venerdì 2 marzo 2012

Mister "pecorella" vuole soldi per parlare. Non da Santoro

Libero

Marco Bruno, il No Tav che insultò agente, pronto alle interviste ma a pagamento. Da Michele però ha già preso parola


Nella puntata di Servizio Pubblico di giovedì 1 marzo Michele Santoro ha offerto il microfono a Marco Bruno, il No Tav che ha ricoperto di insulti l'agente sull'A32 (stiamo parlando del famoso video della "pecorella"). Bruno aveva spiegato di essere disposto a pagare con i media, ma soltanto in cambio di soldi (ve ne diamo conto nell'articolo che segue): ma al teletribuno Santoro, schieratissimo con i No Tav (altro che violenti, per Michele in Val di Susa fanno "la resistenza"), non ne deve aver chiesti. E così il No Tav si giustifica, spiega di aver insultato l'agente perché aveva paura (bizzarra giustificazione) e arriva addirittura a paragonarsi a Peppino Impastato. E' troppo, anche per il braccio destro di Santoro, Sandro Ruotolo, che lo richiama all'ordine. Guarda l'intervista a Marco Bruno trasmessa da Servizio Pubblico su LiberoTV. Segue l'articolo di Claudio Antonelli.


Quel ragazzo di 28 anni ripreso da Corriere.tv mentre insulta un carabiniere durante gli scontri di martedì a Chianocco è un giovane solitario, dicono tra il movimento della Valsusa. Area anarchica, antagonista, No Tav, contro lo Stato. Riporta uno degli inviati del «Corriere della Sera» spedito da via Solferino a Chianocco nel cuore degli scontri. «Uno di quelli che non trovi in prima linea durante gli scontri, ma arriva, colpisce, sparisce. Non fa parte del movimento organizzato». Cosa significhi non far parte di un movimento che tiene insieme i contadini della Val di Susa e gli antagonisti di mezza Italia non è facile comprenderlo. Marco Bruno è di Giaveno, 16 mila abitanti nella val Sangone. Vive in borgata Dalmassi, vecchi cortili, cascinali e palazzine ristrutturate. Abita con i nonni e la compagna. Non è una violazione della privacy. Lui stesso lo riferisce alle telecamere con l’obiettivo di sfidare i media e soprattutto il carabiniere che insulta e schernisce perchè a suo dire userebbe la maschera antigas per camuffarsi. proprio lui che lo scorso novembre dopo una manifestazione è stato fermato con tanto di cesoie, bastone e parrucca. Forse per nascondersi?


Infatti, nel fascicolo di Bruno ci sono denunce e segnalazioni per «reati da ordine pubblico». «Due deferimenti al magistrato per porto di oggetti atti ad offendere. Altre segnalazioni per aver partecipato a manifestazioni non autorizzate, occupazione di suolo pubblico», racconta sempre l’inviato. Un’altra foto di ieri lo ritrae mentre viene trascinato via di peso dai poliziotti. Alcuni amici avrebbero raccontato che martedì, quando è stato ripreso mentre apostrofava il carabiniere, Marco Bruno era arrivato al presidio da poco, in pausa pranzo dal lavoro.


L’articolo del «Corriere» è ricco di dettagli e notizie ma soprattutto contiene una notizia bomba. E la contiene nell’ultima riga. Scrive il quotidiano di via Solferino: A proposito del video avrebbe detto di essere anche disposto a concedere interviste, ma solo per soldi». Come?  Ma tutte  le manifestazioni dei No Tav non sono improntate agli ideali puri? Alla tutela senza se e senza ma del territorio della Valsusa? Perchè chiedere denaro in cambio di interviste?  Marco su molti blog è definito come un bravo ragazzo. Lavora tra l’altro in una cooperativa sociale ad Almese, sempre nei paraggi della famigerata A32. Lavora a fianco del parroco del Paese. I blog sostengono pure che il video sia stato travisato. Nonostante gli insulti, del tipo «vestito come uno stronzo» siano, senza se e senza ma, univoci. Vorremmo sapere come commenteranno oggi sul web la richiesta di denaro in cambio di interviste. Oppure diranno che il «Corriere» si è inventato tutto. O forse è per questo che altri facinorosi hanno aggredito brutalmente la troupe di via Solferino. Accusandoli di essere delle spie. Forse temevano che potessero raccontare particolari scabrosi in grado di svelare la maschera di idealismo che sta dietro a certi manifestanti? In molti si aspettano risposte.


Claudio Antonelli
02/03/2012



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Marco Bruno e l'ispirazione a Impastato «Peppino non si sarebbe comportato così»

Corriere della sera

Era molto ironico ma aveva «rispetto per le forze dell'ordine»


PALERMO - «Peppino non si sarebbe comportato così». Giovanni Impastato, fratello di Peppino, si dissocia dall’atteggiamento dI Marco Bruno durante i cortei No tav. Il fratello della vittima di mafia ha ritenuto poco opportune le frasi rilasciate giovedì da Marco Bruno a «Servizio pubblico». Il ventottenne Bruno ha detto, infatti, alla trasmissione di Santoro: «Mi immedesimo nel mio idolo che è Peppino Impastato, quindi cerco di essere un po’ più canzonatorio».




RISPETTO PER FORZE DELL'ORDINE - Giovanni Impastato sottolinea: «Mio fratello era molto ironico, a tratti anche aggressivo verbalmente, ma manteneva sempre un grande rispetto per le Forze dell’ordine. Nella sua vita, Peppino ha avuto scontri molto duri con Polizia e Carabinieri, ma non è mai andato a provocare direttamente un agente. Soprattutto in un momento di tensione come quello della Val di Susa non sarebbe mai andato a insultare un poliziotto». Giovanni Impastato dichiara, però, di non voler entrare in contrasto con il giovane Marco Bruno: «Sono lieto che ci si ispiri a mio fratello quando si lotta per delle cause che si ritengono giuste ma mio fratello non se la prendeva con i poveri cristi comandati dall’alto».


Maria Rosa Pavia
2 marzo 2012 | 14:38

Adesso è ufficiale: le multe servono soltanto a far cassa

di -

La sicurezza stradale non migliora. l comandante dei vigili urbani di Pavia ai suoi uomini: quest’anno dovete compilarne il 20% in più


Il sospetto già c’era, ma ora è un fatto assodato: le multe servono come leva per fare cassa, da rimpinguare determinando a priori quante contravvenzioni in più dovranno essere elevate nell’anno.




Nero su bianco, è il documento consegnato ai vigili dal Comune di Pavia, che, nell’ambito del bilancio previsionale 2012, fissa gli obiettivi: più 20% per le soste irregolari sulle strisce blu e via elencando, a seconda del tipo di sanzione: sosta sui marciapiede, guida col telefonino, guida senza cintura... Un po’ come la fabbrica di succhi di frutta che programma vari aumenti di produzione per incrementare il fatturato. Peccato che i limoni da spremere siano i cittadini, trasgressori del Codice della strada a prescindere (piuttosto di valutarne il comportamento in base alle statistiche degli anni precedenti), e che la faccenda, su cui ora divampa il fuoco delle polemiche, odori parecchio di bruciato. Anche sul fronte della legittimità. Come se non bastassero gli autovelox col trucco e i semafori dal giallo-trappola, il gioco sporco continua, e lo Stato sembra chiudere un occhio. Indicare le multe come voce d’incasso significa un inasprimento certo delle sanzioni: dove andranno a pescare i solerti vigili di Pavia? Immaginiamo laddove sia più semplice cogliere in fallo l’automobilista che deve parcheggiare, magari recandosi dove i mezzi pubblici latitano o non arrivano proprio.


L’autogol dell'amministrazione pavese smaschera l’abitudine a considerare automobilisti e motociclisti come un bancomat sempre disponibile. E se lo Stato taglia i trasferimenti all’ente locale, niente di meglio che riscuotere con le multe facili. Quel che è certo, è che i vigili che si alzeranno ogni mattina con l’obiettivo preassegnato non dovranno scervellarsi troppo. Nelle città italiane circola in media oltre il doppio delle auto per le quali è possibile trovare un parcheggio: non è un caso se, come si evince dal rapporto Aci-Censis 2011, le infrazioni commesse con maggiore frequenza, quasi il 60 per cento del totale, sono la sosta in divieto ovvero sul marciapiede o in doppia fila. A seguire, sempre restando in ambito urbano, l’accesso alle ztl, il mancato uso degli indicatori di direzione (le «frecce»), l’invasione della corsia degli autobus, il superamento dei limiti di velocità, le violazioni della segnaletica orizzontale e dei semafori...


Dati alla mano, il rapporto registra in particolare l’aumento di trasgressioni a basso rischio di incidentalità come il divieto di sosta (+9%), l’occupazione delle corsie riservate ai mezzi pubblici (+5%), l’ingresso nelle ztl (+3%), mentre diminuiscono di ben 4 punti percentuali le sanzioni per l’uso, peraltro pericolosissimo, del cellulare senza viva voce. Nel 2010 i Comuni italiani hanno incassato con le multe 1,14 miliardi di euro; a Milano, dove già nel 2002 l’allora sindaco Albertini vantò l’aver raggiunto la soglia dei 2 milioni di contravvenzioni, lo scorso anno l’amministrazione ha messo a bilancio multe per 126 milioni, circa 250 ne ha ricavati Roma, mentre Firenze ne ha visti piovere in cassa una cinquantina. Così, non meraviglia se le multe sono diventate la quarta voce di spesa annua nella gestione dell’auto, circa 118 euro a testa, ben 18 in più rispetto al 2010.


Ma che fine fanno questi quattrini? In base all’articolo 208 del codice della strada, finora troppo spesso disatteso, i proventi delle multe vanno destinati, ciascuna voce per il 12,50% del totale, alla manutenzione stradale, alla segnaletica, a interventi a favore degli utenti deboli, nonché a corsi di educazione stradale e ai controlli. C’è da augurarsi che sia così anche a Pavia, senza però che la fabbrica delle multe faccia proseliti. Riscuotano piuttosto le sanzioni insolute, come il Comune di Rovigo, che lo scorso autunno per compensare i tagli ai trasferimenti ha messo a bilancio una percentuale verosimile di questi crediti, evitando comunque di seguire l’esempio di Salerno che, stando a quanto riporta il sito agendapolitica.it, inserisce tra i residui attivi multe ormai prescritte




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Con le sue gaffe alla Camera ora Gnudi è l'idolo del web

di -

Esilarante audizione: l’algido manager titolare del Turismo pare uno scolaro agitato. E lo sbobinato fa il giro della rete


Fra la via Emilia e iluest, così la direbbe lui, ecco a voi Piero Gnudi, un presente da bi-ministro al Turismo e agli Affari regionali, un passato fra Cda, giunte direttive, comitati esecutivi e presidenze di tutto o quasi da Confindustria a Unicredit a Enel, un futuro assicurato nel mega studio da commercialista che mantiene nella sua Bologna, ma soprattutto sul web, professione «cult».




Poi dice che Radio Radicale non serve. Ascoltare, per ricredersi, la registrazione dell’intervento di Gnudi alla Camera, davanti alla X Commissione come davanti alla X Mas. C’è persino un blogger, Luciano Arduino, che quei 46 minuti e 51 secondi se li è sbobinati per trasmetterli ai naviganti e ai posteri, linkando a contorno il Walter Chiari di Vieni avanti cretino.


Con quella zeta a forma di esse, Gnudi pare un incrocio fra Vasco Rossi e Bersani. Quanto a strafalcioni e gaffe senza soluzione di continuità, riporta alla memoria le interviste impossibili di Mai dire gol a calciatori e allenatori. Ora in rete c’è chi si domanda se avesse il febbrone, in effetti ha tossito parecchio, oppure se l’algido dirigente d’azienda del governo degli imperturbabili (Fornero permettendo), si sia emozionato. Per cominciare si mangia l’«in» e rigurgita un «nanzi tutto» che non fa ben sperare, visto che quella di deglutire la prima o l’ultima sillaba è un vizio che non perde mai: il braccio è «perativo», lo standard diventa standa, il mestiere si ferma a mestie. E poi il volume che non è d’affari ma «da fare», fino al rebus del cambio di sillaba, col capitale che diventa capitano, speriamo che nel cambio sia rimasto umano.


Lo sbobinato letterale somiglia a certe traduzioni automatiche dall’inglese all’italiano sul web: «Il ministro D’Urso ehm Urso che... Eh eh che color segrestata a Shanghai come na volta. Te lo ricordi?». Eh? Ma anche: «Cioè noi bisogna far si che l’Enit diventi il braccio perativo di tutte le regioni. Perché neh e e e in cui le regioni li si riconooscono ci mettono tramente anche delle risoorse ...e e riusciamo a fare anco una un una ... una stratte una tratteggia che vada bene per l’intero paese». Pausa. «...effff»... «... l’ideale noi l’stiamo portando avanti e già e già cred cre già aaah in gi in giro per il parlamento n progetto in legge, per in alcune paarti in alcuni paaesi unificare e eh quello che non ovc chemava it coll’eeeenit».


Una deputata interrompe: «Scusi, non ho capito», ma nessuno ridacchia più da quando il presidente ha zittito il vociare: «Se dovete parlare d’altro uscite». La deputata domanda se abbia capito bene, che il ministro pensa di accorpare Ice e Enit, ed ecco la risposta: «No, no no... lei sa che se è una proposta di legge per ricostruire ce metterlo assieme all’ambasciata, la proposta che ho fatto io che in in alcune sedi di ambasciaata dove c’è l’Iiice di mettere dentro acun dipendente di Enit che faccia promozione turistica». Boh, vabbè.


Comunque il concetto chiave, circa-più-o-meno-quasi, è che il turismo mondiale cresce e quello italiano invece no, e sì che «tutti i paesi europei hanno calato», ma qui peggio. Con l’aggravante che noi i turisti spesso li trattiamo male, senza pensare che «una volta se uno andava ristorante mangiava male lo diceva a quattro cinque persone ed era morta li. Adesso col social network lo sanno tutti», e «ci vogliono sette giudizi positivi per bilanciare un giudizio negativo». Quindi, urge campagna di «educazione», «per spiegare che quando vediamo un turista non lo dobbiamo trattare come a volte purtroppo facciamo come uno che magari che ti occupa il posto o ti infastidisce, ma come uno che ti sta portando del denaro». E poi, signori, l’unità nazionale è importante: «Le stelle devono essere uguali dal Trentino alla Sicilia».

E basta promozioni regione per regione, è il prodotto Italia che va pubblicizzato: «La pubblicità del Metaponto in Cina: non so se i cinesi sanno dov’è il Metaponto». Alla fine non c’è più tempo per le domande dei deputati, Gnudi ha appuntamento con Monti alle tre, «quindi alle tre meno 2 devo andare». A manca 5 lo liberano, ma lui promette di ritornare la settimana prossima. Coca cola e pop corn per godersi lo spettacolo.


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Dossier penali sui dipendenti», accuse all'Ikea

Corriere della sera

La denuncia del Canard Enchainé fa esplodere il caso. La replica: «Pratiche che non approviamo, stiamo indagando»



Uno scorcio della prima  pagina del
MILANO - Nel 2010 l’Ikea venne duramente criticata per i metodi di controllo sul personale. La denuncia era contenuta nel libro «The Truth About Ikea” (qui la recensione del Guardian). E due anni più tardi il settimanale satirico francese Le Canard Enchainé sembra aver trovato la conferma a quelle illazioni grazie alla scoperta di una serie di mail che accusano i boss della compagnia svedese di aver pagato alcune società di sicurezza private, affinchè controllassero nei casellari giudiziari della polizia il passato del personale che lavorava negli store francesi e della stessa clientela (in particolare, quella coinvolta in azioni legali contro il gruppo).

LA DENUNCIA - «Sono finite sotto inchiesta oltre 200 persone – scrive il settimanale – di cui sono state controllate non solo le fedine penali, ma anche le registrazioni alla motorizzazione civile e le eventuali affiliazioni con le organizzazioni politiche. I dirigenti dell’Ikea hanno autorizzato pagamenti di 80 euro per ogni dossier che veniva stilato e le informazioni in esso contenute venivano poi usate per decidere se licenziare qualche membro dello staff o per fornire prove sui clienti coinvolti in dispute legali con l’azienda». Sempre secondo il giornale, lo scandalo sarebbe iniziato in Francia nel 2003 e ora dieci impiegati dell’Ikea starebbero pensando di denunciare la società per uso illegale di dati personali: un reato punibile con cinque anni di carcere e una multa di oltre 300mila euro.

LA REPLICA - Immediata la replica dell’Ikea che, tramite il suo portavoce francese, ha annunciato l’apertura di un’indagine interna, sottolineando però come la stessa non equivalga ad alcun tipo di ammissione su quanto avvenuto negli store. «Disapproviamo nel modo più assoluto queste pratiche illegali – ha detto il portavoce Ikea alla stampa - perchè rappresentano un affronto al rispetto dei valori umani di una persona».


Simona Marchetti
1 marzo 2012
(modifica il 2 marzo 2012)



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Il «raccomandato» Schettino

Corriere della sera

Ecco le lettere dei capitani per la promozione a comandante: è bravo e capace. Palombo: sì, ma bugiardo


GROSSETO — Com’è che Schettino è finito a comandare le navi della Costa? È una domanda che si fanno tutti. Ma per capirlo bisogna fermarsi al 21 ottobre del 2006: è il giorno della sua promozione a capo delle navi Costa «dopo un’attenta valutazione delle candidature». E così che il Comitato — composto tra l’altro da Roberto Ferrarini, altro indagato dell’inchiesta — «ha nominato il signor Francesco Schettino al ruolo di Facente Funzione Comandante, al quale vanno le nostre felicitazioni e gli auguri di successo».

Come sia andato a finire il suo nuovo incarico, ricostruito agli atti dell’indagine, lo sanno tutti: anche se prima di terminare la sua carriera al Giglio aveva avuto un problemino non da poco in Germania e aveva guidato la Costa Allegra, la nave che ha avuto un incendio alle Seychelles. Una maledizione, quella del lupo di mare venuto da Meta di Sorrento, che lo colpisce nonostante le parole di ammirazione spese nei suoi confronti nel corso degli anni.


Il comandante della Costa Classica, Mauro Mautone, ad esempio scrive di conoscere Schettino «come mio diretto collaboratore e posso affermare che trattasi di persona molto seria, affidabile, preparata e capace. Riesce ad assumere l’atteggiamento adeguato alle circostanze e ha capacità elevate». Per farla breve: «Meritevole per il passaggio al Comando». Il comandante Mario Moretta, che lo ha avuto come secondo, non è da meno: «Persona preparata professionalmente, con ottimo bagaglio professionale, si sta ambientando molto bene». In pratica: «Lo ritengo persona di sicuro avvenire sulla quale la società potrà sicuramente contare in futuro». Il giudizio più singolare arriva dal comandante Mario Palombo, quello che la sera del 13 gennaio scorso fu chiamato per informarlo che stavano facendo un inchino in suo onore. È un ritratto piuttosto critico: «Ho notato un suo impegno nel conoscere la nave. Non c’è stato inizialmente un buon rapporto con me: per orgoglio o per motivi professionali, Schettino — in molti casi — preferiva mentirmi piuttosto che ammettere di aver sbagliato. Ha un buon carattere, per questo ho voluto aiutarlo a superare le difficoltà incontrate a bordo, facendogli acquisire più personalità ed esperienza nella gestione della nave».

Di sicuro ha sfortuna, Schettino. Lui «almeno nei primi mesi del 2011 pilotava la Costa Allegra», come spiega l’ufficiale Giovanni Iaccarino agli inquirenti. La stessa nave delle Seychelles, che nel luglio del 2010 ebbe anche problemi di inclinazione. E di sicuro è uno che ama la velocità: il 4 giugno 2010 è al comando della Costa Atlantica e la società gli indirizza una riservata personale che serva come «attenta riflessione che consenta di evitare in futuro simili episodi». Che cosa era successo? La nave della Costa aveva causato danni alla Aida Blu ormeggiata nel porto di Warnemunde, in Germania perché «lei manovrava a 7,7 nodi e aveva fatto una mancata valutazione di alcune necessarie informazioni». Schettino risponde a Costa, argomenta che «il pilota indicava una velocità di transito in canale di circa 7 nodi, la stessa che veniva da me concordata e pianificata col bridge team» e aggiunge che «durante la permanenza in porto della nave, non veniva fatta nessuna notifica di infrazione da parte delle autorità competenti».

Qua, a Grosseto, le autorità competenti se ne sono invece accorti. Perché non capita tutti i giorni che un comandante abbandoni — secondo la Procura — una nave con a bordo almeno 300 persone dopo che l’ha fatta naufragare provocando 32 morti. Il punto, semmai, è capire se quelle capacità professionali — riconosciute da alcuni comandanti in alcune lettere indirizzate alla Costa e poi finite agli atti — ci siano oppure siano frutto di invenzione, anche perché — per stessa ammissione di alcuni ufficiali della Concordia — Schettino era bravo «anche se non aveva il rispetto del mare». Dal mare però quella notte Schettino si salvò e approdò su uno scoglio. Era asciutto. E lui sulla Concordia non ci volle risalire, nonostante che il comandante dei vigili urbani del Giglio, arrivato su quegli stessi scogli e non appena saputo chi era Schettino, gli propose di «reperire un natante con il quale poter nuovamente raggiungere la nave e prestare i soccorsi necessari. L’intenzione fu recepita dal secondo ufficiale ma Schettino tergiversò e poi rifiutò».

Simone Innocenti
02 marzo 2012

Mosconi Ucciso dal web: youtube l'ha rovinato Germano sarà ricordato solo per le bestemmie

Libero

Addio a 79 anni al giornalista veronese. Nel 2004 una fonte ignota pubblico su internet la clip che lo ha crocifisso


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Germano Mosconi ci ha lasciato, ha salutato tutti in silenzio dopo una lunga malattia, nella notte. Mancherà un sacco alla moglie Elsa e alla figlia Margherita, ma la sua scomparsa lascerà un vuoto anche nelle migliaia di persone che l’hanno conosciuto e nei milioni di fan involontari che l’hanno scoperto per sette minuti di video, i quali raccolgono le sue imprecazioni di una carriera. Non era lui quello che ha spopolato su Youtube, non era lui quello inanellava bestemmie passate alla storia, non era lui quello che ha ispirato migliaia di video-montaggi e parodie con sottofondi blasfemi. Perché Germano, nato l’11 novembre del 1932 a San Bonifacio (Verona), era prima di tutto un grande giornalista e un vero esperto di calcio. Tifosissimo di tutto ciò che era gialloblù. In primis l’Hellas Verona, di cui è stato anche responsabile delle relazioni esterne nel 2005. Ma era anche un grande ammiratore del Chievo… le cui prestazioni commentava dagli studi di Telearena, con precisione e passione. Negli ultimi anni aveva perso la testa per il golf: passava intere giornate nei campi vicini a Verona con gli amici, uno su tutti Giuseppe Vicenzi, patron del gruppo leader nelle merendine.

La sua carriera era iniziata alla Provincia Pavese, poi l’Arena, la Gazzetta dello Sport  e, negli anni ’80 l’esperienza televisiva a Telenuovo veronese,  coincisa con l’epopea del Verona campione d’Italia. Tra l’altro, da qualche sera, Telenuovo sta mandando in onda  la “Leggenda del Verona”,  con la voce di Germano degli anni ’80. È stato peraltro direttore del settimanale Il Nuovo Veronese. A tempo perso ha poi costruito un gioiello editoriale: il Gardasee Zeitung, periodico in lingua tedesca per i turisti che popolano il Garda durante l’estate. Una vera e propria miniera d’oro, che l’aveva “costretto” a diffondere il «suo giornaletto» - lo definiva così – anche in Germania nel periodo invernale. «Il successo è nato per caso – raccontava Germano – perché ho scoperto che i tedeschi volevano avere informazioni semplici e dirette sulle cose che io ritenevo secondarie». Saggio, sempre col sorriso, disponibile con chiunque, ironico, un cuore grande così. Era buono.

LE FRASI
Nel 2004 però un video anonimo gli rovinerà la vita: un collage di bestemmie ed espressioni colorite fuori onda lo spinge in testa alla classifica dei video più visti su Internet, almeno in Italia. Il popolo del web impazzisce per le originali imprecazioni, le incazzature e le colorite espressioni in dialetto. Memorabili le sue battute: “Macché ooooooo”, “ci è quel mona che batte la porta, che chiude urlando…” e che “va avanti e ‘ndrio con quela porta?”, “se venite avanti ancora ve do un pugno”, “le carte co’ la cola, che le se taca”, “non venite dentro, mi hai distrattoooooo”, “dai va la…” , “ma non si può scrivere ‘ste notizie in maiuscolo…senza la maiuscole, senza i punti” o “cortesia, simpatia, va in casino”. Tutto perché i suoi collaboratori, durante le registrazioni lo disturbavano o gli scrivevano male i testi da leggere. Queste espressioni sono entrate nel linguaggio comune di milioni di persone, per lo più ragazzi. Un po’ perché la bestemmia  - chissà come mai -  fa ridere se vista in tv, un po’ perché, alla fine, l’incazzatura del conduttore Mosconi era già di per sè comica. Lo riconosceva persino lui,  sebbene quel montaggio diffuso sul web l’ha fatto passare per il re delle bestemmie, quando chiunque a Verona e dintorni – per tradizione – potrebbe essere come lui o peggio di lui. Volenti o nolenti l’imprecazione verso Dio è un intercalare in Veneto.

A "LIBERO"
Mosconi aveva provato all’inizio a fermare il video, ma anche i suoi stessi avvocati alla fine l’hanno convinto a desistere. E così Germano è diventato la prima vittima della rete, sputtanato  e celebrato per quello che non era. Il pubblico l’ha osannato per qualcosa che, in realtà, non aveva mai fatto consapevolmente. Lo chiamavano a bruciapelo dallo Zoo di 105 in diretta. Non si arrabbiava platealmente, ma dentro di sè ne soffriva. Una sera di sei anni fa aveva l’aveva raccontato a me e a Vittorio Feltri. L’allora direttore di Libero mi aveva chiesto di chiamarlo, dopo aver visto un suo video. «Vorrei conoscerlo», mi disse Feltri. Telefonai a Germano e, subito, pensò a uno scherzo. Il giorno dopo mi richiamò e lo convinsi che volevamo solo cenare insieme. Mosconi venne a trovarci a Milano e la gioia che gli procurò la nostra attenzione alla persona, più che al personaggio, lo colpì molto. Cominciai così a frequentarlo, nei limiti del possibile, ci sentivamo. Lo andavo a trovare al golf, dove ormai aveva preso “residenza”. Per caso avevo scoperto un amico, sebbene fosse molto più anziano di me. Peraltro ha scritto anche due-tre articoli per Libero su Chievo e Verona. Non diceva mai di no a nessuno. Pensava sempre positivo. Una persona onesta. Un mito. Ciao Germano. Ti abbraccio.


di Giuliano Zulin

02/03/2012








L’Anm vira a destra Sconfitte le toghe rosse

di -

Il parlamentino dei giudici cambia volto, trionfa Magistratura indipendente. Bocciata la giunta Palamara


Roma - Se si può dire che l’Anm cambia faccia adeguandosi al dopo-Berlusconi, questa faccia è meno arrabbiata, più moderata. Alle elezioni, infatti, vince conquistando 2 seggi l’unica corrente che in questi 4 anni è stata all’opposizione della bellicosa giunta Palamara-Cascini, quella di centrodestra: Magistratura indipendente.



Luca Palamara
Luca Palamara

Il suo slogan è: meno politica e più sindacato.


Perdono consensi la lista di centro, Unità per la costituzione, che cala di 2 seggi, e Area, il cartello delle forze di sinistra Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, che perde 1 seggio. Così, nel «parlamentino» dell’associazione, che il 10 marzo eleggerà presidente e segretario, ci saranno 12 rappresentanti di Unicost, 12 di Area, 11 di Mi e 1 della nuova lista «anti-correnti», Proposta B.


È una netta sconfitta per la linea d’attacco sulle riforme, con scarsa attenzione a stipendi e condizioni di lavoro, del presidente Luca Palamara (Unicost) e del segretario Giuseppe Cascini (Md). Anche se la vecchia e ridimensionata maggioranza regge ancora. A questo punto si aprono diversi scenari e la palla sembra passare nelle mani della corrente di centro, pur sempre maggioritaria. Ci potrebbe essere una svolta, con una giunta di centrodestra Unicost-Mi, dopo quella di centrosinistra, per dare un segnale di forte cambiamento. O si potrebbe formare una giunta maggioritaria con tutte e tre le grandi correnti, ma sempre a guida Unicost-Md, mantenendo il ticket pre-elezioni per il vertice. Oppure, rifiutando questa prospettiva, Mi potrebbe rimanere polemicamente fuori dal governo dell’Anm, per non fare «da ruota di scorta» alla vecchia linea uscita sconfitta dalle urne. Quest’ultima sembra un’ipotesi lontana, perché sarà difficile ignorare che la corrente guidata da Cosimo Ferri continua il trend positivo che dal 2007 l’ha fatta salire da 7 a 11 e che è stato confermato anche alle elezioni del Csm.


Né si può minimizzare il successo personale del leader di Mi, di gran lunga il più votato con 1.160 consensi, quasi il doppio della candidata che Md vorrebbe alla presidenza, Ezia Maccora (615); ben di più del migliore di Unicost, Michele Ciambellini (720). Il successo di Mi corre da Torino a Roma, da Firenze a Napoli, da Venezia a Catania, ma a Milano diventa clamoroso perché lì si quadruplicano i consensi. Per Ferri bisogna ripartire proprio dal risultato meneghino. «È espressione - dice - della fiducia che i magistrati hanno riposto nella linea moderata ma sempre ferma di Mi, che non ha mai ritenuto negoziabili certi principi e valori, ma che al contempo ha sempre preferito la strada del dialogo e del confronto con le istituzioni e la politica. Milano è il punto di partenza e di riferimento per continuare a crescere, nella ferma convinzione e piena consapevolezza che la difesa dei diritti economici dei magistrati, della loro dignità professionale, della loro indipendenza e imparzialità siano i punti principali dell’agenda di una Anm che deve tornare a fare e ad essere il nostro sindacato».


Dalle urne il peso della corrente di centro esce ridimensionato e per molti Unicost paga un eccessivo appiattimento sulla politica delle forze di sinistra, come dice il presidente di Mi Stefano Schirò. Ma l’ago della bilancia rimane lei, comunque maggioritaria con 2.268 voti (485 in meno rispetto al 2007), seguita da Area, che ne ha 2260 (325 in meno), Mi che ha 1997 consensi (281 in più dell’ultima elezione) e Proposta B con 287 voti. «Abbiamo perso in termini di voti - afferma il segretario di Unicost Marcello Matera - perché abbiamo investito sulla questione morale e sulla credibilità». E il segretario di Md, Piergiorgio Morosini, sostiene che «la giunta uscente si è mossa in una situazione difficile per contrastare riforme contrarie alla Costituzione». Il parlamentino dell’Anm è molto rinnovato nei volti dei 36 membri ed è parecchio «rosa». Il peso delle tre correnti è diventato quasi paritario e Mi sembra decisa a rivendicare un posto di vertice per Ferri, come condizione per entrare in giunta. Certamente, gli elettori attendono concrete novità.



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Porti, le tasse accendono la grande fuga ma i costruttori preparano altri approdi

Corriere della sera

Già 27 mila i natanti di diportisti italiani trasferiti all'estero per sfuggire alle imposte: lo Stato perde 104 milioni. E nel Lazio si costruiscono posti barca: difficili da vendere


ROMA - Le tasse sulle barche spaventano il portafogli dei diportisti, ma non quelli dei gruppi imprenditoriali alle prese con la realizzazione di maxi approdi turistici nel Lazio, a Roma in particolare. Con la bella stagione è previsto l'incremento della più strana (ma non incomprensibile) migrazione in atto: quella di natanti grandi e piccoli in fuga dall'Italia. In tanti punteranno la prua verso Tunisia e altri porti più economici: costa meno prendere un volo aereo ogni tanto per raggiungere la barca all'estero che pagare le tasse di stazionamento in Italia.

CEMENTIFICAZIONE INUTILE - Noncuranti di gabelle e crisi economiche conclamate, i costruttori proseguono nella cementificazione della costa, cercando di procaccarsi clienti a suon di costose campagne pubblicitarie, come sta facendo la direzione della società Porto turistico di Roma: intere pagine di annunci «Vendesi posto barca» sui grandi quotidiani. Oppure volano all'estero per tentare di convincere facoltosi stranieri a trasferire i loro yacht in italia.

ESODO CONTINUO DAI MOLI - La voglia di risparmiare manifestata dai diportisti confligge con i business plan di chi realizza infrastrutture portuali: recentissime stime parlano di 27mila imbarcazioni fuggite verso altri lidi europei, mentre solo nel Lazio si calcola un fabbisogno di altri 15mila approdi per rispondere ad una domanda che, a questo punto, sembra puramente virtuale.
L'indagine «Incidenza della tassa di stazionamento sull’economia del mare» presentata al salone Big blu di Roma parla chiaro: «Il 58% degli intervistati ritiene che la tassa colpirà negativamente un settore già provato dalla crisi economica in corso; il 76% ritiene che causerà la fuga dei diportisti italiani all’estero, con conseguenze negative sulle attività industriali, commerciali e turistiche correlate».

LIBERA TUTTI AL 31 GENNAIO - Ma l'esodo, il «libera tutti» è già in atto, come rivela una ricerca dell’Osservatorio nautico nazionale, illustrata dal presidente Assonat Luciano Serra: «Ne emerge che la fuga di unità dai porti italiani, rilevata al 31 gennaio, è di 27.000 unità, l’impatto sulle entrate dirette dello Stato è pari a -104 milioni di euro, i posti di lavoro a rischio sono 8.900». Inoltre, il mancato indotto generato dai superyacht in transito «ammonterà a 210 miliardi di euro, gli investimenti portuali a rischio arrivano a 1,4 miliardi di euro - prevede Serra - e l’impatto diretto sulla cantieristica è stimato in una flessione del 35% del mercato interno. A fronte di un gettito, peraltro assai incerto, stimato in 200 milioni di euro, stiamo causando un danno di almeno un miliardo e mezzo a voler essere prudenti».

LA NAUTICA VIRTUALE - La Roma del secondo millennio vorrebbe riprendersi la centralità nel Mediterrano, ma i grandi progetti, Fiumicino come pure Ostia e Anzio (quest ultimo è un intervento pubblico) marciano tutt'altro che speditamente. A supporto dei faraonici business plan, i costruttori producono statistiche e dati sulla «sete» di posti barca nel Lazio, per confermare la bontà, anzi la necessità dei propri investimenti. Ed è così che la stessa «Iniziative portuali» ( concessionaria a Fiumicino) sottolinea le stime di «Italia navigando» per il Lazio: nel 2011 la domanda di posti barca insoddisfatta ammonterebbe a 15.257 unità. Ma qualcuno ha calcolato i diportisti in fuga? E quanto pesano sulle stime?

GLI YACHT DEI RUSSI - Certo è che i faraonici progetti di un water front ad Ostia con migliaia di nuovi posti barca andranno rivisti, alla luce delle oggettive difficoltà incontrate nel vendere gli spazi per vele e yacht nelle strutture realizzate o in costruzione sul Litorale della capitale. Questo mentre sono paralizzati i cantieri del maxi porto turistico di Fiumicino (prima pietra due anni orsono, febbraio 2010), i cui costruttori, comunque, confidano nei nuovi mercati dell'Est per vendere le strutture: si va fino a Mosca a caccia di acquirenti, sperando di attirare magnati russi con il desiderio di avere la barca ormeggiata a due passi da Roma.

Michele Marangon
2 marzo 2012 | 8:53

Il mio 13 al Totocalcio con 30 anni di ritardo"

La Stampa

Nell'81 la schedina vincente. Accusato di truffa. Ieri la giustizia gli ha dato ragione. "Un calvario"




2,34 milioni è l'ingiunzione di pagamento imposta dal Tribunale civile di Roma nei confronti del Coni


CARMINE FESTA
Bari

Martino Scialpi è felicissimo. Ma non sa ancora come festeggerà l’incasso per il tredici al Totocalcio azzeccato trent’anni fa e che il Coni gli pagherà solo ora, al termine di una lite giudiziaria che l’ex venditore ambulante della Valle d’Itria non esita a definire un «calvario devastante». Ma anche la cifra che gli entrerà nel portafogli è di quelle che cambiano la vita: 2.343.924,58 euro. Una festa? Un viaggio in giro per il mondo? Un aiuto concreto ai suoi tre figli? Martino non ha ancora deciso. Per il momento si gode il successo giudiziario e la soddisfazione di non essere più considerato l’imbroglione - come lo avevano definito in paese - che per trent’anni avrebbe provato a truffare il Coni.

Oggi i giudici dicono che la truffa l’ha subita lui. E così vanno in soffitta anche le amarezze subite 25 anni fa. Era il 1987 quando Martino Scialpi si è dovuto difendere in tribunale a Taranto dalle accuse di furto, truffa aggravata, falsità materiale e violenza privata. Lo accusavano di aver rubato con la forza il bollino che allora si incollava sulla schedina per dimostrare la giocata alla ricevitoria. E di aver costruito da lì tutta la sua vicenda: «Ora sono felicissimo - ripete con la voce della soddisfazione - ma quanto mi è costata questa storia. Ho perso la pace e la famiglia».

Oggi Martino Scialpi è separato dalla sua prima moglie, ha una nuova compagna e tre figli. Ha smesso di girare e vendere mercanzie per i mercati della Valle d’Itria: «E come facevo? Sapesse quante udienze civili e penali ho dovuto affrontare. Ho trascorso più tempo in tribunale che altrove. E l’ho pagata. Ci ho rimesso la famiglia». Il pensiero va ancora di più ai patimenti subiti che non alla soddisfazione di per un futuro che si annuncia almeno agiato: «Ma aspetto ancora a festeggiare. Voglio vederli concretamente quei soldi prima di capire che è vero. Lei capirà… Dopo trent’anni quasi non ci credo».

E se gli si chiede se si senta come una persona che ha subito un’ingiusta detenzione, Martino Scialpi sbotta di nuovo: «Ho subito una cosa indegna per un cittadino italiano. Se uno ammazza una persona, si fa trent’anni ma poi è finita. Torna libero. Io invece no, sono e sarò ancora alle prese con questa storia che ora si annuncia a lieto fine. Ma quante amarezze».

Ce ne sono tante da smaltire, che hanno riguardato la sua reputazione privata e pubblica. A Martina Franca, l’ex venditore di piazza era stato additato come uno che provava a truffare lo Stato col Totocalcio. Quella schedina giocata in una ricevitoria di Ginosa in cui magicamente si incolonnavano i segni giusti per la vittoria della Roma a Torino contro la Juve, la sconfitta del Milan a Catanzaro, l’Inter battuta in casa dal Genoa, è diventata un incubo durato trent’anni. Ma ora quella domenica primo novembre 1981 è lontana. La schedina in mani sicure, quelle dei giudici, che al termine di una storia lunghissima hanno riconosciuto a Martino Scialpi il diritto alla felicità.

«Sono felicissimo» ripete con voce pacata, ma dietro quella calma si nasconde la rabbia per i tribunali frequentati e l’ironia dei compaesani, che certe volte fa più male di una sentenza. Ora il verdetto è a suo favore. Come quello degli stadi trent’anni fa. E quando ci pensa, Martino finalmente accenna a un sorriso, aspettando il bonifico sul conto corrente. Solo allora sarà tutto vero.



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Celentano, è ancora bufera. Il Clan attacca il dg Rai Lorenza Lei

Il Messaggero


ROMA - Non si placa la polemica intorno al Molleggiato. Il Clan Celentano definisce «molto grave e lesivo» il comportamento del direttore generale della Rai Lorenza Lei, che ieri in commissione di Vigilanza ha parlato di «sermone inutile e inopportuno» riferendosi allo show del cantante a Sanremo. Il clan rileva che «la linea del dg, sin da quando è stata nominata, è quella di gestire la Rai non con i criteri di un servizio pubblico». 


Il Clan. «Che sia la prima volta che "un artista di calibro" abbia firmato il codice etico ci sorprende - sottolinea il Clan in una nota - visto che nel corso della trattativa con la Rai per la partecipazione di Adriano Celentano al festival di Sanremo ci era stato assicurato che anche altri artisti importanti lo avevano firmato. In ogni caso ci chiediamo a cosa serva un codice etico se non lo firma nessuno. Probabilmente non lo rispetta nessuno, a cominciare dalla Rai e di questo, nell'ambito della nostra trattativa, ne abbiamo avuto una riprova». Per quanto riguarda «l'inutilità e l'inopportunita» dei monologhi di Adriano Celentano, definiti così dal direttore generale della Rai, Lorenza Lei, l'espressione non è completa - continua il Clan - in quanto lo stesso dg considerava, sin dal primo momento della trattativa, inutile e inopportuna la stessa presenza di Adriano Celentano al Festival, come è stato poi dimostrato con le azioni che lo stesso dg ha messo e sta mettendo in atto.

Comportamento «grave e lesivo». «Stravagante e comica è la ricostruzione che sembra considerare deplorevole la partecipazione di Adriano Celentano al Festival e meritevole l'aumento degli introiti pubblicitari, facendo intendere che si tratti di due aspetti non collegati tra loro. Riteniamo comunque tale comportamento molto grave e lesivo. Riguardo infine all'inutilità e all'inopportunità degli interventi, dipende dai punti di vista. Rileviamo infine che la linea del dg, sin da quando è stata nominata, è quella di gestire la Rai non con i criteri di un servizio pubblico».

Giovedì 01 Marzo 2
012 - 11:46    Ultimo aggiornamento: 11:47



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Dissero «frocio» a un ragazzo: condannati

Corriere della sera

Due anni fa insultarono un giovane a Bagheria e poi lo schiaffeggiarono: ammenda per una coppia



MILANO - Due anni fa insultarono per strada a Bagheria un ragazzo, apostrofandolo con frasi come «frocio», «fai schifo» e schiaffeggiandolo. Il processo davanti al giudice di pace si è adesso concluso con la condanna dei due coniugi protagonisti della vicenda al pagamento di un'ammenda rispettivamente di 200 euro per la donna e di 1.000 euro per il marito, oltre al pagamento delle spese processuali.



DANNI - La coppia dovrà risarcire i danni subiti dal ragazzo e dall'Arcigay, l'organizzazione per la difesa dei diritti degli omosessuali che si era costituita parte civile, con la somma di 500 euro. «Si tratta di una delle pochissime sentenze in Italia (e l'unica in Sicilia) - sottolinea in una nota l'Arcigay - in cui ad un'associazione per la difesa dei diritti degli omosessuali viene riconosciuto un risarcimento». Una sentenza che Arcigay Palermo non esita a definire «storica»: «non solo il magistrato non ha concesso la sospensione della pena, a nostro avviso sottolineando in questo modo la pericolosità sociale e la gravità delle aggressioni di stampo omofobico, ma ha anche riconosciuto il danno reso a tutta la comunità delle persone Lgbt (sigla che sta lesbiche, gay, bisex e transessuali). Attendiamo in ogni caso di leggere le motivazioni della sentenza che il giudice depositerà nei prossimi giorni».


Redazione Online
2 marzo 2012 | 8:07



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Tre anni da precari per i Bronzi di Riace

Corriere della sera

Trasferiti per evitare prestiti, sono rimasti nell'androne del consiglio regionale


Se finisce come con la vecchia cartolina che celebrava il ponte di Messina, stiamo freschi: addio ponte, resta solo la cartolina. Anche i Bronzi di Riace hanno avuto la loro cartolina celebrativa: per i 150 anni dell'Unità. Ma sono ancora sdraiati nell'androne del Consiglio regionale perché il «loro» museo, che doveva essere riaperto il 17 marzo 2011, è ancora chiuso. Mancano i soldi e l'impresa se ne è andata. Ieri pomeriggio il governatore Giuseppe Scopelliti ha diffuso un comunicato rasserenante. Titolo: «Finalmente saranno completati i lavori del Museo Nazionale della Magna Grecia». Esordio: «Abbiamo reperito, in un gioco di squadra con il Governo Nazionale, i fondi necessari per ultimare i lavori...». Due righe sotto, il ritocco: «il Cipe valuterà nei prossimi giorni l'assegnazione di 6 milioni di euro che si aggiungeranno ai 5 milioni già previsti dalla Regione...» Cosa vuol dire «valuterà»? Cosa vuol dire «previsti»? Ci sono o non ci sono, i soldi?

In riva allo Stretto non è che si fidino più molto degli impegni. La stessa sovrintendente Simonetta Bonomi, una padovana che ha seguito passo passo il restauro dell'edificio progettato dall'architetto del Duce Marcello Piacentini, dopo tante delusioni è scettica quanto San Tommaso: «Spero che stavolta sia vero. Dopo avere visto tanti rinvii, però, insomma...». Ma cominciamo dall'inizio. Quelle che diversi studiosi considerano come Salvatore Settis «le più belle statue greche di bronzo del mondo, al punto che neppure al museo di Atene c'è niente di simile», sono da tempo al centro di un dibattito che ha assunto spesso i toni di uno scontro frontale. Di qua chi li considera un patrimonio dell'umanità appartenente allo Stato italiano (il più brusco è Vittorio Sgarbi:

«Sono di tutti, mica dei reggini!») e dunque da mettere a disposizione con le cautele del caso di una platea più vasta di visitatori («È inutile lasciarli lì, sotto la polvere», si è avventurato a dire il direttore generale del ministero Mario Resca) di là i calabresi che, davanti alla sola ipotesi che il «loro» Bronzi potessero essere spostati, per esempio alla Maddalena per il G8 come avrebbe voluto Silvio Berlusconi, si sentono rizzare i capelli in testa: «Giù le mani!» Fatto sta che dopo essere stati visti, ammirati, venerati a Firenze e a Roma da un milione di visitatori subito dopo il restauro che li aveva restituiti alla loro solenne bellezza dopo il fortunoso recupero di due sub nel mare di Riace (il soprintendente toscano fu costretto a un appello tv per arginare le folle giacché il personale era «sottoposto a turni di lavoro massacranti in condizioni disumane») i due «wonderful bronzes» sono stati via via un po' dimenticati.

Troppo «lontana» Reggio Calabria, troppo scarsi e scadenti i collegamenti aerei e ferroviari, troppo caotica e pericolosa l'autostrada Salerno-Reggio ingombra di cantieri che non si chiudono mai. Fatto sta che, come scoprì Antonietta Catanese sul Quotidiano , in tutto il 2008 le due statue avevano avuto 130 mila visitatori di cui solo 50.085 a pagamento: un terzo dello zoo di Pistoia. Numero calato ulteriormente nel 2009, chiuso alla vigilia di Natale con il trasferimento dei due guerrieri a palazzo Campanella, sede del «Consiglio» calabrese. Era sembrata quella, alla Bonomi, la soluzione giusta: no a prestiti al Louvre, a Roma o Napoli e men che meno a Palazzo Chigi per una passarella internazionale. Meglio l'offerta dell'allora presidente dell'assemblea regionale, Giuseppe Bova: allestire nel grande androne di palazzo Campanella una sala dalla parete di vetro dietro la quale i due Bronzi, sdraiati come pazienti ricoverati all'ospedale, fossero insieme sottoposti a un check-up ed esposti per il tempo strettamente necessario, un anno, alle visite dei turisti.

Il check-up è andato bene: nonostante alcune micro-fratture e i danni provocati, spiega la sovrintendente, «dall'aria di Reggio Calabria, che tiene insieme il salso del mare, lo smog del traffico automobilistico e certe polveri dell'Etna», i magnifici guerrieri sono in forma. Ciò che è andato male è il restauro dell'edificio che avrebbe dovuto essere completato in tempi strettissimi così da riaprire come dicevamo, alla presenza forse di Napolitano, il 17 marzo 2011, 150° della proclamazione dell'Unità. Sulle prime, sembrò andare tutto benissimo. Traslocati i dipendenti in 7 appartamenti sparsi per la città, trasferiti i Bronzi e il resto della splendida collezione a palazzo Campanella (il meglio) e in un deposito, l'impresa incaricata di ristrutturare il palazzo e consolidarlo con tutte le garanzie antisismiche, la Cobar, lavorò a ritmo forsennato. Fino a 250 operai, geometri, manovali, capi mastri, trafficavano febbrili per mesi per tre turni al giorno, notti comprese, spesso anche il sabato e la domenica, a costo di pagare astronomici straordinari.

Pareva fatta. Pareva che stavolta la maledizione del Sud incapace di rispettare i tempi fosse sconfitta. Poi, di colpo, finirono i soldi. Dice qualche (altissima) linguaccia ministeriale che «è successo quel che succede sempre: rincari, rincari, rincari». Dice la Bonomi che no, su consiglio degli esperti convocati proprio per evitare errori, «sono state via via aggiunte opere non previste. La bellissima copertura di vetro del cortile interno, la climatizzazione speciale che offra alle statue la massima garanzia, la camera dove i visitatori dovranno fermarsi un minuto per essere igienizzati prima di entrare nella stanza...».
Fatto sta che i quasi 18 milioni di euro iniziali sono finiti, l'impresa si è trovata in rosso per 6 milioni e a un certo punto, visto che i soldi non arrivavano, ha piantato lì tutto e se n'è andata. Risultato: mentre i

Bronzi continuavano ad essere sfruttati come simbolo della Calabria anche con uno spot tivù contestatissimo dal «Quotidiano di Calabria» e poi dal «Corriere della Calabria» e da intellettuali calabresi come Settis o Battista Sangineto (che se la prese con l'«uso» delle statue per la reclame della Renault, come marchio di uova e addirittura per un fumetto porno) la riapertura del museo è stata via via spostata. Prima a maggio 2011 e poi in autunno e poi al 2012 e via così.  Al punto che, per chiudere il cantiere e preparare l'allestimento con quei 5 milioni promessi dalla Regione, se anche i soldi arrivassero davvero domani mattina (auguri!) come pare sia stato promesso anche dal ministro Fabrizio Barca, la stessa sovrintendente ammette che per aprir le porte al primo visitatore ci vorrebbero «almeno sei mesi». Per capirci: minimo minimo si va all'autunno. Anniversario del francobollo che celebrava la riapertura.

E a questo punto, quali
che siano le responsabilità (la Regione, il ministero, il governo...) si torna al tema: possibile che non si riesca mai a rispettare i tempi? Valeva la pena, per rispetto dei timori calabresi d'uno «scippo», di tenere per tre lunghi, interminabili anni quelle due statue che sarebbero venerate non solo a Roma o a Napoli ma al Louvre e all'Ermitage di San Pietroburgo, al British Museum e al Metropolitan di New York, sdraiate nell'androne del consiglio regionale calabrese?


Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
2 marzo 2012 | 7:29



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Viaggio dentro l'inferno delle carceri italiane

Corriere della sera

I circa 70mila detenuti compressi in spazi previsti per 45mila. «Ci trattano come maiali, non siamo nemmeno più numeri - protesta un detenuto a Rebibbia -. Ci cuciniamo nel posto dove facciamo anche i bisogni. Di quale riabilitazione parlano?»


MILANO - I dati della detenzione in Italia spaventano. Nel 2010 l'Italia ha raggiunto il record europeo di 68.258 detenuti. In poco più di un anno il numero si è mantenuto costante (oggi sono circa 67 mila detenuti). Sono compressi in spazi previsti per 45.681 persone. Più della metà sono in carcere in attesa di un giudizio. Sul totale dei detenuti solo il 56,2% ha una condanna definitiva. In Francia i detenuti che aspettano una sentenza sono il 23,5 %, in Germania il 16,2%, in Spagna il 20,8%, in Inghilterra 16,7%. Il sovraffollamento è al 148%, il peggiore in Europa dopo la Serbia. I dati sono quelli del progetto Space (Statistiques Penales Annuelles) creato dal Consiglio d'Europa. Nemmeno 28 provvedimenti di amnistia/indulto (fonte: www.ristretti.it) approvati dalla nascita della Repubblica hanno cambiato granché il quadro generale.

IL DRAMMA - Ma le statistiche non raccontano bene il dramma delle carceri e al di là dei numeri spesso si trova solo omertà, disinteresse o luoghi comuni. Entriamo da giornalisti nei vari istituti detentivi italiani ma la realtà che possiamo riprendere è solo quella che ci indicano i dirigenti. C'è addirittura chi raccomanda «il solito giro per i giornalisti» o comunica alle direzioni di «verificare i contenuti del materiale prodotto... prima dell'autorizzazione alla pubblicazione del servizio». Anche i detenuti con cui parlare non li scegliamo noi ma ce li indicano dalle direzioni. Sarà un caso, ma sono tutte persone che lavorano e non hanno problemi. Ma di detenuti come quelli che ci propongono (definiti "articolo 21"), nel carcere "Gazzi" di Messina, da dove parte il nostro viaggio, ne sono tre su circa quattrocento.


Basta voltarsi dall'altra parte per scoprire una realtà tutta diversa. In una cella originariamente adibita al transito, ci sono otto detenuti. Scendono dai letti solo in quattro perché tutti in piedi non ci starebbero, fanno a turno. Hanno la tazza del water accanto al tavolino dove mangiano. Non c'è un muro divisorio o un paravento. I bisogni si fanno "a vista", davanti a tutti. Ci sono quattro livelli di brande, l'ultima arriva proprio fin sotto il soffitto. Non c'è una scala per salire (in carcere è vietata). Chi capita ai piani alti deve arrampicarsi sugli altri. Ci dicono di andare avanti. Intravediamo una persona che trema su una carrozzina, a stento riesce a parlare. Siamo in quello che dovrebbe essere il centro clinico. Riesce a malapena a dire che soffre di «atassia cerebellare». E' una degenerazione del sistema nervoso che fa perdere la coordinazione dei movimenti. Se non curata bene porta progressivamente alla paralisi. Appena voltiamo l'angolo una guardia ci suggerisce di lasciar perdere. «Ha sulle spalle due o tre omicidi» sghignazza.

SOVRAFFOLLAMENTO - Mentre passiamo per i corridoi, riscaldati con alcune stuffette alogene, alcuni detenuti implorano attenzione. In cella ne sono 11. Sono operati di cuore, diabetici, malati epatici, etc. Ci indicano un vecchio di 82 anni steso in branda. Lo chiamano ripetutamente ma non si muove. Due minuti dopo la nostra visita, dalla direzione ci fanno sapere di aver trasferito l'anziano in un luogo più idoneo. Ci invitano ad andare avanti anche qui. La preoccupazione è quella di tutelare la privacy, importante almeno quanto gli altri diritti umani riconosciuti dall'Onu. Ci sono malati di tubercolosi. Chi ci accompagna cerca di minimizzare mentre il medico incaricato del carcere ci dice che negli ultimi tempi c'è stata «una recrudescenza di alcune malattie infettive proprio come la tubercolosi e la difterite». In altri carceri troveremo anche casi di scabbia. Lui, come gli altri, è un medico incaricato provvisorio. Presta servizio tre ore al giorno. «Non abbiamo i mezzi per poter dare risposte in tempi ragionevoli». Significa che i detenuti devono «arrangiarsi». Lo fanno con i tranquillanti. Li prendono soprattutto per dormire perché dopo 24 ore fermi nello stesso posto si fa fatica a chiudere gli occhi.

«CI TRATTANO COME MAIALI» - Nel carcere di Rebibbia andiamo al nuovo complesso, considerata una delle realtà detentive più dignitose. Da dietro le sbarre ci gridano di andare a vedere, sono tredici ristretti in quello che era una sala ricreativa. La guardia cerca di nascondere. «Questa non è una cella, è una saletta per il ping pong» dice mentre con una mano oscura la telecamera. Si rischia la rivolta. Il primo a ribellarsi è quello che porta il rancio nelle celle: «Non potete nascondere sempre, fatelo entrare e fate vedere qual è la realtà». Non riusciremo a vedere cosa c'è in quella cella. «Ci trattano come maiali, non siamo nemmeno più numeri - protesta un detenuto qualche cella più avanti -. Ci cuciniamo nel posto dove facciamo anche i bisogni. Di quale riabilitazione parlano?». Vorremmo far vedere le immagini che giriamo al Garante per i diritti dei detenuti. Scopriamo che in Sicilia, ad esempio, questa figura è stata soppressa per una storia di sprechi. Su 176 mila euro stanziati per le attività di assistenza a chi è in cella, il solo garante percepiva uno stipendio di 100 mila euro.


Antonio Crispino
1 marzo 2012 (modifica il 2 marzo 2012)

La scrittrice tibetana ai domiciliari Pechino le vieta di andare al premio

La Stampa

La polizia blocca Tsering Woeser: niente cerimonia all'ambasciata olandese. E lei si affida a Twitter




Tsering Woeser


ILARIA MARIA SALA

La cerimonia di premiazione di Tsering Woeser, la più nota scrittrice tibetana di lingua cinese, avrebbe dovuto tenersi ieri all’Ambasciata olandese a Pechino, dopo che Woeser era stata insignita del Premio Principe Claus per “eccezionali meriti” nel campo della cultura e dello sviluppo. Nel passato, anche il cantante rock Cui Jian, e il regista Jia Zhangke hanno ricevuto il premio olandese, senza nessun intoppo.

Questa volta però le cose sono andate storte, e mercoledì sera Woeser ha inviato un tweet dicendo che “i panda” (slang per la polizia) erano venuti alla sua porta. Dopo alcune ore di silenzio, di nuovo un tweet a chiarire che le era stato proibito di andare a prendere il premio, che anche l’Ambasciata olandese era stata messa sotto pressione, e che Woeser ora si trovava agli arresti domiciliari – forse per due settimane, forse un mese, i “panda” non glielo avevano saputo dire. La capitale cinese, dove vive Woeser, è in quel periodo dell’anno particolare in cui i controlli sono più stretti, per via dell’aprirsi prossimo della riunione plenaria dell’Assemblea Nazionale del Popolo, e come ogni anno i dissidenti e alcuni intellettuali sono messi agli arresti domiciliari, altri sono invitati a lasciare Pechino, e la stampa è più cauta e compassata del solito, attenta a non commettere il minimo sgarro.

Così, ieri, la piccola cerimonia si è trasformata in una cena alla residenza dell’Ambasciatore, Rudolf Bekink, in assenza della premiata, e in assenza anche del presidente del Fondo Principe Claus, dato che gli era stato negato il visto per la Cina. In un altro tweet, Woeser si chiedeva perché il suo premio aveva causato tanti problemi, interrogandosi: “è perché sono tibetana? E’ perché sono una scrittrice dissidente?”.

Malgrado l’arresto domiciliare, però, Woeser, contrariamente a quanto avviene in altre occasioni simili, non ha avuto i collegamenti Internet staccati, e continua a poter dare notizie di sé, e di quanto avviene in Tibet, come fa con assiduità dagli scontri del 2008 a oggi. Nel frattempo, il segretario del Partito Comunista per il Tibet, Chen Quanguo, intervistato dal Giornale del Tibet, diceva che la priorità assoluta per le prossime due settimane, durante le quali si terrà l’Assemblea plenaria, sono “la stabilità”, e che a questo fine bisogna controllare ulteriormente tanto Internet che i telefoni cellulari, e “schiacciare con decisione” chiunque metta la stabilità a repentaglio, e sopprimere le “forze ostili capitanate dal Dalai Lama”. Pechino ha infatti incolpato il leader spirituale tibetano per le almeno 22 auto-immolazioni che hanno incendiato negli ultimi mesi l’altipiano, ed ha inasprito i controlli delle forze dell’ordine in tutto il Tibet, imponendo campagne di “rieducazione patriottica” e commissari politici all’interno dei monasteri.




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Indonesia: abbattuti alberi protetti per fare la carta delle multinazionali

Corriere della sera

Da un'inchiesta di Greenpeace: in spregio a ogni legge locale e internazionale. Distrutto l'habitat delle tigri


MILANO - In Indonesia il colosso cartario App (Asia Pulp & Paper) sta distruggendo l'habitat della tigre di Sumatra. E lo fa abbattendo alberi protetti in spregio a ogni legge locale e internazionale per fare la carta utilizzata anche da importanti multinazionali. Lo dimostra un'inchiesta di Greenpeace frutto di un anno di indagini sotto copertura che evidenzia come la App non rispetti la legge indonesiana né la convenzione internazionale Cites; entrambe a protezione di specie forestali a rischio come l'albero di ramino (Gonystylus bancanus).

RAMINO - Il ramino - uno dei legni più preziosi - cresce spontaneo nelle torbiere indonesiane e della Malesia, l'habitat ideale per la rarissima tigre di Sumatra (ne rimangono 400 esemplari). Nel corso di ripetuti sopralluoghi presso la Indah Kiat Perawang - la più grande cartiera di App in Indonesia - Greenpeace ha identificato numerosi esemplari di ramino mischiati ad altri tronchi provenienti dal taglio delle ultime foreste di torbiera a Sumatra, pronti per essere trasformati in polpa di cellulosa. Greenpeace ha prelevato e inviato 46 campioni di questi tronchi a un laboratorio di analisi indipendente che ha confermato che si trattava di ramino.




CAMPAGNA - «Speriamo che le aziende, anche italiane, che continuano ad acquistare carta da App riconoscano quanto siano ridicole le affermazioni dell'azienda sulla presunta tolleranza zero di App per il legno illegale», ha dichiarato Bustar Maitar, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Indonesia. Test effettuati da laboratori indipendenti hanno, infatti, dimostrato come prodotti venduti da National Geographic, Xerox, Danone e molti altri contengano fibre provenienti dalla distruzione delle foreste di Sumatra. Questi prodotti vengono confezionati utilizzando carta prodotta dalla Indah Kiat Perawang.

DEFORESTAZIONE - Un'analisi delle mappe governative dimostra inoltre che dal 2001 - quando il governo indonesiano ha bandito lo sfruttamento e il commercio del legno di ramino - sono stati deforestati almeno 180 mila ettari di torbiere a Sumatra in concessioni controllate da App: una superficie pari all'intera provincia di Genova.


Redazione Online
1 marzo 2012 | 15:39

Arte, l'anima in pixel

Corriere della sera


«La Primavera» di Sandro Botticelli
I dettagli svelati dalle foto ad altissima definizione



Vivere nel XXI secolo consente esperienze «sensoriali» che i nostri antenati potevano solo sognare: comunicare in tempo reale a migliaia di chilometri, vedere su uno schermo ciò che accade agli antipodi, volare sopra terre e città, riascoltare una voce registrata 50 anni prima, coprire distanze a velocità assurde per il migliore dei cavalli. Privilegi che il progresso ci ha regalato lungo un cammino che riserva sorprese quotidiane.

Ne è perfetto esempio la mostra «Visioni impossibili - Botticelli, Leonardo e Raffaello: nuove tecnologie per vivere l'arte» (da oggi all'11 marzo al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano) che dimostra come i capolavori del passato possano vivere bene anche al di fuori di sale hi-tech che evocano la polvere anche se sono asettiche e perfettamente climatizzate. La mostra è stata realizzata dalla Utet con la collaborazione tecnica di Haltadefinizione, marchio della novarese Hal9000, che negli scorsi anni ha «digitalizzato» il Cenacolo di Leonardo a Milano, gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova e la Sacra Sindone a Torino, conquistandosi la fiducia della Pinacoteca di Brera e dell'Ambrosiana di Milano e degli Uffizi. Che per l'occasione hanno messo a disposizione sette capolavori della pittura (la «Primavera», la «Nascita di Venere» e la «Madonna del Magnificat» di Botticelli, l'«Annunciazione», il «Battesimo di Cristo» e il «Musico» di Leonardo, lo «Sposalizio della Vergine» di Raffaello) di cui sono stati realizzati veri e propri cloni fotografici a grandezza naturale e ad altissima risoluzione e fedeltà cromatica.

Per esempio, l'immagine della «Primavera» di Botticelli è stata ottenuta assemblando 1.519 fotografie (scattate da una reflex con obiettivo macro collocata a pochi centimetri dal quadro), con una risoluzione totale di 28 miliardi di pixel, dettagli di 15 millesimi di millimetro in un file da quasi 300 gigabyte, cioè trecentomila volte più «pesante» di un'immagine scattata con una comune fotocamera digitale. Per essere immortalati, i quadri sono stati illuminati con sistemi dedicati e innocui, come ha certificato l'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma. Per un dipinto relativamente piccolo come la «Primavera» di Botticelli sono stati necessari una giornata per le fotografie e 10-25 giorni per l'elaborazione dei dati, ma per opere monumentali come gli affreschi della Cappella degli Scrovegni si è arrivati a 18 giorni di ripresa e 6 mesi di elaborazione.

Una volta ottenuto il megafile, l'opera clonata viene stampata su carte speciali su cui vengono anche applicate a mano da esperti artigiani le eventuali dorature presenti nell'originale. «Abbiamo scommesso sull'esistenza di un mercato interessato ai capolavori della pittura in altissima definizione - dice Luca Ponzio, presidente di Haltadefinizione -. Oggi abbiamo un archivio di centinaia di immagini in HD che, a fronte di un 5-15% che va ai musei d'origine, possiamo commercializzare nei modi più svariati: libri di pregio, mostre, cloni, stampe, merchandising, editoria elettronica e online: l'"esposizione" dell'"Ultima cena" di Leonardo sul web ha avuto 10 milioni di contatti in soli due mesi».





Ma l'operazione ha vantaggi che vanno al di là del ritorno economico: «Nessun museo possiede copie degli originali così fedeli - aggiunge Ponzio - . Se l'opera andasse perduta per un incendio o un terremoto, si potrebbe almeno disporre di una copia pressoché identica, che oltretutto ci testimonia lo stato di conservazione di un quadro in un dato momento storico».

E ai musei la tecnologia sembra piacere: «Se un originale, protetto da un vetro e da un allarme, deve essere osservato da una certa distanza, una copia in HD può essere ammirata senza problemi da pochi centimetri, consentendo così una comprensione maggiore dei dettagli - dice Cristina Acidini, soprintendente per il Polo Museale di Firenze -. Ma attenzione, la visita a un originale rimane unica e irripetibile. I vantaggi sono altrove: per esempio, nella disseminazione della conoscenza che si ottiene diffondendo copie di qualità via Internet, tablet o sui libri. Così anche chi non può viaggiare potrà conoscere opere come la "Primavera" che non lasceranno mai gli Uffizi. E magari la tecnologia avvicinerà anche i giovani, che hanno una certa resistenza all'approccio tradizionale».

Il risvolto culturale è sottolineato anche da Gian Luca Pulvirenti, presidente della Utet: «Oggi abbiamo a disposizione strumenti che consentono più conoscenza e maggior piacere estetico. Così abbiamo voluto ribadire il nostro impegno nella valorizzazione del patrimonio artistico e culturale del Paese con il progetto editoriale con cui, attraverso l'alta definizione, proponiamo preziosi volumi di grande formato e le perfette riproduzioni di capolavori a dimensione reale della linea "Arte 1:1"».

La mostra offre anche altri esempi di come l'hi-tech possa giovare all'arte: c'è una visita interattiva al «Cenacolo» di Leonardo su tablet e mega touchscreen HD, altre postazioni interattive che spiegano il ciclo di affreschi giotteschi della Basilica Superiore di Assisi, un video sul «Musico» di Leonardo esaminato nelle sue reali dimensioni, o ancora una sezione dedicata alla storia della tecnologia applicata all'arte e alla sua riproduzione.

Ma, come si diceva, siamo solo all'inizio di un lungo (e felice) cammino comune tra arte e tecnologia. Se i siti web dei grandi musei offrono ormai comunemente visite virtuali alle sale, la fruizione a distanza è stata celebrata il 16 febbraio scorso quando nei cinema di oltre 15 Paesi, via satellite e in alta definizione, è stato proiettato «Leonardo Live», un documentario che ha consentito agli spettatori (in Italia sono stati 8 mila) di poter visitare a distanza la mostra sold out dedicata a Leonardo da Vinci dalla National Gallery di Londra. Per arrivare a «I colori della passione-The Mill and the Cross» (a breve nelle sale), l'ultima opera del regista polacco Lech Majewski che, ricorrendo al 3D e alle più sofisticate tecniche di computer grafica, ha letteralmente trasformato in un film «La salita al Calvario» di Pieter Bruegel.


Marcello Parilli
1 marzo 2012

Sei impotente? La Corte ti condanna

Corriere della sera

L'uomo che lo nasconde, rischia l'addebito della separazione se la moglie, dopo il matrimonio, scopre che il marito le ha taciuto la sua impotenza



L'uomo che nasconde la sua impossibilità di generare figli alla donna che sta per sposare, rischia l'addebito della separazione se la moglie, dopo il matrimonio, scopre che il marito le ha sempre taciuto la sua impotenza. E la circostanza che la moglie, appresa la verità, abbia poi intrapreso una relazione adulterina, è del tutto irrilevante e non può cancellare la colpa del coniuge omertoso su un aspetto così importante nella vita di coppia. Lo sottolinea la Cassazione nella sentenza 3230.



Con questo verdetto, i supremi giudici hanno definitivamente stabilito, dopo ben due cause di appello, la colpevolezza di un medico fiorentino, nell'aver mandato per aria il suo matrimonio con la donna, per averle taciuto, nonostante fossero stati fidanzati un anno, prima di convolare a nozze, di non poter avere figli. Solo dopo un anno e mezzo di matrimonio, Carla venne a sapere che Nicola non avrebbe mai potuto renderla madre, cosa che lei desiderava tantissimo. Per la donna fu un duro colpo al quale reagì, oltre che con l'astio, anche con un adulterio. Peraltro scoperto subito dal marito e culminato in una gran scenata di Nicola sedata solo dall'arrivo delle forze dell'ordine.

In particolare, la Cassazione ha confermato la correttezza dell'appello bis - il primo invece aveva accusato Carla per la sua scappatella - basato «più che sulla minimizzazione dell'adulterio della moglie, sull'anteriorità ad esso della frattura tra i coniugi, in un matrimonio partito subito male per le bugie di lui». Quanto alla rottura, essa, giustamente, prosegue la Cassazione riassumendo il giudizio di merito, è stata attribuita al «grande ed effettivo rilievo dell'effetto che il silenzio sull'impotenza ha provocato nella psiche della moglie, la quale, giunta al matrimonio non più giovanissima, desiderando una maternità non più procrastinabile, vi ha dovuto definitivamente rinunciare, perchè il tempo a sua disposizione è velocemente trascorso». Oltre alla colpa del marito silente, la Cassazione - al termine di una causa iniziata nell'agosto del 1997 - ha confermato anche il diritto della ex moglie a ricevere 450 euro di assegno.

01 marzo 2012



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Liberalizzazioni , protestano le banche E Confindustria si schiera con l'Abi

Corriere della sera

Cancellazione delle commissioni «inaccettabile» per l'Associazione bancaria. Si dimette Mussari e il comitato di presidenza


MILANO - Via libera al Senato al decreto liberalizzazioni. I sì alla fiducia sono stati 237 e 33 i voti contrari (2 astenuti). Il decreto passerà ora all'esame di Montecitorio e dovrà essere convertito in legge entro il 24 marzo. Il decreto è stato duramente contestato dall'Abi, l' Associazione bancaria italiana, il cui comitato di presidenza si è dimesso oggi per protesta. Confindustria si è schierata con i banchieri chiedendo che venga modificata la norma sull'azzeramento delle commissioni.

LE CAUSE - L'avvertimento era arrivato due giorni fa: «Non è possibile indurre le banche a fare servizi gratuiti» aveva detto il presidente dell'Abi Giuseppe Mussari. Oggi le preoccupazioni dell'associazione bancaria italiana si sono tradotte in un'azione collettiva di protesta: il comitato di presidenza dell'associazione ha rassegnato le dimissioni contro la norma contenuta nel decreto legge sulle liberalizzazioni e mantenuta nel maxiemendamento presentato dal governo. Una misura che azzera le commissioni sugli affidamenti bancari e che metterebbe a rischio, secondo Mussari, non solo tutta la linea di credito ma anche la salvaguardia degli oltre 300 mila bancari. «Se si continuasse a incidere sui ricavi bancari, anzichè sulla trasparenza - ha detto Mussari - anche questa salvaguardia dell'occupazione verrebbe messa in discussione».




DIMISSIONI - Da qui le dimissioni del comitato di presidenza che ha rimesso il mandato al comitato esecutivo dell'associazione. «La norma contenuta nel testo - ha puntualizzato il presidente dell'Abi riferendosi all'articolo 27 bis del decreto - è la goccia che fa traboccare il vaso: è come una sanzione senza il comportamento da sanzionare». E ha poi ribadito: «Tutti gli investimenti di tutte le imprese bancarie e di tutte le imprese sono a rischio a causa della stretta sulle commissioni bancarie».

LE RASSICURAZIONI - A calmare gli animi non sono servite nemmeno le rassicurazioni di Filippo Bubbico, relatore del Pd che ha spiegato che il governo modificherà la stretta sulle commissioni in un altro provvedimento, probabilmente nel decreto legge sulle semplificazioni all'esame della Camera. Bubbico ha aggiunto che il governo vuole riformulare la norma limitandone l'applicazione alle sole banche che non si adegueranno ai futuri criteri sulla trasparenza del Cicr, il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio.

IL MINISTRO - «È il sintomo di un grande disagio del settore bancario, vicino all'economia del Paese - ha commentato il ministro dello sviluppo economico Corrado Passera sulla protesta dell'Abi - ma sarà il premier Mario Monti a decidere se modificare la norma sulle banche». Nel pomeriggio è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà «Se verificheremo che la volontà del Parlamento va nel senso di tener conto delle istanze manifestate da Mussari - ha detto - il governo non si metterà di traverso». E a chi gli ha chiesto se la correzione potrebbe arrivare alla Camera, ha risposto: «Mi pare che c'è già un emendamento parlamentare alla Camera in questo senso e bisognerà vedere quanti e quali consensi si aggregheranno intorno a questo emendamento. Noi abbiamo interesse a migliorare il sistema economico, abbiamo interesse a migliorare la vita dei cittadini e delle imprese e non vogliamo essere noi a porre problemi».

IL DECRETO - Gli istituti di credito contestano soprattutto che attraverso l'abolizione delle commissioni sui fidi vengano imposti «prezzi amministrati o un divieto di avere dei ricavi». Con l'obbligo per l'Abi, le associazioni dei prestatori di servizi di pagamento, Poste italiane, il consorzio Bancomat, le imprese che gestiscono circuiti di pagamento e le associazioni delle imprese più significative a livello nazionale di definire, entro il primo giugno 2012, regole generali «per assicurare una riduzione delle commissioni interbancarie a carico degli esercenti sulle transazioni con carta di credito». Misure considerate dall'associazione anti-concorrenza. «Il nostro non è un gesto di frustrazione - ha precisato Mussari -. Avevamo bisogno di dare un segnale chiaro».

IL TESTO - Dal Senato il decreto esce con molte novità che spaziano dalle banche alle assicurazioni, passando dall'Imu sugli immobili della Chiesa, la separazione proprietaria di Snam da Eni, le farmacie, i taxi e le professioni. Per gli istituti di credito invece scatta il conto a zero spese di apertura e gestione per i pensionati sotto i 1500 euro, lo stop alle commissioni per il pagamento del carburante tramite carta fino a 100 euro, oltre alla libertà per i clienti che stipulano un mutuo, di scegliere l'eventuale polizza connessa e la portabilità del mutuo.

Redazione online
1 marzo 2012 | 19:46