal gip presso il tribunale di Napoli nell'ambito dell'inchiesta sul reparto di ortopedia dell'ospedale Cardarelli. Lo ha annunciato il direttore generale del Cardarelli, Rocco Granata. Un'inchiesta interna è stata già disposta dalla direzione generale dell'ospedale. «Abbiamo già nominato il legale, l'avvocato Giuseppe Pellegrino, e ci costituiremo in giudizio per qualunque danno, materiale o di immagine, arrecato all'azienda ospedaliera», ha aggiunto Granata.

    IL MINISTRO - «Colpito il malaffare in sanità. Chi non rispetta le regole ruba la salute ai cittadini». Lo dichiara il ministro della Salute, Renato Balduzzi. L'operazione, sottolinea, «conferma l'esistenza di aree di illegalità e corruzione all'interno delle strutture del servizio sanitario nazionale». «Bisogna tenere altissima la guardia - avverte Balduzzi - perché‚ le tentazioni sono molteplici, e l'operazione di Napoli è emblematica perché‚ ha permesso di far luce su una rete preoccupante di medici, paramedici e amministratori sanitari e assicurare alla giustizia professionisti che hanno inquinato le relazione tra medico e paziente costruendo un sistema di illegalità nelle prestazioni sanitarie in regime di intramoenia». Il ministro della Salute plaude dunque all'azione dei carabinieri e della Guardia di Finanza che, conclude, «conferma in sanità l'esistenza di un sistema di controllo diffuso e raffinato che permette di colpire il malaffare: Chi non rispetta le regole ruba la salute ai cittadini, oltre che le risorse al Sistema sanitario nazionale».

    CALDORO - «La Regione è interessata e sostiene operazioni di legalità e trasparenza. L'azione della magistratura e delle forze dell'ordine percorre queste finalità», cosi il Presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro. «Ci auguriamo che sia fatta massima chiarezza nel contesto della presunzione di innocenza, che vale sempre», aggiunge Caldoro. «Si tratta di professionisti noti e stimati in città, ma questo non ci impedisce di chiedere la massima severità nell'accertamento delle responsabilità», conclude Caldoro.

    IL PD: «SQUARCIO PREOCCUPANTE» -«L’indagine ha aperto uno squarcio preoccupante sui rapporti tra pubblico e privato nella sanità regionale campana - afferma Peppe Russo, capogruppo Pd in Consiglio regionale -La stessa delibera sull’accreditamento delle strutture private ha avuto un iter complicato perché resta ancora indefinita la capacità del sistema pubblico di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini, rendendo pressoché impossibile definire la quantità e la qualità dell’offerta privata ad integrazione del servizio pubblico».

    Redazione online
    06 marzo 2012

    Battisti dalla spiaggia di Rio sputa in faccia agli italiani: "Io non mi pento di nulla"

    di -

    L'ex terrorista presenta il nuovo libro e in una intervista a Paris Match torna ad attaccare l'Italia: "Dovrebbero lasciarmi stare, quella stagione è finita"


    Occhiali scuri, camicetta a quadri riavvolta sulle maniche, jeans e mocassini. Cesare Battisti spaparanzato sulla spieggia bianca di Rio de Janeiro si concede un'altra intervista al vetriolo per sputare in faccia agli italiani.



    Cesare Battisti in spiaggia a Rio de Janeiro
    Cesare Battisti in spiaggia a Rio de Janeiro


    Questa volta l'ex terrorista dei Pac, condannato all'ergastolo per aver commesso quattro omicidi in concorso durante gli Anni diPiombo, sceglie il Paris Match per presentare il suo nuovo libro Face au mur (Faccia al muro, ndr). E, con l'occasione, non manca di attaccare frontalmente gli italiani e, soprattutto, la giustizia italiana accusandola di aver inventato contro di lui un sacco di bugie: "Lo stato ha bisogno di pulirsi la coscienza e di riscrivere la storia. Tutti i giorni i gionali italiani mi trattano da assassino e terrorista".


    Quello di Battisti è un continuo bombardare, attaccare, infangare quel Paese che vorrebbe solo giustizia per i morti ammazzati durante gli Anni di Piombo. Eppure, ogni due per te, l'ex terrorista torna a farsi sentire e a insultare. L'ultima volta aveva sfidato, in una intervista alle Iene, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiedendogli di riaprire il processo da cui lui stesso era fuggito a gambe levate. Una provocazione, è ovvio. Ma di certe provocazioni gli italiani ne hanno le scatole piene. Battisti se ne infischia e dalle assolate spiagge di Rio de Janeiro, in mezzo alle belle donne, torna a puntare il dito. La scusa è la presentazione di Face au mur, un romanzo di 366 pagine ambientato all'interno di una prigione di Brasilia e che ha come protagonista un ex terrorista italiano che si proclama "un relitto degli anni Settanta"

    .
    Per tornare ad attaccare l'Italia Battisti sceglie un giornale francese e, in una lunga intervista a Paris Match, spiega i motivi che l'hanno spinto a evadere dal carcere di Frosinone nel 1981 e a rifugiarsi prima in Francia, dove beneficiò a lungo della dottrina Mitterrand, poi in Brasile, dove fu protetto dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva che rifiutò l'estradizione in Italia. Tuttavia, tra i due, è la Francia il Paese che Battisti considera più "suo" dal momento che lo ha accolto senza trattarlo come un criminale ma salvandolo dalla giustizia italiana.



    "Quando i francesi parlano di me mi definiscono ex-militante politico, non terrorista - spiega Battisti nell'intervista a Paris Match - mi hanno permesso di rifarmi una vita". Non solo. Il fatto è che Battisti resta un ex terrorista che non ha pagato il suo conto con la giustizia italiana e, per quanto rifugga dalla definizione di militante politico ("Non ho mai scritto niente di politico, la mia militanza risale a più di 30 anni fa, avevo solo 20 anni. Ero un ragazzino"), restano le vittime e il dolore provocato negli anni Settanta. Eppure, ancora una volta, sarà Battisti ad avere l'ultima parola: "Dovrebbero lasciarmi stare, quella stagione è finita". d'altra parte, spaparanzato in spiaggia, lo dice fin troppo chiaramente: "Io non mi pento di nulla".




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    La Casta vive post mortem Vitalizi alle vedove

    Libero

    In Friuli Venezia Giulia la rendita dei consiglieri con più di cinque anni di anzianità passa alle mogli. Spesa totale: un milione e mezzo


    Privilegi in vita ma anche nell'aldilà. In Friuli Venezia Giulia le vedove dei consiglieri precepiscono il 60% del vitalizio. Purché il compianto abbia passato cinque anni in consiglio. Su 144 vitalizi le vedove che ne hanno diritto finora sono 50. Spesa totale: un milione e mezzo di euro l'anno. Poco male per le signore che si ritrovano senza compagno, ma un esborso insostenibile per le casse di un Paese in piena crisi economica.
    06/03/2012




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    La Casta diserta Montecitorio In Aula solo 6 deputati

    Libero

    Su 630 parlamentari solo lo 0,9% ieri ha partecipato alla seduta sul pareggio di bilancio. Erano di più i commessi. Governo assente


    Su 630 onorevoli che strapaghiamo per rappresentarci in Parlamento, ieri nella seduta in cui si discuteva di pareggio di bilancio e di alghe (sì avete letto bene: di flora marina che si attacca alle navi) ce ne erano solo sei. Ovvero lo 0,9% del totale. Forse gli argomenti non erano così interessanti, ma, alle quattro del pomeriggio, ieri i deputati - tra chi era assente giustificato, chi era andato in bagno, chi era in pausa sigaretta - ieri erano meno dei commessi.

    Irrisorio anche il numero dei rappresentanti del governo: in Aula c'era solo il sottosegretario ai Rapporti con il parlamento, Giampaolo D'Andrea.
    Poi qualcuno rientra per sentir parlare di pareggio di Bilancio i relatori della commissione Affari costituzionali, Roberto Zaccaria, e quello della Commissione Bilancio, Giancarlo Giorgetti. E così sparpagliati nella grande Camera dei deputati si contavano ben nove onorevoli: Raffaele Volpi e Pierguido Vanalli della Lega, Rocco Buttiglione e Pierluigi Mantini dell'Udc, Renato Cambursano del Misto, Guglielmo Picchi e Giuseppe Calderisi del PdL, Roberto Giachetti e Massimo Vannuncci del Pd. Presenti in Aula sì, ma occupati a messaggiare, a sfogliare l'Ipad, a chiacchierare al telefono...

    06/03/2012




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    Tutti contro Annunziata Che gaffe su Dalla gay

    Libero

    Bufera sull'outing forzato della giornalista. Ferrara: "Efferata violenza". Riotta: "Lucio era discreto". E Fegiz: "Donna repellente"


    Tutti contro Lucia Annunziata. Da sinistra a destra, la polemica innescata dalla giornalista di Raitre sull'omosessualità di Lucio Dalla e l'ipocrisia della Chiesa italiana fa arrabbiare tutti. Giuliano Ferrara, nella puntata di lunedì di Qui, Radio Londra, ci va giù pesante: "Che senso ha tanto rancore nei confronti di Lucio Dalla?", chiede il direttore del Foglio definendo poi le parole della Annunziata "un gesto di efferata violenza", un outing conto terzi "scandaloso, irriverente e inappropriato". Più morbida nella forma, altrettanto secca nella sostanza la stroncatura dell'editorialista de La Stampa Gianni Riotta, che citando L'anno che verrà commenta ironicamente: "E si farà l’amore, ognuno come gli va...", perché Dalla era liberale, tollerante, discreto. Insomma, se lui non ha mai sentito il bisogno di rivelare il proprio orientamento sessuale, qualunche esso fosse, perché avrebbe dovuto farlo l'Annunziata con tanto livore?


    La critica del critico - Critico con l'Annunziata anche la firma storica del Corriere della Sera Mario Luzzatto Fegiz. Scrive il critico musicale: "Non ho mai amato Lucia Annunziata, un equivoco storico come giornalista. Quando dirigeva il TG 3 andava in bagno scalza, perché lasciava le scarpe sotto la scrivania. Una vera signora. Con i giornalisti maschi usava un linguaggio da caserma. Ma il suo vero limite è sempre stata la sintassi, la scarsa conoscenza dell'italiano. E il carisma televisivo di una verza". Un attacco durissimo del giornalista che confessa di avere addirittura tifato per Silvio Berlusconio quando "La mandò a quel paese per la sua arroganza formale. "La sua polemica sull'ipocrisia dei funerali a Dalla (premiato secondo lei perché non aveva mai fatto outing) e il tirar fuori la storia della sua omosessualità è una cosa vergognosa. Chiunque ha diritto, finchè non viola la legge, di fare quello che vuole". E poi una condiserazione sull'opportunità del suo intervento proprio il giorno dell'addio all'amatissimo Lucio Dalla. "La gente deve fare outing? Solo gli omosessuali o anche chi si masturba? Ma per favore! Che brutta persona la Annunziata, repellente a tutti i livelli. Bene ha fatto Bernardo Boschi, il confessore di Dalla a dichiarare: 'La Chiesa condanna il peccato, non il peccatore quando questi fa un certo cammino. Questi soloni che imperversano, dicendo che la Chiesa è ipocrita non sanno niente della Chiesa'".



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    Precari e lavoro: le lezioni da fornaio? «Sono solo per arricchimento personale»

    Corriere della sera

    Sorpresa dopo l'appello dei panificatori «servono braccia», aspirante garzone riceve risposta dall'Unione dei panettieri: «Il nostro non era un corso professionale»




    Il pane appena sfornato da un forno
    ROMA - L’appello era stato lanciato il settembre dal presidente dell’Unione panificatori della Confcommercio Giancarlo Giambarresi : «Al pane di Roma mancano braccia». E c’erano anche i numeri, almeno 300 o 350 operatori da assumere. Per di più, essendo un lavoro notturno, si poteva contare anche su uno stipendio non male, fino a duemila o tremila euro al mese.
    Un sogno per Luca Silvestro, uno dei tanti ragazzi romani in questo momento di crisi alla ricerca disperata di un lavoro. L’idea di poter lavorare sia pure di notte e in un forno l’ha colpito e riempito di speranza: così ha subito scritto alla Confcommercio per partecipare ai corsi. Ma il sogno è rimasto sogno, perché dallo stesso presidente dell’Unione panificatori è poi arrivata la doccia fredda.


    «I CORSI NON SONO GARANZIA» - Una deludente risposta giunta con grande ritardo. Perché Luca Silvestro solo adesso ha ricevuto la risposta, che ha inviato a Corriere.it. Eccola. «Gentile amico/a in merito alle notizie apparse sul web inerenti la mancanza di manodopera a Roma e provincia nelle aziende di produzione del pane, sono a precisare, che i corsi per aspirante panettiere non sono assolutamente garanzia di accesso all'occupazione, bensì soltanto un arricchimento personale che può facilitare da parte dell'allievo la ricerca di un posto di lavoro». Un corso non professionale quindi, ma solo per «arricchimento personale» e per giunta riservato a pochi eletti.


    Un fornaio prepara il pane per la vetrina
    «MI SENTO PRESO IN GIRO» - Ma un ragazzo che cerca lavoro disperatamente e viene a sapere che per lui si aprirebbero delle possibilità, oltre alla risposta con mesi di ritardo, parlare solo di «arricchimento personale» può sembrare – e lo è – «una presa in giro», come sottolinea Luca. Anche se è evidente che i corsi per panettiere non danno la certezza di trovare un lavoro (su questo è forse inutile farsi illusioni), di fronte alla notizia che ai forni di Roma mancano 300 braccia, la frequenza alle lezioni dei panificatori dovrebbero offrire almeno una chance di intraprendere uno stage e forse trovare poi impiego, Non certo solo «personale» arricchimento, magari per preparare una pizza agli amici.


    A NUMERO CHIUSO - La lettera dell'Unione panificatori precisa anche che i corsi hanno «una limitata capacità di partecipazione numerica (20/25 persone massimo) ed una cadenza annuale non programmata. E allora cosa dovrebbe fare un ragazzo - uno che desideri, sia pure con tutte le difficoltà, trovare un posto una volta terminato il corso - per partecipare a questa «lotteria» e diventare fornaio? La richiesta, nel caso di Luca Silvestro, sembra respinta con gelo. Perché questa è la conclusione della risposta: «Pertanto si evidenzia che la scrivente non svolge, e non rientrerebbe nelle sue competenze, attività di ricerca e collocazione di personale dipendente».

    PENSIONATI AL FORNO - Eppure il 2 settembre Giancarlo Giambarresi era pronto ad affermare che «da qualche tempo la ricerca di fornai che conoscano bene il proprio mestiere è una costante negativa: se ne trovano pochi e la media dei nostri panificatori oscilla ormai tra i 60 ed i 65 anni. Quando davvero andranno in pensione questi decani del mestiere, la loro figura professionale rischierà di sparire» . Che fare allora perché nella capitale non spariscano i fornai? Se ci sono possibilità che la Confcommercio le indichi, ma sarebbe il caso di far chiarezza evitando false aspettative.



    Lilli Garrone
    6 marzo 2012 | 14:24



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    Egitto, parlamentare ultraconservatore si fa la plastica al naso: costretto a dimettersi

    Corriere della sera

    Il deputato aveva sostenuto di aver subito un'aggressione. L'atto «impuro» rivelato dal chirurgo di una nota clinica



    Il parlamentare Anwar al-Balkimy Il parlamentare Anwar al-Balkimy

    MILANO - «Nasogate» nel Parlamento dei barbuti: dopo essere stato sorpreso a mentire su un’operazione di chirurgia plastica al naso, un deputato egiziano ultraconservatore è stato costretto a lasciare il suo seggio.



    LA VERSIONE DEL SALAFITA - Può un deputato egiziano farsi ridurre segretamente il naso? E, per aver mentito sull’operazione di chirurgia, perdere il suo mandato parlamentare? Queste sono alcune domande che agitano in questi giorni il mondo politico in Egitto. I media del Paese riferiscono che il Partito della luce, la formazione politica degli estremisti islamici salafiti, ha avviato un procedimento di espulsione contro uno dei propri membri, il parlamentare Anwar al-Balkimy. Poco dopo, al-Balkimy ha comunicato di rinunciare al suo seggio in Parlamento. Cos’è accaduto? La scorsa settimana il parlamentare salafita aveva sostenuto di essere rimasto vittima di un’aggressione a scopo di rapina mentre si trovava sull'autostrada che collega il Cairo ad Alessandria. Al procuratore ha raccontato di cinque uomini armati e mascherati che avrebbero dapprima fermato la sua auto, poi l'avrebbero pestato, rotto il naso e infine derubato di 100.000 sterline egiziane (circa 12.500 euro).



    RINOPLASTICA - Fin qui tutto bene. In un primo momento nessuno ha messo in dubbio quella deposizione. Anche perché il suo naso sembrava effettivamente ridotto male e inoltre - dopo la caduta del presidente Mubarak l'anno scorso - i casi di rapine e assalti alle auto sulle strade provinciali sono saliti in maniera preoccupante. Oltre a ciò, a inizio marzo al-Balkimy si era mostrato in pubblico con una vistosa fasciatura al volto che ricopriva il naso. Tuttavia, l’intera vicenda è diventata ben presto molto imbarazzante, per il deputato e per il partito islamico. Il direttore di una nota clinica di bellezza del Cairo - dopo aver letto sui giornali quanto accaduto a al-Balkimy, ha rivelato al procuratore i reali motivi di quei vistosi bendaggi: il deputato si sarebbe sottoposto ad un intervento chirurgico di rinoplastica dentro la clinica poche ore prima della presunta aggressione. Terminato l'intervento, avrebbe poi insistito per andarsene in giornata senza fermarsi per un paio di giorni, senza dunque l'autorizzazione dell'ospedale.



    «BUGIARDO» - Il Partito della luce ha in un primo momento preso le difese di al-Balkimy, che oltretutto porta il titolo onorifico di «sceicco». Ciononostante, dopo che si è scoperto che il pìo fratello musulmano con la lunga barba e l’evidente bernoccolo della preghiera sulla fronte aveva in realtà compiuto qualcosa di «haram», cioè vietato perché ritenuto «impuro» dal punto di vista religioso, le cose sono cambiate di colpo. Un portavoce del partito ha detto al sito web del quotidiano Al-Masry Al-Yom che «ogni parlamentare del Partito della luce che si comporta con disonore, è soggetto alle stesse conseguenze riservate a al-Balkimy». Anwar al-Balkimy è stato cacciato con l'accusa di «essere un bugiardo».



    Elmar Burchia
    6 marzo 2012 | 16:57



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    Canada, il medico legale e il mistero dei piedi mozzati trovati sulle spiagge

    Corriere della sera

    Nella baia di Vancouver una serie di macabri ritrovamenti negli anni: potrebbero essere di donne e uomini morti suicidi



    Vancouver Vancouver

    WASHINGTON - Stephen Fonseca, medico legale nella British Columbia (Canada), crede di aver risolto il mistero dei piedi mozzati. Dopo aver esaminato la decina di arti recuperati sulle spiagge della regione, è arrivato alla seguente conclusione: appartengono a vittime di suicidi. Persone che si sono lanciate nel fiume Fraser e i cui resti sono finiti sulla costa di Vancouver. Fonseca sostiene che questa spiegazione riguardi «quasi» tutti i casi verificatisi a partire dal 2007.



    LE MILLE STORIE - L’ultimo rinvenimento - un mese fa - ha una storia diversa: si tratta di un marinaio caduto in mare nel lontano 1987. Restano da chiarire - forse - un paio di episodi e qualsiasi scenario può essere valido. L’ipotesi dei suicidi era una delle molte formulate in questi anni. Dopo il ritrovamento dei piedi mozzati (e non tagliati) all’interno di scarpe da ginnastica sono state avanzate molte teorie: resti di vittime dello tsunami in Asia del 2004, immigrati clandestini annegati in un naufragio, persone decedute a bordo di misteriosi aerei, uomini e donne uccisi da un serial killer o dalla mala. Il problema per gli investigatori era che il Dna recuperato sui piedi non combaciava - a parte 2 o 3 casi - con quelli delle persone scomparse.


    IL GALEGGIAMENTO - Per Fonseca è possibile che gli arti appartengano a individui dei quali non è mai stata denunciata la sparizione alle autorità. E la maggior parte possono essere degli immigrati - sostiene un esperto canadese - provenienti da Paesi dove il suicidio è considerato un atto contro la legge. O magari si trattava di uomini e donne che non avevano famiglia o contatti stabili che potessero portare ad una denuncia di scomparsa. Il medico legale ha spiegato come un cadavere in acqua si decomponga progressivamente e gli arti si stacchino spesso di netto. Essendo poi i piedi chiusi in scarpe da ginnastica o di gomma emergono e galleggiano. Così i presunti suicidi si sono gettati nel Fraser e in seguito la corrente li ha portati alla foce in un settore compreso tra Vancouver e il territorio statunitense, dove si è registrato almeno un episodio. Fonseca si è detto convinto che torneremo a sentire parlare di altri piedi mozzati e magari, questa volta, l’origine potrebbe essere più misteriosa


    Guido Olimpio
    Twitter@guidoolimpio
    golimpio@rcs.it
    6 marzo 2012 | 17:53



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    Maltratta i cani che non vogliono più correre Sospeso dalle gare un «musher» italiano

    Corriere della sera

    Piovono critiche in Rete. Anche le federazioni prendono posizione contro De Ferrari: «Comportamento inqualificabile»


    MILANO - Gli husky sono completamente sfiniti, giacciono stremati sulla pista, non vogliono più riprendere la corsa. Siamo in Svizzera, a Gryon, nel canton Vaud. Qui lo scorso fine settimana si è svolto il campionato europeo di cani da slitta. Uno dei concorrenti, l’italiano Claudio De Ferrari, nome noto nell’ambiente di questa disciplina diventata a tutti gli effetti uno sport, strattona e sprona i suoi animali a rialzarsi, a continuare la gara. È piuttosto arrabbiato, innervosito, apparentemente insensibile di fronte ai guaiti degli animali troppo esausti per trainarlo ancora. Un video amatoriale pubblicato su internet documenta l'intera scena. E scatena l’indignazione nella blogosfera.


    IL VIDEO DELLO SCANDALO - Lo sleddog è una pratica antichissima, nata soprattutto per soddisfare l'esigenza di effettuare lunghi spostamenti nei territori artici. Poi è diventato uno sport con campionati nazionali e internazionali. E numerose gare, federazioni, club e scuole anche in Italia. La gara è innanzitutto basata sul rispetto per il cane che in questo caso non è affatto considerato un animale da traino, ma un vero e proprio partner. Loro corrono per divertirsi e sono stati addestrati per accettare comandi solo dal proprio conduttore, il musher, in un rapporto di reciproco rispetto. Tutto il contrario di quello che è avvenuto (ed è stato documentato) nel corso dell’ultimo campionato europeo in Svizzera. Il protagonista dello scandalo è il professionista Claudio De Ferrari, che oltretutto ha conseguito il secondo posto nella prestigiosa competizione. Dalle immagini caricate su YouTube lo si vede maltrattare senza troppi scrupoli i suoi sei siberian husky. Badiamo bene: non li picchia, ma gli urla contro, li scuote con violenza per l’imbragatura e con la forza li costringe ad alzarsi, a raggiungere il traguardo. Insomma, pare evidente una totale perdita di autocontrollo.

    CHOC SUL WEB - L’episodio è stato raccontato per primo dal portale svizzero 20 Minuten. E nel giro di poche ore è montata la polemica. Numerosissimi i commenti: tutti esprimono rabbia, disgusto, sconcerto. L’indignazione ha fatto il giro del mondo, con diverse organizzazioni per i diritti degli animali e amici dei cani che condannano senza appello il comportamento del musher italiano. La richiesta è unanime: una sanzione esemplare, la squalifica a vita. Tuttavia, qualcuno critica la gogna mediatica riservata allo sleddog e ricorda a coloro che hanno già emesso un verdetto di colpevolezza che «questo non è uno sport violento, coercitivo e praticato da bruti».

    STOP DALLE FEDERAZIONI - Non sono tardate ad arrivare le reazioni ufficiali delle federazioni sportive. Il presidente della Società svizzera dei mushers ha condannato l'accaduto ammettendo «di non aver mai visto una cosa simile». La federazione austriaca Club Österreich ha escluso il musher italiano da tutti gli eventi futuri, mentre la federazione internazionale WSA (World Sleddog Association) ha deciso di sospendere De Ferrari fino alla prossima assemblea giudiziaria. Con un comunicato stampa anche la Federazione Italiana Musher Sleddog Sport giudica «inqualificabile» il comportamento del concorrente italiano e per questo ha deciso di sospenderlo da ogni competizione federale e dalle prove del circuito internazionale. Inoltre, viene annunciata la richiesta di una commissione d’inchiesta che faccia piena luce sull'accaduto. Nel frattempo, riferisce 20 Minuten, De Ferrari avrebbe replicato alle accuse e respinto le critiche. Non per vie ufficiali o pubbliche, ma commentando il fatto su YouTube con uno pseudonimo. Scrive l'utente «clemiano88» rivolto agli altri internauti: «Tutta questa gente non capisce niente di questo sport. Un cane stanco mangia immediatamente della neve. Come potete vedere nel video, non è questo il caso».


    Elmar Burchia
    6 marzo 2012 | 15:19

    Addio a Sherman, musicò Mary Poppins

    corriere della sera

    È morto a 86 anni il compositore di «Supercalifragi...»



    MILANO - È morto a Londra all'età di 86 anni Robert Sherman, il compositore americano autore, insieme al fratello, di canzoni e colonne sonore di una cinquantina di film per le famiglie come «Supercalifragilistichespiralidoso» di «Mary Poppins». A dare notizia del decesso è stato il figlio Jeffrey. Dagli anni 50 i fratelli Sherman, Robert e Richard, di tre anni più giovane, sono stati autori di canzoni che hanno segnato la storia della Disney. Il loro nome resta però legato a «Mary Poppins», del 1964, i cui successi «Cam Caminin Spazzacamin» e «Supercalifragilistichespiralidoso», interpretati da Julie Andrews, sono stati cantati da intere generazioni. Ma non solo.


    L'OSCAR - Con quel film i fratelli Sherman vinsero l'Oscar per la miglior canzone e per la miglior colonna sonora nel 1965. In una carriera in cui hanno collezionato due Grammy Award e 23 dischi d'oro, i fratelli Sherman ottennero anche nomination all'Oscar per «Citty Citty Bang Bang» del 1969, «Pomi d'ottone e manici di scopa» del 1972, «Tom Sawyer» del 1974 e «La scarpetta rosa» del 1978. Tra i loro maggiori successi ci sono anche «La spada nella roccia» (1963), «Fbi operazione gatto» (1966), «Il libro della giungla (1967).


    Redazione Online
    6 marzo 2012 | 18:05

    Abbiamo il diritto di uccidere senza processo gli americani che siano terroristi di Al Qaeda»

    Corriere della sera

    La dichiarazione del ministro della Giustizia Usa Eric Holder


    Minaccia imminente di attacco violento contro gli Stati Uniti e cattura impossibile o difficilmente praticabile. Sono i casi in cui il governo americano rivendica il diritto di uccidere senza processo un cittadino degli Stati Uniti che sia affiliato a un'organizzazione terroristica come Al Qaeda. E' stato il ministro della giustizia americano Eric Holder ha dare una risposta ufficiale alle critiche dei gruppi per la difesa dei diritti civili dopo l'uccisione, cinque mesi fa in Yemen con un razzo lanciato da un drone, dell'esponente quaedista Anwar al-Awlaki, americano di nascita.




    FORZA LETALE - Il governo degli Stati Uniti, ha precisato Holder, «ha il diritto» di eliminare cittadini statunitensi che rappresentino «una minaccia immediata» per il Paese, ovvero di usare contro di loro una «forza letale». «Qualunque decisione di usare la forza letale contro un cittadino degli Stati Uniti, anche qualcuno che abbia intenzione di assassinare americani e sia diventato leader operativo di al Qaida in terra straniera, è tra le più gravi che i responsabili governativi possano dover affrontare», ha affermato Holder in un discorso alla Northwestern University School of Law di Chicago. In casi di questo tipo, ha detto Holder, il cui discorso è stato diffuso dal Dipartimento di Giustizia, non è necessaria l'approvazione di un tribunale, perchè «il presidente può usare la forza all'estero contro un alto esponente operativo di una organizzazione terrorista straniera con cui gli Stati Uniti sono in guerra».

    RISPOSTE APPROPRIATE - «Purtroppo la realtà è che la nostra Nazione continuerà a far fronte a minacce terroriste che a volte hanno origine da nostri concittadini», ha affermato ancora Holder, secondo cui «quando questi individui prendono le armi contro questo Paese (gli Usa) e si uniscono ad al Qaeda nel preparare attacchi per uccidere americani ci può essere solo una risposta realistica e appropriata. Dobbiamo intraprendere passi per fermarli, in piena conformità con la Costituzione. In questa ora di pericolo, non possiamo certo permetterci di aspettare fino a quando i progetti mortali vengono concretizzati». «E - ha detto - non lo faremo».


    Redazione Online
    6 marzo 2012 | 11:30

    Il Cern a caccia della superparticella

    Corriere della sera

    Senza risultato gli esperimenti sull'istante che ha seguito il big bang



    L'accelaratore di particelle Lhc, Large Hadron Collider, al Cern di GinevraL'accelaratore di particelle Lhc, Large Hadron Collider, al Cern di Ginevra

    MILANO - Il superacceleratore Lhc del Cern va a caccia di un mondo che esisteva soltanto una frazione di secondo dopo il big bang, il grande scoppio da cui tutto, noi compresi, ha avuto origine. Lhc (il Large Hadron Collider) lo riproduce scontrando fra loro protoni. Da questi scontri hanno catturato una particella, il mesone B che decade in altre due particelle (due muoni). I fisici teorici dicono che per ogni miliardo di mesoni B ci dovrebbero essere tre decadimenti. Se gli esperimenti danno un numero diverso, più piccolo o più grande, allora può essere messa in discussione sia l’architettura generale della natura, il cosiddetto modello standard, oppure quello che i fisici pensano sia accaduto dopo il big bang generando superparticelle (ad esempio il neutralino) che creavano una supersimmetria.

    L'ESPERIMENTO - L’anno scorso con l’esperimento Lhcb misurarono poco meno di sedici decadimenti ma nei mesi scorsi sono arrivati a rilevarne appena quattro e mezzo come hanno annunciato ora al congresso in corso a La Thuile, in Val d’Aosta. «Ci siamo avvicinati a un numero», dice Pierluigi Campagna dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e responsabile dell’esperimento a Ginevra, «il quale già dice che la supersimmetria dobbiamo cercarla altrove rispetto a dove si pensava e a livelli di energia diversi da come si era ipotizzato». E questo è un risultato importante per descrivere bene quel mondo finora soltanto immaginato dai teorici che chiamano «nuova fisica» e che richiedeva, appunto, esperimenti per essere confermato oppure modificato in modo appropriato. «Se continuando le misure scenderemo anche sotto il valore dei tre decadimenti allora la teoria generale del modello standard entrerà in crisi», aggiunge Campagna. Presto lo sapremo.



    Giovanni Caprara
    5 marzo 2012 (modifica il 6 marzo 2012)


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    Essere zingare, a Milano

    Corriere della sera

    di Giacomo Valtolina



    Piccole lampadine colorate lungo il fil di ferro danno il benvenuto. Quattro roulotte  parcheggiate in cerchio formano un cortile. Una misera corte, con un grande tavolo di plastica al centro, le sedie intorno. Qui, tra prati, spazzature e i fuochi della notte, gli uomini hanno grosse collane d’oro e parlano ad alta voce. I galli scorazzano sulla ghiaia. Le donne restano sullo sfondo. Sembra una pellicola gitana, invece è il quartiere Muggiano, alla periferia Ovest di Milano.


    Due ragazze fanno capolino da sotto i pioppi, sbucano sulla strada verso il vecchio borgo medievale. Solito tragitto quotidiano: casa-scuola, casa-bar, solo che la casa è un campo rom. Sguardo fiero e diffidente, le mani sporche sotto le unghie. Addosso i fuseaux e leggere canottiere, nonostante sia solo inizio marzo. Una di loro era all’accampamento. Lì, dove le altre donne non parlavano, Julya aveva sorriso furtivamente. “Sono nata qui” aveva anche detto, allegra, offrendo dell’acqua frizzante. Diciott’anni appena compiuti, origini bosniache, la famiglia è emigrata qui negli anni Ottanta in fuga dai fumi di guerra jugoslavi. Mentre parla, l’amica le dice qualcosa, la sgrida, se ne va sprezzante. Preferirebbe tacesse. Julya le fa un cenno con la mano. “Da queste parti” confessa, “non è facile mischiarsi”. Anche se lei qui ci studia, anche se quasi si sente “integrata”. Pur tra mille diffidenze. “Alla fine, ci considerano tutti uguali: solo dei ladri”.


    Pochi metri più in là, venerdì scorso, un pescatore di 74 anni, Gaetano Gnudi, è stato sbranato da un branco di randagi. Tutti hanno puntato l’indice, ma i cani non erano loro. Forse di altri zingari, probabilmente di nessuno. “Vengono a mangiare le galline, li scacciamo con i sassi”. Ogni giorno, le stesse cose. Niente sogni né speranze, tutto intorno è terra bruciata. Agli atti, solo vecchie carte, richieste mai accettate al Tribunale dei minori. Si vive di traffici più o meno legali, vendita del ferro e chissà cos’altro, chiusi in un clan alla mercè di altri, perché “i bosniaci, si sa, sono quelli buoni”. Per evadere, solo la tv: “Sono loro i miei modelli”. Julya getta una carta nel ruscello: “Lo so che non si fa” dice, ma la butta lo stesso. Poi si scoccia. Chewing gum in bocca se ne va, infine svanisce lungo la solita strada.



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    Il precario e la rivoluzione delle frequenze

    Corriere della sera


    Fabrizio Tamburini scopre la «vorticità» delle onde elettromagnetiche. Ma a Padova non trova la cattedra



    MILANO - Il mondo delle telecomunicazioni ha una fame insaziabile di frequenze, per trasmettere segnali radio, programmi tivù, sistemi di connessione wi-fi. E poi c'è l’enorme richiesta di banda per smartphone, tablet e dispositivi wireless che usiamo ogni giorno. Proviamo a pensare che cosa accadrebbe se potessimo moltiplicare per dieci i canali disponibili su una singola frequenza? Ebbene qualcuno ha scoperto che si può fare. È Fabrizio Tamburini, 48 anni, astrofisico di fama internazionale, ma ricercatore precario all’Università di Padova. La scoperta è destinata a sconvolgere il mondo delle Tlc.

    «LA VORTICITA'» - Ecco quanto ci spiega: «Le onde elettromagnetiche non solo vengono individuate da una frequenza e uno stato di polarizzazione, ma sono dotate di una nuova proprietà, la vorticità». Una scoperta fatta dallo scienziato veneto studiando la rotazione dei buchi neri. Così sfruttando i diversi gradi di vorticità di un’onda è come se avessimo ulteriori canali sui quali ricevere e trasmettere informazioni, utilizzando però solo una frequenza di trasmissione. «Nel caso delle telecomunicazioni il fattore moltiplicativo dei canali è 10, ma per le trasmissioni ottiche si arriva anche a 600». La scoperta fatta da Tamburini, che a Padova coordina un team di 5 ricercatori assieme allo svedese Bo Thidé dell’Istituto di Fisica Spaziale di Uppsala, apre nuovi panorami nei sistemi di comunicazione. Non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche economico.

    Pensiamo infatti a cosa accadrà agli operatori telefonici che adesso pagano cifre a sette zeri per assicurarsi frequenze trasmissive. La vorticità delle onde farà diminuire i costi e aumentare le informazioni trasmesse. Ma gli impatti investono anche altre discipline scientifiche. «Dai bioensori in ambito medico, in grado di rivelare una singola molecola malata mescolata tra milioni di sane per la diagnosi precoce di tumori - spiega Filippo Romanati del gruppo di ricerca – fino al controllo delle tossine nei prodotti alimentari».

    Guarda il grafico


    FAMIGLIA DI ORAFI - Fabrizio proviene da una famiglia di orafi che dal '700 intagliavano pietre per i nobili veneziani. Papà Sergio lo avrebbe voluto accanto in laboratorio, tra dischi diamantati, crogioli e bulini, per tramandare l’arte orafa dei Tamburini. Ma non è stato così. Lui curioso di scienze e fisica, nasce negli anni della conquista della Luna e si appassiona subito allo spazio. Così il sabato, il ragazzino dai capelli rossi, va dai frati francescani del convento di San Nicolò al Lido. «Seguivo lezioni di astronomia, per imparare a conoscere pianeti, stelle e galassie. Ci ho messo poco a capire che quella era la mia strada».

    Per lui ottenere la laurea in fisica a Padova con tanto di "magna cum laude" è stato un gioco. Poi viene chiamato in Inghilterra per il dottorato di ricerca e lì rimarrebbe, visto che gli studi di astrofisica iniziano a essere pubblicati su prestigiose riviste scientifiche. Lo chiamano già "il signore della luce". Purtroppo nel 2003 deve rientrare a Venezia per assistere i genitori malati. Alla fine si vede costretto ad accettare una soluzione di precariato che gli offre l’Università di Padova. Ma niente posto fisso per lo scienziato che ci invidiano nel mondo, così rimane precario fino a oggi alla cifra di 1380 euro al mese. Una situazione insostenibile. Non solo per lo stipendio irrisorio viste conoscenze e competenze. Ma soprattutto perché mancano i fondi per accelerare la ricerca, che invece altri paesi sarebbero ben lieti di finanziare.

    L'ESPERIMENTO A VENEZIA - Basta pensare che per realizzare il primo esperimento pubblico, tenuto lo scorso 23 luglio a Venezia, Tamburini assieme al suo gruppo di lavoro, hanno sborsato di tasca propria i 5 mila euro per costruire le antenne elicoidali necessarie ad imprimere un moto a “fusillo” all’onde stessa. Così hanno dimostrato attraverso un esperimento di trasmissione audio, la possibilità di raddoppiare i canali usando una sola frequenza. E adesso che cosa succederà? «Sto pensando mio malgrado, di accettare una delle proposte ricevute dalle Università di Vienna e Glasgow, non solo parliamo di uno stipendio iniziale cinque volte maggiore, ma loro mettono a disposizione laboratori all’avanguardia». Ancora una volta in Belpaese subirà un doppio danno. Perdere un altro dei cervelli in fuga, viste le credenziali dello scienziato. E poi lasciarsi scappare i brevetti degli studi che Fabrizio ha nel cassetto. In questi giorni il «signore della luce» medita se lasciare il Belpaese, accompagnato dai suoi tre gatti.




    Umberto Torelli
    5 marzo 2012 (modifica il 6 marzo 2012)



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    Confessò: non mi sento omosessuale

    La Stampa


    Così Dalla in un’intervista del 1979. Il suo padre spirituale: "Le polemiche su di lui una vendetta gay"



    PIERO NEGRI


    La Chiesa condanna il peccato, non il peccatore, quando questi fa un certo cammino». Padre Bernardo Boschi, il confessore di Lucio Dalla che domenica ha pronunciato l’omelia ai funerali del cantante, torna sulle polemiche per la presenza sull’altare della basilica di San Petronio di Marco Alemanno, compagno del cantante. Dalla era «una persona di grande fede e non ha mai voluto conclamare la propria omosessualità», dice Boschi, secondo cui le polemiche sono una «vendetta dei gay che volevano fare del cantante una bandiera».

    E che Dalla non avesse alcune intenzione di dichiararsi gay lo conferma anche un’intervista del 1979 alla rivista «Lambda», periodico del movimento di liberazione omosessuale che uscì dal 1977 al 1981, che ieri ha ripreso a girare in Rete.

    Incalzato da Pietro Savarino, nel 1979 Dalla si rifiuta di dirsi gay e di fare dell’identità sessuale una questione pubblica: «Non mi interessa parlartene - dice - perché dovremmo stare sulla questione per giorni interi. E poi credo che non ve ne sarebbe bisogno, nel caso fosse vero. Io sostengo che ognuno deve comportarsi correttamente secondo la sua organizzazione mentale, la sua organizzazione sociale, ma fare dichiarazioni di voto mi sembra ridicolo. Non appartengo a nessuna sfera sessuale».

    Dalla rivendica con orgoglio la sua «non appartenenza» a qualsiasi area, politica, di pensiero, sentimentale: «Sono un uomo isolato, ecco perché mi rifiuto di collocarmi nel Pci, col quale non ho alcuna “area culturale” in comune. Sono un uomo abbastanza appartato anche a livello di sentimenti. Sono solo perché lo voglio essere, organizzo il mio mondo forse malinconicamente ma con coraggio, mi sento molto vicino al mondo del lavoro. Il fatto stesso di comunicare alla gente, a tanta gente, è un’esemplificazione di tante tensioni, tensioni emotive e a volte anche tensioni sessuali».

    Infine, il cantautore chiarisce una volta per tutte: «Non mi sento omosessuale, ma veramente, spero che lo capisca. Non mi sento omosessuale. Mi sento pronto e disponibile a tutte le situazioni di amore, di affetto, di amicizia, di sentimenti, di tenerezza. Ecco, sono un uomo disponibile, ma la mia cultura non è una cultura omosessuale, il mio modo di organizzare il lavoro non è omosessuale, ho amici quasi tutti eterosessuali; ho anche amici omosessuali che rispetto e ai quali voglio molto bene. Sono un uomo molto confuso, in tutto, ma credo che gli uomini abbiano il diritto a essere confusi, perché sono sgradevoli quelli che si ritengono conclusi. E poi sono vecchio, ho 36 anni, ma non vecchissimo. Spero di cambiare. Magari se ci vediamo fra tre anni, ti faccio tutte le dichiarazioni che vuoi».

    Di anni ne sono passati più di trenta, ma Dalla quello che ora si definisce «coming out» non l’ha mai compiuto. Anche per questo ieri padre Boschi ha aggiunto: «Ho avuto una sensazione molto sgradevole, di mancanza di civiltà nel leggere le polemiche sui giornali. Quelli che criticano sono sciacalli, iene. Sputano sentenze su cose più grandi di loro. Questi soloni che imperversano, dicendo che la Chiesa è ipocrita non sanno niente della Chiesa».

    Per il domenicano, le polemiche sono «micidiali sul piano umano». Anche «Gesù andava dalle prostitute perché si convertissero. Io sono andato tante volte a casa di Lucio, c’era anche Marco Alemanno, e non ho mai visto nulla». Sbaglia anche, secondo il religioso, chi ha malinteso la mano tesa verso il giovane: «Era un ragazzo che soffriva. Si dà quello che si ha, e dobbiamo dare il bene. Ma se dentro le persone c’è la malizia, la si vede ovunque».

    Mentre per Monsignor Giovanni Silvagni, vicario generale dell’Arcidiocesi di Bologna «si è voluto inventare un problema che non esiste, cavalcando l’onda mediatica per interessi che mi paiono un po’ estranei alla vicenda e ai sentimenti delle persone coinvolte».

    «Lucio Dalla non è mai stato una nostra bandiera né lo sarà»: replica l’Arcigay di Bologna. «Non abbiamo mai chiesto a Dalla di partecipare a un nostro “Pride” né ad altre iniziative perché sapevamo della sua scelta di riservatezza, anche se non nascondeva la sua omosessualità, e l’abbiamo sempre rispettata». Perciò «nessuna vendetta da parte dei gay. Anzi, nel movimento molti ci hanno rimproverato di non essere intervenuti. Messa alle strette, la Chiesa pensa di difendersi aggredendo noi. È la solita ipocrisia».

    E «sono molto rattristato dalle parole di padre Boschi che trovo sinceramente ammantate di livore ideologico» aggiunge il presidente nazionale di Arcigay, Paolo Patanè. «Nessuno ha mai mancato in vita nei confronti di un artista sublime come Lucio Dalla e nessuno ha mai inteso mancare in morte. A me personalmente ora preme solo il rispetto, l’affetto e il sostegno al compagno di Lucio Dalla e spero che una bella storia d’amore che la sorte ha colpito, possa generare libertà per la moltitudine di gay e lesbiche senza notorietà né diritti».


    Lucio Dalla, parla padre Boschi: polemiche sono una vendetta gay


    «Volevano farne una bandiera, ma lui non ha mai conclamato la sua omosessualità»



    Bologna

    Una «vendetta dei gay», che volevano fare di Lucio Dalla la loro bandiera ma non ci sono mai riusciti, perchè il cantante era «una persona di grande fede» che non ha «mai voluto conclamare la propria omosessualità». Il giorno dopo l’addio all’artista bolognese, e le critiche per la presenza di Marco Alemanno sull’altare di San Petronio, è il confessore del cantautore a respingere le accuse di ipocrisia. «Questi soloni che imperversano - osserva - non sanno niente della Chiesa, che condanna il peccato, non il peccatore quando questi fa un certo cammino».

    Quello del padre domenicano, che in un passaggio dell’omelia di ieri si è rivolto direttamente a Marco Alemanno, è uno «sfogo» contro attacchi «micidiali sul piano umano». «Per me il rispetto per tutti è la prima cosa, non volevo essere offensivo», precisa poi il religioso, che rivela: «Sono andato tante volte a casa di Lucio, c’era anche Marco Alemanno e non ho mai visto nulla». «Lucio Dalla era gay e lo sapevano tutti, tutta Bologna e la Chiesa cattolica», ribatte a distanza il presidente di Gaynet, Franco Grillini, ma la tesi di padre Boschi non cambia. Sbaglia, secondo il sacerdote, chi ha malinteso la sua mano verso il giovane. «Era un povero ragazzo che soffriva - sottolinea - si dà quello che si ha e dobbiamo dare il bene. Ma se dentro le persone c’è la malizia, uno la vede ovunque».

    «Avrei celebrato i suoi funerali anche se si fosse dichiarato con un coming out», afferma don Ildefonso Chessa, monaco benedettino amico di Lucio Dalla, ieri tra i concelebranti del rito funebre seguito da oltre 30 mila persone nella sola piazza Maggiore. Non vede nessuno scandalo neppure monsignor Giovanni Silvagni, vicario generale dell’arcidiocesi di Bologna. «Non è stata la celebrazione di un funerale omosessuale, ma il funerale di un uomo». Per il numero due della diocesi del capoluogo emiliano, dunque, le polemiche sono «uno spostare il tema su un aspetto secondario, una strumentalizzazione tardiva che si commenta da sola». E «chi vuole cavalcare l’onda, si assume le sue responsabilità», quella secondo monsignor Silvagni di mancare di rispetto «verso chi prova dolore».

    Una posizione simile a quella degli amici stretti di Lucio Dalla: «Non faccio l’uomo che cade dalle nuvole - commenta Benedetto Zacchiroli, tra gli amici più vicini al cantautore bolognese - ma è stata letta una canzone e chi lo ha fatto ha spiegato perchè lo ha fatto». Invita a mettere da parte le polemiche anche il sindaco di Bologna, Virginio Merola: «I bolognesi erano in piazza per Lucio, conoscono tutto di lui e della sua vita, ma non ne hanno fatto un motivo di polemica», afferma il primo cittadino, che evidenzia la «grande vicinanza» della città «agli amici e al compagno», come «è stata anche rispettata la sua scelta religiosa».

    La presa di posizione di padre Boschi non è però passata inosservata agli occhi delle associazioni omosessuali. Fabrizio Marrazzo del Gay Center invoca il diritto di «vivere e morire con rispetto e dignità». Dura la presa di posizione di Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay, che ha bollato le parole del religioso come «ammantate di livore ideologico. Parlare di vendette gay all’indomani di un funerale che ha unito il dolore e l’emozione di gente differente mi sembra così brutto e meschino da risultare incommentabile. Se la Chiesa teme di dare a ciascun amore il nome che ha, in fondo dichiara il suo fallimento».

    (Ansa)




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    Golgota, gli abusi che infangano la chiesa

    La Stampa

    Lo sconvolgente viaggio nello scandalo pedofilia che ha travolto molte comunità


    Giacomo Galeazzi
    Città del Vaticano


    C'è la testimonianza emblematica della violenza subita da Fabio. E c'è don Sergio, che sogna l'amore e scrive messaggi deliranti a persone che non conosce. La sua inquietudine, il suo vivere da internato dentro la Chiesa. Il suo calvario di solitudine. Il racconto arriva a scavare nel cuore e nell'animo dell'uno e dell'altro, non da giudice ma da testimone. Storia esemplare di due tragedie umane, senza dimenticare chi è la vittima e chi l'orco. Una tessera di un mosaico. 4500 casi di pedofilia nella Chiesa degli Stati Uniti, con 2,6 miliardi di dollari di risarcimenti pagati fino a oggi, 1700 preti accusati di abusi in Brasile, 1000 in Irlanda chiamati a rispondere di 30.000 casi di abuso, 110 preti condannati per abusi in Australia. In Italia si parla ufficialmente di 80 casi e 300 vittime: quelli taciuti sono certo molti di più, ma la Conferenza episcopale italiana non ha mai comunicato dati ufficiali.

    L'elenco delle Chiese travolte dallo scandalo della pedofilia copre i cinque continenti. "Nel corso dell'ultimo decennio sono arrivati all'attenzione della Congregazione oltre quattromila casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori" ha recentemente dichiarato il cardinale William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l'ex Sant'Uffizio. "Un drammatico aumento". I processi realmente istruiti sono molto meno. E se si comincia finalmente a prendere coscienza della dimensione del fenomeno, si fatica enormemente a comprenderne e a riconoscerne la natura e le cause. «Golgota, viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia» (Piemme) di Carmelo Abbate è tutt'altro che un elenco di numeri. È una rete di incontri: da Roma a New York, da Parigi all'Africa. Di confessioni inquietanti. Di testimonianze. Rivelazioni sconcertanti. Documenti svelati in una solida indagine da «undercover reporter». Una sconvolgente inchiesta su tutto quello che nessuno, a partire dai vertici della Chiesa, potrà mai più dire di non sapere. E che ribalta molti luoghi comuni. Innanzi tutto l'atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti della pedofilia e il diverso approccio che ha caratterizzato il papato di Giovanni Paolo II rispetto a quello di Ratzinger.

    Il libro è, senza ironia, dedicato a Benedetto XVI, considerato erroneamente dai più come un Papa conservatore e immobilista. Non è così. E infatti, nella ricostruzione di Abbate emerge come il vero Pontefice riformatore nel tentativo coraggioso di reazione, correzione e contenimento del fenomeno della pedofilia all'interno della Chiesa. Don Sergio è un sacerdote. Ha più di cinquant'anni e il suo nome vero è un altro. Abbate non può rivelare la sua nazionalità, la diocesi a cui appartiene. Don Sergio ha commesso dei crimini. Nel senso che in passato, almeno così dice lui, ha fatto sesso più volte con ragazzini di età inferiore ai sedici anni. Lui è convinto di essere solo omosessuale. E di essere malato. Pensa che l'omosessualità sia di per sé una malattia. Ma non ha la benché minima coscienza del fatto che avere rapporti sessuali con minori è un reato punito dalla legge. Tutti i vescovi che hanno avuto a che fare con lui, compreso quello attuale, conoscono benissimo la sua situazione e i fatti di cui si è reso protagonista. Eppure, nessuno di loro ha mai pensato di denunciarlo alle autorità di pubblica sicurezza.

    Certo, i porporati che lo hanno avuto nelle loro diocesi gli sono stati vicino, nel senso umano e cristiano del termine. Si sono presi cura di lui e lo hanno pure internato in uno di quei centri dei Padri Venturini specializzati nel trattamento e nel recupero dei sacerdoti con grossi problemi legati alla sfera sessuale. Don Sergio ci è rimasto due anni. È uscito. È tornato a contatto con i fedeli e ha ripreso a celebrare messa. Lui dice che non ha più avuto rapporti con minorenni. Eppure, scrve Abbate, "durante uno dei nostri incontri mi parla delle fantasie che gli suscita un chierichetto di undici anni". Patrick Wall è un ex monaco benedettino, esperto in teologia e diritto canonico, che lavora da decenni come consulente nei casi di abuso sessuale da parte di esponenti della Chiesa. Insieme a Richard Sipe e Thomas Doyle, tra i maggiori esperti al mondo in materia, è coautore di un libro che viene considerato un caposaldo sull'argomento: Sex, Priests, and Secret Codes ("Sesso, preti e codici segreti").

    Dal 2002 , dopo 12 anni di esperienza nel mondo clericale, Wall lavora per uno studio legale. Dall'inizio della sua carriera "civile", diventa consulente specializzato in storie di violenza su minori da parte di sacerdoti e religiosi, gli studi legali di tutto il mondo (Roma compresa) lo chiamano per chiedere il suo aiuto. Patrick spiega che dentro la Chiesa cattolica il modo di pensare è diverso da quello in vigore nel mondo esterno: l'istituzione viene prima di tutto il resto. Il colpevole si confessa sempre con qualcuno, spesso con un suo superiore: in questo modo, inconsciamente, si sente meno responsabile. È l'esatto opposto di quello che fa la vittima, che si chiude nel silenzio e si sente in parte colpevole pur essendo innocente. I sacerdoti colpevoli sono invece convinti che, se le loro azioni fossero davvero sbagliate e malvagie, i loro superiori non li lascerebbero continuare. Ecco perché si sentono al sicuro e senza rimorsi. I responsabili degli abusi, quando viene data loro la possibilità di parlare, non si vergognano di raccontare nel dettaglio le loro azioni, nella convinzione di essere innocenti.



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    Monumento in piazza Duomo, rischio crollo Tre ipotesi per metterlo al sicuro

    Corriere della sera

    La perizia dei tecnici: la scultura «non risponde a condizioni sufficienti di sicurezza statica»


    MILANO - Per tenerlo al suo posto dovranno fargli le scarpe, o togliergli la terra da sotto i piedi. Il monumento in onore di Vittorio Emanuele II a cavallo «non risponde a condizioni sufficienti di sicurezza statica», le endoscopie e i carotaggi della Soprintendenza ne hanno diagnosticato fragilità e dolori. Il gruppo scultoreo è fratturato, debole, lesionato, e i perni che fissano gli zoccoli al basamento di metallo sono «gravemente ossidati». Le analisi, adesso, sono concluse. Il problema è stabilire la cura e rientrare nelle spese.

    Il Comune ha individuato tre ipotesi d'intervento per il restauro del cavallo in piazza del Duomo e chiesto alla Soprintendenza di esprimere un parere tecnico sul miglior rapporto qualità-prezzo. Che facciamo? Solleviamo le 12,7 tonnellate della scultura di bronzo, apriamo una botola ai piedi del monumento, oppure scaviamo un cunicolo sotterraneo? Il budget, per iniziare: 140 mila euro. I tempi, per capirsi: due-tre mesi di lavoro, da concludersi entro giugno. Il Re di pietra è inscatolato da mesi in attesa del via libera definitivo al progetto di consolidamento e recupero. L'assessorato al Decoro urbano aspetta un'ultima comunicazione formale dalla Soprintendenza ai paesaggistici, il timbro che può archiviare l'iter burocratico e consentire l'affidamento del cantiere (le risorse saranno prelevate dal fondo per le opere di manutenzione straordinaria). La risposta al Comune, anticipa il soprintendente Alberto Artioli, sarà spedita a giorni: «L'importante è che l'operazione sia efficace».

    Tre opzioni per un obiettivo. La statua potrebbe essere sollevata da una gru e posata su un letto provvisorio in tubi d'acciaio. Seconda ipotesi: i restauratori potrebbero aprirsi un varco d'accesso nel corpo del monumento (una botola) e da lì raggiungere le parti più deteriorate della statua e sostituire i perni che inchiodano il bronzo alla pietra. Infine, la terza via. La più affascinante. I sondaggi eseguiti dalla Soprintendenza hanno individuato un corridoio sepolto sotto Vittorio Emanuele II (60 centimetri per 140): lo scavo archeologico consentirebbe non soltanto di restaurare la scultura ammalorata, ma anche di indagare un'area vergine di piazza del Duomo (il mezzanino del metrò è infatti costruito tra il cavallo e il sagrato).

    Il restauro era già stato inserito dalla presidenza del Consiglio, nel 2011, nel programma delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. L'operazione è stata interrotta il 21 ottobre scorso, quando una perizia della Soprintendenza denunciò problemi di stabilità strutturale del monumento equestre: «Sono stati riscontrati alcuni fenomeni di degrado localizzati nell'area di contatto fra il basamento in lega di bronzo della statua e la sottostante porzione lapidea del supporto - si legge nella relazione -. In particolare si sono osservate anomalie nella modalità di appoggio del gruppo scultoreo sul coronamento lapideo». Il basamento, nel tempo, si è sollevato. I piastrini e gli spessori che reggono il peso del cavallo si sono rovinati. Il restauro dovrà «riassicurare» Vittorio Emanuele II al suo podio.


    Armando Stella

    6 marzo 2012 | 9:42



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